«Un dolore insanabile!»

Lucky e la storia  di sua moglie Blessing, incinta, che non c’è più (prima parte)

Nigeriano, poco più che ventenne, ha perso la moglie in mare. «L’avevo preceduta, poi una telefonata: “Problemi”, mi dicono, capisco che è una tragedia, lei scomparsa fra le onde con in grembo la nostra seconda creatura. “Questione di giorni, poi ci riabbracceremo per non separarci più!”, mi disse. Ora vivo per Johnny, il nostro primogenito, altrimenti per me sarebbe finita…».

«Mia moglie incinta, Blessing, morta inghiottita dal mare; l’imbarcazione sulla quale viaggiava, colata a picco!». In un rigo la storia di Lucky. “Fortunato”, questo significa “lucky” in italiano. Mai fidarsi dei nomi. A volte raccontano altre storie, talvolta fatte di lacrime e sangue. E’ il caso del nostro Lucky Ibeh, poco più di venti anni, nigeriano, scappato a gambe levate dal suo villaggio, Deta State, dove vive ancora quel che è rimasto della sua famiglia: il primogenito John, lasciato in custodia allo zio che se ne prende come se fosse suo figlio, e una sorella.

«Brutta storia», ci aveva già raccontato Lucky, le mani sul volto, un pianto a dirotto. Inarrestabile, come il dolore. «Mi perseguita giorno e notte, è talmente grande che non avrei voluto sopravvivere alla notizia che Blessing, mia moglie, fosse morta, in mare: di lei più niente, letteralmente dissolta con in grembo la nostra seconda creatura, il nostro secondo sorriso; perché era questo che io, lei e il piccolo John, rimasto in Nigeria, sognavamo: i figli danno gioia, ci ripetevamo; così, mentre fantasticavamo sul nostro futuro lontano dal nostro villaggio e dalle cattiverie, stava per sbocciare sulle nostre labbra e nel suo grembo un altro sorriso, una seconda felicità, che purtroppo non potremo mai raccontare».

Lucky non ce la fa. Gli occhi pieni di lacrime sbucano da quel volto nero, giovane, ma già provato da un dolore immenso. Non è l’unico. Ne ha da raccontare il ventenne nigeriano arrivato in Italia con un primo viaggio dalla Libia. «Con mia moglie avevamo deciso di scappare dal villaggio, perseguitato com’ero: gente che pensa ancora a sortilegi e stregonerie, manovra persone come fossero burattini: io mi ero ribellato alle loro stupide raccomandazioni; era già successo di tutto».Foto-Storie-nuove-01VIA DAL VILLAGGIO, NELLE MANI DI UNA BANDA

Lucky e la sua Blessing, via dal villaggio, dalla Nigeria, destinazione un Paese libero. «Non è la Libia, dove ci fermiamo per guadagnare quei soldi necessari a pagarci il viaggio lontano dall’Africa: siamo ostaggio di uno di quei gruppi armati fino ai denti; con la guerra civile, ognuno si “disorganizza” come può: noi disperati diventiamo una risorsa nelle mani di questi malviventi con zero scrupoli, armati come sono di coltelli, pistole e fucili: guai a non fare come ti dicono, hanno sempre il dito sul grilletto; nel loro dizionario non esiste la parola “rifiuto”, la faccenda la risolvono in un istante: “Bang!” e per te è finita».

Con questa banda di malviventi, Lucky fa un patto. «Io e Blessing, già incinta, lavoriamo in un campo: lo scopo è spezzarsi la schiena, ma alla fine mettere insieme quei soldi che ci permettano di pagarci la “fuga”; mia moglie ha il pancione, io i soldi per il viaggio. “Parti prima tu!”, mi dicono i banditi che continuano a tenere in ostaggio mia moglie; ci tengono sott’occhio quando siamo nei campi, siamo il loro conticino custodito nella sacca».

Non ha soldi a sufficienza per tutti e due, l’idea è di Blessing. «Vai prima tu, questione di giorni, poi ti raggiungo: tu vedi che succede, il lavoro non ci impressiona, ci rifacciamo una vita, in Italia o altrove, l’importante è scappare da qui», dice la donna. «Viaggio in mare, io e gli altri sul primo barcone, incrociamo una nave che ci issa a bordo, sani e salvi, arriviamo sulla terraferma; a giorni tocca a Blessing…», ricorda Lucky.

COSI’ E’, COSI’ NON E’…

Così è. «La sento prima che parta, perché anche lei si imbarca: tempo due giorni, massimo tre, arriverà qui, potrò riabbracciarla, mi dico». Così non è. «Una telefonata strana: brutto segno quando rispondi e non parlano o pronunciano frasi lente, disarticolate, incomprensibili. La prima parola che, purtroppo, comprendo è “Problemi!”. Comincio a sudare freddo, l’amico che mi ha telefonato non ha il coraggio di dirmi quanto accaduto, mi passa il ragazzo alla guida dell’imbarcazione. “Problemi…”. E sono due. Urlo, voglio sapere cosa è successo. “Il gommone sul quale viaggiavamo in tanti è affondato, con questo anche molti di quanti erano a bordo, non sapevano nuotare: una carneficina, i morti non si contavano, anche Blessing, tua moglie, ci è scomparsa davanti agli occhi…».

Lucky tira fuori l’ultimo briciolo di coraggio. «E’ un giorno che non dimenticherò finché campo. Ho nella mente il sorriso di Blessing, il suo senso materno di dire le cose. Anche se giovanissima, il fatto che fosse già mamma di John, il piccolo che continua a dare senso alla mia vita, era donna, saggia; quando ci siamo salutati è stata lei a incoraggiarmi, a dirmi che era meglio fossi stato io il primo a partire. “Questione di giorni, poi ci riabbracceremo per non separarci più!”, mi disse».

