«Pane e proiettili!»

Ibrahim, diciannove anni, arriva dal Sudan

«Diffido di chiunque, nel mio Paese ti tradiscono, ti sparano addosso, quelli che un giorno sono amici, all’indomani sono i tuoi peggiori nemici». La fuga, la Libia, i campi, chiuso in una stalla per mesi. «Finalmente la libertà, l’imbarcazione, il mare, una nave italiana a soccorrere me e altre decine di miei connazionali»

Storie 01 G

«Voglio mi capiate, non ce l’ho con voi, ma ho una paura matta di qualsiasi cosa: vengo da un Paese, il Sudan, dove il cibo giornaliero è proiettili e pane!». Il pane scarseggia, dunque giù spari, a raffica. Due milioni di morti. Un trattato di pace firmato anni fa, ma sostanzialmente appeso a un filo, agli umori della piazza. Dei villaggi, soprattutto di militari e civili. «Un giorno stanno insieme, un altro giorno si sparano addosso, si cercano, si dichiarano guerra!», dice Ibrahim, diciannove anni, musulmano. Le braccia magre, il volto scavato. Ibrahim riflette prima di farci il suo nome, ci sfiora il dubbio che sia quello vero. Ci interessa il suo vissuto, conoscere la sua storia. Purtroppo anche questa fatta di dramma, disperazione, fuga da un clima di guerra, l’arrivo sulle coste italiane lo scorso 11 luglio insieme a connazionali e altri nordafricani. Soulemane, guineano, parla arabo e francese, traduce per Allahssen, che infine spiega in italiano.

Sudan, focolai ovunque. Paga chi ha fame, non ha soldi per comprarsi da campare. «Se avessi avuto denaro non avrei rischiato la fame, così l’intenzione di fuggire si è fatta largo: quattro milioni di mei connazionali sono scappati dal Sudan, non so se qui ne parlano, scrivono, lo dicono in televisione, ma credo fra fuga e morti sia quanto di peggio sia accaduto negli ultimi cinquant’anni!». Gli anni sono almeno sessanta, dieci anni dopo la Seconda guerra mondiale, in Sudan scoppia un conflitto civile. Non solo motivi religiosi, fra musulmani e cristiani. Anche qui, Nord e Sud se le danno di santa ragione: nella zona settentrionale fame e siccità, in quella meridionale petrolio e acqua in abbondanza.  Una tregua, apparente alla fine degli anni Novanta. «Non è cambiato niente – dice Ibrahim – fossimo stati bene, ma anche a pane e acqua, non sarei mai andato via, non sarei scappato: ci saremmo accontentati anche delle briciole, lavorando, cosa che abbiamo sempre fatto a casa nostra».

Storie 07 G

«VOLEVO UNA VITA NORMALE, A PANE E ACQUA»

Ibrahim è fra i sudanesi che chiedono rispetto. «Volevo fare solo una vita normale, quando per “normale” da noi intendiamo pane e acqua, difficilmente altro, poi quando cominci a essere maltrattato, sfruttato, come fossi più di una bestia da soma, comincia a farti domande; la risposta è sempre una sola, un dilemma: o vai a combattere con i ribelli, ma non sai se sono quelli giusti – per un tozzo di pane si vendono, ti denunciano – oppure fuggi, finché hai fiato». Non c’è tanto da scegliere, Ibrahim mette alle spalle migliaia di chilometri. Il suo Paese è al centro fra Ciad, Etiopia, Zaire e Kenia. Confina con Egitto e Libia. «Scelgo di andare in Libia, l’Egitto è pericoloso, ma anche la mia scelta non è stata felice». Da una guerra civile a civili armati fino ai denti e quasi tollerati dal governo. «Finisco in una fattoria, le bestie erano accudite meglio di noi che saltavamo pasto e razioni di acqua: ci sono stato qualche mese, non distinguevo i giorni che passavano, a un certo punto non sapevo nemmeno chi fossi tanto sembravo carne da macello; un paio di miei connazionali che avevano tentato la fuga erano stati colpiti alla schiena, il nostro carceriere invece di soccorrerli, vedere se fossero ancora in vita, si rivolse a me e agli altri quasi con un gesto di sfida. “C’è qualche altro che vuole fare il furbo?”. I due stesi a terra, non meritavano attenzione, sepoltura. Restavano lì a ricordarci che a scappare c’era da rimetterci la vita!».

Una paura che prosegue. «Come si fa in tanti anni in cui hai visto gente vendersi al nemico, denunciare anche il falso, pur di stare meglio di te? Ringrazio l’Italia per l’accoglienza, io e i miei connazionali siamo qui da poco più di un mese, dobbiamo riprenderci da un terribile shock, anzi più di uno: la guerra civile, la fuga, fermati e fatti ostaggio in cambio di soldi!». Si guardano intorno quei ragazzi arrivati dal Sudan non senza qualche diffidenza.

Storie 04 G

«FINALMENTE IN ITALIA, FINE DI UN INCUBO»

«Da quando sono in Italia – dice Ibrahim – mi sono riappropriato di una certa serenità, non mi sono ripreso completamente: sono passato da essere uno che stava vivendo un incubo e non sapeva se il protagonista di quel brutto sogno fossi io stesso o un altro, a quello che sono in questo momento: uno che si rende conto di essere scappato da un conflitto civile e che da giorni non sente il fischio delle pallottole o le botte di carcerieri che ti picchiano senza motivo». Il motivo, sempre lo stesso: il denaro. «Ho lavorato per quattro, forse cinque mesi in un campo, la sera tornavo nella fattoria, chiuso insieme ad altri in una stalla; lavoravo sodo, mi avevano promesso che sarei andato via al più presto, invece i mesi passavano lentamente e il dolore alla schiena aumentava».

Infine, per Ibrahim, un raggio di speranza. «Un bel giorno mi dicono “Sei libero, corri, altrimenti ci ripensiamo!”. Corsi con tutta la forza che avevo, io scappavo muovendomi su un fianco e sull’altro, per evitare mi piantassero una palla nella schiena, e loro ridevano: per mettermi paura hanno perfino esploso dei colpi in aria!» .

Finalmente qualcuno si muove a compassione, vede Ibrahim seduto sul ciglio di un marciapiedi. Un camion pieno di sudafricani, qualche connazionale di Ibrahim. «Per uno in più non faranno storie, si sarà detto l’uomo alla guida del mezzo: finalmente il porto, l’imbarcazione, il mare; partiti di notte, il mattino dopo siamo stati soccorsi da una nave militare italiana: finalmente in Italia!».

«Essere insignificanti…»

Soulemane, ventidue anni, guineano

«Non contiamo nulla, non esiste rispetto. Perseguitato, picchiato selvaggiamente, costretto a scappare a causa di conflitti etnici». Un titolo di studio, la voglia di imparare, a cominciare dall’italiano. «Riconquistare la serenità: missione impossibile».

Storie H 02

«Le persone nel mio Paese non contano». «E il senso di disperazione: anche quello non finirà mai». Soulemane, guineano, ventidue anni, in Italia da appena un mese, si assicura che la traduzione sia conforme all’originale. Come fosse una dichiarazione da mettere agli atti. Atti di dolore, nel suo caso. In fuga da Conakry, capitale della Guinea, perseguitato da militari e civili. Motivi politici, ci spiegherà. Gli stessi che hanno spinto altri suo connazionali a compiere una scelta dolorosa, tagliare le proprie radici e darsi alla fuga. «Il modo peggiore di lasciare la tua terra – spiega – la propria famiglia; un gesto amaro, che sa di resa, che mai avrei pensato di fare quando da ragazzino ho cominciato a stare fra i banchi di scuola: non è questo che ci insegnavano, il rispetto era alla base di tutto, invece ecco come è andata a finire».

Allahssane, senegalese, comprende l’amarezza del ragazzo. Ci fa da interprete. Soulemane parla dialetti arabi, ma anche francese, lingua ufficiale della “sua” Guinea. O, almeno, l’idea che fino a qualche tempo fa aveva dello Stato in cui è nato ed aveva vissuto, studiando fino alle scuole superiori, con lo scopo di diventare qualcuno. Certamente non uno che scappa di fronte a minacce e continue percosse. «Ho lasciato a malincuore la mia città – riprende, amaro – e mio padre e mia madre, non c’erano alternative: da tempo è in atto un conflitto etnico, nonostante sia nato e vissuto lì, chi ha un’estrazione diversa da quella “eletta”, viene quotidianamente minacciato e picchiato: è quanto accadeva a me personalmente e gente del mio stesso quartiere; non c’era giorno che non facessero un blitz».

