«Uno di voi…»

Samuel, nigeriano, fra lavori saltuari e trimestrali

«Amo questo Paese, una volta qui ho cercato di farmi notare facendo volontariato. Poi sono stato impegnato in un lido di lizzano e una campagna di Palagiano. Mi occupavo di infissi, fabbricavo porte e finestre. Un giorno ho comprato un secchio e una scopa…». E, ancora, «Dio ti ringrazi!» e «Grazie mille!»

«Dio ti ringrazi!». Samuel, nigeriano, qualsiasi cosa normale tu faccia, a lui sembra straordinaria, così esclama quella breve frase: «Dio ti ringrazi!». Lo dice con il cuore in mano. In realtà, un’altra delle sue frasi più ricorrenti è «Grazie mille!». Anche qui, qualsiasi cosa tu faccia, offrirgli un modesto caffè, scatta la sua riconoscenza esagerata: «Grazie mille!».

Samuel, cristiano, accompagna quelle sue espressioni con un largo sorriso che sbuca da sotto un paio di occhiali. Gli danno quel tocco da intellettuale. Indossasse un camice, sembrerebbe uno di quei “medici in prima linea” di una di quelle fiction americane. «Invece – spiega – non cerco un camice da indossare, non mi tiro indietro davanti a nulla che non sia un lavoro onesto, anche impegnativo sotto qualsiasi aspetto: amo l’Italia, voglio spendermi in qualsiasi modo per questo Paese così ospitale con me, dimostrare riconoscenza a quanti mi hanno accolto e considerato subito uno di loro…».

«Nel mio Paese, la Nigeria – racconta Samuel – lavoravo in un’azienda di infissi, realizzavo dalle porte alle finestre: a casa mia c’era molto da lavorare, una nazione in pieno sviluppo,  poi tutto cambia, prima un focolaio, poi le persecuzioni etniche che in molti casi sembrano più un pretesto per piegarti al volere del più forte, che un fatto politico».

SORRISO E FORZA DI VOLONTA’

E, allora, non resta che la fuga. «Con il dolore nel cuore, a molti sembra che noi neri veniamo in Europa in cerca di assistenza piuttosto che asilo e un’occasione di lavoro: personalmente ancora oggi soffro la lontananza dalla mia famiglia, i miei cari, i miei amici; fortuna esiste il cellulare, così posso sentire spesso quanti vivono ancora oltre quell’immensa distesa, il mare, che divide l’Europa dall’Africa; non li sento tutte le volte che vorrei, intendiamoci, telefonare costa, ma non esistesse il telefonino allora sì che sarebbe un problema di nostalgia».

Samuel scatena il sorriso, contagioso. Impugna il suo telefonino. Sembra un biglietto del luna-park, quello che gli consente di parlare con amici e parenti lontani, ma anche per altro. «Vivo con il cellulare – spiega – giro sempre con un carica-batterie; non ho l’abitudine di stare su internet, interagire con Facebook, no, ma dai primi tempi in cui sono arrivato in Italia, questa mia voglia di integrarmi mi portava spesso a consultare il “traduttore”: quando volevo esprimermi o capire il significato di una parola, cercavo sul telefonino: per me è stato fondamentale».

Parte dal suo Paese, ma non arriva subito in Italia. «Sono stato in Libia, è da lì che passa il nostro mondo diretto verso l’Europa: una volta in quel Paese, ho fatto quello che facevo in Nigeria, porte e finestre, non era proprio la stessa cosa, ma era una questione mentale, sapersi organizzare. Non volevo restare lì, però: volevo solo mettere da parte un po’ di soldi e pagarmi il viaggio per l’Italia e così fu…».

Finalmente l’Italia, sembra dire Samuel. «Dio vi ringrazi! Amo gli italiani, vorrei restare qui!». L’ultima volta che lo abbiamo incontrato agitava con orgoglio un contratto, sotto al quale c’erano una firma, quella sua, e un timbro, quello dell’azienda che gli aveva sottoposto un contratto per tre mesi. «Sento parlare spesso di “pezzo di carta”, so anche che qui significa titolo di studio, per me invece è il sistema per vivere, giorno dopo giorno, lavorare e mettere insieme un po’ di soldi, perché non si sa mai…».

DAL LIDO ALLA CAMPAGNA

Cosa «Non si sa mai…», gli chiediamo. «Lavori stagionali, se un brutto giorno non riuscissi a trovarne uno non saprei proprio come fare, io qui ci voglio restare. Appena sbarcato, ho cominciato a studiare da lavoratore: mi sono domandato cosa potessi fare per dimostrare ai tarantini quanto gli volessi bene, così un giorno – non avendo ancora un lavoro – ho messo mano alla tasca e cavato fuori gli ultimi soldi: ho comprato due secchi e due scope, speso venti euro; due pettorine, compresa la stampa “Servizio Volontario”, altri diciassette euro. Cosa facevo? Spazzavo marciapiedi, lavavo l’ingresso dei locali, ma senza pretendere soldi o in cambio una colazione: volevo farmi accettare e così è stato per qualche settimana, fino a quando qualcuno mi ha spiegato che non potevo farlo; intanto perché esistono lavoratori dell’Azienda municipale preposti per questo lavoro di pulizia, poi perché per qualsiasi attività occorre avere le carte in regola…».

E Samuel ci avrebbe anche provato, se non ci fosse stato un malinteso. «Non parlavo ancora bene l’italiano – sorride – cercavo di spiegarmi a gesti, qualcuno mi indirizzò in Prefettura, dove mi recai, parlai con un responsabile che, a sua volta, mi indicò una mensa per i bisognosi: ma non era un pasto caldo che cercavo, bensì un’autorizzazione per svolgere volontariato. Niente, purtroppo».

Per fortuna non c’è stato più bisogno che Samuel dimostri di avere voglia di lavorare. «In estate un lavoro a Marina di Lizzano, a pulire la spiaggia e tenere d’occhio gli ombrelloni; poi a Palagiano, per raccogliere frutta; ho conosciuto gente, non mi sono mai fermato un attimo, mi occupo anche di pitturazione, mi presto volentieri a fare piccoli lavoretti: ecco, giorno dopo giorno faccio in modo di essere uno di voi…».

«Mare, profumo di libertà»

Felice 2020, senza dimenticare

Michael, nigeriano, la fuga e il nuoto in uno specchio d’acqua.«Mette paura, ma dà anche quel senso di liberazione a lungo cercato». Un proposito su tutti. «Voglio fare l’idraulico per vivere e non per far soldi, riabbracciare mamma e fratello, ovunque, purché sia lontano dai colpi di armi da fuoco. Mio padre, cinque mesi scappando, tre da recluso…»

«Che sia un 2020 pieno di gioia per tutti, con mille sorrisi e zero pianti!». E’ di buon auspicio l’augurio che uno dei ragazzi ospiti della cooperativa “Costruiamo insieme” rivolge ad amici e conoscenti. Ci piace il sorriso con cui fa gli auguri, la frase è più o meno simile. Vanno premiate le intenzioni, per imparare l’italiano c’è tempo, anche se lui, come i suoi “fratelli”, impara in fretta.

«Il mare è il profumo della libertà, quando posso faccio lunghe nuotate, l’acqua non mi impressiona, la sento amica, anche se nel viaggio dalla Libia all’Italia ho tremato…». Michael, nigeriano, ha cicatrici sul corpo e nella mente. Gliele hanno procurate torture e continue vessazioni, quelle cui era sottoposto dai suoi carcerieri, aguzzini, ragazzi senza un briciolo di cuore. «Pensavano solo al denaro, la tua vita valeva meno di cinquecento dinari libici, circa trecento euro, che dovevi procurarti in qualche modo: unica via di fuga la telefonata a casa, ai parenti, ma dove vuoi che telefonassi se i “miei”, mia madre e mio fratello lasciati a casa, non avevano nemmeno un recapito?».