«Guerra civile è…»

Extracomunitari e racconti agli studenti del “Cabrini” di Taranto

«Non sono tre righe in cronaca, ma bande prive di scrupoli che ti svuotano tasche e sogni. Ragazzini armati fino ai denti che ti sparano a vista. Fughe in mare aperto in cerca di futuro»

«Grazie dei pasticcini, ma siamo in Ramadan, per un mese dobbiamo fare astinenza, non solo di dolci, ma di qualsiasi cosa: solo prima del calare della sera possiamo mangiare, masticare un paio di datteri, ma non per saziarci, bensì per smorzare se possibile i morsi della fame». Istituto Cabrini di Taranto, seconda parte. Fra i protagonisti, ospiti e operatori di “Costruiamo Insieme”.

Le storie non finiscono mai, anche il periodo di penitenza è motivo di confronto a scuola fra i ragazzi-studenti e questi loro nuovi amici. Ragazzi come loro, sì, che però hanno da raccontare qualcosa in più. Se non altro perché non è storia di tutti i giorni scappare, sfuggire a colpi di fucile, coltellate, bastonate. Perché di questo si è anche parlato, diciamo anche appena accennato la scorsa volta. Per non spaventare troppo gli studenti con storie nude e crude. E qui sta la grazia, la discrezione di questi giovanotti neri che si presentano con aspetto austero, ma che i ragazzi smontano in un “amen”, non appena si parla di comunicazione, palmare, i-pad, internet. Figli della stessa generazione. Per giunta hanno in comune il Sud.

Proseguono, dunque, gli incontri degli studenti dell’Istituto professionale “Francesco Saverio Cabrini” di Taranto. Di fronte a curiosità e domande, ci sono Daniel, Alassane, Souleymane, Amara, Lawrenta e Devine. Qualcuno aveva partecipato all’incontro della settimana precedente.GUERRA Articolo 01 - 1E’ la seconda prova di apertura al sociale a ragazzi come loro. Solo che gli ospiti, un sorriso contagioso che spicca sui volti neri come il carbone, vengono da lontano, da un altro Paese. Costretti a tagliare radici a malincuore, perché fuggire o comunque lasciarsi alle spalle affetti familiari, la propria terra, non è bello e non accade tutti i giorni. Merito della dirigente scolastica Angela Maria Santarcangelo, che ha voluto concretizzare un progetto didattico, «La grande “I”» («I», come integrazione). Un’idea di conoscenza realizzata in collaborazione con il CPIA, il Centro provinciale per l’istruzione adulti presieduto da Patrizia Capobianco e coordinato, come la settimana prima da Mercedes Corbelli.

Fioccano le domande. Anche stavolta. «Io volevo laurearmi in Ingegneria, sono andato via dal mio Paese per studiare, ma mi sono ritrovato in Libia in un momento di grave incertezza: non c’era più un governo stabile, bensì guerriglie armate, quelle che i giornali hanno definito guerra civile».

La guerra civile. «Tre righe in cronaca, nelle pagine degli Esteri», dice uno degli ospiti, mostrando conoscenza di una delle espressioni più care a giornalisti e politici. «Non voglio polemizzare, ci mancherebbe altro, ma se ragazzi come voi ci pongono spesso le stesse domande, vuol dire che i mezzi di comunicazione non spiegano bene cosa stia accadendo, non dall’altra parte del mondo, ma a mille chilometri da qui; la guerra civile non è solo un’etichetta: vuol dire episodi di violenza, bande di ragazzini armati fino ai denti che, se tutto va bene, ti svuotano le tasche di soldi e sogni, perché quel poco denaro che avevi guadagnato con mesi di lavoro sarebbe servito per pagare il viaggio dalle coste africane e quelle italiane…».

«Non vogliamo impressionare nessuno – prosegue un altro – ci mancherebbe anche passare per il “lupo nero” delle fiabe; ma quando ti va male, per questi ragazzi – che hanno dieci, dodici anni, sono più piccoli di voi… – sei solo un bersaglio mobile: ti dicono di scappare e tu devi scappare, altrimenti sono guai, ma guai veri!». E qui la cronaca di Daniel,  Souleymane, Amara e Lawrenta, si autocensura. Non vogliono stupire i ragazzi raccontando il sangue. GUERRA Articolo 01 - 1 copia«Provate ad immaginare a un sogno e questo sogno altro non è che l’incertezza di arrivare sani e salvi su una costa amica; di notte il mare è impressionante, alle prime ore del mattino non è più incoraggiante: onde alte come palazzi ti sbattono come fossi uova per una frittata; quelle scene non durano istanti, ma ore e fanno paura anche a chi il coraggio se l’è fatto venire perché non aveva altra scelta che la fuga dalla morte».

«Puoi incrociare navi militari libiche, che ti riconducono a riva e mettono in prigione; non incontrare una sola imbarcazione, magari con a bordo pescatori che possono, invece, issarti a bordo e portarti su un mezzo almeno più sicuro di un gommone che imbarca acqua o può bucarsi da un momento all’altro». Infine, «Terra!», suggerisce un ragazzo con un sorriso. Il racconto, in effetti, mette ansia. Partiti dalle coste libiche, si è parlato di persecuzioni, di mare agitato, ma non ancora dell’ultimo tratto. Quel «sani e salvi» che è un po’ il finale dei temi di un tempo, una sorta di «stanchi ma felici». «Certo che arriviamo in Italia! Una nave militare italiana, dio la benedica, ci fa salire a bordo e conduce direttamente all’hot-spot di Taranto: da quel momento in poi la nostra vita ha assunto tutto un altro aspetto».

Vero. «C’è chi è ospite di un Centro di accoglienza, chi ha trovato un contratto di lavoro, chi fa l’operatore – come il sottoscritto, dice uno – con il suo stipendio e la voglia di costruirsi un futuro». «Non necessariamente in Italia – conclude un “fratello” – a me il vostro Paese piace, cordialità e accoglienza sono all’ordine del giorno, ma c’è chi vuole viaggiare ancora, chi tornare a casa, infine chi vuole costruirsi un futuro, con molti sacrifici e questa è una cosa che, con tutto quello che abbiamo provato, non può farci paura».