E il brutto è che Soulemane le prendeva dai militari e dai civili, milizie in qualche modo autonome, che fanno il bello e il cattivo tempo. Questi, in buona sostanza, fanno il lavoro sporco. Non hanno alcuna divisa, ma girano armati e, impuniti, picchiano chiunque a loro giudizio non sia un vero guineano. «Sono stati i miei genitori a spingermi ad andare via, non ne potevano più di vedermi tornare a casa pieno di sangue, ferite ed escoriazioni, risultato di accerchiamenti e botte, picchiato fino a quando non mi usciva sangue dal naso, dal viso; escoriazioni ovunque, perché l’aggressione continuava fra le risate generali dei miei aguzzini, che mi pestavano, mettevano in ginocchio, mi rifilavano calcioni ovunque facendomi rotolare a terra».

Storie H 04

I genitori scuotono Soulemane che ha chiaro nella mente che, prima o poi, arriverà il giorno in cui qualcuno gli pianterà in corpo una pallottola. Storie, purtroppo, già viste. Costate la vita ad amici e conoscenti del ventiduenne guineano. «Papà e mamma, un brutto giorno, dopo l’ennesimo pestaggio, dopo essersi presi ancora una volta cura di me, mi dissero che non c’era alternativa alla fuga: meglio saperti lontano con un sorriso, la voglia di vivere e non tenerti qui, dolorante e addolorato, una continua maschera di sangue».

Scappa Soulemane. «Qui le persone non contano – ripete – fossero numeri all’esterno si avrebbe la percezione di quanto accade nel mio Paese, ma non si sa che fina facciano in molti: scomparsi nel nulla; devi camminare a testa bassa, se vedono che alzi lo sguardo, è la fine, ti prendono e te le danno di santa ragione, quella è la punizione inflitta – secondo loro – “a chi non ha rispetto per i veri guineani”; e questa, francamente, a oggi non l’ho ancora capita».

La scuola, gli studi. «Fra i banchi ti insegnano l’educazione civica, la storia del tuo Paese, un’idea che più avanti sarà disattesa dai fatti delittuosi molti dei quali non sono a nostra conoscenza: chi non fa ritorno a casa, invece di essere dato per scomparso, viene dato per disperso o, nella migliore delle ipotesi, in fuga dalla Guinea; ho imparato il francese, la lingua ufficiale del mio Stato, ora voglio imparare l’italiano, questo sta diventando il mio chiodo fisso, da quando lo scorso 11 luglio ho messo piede in Italia».

La fuga e l’arrivo in Italia, non comincia e si conclude in un breve lasso di tempo. «Due anni – ricorda Soulemane – è durato il mio lungo viaggio verso la libertà, passando da un villaggio all’altro, da uno Stato all’altro, fino a quando pensi che arrivando in Libia, qualcosa che assomigli alla libertà stia per arrivare: invece, niente…».

Storie H 03

La Libia dovrebbe essere la porta d’accesso all’Europa, alla speranza. «Dopo un anno e mezzo di viaggio, alle spalle la mia Guinea, non pensavo dovesse andare peggio: ancora civili armati, pistole e fucili, a tracolla o infilati nei pantaloni; mi fermano e mi imprigionano; la musica è sempre la stessa: “…Rovesciati le tasche, spogliati, vogliamo i tuoi soldi: chi fugge ha sempre del denaro con sé!”; non avevo nulla se non attacchi di paura ogni volta che qualcuno di questi si avvicinava con fare minaccioso: ci scappava sempre un calcio nel fianco o un violento colpo con la canna del fucile, dolori atroci; la prigionia durò sette, otto mesi a pane e acqua, ogni tanto un piatto di pasta, ma la razione di cibo una sola volta al giorno, quando ci andava bene».

Finalmente la fuga, un imbarco di fortuna e, infine, l’Italia. «Voglio riprendere a studiare, ricomincio dall’italiano, non c’è cosa che non riesca a fare: il mio impegno è totale, qualcosa sto imparando; sto conoscendo gli italiani: gesticolano, alzano il tono della voce, ti ripetono le frasi poco per volta; comincio a comprendere il senso di rispetto dal suono delle parole, dal sorriso».

Soulemane ricomincia dal rispetto e dal sorriso, qualcosa che gli mancava da tempo. «Non chiedetemi, però, se mai mi sentirò completamente sereno: con quello che ho passato non sentirò mai in pieno cosa significhi la tranquillità, di questo ne sono certo».

«La mia vita, una lotteria!»

Alfa, trent’anni, ivoriano

«Conservo gelosamente la mia tuta da meccanico. Grazie a questa scampai a un campo di prigionia e trovai lavoro. Ho lasciato la mamma, conto di riabbracciarla presto. Il mio viaggio: tremila euro per salire su un gommone con quaranta di febbre…». Soccorso da una nave militare, è in Italia dallo scorso 11 luglio.

STORIE D 09 «La mia vita, una lotteria!». «Vinta!», racconta Alfa, ivoriano, trent’anni, perseguitato politico, sbarcato in Italia lo scorso 11 luglio. «Prima l’ho scampata bella in Costa d’Avorio, dove è sempre guerra civile; poi, in Libia, dove sono stato imprigionato a lungo, ostaggio di una banda di malavitosi che cercava danaro in cambio della mia libertà: eravamo in cento, in un campo, quando è arrivato un uomo, ben vestito, che fra tutti ha indicato me per portarmi via». Riscattato, Alfa. C’è un motivo. «Quel signore, che il Cielo lo assista ovunque sia in questo momento, mi ha visto con addosso la mia tuta da lavoro, quella di meccanico – me lo ha spiegato dopo… – e non ha avuto difficoltà a indicarmi ai miei carcerieri: voglio quello!».

Meccanico, Alfa. Non un meccanico di quelli che scivolano sotto le auto, svitano e avvitano bulloni. Ma di tir, bestioni meccanici che fanno un solo boccone di autostrade, provinciali e strade dissestate che siano. Non li ferma nessuno, se non qualche avaria, tanto da dare lavoro al suo datore e allo stesso Alfa. «Aveva un’officina, il mio benefattore, aggiustava auto ma soprattutto autotreni, camion con rimorchio; la meccanica mi ha sempre affascinato, un giorno mi piacerebbe aprire una grande officina per dare assistenza a chi ha bisogno di un’occhiata al motore del proprio mezzo: è il lavoro che facevo nel mio Paese dal quale sono scappato senza poter portare cose con me; se non il dolore nel cuore, per aver lasciato mamma: addosso la mia divisa da lavoro, quella di meccanico, che non volendo mi ha sottratto alle continue e inspiegabili torture e botte dei miei carcerieri».

Strana la vita di Alfa. «Fuggi da un Paese nel quale si può dire ci sia un conflitto al giorno, arrivi in un’altra nazione e ti accorgi che hai corso migliaia di chilometri verso la libertà, e che invece la strada da compiere è ancora lunga: ti catturano come fossi una bestia, ti spingono in un campo recintato e ti fanno sorvegliare da gente armata fino ai denti; è in certi momenti che ti chiedi se essere fuggito sia stata la cosa migliore da fare; morire lontano da casa non è una bella prospettiva».

STORIE D 01 Torniamo alla lotteria e alla ricerca della felicità. «A febbraio dello scorso anno – ricorda Alfa, tornando indietro nel tempo, usando pollice, indice, medio per contare i mesi di fuga – scappo via dalla “Costa”, lascio la mamma, le prometto di tornare a riprenderla e in un anno attraverso Burkina e Niger; arrivo in Libia, dove vengo bloccato con le cattive fino a quando non arriva il proprietario dell’officina in cui ho lavorato per guadagnare qualcosa; quei soldi mi permettono di pagarmi la traversata fino all’Italia: non importa se su un gommone, un altro mezzo di fortuna, lì non volevo restarci più! ».

