«Cominciamo da lui!»

Ouattara, ivoriano, racconta una violenza inaudita

Un amico freddato con un colpo di pistola. «E’ accaduto in Libia, una banda di malfattori priva di scrupoli. Agivano spesso con il volto coperto. Volevano i nostri soldi, quando un giorno Ali, provò a far capire che non ne avevamo. Uno di questi non ci pensò due volte, voleva dare un esempio a noi altri e sparò a bruciapelo…».

«Non avete soldi? Peggio per voi, cominciamo da lui!». Un colpo in pieno petto e per Ali, giovane maliano con tanti sogni nella testa e nel cuore, non c’è più niente da fare. Un giovanotto, incappucciato e mosso da una inaudita violenza, spacca in due il cuore di quel ragazzo che stava provando a mettere insieme soldi che gli permettessero di pagarsi il viaggio della speranza. Sembra una scena sbucata da un film di Quentin Tarantino, protagonisti killer che sparano a bruciapelo come fossero a un tiro a segno del luna-park. Ce lo racconta il ventiseienne Ouattarà, pronuncia alla francese, con tanto di accento finale, lui che è cittadino della Costa d’Avorio, dove si parla la lingua transalpina e da dove lui, come tanti suoi connazionali, scappano per cercare un futuro migliore. «Lavoravamo in Libia, una società di costruzioni, e ogni settimana, più o meno – racconta – subivamo una rapina: non facevamo in tempo a tirare un sospiro di sollievo per aver messo un altro mattoncino nel costruirci il nostro sogno, che nell’abitazione nella quale io e altri colleghi, muratori come me abitavamo, che la solita banda di malviventi penetrava con volto coperto e pistole in pugno per chiederci il danaro che avevamo appena riscosso per il nostro lavoro».

Storie di inaudita violenza, si diceva. «La sera – ricorda il giovane ivoriano – prima di addormentarci sfiniti dalla fatica, a turno ci raccontavamo i nostri sogni, non sempre finivamo di parlarne, c’era sempre chi si addormentava prima del finale». Quando un brutto giorno, un brusco risveglio. «Malviventi, pistola in pugno, ci intimano di consegnare loro i nostri risparmi: una volta mi era anche capitato di sentire il freddo di una canna di pistola puntata alla tempia: gente che faceva seriamente, tanto che non fecero sconti al povero Ali, freddato con un colpo solo; potevo essere io, la vittima, una roulette mortale degna del “Cacciatore” di Cimino».

FUGA DALLA “COSTA”…

La storia di Ouattarà, comincia dalla prima fuga. «Costa d’Avorio, conflitto civile, non sai se torni a casa: si spara ovunque, per le strade, nelle attività commerciali, nei bar, in atto c’è una vera e propria guerra xenofoba; secondo il governo doveva passare l’idea di “ivorianità”, l’appartenenza allo Stato e ad un’idea di razza eletta; per le milizie qualsiasi cosa rappresentava un buon motivo per picchiare, sparare: così, io e alcuni miei amici decidemmo di fuggire».

Una fuga a malincuore. «A casa, mamma, non ce la faceva più a mantenermi, a sfamarmi e farmi studiare, così sono andato via. Ricordo l’attività, un negozietto di abbigliamento nel quale a malapena la mamma guadagnava quel poco che serviva per mangiare».

Il negozietto affascina Ouattarà, tanto che esprime un desiderio. «Uno di quelli grandi – sorride – qui, in Italia, capitale della moda, mi piacerebbe fare il commesso in un grande negozio di abbigliamento, uno di quelli che si vedono al cinema: ecco, il sogno sarebbe un selfie fra banconi e scaffali da mandare a mamma, come se avessi realizzato un sogno; mi è capitato spesso di sfogliare vecchi giornali, leggevo di Parigi e Milano, di via Montenapoleone, bello se un giorno lavorassi in uno di quegli atelier…».

«Milano e Parigi, c’è un perché – spiega il giovane ivoriano – lì risiedono già miei amici: non vado lì per fare lo stilista, ma trovare un posto per fare il commesso, se poi mi capitasse di farlo in via Montenapoleone e, per giunta, in uno di quei negozi esclusivi, farei salti di gioia».

MILANO, FORSE PARIGI…

Milano, forse Parigi. «Ho un cognato in Francia; mia sorella, più grande, trentuno anni, aspetta momento e denaro sufficiente per raggiungerlo: non è facile, sarebbe però l’occasione per ricongiungerci, riabbracciarci, stare insieme qualche giorno nella massima serenità e provare a dimenticarci miserie e tragedie non solo di un Paese, ma di un intero continente».

Il viaggio di Ouattarà verso la libertà. «Partito da casa con pochi spiccioli – ricorda – arrivo in Mali, i soldi finiscono presto; il viaggio prosegue con un signore: “Mi pagherai con il lavoro, sai fare il muratore?”, è la fame a spingermi a imparare in fretta; una settimana di lavoro, poi resto con il mio benefattore per mettere insieme altri soldi: trovo casa, divido l’affitto con altri ragazzi in cerca della stessa libertà, subisco con loro mediamente una rapina a settimana; ogni volta mi tocca ricominciare, tanto che per mettere insieme i soldi necessari per pagarmi il viaggio ci ho messo tredici mesi; alla fine, però, sono arrivato in Italia, a Tarano: voglio imparare la vostra lingua, mi dicono che sto compiendo passi da gigante, così spero di partire e raggiungere finalmente i miei amici a Milano e, perché no, mia sorella e mio cognato a Parigi».

«Il Signore ti benedica!»

Samuel, nigeriano, racconta la sua fuga

«Ero in mezzo a un conflitto, dovevo scappare. Costruivo infissi, poi ho fatto l’imbianchino; qui mi sono prima inventato un lavoro, poi ho accettato di lavorare nei campi e in uno stabilimento, con regolare contratto: ma l’estate è finita in fretta…»

«Si è fatto tardi, ho perso il bus, a casa torno a piedi». Samuel non abita in città, anche se Taranto la conosce – parole sue – come le sue tasche. Vive a Massafra, una casetta condivisa con un suo connazionale, nigeriano come lui. Dunque, Taranto-Massafra dopo le 21.00, a piedi. «Non sarai mica matto?», gli diciamo. «Domani mattina sveglia alle cinque, deve passare un bus a prendermi per andare a lavorare nei campi, perdere una giornata di lavoro è un lusso che non posso permettermi!». Ma nemmeno a parlarne, lo accompagniamo noi. Sulle prime rifiuta. «No, tutta quella strada per me, torno a piedi, magari trovo qualcuno che mi dia un passaggio». Gli diamo del “matto” una seconda volta. «Samuel, non suoni come un’offesa,  ma sulla strada per Massafra l’illuminazione è scarsa, su questo tratto sono successi incidenti in cui qualcuno ci ha rimesso le “penne” – comprendi “penne”? – e poi, non te la prendere: sei nero, indossi un giubbottino nero, il jeans dello stesso colore, ma quando ti vede un automobilista che transita magari a velocità spedita?».

Il ragionamento deve averlo convinto, se dopo qualche istante, prima sistema meglio sulla punta del naso il suo paio di occhiali stile-intellettuale, poi ringrazia a mani giunte. «Che il Signore ti benedica!», dice. In auto racconta la sua storia. In una mano il cellulare, l’altra gli serve per digitare. Consulta il dizionario di italiano. Da quando è in Italia, per lui è full-immersion. «Sto imparando l’italiano di corsa – spiega Samuel – voglio mostrare subito progressi e far capire alla gente che guarda al mio colore di pelle con sospetto, che non sto qui per farmi assistere, bensì per trovare un lavoro – anche se piccolo, sudato, purché soddisfacente – e rendermi utile al Paese che mi ospita: io già mi sento italiano!».