Storia triste quella del ragazzone di appena trent’anni. «Mio padre ucciso durante una guerriglia – ricorda Michael – le pallottole “fischiavano” a tutte le ore, a qualsiasi altezza: tanti i feriti, tanti i morti ammazzati, dal fuoco di armi usate con disinvoltura, specie dai più giovani che davano alla vita di un essere umano più o meno il significato di un bersaglio, come fosse a un tiro segno: “…Se riesci a schivare il caricatore mentre scappi, sei libero!”, ti dicevano; e ridevano, come solo uno che non ha testa a posto può fare; la tua vita valeva trecento euro o il solo piombo di una pallottola nella schiena!».

SORRIDERE, COSA SIGNIFICA?

Chiacchieriamo con Michael, di un sorriso nemmeno l’ombra. E’ così che va, il volto è segnato dal dolore e dalle cicatrici che mostra sollevandosi una maglietta. «Provocate da un coltello affilato, usato come se fosse l’attrezzo di un chirurgo, affondato nella carne viva una, due, tre volte… e le profonde ferite ricucite alla meno peggio, tanto da essere diventato un torace inguardabile nel quale mi specchio ogni mattina che il Cielo manda giù!».

E allora, l’Italia, «un viaggio breve e lungo», si dice. Una prospettiva. «Lavorare – confessa Michael – nel mio Paese facevo l’idraulico, me la cavavo, non stavo mai un attimo fermo, mi piacerebbe farlo anche qui, in Italia: mi mancano gli attrezzi, ma se mettessi un po’ di soldi da parte potrei cominciare con il comprarmi una cassetta con gli utensili giusti per mostrare quanto sia bravo».

Non lo sa Michael, ma gli idraulici bravi scarseggiano e pare sia una delle categorie più ricercate e, in qualche modo, più “ricche”. «Ma il denaro non è tutto nella vita – spiega – anzi, è meno che niente, se non fosse che nel mio caso può darti la libertà o una vita decorosa: non voglio essere ricco, ho la vita, due occhi con i quali guardare cielo e terra, le cose belle del creato, la gente che amo e mi ama, non c’è altra ricchezza: non faccio poesia, invito chiunque sia fuggito da una zona di guerra o dalle persecuzioni, a non condividere quello che dico; per me il lavoro è sopravvivenza, il solo modo che conosca per vivere dignitosamente, ho le tasche piene di odio e cattiveria, non immaginate quanti giuramenti abbia fatto in quei tre mesi di prigionia in Libia, quando vedevo che picchiavano qualsiasi cosa si muovesse; calcioni a chiunque e ovunque, anche in bocca, denti sparsi dappetutto, una cattiveria che non si può raccontare senza correre il rischio di non essere creduti!».

CINQUE MESI DI CORSA…

La fuga dalla Nigeria. «Durata cinque mesi, di cui tre da prigioniero, restare a casa era diventato pericoloso: più che ribellarmi o sfidare un sistema fatto di violenza e armi da fuoco, provavo ragionevolmente a fare riflettere che la dignità ci spettava di diritto e che nessuno poteva negarcela; invece, nemmeno a dirlo, giù botte, ovunque capitasse, mi raccoglievo come un sacco di patate in un angolo e pregavo che quella furia di calci e pugni finisse al più presto; dopo la mia fuga verso la libertà, la Libia e lì, punto e a capo, di nuovo tante botte…».

Infine l’Italia. «Un altro mondo, un’altra prospettiva, con la voglia di riabbracciare mamma e fratello, daccapo in Nigeria oppure in un’altra parte del mondo, magari qui, in Europa, dove c’è appena un po’ di lavoro, indispensabile per sopravvivere e, poco per volta, riappropriarmi di quel sorriso che non ricordo più cosa sia: a me hanno risparmiato i denti, non la pelle, ho cicatrici dalle caviglie al petto; qualcuno mi dice che, col tempo, passerà, facile a dirsi, più complicato metterlo in pratica: quando mi specchio tutte le mattine non posso fare a meno di guardare il mio petto ridotto a una carta geografica, difficile dimenticare; poi mi sfioro quelle cicatrici e mi dico “Michael, tutto sommato la tua storia la racconti, ringrazia il Cielo!”». Guarda in alto, Michael. Il sole, qualche nuvola passeggera, il ragazzone nigeriano accenna un sorriso. Magari sta riprovando cosa possa significare tornare a sorridere.

«Mai elemosinato!»

Solomon, nigeriano di Benin City

«Non fa parte della mia cultura chiedere danaro senza averlo sudato. Lavoro da meccanico per mettere soldi da parte e tornare a casa, dai miei cari, moglie e quattro figli, e decidere se restare ancora lì o andare via per sempre. Mio padre, accoltellato e morto fra le mie braccia, odiava i prepotenti». 

«Non chiederei mai l’elemosina per strada, nemmeno se fossi assalito dalla fame, proverei qualsiasi altra cosa, offrirei lavoro in cambio di un pezzo di pane, ma ridurmi a stendere la mano per raccogliere qualche euro senza aver faticato, no, questo mai!».

Un anno e mezzo in Italia. La fuga di Solomon dalla Nigeria, una necessità. «Non c’era verso, non potevo più restare lì, a Benin City, capitale dello stato di Edo – racconta quel ragazzone di trentasei anni, quattro fratelli e quattro figli rimasti a casa – nonostante vivessimo in un centro importante, frequenti erano le scorribande di malavitosi, banditi senza scrupoli che ci mettono poco a realizzare che una coltellata – purtroppo – può sistemare tutto, più di qualsiasi discorso…». E da Solomon, fossero stati uno o più assassini, questi si fecero intendere. Con le cattive.

Racconto è agghiacciante. Meglio una breve pausa, torneremo più avanti sull’episodio che ha segnato la vita al nostro amico. «Avevo già perso mia madre – riprende Solomon – una malattia dalle mie parti considerata incurabile, quando i bene informati mi dicono che esistono medicine che fanno miracoli: ma in Nigeria l’assistenza medica è quello che è, insomma non è per tutti e ognuno si cura come può; persi mia madre, grande donna, portava avanti una famiglia di cinque figli, più papà che lavorava sodo, lui faceva il possibile per non farci mancare niente: un brutto giorno anche a lui trovarono un male che non perdona, andava assistito quotidianamente, dovetti rinunciare a diversi giorni di lavoro pur di stargli accanto; non migliorava, anzi, poco per volta le sue condizioni andavano peggiorando; in qualche modo per le cose principali era anche autosufficiente, ma andava assistito: una semplice caduta ne avrebbe complicato lo stato di salute, già evidentemente compromesso…».

SFIDA ALLA PREPOTENZA

Il papà di Solomon, persona di sani princìpi, tanto da averne trasmessi a lui e agli altri quattro fratelli, non tollerava la prepotenza. «Uno di questi episodi – torna a ricordare il nostro amico meccanico – gli costò la vita, a niente servirono le mie parole e quelle dei miei fratelli; non so se papà, nelle condizioni in cui era, preferì sfidare questi delinquenti che chiedevano denaro facendola passare come una richiesta di “prestito”: solite storie, chiedono soldi, insistono con le buone e poi con le cattive, poi non li restituiscono più e guai se provi a ricordarglielo, finisce male…».