Mette insieme quello che può, nel cuore la speranza e la promessa fatta alla mamma rimasta a casa. «Non sono sposato, non ho legami, è lei la mia famiglia, lei è stata a dirmi di fuggire perché malintenzionati mi stavano cercando per picchiarmi: è così in Costa d’Avorio, la guerra civile sembra finita, il vecchio presidente e sua moglie sono stati condannati per crimini contro l’umanità, invece chiunque si sente autorizzato a giudicare e condannare: la situazione è complessa, per questo sono venuto via dal mio Paese, è stata dura dove accettare tutto in pochi istanti e fuggire senza riflettere; un colpo di spugna al passato, senza pensarci su, ma con dentro un dolore che difficilmente riuscirò a cancellare: trent’anni, una vita!».

Finalmente Alfa mette insieme una buona cifra per pagarsi il viaggio. Cinquemila dinari libici, tremila euro. «Tanto mi è costato il biglietto della speranza, del resto anche qui, in Italia, dite “bere o affogare”: non c’era altra via di fuga da persecuzioni e torture, tanto valeva spezzarsi la schiena e mettere insieme un dinaro dopo l’altro».
STORIE D 06

Ricorda il viaggio per l’Italia. «Non so cosa mi fosse successo, avevo quaranta di febbre quando mi imbarcai, non potevo più rimandare il viaggio: o quella sera o mai più; sempre il mio “salvatore” mi mise in contatto con chi organizzava questi viaggi e mi accompagnò all’imbarcazione; rischiavo il collasso, tanto era alta la febbre: mi feci forza e, un piede dopo l’altro, salii a bordo del gommone per il mare aperto».

Era calato da poco il buio. «Dovevano essere le otto di sera quando partimmo, una immensa distesa di inchiostro nero, non ricordo altro: mare e orizzonte erano la stessa cosa, non si distingueva dove finiva uno e dove cominciasse l’altro; io ero su un fianco del gommone, mi riparavo dal movimento degli altri passeggeri che a causa dei movimenti bruschi dell’imbarcazione, rischiavano di metterti sotto i piedi; arrivò il mattino, prima il freddo, poi un caldo insopportabile, da stare male più di quanto già non soffrissi».

Una cosa, però, Alfa la ricorda. «Erano le 18 del giorno dopo la partenza, guardai il mio orologio da polso, l’unico bene che avevo, meno prezioso solo della tuta da meccanico».

Una nave militare italiana avvista il gommone con a bordo Alfa e un altro centinaio di passeggeri. Tutti a bordo. Il trentenne ivoriano viene sottoposto alle prime cure, giunge in terraferma con ancora qualche linea di febbre. «Oggi sono qui, il mio sogno nel cassetto è un’officina: indosserei la stessa tuta che mi ha salvato, se non fosse che la conservo gelosamente, forse le devo la vita. Anzi, senza “forse”…».

«Chi tocca, muore!»

Ali, diciannove anni, sudanese

«Vengo da un Paese povero e ricco, dove c’è gente che si arricchisce e altra muore di fame. Sono nato fra le bombe e vissuto fra le scorribande di ribelli invasori. Non sai se un agente di polizia ti è amico oppure ostile». Da qui la diffidenza di aprirsi a chi gli chiede di raccontarsi. Una storia dolorosa, simile a tante altre. 

Storie 01 C

«Cosa vuoi che ti dica? Abbiamo paura, diffidiamo di chiunque, tanto di chi ti accoglie con il sorriso, quanto di chi lo fa con una stretta di mano: ne abbiamo viste talmente tante in Darfur che non ci meravigliamo più di niente». Questo il senso del primo messaggio di “Ali”, diciannove anni, musulmano, diffidente. Arriva da una regione del Sudan, si presenta così. E’ appena arrivato in Italia, non più di due settimane fa. Anche di noi non si fida, lo scopriamo dopo qualche minuto. «Amico – più o meno la traduzione – non so chi sia, non prenderla come un’offesa, faccio fatica a darti le mie generalità!». Anche interpretare il pensiero di “Ali”, del quale rispettiamo la volontà di restare più o meno anonimo, appare complicato. Nonostante una dichiarata diffidenza, si presta al servizio fotografico.

Le parole del giovane diciannovenne fanno un bel giro, ma la sostanza si comprende dal tono della voce e da come accompagna le sue espressioni. Frasi dette a metà, spesso punteggiate da un sorriso, all’apparenza sincero. Ci fidiamo delle sue parole, del suo racconto, del suo sguardo. Non avremmo motivo di pensarla diversamente. Lo diciamo per quanti non conoscono fino in fondo il nostro lavoro, chi pensa che mediare con ragazzi che fuggono da zone di guerra, da conflitti etnici, sia una passeggiata di salute, si sbaglia di grosso.

Ci vuole pazienza. Assecondare, spiegare al ragazzo che il suo racconto, come quello del connazionale, “Ibrahim” (anche lui adotta un nickname, dunque un nome fittizio) per noi è prezioso. Potremmo passare avanti, sentire un altro dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Ci intestardiamo, invece. Vogliamo capire il suo di mondo. Avvicinarci dove non sempre è facile esplorare un sentimento. Dunque, la traduzione, si diceva. Sembra il gioco dei quattro cantoni. Seduti intorno a un tavolo nella sede di via Cavallotti. “Ali” alla mia destra, con quel faccione da pugile che sa incassare il colpo con sorriso.

Storie 05 C

FRANCESE, ARABO, ITALIANO, BEL “GIRO”

Di fronte, Allahssane, senegalese, dunque dimestichezza con il francese, traduce a Soulemane, guineano, che conosce uno dei dialetti arabi più vicini all’ospite sudanese. Percorso inverso una volta che “Ali” ha licenziato uno dei suoi pensieri con l’aiuto dei gesti. Sembriamo atleti che fanno stretching, si passano palla prima di entrare in gioco. Ma il sentiero, per quanto contorto, ci porta a conoscere qualche dettaglio in più rispetto alle informazioni e le storie che circolano su internet. «Da quasi venti anni – spiega “Ali” – a casa mia si sentono solo cannonate e colpi di arma da fuoco, è l’artiglieria dei ribelli che vuole occupare casa nostra: io di anni ne ho appena diciannove, pensate cosa mi rimbomba nella testa, ogni notte, quando appoggio la testa sul cuscino; mi addormento, ma dormo poco, non mi assale mai un sonno convinto: anche il rumore di uno spillo caduto a terra, mi sveglia di soprassalto».

Si blocca un attimo, “Ali”. Un po’ attende che Soulemane traduca ad Allahssane, che a sua volta “passi” a me. Un po’ è guardingo, come a pensare se lo stiamo seguendo nel ragionamento. Quasi si fosse pentito di essere stato così diffidente a prescindere. Ma è solo una nostra sensazione. Chiederglielo significherebbe compiere un altro lungo giro di parole e, francamente, stavolta badiamo alla sostanza.

«Ho vissuto in uno dei quattro Darfur (Occidentale, Settentrionale, Meridionale, Centrale, ndr) – spiega – le scorribande di gente armata fino ai denti non si contavano più, tutto era all’ordine del giorno; gli affetti più cari, a causa di conflitti sanguinosi, si perdevano a vista d’occhio: conoscenti, amici, parenti, un brutto giorno non c’erano più, come dissolti nel nulla; inutile tentare la denuncia, non sapevi se l’agente di polizia a cui ti stavi rivolgendo era tuo amico: non sappiamo quanto il governo combattesse o condividesse le sfuriate di banditi a cavallo che ogni giorno mietevano terrore e vittime».

Storie 03 C

GIA’ GRANDE A CINQUE ANNI, IMPARI IN FRETTA

Riprende “Ali”. «Quando sei piccolo ti rifugi fra le braccia della mamma, quando cresci – e ti tocca farlo in fretta, altrimenti raggiungi gli altri che non ci sono più… – e hai già cinque, sei anni, devi cominciare a pensare a te stesso da solo; devi capire in fretta che sei nato povero e che rischi di morire di fame; solo quando hai la fortuna di mettere in fila qualche altro anno, cominci a capire che lontano dal Sudan, dal deserto del Sahara, esiste un’altra condizione: rispetto, libertà, acqua, cibo».