NIGERIA, MILITARI PERICOLOSI

Allude al trattamento, una volta sbarcato e ospitato in un Centro di accoglienza. «Nel mio Paese, la Nigeria – dice – era in corso un conflitto etnico, esisteva il rischio concreto che potessi rimetterci – come dici tu – le “penne”: una situazione non solo insostenibile, ma pericolosa, non sapevi mai con chi avessi a che fare; ogni giorno cambiava lo scenario, tutto dipendeva dalla politica che in quel momento aveva la meglio e i militari si schieravano ora con i più violenti, ora con i più moderati, così sono fuggito…».

Cosa faceva Samuel nella sua Nigeria. «Paese in via di sviluppo – ricorda – si costruivano case, interi quartieri, c’era bisogno di mano d’opera e io lavoravo in una fabbrica di infissi: porte e finestre erano il mio forte; lo stesso impegno l’ho messo quando sono andato in Libia: dovevo guadagnare soldi necessari per pagare il viaggio, attraversare il Mediterraneo e arrivare in Europa. Anche lì, Paese già in pieno sviluppo, occorrevano braccia per lavorare nelle costruzioni: utile la mia esperienza negli infissi, ma anche nella pitturazione».

Mano al dizionario digitale. Clicca una parola, poi un’altra. Parla di “imbiancare”, “tinteggiare”. «Voglio imparare l’italiano: è molto complicato, c’è sempre una parola migliore dell’altra per far capire cosa intendi, così dopo aver lavorato consulto il dizionario che ho sul cellulare; memorizzo una parola e quando posso digito “translation”…».

In Italia ancora infissi? «Qui ho dovuto imparare altro – anche se non c’era tanto da imparare, se non mettere a disposizione la forza delle braccia – a lavorare nei campi, cosa che faccio con regolare contratto per i due mesi estivi, oppure a sorvegliare uno stabilimento perché di notte non si portassero via ombrelloni e lettini…».

In prossimità di Massafra, Samuel racconta un altro risvolto della sua storia italiana. «Appena arrivato in Italia mi sono recato in Prefettura – spiega – per capire quali passi dovessi fare per trovare lavoro, avere una licenza, un permesso perché non mi facesse sentire un “fuorilegge”; non sapevano come spiegarsi, alla fine un signore che stava all’ingresso, mi disse di seguirlo, mi spiegò che strada fare: mi trovai dritto alla “Caritas”, ma non era al pranzo o alla cena che ambivo, volevo trovare un lavoro vero!».

M’INVENTO UN LAVORO

Alla fine, Samuel? «Me ne sono inventato uno: con il poco denaro che mi era rimasto comprai due secchi e due scope: venti euro; due pettorine, dieci euro, e la stampa della scritta “Servizio Volontario”, altri sette euro».

«Per tre mesi ho scopato marciapiedi, strade, qualsiasi angolo di Taranto: qualcuno si complimentava, altri pensavano stessi lì per conto del Servizio civile, così mi obbligavano a fare le cose per bene, quasi si arrabbiavano…». Ride Samuel, quasi avesse capito di pasta siano fatti alcuni tarantini, pochi per fortuna.

Per quanto il “servizio volontario”? «Tre mesi, non avevo più soldi, così mi sono messo in giro a cercare un lavoro retribuito, qualsiasi cosa fosse. Dunque: Marina di Lizzano,  spazzavo la spiaggia con una ruspa e durante la notte sorvegliavo l’intero lido perché qualcuno non rubasse ombrelloni, sdraio e lettini: trenta euro al giorno, la colazione e i complimenti da parte del mio titolare per il mio impegno; mi sentivo importante, ma la stagione è finita in fretta».

Così Samuel si è rimesso sul mercato, ha trovato un lavoro nei campi. Mostra il suo contratto appena firmato. «E’ una grande vittoria, spero duri il più a lungo possibile, per il resto mi sono fatto un po’ di amici, a questi ho detto cosa ho fatto e so fare, adesso aspetto che qualcuno mi chiami: voglio restare in Italia!». Esce dall’auto, mani giunte. «Grazie, il Signore ti benedica». Come se avessimo fatto una traversata a nuoto con lui sulle spalle. Non è un matto da legare, Samuel, è una grande risorsa. Come amico e come lavoratore.

«Per favore…»

Awal, dal Benin con affetto

«Cercavo rispetto, l’ho trovato in Italia. L’altra espressione, quando è sincera, è “fratello”, mi viene da piangere per l’emozione. Ho lasciato mamma e due sorelle, mio fratello è commerciante in Algeria. In novantadue su una imbarcazione, dopo dieci ore di mare, una nave militare italiana…»

«“Per favore…”, è la frase più bella, dopo l’aver sentito un uomo di pelle bianca chiamarmi “fratello”: e non per scherzare o prendermi un po’ in giro come fa qualcuno pensando di farti sorridere; “Per favore…”, anche sul posto di lavoro – nonostante  una cosa sia dovuta, ti compete – c’è il collega che ti chiede se puoi farlo, “Per favore…”».

Meno di trent’anni, beninese, un sorriso contagioso unito a un sospiro di sollievo, Awal non ama tanto raccontarsi, ma comprende che la sua storia, forse simile a tante altre, può essere d’esempio. Per molti italiani, ma anche per molti suoi “fratelli”, venuti in Italia o, comunque, in Europa per cominciare una nuova vita, posto che quella precedente, dalla quale sono fuggiti, fosse degna di essere chiamata vita.

Di cose Awal ne ha da raccontare. Come la fuga del suo Paese dove un conflitto tira l’altro. «Convivi con le urla, colpi di pistola o fucile e bombe, e non sai mai chi ha sparato e chi ha fatto saltare per aria qualcuno o qualcosa: come se camminassi su un campo minato». Brutta sensazione. «Ti svegli al mattino – racconta – ammesso che abbia dormito la notte, perché certi armati fino ai denti, con le armi in pugno possono entrarti in casa, minacciarti, svuotarti le tasche, picchiarti e farsi consegnare del denaro: dormi, dunque, con un occhio aperto, mai tre, quattro ore di sonno di seguito… Ti svegli, dicevo, esci di casa e non sai mai se farai ritorno, perché può succederti di tutto e la sensazione è una brutta sensazione: puoi essere centrato da un proiettile vagante, un colpo di fucile di rimbalzo, mettere un piede su una bomba inesplosa e saltare per aria».

Convivere con il terrore deve essere terribile. «Non sei più tu, pensi di essere un essere – non c’è altra definizione – che può essere cancellato da un momento all’altro, ecco perché la fuga dal Benin, quando mi è toccato prender una decisione dolorosa e andare via: non è stato facile comunicarlo a mia madre e alla mie due sorelle, un fratello che raggiungerò più avanti, è già andato via di casa, ha una piccola attività in Algeria».

Dolorosa, forse anche più. «Quando ad una famiglia viene a mancare l’uomo e cioè, mio padre non c’è più, mio fratello è stato il primo dei figli ad andare via, e io sto per seguire il suo esempio, crolla il mondo addosso: tre donne sole, indifese – anche  se c’è la vicinanza dei familiari – è qualcosa che non auguro a nessuno, nemmeno al mio peggior nemico, e di nemici, nel tempo, io come molti amici, ne abbiamo avuti».