Quell’atto di coraggio del genitore in uno stato cagionevole, servì a poco. «Io e i miei fratelli – racconta Solomon – proprio non riuscimmo a dissuaderlo, provò a cacciare quella gentaglia che non agisce mai da sola, tantomeno a mani nude: purtroppo uno degli aggressori pensò che lui e i suoi complici avevano già perso troppo tempo inutilmente e che alla nostra famiglia andava inflitta una lezione severa; sfilò, dunque, un coltello dalla cintola e rifilò un fendente a un fianco di mio padre che si accasciò fra le braccia mie e di un mio fratello». Il primo impulso fu quello di reagire, farci giustizia a mani nude. Ma sarebbe stata una carneficina. Stavolta fu Solomon ad essere convinto che per il suo bene, della moglie e dei suoi figli, degli stessi fratelli, non era il caso di reagire. «Quella giornata si sarebbe trasformata in una mattanza: giurai, però, che a quei quattro delinquenti l’avrei fatta pagare; ma a fuggire, purtroppo, fui io: cominciarono a darmi la caccia, la paura che potessero fare del male ai miei più cari era concreta, quei malviventi non facevano sconti a nessuno, così scappai».

La fuga, l’arrivo in Libia, un lavoro da meccanico. «Ma anche nei campi – puntualizza Solomon – non mi sono mai tirato indietro, ho schiena e spalle robusti, posso fare qualsiasi lavoro pur di raggiungere il mio obiettivo principale: riunirmi alla mia famiglia, riabbracciare mia moglie e i miei figli».

LIBIA, LAVORO DA MECCANICO

Dopo la tragedia e la fuga, al giovane nigeriano tutto sommato, ma proprio tutto sommato, va meglio. «Al contrario di altri miei connazionali e altri fratelli africani, non ho subito ricatti e botte per fare intascare denaro a una delle solite bande che circolano liberamente da quelle parti; ho lavorato, sodo, e messo in tasca soldi sufficienti che mi permettessero di pagare il viaggio per l’Italia».

Prima di imbarcarsi l’ultima mossa prudente. «Non tirai fuori subito il denaro, chiesi prima informazioni, alla fine mi convinsi e raggiunsi la spiaggia, in una mano il denaro che avrei consegnato solo una volta sull’imbarcazione, un barcone che poteva ospitare sì e no trenta, quaranta persone e invece ne aveva imbarcate qualcosa come centocinquanta…». Acqua fino al petto, a spingere quella “bagnarola” verso il mare aperto. «Tenevo i soldi in una mano, li mollai solo una volta a bordo: vedere quell’immensa distesa di acqua faceva un certo effetto, già quella immagine dava un senso di libertà; anche in quell’occasione posso dire che mi andò bene: dopo sette ore, in mare aperto, fummo avvistati da una nave militare italiana che ci raggiunse e invitò a salire a bordo; ci scortò sulla terra ferma, ero in Italia».

L’ultima missione di Solomon. «Una promessa che intendo mantenere: lavorare sodo, mettere da parte i soldi, tornare a casa, per riabbracciare i miei figli – due ragazzi e due ragazze, fra i tre e i sedici anni – e mia moglie, e capire con loro se non sia il caso di lasciare definitivamente la Nigeria in cerca di una vita più umana…».

«Salvato da una tuta!»

Ivoriano, fuggito dalla Costa d’Avorio, la prigionia, il miracolo

«Non me ne separo nemmeno a Natale. Ero ostaggio di gente priva di scrupoli, un uomo mi scelse per il mio indumento da lavoro. E mi aiutò ad imbarcami. Sogno un’officina per riparare tir e autotreni, e mia madre a contare i soldi…». Storia di Alfa, più di trent’anni, un futuro da meccanico.

«Non mi separo dalla mia tuta da meccanico nemmeno a Natale, mi porta bene, mi ha salvato la vita: lassù qualcuno mi ama!». Alfa, nato in Costa d’Avorio, ragazzone di più di trent’anni, accento francese, in passato ci aveva raccontato la sua fuga avventurosa, anche a tinte drammatiche. «Scappai dal mio Paese – spiegò – nonostante il regime fosse stato ribaltato, chiunque avesse una divisa si sentiva in diritto di dettare legge, dunque se alzavi il capo per dire come la pensavi, le prendevi, fino a quando non ti provocavano ferite sanguinanti: avevo il dolore nel cuore, nonostante il vecchio presidente con la moglie fossero stati condannati per crimini contro l’umanità, non si avvertiva il benché minimo benessere: non c’era via d’uscita, se non la fuga verso quella che per me rappresentava la libertà: allontanarmi dalla mia “Costa d’Avorio”».

Facile a dirsi e, questo, Alfa lo sa. «Se tengo stretta a me la mia tuta da meccanico, non di auto, ma di camion, tir e autotreni, è perché questa mi ha già salvato la vita». Sorride Alfa, la sua vita sembra un film, fra alti e bassi, fatto di palpitazioni sempre più forti. «Il mio lieto fine è stato “Costruiamo Insieme”, il Centro di accoglienza dove una volta arrivato in Italia – avevo quaranta di febbre, mi sentivo morire – sono stato preso in cura e restituito alla vita, al sorriso, oggi posso anche dirlo a voce alta: al sogno; ovunque, lontano da un Paese dove la democrazia è solo sulla carta e dove non mi è vietato sognare».

Ha un sogno Alfa, lo sussurra, quasi si vergognasse. «Trovare un lavoro fisso, impegnativo, fare un po’ di soldi da mettere da parte e tornare a casa, finalmente aprirmi un’attività meccanica e far sedere mia madre dietro una scrivania a contare il denaro…». Puntualizza. «Ripeto questa storia solo perché stiamo parlando di un sogno, come se in un film chiudessi gli occhi e con un colpo di bacchetta magica mi trovassi ad essere titolare di una grande officina».

L’ALBERO E UN SOGNO

Non c’è niente di male. Ma in attesa che il sogno diventi realtà, glielo auguriamo di cuore, magari Alfa la sua “lotteria” la trova sotto un albero di Natale sotto forma di regalo. Tutto può succedere. E non è necessario essere cattolico, posto che l’albero non è strettamente legato alla fede più diffusa in Italia. Ci pensa lui. «Nel mio Paese – spiega Alfa – la maggior parte sono musulmani, più o meno la metà; poi ci sono i cattolici, molti anche loro, ma mai quanti credono nell’Islam: in Italia il Natale è tutto panettone e bollicine, da noi non è festa se non si serve in tavola la carne, simbolo della celebrazione».

Torniamo alla tuta che ha salvato la vita ad Alfa. «Devo fare un passo indietro però – il peggio è passato da quasi due anni, può sorridere mentre ce lo racconta – una volta salutata mamma supero Burkina e Niger, dove mi impegno per un anno in lavori saltuari, ma la prima meta è la Libia; da noi quel Paese era un miraggio, ci sono sempre arrivate notizie incoraggianti, dopo un periodo di incertezze quel Paese dava segnali di rilancio: purtroppo non era proprio così, lo imparai a mie spese; fui afferrato da gente armata fino ai denti e sbattuto in un campo con altri cento come me: disperati, senza un futuro all’orizzonte, casa mia e di quella gente tenuta in ostaggio era diventata quel campo nel quale vivevamo di stenti; di mangiare ogni giorno, nemmeno a parlarne, né a provare a farci capire che eravamo davvero allo stremo, avremmo rischiato di essere picchiati».

«…QUELLO CON LA TUTA!»