Prima il rispetto. Non è un caso che in elenco abbia messo prima di ogni cosa una parola simile. «Hai ragione – comprende, puntualizza – devo ancora lavorarci sopra, capire chi ti rispetta per il tuo vissuto, perché vieni da un Paese in guerra, oppure per altri motivi». Proviamo a spiegargli che il peggio è passato, che dovrebbe rasserenarsi, in Italia ha trovato amici. Gente che un rifugiato lo ospita. Non lo respinge, non gli dichiara guerra. Come provare a piegare una barra d’acciaio, corri il rischio di spezzare e compromettere quel debole segnale di amicizia che stai provando a trasmettergli.

Funziona appena l’idea di raccontare a larghi tratti la storia di una fuga da conflitti etnici. «Facciamo la fame – conclude “Ali” – mentre altrove si arricchiscono: il nostro è, insieme, il Paese più povero e allo stesso tempo uno dei più ricchi di materie prime; quelle potrebbero servire a sfamare l’intero Paese, invece non è così: chi tocca, muore!».

Il profumo di un libro

Saikou, diciotto anni, guineano

«Il mio sogno: studiare, stare fra banchi di scuola e libri che odorano di stampa». Invece, una vita fatta di corse e fughe. «Non ho genitori, un solo fratello, che un giorno spero di riabbracciare». Mali, Burkina, Niger e Libia. «Rinchiuso, picchiato per tre mesi, poi uno spiraglio, il viaggio in mare, l’Italia…»

Saikou, diciotto anni, arriva dalla Guinea. Due anni fa. Spinto da «motivi familiari», dice. Lui che non ha famiglia, se non un fratello, un anno più grande di lui. Viene da una terra in eterno conflitto, sanguinosi scontri etnici. «Io e Moumo, questa è la mia famiglia: non abbiamo genitori, fin da piccoli ci è toccato farci strada da soli». Il suo viaggio verso l’Italia non è semplice. Dalla sua Guinea passa attraverso uno, due, tre stati. Arriva in Libia, trascorre più tempo sottochiave in un locale, la sua prigione. Lo ha stabilito una banda di civili, armata, che intercetta migranti in fuga. Saikou, come altri, viene picchiato a prescindere. Che alzi lo sguardo, chieda di andare in bagno. Fosse per lui, respirerebbe l’aria dei campi nei quali spezzarsi anche la schiena, ma mettere in tasca soldi buoni per pagarsi il viaggio su un gommone verso l’Italia.

A Saikou piace studiare. E’ stato sempre affascinato da libri e banchi di scuola. «Non abbiamo potuto permetterci – spiega – questo stile di vita; mio fratello ha perseverato, ha seguito il suo istinto: prova a fare il commerciante, non che abbia chissà quali risorse, ma cerca di mettersi in tasca spiccioli vendendo scarpe e borse; non è sempre facile farcela, la gente nel mio Paese piuttosto che farsi una borsa o un paio di scarpe nuove, preferisce mettere risparmi da parte nel caso andasse peggio di quanto non stia andando da tempo».

Storie B 02

GUERRA ETNICA, LA VITA E’ UN INFERNO

Conflitti etnici, focolai ovunque. Dalle prime luci del mattino è un «Si salvi chi può!». E chi può farlo, salvarsi, non avendo tanti legami familiari, si dà coraggio. Prepara uno zainetto per spingerci dentro l’essenziale e quella rabbia che monta da bambini. «Quando ti guardi intorno e non senti la protezione di un genitore, ti tocca crescere in fretta: non hai tempo per pensare, qualsiasi decisione devi averla già presa; non è consigliabile girarsene da soli per strada, può succedere di tutto: un uomo fuori controllo ti sferra una coltellata; una pallottola vagante, parte da un fucile che un ragazzino sta pulendo e ti centra in piena fronte».

Sciagure tanto al chilo in ogni angolo di strada. Per questo, Saikou, un bel giorno, blocca per pochi istanti il fratello che sta andando ad aprire quella piccola attività che a malapena li sfama. «Moumo – gli ho detto – non è il momento di farsi venire rimorsi, parto, vado via: la nostra è una brutta vita, una speranza ridotta al lumicino, non me la sento di continuare a vivere in queste condizioni».

Parla chiaro Saikou, nonostante i suoi sedici anni. Perché il giovanotto dal sorriso contagioso, un capo cosparso di riccioli, da due anni risiede in Italia. «Grazie all’aiuto e alle indicazioni del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” – racconta – ho realizzato il mio primo sogno: frequentare una scuola vera, il “Pacinotti”: è lì che un giorno dopo l’altro sto imparando a parlare e scrivere l’italiano, non senza qualche difficoltà, ma i professori – tutti bravissimi e pazienti – mi incoraggiano, dicono che con l’impegno che metto tutti i giorni, i primi risultati arriveranno».

Storie B 05

CORSO DI SALDATORE, MAGAZZINIERE QUANDO CAPITA…

Fa progressi. L’italiano lo comprende, meglio se quando qualcuno gli parla scandendo le parole. «Non mi sono fermato ai libri, anche se adoro leggere: quando ero piccolo e sognavo di diventare uno di quei professoroni che si vedono in tv, con tanto di occhiali, sapevo che le pagine dei libri dovevano avere un profumo speciale; sfogliare e leggere resta la mia passione, ma devo fare i conti con la realtà, allora sto imparando un mestiere: ho fatto un corso da saldatore, hai visto mai in un cantiere cercassero uno che abbia quel brevetto e mi chiamano».

Due sogni in uno, da quando Saikou è in Italia: “letterato” e saldatore professionale. «Voglio trovare un posto di lavoro, non dico fisso – quello so perfettamente che, oggi, somiglia più a un miraggio – ma costante; poi spetterà a me dimostrare l’impegno, e non necessariamente da saldatore: in attesa di un impiego che mi dia una certa sicurezza, ho trovato un’occupazione saltuaria, un datore e compagni di lavoro splendidi: faccio il magazziniere in un’attività della provincia tarantina, mi trovo alla perfezione, mi chiamano quando c’è lavoro e per questo li ringrazierò sempre».

Storie B 09

IL DITO E LA PIAGA

Il dito nella piaga, gli chiediamo del viaggio. Vogliamo avvicinare chi ci legge al mondo di un ragazzo africano che ha buona volontà e voglia di riscatto. «Parto dalla Guinea, entro in Mali, poi Burkina e Niger, anche se la mia idea di partenza è una sola: la Libia; lì c’è lavoro, modo di mettere insieme quei soldi – pochi o molti, chi può saperlo alla partenza – che mi permettano di pagarmi il viaggio verso l’Italia».

Ma la Libia, che da lontano vale un Perù, tanto dà l’idea di ricchezza, purtroppo non è così affascinante. «Cinque in quel Paese, tre imprigionato, ostaggio di una banda armata; fermato, più che arrestato: mi chiesero subito se avessi soldi, solo in quel caso mi avrebbero lasciato andare: non avevo un centesimo, così cominciò la mia tortura quotidiana; “Non hai parenti che ti mandino soldi?” e io, “Non ne ho, sono fuggito per fame!” e giù botte, ma di quelle vere».

Un sorriso amaro spunta sulle labbra di Saikou, quando gli chiediamo uno dei tanti motivi che spingevano questi aguzzini a colpirlo con la canna di un fucile alla testa o un calcio in pieno viso. «Non c’è mai un motivo – scuote la testa, stupito della domanda – quando quella gente decide di colpirti; lo fa per il gusto di provocarti una ferita: quella, secondo loro, aiuta a ricordarti che hai un debito con loro e che la tua vita è nelle loro mani».

Storie B 08

TRE MESI DI TORTURA, NON AVEVO SOLDI

Dopo tre mesi di torture, uno spiraglio. «Un signore – il Cielo lo assista, ovunque lui sia – ha bisogno di un aiuto, mi riscatta e mi porta con sé: per lui ho lavorato due mesi, in campagna, ad accudire animali».