Awal parla del suo Benin, della sua fuga, d’un tratto si fa serio, perde quel sorriso. «Non conosco gente – spiega – nel mio Paese come ovunque, in Africa, che scappi dalla propria terra perché sta bene: questo vorrei che la gente comprendesse, se andiamo via c’è un motivo. E forse anche più di uno: viviamo male,  c’è chi ha forza e coraggio, come me, e allora prende quella poca roba della quale dispone ancora e va via; altri, loro malgrado, restano, perché hanno paura e non sanno cosa possa riservargli una fuga: sulla strada della fuga puoi trovare qualsiasi imprevisto, mai qualcosa di buono, sempre brutte sorprese: bande di malviventi, milizie, militari, tanto che per bene che ti vada ti mettono sotto sequestro: ti obbligano a telefonare ai tuoi familiari per farti mandare soldi per pagarti il riscatto».

La fuga, il lavoro. «In Algeria ho lavorato un po’ di mesi con mio fratello: potevo restarmene con lui, l’ospitalità è sacra, ma io volevo l’Africa volevo lasciarla: quando mi sono fatto coraggio e ho preso la decisione più importante della mia vita, cioè fuggire, mi sono posto quale unico obiettivo lasciare il mio Continente».

«Con mio fratello ho lavorato il necessario per mettere insieme un po’ di soldi per pagarmi il viaggio. Lui ha un commercio di abbigliamento, fa tutto lui: fa il sarto, confeziona abiti, li vende; non è proprio come in Europa, dove ognuno fa il suo, la fabbrica confeziona e il commerciante vende: da noi improvvisiamo in tutto».

Novantadue imbarcati. E’ strano, secondo qualcuno, come i ragazzi ricordino perfettamente il numero di passeggeri che prendono posto su una imbarcazione. Esiste una spiegazione. «Uno, due giorni prima, dicono che tocca a te: tu arrivi lì e ti fanno segno che puoi accomodarti: cammini su un pontile stretto, sotto gli occhi di tutti e lì, l’uomo che sarà alla guida dell’imbarcazione, comincia a contare: uno, due, tre e via di questo passo: novantadue imbarcati; dodici ore di mare e, fortuna delle fortune, intercettiamo una nave militare italiana che ci accompagna ad Agrigento; quattro giorni in Sicilia, poi il trasferimento a Taranto in un Centro di accoglienza, che non era ancora “Costruiamo Insieme”. Nel frattempo ho studiato e conseguito il mio titolo di studio: oggi ho da dormire, mangiare, un mio lavoro, risparmi, una vita sociale, credo che tutto questo possa considerarlo un buon inizio, ho realizzato buona parte dei miei sogni: se ci saprò fare non potrò che essere più felice».

«Pugni a colazione»

Wahab, nigeriano, fuga da villaggio e sortilegi

«Avrebbero voluto facessi l’esorcista, mi rifiutai. In Libia, prigioniero per cinque mesi, botte all’alba e all’imbrunire. Poi un’altra fuga, un lavoretto, i soldi per imbarcarmi. In centoventotto su un gommone, arrivammo a Catania, poi a Taranto: fine dell’incubo»

«Pugni e calci, mattina e sera, per cinque mesi di seguito». Wahab, nigeriano di ventiquattro anni, cristiano, spiega la sua odissea in Libia. «Ero arrivato lì con buoni propositi, la voglia di lavorare e mettere da parte quel denaro che mi permettesse di staccare il biglietto per un nuovo mondo». Una nuova vita è l’obiettivo di Wahab, quello che ha passato ad Auchi, il suo villaggio, non lo augura a nessuno. «Più grande di cinque fratelli, morto mio padre per un male che nessuno ha mai capito in realtà cosa fosse, secondo tradizione del villaggio sarebbe toccato a me il suo “lavoro” di stregone: fino a qualche tempo prima era stato mio padre a preparare misture e sortilegi di qualsiasi tipo, così per successione avrei dovuto essere io ad occuparmi di qualsiasi richiesta da parte della mia gente».

Invece, nemmeno a parlarne. «Sono cristiano praticante, mi reco in chiesa a pregare almeno una volta a settimana, faccio il possibile per farlo ogni domenica, come vuole nostro Signore: come faccio a fare lo stregone? Sono vecchie tradizioni, ormai superate che insistono solo nei villaggi dove i mezzi di comunicazione scarseggiano; ci fossero tv e internet, sarebbe diverso, le nuove generazioni avrebbero spiegato a genitori e nonni che la vita non la cambiano erbe e infusi, ma lo studio».

«STREGONE? MAI!»

Ecco, lo studio. «Anche questo ha avuto un peso importante sulla mia scelta, il rifiuto di fare lo “stregone”: ho conseguito un titolo di studio al Politecnico, qualcosa che in realtà non so a cosa corrisponda rispetto ai gradi di istruzione in Italia; dunque, ho studiato, a scuola si dibatteva ogni giorno su quanto fossero primitivi i sortilegi: una “maledizione” a parole o con misture strane non può cambiare il senso di una vita».

Mettiamo alla prova il nostro amico Wahab. Una preghiera può cambiarlo? «Certamente sì, rivolgersi in preghiera al Signore, amare il prossimo aiuta a far bene e a stare bene: l’ho imparato sulla mia pelle, nei momenti di sconforto mi sono sempre rivolto a lui, al Signore, ed ho sempre avuto risposte incoraggianti; ero stato catturato in Libia da militari, comunque gente che indossava una divisa e impugnava armi, per essere gettato in un capannone insieme a miei connazionali e compagni di pelle che, come me, avevano un sogno: la libertà e un futuro dignitoso».

Quei “militari” e le richieste, insistevano sempre su un solo tasto: il denaro. «Non lavorando non avevo di che pagare la mia libertà, avrebbero voluto mi mettessi in contatto con i miei familiari in Nigeria, ma già loro vivevano in una situazione di profondo disagio; dunque, cinque mesi di pane e acqua, quando possibile, e botte: calci e pugni, come fossero colazione e cena. Picchiavano duro, smettevano solo quando ti provocavano ferite, ti usciva del sangue: vivevo un incubo, altro che sogno!». Non sapeva, Wahabi, quando quella tortura continua sarebbe finita. «I giorni erano tutti uguali, sveglia alle prime luci del mattino con calci e pugni, stesso trattamento all’imbrunire: in mezzo, il consiglio di trovare un modo di metterci in contatto con parenti o amici che avrebbero avuto a cuore la nostra vita, e io a spiegare ai miei carcerieri che venivo da un villaggio dove si sopravviveva a stento; niente: calci e pugni e, ancora, pugni e calci».

ANCORA UNA FUGA, UN GOMMONE

Poi un bel giorno, impossibile definire diversamente quella seconda fuga, il giovane studente nigeriano con in testa il sogno della libertà, scappa. «Riuscii ad eludere la sorveglianza, rischiai grosso – o forse i militari si disinteressarono volutamente di me, non so, magari diventavo una bocca in meno da sfamare – ma gambe in spalla, mi detti alla fuga, una corsa senza fine, fino a che avevo fiato: la paura di tornare fra le mani di quegli aguzzini era tanta, simile alla cattiveria e alle minacce che mi avevano costretto a lasciare il mio villaggio».