La tuta, Alfa ci tiene con il fiato sospeso. «Un giorno arrivò la mia lotteria: un signore, ben vestito, fra quanti erano piegati o raccolti in un angolo, indicò me; non uno qualunque, ma proprio me. Una volta pagato il riscatto ai nostri carcerieri, mi confessò che lo aveva impressionato la mia tuta, la indossavo come se fosse un attrezzo da lavoro e, in effetti, lo era stata davvero; questo signore aveva una specie di autofficina, bene attrezzata e, per giunta, non gli serviva un meccanico per auto – cosa che avrei provato a fare, pur di non tornare indietro nel “villaggio dei dannati” – ma per tir e autotreni, proprio l’attività che svolgevo con una certa pratica già nel mio Paese; lavoravo e mi pagava, io incassavo e mettevo da parte: volevo lasciare la Libia, nonostante il pericolo scampato quella prigionia mi aveva messo paura».

Cinquemila dinari libici l’equivalente di tremila euro, il costo del viaggio per l’Italia. «Per fortuna non fui derubato – conclude Alfa – fu lo stesso uomo che mi aveva salvato e aiutato ad accompagnarmi all’imbarcazione per l’Italia: ai saluti ci abbracciammo, lui stava perdendo un amico e un collaboratore, io un titolare e un uomo degno di grande rispetto; mi imbarcai con quaranta di febbre, avevo paura di un collasso: mare aperto, il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, una nave militare italiana, l’Italia, il ristoro, le cure mediche, cominciava la mia nuova vita».

«Un piccolo aiuto»

Natale in Africa, fra gioie e problemi

«Un momento di preghiera e riflessione. Ognuno festeggia come può, nel massimo rispetto. E quando c’è un sorriso sincero è sempre festa!». I nostri ragazzi, le abitudini, alberi e addobbi, tradizioni e canti, ognuno ha i suoi riti. Sempre condivisi, anche se la fede religiosa è diversa.

La scorsa settimana ci siamo lasciati con un pugno di amici transitati da “Costruiamo insieme”: Haroon, Samuel, Ali, Sambou, Michael e Lamine. Ragazzi che hanno vissuto o vivono la città con il massimo rispetto. Qualcuno di loro è musulmano, ma festeggia il Natale secondo tempi e modi nostri. «Solo il fatto di vedere gente con il cuore che si riempie di gioia, scatena una festa!». I ragazzi con la cooperativa nel cuore, fanno squadra. E’ la loro interpretazione di un sentimento popolare, qui, in Italia. Certo, il taglio evidentemente commerciale fa della nostra Festa dell’anno, la natività, un evento appena più piccolo, a causa di quell’aspetto consumistico che negli anni la cosiddetta società civile ha riservato a un sentimento religioso. Ma tant’è, si dice. Forse oggi c’è il bisogno di promuovere l’aspetto legato ai regali. Il nostro territorio ha bisogno di agitare un po’ di economia. Ma questa è un’altra storia.

E dopo la prima parte, ecco la seconda. Scrivevamo del natale in Africa e in alcuni Paesi del medio Oriente. Di come in quelle terre, basta poco per essere felici in questi giorni. Di come il gesto, più che un regalo, venga apprezzato più di ogni cosa. Basta il gesto, infatti, avevamo scritto.

Dunque, dopo la Santa messa, i cristiani africani festeggiano il pranzo di Natale con amici e parenti. In Sud Africa, le famiglie comunemente si riuniscono per un barbecue (braai) o ricordano le proprie origini coloniali britanniche con un pasto tradizionale a base di tacchino, prosciutto affumicato e tortini di carne macinata.  In Ghana, il pranzo di Natale non è completo senza il fufu e la zuppa di okra, mentre in Liberia non possono mancare riso, manzo e crackers.

Sempre secondo quanto appreso dai ragazzi e dagli scritti degli stessi ragazzi o, comunque, da chi in quei Paesi ci è stato davevro, la storia del Cristianesimo in Africa risale al Primo secolo. E’ da allora, che tutti i missionari arrivati sul posto si rendono conto di quanto le popolazioni africane siano profondamente spirituali. Partecipare alla Santa messa di Natale è solitamente il centro delle festività natalizie. Lo stesso vale per i canti sacri e, talvolta, le danze celebrative.

BUON NATALE, SI DICE…

In Malawi, gruppetti di bambini vanno di porta in porta per ballare e cantare canzoni di Natale vestiti di gonnelloni di foglie, accompagnando i loro canti con strumenti musicali fatti in casa, chiedendo in cambio qualsiasi cosa.

«Le comunità cristiane dell’Africa – spiegano i ragazzi – decorano  le vetrine di negozi, chiese e le proprie case; a Nirobi si decorano le vetrine con neve finta. In Ghana, le palme vengono decorate con candele accese, mentre in Liberia con piccoli campanelli».

Come si dice “Buon Natale” in Africa? «In eritreo e in tigrino, buon Natale si dice “Rehus-Beal-Ledeats” ; in Zimbabwe, il Natale si chiama Kisimusi; in afrikaans, “Buon Natale” si dice “Gesëende Kersfees”». Sembra più “scandinavo” che africano, ma i nostri amici, confermano: è proprio “africano”. In Africa, ne abbiamo scritto spesso, esistono centinaia di lingue e dialetti diversi. Ognuno ha il suo modo specifico di augurare Buon Natale. Se la forma cambia, il significato resta lo stesso.

Cosa si fa a Natale, lo avevamo accennato già la volta scorsa. Questo dipende molto dal Paese africano in cui uno si trova. Di solito, il Natale in Africa coincide con il periodo della raccolta del cacao. Quindi, in molti Paesi africani non si festeggia il 25 dicembre ma il 7 gennaio, secondo il rito della Chiesa copta ortodossa. «Per Natale, tutti i lavoratori tornano alle loro famiglie, mentre i giovani girano per strada intonando canti natalizi; nei Paesi di religione cristiana, Ghana e Kenya, per esempio, il Natale si celebra seguendo le funzioni religiose comandate».

PALME ADDOBBATE

L’albero di Natale è uno dei simboli di questo periodo. Ma, per ovvi motivi legati al clima, trovare un abete non è proprio facile, tanto che in alcuni Stati, come la Liberia, si ripiega sull’addobbo di palme.

Cosa mangiano in Africa a Natale. «Cambia da un Paese all’altro: pranzo e cena di Natale prevedono zuppa di pane e carne, arrosto di capra, riso e pasta di patate, stufato di pollo…». Nei Paesi cosiddetti “occidentalizzati” è, invece, più facile trovare una tavola imbandita con tacchino arrosto, maialino da latte, uva passa, verdure.

Curiosità. «Il Natale in Sudafrica cade in piena estate, così i sudafricani lo passano in spiaggia, nuotando nell’Oceano, mangiando, cantando e divertendosi per tutta la giornata; mentre qui fa freddo, nel continente africano fa caldo anche a dicembre».

Detto delle singole tradizioni, «Il Natale, in Africa, è un momento per dimenticare, anche solo per un giorno, una serie di problemi purtroppo ancora grandi: fame, diritto all’istruzione negato, precarie condizioni igieniche, disuguaglianze di genere…», solo per elencarne qualcuno. Ma, forse, il Natale può essere il momento giusto per cominciare a fare qualcosa per i Paesi che hanno bisogno di un gesto di aiuto. E le associazioni serie sono tante, basta cercare su internet e farsi guidare dal cuore. C’è una canzone dei Pooh, “C’è bisogno di un piccolo aiuto”: provate ad ascoltarla. E «Buon Natale da noi tutti!».