Tocco di classe

I ragazzi di “Costruiamo” si “aprono” a scuola

Ospiti dell’istituto “F.S. Cabrini” di Taranto, hanno incontrato gli studenti. «Attenti alle fake-news, non sempre è tutto oro quello che luccica. In Italia perché perseguitati da guerre. Non vogliamo essere scambiati per “mantenuti”». Progetto “Grande I”, “I” come Integrazione. I loro racconti.

«Vedete, questo cellulare che ho in pugno, non me lo ha regalato nessuno, non è nemmeno frutto di sacrifici da pocket money, fosse stato per quello non avrei mai potuto acquistarlo: l’ho comprato con i miei risparmi, il frutto del mio lavoro». Uno dei nostri ragazzi invitati all’Istituto “F. S. Cabrini” di Taranto, spettina subito i giochi. Sembra un colpo di scena, studiato o meno, non lo sapremo mai, di sicuro i ragazzi sanno il fatto loro. Come gli studenti della scuola tarantina della quale sono ospiti. Gli alunni, dal cantono loro, prestano subito attenzione agli ospiti invitati dal loro dirigente scolastico, Angela Maria Santarcangelo, in collaborazione con il CPIA, il Centro provinciale per l’istruzione adulti presieduto da Patrizia Capobianco.

L’incontro rientra in un più ampio progetto, «La grande “I”» (“i” come integrazione), un progetto ideato dalla docente Arianna Crivelli. Fra i ragazzi, Boubacar, Souleimane, Daniel e Amara. Alcuni, vecchie conoscenze di “Costruiamo Insieme”. Ragazzi ospiti del Centro di accoglienza, collaboratori, operatori, adesso anche dipendenti di piccole attività, ma con in testa un solo scopo: l’integrazione. Dimostrare ai più scettici che non sono sbarcati in Italia in cerca di asilo e sostegno economico.TOCCO copertina 2 - 1«Non fatevi ingannare dalle fake news – dice uno degli “ospiti” – ne circolano tante, il più delle volte ci danno contro: raccontano una realtà, come dite qui… – virtuale, che esiste solo nella mente e nella testa di leoni da tastiera che mettono a cuocere notizie tanto al chilo; oggi siamo qui per raccontare le nostre storie, storie simili una all’altra, scaturite dalla povertà e dalle persecuzioni, non solo politiche ma anche da faide familiari, dalla fuga da “giustizia fai da te”: attenzione, dunque, a quanto vi racconta, non è tutto oro quello che luccica!».

E qui i ragazzi del “Cabrini” mostrano di non essere colti proprio di sorpresa. Hanno studiato il tema, l’integrazione. Hanno realizzato clip e argomenti che proiettano e di cui parlano nel corso dell’incontro amichevole. Fra i ragazzi neri, che a fine incontro saranno oggetto di richiesta di selfie, c’è anche un disc-jockey. Uno che scrive e canta roba seria, Djallo Souleimane. «Abbiamo le stesse ambizioni e le stesse debolezze di ciascuno di voi – dice – io stesso amo la musica, per me è vita; ho fatto stampare un bigliettino da visita, ne faccio circolare un po’, qualcuno mi chiama, qualche altro no: nel tempo libero mi diverto e metto qualche soldino da parte; qualcuno di voi avrà la sua stanzetta: io, la mia, me la porto dietro come un troller, è la mia consolle, il mio bagaglio a mano». Scatena simpatia il ragazzo che ha dedicato una canzone alla sua seconda “terra”, quella di adozione, l’Italia. Guineano, poco più che ventenne, Souleimane si “apre”. Dice anche cose che i ragazzi non chiedono, ma solo per rispetto. «Ve lo dico io: la gente nel mio Paese conta poco». «Il mio senso di disperazione – prosegue – non finirà mai; la fuga, poi, è il sistema peggiore per lasciare la tua terra e la tua famiglia; qualcosa che mai avrei pensato di fare quando da ragazzino ho cominciato a stare fra i banchi di scuola: non è questo che ci insegnavano, il rispetto era alla base di tutto, invece ecco come è andata a finire…»TOCCO copertina 5 - 1 «Quanto vi danno per pagarvi la colazione i vostri genitori?». Domanda Boubacar mentre due studentesse gli chiedono un selfie a fine incontro. «Cinque euro? Bene, dovete sapere che io sono fuggito dal mio Paese proprio per cinque euro! Quella somma equivale al costo di una penna e un quaderno, che però i miei zii si rifiutarono di comprarmi». Boubacar, coetaneo di Souleimane, maliano, riprende la storia appena finito di raccontare agli studenti. «La mia, una storia di umiliazioni, prigionia, botte alla cieca e fughe: avevo perso mamma e papà; non sapevo più dove andare e i miei zii, che allora ringraziai per avermi accolto sotto lo stesso tetto, poco tempo dopo mi dissero che quella spesa per continuare a farmi studiare non potevano permettersela; intanto nel mio Paese succedeva di tutto, così scappai. Sono in Italia dall’aprile dello scorso anno, sto imparando l’italiano, mi dicono che sono a buon punto…».

«La mia, una vita fatta di corse», lamenta Daniel, prima di quello che lui stesso considera «un colpo di fortuna». «Scappo da quando ero piccolo; sono fuggito dal mio Ghana: motivi familiari; avevo trovato lavoro in Libia, ma anche lì, continue rappresaglie, tanto da obbligarmi a fuggire ancora; poi, finalmente, l’Italia: sbarco, accoglienza, lavoro, un contratto con la cooperativa “Costruiamo Insieme”; non sapevo cosa fosse, ma mentre firmavo mi tremava la mano: ero assunto, avrei avuto uno stipendio! In pochi istanti rivedevo il film della mia vita: il mio Paese, i contrasti familiari, le continue fughe alla ricerca di un cielo sereno, quello che mi avevano spiegato fosse la normalità».

Fine della lezione. Una delle tante che hanno luogo nelle scuole medie della provincia, ci spiega Mercedes Corbelli. «Una serie di attività che stiamo svolgendo in molte scuole: al “Cabrini” la prima lezione, la seconda a una settimana esatta di distanza; su tutto il lavoro e gli incontri fin qui svolti c’è un blog: scatti fotografici e momenti di confronto che hanno il compito di annullare le distanze fra studenti e ragazzi giunti da Paesi lontani; ragazzi come loro, ma con alle spalle storie di fuga e sciagura».