Un raggio di luce. «Non mi sono mai scoraggiato, ho sempre pregato il Signore, perché potesse indicarmi la strada: durante la mia fuga mi proponevo per fare pulizie, lustrare a modo case e locali di commercianti del luogo; uno di questi mi prese a benvolere, mi volle a fare le pulizie nella sua macelleria: guadagnavo e mettevo soldi da parte, spendevo lo stretto necessario per mangiare, fino a quando non raggiunsi la somma di duemila dinari, qualcosa vicino ai mille euro».

Una imbarcazione e via, l’ultima fuga verso la libertà. «Eravamo in centoventotto, stretti in una imbarcazione di fortuna, avevamo appena guadagnato il mare aperto quando ci venne incontro una nave, l’equipaggio ci tese una mano, ci fece salire a bordo. Arrivammo a Catania, poi un bus ci accompagnò a Taranto, fine della sofferenza».

Preghiera e sogno. «Studiare, imparare bene l’italiano e lavorare, per mettere da parte un po’ di denaro e mandare soldi a casa, perché mamma e i miei fratelli patiscano meno i morsi della fame: per chi, come me, ha vissuto alla giornata e conosciuto il dolore, sono le piccole cose della vita ti aiutano a vivere».

«Fine di un incubo»

Demba, senegalese, fuga dalla povertà

«Quattro giorni in alto mare, motore fuori uso, onde come grattacieli. Avevo maturato l’idea di andare via da casa già qualche anno fa. Mio padre non ha mai condiviso la scelta. Ho lasciato due fratelli e due sorelline, che aiuto con il mio lavoro. Tre mesi di prigionia, tre come giardiniere. Salvi grazie alla marina italiana»

Settanta su un gommone, onde alte come grattacieli, il motore prima perde giri, poi abbandona del tutto passeggeri e conducente dell’imbarcazione di fortuna. «Il più preoccupato, alla fine, era quest’ultimo – racconta Demba, senegalese, musulmano, ventitré anni – oltre alla paura che stava contagiando tutti, l’uomo che conduceva quel gommone sentiva la responsabilità di non aver portato a compimento la sua missione: lasciarci, cioè, in prossimità di un porto sicuro, possibilmente l’Italia».

E’ stato un viaggio lungo e faticoso, racconta Demba. «A casa, in particolare papà, non vedevano di buon occhio che andassi via: all’apparenza il mio Senegal stava vivendo un momento di ripresa economica, in realtà l’impressione che stavo ricavando era che stessero aumentando i poveri e che, prima o poi, le fasce più deboli avrebbero risentito di una crisi ancora più grave di quella che mi stava spingendo ad andare lontano da lì».

Uno dei maggiori ostacoli, il papà. «Lui non voleva che andassi via – spiega – il principio era che le cose andavano aggiustandosi e dove ci fosse stato da mangiare per sei, ci sarebbe stato da mangiare anche per sette: ho due sorelle e due fratelli, solo uno di questi più grande di me, oltre mamma e papà, ma quella vita fatta di stenti senza una vera prospettiva non faceva più per me: papà insistette con le buone, cercò di farmi ragionare; il suo punto di vista non faceva una grinza, ma l’idea di lasciare a malincuore – non è bello gettarsi alle spalle le proprie radici – il mio Paese, l’avevo maturata già tempo prima: volevo compiere un’impresa, qualcosa della quale tutti andassero fieri di me; papà non l’aveva presa bene».

LAVORARE, IL MIO PRIMO SOGNO

Il normale che diventa speciale. «Volevo trovare un lavoro – racconta Demba – che mi facesse stare bene, non solo dal punto di vista economico, ma da quello psicologico». Questo aspetto, quello psicologico, è un viaggio mentale che accompagna il ventitreenne senegalese. «Quando ero a casa pensavo all’Italia; in viaggio quel grave contrattempo occorso alla nostra imbarcazione – eravamo in settanta – mi aveva sconvolto, come al resto dei passeggeri: ci sembrava non ci fosse più una via di scampo, non ci restava che pregare; infine il lavoro, trovato grazie a “Costruiamo Insieme”: da assistito ad assistente, la mia vita stava imboccando la strada giusta».

Non ci piace mettere il dito nella piaga, ma la vicenda del viaggio manca di dettagli. «Quattro lunghi giorni non sono dettagli: possono sembrare a chi quella storia la racconto in pochi minuti; provo a fare un viaggio a ritroso: soffro il mal di mare, al solo pensiero lo stomaco comincia a brontolare, a salirmi in gola: ripenso a quei giorni in mare aperto; le onde erano alte come palazzi infiniti, quel gommone al quale tutti restavamo aggrappati con la paura che una onda più forte ci sbattesse fuori, veniva sbattuto da una parte all’altra: avevo delle brioche a portata di mano, le mangiavo non appena avevo fame, ma non riuscivo a digerirle che già le rimettevo; ho provato a mangiarne anche quando il motore ci ha abbandonati del tutto: invocavamo il Cielo che tutto si aggiustasse, niente da fare, fermi in alto mare con la paura della notte, di onde che sembravano enormi fantasmi neri da metterci una paura matta; arrivavano all’improvviso, non sapevamo mai quando tutto quello sbattimento potesse finire; un po’ più sereni alle prime luci dell’alba, ma la paura era sempre tanta, i giorni passavano, la paura restava, anzi era sempre più grande, le forze ci stavano abbandonando».

Distrutti, dalla fame, dal malessere, sotto l’aspetto psicologico. «Ci saremmo salvati alla fine? Chi può dirlo. Non avevamo più speranze, fino a quando, miracolo, una nave mercantile ci ha avvistati e avvicinati: eravamo salvi, finalmente a bordo; di colpo a me era passato tutto, avvertivo meno il mal di mare, avevo il cuore pieno di gioia e l’impressione di calpestare la terra ferma tanto solida era quella nave».

UNA NAVE MERCANTILE, UNA MILITARE

Un SOS, arriva un’altra nave. «Una nave militare italiana: una volta a bordo, avevamo l’impressione di stare a casa, ci trattavano bene, l’equipaggio ci dette panni e cibo da mangiare, in quel momento potevamo dire di essere finalmente salvi e sul suolo italiano! Dopo un viaggio breve, l’arrivo a Palermo, trasferiti a Bari e, infine, a Taranto, destinazione “Costruiamo Insieme”».

Esperienza libica da dimenticare. «Devo essere sincero, ho attraversato Mali, Burkina Faso, Niger, Algeria, infine Libia. Ho fatto tre mesi di prigionia, in mano a gente armata: non avevo di che pagare la mia libertà, loro insistevano perché i soldi per il mio riscatto me li facessi mandare da casa; nessuna telefonata a mio padre, sapevo già cosa mi avrebbe risposto: “Hai preso una decisione? Bene, prenditi anche le tue responsabilità!”. Conosco mio padre, con il lavoro trovato grazie alla cooperativa invece ho cominciato a mandare soldi a casa per far studiare le mie due sorelline; in Libia, tre mesi di reclusione, qualche altro mese impegnato come uomo di fatica in un supermercato; non posso lamentarmi, non sono mai stato picchiato: rinchiuso sì, ma nessuna violenza come, invece, hanno subito altri fratelli che si sono messi in viaggio, come me, alla ricerca di libertà e rispetto».

Un ricordo di quella esperienza. «Uno dei soldati mi prese a benvolere, lavorai per lui come giardiniere, dopo tre mesi mi mise a bordo di quella “bagnarola” – così le chiamate qui – il resto è storia, fine di un incubo».