«Basta il gesto…»

Natale in Africa, il poco è sufficiente per essere felici

«Più che regali ci scambiamo doni: cose utili. Chi può si regala un vestito per andare a messa. Ma libri e quaderni per la scuola, stoffe e candele, vanno anche bene». Ma la Grande Festa è anche «Sapere che a casa stanno tutti bene, che i piccoli studiano e che, prima o poi, ci riabbracceremo»

Samuel, Sambou, Michael, Lamine, Ali, Haroon. Sono solo alcuni amici passati da uno dei nostri Centri di accoglienza. Storie. C’e chi ce le ha raccontate, c’è chi ce le racconta ancora. Basta saperle ascoltare, senza quel leggero stupore di chi sente e si stupisce quasi a compiacere uno, cinque, cinquanta ragazzi. Vanno sentiti, facendo un passo avanti, anche due, per sforzarsi nel comprendere usi, abitudini, filosofie.

Dunque, dobbiamo imparare a non stupirci. Molti dei nostri amici sono molto più profondi con un gesto, con uno sguardo, con una frase, di noi occidentali. E allora, perché stupirsi quando uno di loro, comprendendo perfettamente che per “Natale” intendiamo la festa delle feste, dice: «Il mio Natale è sapere che a casa mia stanno tutti bene, che mio fratello più piccolo, grazie ai miei sacrifici sta studiando e a scuola sta conseguendo tutti voti alti!». E’ una festa. «Natale per me è sapere che a casa, mamma – perché io un papà non ce l’ho più – sta bene, che mia sorella si sta riprendendo dopo un brutto choc del quale non voglio parlare e che il mio primo nipotino sta diventando un adorabile monello!».

Non dobbiamo stupirci quando uno di loro ci confessa che il Natale, per lui, sarebbe sicuramente un altro. «Se per voi è la festa dell’anno, e lo vediamo da come siete felici, da come qualcuno diventa di colpo più buono e più tollerante, per me il Natale – la festa più bella in assoluto – sarebbe tornare a casa, riabbracciare i miei fratelli, che non sono solo i fratelli nati da papà e mamma, ma i familiari, gli amici, gli stessi genitori».

NONOSTANTE I CONFLITTI…

C’è la guerra da una parte, i conflitti etnici dall’altra. Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen e alcune regioni dell’Africa registrano un alto numero di vittime. Si parla di oltre cinquantamila morti ammazzati e la tensione pare non si allenti. Ecco, allora, il sogno di uno dei nostri ragazzi che ci racconta il suo Natale ideale. «A casa, a lavorare per la mia terra, senza che qualcuno mi obblighi a fare quello che non mi va di fare, e senza essere ammazzato di botte o torturato, perché da quelle parti è ancora così…».

«Io sto bene in Italia, ho finalmente trovato un lavoro e vorrei restare qui: Natale per me, è tutti i giorni: quando chiamo gli amici in qualche città europea o sento mio fratello che sta bene; basta poco essere felici e se non fosse tanto, io quel poco di felicità provo a farmela bastare, vedessi cosa mi è toccato vedere…».

Ma con loro proviamo anche a comprendere come possa essere il Natale nei loro Paesi. Certo, non pensiamo subito a un presepio o ad un albero pieno di luci. Proviamo ad avvicinarci al continente africano. Sappiamo, per esempio, che l’Islam è una grande fede e che il cristianesimo è la seconda fra le religioni più praticate lì.

Venti anni fa erano circa trecentottanta milioni i cristiani Africa, anche se la stima dice che nel giro di pochi anni potrebbe indicarci un raddoppio di fedeli. Dunque, perché sorprendersi se il Natale, quello che celebriamo dal giorno dell’Immacolata all’Epifania, sia una festa osservata e celebrata dalle migliaia di grandi e piccole comunità cristiane in tutta l’Africa?

DAL GHANA IN POI

Dal Ghana al Sud Africa, il giorno di Natale si passa in famiglia con carole, balli che si danzano in cerchio  tenendosi per mano, ricchi pasti e scambi di regali. Neve, dicono i ragazzi sorridendo, «non pervenuta».

Negli Stati africani dove la religione predominante è l’Islam, il Natale viene rispettato e celebrato. In Senegal, prevalentemente islamico, il Natale viene riconosciuto come festività nazionale, in un clima di profonda tolleranza reciproca.

C’è chi può permettersi di scambiare regali, ma le festività non sono come le nostre che nel tempo hanno assunto un carattere commerciale. «Uno dei regali che facciamo a noi stessi – spiegano i ragazzi – è un vestito nuovo da indossare durante la messa del Natale, anche se nelle comunità più povere i regali sono cose modeste sì, ma hanno un valore pratico: libri, quaderni, penne e matite, diciamo l’occorrente per la scuola, poi sapone, stoffe, candele e tanti altri oggetti che tornano utili nella vita di tutti i giorni».

Dopo la Santa messa, i cristiani festeggiano il pranzo di Natale con amici e parenti. In Sud Africa, le famiglie comunemente si riuniscono per un braai (un barbecue) o ricordano le proprie origini coloniali britanniche con un pasto tradizionale a base di tacchino, prosciutto affumicato e tortini di carne macinata.  In Ghana, il pranzo di Natale non è completo senza il fufu e la zuppa di okra, mentre in Liberia non possono mancare riso, manzo e crackers. Ma il Natale è lungo anche in Africa, c’è spazio per tornare a scriverne la prossima settimana. Storie infinite.

«Accendiamo il cuore»

Taranto, il Natale, le luminarie

Sarmad e Ali, Broulaye e Raju, quattro ragazzi fra le tradizioni cittadine. «Belle le tradizioni, abbiamo sentito la banda musicale, assaggiato i dolci tradizionali. Cerchiamo lavoro, riceviamo rispetto…»

Due pakistani, un maliano e un bengalese. Sarmad e Ali, Broulaye e Raju, arrivano da lontano questi quattro ragazzi ospiti del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Fra le strade di Taranto si sono mossi già con una certa disinvoltura, poche volte affondando il colpo, cioè facendo lunghe passeggiate nelle vie del centro. Un paio di loro, però, Sarmad, pakistano, e Broulaye, maliano, sanno come muoversi fra le strade che collegano via Cavallotti, sede della cooperativa sociale, con piazza Immacolata, meta della passeggiata. I due ragazzi, in particolare, hanno spirito di iniziativa, raccontano di avere svolto attività in un ristorante, ma anche di essere degli assi nella pulizia delle cozze, i mitili tarantini così celebrati in Italia e all’estero per la loro proverbiale bontà. Campioncini, Sarmad e Broulaye, che possono entrare in competizione con i ragazzi tarantini che in Città vecchia, spiegano gli stessi due, sono delle vere macchinette, come fossero in una catena di montaggio.