Lavoro nero

Extracomunitari che trovano impieghi stagionali e “inventano” attività

Ma non solo. Altri si inventano attività, anche di volontariato. «Comprai scopa e secchio, una pettorina per mostrare quanto amassi questo Paese, poi mi presi cura di un lido», racconta Samuel. «Lavoro nei campi, ho un contratto, ho lo stesso trattamento dei colleghi “bianchi”», sorride. «E quando piove, non resto a casa, tinteggio di tutto, anche chiese»

Lavoro nero. Non inteso come “sommerso”, bensì una, due, dieci diverse attività che ragazzi extracomunitari sono riusciti a svolgere, a volte ritagliarsi, altre volte ad inventarsi qui, in Italia. Merito loro e anche un po’ di quanti, datori di lavoro corretti, hanno creduto nelle loro capacità. Di sicuro nel loro impegno, garantito, nel quale questi ragazzi sbucati dalle acque del Mediterraneo non sono secondi a nessuno.

Uno dei nostri amici più attivi è Samuel, un giovanottone nigeriano che indossa sorriso e un paio d’occhiali che gli dà un aspetto da intellettuale. Straordinario. Un giorno ci ha raccontato i suoi sentimenti, le paure di un ragazzo fuggito da conflitti civili. E di un brutto giorno, quando ha dovuto lasciare una fabbrica nella quale realizzava infissi in alluminio. Porte, finestre, suppellettili utili nelle costruzioni più recenti in un Paese in pieno sviluppo, che questo fosse la Nigeria, piuttosto che la Libia, dove si era fermato dopo essere fuggito. Il tempo di mettere insieme un po’ di soldi e pagarsi il “biglietto” per la libertà.

Arrivato in Italia, Samuel capisce che deve imparare subito la lingua. Il suo affetto per l’Italia è un amore a prima vista, come nei romanzi che gli è già capitato di leggere quando era casa. Sì, a casa, distante ormai migliaia di chilometri, ma per fortuna a distanza di un clic. Giusto il tempo di fare “invio” e sentirsi con i familiari. Vera quella pubblicità di un tempo: una telefonata allunga la vita.SAMUEL CopertinaDunque, Samuel e l’amore per l’Italia. «Non appena ho imparato a parlare, esprimendo almeno le cose più importanti in italiano – vorrebbe dire “essenziali”, cerca la parola giusta nel traduttore custodito dal suo smartphone… – non ho perso tempo: volevo mostrare quanto bene volessi all’Italia e agli italiani; per fare questo, ho pensato fosse il caso di impegnarmi: allora, con i pochi spiccioli che mi erano rimasti e avevo messo da parte, ho comprato due secchi e due scope: venti euro; dovevo completare l’“offerta”: due pettorine, dieci euro, e la stampa della scritta “Servizio Volontario”, altri sette euro…».

Prima di lanciarsi nel volontariato senza nulla pretendere, neppure un “caffè” – quelli che normalmente esigono, anche bruscamente, parcheggiatori abusivi – Samuel si era recato in Prefettura. «Volevo mi indicassero cosa fare per avere un documento che mi autorizzasse a fare volontariato, senza che qualcuno mi fermasse e chiedesse spiegazioni; mi mandarono alla Charitas, forse pensando che avessi avuto solo bisogno di un pasto caldo…».

Samuel che non sa starsene con le mani in mano, allora fa di testa sua. «Pettorina, secchi e via, per tre mesi ho scopato marciapiedi, strade, angoli di Taranto: qualcuno si complimentava, altri pensavano stessi lì per conto del Servizio civile, così mi chiedevano di essere più attento, che anche quell’attività, di pulitore volontario, andava fatta con il massimo impegno».

Qualcuno gli avrà riconosciuto un caffè, una colazione in cambio di quel “servizio volontario”. «Nessuno, ma non lo facevo per la colazione: volevo dimostrare quanto amassi già questo Paese e volessi mettermi a sua disposizione, sentendomi italiano. L’ho fatto per tre mesi, non avevo più soldi e, allora, mi sono messo in giro a cercare un lavoro retribuito, qualsiasi cosa capitasse. Primo della serie: Marina di Lizzano,  un lido bellissimo: dovevo spazzare la spiaggia utilizzando una ruspa e durante la notte sorvegliare l’intero lido perché qualcuno non rubasse ombrelloni, sdraio e lettini: trenta euro al giorno, colazione e complimenti per il mio lavoro; mi sentivo importante, ma la stagione è durata solo due mesi, un tempo così e così e un’estate chiusa in anticipo causa maltempo».SAMUEL Copertina 04 - 1 Ma Samuel, il lavoro non lo aspetta, gli va incontro. «A Palagiano cercavano gente che lavorasse in campagna per la raccolta di mandarini: contratto a trentacinque euro al giorno, come gli altri colleghi “bianchi” – sorride – un certo numero di ore, esattamente come loro, una pausa per mangiare qualcosa e poi daccapo al lavoro, fino all’ora di pranzo, stop e tutti a casa».

Anche questo lavoro stagionale. Iniziato qualche mese prima, poi finito. «Ora lavoro nelle campagne di Castellaneta, stesso contratto: anche qui sto bene, mi sveglio presto al mattino, un bus viene a prendere me e i colleghi a Massafra, ci accompagna sul posto di lavoro per “attaccare” alle sei e finire sempre all’ora di pranzo, poi a casa: bus, tutti a bordo; in caso di pioggia, invece, restiamo a casa: è un momentaccio in questi giorni, piove spesso e non ci sono le condizioni per recarsi nei campi: speriamo si metta presto al bello, la gente non può avere frutta e ortaggi, io e i colleghi il salario…».