«Libertà senza confini»

Ismail, ivoriano: la fuga, il sogno

«Morto papà, ho rinunciato la scuola, occasione solo per chi po’ permetterselo. Vivevo in un quartiere sorvegliato da militari. La differenza sociale, il trattamento fra ricchi e poveri, il rispetto negato. In centododici in mare, ci contavamo perché nessuno cadesse in mare…»

«Si chiamano check-point, in Italia sono i posti di blocco; ma, mentre qui fermano chiunque, senza distinzione, nella mia Costa d’Avorio lo stop e il controllo sono riservati alle sole fasce socialmente deboli: ci perquisiscono, guardano cosa trasportiamo, ci svuotano perfino le tasche, poi ci lasciano andare». Non è una condizione, ma una umiliazione continua, racconta Ismail, ivoriano. Conosce tre lingue, il dialetto della sua terra, il francese, l’italiano. «Ho imparato in fretta, i primi tempi quando non riuscivo a trovare le parole giuste, usavo le mani e la gente mi capiva…».

Ismail si racconta. «Ho vissuto a San Pedro, fino ai diciotto anni, poi mi sono fatto coraggio e sono scappato; scappato, sì, perché i poveri nel mio Paese sono risorsa per ricchi, numeri, qualcosa da spremere e poi gettare, un delirio».

Il protagonista della storia, ha finalmente ripreso a sorridere. La sua fuga verso la libertà era cominciata con un pianto. «La morte di mio padre. Lui manteneva la famiglia, si spezzava la schiena, da mattino a sera, purché non ci mancasse niente, finché un brutto giorno, la salute cominciò ad abbandonarlo: morì in breve tempo, la famiglia si fece a pezzi; come se di colpo avesse abbandonato me, mamma, una sorellina e un fratello più grande, al nostro destino: quattro bocche da sfamare, di colpo non trovarono più di che vivere».

Una decisione forzata. «Intanto il governo usa misure più restrittive, i villaggi sono quartieri sotto controllo, come fossimo reclusi, una libertà vigilata, una vita che non è più vita e, allora, prendo a malincuore una decisione: ne parlo con mamma e mio fratello, preparo il mio zainetto e via, senza una meta, facendo attenzione a non incontrare militari ai quali dare mille spiegazioni».

NON MANGIAVO PER RISPARMIARE

Per il viaggio verso l’Italia, occorre denaro. «Arrivato in Libia ho lavorato, una ditta di pulizie mi aveva assegnato le aule universitarie, cominciavo al mattino e finivo la sera, un lavoraccio: ma sempre meglio che nei campi, mi dicevo. Soldi, pochi, me li facevo bastare, a volte rinunciavo a mangiare pur di mettere insieme la cifra che mi sarebbe servita per pagare il viaggio su una imbarcazione per l’Italia; so fare altri lavori e non alla leggera: quando hai fame impari in fretta, così ho fatto il muratore e l’elettricista, mestieri che in un Paese come il mio, in continua crescita, servono come il pane: ma non ne potevo più».

Ismail si pone una domanda, si dà una risposta. «Nel mio Paese esistono distese illimitate, danno il senso di una libertà sconfinata, invece hanno cominciato a costruire palazzi, alti come grattacieli, tutti concentrati in zone chiamate “residenziali”: come fanno ad abitare o lavorare in costruzioni simili? Se ci penso comincia a mancarmi l’aria, ma poi capisco il perché: la gente ricca vuole staccarsi dal resto della popolazione, case lussuose e comitati d’affari senza compiere viaggi di chilometri e chilometri, questo loro progetto non fa una piega. Ma non potevo sopportare oltre, così sono scappato. Brutta cosa la fuga, come voltare le spalle ai tuoi cari, recidere di colpo le radici con il tuo passato, ma non c’era altra via…».

Avrebbe voluto continuare gli studi. «Papà si sacrificava così tanto perché, diceva, i suoi figli non facessero la sua stessa fine: con lo studio e la conoscenza, storia, arte, letteratura, avremmo potuto confrontarci con altri mondi; invece, un fulmine a ciel sereno, la scomparsa di papà, fine di un sogno; in Costa non c’è scuola dell’obbligo: se hai di che pagarti gli studi, bene, altrimenti ai “lavori forzati”: muratore, elettricista, tutto il giorno per pochi soldi. E guai se ti ribelli».

Il lavoro in Libia, i soldi per il viaggio. «Arrivai lì, lavoravo per una ditta di pulizie. Partimmo in centododici su un gommone, sul quale potevano viaggiare appena in trenta; ma come fai a rinunciare a quella opportunità anche se pericolosa? Centododici, ci contavamo spesso per paura che perdessimo qualcuno durante il viaggio, non è che ci volesse molto: seduti ai bordi, la stanchezza, un colpo di sonno e addio…».

FINALMENTE “COSTRUIAMO INSIEME”

Invece, l’arrivo in Italia. «Un Centro di accoglienza, “Costruiamo Insieme”, come sentirsi in famiglia; una nuova vita, dignitosa, con il primo dei princìpi previsti per un essere umano: il rispetto; nessuno deve essere carne da macello, siamo tutti i uguali, tutti fratelli. Una volta in Italia, mi sono messo sul mercato: ho cominciato a chiedere in giro se qualcuno cercasse un muratore, un elettricista, personale per le pulizie; un signore mi ha chiesto: “Ma fai il portavoce? Dove sono tutti questi tuoi amici? Sei di un’agenzia?”: sono il datore di lavoro di me stesso, ho risposto…».

Finalmente un sorriso. Una passione, Ismail. «Il calcio, è la cosa più socializzante che esista in Costa: basta poco, uno spazio, quattro canne per segnare le porte, una palla o un po’ di stracci messi insieme». Non si fa mancare niente in fatto di tifo. «Tengo per Juventus, Real Madrid e Chelsea, una squadra per ciascun campionato – ride Ismail, ripensa a una finale di Champions – seguo con distacco. Juventus e Real in finale, una di fronte all’altra, io l’unico a guardare quella gara con serenità: avesse vinto una o l’altra per me sarebbe stata la stessa cosa; mentre i miei amici si spellavano le mani per il nervosismo, io ero tranquillo…».

Come ha passato i primi mesi italiani. «Nei ritagli di tempo, un po’ la tv, il cinema a Lama: mi piacciono gli action-movie e i cartoons, ma su tutto adoro le relazioni con la gente; dopo una lunga sofferenza, voglio recuperare il tempo perso e incontrare solo sorrisi…».

Cristian, il “puliziotto”

Nigeriano, venticinque anni, fuga dall’ingiustizia

«Sono stato picchiato, svuotato di soldi e sogni, ma ho ricominciato: con una ditta di pulizie, in Libia, per raccogliere la somma e “comprarmi” un viaggio per l’Europa. Mi mancano famiglia e fidanzata, cerco lavoro e dignità»

«Un agguato: circondato, spintonato, picchiato selvaggiamente, derubato di quei pochi soldi che stavo mettendo insieme con grandi sacrifici: una banda di malviventi durante il mio viaggio verso la libertà, mi ha assalito e mi ha svuotato le tasche e l’anima».