«Abbiamo fatto due passi, visto le luci che illuminano le strade – dicono i due più disposti alle relazioni, gli altri due mostrano più discrezione, una modalità che rispettiamo – sappiamo perfettamente come in Italia, ma particolarmente a Taranto, si vivono le festività natalizie: lo scorso 22 novembre, giorno di Santa Cecilia, quando in città si entra nel vivo del Natale, abbiamo ascoltato la banda musicale venuta a suonare alle prime luci del mattino proprio davanti alla sede di “Costruiamo Insieme” in via Cavallotti; non conoscevamo ancora questa usanza, ma gli operatori ci hanno spiegato che questa sta diventando una consuetudine».LUMINARIE 02 - 1BANDA E PETTOLE…

Gli operatori hanno illustrato a larghi tratti le usanze popolari, fra queste il Santo Natale, i rituali, come la banda musicale, le pettole (pallottole di pasta lievitata fritte nell’olio), l’albero di Natale. «In pochi giorni – dice Broulaye, fede musulmana – ho imparato i riti del posto; c’è l’abitudine – mi è stato spiegato – di fare il presepio, simbolo cattolico, ma anche l’albero, simbolo protestante; le due cose convivono perfettamente, vedo, è infatti da queste cose che noi tutti, fratelli, dovremmo trarre insegnamento: si può convivere nel rispetto reciproco; io sono musulmano, ma ho grande rispetto per i cattolici, il credo di molti miei fratelli che pregano il loro dio; lo stesso i ragazzi di fede cattolica, hanno grande rispetto per la mia fede religiosa: questa convivenza ci ha insegnato la parola rispetto, le nostre non sono fedi intransigenti, ognuno prega e celebra i riti come desidera».

E veniamo alle luminarie. «Avevo visto una lunga strada illuminata – dice Sarmad, riferendosi a via Di Palma – così ero curioso di conoscere ciò che stava accadendo nel resto di Taranto, per questo ci siamo organizzati e chiesto di essere accompagnati ad assistere a quanto avevano inaugurato nei giorni scorsi per fare entrare cittadini e turisti nel Natale tarantino, quasi avessero di colpo acceso il cuore dei tarantini».

Venerdì 22 novembre, Santa Cecilia, le bande musicali alle prime luci dell’alba hanno aperto la strada alla tradizione. Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, alle 18.00, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, l’assessore alla Cultura e alle Tradizioni popolari, Fabiano Marti, hanno ospitato il presidente della Regione, Michele Emiliano, all’accensione delle luminarie in piazza Immacolata, cuore del Borgo cittadino. E’ stato un successo, un’esplosione di colori e applausi, con centinaia di foto e selfie che i tarantini, non solo loro, hanno cominciato un attimo dopo a far circolare sui social e, dunque, in tutto il mondo, indirizzandoli a parenti e amici, vicini e lontani.

Così le foto dei nostri ragazzi hanno preso la strada social di Pakistan, Mali, Bangladesh. Broulaye è il più intraprendente. Lo si capisce da come si mette in posa, stira la maglietta bianca sotto la maglia per mettersi in favore di macchina fotografica. Ne avrà viste foto di star del rap e di star dello spettacolo con giubbotto sistemato e volto sorridente. LUMINARIE 03 - 1LUCI, VERI GIOIELLI

Infatti, “Brou”, così lo chiama Sarmad, sorride. Non solo si presta allo scatto, si raccomanda affinché le foto appena fatte possano in qualche modo tornargli sul suo cellulare per girarle ad amici e parenti. «Belle le…luminarie? – si interroga e domanda – si dice così, vero? Sono gioiellini. Anche in queste cose occorre essere bravi, sicuramente dietro a queste piccole opere d’arte c’è il lavoro di più di un artigiano, un lavoro di vera ingegneria, le luci colorate, la forma di ciascun soggetto…».

E, intanto, i ragazzi si prestano a fare foto, a immortalare questo momento. E non importa che qualcuno, quasi con aria di sfida, passi davanti all’obbiettivo mentre vengono scattate foto. I ragazzi lo hanno notato. Sarmad ha prontezza di riflessi disarmante. Sentite come dice la sua. «La maggior parte dei tarantini – spiega – sono ospitali, magari anche uno che quasi ci sfida, come se avessimo invaso casa, se ci conoscesse un po’ meglio cambierebbe idea: le cose accadono poco per volta e non importa che, a pelle, qualcuno di noi stia sulla punta del naso di qualcuno, noi venuti da lontano qui a Taranto, ma parlo anche per conto di miei connazionali che risiedono in altre parti d’Italia, ma anche nel resto d’Europa, ci siamo sentiti di casa, forse la prima parola che abbiamo subito dimenticato è “ospiti”».

A proposito del sentirsi, o meno, ospiti. «Non ci sentiamo ospiti – conclude Sarmad – vogliamo sentirci utili al Paese che ci ha accolti, riconoscenti alle strutture nelle quali viviamo, “Costruiamo Insieme” per intenderci, per questo non stiamo fermi un attimo; quando ci svegliamo al mattino abbiamo un chiodo fisso, andare in giro a cercare lavoro; è il primo passo, ma noto con piacere e una certa emozione, che anche quanti non possono offrirci lavoro ci danno qualcosa che per noi ha valore immenso: il rispetto».

«Restituito alla vita!»

Yankouba, scappato dal Mali, intrappolato in Libia

«Picchiati senza motivo, costretti a lavorare in silenzio, anche per tre giorni di seguito senza toccare cibo. E poi i ragazzini, più crudeli di tutti, impugnavano fucili e sparavano alla schiena, come fosse un tiro al bersaglio!». 

 «Sei libero, puoi andare…». Un istante dopo, un colpo di fucile alla schiena, a distanza ravvicinata. Un poveretto giace steso, privo di vita, gli occhi rivolti al cielo. Yankouba, maliano, fede musulmana, così un giorno ci ha raccontato la sua storia. Senza tanti giri di parole. A che servono questi, se poi la sostanza è una sola: la vita appesa a un sottile filo, quello di un ragazzetto senza scrupoli che ha visto scene simili in un film violento, e d’improvviso ti pianta un proiettile in una spalla, senza pietà.

Tutto comincia con un incubo. «Zitto e lavora!». La manovalanza nei campi di raccolta è fatta di ragazzi di pelle nera rastrellati per strada, in Libia, per essere tradotti in uno stanzone di un edificio fatiscente. Porte enormi, solide, impossibile abbatterle. «Così robuste da scoraggiare a chiunque, sotto chiave – spiega Yan – venisse in mente l’idea di aprire uno di quei portoni e scappare ancora, come se la vita fosse una fuga continua».

Da un Paese all’altro. Quando pensi che possa tirare il fiato, ti tocca daccapo mettere gambe in spalla e correre. Fino a quando uno, due, dieci fucili non ti si spianano a un palmo dalla faccia.

La storia di Yankouba non è tanto diversa da quella di altri connazionali o amici per la pelle, nera, che i libici individuano con estrema facilità. Come fosse una mattanza, li accerchiano, li catturano, mai con le buone. Li spingono in spazi allo scoperto: cantine, edifici in disuso, masserie. Trascinati talvolta per i capelli, i ragazzi dormono in stalle, insieme alle bestie da accudire.

NON SOLO BOTTE…

«Ma è successo anche di peggio: non solo botte, anche intere giornate senza toccare cibo; c’era chi non reggeva questo ritmo, sveniva, pregava il Cielo che la tortura finisse, in un modo o nell’altro, che gli aguzzini si muovessero a compassione, gettando per strada i più deboli, oppure che mettessero fine a questa sofferenza, anche nel peggiore dei modi: un colpo di pistola o di fucile alla nuca».

Colpi di arma da fuoco. «Non sai mai da chi ti arriva – riprende il ragazzone maliano – militari o civili: girano tutti con armi in pugno; perfino i ragazzini, i più pericolosi di tutti, hanno in tasca una pistola: connazionali mi hanno raccontato di qualcosa come un gioco di società, “Se vuoi la libertà, scappa e non fermarti!”».