Ma, tanto per cambiare, Samuel non sta un attimo fermo. «Mi occupo di pitturazione, faccio l’imbianchino – si dice così? – ho appena finito dare una seconda “mano” a una casa, a giorni comincerò a tinteggiare – si dice così? – una chiesa…». Si dice così, Samuel. E soprattutto si fa così. Mai fermarsi, ci sono italiani che prendono a benvolere gente come te. E offrono, dove possibile, occasioni di lavoro.

«Centotrenta dispersi!»

Billy, operatore di “Costruiamo Insieme”, ricorda una tragedia del mare

«Non un tg, né un solo giornale ha riportato la notizia sulle vittime di un naufragio. E’ accaduto al largo della Libia. Il mio dio mi ha dato la forza di salvare un ragazzo da morte sicura e aiutare con quello che posso chi studia nel mio Paese. Il mio orgoglio: Mamadou, figlio di uno scomparso, e Fanta, mia sorella, prossima ostetrica, sgobbano sui libri»

«Come è possibile che centotrenta persone scompaiano in mare e nessuno dica niente? Un notiziario, un giornale, niente: penso alla famiglia di quella gente sfortunata che è morta in uno dei tanti viaggi della speranza».

Complicata la comunicazione. Billy, guineano, fede musulmana, nonostante i suoi ventidue anni, ha fatto di tutto. Ha perfino salvato la vita in mare a Ibrahim, gambiano, un ragazzo in preda alla disperazione; aiuta negli studi una sorella, medico fra un anno, e Mamadou, piccolo orfano, guineano come lui. «Allah mi ha salvato, secondo il suo disegno io devo aiutare il prossimo con tutte le mie forze: sarò per sempre riconoscente verso il prossimo, a costo di rimetterci la pelle!».

Da mesi operatore con la cooperativa “Costruiamo Insieme”, alla quale non smetterà di dire «Grazie!» per avergli dato un lavoro, ha tante storie da raccontare. Non una sola. Mesi fa scrivevamo: fosse stato un americano, Clint Eastwood gli avrebbe dedicato un film biografico; fosse stato un orientale, i giapponesi ne avrebbero fatto un eroe da cartone animato.

Billy non ha niente da invidiare a questi eroi di celluloide o da fumetto che siano. Ha il fisico da rugbista. Ecco, forse sarebbe stato un campione di football americano. Ce lo immaginiamo, con uno di quei maglioni con numeri enormi e un casco protettivo schiacciato sulla testa. Un fisico prorompente, il suo: due spalle sulle quali Billy ha poggiato tufi a non finire quando si è trattato di fare il muratore, anche sedici ore al giorno. E, come sentiremo, pure qualche compagno di viaggio che aveva bisogno del suo aiuto.STORIE BILLY Articolo 01QUANTE STORIE…

La prima storia è da reality. Un misto fra “Vite vissute” e “Carramba che sorpresa”, con le debite distanze fra dramma e show televisivo. Andiamo per ordine, Billy “Occhi lucidi”, torna indietro con la memoria per la seconda volta. Non lo dice, ma abbiamo la sensazione che lo faccia solo per noi. Comprendiamo, invece, quale dolore possa avere ancora addosso nel rivivere più che momenti, ore e ore di disperazione. Un fatto è pensare alla tragedia del “Titanic” e rivedere Di Caprio al cinema e sentire urla strazianti per un quarto d’ora; un fatto è stare lì, in mare, galleggiare di notte, su una distesa di acqua che ha il colore dell’inchiostro, mentre il tuo barcone sul quale non potevano viaggiare neppure gli ottanta passeggeri previsti (eppure ne aveva imbarcati quasi il doppio) capovolgersi e scomparire. Un foro, uno scoppio, il gommone si disintegra in pochi attimi e tutti fra flutti impazziti, che un po’ ti riavvicinano e un po’ ti allontanano dalla costa.

Era il 27 settembre 2017, trecento euro per il viaggio della speranza. «Ore disperate, mi viene ancora da piangere – ricorda Billy – se ci penso, sento ancora urla strazianti, intravedo al buio gente che scompare inghiottita dal mare; altri, disperati, in cerca di salvezza che si strattonano per aggrapparsi a qualsiasi cosa: tavole galleggianti, bidoni, camere d’aria, quello che resta del nostro gommone; ecco, i bidoni di benzina, questi potevano essere la nostra salvezza: c’era chi li svuotava dal carburante che ci ritrovavamo ovunque addosso, sul dorso delle mani, sulle braccia, a ustionarci la pelle; quel sistema era una delle soluzioni per salvarsi, ma c’era una disperata lotta per la sopravvivenza: chi provava ad impossessarsi di bidoni e camere d’aria per galleggiare in un mare che si perdeva a vista d’occhio, e chi non sapeva nuotare o era stanco e veniva ingoiato dalle acque. Vedo scomparire anche il mio connazionale Thierno, che mi raccontava della gioia che gli dava suo figlio, il piccolo Mamadou, rimasto in Guinea con la mamma».STORIE BILLY Articolo 02IBRAHIM, AFFERRATI A QUESTO “SALVAGENTE”!

Ibrahim, a due bracciate di distanza. «Sento un morso a una mano – ricorda Billy – era un ragazzo gambiano, giovanissimo, magro, disperato: voleva impossessarsi di quel bidone al quale ero abbracciato, aveva paura di morire e qualsiasi suo gesto era comprensibile; lo calmai, gli offrii quel bidone-salvagente, io potevo resistere, ho il fisico, anche se ne avrei avuto ancora per una ventina di minuti, stanco e disperato com’ero; Ibrahim, grazie al Cielo, era salvo, io di lì a poco trovai un altro bidone, ma bucato: infilai un pollice nel foro per impedire che prendesse acqua, poi quei pochi superstiti mi issarono sopra una di quelle poche camere d’aria laterali del gommone che avevano resistito, fortunatamente rimaste intatte. Ero salvo, ero su uno di quei “salvagente” di fortuna, ma non mollavo il bidone, neppure Ibrahim, che intanto stava poco per volta cancellando la disperazione dal suo volto».