Due mesi di lavoro, lo spiraglio diventa un raggio di sole. «Quel signore in qualche modo mi premia, mi mette a bordo di un furgone nel quale ci sono altri che hanno la mia stessa destinazione, il porto di Tripoli; dopo quattro ore di viaggio, vedo tanta gente, duemila, forse tremila persone; tante imbarcazioni sulle quali saliamo quasi a casaccio, la cosa principale da fare è liberare al più presto la spiaggia». Arrivano a largo, avvistano una nave militare italiana, salvi. «Saliamo a bordo, ci assistono e ci accompagnano direttamente a Taranto; io e poche decine di ragazzi restiamo qui, altri vengono assegnati ad altre destinazioni».

Lo studio, il profumo dei libri, un mestiere fra le mani. «Mi piace la gente, il rispetto, dovessi trovare un lavoro vero qui in Italia, mi piacerebbe un giorno tornare in Guinea, riabbracciare mio fratello…».

«Ricomincio a vivere»

Solomon, nigeriano, trentacinque anni

Padre assassinato da una gang di malfattori, nessun colpevole assicurato alla giustizia, fugge per evitare ritorsioni su moglie e figli. «Voglio riabbracciare i miei cari al più presto: voglio lavorare e non elemosinare. In Libia, giardiniere e addetto alle pulizie, ho racimolato i soldi per pagarmi il viaggio verso la libertà. Dopo sette ore di mare, una nave militare italiana…» 

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«Papà, aggredito e accoltellato, ci muore fra le braccia: gli assassini fuggono, la vita della mia famiglia cambia di colpo!». Non c’è tregua in certe zone della Nigeria, impera la legge del più forte, gang organizzate, e quella di balordi che di lavorare non vogliono saperne. Questa è la storia di Solomon, trentacinque anni, fisico da granatiere, uno che non si tira indietro di fronte a nulla. Di sani principi, non trascina giornate dall’alba al tramonto senza far niente. «Non chiederei mai l’elemosina – dice – non rientra nello schema educativo che mi hanno trasmesso mia madre e mio padre». Solomon, non una, ma due famiglie. Una patriarcale, con a capo il genitore, che si prenderà cura dei suoi figli fino a quando non gli viene inferto un colpo con una lama che lo strapperà per sempre all’amore dei figli; l’altra, la sua, moglie e quattro figli.

«Ho assistito mio padre – racconta – gravemente malato, come ho potuto, trascurando anche il mio lavoro di meccanico, riparavo moto; il mio genitore doveva essere seguito da mattina a sera, la malattia lo stava indebolendo, anche se riusciva a fare le cose più importanti in modo autonomo; avevo già perso mia madre per una malattia simile, una di quelle che dalle nostre parti sembrano incurabili e, invece, potrebbero essere debellate – esagero – con un’aspirina; è così che va dalle nostre parti, nonostante sia nato a Benin, una città, una capitale di uno Stato della Nigeria, Edo: non c’è assistenza sanitaria a sufficienza, così i casi estremi da malattie diventano numeri».

Famiglia numerosa. «Ho quattro fratelli, rimasti tutti a casa, papà aveva cura di noi tutti: non è che navigassimo nell’oro – altrimenti avremmo affrontato cure costose – ma vivevamo bene, per come può essere una vita serena dalle nostre parti; quando si è ammalato sono cominciati i problemi, lavoravo, ma dovevo stargli accanto, così trascuravo la mia attività di meccanico; poi il suo assassinio, gente senza scrupoli o qualcuno fuori controllo che sentenzia la tua condanna».

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Niente più genitori, resta la sua di famiglia. «Sono sposato – rivela Solomon – mia moglie e i miei quattro figli, due ragazzi e due ragazze, fra i quindici e i tre anni, sono rimasti a casa, a Benin: ci sentiamo quando è possibile, ogni volta è una forte emozione, sentirli tutti insieme è un’impresa: il costo di una telefonata è elevato, oggi non posso proprio permettermelo».

Motivo della fuga. «Le continue rappresaglie – spiega – fronteggiare gang prive di scrupoli e che agiscono con una polizia praticamente assente; reagiresti anche, ma poi rischieresti la tua vita e, soprattutto, quella dei tuoi cari; così sette mesi fa sono partito senza una precisa meta, l’obiettivo quello di provare a ricostruirmi altrove una vita decorosa e, appena possibile, tornare a casa, ma solo per riprendermi moglie e figli e portarli via con me»

L’arrivo in Libia. «In questo caso, posso ritenermi fortunato – osserva Solomon – non sono vittima di bande di sequestratori che ti prendono in ostaggio e ti svuotano le tasche, ti affidano a persone che ti danno lavoro e riscuotono i soldi al tuo posto; no, a me, nella sfortuna posso ritenermi fortunato: non mi tiro indietro quando c’è da prendere fra le mani attrezzi da lavoro; in Libia faccio di tutto: mi spendo nei campi, mi occupo di giardinaggio e pulizia; faccio di tutto per mettere da parte i soldi necessari per pagarmi il viaggio verso l’Europa; raggiungo una discreta somma e contatto, facendo molta attenzione agli interlocutori – le aggressioni sono all’ordine del giorno – qualcuno che mi metta su un gommone».
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Finalmente Solomon vede il mare, lacrime di gioia. «La vista di questa distesa azzurra – confessa – è il tuo senso di liberazione, pensi a quanto accaduto e cominci ad accarezzare un senso di riscatto e futuro insieme: quello che è stato, quello che potrebbe essere, con mia moglie e i miei figli».

Il trentacinquenne nigeriano è a un passo dal primo gradino verso il riscatto. «Arrivo in spiaggia, finalmente l’imbarcazione, un gommone che potrebbe ospitare trenta, quaranta persone: siamo invece in centocinquanta, ma anche qui fortunatamente non mi hanno truffato: mi hanno parlato di un viaggio verso l’Italia e così è fino a quel momento; salpiamo non senza difficoltà, spingiamo il gommone con l’acqua fino al petto e, infine, a bordo». Ci vuole poco a restituire sorriso e speranza a Solomon, saggio, maturo, un carattere plasmato con quanto visto nel suo Paese. Luck, fortuna, è una parola che a dispetto di quanto accadutogli, tira fuori alla prima occasione. Come è stato in Libia, così una volta imbarcato in quella “scatola di sardine”. «Fortuna, sì, dopo aver salpato ci troviamo in mare aperto, come se fosse una lotteria: cosa può accaderci? Solo sette ore di mare, quando una nave militare italiana ci avvista e ci viene incontro: sani e salvi, da due mesi sono in Italia, ospite di un Centro di accoglienza; voglio lavorare, studiare, frequentare uno di quei corsi di formazione, trovare una sistemazione, anche minima, per poter riabbracciare moglie e figli e ricominciare a vivere».

«Un futuro da chef…»

Kevin, nigeriano, diciannove anni, un sogno dopo tanta sofferenza

 «Ogni notte penso a quella divisa bianca sulla mia pelle nera: mi starebbe a pennello». Poi racconta la fuga. «Un’odissea, perseguitato da familiari, preso a bastonate, solo perché dicevano che avevo un’anima negativa». Infine la scelta. «Scappai dal mio villaggio, fui prigioniero quattro mesi a pane e acqua in Libia, infine il viaggio per l’Italia…» 

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«Problemi familiari, di quelli seri, perseguitato da una setta della quale facevano parte anche parenti, perseguitato, fatto oggetto di sortilegi e preso a bastonate!» . Kevin, nigeriano di diciannove anni, fede cristiana, da un paio di anni Italia, mostra una brutta cicatrice su un braccio. «Questo lo devo ai miei familiari che di colpo hanno cominciato a scagliarsi senza un motivo contro di me: non ne facciamo un mistero, vivevo in un villaggio, non in una cittadina, e lì vale la legge del più forte, ma anche una certa ignoranza; a noi giovani che leggiamo, usiamo internet, ci documentiamo, certe cose al giorno d’oggi fanno sorridere: intanto accadono, in certe persecuzioni finisce anche peggio, altro che cicatrice».

Kevin è in Italia da due anni, comprende l’italiano, studia. Oggi ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo insieme”. «Ho lasciato a malincuore – riprende – il mio Paese, salutato papà, mamma e una sorellina: sono stati loro stessi a spingermi a lasciare il villaggio, le cose si stavano mettendo male, mio padre assistendo continuamente a un inspiegabile accanimento nei miei confronti – secondo loro ero un’anima “negativa” – prima o poi si sarebbe compromesso, allora per evitare una conclusione più drammatica, ho preferito andare via, scappare – brutta parola – nonostante non avessi fatto niente».