Trasformano degli esseri umani in bersagli, come fosse un tiro a segno, fatto di gare di precisione per il piacere di mettere fine a un cuore che batte. Miserabili assassini in erba che misurano le proprie capacità balistiche con la vita di coetanei che hanno la sola sfortuna di cercare una via di fuga dalle persecuzioni. Stabiliscono così una gerarchia: chi è il più bravo a colpire un bersaglio in movimento. Talvolta anche chi è il più crudele di tutti. «La Libia, non puoi evitarla, è la finestra che affaccia sul Mediterraneo e ci permette, a costo di rimetterci la pelle, di cominciare a pensare a una vita diversa, lontano da persecuzioni politiche e dalla fame».

Yankouba e un pezzetto della sua vita. «Agli italiani sarò grato a vita, riconoscente alla Marina italiana, che ha tratto in salvo me e decine di miei compagni in mare restituendoci di colpo alla vita!». Non è facile trovare le parole. Spiega a gesti, ingoia a vuoto, gli occhi lucidi. Gli fa male ricordare certi passaggi, ma ci prova, accetta di liberarsene, ma è come se avesse ancora un coltello piantato nel costato e qualcuno e lo torturasse ancora.

Alla fine Yankouba trova coraggio e parole. «Non ho potuto studiare nel mio Paese, non ne avevo le possibilità: mio padre è morto per malattia, dopo una lunga sofferenza, lasciando mamma, me e un fratellino; è anche per quest’ultimo che voglio trovare lavoro, qualsiasi esso sia, dopo la Libia sono disposto a enormi sacrifici: voglio guadagnare e spedire soldi a casa, questo voglio fare, perché il mio fratellino non passi attraverso la mia sofferenza».

ANCHE DOLORE E SOFFERENZA

Una malattia curabile, forse con una semplice vaccinazione e il papà di Yankouba non c’è più. Poche cure in Mali, ne sa qualcosa lo stesso “Yan”, vittima di una scarsa assistenza sanitaria. Ha una leggera zoppia. «I medici fanno quello che possono e chi non può pagarsi le cure, ha la vita segnata». Un episodio personale. «Anni fa sono stato vittima di un incidente: investito da un mezzo, mi hanno dato assistenza come potevano, poi mi hanno dimesso dall’ospedale nel quale ero stato trasportato; funziona così, ti rimettono in piedi come meglio possono, poi diventano affari tuoi. Zoppico un po’, forse con un secondo intervento riprenderei a camminare normalmente».

«Dovessi trovare un lavoro, uno qualsiasi, resterei volentieri qui: in Mali lavoravo nei campi, concimavo terreni, mi dedicavo al raccolto. Senza titolo di studio mi toccava fare qualsiasi cosa, ma non mi sono mai tirato indietro: vivere fra stenti e vessazioni, ho preferito andare via, magari crearmi un futuro, guadagnare poco, ma mettere da parte quel denaro da mandare a casa, per aiutare l’unico mio fratello, piccolo, a studiare: vorrei che la vita non fosse severa come è stata con me».

La Libia, un ritornello che torna in mente. «Dopo un viaggio fra difficoltà che non sto a ricordare, in quel Paese ho trascorso due mesi da dimenticare: fermato insieme a decine di fratelli neri, tutti al lavoro, a raccogliere olive, a spezzarci la schiena; poi, all’imbrunire, sorvegliati e reclusi in uno stanzone; un panino, nemmeno a parlarne, restavamo digiuni anche tre giorni di seguito; come se non fosse bastata la fuga dal mio Paese, due enormi porte ci impedivano di andare via, scappare; fino a quando un bel giorno ci siamo dati coraggio e abbiamo sfondato una delle due porte principali: non sapevamo neppure da che parte scappare, abbiamo solo seguito l’istinto».

Anche in Libia qualcuno dimostra di avere cuore. «Tre mesi di lavoro – spiega Yankouba – per ripagare un uomo che ci dava assistenza, ci sfamava e ci aveva promesso che avrebbe provveduto a trovare un gommone sul quale imbarcarci: così è stato, mare aperto, una nave italiana in lontananza, finalmente salvi!». Li raggiunge una nave Militare italiana che li conduce in porto, poi il viaggio verso il Centro di accoglienza.

«Lavoro in pace»

Sadiki, da quattro anni in Italia, si racconta

«Da quando sono in Italia, accetto qualsiasi cosa, tranne che io o altri neri, rubiamo lavoro e donne. Vado nei campi, negli stabilimenti, perfino nel retrobottega di un ristorante, ma non dite che rubiamo occupazione e ragazze…»

«Niente elemosine, la cosa ci offenderebbe: siamo andati via dal nostro Paese per vivere dignitosamente e nessuno, compresi quanti chiedono monetine, siano essi neri, dell’Est o tarantini – perché anche i tarantini, mi risulta, chiedano spiccioli all’uscita di bar e supermercati – pensano che stendere una mano o un cappellino al prossimo, sia la soluzione a tutti i mali…».

Ne abbiamo parlato e scritto la scorsa settimana con il racconto di Mosi. Il tema è lo stesso, sfumature simili, il ragionamento non fa una grinza. Ne parla Sadiki. «Da quasi quattro anni sono in Italia, mi trovo bene, mai chiesto un solo euro, nemmeno quando ne avrei avuto bisogno: sono stato ospitato nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” e sono fiero di avere imparato molte cose, dallo studio, alla scrittura, a imparare nuovi mestieri».

Corsi di formazione che gli saranno serviti per cercare lavoro. «Il discorso è complicato: il lavoro manca anche ai tarantini, l’unica richiesta che perviene a noi neri è l’attività nei campi, a raccogliere ortaggi e frutta; con uno stipendio giusto, per noi, dal colore della pelle diverso, quanto per i bianchi, come noi impegnati nel raccolto nelle campagne; i corsi di formazione sono utili, lo sono stati per miei colleghi, chi lavora nel campo della ristorazione, chi fa il meccanico, le occasioni non sono mancate».

NON RUBIAMO LAVORO…

Non sono tante, ma ci può stare secondo Sadiki. «E’ un momentaccio – dice – specie ora che l’industria sta risentendo della crisi; speriamo che il Governo italiano possa risolverla questa crisi e tutto, almeno per i dipendenti dell’ex Ilva, torni sereno; così io e i miei fratelli, quelli che hanno grande volontà, ci diamo da fare; ma, attenzione, non rubiamo lavoro a nessuno».

Come Mosi, Sadiki torna su un ragionamento. «Gente dice che rubiamo lavoro e donne agli italiani e questo non è vero; sto in Italia da qualche tempo, dicevo, così la vostra lingua riesco a parlarla bene; insomma, mi faccio capire e dove non arrivo a farmi capire, mi aiuto con discorsi lunghi e con i gesti delle mani: perché dico questo? Perché a volte, quando entro in un bar, sono alla fermata in attesa di un bus, dopo aver comprato il biglietto sia chiaro, faccio finta di non capire l’italiano – che invece capisco bene, purtroppo… – e sento sempre le stesse cose, cattive il più delle volte; se prendessi la parola, per dire la mia so che scoppierebbe il caos…».

Ma fa male. «Certo che fa male – spiega Sadiki – sono arrivato in Italia con la speranza di fare una vita migliore rispetto a quella che facevo nel mio paese dove è un continuo conflitto etnico e c’è il pericolo reale che qualcuno a cui sei antipatico, con un pretesto qualsiasi ti ammazzi! E’ successo, succede, succederà, purtroppo, fino a quando fra anni non sarà ripristinato uno Stato democratico; sono venuto in Italia con lo scopo di rendermi utile al Paese del quale sono ospite: a raccogliere nei campi, tinteggiare una casa, fare il lavapiatti in un ristorante, svuotare camion e sistemare merce pesante in un supermercato, va anche bene; poi sarà il tempo a dire che sono capace a fare altro o incapace anche a spolverare un tavolino a pulire il banco di un bar; per ora va così…».