Il ritorno in Libia. «Ci soccorse un pescatore, raccolse quei pochi superstiti e ci riportò sulla costa libica: fossero stati militari, ci avrebbero sbattuti in galera; mi era già accaduto un paio di volte, volevano soldi in cambio della mia libertà: denaro o botte, così, io che non avevo disponibilità economica, le prendevo di santa ragione, un giorno sì e l’altro pure».

Due mesi dopo, 15 novembre, alle 23.00 in mare. «Mi imbarco daccapo, non avevo soldi e anche questa volta il mio dio mi aiuta: chi organizza il viaggio, da me non vuole danaro, mi fa salire lo stesso a bordo. Tre ore dopo, siamo a bordo dell’“Aquarius”, il Cielo benedica quella nave e tutto il suo equipaggio. Arrivo a Catania, in bus fino a Taranto, fra le braccia di “Costruiamo Insieme”».STORIE BILLY Articolo 03UN INCONTRO INATTESO, I PIANTI DI COMMOZIONE

Billy interpreta il segno divino. Un incontro che non ti aspetti. «Ibrahim, sul Lungomare di Taranto! Abbracci e pianti di commozione, ora so che vive fra Martina e Grottaglie, sono felice per lui, ma ancora disperato per i centotrenta compagni di viaggio dispersi in mare, brutto destino il loro; i primi tempi con metà del mio pocket-money ho aiutato Mamadou, il figlio del povero Thierno, a studiare inviando soldi alla mamma; con un altro mio modesto aiuto, si è data al piccolo commercio, oggi provvede lei stessa al figliolo; a proposito di studi, aiuto anche mia sorella Fanta, fra un anno diventa ostetrico: aiuterà mamme a mettere al mondo tanti bei bambini che non dovranno conoscere quell’inferno attraverso il quale sono passato io e tanti altri come me. Penso di fare sempre troppo poco rispetto a quello che mi ha risparmiato il Cielo: la vita!».

«Perché tanto sangue?»

La comunità cingalese a Taranto, sui fatti del 21 aprile scorso

«Non sappiamo spiegarcelo», dicono Niroshan e Ann, cristiani, impegnati nella preghiera con i loro connazionali Nalaka, Tenison, Claris, Rupika, Shantha e Pavan. «La vita è un dono di Dio, non si può farne un uso sconsiderato, aggiungendo dolore ad altro dolore». Ogni settimana Santa messa al SS. Crocifisso e alla Madonna delle Grazie. «Quel giorno abbiamo acceso candele e ci siamo a lungo raccolti in preghiera per le vittime del terrorismo»

«E’ accaduto a sette minuti di strada da casa mia, non lontana dal santuario di Sant’Antonio, dove normalmente si recano a pregare mio figlio Gayesh, venti anni, e mia sorella!». Niroshan, cingalese, quarantotto anni, casa a Colombo, capitale commerciale ed economica dello Sri Lanka presa di mira da un ampio commando kamikaze, non sa darsi pace. Da anni in Italia, prima a Venezia, impiegato in un albergo, oggi a Taranto, impegnato con una società di pulizie e in uno studio notarile, spiega l’incubo vissuto quel maledetto 21 aprile. «Mi ero appena svegliato, quando mi hanno avvisato su quanto stesse accadendo: non era stata ancora realizzata l’entità di danno e dolore, le notizie si rincorrevano, non mi restava che pregare, io che ho una grande fede cristiana ho sperato fino all’ultimo momento che i danni provocati fossero soltanto alle cose e non alle persone».

Invece, tre chiese, quattro alberghi di lusso e un complesso residenziale. Questi gli obiettivi dell’azione terroristica suicida che ha provocato, secondo fonti governative, la morte di 253 innocenti la mattina del 21 aprile proprio a Colombo, la città di Niroshan, il giorno in cui veniva celebrata la Pasqua cristiana. Una strage che non sarà mai dimenticata da un popolo, quello cingalese, rispettoso verso fedi diverse: buddista, hindu, musulmana, cristiana.

Prima esplosione presso il santuario di Sant’Antonio, nel sobborgo di Kotahena, poco lontano da Colombo «Anni fa era stato in visita Giovanni Paolo II», ricorda Niroshan. Le chiese di San Sebastiano di Negombo e di Sion, fra gli altri obiettivi. Distrutti dalla furia kamikaze anche tre alberghi di lusso: lo Shangri-La Hotel, il Cinnamon Grand Hotel e il The Kingsbury, e il complesso residenziale seguite da un’altra esplosione presso la Tropical Inn.STORIE Articolo 03«Lo stesso giorno ci siamo raccolti in preghiera – ricorda Ann, ventisette anni, studi in ragioneria ed economia aziendale, a Taranto da dieci anni con mamma Mala e papà Kingley – mia madre era già in chiesa, come ogni domenica: la comunità cingalese di fede cristiana presente a Taranto, si riunisce per partecipare alla Santa Messa, una volta al SS. Crocifisso, una volta alla Madonna delle Grazie; ogni due settimane don Shehan, anche lui cingalese, arriva da Roma: quel 21 aprile era già a Taranto, stava celebrando la Settimana Santa con una serie di funzioni religiose; dopo quelle notizie tremende, stretti nel dolore, abbiamo acceso candele e recitato preghiere in memoria delle vittime di una strage inspiegabile: qualsiasi cosa provochi dolore, a se stessi e al prossimo, è inspiegabile; la violenza è un fatto inspiegabile».