Dice addio alla terra in cui era nato, Agbor. Questo il nome del suo villaggio. A voce non molto comprensibile, prende carta e penna e lo scrive. Stampatello, una calligrafia invidiabile. Si vede che ha studiato e questo è un altro elemento che proprio non gli va giù. «Pensavo di farmi strada e affrontare la vita dopo aver studiato a lungo: mi è stato impedito nel modo peggiore che potesse esistere, cacciato da gente che non sa neppure cosa sia un libro, figurarsi leggere, comprendere cosa sia la filosofia».

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APPENA DICIASSETTE ANNI…

A diciassette anni Kevin conosce il massimo dell’accanimento. «Non c’era giorno – ricorda – che a turno non venissero a cercarmi: mi circondavano, mi minacciavano prima a parole, poi passavano alle vie di fatto, spintoni, mi colpivano con pugni o qualsiasi altra cosa raccoglievano da terra, rami che usavano come una frusta, bastoni che usavano per infliggermi legnate: è in una di queste sciagurate spedizioni che mi picchiano per lasciarmi sanguinante, steso e raccolto nel mio dolore; dovevo andare via, lasciare la mia terra, quella piccola casa era diventata un presidio di “primo soccorso”, mia madre e mio padre i miei infermieri; così un brutto giorno mio padre mi prese in disparte, lontano da mia madre, per dirmi che era giunto il momento di mettermi in salvo, a lungo andare ci avrei lasciato la pelle: quel gesto e quelle parole mi fecero più male di cento bastonate, erano un segno di resa, ma alla fine era un consiglio a fin di bene… Lo capii dall’ultimo abbraccio, forte, dei “miei”, quando un giorno misi insieme poche cose e scappai».

Comincia l’odissea, una vita fatta solo di pericoli, mai un sorriso, un momento di felicità, come ora gli capita ogni tanto. «Essermi staccato dalla mia famiglia – osserva Kevin – mi ha lasciato una ferita profonda, è la sconfitta della fuga, come se il mio fosse stato un segno di debolezza: io avrei anche affrontato tanta violenza, ma non so cosa sarebbe rimasto di me; io stesso, a mia volta, fossi sopravvissuto a tanta furia, sarei potuto diventare più violento di loro».

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SOFFERENZA SU SOFFERENZA

La sofferenza di Kevin prosegue. «Dovevo arrivare in Libia – dice – e una volta arrivato lì, non mi va meglio, dei sette mesi circa passati in quel Paese, che vedevo come un punto di arrivo, almeno quattro li trascorro in una prigione e anche qui giù bastonate senza motivo; quando mi picchiavano pensavo sempre a quel giorno che tutta quella sofferenza sarebbe finita; la vita che ci racconta il Vangelo è fatta di dolore ma anche di gioia: io, il primo, il dolore, avevo imparato a conoscerlo, pensavo che prima o poi sarebbe arrivata anche la gioia, sotto forma di non so cosa, ma quella sarebbe arrivata anche per me…».

Non aveva soldi e per i suoi aguzzini, banditi armati di pistole e fucili, lui in qualche modo rappresentava un capitale. Braccia da lavoro, per qualcuno che pagasse il suo lavoro come fosse una cauzione. «Finalmente un signore si fece vivo – ricorda il diciannovenne nigeriano – fu garbato, ma anche molto chiaro: era disposto a pagare ai miei carcerieri il valore che questi avevano dato alla mia vita, mesi a pane e acqua; così fu: feci il muratore, le pulizie ovunque capitasse, mi impegnai nei campi; tre mesi, più o meno, bastarono quelli per “pagarmi” il viaggio verso l’Italia; la Libia, che in un primo momento poteva sembrare un Paese ospitale, tanto da darmi lavoro e una prospettiva, si rivelò una delusione: però quella prigionia stava finendo e questo era ciò che più di qualsiasi cosa contava».

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LAVAPIATTI, CAMERIERE, CUOCO E CHEF

Kevin è molto contenuto, non vuole andare incontro a una delusione. Il suo cuore, però, esplode di gioia quando vede il “suo” gommone, che condividerà con tanta altra gente in fuga dalla Libia. «Tanta fu la gioia che entrai in uno stato confusionale: se qualcuno mi chiedesse quanti eravamo a bordo e quanti giorni ho viaggiato su quella “bagnarola” non saprei dire, uno, forse due; lo stesso la nave che ci soccorse, forse italiana; non appena toccai terra tutto divenne più chiaro: ero arrivato a Catania, ero dunque in Sicilia, Italia; un bus accompagnò un po’ di noi, appena sbarcati, verso Taranto, quell’odissea era finita!».

Finito il dolore, Kevin sogna. «Sento spesso i miei genitori, ci sentiamo più o meno una volta a settimana: le loro voci e quelle della mia sorellina, per me, sono di grande conforto; non ho conosciuto la mia adolescenza, sono stato costretto a crescere, ma i sogni non me li toglie nessuno: un giorno vorrei diventare chef, compiendo il percorso netto, dunque stare in cucina, lavare i piatti, osservare come si preparano le pietanze, fare il cameriere e, infine, diventare uno chef, imparare a cucinare italiano e non solo; ogni notte penso a quella divisa bianca, candida, sulla mia pelle nera: chissà un giorno…».

«Il senso della vita»

Indogesit, nigeriano, trentotto anni

«Rapinato di continuo, un giorno ho denunciato i banditi: così è cominciato l’inferno. Minacciato, hanno cercato di uccidermi, vivo per miracolo; la fuga per evitare vendette contro mia figlia e i miei fratelli». L’aggressione, le gravi ferite, il lavoro, il viaggio, finalmente l’arrivo in Italia. «Da quel momento ho riassaporato la voglia di vivere».

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«Queste cicatrici sul petto, sono tagli provocati dal collo di una bottiglia di vetro usato contro me, come fosse un coltello!». Indogesit, trentotto anni, nigeriano, cristiano, si scopre. Mostra i segni di una violenta aggressione subita dopo aver denunciato alla polizia locale i rapinatori che avevano fatto irruzione nella sua piccola agenzia immobiliare. «Per questi delinquenti era diventata un’abitudine – ricorda – la mia piccola attività, per loro, era diventato un bancomat!». Non ce la fece più Indogesit, li aveva ancora visti in faccia, sempre gli stessi, non ci aveva pensato su due volte a denunciare l’ennesima rapina, anche l’ultima era stata una violenta aggressione. «Non fanno complimenti nel mio Paese – prosegue – vanno subito al sodo: “Fuori i soldi!”, ti urlano; non ti danno il tempo di replicare, ti colpiscono con qualsiasi cosa abbiano fra le mani, di solito il calcio di una pistola, l’arma che dalle mie parti i malviventi indossano come fosse un qualsiasi accessorio, una cintura, un orologio: la stessa cosa; e di solito non la portano per abbellimento o solo per mettere paura: la pistola la usano!».

Una rapina, la denuncia, l’aggressione. La fuga da Calabar, il villaggio nel quale Indogesit aveva vissuto fino a quei giorni, campando dei magri guadagni che quella sua piccola attività immobiliare produceva. «Non ce la facevo più – dice Indogesit – mi recai al primo posto di polizia, denunciai l’accaduto, vidi lo schedario e indicai le facce di quei rapinatori tornati in agenzia a svuotarmi le tasche; gli agenti li rintracciarono presto, li condussero in carcere».