…E NEMMENO RAGAZZE

Altro argomento, le donne. «Altro tasto dolente: la gente che pensa questo, credo manchi di rispetto intanto alle stesse ragazze, come se queste non avessero un cervello tale da scegliere da sole con chi fare amicizia, chi tenere per mano; io la trovo la cosa più normale al mondo e chi, oggi, fa ancora distinzioni fra il colore di pelle – come se questo autorizzasse una classifica di meriti – penso abbia ancora da studiare per confrontarsi con un’epoca che spiega che il nero ha gli stessi diritti del bianco, sempre con il dovuto rispetto: non voglio niente in regalo, tantomeno assistenza, denaro; sapessero che faccio una cosa simile, quei parenti che hanno cercato in tutti i modi di trattenermi nel mio Paese, mi allontanerebbero definitivamente; non accetterebbero nemmeno un euro di quelli che invio per far studiare una sorella più piccola e un nipote che, diversamente, non avrebbero avuto la possibilità di fare passi avanti nello studio, nella cultura».

Sadiki, adesso che fa. «Intanto non mi do per vinto: faccio sempre quello che c’è da fare – conclude – non mi tiro mai indietro, qualsiasi cosa ti chiedano da fare con decoro, non ci penso su due volte: ho una base più o meno sicura, fra raccolta nei campi e lavoro negli stabilimenti balneari, così non mi tiro indietro davanti a qualsiasi cosa: basta conoscere e rispettare le regole, non conosco altro modo per guadagnarsi stima e rispetto dal prossimo, che questo sia bianco o nero!».

«Mai rubato lavoro!»

Mosi, uno dei tanti ragazzi impegnati nella raccolta nei campi

«Secondo qualcuno i neri amano il far niente, altri che toglieremmo occupazione; un datore, invece, mi ha confessato che i figli non vogliono saperne di sgobbare fra frutte e verdure. Rispetto quanti scelgono il cappellino per vivere di elemosine, ma preferisco guadagnare sudando…»

«Per favore, non parliamo delle solite cose, dei neri che arrivano in Italia, non hanno voglia di lavorare e li trovi agli angoli delle strade e, peggio, davanti a un bar o un supermercato con un cappellino stretto fra le mani ad elemosinare pochi spiccioli: come gli italiani, i tarantini, i neri non sono tutti uguali – la maggior parte, sfido chiunque a dire il contrario – c’è chi vuole lavorare, a costo di spezzarsi la schiena nei campi, a raccogliere frutta e verdura!».

Mosi, uno dei nostri tanti amici, determinati, arrabbiati – se vogliamo – ce l’ha con quanti fanno di tutta l’erba un fascio e non usa tanti giri di parole. Lo avevamo già ascoltato il suo punto di vista su temi delicati. Ci soffermiamo, però, su uno dei luoghi comuni, spesso dibattuti dagli italiani, tanto da aver diviso questi, in due scuole di pensiero: quelli che sostengono che i neri «non hanno voglia di far niente» e quanti, invece, dicono che «i neri – sempre loro e chi sennò, sottolineato con la massima ironia – vengono in Italia e rubano quel poco di lavoro ancora disponibile».

«Basterebbe questo – dice Mosi, il suo discorso non fa una grinza – a far capire alla maggior parte degli italiani, quella che ci rispetta, e sono tanti a volerci bene, che i neri non possono essere considerati nello stesso momento sfaticati e “ladri” di lavoro: quelli che ci danno addosso, però, devono decidersi; oltre al rispetto, oggi c’è anche tolleranza, non vedo la gente osservarci con disprezzo, guardarci come “quelli che sono venuti ad occuparci”: i primi tempi non sono stati facili; quando entravamo in un locale, un bar – faccio un esempio – e c’era gente, avevo netta la sensazione che tutti stessero osservando me, si guardassero fra loro, accennassero un sorriso d’intesa come a dire “eccone un altro!”».

ELEMOSINARE, MAI!

Non è così, Mosi insiste. «Detto che fra noi, c’è una minoranza che occupa l’uscita di bar e supermercati per stendere una mano e chiedere pochi centesimi – qualcosa che io non condivido, ma rispetto come scelta non conoscendo i problemi dei singoli… – anche fra gli italiani, c’è una minoranza che proprio non vuol saperne di aprire un dialogo con noi: si sono fatti un’idea sui neri, in genere, fin dall’inizio e quella è…».

Difficile farli ragionare. «Non ci pensano nemmeno, faccio un altro esempio: una mattina sono entrato in un bar, ho fatto un biglietto per il bus, bene, non volendo sono stato oggetto di discussione, tanto che per poco due tarantini non litigavano furiosamente fra loro: uno diceva che non era il caso facessi il biglietto, perché a Taranto non sono abituati a pagare i trasporti pubblici, poi a maggior ragione essendo nero cosa vuoi che mi avrebbe fatto un controllore se non sorvolare; l’altro sosteneva, invece, che era giusto facessi il biglietto, perché se noi neri vogliamo far parte di una società è bene accettare le regole che questa invita a rispettare. Ovviamente sono d’accordo con il secondo, ma i due se le sono dette con toni accesi, da litigio. Fatto il biglietto, sono andato via, ho lasciato i due che hanno continuato a fare discorsi scontati ai quali io, francamente, non faccio più caso: insomma, un ragionamento, due punti di vista diversi».

Torniamo per qualche istante al lavoro, agli africani che sostano davanti a supermercati e bar con il cappellino. «Anche io ho fame come loro – spiega Mosi – sono stato ospitato dal Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, ma fin dall’inizio anche invitato a guardarmi intorno, fare corsi, perfezionarmi in materie nelle quali sono portato, perché “L’accoglienza non è per sempre!”, mi spiegavano; è giusto, così mi sono dato da fare: detto che avevo scartato da subito il “cappellino” all’uscita di un locale per chiedere spiccioli, sono andato a lavorare nei campi, insieme con altri fratelli neri: a raccogliere frutta e ortaggi».

«FORTUNA CI SIETE VOI!»

Non è il primo, non sarà l’ultimo. «Il mio datore di lavoro – prosegue – con il quale ho stabilito un buon rapporto, quasi benediva che in Italia fossero arrivati i neri, perché nei campi non vuole più lavorarci nessuno; gli ho spiegato che il raccolto ce lo abbiamo nel sangue, basti prendere i neri e le piantagioni di cotone negli Stati Uniti: ma non sappiamo fare solo questo, gli ho spiegato, siamo esseri umani, abbiamo una mente uguale a quella dei bianchi, la stessa voglia di studiare e, perché no, la stessa voglia di lavorare, visto che con me c’erano molti bianchi a fare il mio stesso mestiere».

Ultima considerazione. «Entrati in confidenza – conclude Mosi – il datore si è anche un po’ sfogato. In vena di confidenze, mi ha detto che i suoi figli e i figli di altri proprietari di terreni e vigneti, non vogliono saperne di fare il nostro lavoro nei campi; spesso i loro ragazzi sono partiti per studiare e stabilirsi al Nord, salvo poi tornare per fare uno dei mestieri più antichi del mondo, detto dal mio datore stesso: i mantenuti. In attesa di tempi migliori – questo il loro punto di vista – i figlioli restano comodamente a casa, a loro ci pensano papà e mamma».

Tanto a raccogliere frutta e verdure nei campi, ci pensano Mosi e i suoi fratelli.