Alleggerito nelle tasche di qualche centinaio di dinari guadagnato in Libia, è il meno che possa addolorare Cristian, nigeriano, che avverte ancora il dolore di quel sopruso, del «Tanti contro uno!»: non va bene. Nemmeno fosse stato uno solo. Ma essere annientato nel carattere, nella reazione umana a qualcuno che vuole svuotarti di sentimenti e sogni, questo no. Ce lo aveva raccontato tempo fa, Cristian. «Il mio sogno era uno solo: lasciare il mio Paese dove non era possibile vivere umanamente, a meno che non facessi quello che il più ricco, dunque il più forte, ti imponeva: il lavoro di schiavo o di cattivo, l’esattore; anche per le strade non avvertivi il senso dell’uguaglianza». Benché si sforzi, Cristian, nel suo inglese, non riesce a traslare la parola “democrazia”, sinonimo di uguaglianza. «Freedom», esattamente. Libertà, basta farci caso. Tutti i ragionamenti che fa il venticinquenne nigeriano portano all’identica conclusione: fuga dall’ingiustizia, dalla violenza, dalla schiavitù. «Siamo tutti uguali davanti a nostro Signore – dice Cristian, cattolico convinto, occhi al cielo e segno della croce quando il ragionamento si fa duro, come a dire “Signore, perdonami!” – dunque, perché devo essere ridotto a qualcosa di insignificante, contare meno di qualsiasi altra cosa: stavo per dire “bestia” – altro segno della croce – ma il Signore amava gli animali, qualsiasi cosa è creatura di Dio va rispettata».

CERCASI RISPETTO

Una costante per Cristian e anche per tanti fratelli che hanno dovuto attraversare il Mediterraneo: il rispetto. «Non è facile guadagnarselo, non ho potuto farlo a casa mia, in Nigeria, il governo poneva condizioni restrittive, nelle periferie e nei villaggi non esisteva, non esiste ancora oggi, sia chiaro, una vera legge: questa la rispettano, a modo loro, quanti controllano il territorio con i loro traffici, le estorsioni quotidiane su quanti lavorano sodo; io non potevo più sopportare, così un brutto giorno – si sbraccia, si aiuta con i gesti delle mani, Cristian – perché non è bello staccarsi dalle proprie radici e fuggire…». Pausa. Parlare di fuga, non gli scende giù. «…Un brutto giorno sono scappato, non è un atto di coraggio, lo riconosco, ma se fossi rimasto in Nigeria per me sarebbe andata a finire male: non tolleravo atteggiamenti, ingiustizie, di militari o malviventi che spesso si sostituivano agli uomini in divisa – che invece di far rispettare la legge, rivolgevano lo sguardo da un’altra parte – a che prezzo? Non so, non voglio nemmeno pensarci, ormai è andata così».

Un agguato, fuori i soldi e giù botte. «E ricominciare tutto daccapo – ricorda per noi Cristian – ma quante botte, vittima di una violenza fatta di pugni e calci e provavo a coprire il viso e pregavo il Signore: speravo che da qualche parte mi provocassero una ferita: se non avessero visto del sangue, difficilmente si sarebbero fermati, avrebbero continuato a picchiarmi; poi, sfinito, pieno di dolori, ai fianchi, a una spalla, naso e labbra sanguinanti, le mani in tasca e, in un colpo solo, via i risparmi di mesi di lavoro».

Altri mesi di lavoro. «In Libia, ho svolto lavori di fatica, fino a trovare una sistemazione più o meno costante: fare il “puliziotto” – ride per la battuta, che accompagna con un gesto, mima uno straccio in una mano dando il senso di una lucidatura – non il “poliziotto”, quest’ultimo è un lavoro che proprio non saprei fare, non ne avrei la forza; dieci mesi di fuga e di lavoro, poi finalmente i soldi per pagarmi il viaggio per l’Italia: inizialmente non importava in quale Paese dell’Europa arrivassi, per prima cosa dovevo lasciarmi la Nigeria alle spalle, avevo sofferto troppo, anni».

FINALMENTE “COSTRUIAMO”

Il “benvenuto” nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. «La prima cosa che ho fatto – racconta Cristian, ancora tanta emozione negli occhi – telefonare ai miei, un breve messaggio: “Sono arrivato in Italia, sano e salvo!”, urlai».

Qual è ora il sogno di Cristian. «Quello di ogni essere umano – insiste l’ex “puliziotto” – fare una vita serena: lavorare, possibilmente un impegno decoroso; non mi tiro indietro per lavori di fatica, anche di quelli pesanti, purché ci sia il rispetto della persona e di quello che fai». Volesse pensare in grande. «Creare una famiglia, sposarmi, avere bambini a cui insegnare le cose che, nel frattempo, ha imparato papà, cioè io, perché loro non soffrano quanto ho sofferto io. Certo, per mettere in piedi una famiglia occorre essere in due…». Finalmente un sorriso.

Riaffiora la nostalgia. «Mi manca la mia “girlfriend”, altra cosa cui ho dovuto rinunciare, a malincuore; un giorno mi piacerebbe riabbracciarla, scrivere con lei il romanzo della nostra vita cominciando con amarezze, pianti, fughe coronati dal sogno più importante della vita: la libertà; un romanzo a lieto fine del quale ho appena scritto le prime pagine…».

«Fuga dall’ingiustizia»

Andrew, nigeriano, racconta il suo fuggi-fuggi

«Non potevo più vivere nel mio Paese, se denunci spariscono gli atti e da quel momento cominciano a perseguitarti. Dovevo scappare, ho lasciato mamma, che sento quasi tutti i giorni, un fratello e una sorella: se alzi la testa, per bene che vada ti picchiano. Su un gommone sul quale potevamo stare a malapena in cento, eravamo in trecento. Una motonave ha evitato una sciagura»

«Non puoi essere ostile a niente, a nessuno. Non te la cavi con una sonora bastonata; per bene che ti vada, ti mandano dritto in ospedale, altrimenti…». Segno della croce. Andrew, nigeriano, cattolico praticante, ci mostrerà la sua grande fede quando svuoterà su un tavolo il suo zainetto con dentro tutto l’occorrente per una “preghiera fai da te”.

«Nel mio Paese è così, non esiste una legge uguale per tutti spiega Andrew – per alcuni è uguale, per altri meno uguale. Una tua denuncia contro chi ti minaccia o vuol toglierti quel poco che hai e che tuo padre ha costruito faticosamente, svanisce nel nulla: e non perché i tempi della giustizia sono lunghi, non, è peggio: la tua denuncia sparisce misteriosamente. Lo capisci quando le minacce di chi hai provato a denunciare si fanno più insistenti; si sentono imbattibili, protetti da un sistema che garantisce il più forte, non solo dal punto di vista fisico, ma soprattutto da quello economico».

E’ il “denaro facile”, sembra di capire, che agita una parte dell’economia di un Paese comunque in forte crescita. «Ma, si sa, i soldi non bastano mai: più ne hai, più vuoi guadagnarne, comunque; chi ha vissuto la fame ha paura di tornare in condizioni disumane, così prende quello che può, come può…».

Non lo dice, ma il messaggio di Andrew, che ha ripreso il sorriso, si intuisce. «Vivo una seconda vita, grazie a “Costruiamo Insieme”: ho imparato un mestiere, ora sono uno che sa stare con una certa disinvoltura dietro ai fornelli; ho fatto corsi di formazione, uno in Confcommercio, pratica anche grazie alla stessa cooperativa che non finirò mai di ringraziare per avermi dato un futuro».