Nalaka, Tenison, Claris, Rupika, Shantha, Pavan, Iranga e tanti altri non hanno mai smesso di pregare con don Sheran e padre Francesco del SS. Crocifisso, la chiesa nella quale la comunità cristiana cingalese è ospite. «Ho continuato a vivere l’incubo per ore – ricorda  ancora Niroshan – seguendo prima i canali youtube, poi i notiziari Rai e Sky: il tempo passava e non riuscivo a mettermi in contatto con mio figlio Gayesh; dov’ero io in quel momento non c’era campo, mentre a Colombo le esplosioni avevano messo fuori uso i sistemi di comunicazione; poi la schiarita, se così vogliamo chiamarla: a casa tutto bene, ma le immagini non davano scampo al dolore, la sciagura era un continuo susseguirsi di numeri: dieci, cinquanta, cento, duecento, trecento morti!». Qualcuno era arrivato a ipotizzare mille vittime. Ma mille, cento, cinquanta, dieci, uno solo, gli stessi ragazzi del commando suicida, chiunque non fosse più in vita provocava dolore. «La vita è un dono di Dio – dice Ann – non si può farne un uso sconsiderato, aggiungendo dolore ad altro dolore; la notizia di quanto stesse accadendo il giorno di Pasqua,  l’ho vissuta attraverso due amici: una telefonata dietro l’altra, un mio connazionale a dirmi che c’erano stati attentati, ma non se ne conosceva la proporzione; un altro amico milanese, subito dopo, invece mi aveva aggiornato sul dramma abbattutosi nelle tre chiese di Colombo, una sciagura costata la vita a centinaia di anime innocenti: poi i messaggi su Viber, il nostro gruppo social, e le immagini che non lasciavano scampo; sul mio cellulare vedevo di tutto, non riuscivo a piangere, tanto ero incredula, pensavo fosse un incubo…».
STORIE Articolo 02«Non sappiamo spiegarcelo», dicono Niroshan e Ann, cristiani, impegnati nella preghiera con i loro connazionali Nalaka, Tenison, Claris, Rupika, Shantha e Pavan. «La vita è un dono di Dio, non si può farne un uso sconsiderato, aggiungendo dolore ad altro dolore». Ogni settimana Santa messa al SS. Crocifisso e alla Madonna delle Grazie. «Quel giorno abbiamo acceso candele e ci siamo a lungo raccolti in preghiera per le vittime del terrorismo»

«E’ accaduto a sette minuti di strada da casa mia, non lontana dal santuario di Sant’Antonio, dove normalmente si recano a pregare mio figlio Gayesh, venti anni, e mia sorella!». Niroshan, cingalese, quarantotto anni, casa a Colombo, capitale commerciale ed economica dello Sri Lanka presa di mira da un ampio commando kamikaze, non sa darsi pace. Da anni in Italia, prima a Venezia, impiegato in un albergo, oggi a Taranto, impegnato con una società di pulizie e in uno studio notarile, spiega l’incubo vissuto quel maledetto 21 aprile. «Mi ero appena svegliato, quando mi hanno avvisato su quanto stesse accadendo: non era stata ancora realizzata l’entità di danno e dolore, le notizie si rincorrevano, non mi restava che pregare, io che ho una grande fede cristiana ho sperato fino all’ultimo momento che i danni provocati fossero soltanto alle cose e non alle persone».

Invece, tre chiese, quattro alberghi di lusso e un complesso residenziale. Questi gli obiettivi dell’azione terroristica suicida che ha provocato, secondo fonti governative, la morte di 253 innocenti la mattina del 21 aprile proprio a Colombo, la città di Niroshan, il giorno in cui veniva celebrata la Pasqua cristiana. Una strage che non sarà mai dimenticata da un popolo, quello cingalese, rispettoso verso fedi diverse: buddista, hindu, musulmana, cristiana.

Prima esplosione presso il santuario di Sant’Antonio, nel sobborgo di Kotahena, poco lontano da Colombo «Anni fa era stato in visita Giovanni Paolo II», ricorda Niroshan. Le chiese di San Sebastiano di Negombo e di Sion, fra gli altri obiettivi. Distrutti dalla furia kamikaze anche tre alberghi di lusso: lo Shangri-La Hotel, il Cinnamon Grand Hotel e il The Kingsbury, e il complesso residenziale seguite da un’altra esplosione presso la Tropical Inn.
STORIE Articolo 01«Lo stesso giorno ci siamo raccolti in preghiera – ricorda Ann, ventisette anni, studi in ragioneria ed economia aziendale, a Taranto da dieci anni con mamma Mala e papà Kingley – mia madre era già in chiesa, come ogni domenica: la comunità cingalese di fede cristiana presente a Taranto, si riunisce per partecipare alla Santa Messa, una volta al SS. Crocifisso, una volta alla Madonna delle Grazie; ogni due settimane don Shehan, anche lui cingalese, arriva da Roma: quel 21 aprile era già a Taranto, stava celebrando la Settimana Santa con una serie di funzioni religiose; dopo quelle notizie tremende, stretti nel dolore, abbiamo acceso candele e recitato preghiere in memoria delle vittime di una strage inspiegabile: qualsiasi cosa provochi dolore, a se stessi e al prossimo, è inspiegabile; la violenza è un fatto inspiegabile».