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LA GIUSTIZIA, UN’IDEA ASTRATTA

Le cose da quelle parti, spesso non filano lisce. La giustizia, specie nei villaggi lontani dalle città, è un’idea astratta. E’, più o meno, un “tutti contro tutti”. Difficile distinguere i buoni dai cattivi, complicato fidarsi di un uomo in divisa piuttosto che di un avvocato. La corruzione è il pane quotidiano, a Calabar come nel resto della Nigeria. E se qualcuno non accetta soldi per tacere o voltarsi dall’altra parte, rischia la vita. E’ la storia di Indogesit, che poneva fiducia nella legge, ma che da quel momento entra in un incubo senza fine. «I rapinatori furono rimessi in libertà – ricorda con tutta la rabbia che ha in corpo – avevano soldi per pagare cauzione e avvocati; i legali facevano anche il lavoro sporco: venivano a trovarmi, mi minacciavano, secondo loro avrei dovuto rimangiarmi tutto quello che avevo detto circa la rapina: nemmeno per sogno!». Alla luce di quanto accaduto successivamente, mettendo a rischio la sua vita e quella dei suoi familiari, oggi Indogesit forse non lo rifarebbe. «A causa di quella denuncia – conferma – ho subito un’aggressione che mi stava costando la vita; quei delinquenti erano tornati per l’ultimo avvertimento: dalle minacce erano passati ai fatti, uno di loro perse le staffe, ruppe la prima bottiglia che gli capitò a tiro, impugnandone il collo come fosse un pugnale per scagliarsi contro me, il mio petto, con lo scopo di ammazzarmi; colpito ripetutamente caddi a terra, in fin di vita, loro fuggirono». Niente ospedale, non si sa mai. «Quelli non scherzavano, lo avevano già dimostrato: sarebbero venuti sicuramente a trovarmi, stavolta per chiudere definitivamente i conti; la paura aveva contagiato i miei familiari, non potevo più stare lì; strana la vita: ero la vittima, ma rappresentavo un grave pericolo per tutti!».

Indogesit non ha più i genitori, sono morti. Ha due fratelli più grandi e una sorella più piccola che oggi si prende cura di Ini, la sua figliola di dodici anni avuta da una compagna da cui oggi è separato. «Sento Ini – ci racconta, si emoziona – una, due volte a settimana: chiamo mia sorella, le chiedo come stanno, me la faccio passare per farle mille raccomandazioni; “Fai la brava, comportati cristianamente, ogni giorno leggi il vangelo….”, le dico».

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LA FUGA, UNICO RIMEDIO PER SALVARE LA FAMIGLIA

La fuga, nonostante le ferite. «Non potevo più stare lì, troppo pericoloso, per me e per gli altri; così fuggii per la Libia, con lo scopo di imbarcarmi per l’Italia o un altro Paese; la prima cosa da fare era allontanarmi dal pericolo, con quei pochi soldi che avevo messo in tasca per trovare un gommone in partenza da Tripoli». La sfortuna non era finita. «Appena messo piede in Libia – continua Indogesit – fui imprigionato, due mesi di stenti, il dolore delle ferite e del cuore, aver lasciato mia figlia e il resto della famiglia mi bruciava; avevo la mente confusa, ma ancora viva l’idea che avrei dovuto farcela: una volta fuori feci qualsiasi lavoro mi capitasse a tiro, pitturazioni, giardinaggio, ogni occasione era buona per mettere in tasca soldi che mi sarebbero serviti per pagarmi il viaggio su un gommone».

Dopo tanta sofferenza, uno spiraglio. «A Tripoli l’imbarco, a decine stretti gli uni agli altri, il mare aperto, immenso, la paura che la rotta appena presa da quell’imbarcazione non fosse quella giusta, viaggiavamo a vista, senza una meta precisa: le preghiere e il sogno che da qualche nave qualcuno ci avvistasse e venisse a salvarci». La sofferenza per Indogesit sta per finire. «Ore terrificanti – conclude – fino a quando una nave francese non ci avvicinò per issarci a bordo: quella poteva essere la svolta, doveva esserlo. Arrivammo sulla costa siciliana, fummo soccorsi; fui accompagnato in ospedale, affaticato, le ferite sul corpo andavano curate nel modo giusto; rimesso in piedi, un bus per Taranto: da quel momento la mia vita ha ricominciato ad avere un senso».

«La legge del più forte»

Benjamin, nigeriano, ventidue anni 

«Nel mio Paese, a volte c’è più rispetto dei soldi che non degli esseri umani. Trovi sempre qualcuno disposto a falsificare un documento. Alla morte di mio padre sono stato costretto a fuggire: fossi rimasto in Nigeria, ci avrei rimesso la pelle». Sogna un autolavaggio o un ristorante.

Storie 01 A

«Problemi familiari…». Quando i “problemi” hanno carattere per così dire familiare, di mezzo c’è sempre un interesse. Anche il più piccolo, nel più sperduto dei villaggi africani, diventa un caso ciclopico. Muore un genitore: i parenti più prossimi, a cominciare dai fratelli dello scomparso, secondo leggi non scritte – e se lo sono si manomettono con estrema facilità – diventano automaticamente i naturali eredi di qualsiasi cosa fino al giorno prima sia stata proprietà del defunto. Eredi, con le buone o con le cattive. Con le buone: la famiglia del morto accetta in modo indolore il passaggio di proprietà dei suoi averi e mantengono un tetto e un pasto al giorno, pagandolo con il lavoro; con le cattive: via da tutto e, al minimo colpo di testa, l’affronto verrà “lavato” col sangue.

Lo racconta Benjamin, nigeriano, ventidue anni, da un anno e cinque mesi lontano da casa. «Ho dovuto fuggire – racconta – altrimenti avrei fatto una brutta fine; dalle nostre parti, dove la legge è solo un’idea di giustizia e le aule di tribunale sono il circolo dove malfattori e avvocati si danno appuntamento, non esistono mezze misure: “non fai il bravo”, sei il problema, non si discute, si va alla radice; una pianta, un albero, li elimini in un colpo solo: una sciabolata o un proiettile».

Brutta storia quella di Benjamin. Stavolta in uno dei villaggi all’interno della Nigeria, non si tratta di una setta che pratica sortilegi, indirizza malefici, stermina lentamente una intera famiglia con un veleno. Tocca ai terreni, unico bene a vista che il papà di Benjamin vorrebbe lasciare ai suoi cari, una moglie e due figli. «E invece – spiega il giovane che trova la fuga come unica soluzione per salvare la pelle – i fratelli di papà hanno fatto ricorso alla falsificazione dei documenti, d’accordo con qualche compiacente rappresentante delle autorità, e ci hanno espropriato dei terreni».

Storie 06 A

NON URLARE «ALLA TRUFFA!», RISCHI LA VITA

In Italia si fa opposizione. «Anche da noi, ma quando urli ai quattro venti che è una truffa e provi a mettere un avvocato, devi anche sapere che da un momento all’altro puoi aspettarti di tutto: se trovi un legale passabile, ti dice di fare le valigie e di scappare, altrimenti sono guai; c’è da temere il tuo stesso avvocato nel frattempo corrotto o minacciato di morte dalla controparte, quella che ha già corrotto altra gente e falsificato i documenti». Non finisce qui, Benjamin si oppone, quella truffa così evidente proprio non gli va giù. «E qui salta tutto – ricorda – fino a quel momento avevo fatto più o meno “il bravo”, ma ad un certo punto cominciavo a dare fastidio, così minaccia e fuga da casa, con la benedizione della mamma e l’ultimo, veloce abbraccio alla mia sorellina; negli occhi la rabbia e la disperazione a causa del taglio netto con il mio passato, quello che resta della mia famiglia, dopo la morte di papà: ora ci sentiamo per telefono, brevi chiacchierate, le conversazioni costano, ma l’importante è sapere che stanno bene».

Nella sua mente riecheggiano parole e preghiere della mamma. «Figlio mio, salvati, corri, va via: è una battaglia persa in partenza, stai solo imparando a spese tue che qui vale la legge del più forte!». «Ho perso il mio lavoro in una stazione di servizio – ricorda – contribuivo a sfamare la mia famiglia; mi occupavo del lavaggio delle auto: non guadagnavo grandi cifre, ma con qualche piccola mancia, qualcosa riuscivo a portarla a casa; poi una malattia, uno di quei mali che sembrano passeggeri, il fisico di papà non reagisce, la salute comincia ad abbandonarlo e, alla fine, il capofamiglia chiude gli occhi per sempre; le sue ultime raccomandazioni: fare attenzione alle nostre cose, la casa, un fazzoletto di terreno; papà aveva previsto tutto, anche che alla sua morte i suoi fratelli avrebbero falsificato i documenti per entrare in possesso di quel poco che avevamo».