Una storia simile a tante altre, e come tante altre con sfumature diverse. «Sono scappato dal mio Paese, l’aria nei miei confronti si era fatta pesante, fin da piccolo ho sempre avuto sete di giustizia e questo, evidentemente, dalle mie parti non va bene; ho lasciato lì un fratello e una sorella, e mamma, che non è in grandi condizioni di salute: la sento spesso, benedetti cellulari: mi informo come stia e lei, piuttosto che preoccuparsi del suo stato di salute, mi chiede invece come stia io…».

Prega molto Andrew. «Tanto, il Signore ci dà la croce ma anche la forza per sopportarla, così mi dedico molto alla preghiera, perché faccia stare bene tutti, a cominciare da quello che resta della mia famiglia: per ciò che mi riguarda, ora vivo serenamente e appena posso mando qualcosa ai miei familiari, voglio che stiano bene, che abbiano cura di se stessi, più di quanto non ne abbia avuta io nei miei stessi riguardi…».

Ventisette, uno zainetto dal quale non si separa mai. «Ecco cosa ho – svuota il contenuto su una scrivania – tutto quello che mi serve per stare bene con gli altri e me stesso: una immagine di Papa Francesco, che Dio lo faccia stare bene in eterno; altre immaginette, un vangelo, una coroncina, non riesco a stare senza pregare…».

Alza gli occhi al cielo, Andrew. Prima di raccontare il suo viaggio, la sua odissea in mare. «E’ stato un viaggio lungo – spiega, sorvola dettagli – quello per l’Italia, non molto semplice, fuggito dalla Nigeria sono passato attraverso il Niger, altra esperienza pericolosa, prima di arrivare finalmente in Libia. Ora, quel Paese non è più come ai tempi di Gheddafi, quando esisteva sì un regime, ma c’era lavoro per tutti; ho dovuto lavorare mesi e mesi in un autolavaggio, sedici ore al giorno, a stretto contatto con l’acqua e detersivi per sgrassare, dunque potenti e maleodoranti; la sera avevo appena il tempo per mangiare, la stanchezza mi stendeva: sentivo dolori ovunque, a volte ero assalito da conati di vomito: ma che detersivi e sgrassatori erano quelli che mi facevano usare?!».

Quel lavoro massacrante era servito a mettere un po’ di soldi da parte. «Pagare? Mi pagavano e non mi pagavano, le mance erano poca cosa, ma alla fine ho messo da parte quei soldi che mi avrebbero permesso di pagarmi il viaggio per l’Italia; mi imbarcai su un gommone enorme sul quale potevamo stare, più o meno comodi, in cento: eravamo tre volte tanti, da non crederci; pregavo il Signore perché ci facesse incontrare una imbarcazione che ci tirasse a bordo: fossimo andati a picco, nessuno di noi si sarebbe salvato, sarebbero stati guai seri…».

Poi l’arrivo in Italia, conclude Andrew. «Una motonave, per fortuna, ci salvò; viaggio a Lampedusa poi a Taranto, l’arrivo quattro anni e mezzo fa; i primi lavoretti per guadagnare qualcosa, non grandi cifre, ma sempre meglio della Nigeria e dell’autolavaggio in Libia». Infine, l’occasione della vita. «Un corso di formazione, ho imparato a cucinare italiano, ma anche nordafricano; i “fratelli” mostrano di apprezzare, ma non devo mai cucinare le stesse cose, altrimenti anche il piatto migliore alla fine ti viene a nausea; vero che ho sofferto, ma speranza e preghiera mi hanno dato coraggio, oggi la mia vita è cambiata in meglio, molto meglio, e alla cooperativa che mi ha accolto, insegnato un lavoro, sarò eternamente riconoscente».

«Il razzismo è fra noi!»

Antoine, guineano, preso a sassate da africani

«L’avversione al colore della pelle è difficile da guarire. Mio padre vittima di un sortilegio. Questione di terreni, una faida familiare, alla fine sono andato via…»

Antoine, mille motivi per sorridere, uno per rifarsi serio. Aggrottare la fronte, lasciarsi andare a malinconia, commozione. Perfino risentimento, parlando della sua Africa. «Amore e odio, ho lasciato il mio Paese, la Guinea, mia madre e i miei fratelli – che però sento spesso – a causa di una guerra familiare per un terreno agricolo: morto mio padre i litigi dalle parole sono passati ai fatti, non c’era giorno che non ci picchiassimo, ce le dessimo di santa ragione: tornare a casa e medicarsi dalle ferite era una cosa sola; non ho atteso che passassimo alle armi, perché da noi funziona così: tu mi insulti, io ti picchio; io ti picchio, tu mi accoltelli, io ti sparo. E un brutto giorno sono andato via…».

Non c’è via di uscita, Antoine. «L’unica – confessa con aria di chi avverte una sconfitta – è quella di andare via; non mi piace dire “fuggire” o “scappare”: solo chi non ha coraggio se la dà a gambe e io avevo messo in preventivo che potesse finire così per me, anche se prima avrei trascinato con me qualcuno dei parenti più accesi!». Storiaccia senza fine.

Proviamo a parlare di altro. «Questo passaggio è importante, prima dell’arrivo in Italia: nel mio Paese, purtroppo, ho lasciato i miei libri, ho dovuto interrompere gli studi, io che ero così appassionato della lettura e del conoscere, tanto che un giorno vorrei cominciare a girare il mondo senza fermarmi, come “Forrest Gump”, hai presente il film?».

RISPETTO E AMORE PER LA VITA

Dunque, l’Italia. «Qui, una volta nel Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme” – racconta Antoine, accanto un operatore che fa da interprete per i momenti salienti del racconto – ho ripreso a studiare, a imparare l’italiano, a scriverlo, ma soprattutto a dare peso, profondità a due parole che ora per me sono fondamentali nella mia maturazione: tolleranza e rispetto; mai rispondere con lo stesso tono, la stessa violenza di chi ti provoca, questo modo di fare – forse – andava bene nel mio Paese, quando invece di riflettere sulle offese rispondevo colpo su colpo: a un pugno provavo ad assestarne due… Qui sto imparando il rispetto: se non lo eserciti per primo, non puoi riceverlo; e poi, la vita: è il dono più importante che il Cielo possa averci dato, non puoi rinunciare a questo con la sciocca idea di dimostrare che sei il più forte; studio e uso internet, leggo, guardo video e osservo le cose del Creato, mi dico che sarebbe stupido chiudere gli occhi per sempre senza aver visto tutto questo e senza aver visto, magari, il sorriso di una persona che ti ringrazia per averle fatto una cortesia: da quando sono in Italia, e lo devo ai miei compagni, gli operatori, la gente che nel frattempo ho conosciuto, la mia prospettiva rispetto alla vita è cambiata profondamente».

Antoine, terrorizzato, però coltiva ancora una sua teoria. Su questa dovrà lavorare ancora. E’ sulla buona strada, ma lo studio lo aiuterà a superare certi ostacoli mentali. «Mio padre è stato ucciso da sortilegi che gli hanno scatenato contro i miei familiari; stava bene, non aveva mai accusato dolori, quando un giorno ha cominciato a sentirsi sempre più debole fino a quando non è spirato nel suo letto: ho sentito con queste orecchie le maledizioni che gli indirizzavano zii e cugini; gli avevano augurato di fare una brutta fine fra dolori lancinanti, così è stato».

IL DOLORE DELLE PAROLE

Qualcuno ha provato a dirgli che le parole non fanno male, le porta via il vento. Ha una sua teoria, per certi versi – ma solo certi versi – condivisibile: «Le parole fanno più male di un pugno, di una legnata, una sassata». Quando prosegue, non lo seguiamo più: «Non appena qualcuno mi diceva qualcosa di grave – insite ora Antoine – offensivo, cominciavo ad avvertire dolori, stavo male: più gravi sono le cose che ti indirizzano, più forte è il dolore».