Storie 05 A

IN FUGA VERSO LA VITA

La fuga. «Prima il ferimento: da noi ci mettono un attimo a passare dalle parole ai fatti, nessuno vuole sentire ragioni; se ti opponi, come ho fatto io, rischi la vita: me la sono vista brutta, sono stato picchiato e ferito; in condizioni quasi disperate sono tornato a casa, non avrei resistito a una seconda spedizione punitiva».

Non appena è stato un po’ meglio, Benjamin ha fatto quella sua “valigia”. Un sacchetto nel quale mettere un pantalone, una maglietta, del cibo e un po’ d’acqua. «Sono stato in Niger, poi in Libia, appena tre settimane, il tempo per organizzare la traversata in mare; altro problema: non avevo molti soldi, in quei pochi giorni ho arrotondato quella somma lavorando, tanto per cambiare, in un autolavaggio».

Deve essere un professionista della spugna e del sapone, Benjamin, se uno dei suoi desideri è quello di lavorare in una stazione di servizio. «In un autolavaggio, oppure cameriere in un ristorante: saprei fare bene uno e l’altro, non parlo in modo fluente l’italiano, ma in buona parte lo capisco, devo solo perfezionarmi, imparare a scriverlo, quella è una impresa, ma ci provo».

Impresa, viaggio dalla Libia all’Italia. «Messi insieme un po’ di soldi, mi sono imbarcato con decine di miei connazionali; undici ore in mare aperto, poi una nave mercantile ci ha issati a bordo; arrivati a Palermo siamo stati rifocillati, messi su un bus, destinazione Taranto».

«Voglio fare il vigile!»

Mike, nigeriano, trent’anni

Padre e fratello trucidati. Fuggito dal suo Paese, il suo destino era segnato. «Non c’è considerazione per chi chiede rispetto, ho lasciato mamma e sorella più giovane, quanto è rimasto della mia famiglia». Ha un sogno: fare il poliziotto locale, ha subito il fascino della divisa.  

«Vorrei fare il vigile urbano!». Così, secco, Mike, risponde alla domanda sul sogno nel cassetto. Nessuno mai, prima di questo ragazzone nigeriano di trent’anni, aveva espresso un desiderio così singolare. Ora, nella sua Nigeria, il vigile è anche poliziotto, non solo un uomo in divisa assegnato alla direzione del traffico o impegnato a far rispettare il codice della strada a pedoni e automobilisti. «Il vigile!», ripete, anche stavolta deciso. «Girando in città ho visto agenti di Polizia locale indossare con eleganza la divisa, pensavo fossero militari, mi è stato spiegato invece che è un po’ come se lo fossero, ma il loro lavoro in particolare consiste nel presenziare vie e strade dove si registra una più alta concentrazione di auto, moto e passeggio, penso alle strade del centro cittadino».

Storie 03

Per essere da sei mesi in Italia, ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme”, Mike comprende buona parte delle domande in italiano. Nei punti critici della chiacchierata, a tradurre ci pensa Allahssane junior, operatore della stessa cooperativa sociale. Sull’attività di “vigile urbano”, il giovane nigeriano, conferma di avere le idee chiare. «Fascino della divisa – osserva – il rispetto che hanno da parte dei cittadini, la disponibilità, il sorriso con cui danno indicazioni a chiunque chieda informazioni, che questo sia bianco, nero o giallo». E’ una cosa rimasta impressa a Mike, che un giorno si è rivolto a un agente di polizia locale per chiedere quale strada avesse dovuto fare per tornare dalla non molto lontana via D’Aquino alla sede di via Cavallotti.«Ancora non indossavano la divisa bianca, estiva mi dicono, come in questi giorni – ricorda – aspettai qualche istante, il tempo che facessero scorrere il traffico, e mi dettero con la massima calma tutte le indicazioni per tornare nel mio Centro di accoglienza». Tocchiamo un tasto. Avesse pelle bianca, Mike arrossirebbe, ma la sensazione è quella giusta, viso e occhi non tradiscono. Con la divisa cerca quel rispetto che a casa sua non ha mai avuto. «E’ la cosa che più ci manca – ammette – e cerchiamo dall’età della ragione; non è giusto che un tuo simile si serva della forza, di un coltello di una pistola per avere ragione di te: sono cristiano, siamo tutti fratelli, abbiamo gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti; invece, fin da ragazzo ho dovuto fare i conti con la violenza e l’ingiustizia; se una divisa invita al rispetto, non c’è niente di male, forse è la strada giusta per recuperare un mio diritto».

Violenza e ingiustizia. «Imparate a spese mie – osserva, facendosi serio di colpo – in una inspiegabile guerra civile, non tanto per una lotta sui diritti, bensì sul potere, ho perso mio padre e mio fratello: assassinati a bruciapelo; a me sarebbe toccato lo stesso trattamento se non fossi riuscito a fuggire: restare davanti a quello che di fatto era un plotone di esecuzione, sarebbe stata la cosa più sciocca che avrei potuto fare; ricordo le urla di amici e mamma, “Scappa, Mike! Fuggi finché sei in tempo!”. Presi una direzione, non ricordo quale, e cominciai a scappare fin quando mi finì il fiato: non c’era più luce in cielo quando fermai la mia corsa; mentre correvo e acceleravo avevo negli occhi i volti ora sorridenti e spenti, di mio padre e mio fratello: quando eravamo felici, fra le nostre piccole cose, e come invece li avevo visti l’ultima volta, a terra, privi di vita con il viso coperto da sangue e polvere!».

Storie 02

Adesso Mike sente mamma e sorella, più giovane di lui. «Telefonate brevi – puntualizza – più lunghe costerebbero una fortuna, ma al momento me le faccio bastare: ci sentiamo, ci chiediamo “Come stai? Stai bene?” e una volta incassato il “Sì!” ci salutiamo, fine delle conversazioni».

Cosa faceva Mike a casa sua. «Studiavo, papà con mille sacrifici voleva che studiassi e diventassi un intellettuale, uno che non facesse la sua stessa vita nei campi, che però amavo frequentare con lui nel fine settimana, non appena lo studio delle scienze (un po’ come il nostro liceo, ndr) che svolgevo nella scuola secondaria me lo consentiva; andavo con lui, raccoglievo gli ortaggi che papà avrebbe poi rivenduto». Vigile urbano, ma in alternativa gli piacerebbe svolgere un altro lavoro. «Lavorare al mercato – dice fiero – ho una certa conoscenza di frutta e ortaggi, so distinguerne la bontà e, penso, di avere una certa pratica nella vendita, altro insegnamento che mio padre mi ha lasciato in eredità».

Cosa fa Mike, qui. «Ho frequentato il corso di alfabetizzazione curato da “Costruiamo Insieme”: adesso sono pronto a tornare fra i banchi a studiare materie a me non del tutto estranee, ma l’approccio con i libri sarà sicuramente diverso, già lo so… è il primo passo per l’integrazione, voglio frequentare la scuola di formazione e imparare a fare il meccanico, altra mia passione: quando pensiamo all’Italia nel nostro Paese spesso pensiamo alla Ferrari, sogniamo un giorno di vederne sfrecciare una sotto il nostro naso: non di salirci a bordo, vederla solamente, magari farci una foto…».
Storie 06

Il viaggio di Mike dopo quella fuga senza più fiato. «Arrivato in Libia, fortunato nell’avere incontrato gente a modo che mi ha fatto fare lavori di muratura, pulizia e giardinaggio per farmi guadagnare un po’ di soldi per pagare il viaggio per la libertà. Dopo tre mesi di sacrifici, anche saltando il pasto, i soldi giusti per imbarcarmi su un gommone: eravamo in centocinquanta, destinazione Sicilia; ci siamo arrivati su una nave militare italiana, il Cielo la benedica, dopo dodici ore di mare aperto senza più vedere all’orizzonte la Libia e l’Italia. Sbarcati in Sicilia, l’ultimo tratto in bus per Taranto; ora sto provando a ridisegnare il mio futuro: vigile, meccanico, uomo di fatica ai mercati generali, fruttivendolo, qualsiasi cosa possa fare è sicuramente meglio in confronto a botte, coltellate e fucilate. Cerco quel rispetto, anche minimo, che mi ha negato con dolore e sangue il mio Paese!».