Un pugno, una legnata, una sassata. «Le sassate, brutta cosa, poi diciamo che in Europa esistono razzisti! Perché, in Africa no?». Si spiega, Antoine. «Il mio viaggio dalla Guinea all’Italia è durato circa due anni, sono passato attraverso Algeria e Libia: dovevo lavorare e mettere da parte quei soldi utili per pagarmi la traversata del Mediterraneo, ma devo dire che proprio nella mia Africa sono stato preso a sassate insieme a miei connazionali; il colore della pelle ci rende facili bersagli e, allora, “Dagli al nero!”: qualcuno è stato colpito, qualche altro ferito gravemente; mentre cercavamo di metterci al riparo, schivare agguati vigliacchi, vedevo cadere davanti ai miei occhi compagni di viaggio, che dolore!».

Per fortuna, l’Africa, in generale, è un’altra cosa. «E’ vero – conclude Antoine – siamo ospitali; io stesso sono stato ospite di una famiglia algerina: “Resta con noi – il loro invito – un boccone in meno a ciascuno di noi non ci farà morire di fame: ci ripagherai quando e se lo vorrai”; non avevo messo molto da parte, ma prima di imbarcarmi divisi con loro quel poco che avevo, come avevano fatto loro con il cibo, una cosa che non dimentico: vere le sassate, ma in Africa c’è gente con un cuore grande così!».

Afrah, la felicità

Una bomba le ha strappato un occhio, a Taranto i primi soccorsi

La storia, il nostro racconto poi ripreso dalla stampa nazionale. Un insegnamento, secondo un agente di Polizia locale. Umiltà e rispetto, il sorriso nonostante una granata stesse portando via per sempre la piccola ai suoi genitori.

Per non dimenticare. Si dice così quando un episodio, diciamo pure una vicenda, considerando la drammaticità del caso, fa il giro del mondo. Scriviamo di Afrah, simbolo adottato a distanza. Per rispetto nei confronti della piccola e degli stessi genitori che sbarcarono a Taranto stringendo fra le braccia quello scricciolo impaurito. Ne parliamo a breve, dopo una riflessione inevitabile considerando quanto andiamo a rispolverare, “per non dimenticare”, dicevamo.

Dunque, la storia di Afrah. Tocca il cuore a chi legge le rubriche sul nostro sito poi riprese da strumenti di informazione più autorevoli. Non ci sentiamo scippati di una notizia, di una sorta di diritto di prelazione. La ribalta di “Costruiamo Insieme” è il lavoro quotidiano di una cooperativa che sta dalla parte dei più deboli, dei ragazzi che hanno bisogno di assistenza, qualsiasi colore di pelle essi abbiano. Insomma, non aiutiamo il prossimo con lo scopo di farci ospitare in una delle tante tv del dolore, il più delle volte a fare da tappezzeria. Lavoriamo nell’ombra. Chi vuole conoscere l’impegno di “Costruiamo”, può consultare sito, canale youtube, ascoltare la nostra web radio.

Lo scopo di portare alla ribalta le storie, da qui la nostra rubrica settimanale, è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, perché una chiacchiera da bar non diventi un programma politico, considerando a quanto abbiamo assistito in una sorta di caccia alle streghe.

Era il 20 ottobre di due anni fa. All’hotspot tarantino, molto attivo in quei momenti, arrivano decine di profughi. Sono più rilassati, l’impressione che abbiano smesso la loro corsa qualche istante prima, come se avessero il fiatone. Invece, è ansia. Paura di essere respinti insieme a quella speranza che molti di loro coltivavano già nei loro Paesi.

SETTE ANNI, UNA VITA DAVANTI

La storia di Afrah è di quelle drammatiche. Ha sette anni, arriva dalla Libia con mamma e papà. Nel suo villaggio, la bimba cammina, non distante dai genitori. S’inventa un gioco, come fa la maggior parte dei bambini. Fischi ed esplosioni a tutte le ore, per lei, sono la cornice quotidiana, dalle prime luci dell’alba a notte fonda. Non immagina, Afrah, che sta per accadere qualcosa che le cambierà la vita.

Papà e mamma non perdono di vista la piccola. “Sta’ qui, non allontanarti troppo”, raccontano l’ultimo invito di quel maledetto giorno. E, invece, uno di quei fischi si avvicina. Sembra come se quella “corsa” possa finire non lontano. E invece no, il sibilo si avvicina vertiginosamente. Esplode quasi fra i piedi di papà e mamma. Il terrore e il primo sguardo rivolto ad Afrah. La piccola è letteralmente saltata. E’ un fagottino in un cantuccio. Urlano i genitori. Non invocano il Cielo, non urlano disperazione, non ne hanno il tempo. Si agita, piange, il piccolo volto è una maschera di sangue. Purtroppo le è saltato un occhio. Condotta di corsa in uno dei vicini punti di primo soccorso, i medici medicano la ferita, a malincuore constatano che Afrah non ha più l’occhio che le ha portato via una scheggia di granata. Una brutta notizia: ha perso l’occhio; una buona: è salva. “Avevo temuto il peggio – racconta l’uomo, lo spiega grazie a un mediatore che fa da interprete – che fosse stata dilaniata da quella granata, era saltata come la scheggia che l’aveva colpita, una maschera di sangue: per fortuna, ci hanno spiegato i medici, quella bomba non aveva toccato organi vitali”.

Quel giorno, Afrah, è la mascotte dell’hotspot tarantino. La tengono in braccio un po’ tutti, ognuno prova a strapparle un sorriso, a trovare il sistema, senza parlare, per farle capire che adesso è fra amici. Qui sarà curata, papà e mamma non la perderanno più di vista, per niente al mondo.

MIGRANTI, UMILI, RISPETTOSI

Soccorritori, personale che svolgeva attività di accoglienza, agenti di Polizia locale, l’avevano subito adottata. «Qui all’hotspot – ci disse un agente di Polizia locale, negli occhi la disperazione di un genitore – impariamo sempre qualcosa: l’umiltà, per esempio, per i migranti parlano i gesti, discreti, nonostante addosso abbiano una grande paura e, con questa, gli stessi vestiti, bagnati, chissà da quanti giorni; tremano di freddo e di paura; non pretendono, aspettano con un silenzio dignitoso il loro turno. E anche questo è un grande esempio di civiltà: l’assistenza tocca prima a bambini e donne, i ragazzi e gli uomini appena sbarcati devono avere solo un po’ di pazienza».

Afrah non viene abbandonata un solo istante dalla sua mamma. «Mi ha colpito il sorriso della bambina – raccontò l’agente lasciandosi andare in un pianto a malapena soffocato – la dignità, mi ha commosso l’espressione candida mentre avvicinava un foglio all’occhio che le aveva risparmiato quella inaudita violenza: sembrava leggesse, sorrideva, una scena che non dimenticherò mai; come non dimenticherò altre scene: bambini infilati in enormi giacconi dai quali le dita delle mani sbucano a malapena…».

Ecco l’insegnamento di Afrah. Sorridere alla vita, al prossimo che non è sempre un cattivo, uno che lancia bombe sapendo di uccidere o segnare a vita un essere umano. Afrah, che non ha un nome, lo diciamo per discrezione, l’abbiamo chiamata così perché in lingua araba significa “felicità”.