Nalaka, Tenison, Claris, Rupika, Shantha, Pavan, Iranga e tanti altri non hanno mai smesso di pregare con don Sheran e padre Francesco del SS. Crocifisso, la chiesa nella quale la comunità cristiana cingalese è ospite. «Ho continuato a vivere l’incubo per ore – ricorda  ancora Niroshan – seguendo prima i canali youtube, poi i notiziari Rai e Sky: il tempo passava e non riuscivo a mettermi in contatto con mio figlio Gayesh; dov’ero io in quel momento non c’era campo, mentre a Colombo le esplosioni avevano messo fuori uso i sistemi di comunicazione; poi la schiarita, se così vogliamo chiamarla: a casa tutto bene, ma le immagini non davano scampo al dolore, la sciagura era un continuo susseguirsi di numeri: dieci, cinquanta, cento, duecento, trecento morti!». Qualcuno era arrivato a ipotizzare mille vittime. Ma mille, cento, cinquanta, dieci, uno solo, gli stessi ragazzi del commando suicida, chiunque non fosse più in vita provocava dolore. «La vita è un dono di Dio – dice Ann – non si può farne un uso sconsiderato, aggiungendo dolore ad altro dolore; la notizia di quanto stesse accadendo il giorno di Pasqua,  l’ho vissuta attraverso due amici: una telefonata dietro l’altra, un mio connazionale a dirmi che c’erano stati attentati, ma non se ne conosceva la proporzione; un altro amico milanese, subito dopo, invece mi aveva aggiornato sul dramma abbattutosi nelle tre chiese di Colombo, una sciagura costata la vita a centinaia di anime innocenti: poi i messaggi su Viber, il nostro gruppo social, e le immagini che non lasciavano scampo; sul mio cellulare vedevo di tutto, non riuscivo a piangere, tanto ero incredula, pensavo fosse un incubo…».
STORIE Articolo 04Amici e parenti di Ann. «Era un continuo sentirsi al telefono, “Vogliamo venire in Italia!”, mi ripetevano i parenti dallo Sri Lanka, come se fosse ripresa quella tremenda guerra finita dieci anni fa, un conflitto costato migliaia e migliaia di vite umane». Quel triste 21 aprile insiste nel cuore e nelle coscienze. Non è finito. «Non può finire – dicono i cristiani cingalesi – quanto accaduto è di proporzioni disumane: gli stessi attentati sono generati da vicende disumane; continuiamo a pregare, come sempre, non solo la domenica, ma anche gli altri giorni: lo scorso 10 marzo ci siamo recati in tanti a San Giovanni Rotondo a rivolgere una preghiera anche a Padre Pio; per noi la preghiera è indispensabile, come l’amore per il prossimo: siamo tutti fratelli, lo sono anche quanti hanno abbracciato altre religioni; per questo continuiamo a domandarci, senza saperci dare risposta, perché è accaduto tutto questo!».

Amici e parenti di Ann. «Era un continuo sentirsi al telefono, “Vogliamo venire in Italia!”, mi ripetevano i parenti dallo Sri Lanka, come se fosse ripresa quella tremenda guerra finita dieci anni fa, un conflitto costato migliaia e migliaia di vite umane». Quel triste 21 aprile insiste nel cuore e nelle coscienze. Non è finito. «Non può finire – dicono i cristiani cingalesi – quanto accaduto è di proporzioni disumane: gli stessi attentati sono generati da vicende disumane; continuiamo a pregare, come sempre, non solo la domenica, ma anche gli altri giorni: lo scorso 10 marzo ci siamo recati in tanti a San Giovanni Rotondo a rivolgere una preghiera anche a Padre Pio; per noi la preghiera è indispensabile, come l’amore per il prossimo: siamo tutti fratelli, lo sono anche quanti hanno abbracciato altre religioni; per questo continuiamo a domandarci, senza saperci dare risposta, perché è accaduto tutto questo!».

«Riconoscente a vita!»

Andrew, ventisei anni, nigeriano, “cuoco”

«“Costruiamo Insieme” mi ha dato serenità. Dalle sedici ore di lavoro, malpagate, in un autolavaggio, alla cucina aperta mesi fa dalla cooperativa. Un attestato conseguito a Confcommercio, “piatti” italiani e nordafricani. In trecento a bordo di un gommone, la grande paura, poi Lampedusa. Ringrazio il Cielo!»

«Fino a qualche tempo fa non avevo troppa fortuna con il lavoro; mi sbattevo da mattina a sera per pochi spiccioli, fino a quando non ho trovato l’occasione con “Costruiamo Insieme”: oggi lavoro in cucina, mi diletto fra fornelli e pietanze, da otto mesi la mia vita è cambiata grazie alla cooperativa!».

Andrew, nigeriano, ventisei anni, quando si racconta alza gli occhi al Cielo. Un cielo con la “c” maiuscola. Il suo riferimento è il Signore. Durante la nostra chiacchierata lo invoca spesso. Con garbo, come se stesse maneggiando un pacco con la dovuta cura. Accompagna questa sua grande forma di rispetto con il segno della croce. Andrew è cattolico. Prende il suo zainetto. Come fosse la borsa di Mary Poppins, tira fuori da questo l’impossibile. C’è di tutto, svuota e riempie una scrivania. Sulle prime non comprendiamo cosa stia cercando. Nonostante parli italiano, non pensa nemmeno lontanamente ad anticipare la mossa a sorpresa. «Aspetta un momento!», dice. Passa un minuto. Ne passano due, anche qualcosa di più. Ecco, ha trovato. Mostra l’oggetto della sua ricerca con grande orgoglio. «Ecco, Papa Francesco!». Un quadretto, a colori, una stampa con foto di Sua Santità. «Padre, Figlio, Spirito santo!», altro segno della croce. Andrew, adesso, ha il volto sereno. Voleva solo mostrare quanto quel suo segnarsi fronte e petto, invocando la Trinità, non fosse solo frutto di abitudine. «Credo in Dio, è a lui che mi sono rivolto nei momenti difficili e se mi ha aiutato a trovare un lavoro importante, vuol dire che le mie preghiere sono arrivate a destinazione».

Amabile Andrew. Raccontaci la tua storia. «Vengo dalla Nigeria, una vita fatta di grandi sacrifici e mille motivi perché non restassi più a casa, con mio fratello di ventidue e mia sorella di venti anni: loro, grazie al Cielo, stanno bene dove stanno, non corrono alcun rischio, io non potevo più restare; se sei contrario, ostinato nei confronti di qualcuno, corri il rischio che ti facciano male: ma non con sonore bastonate… Oggi, grazie al cellulare, fratello e sorella li sento molto spesso, lo stesso la mamma: quest’ultima la sento in continuazione, l’ultima volta che le ho parlato non stava bene e questo è anche uno dei motivi perché ogni giorno trovo del tempo per rivolgere preghiere a Dio: deve fare il possibile per far stare bene i miei due fratelli e mia madre, perché possa riprendersi al più presto»Storie Articolo 02 - 1FUGA E VIAGGIO, DAL NIGER ALLA LIBIA

Prima di “Costruiamo Insieme”, la fuga. Un lungo viaggio. «Ho attraversato, non senza qualche problema, il Niger: sono arrivato in Libia, unico sistema per mettere da parte un po’ di denaro con il lavoro e trovare un’occasione di imbarco; ho fatto un po’ di lavoretti, fino a quando per un periodo di otto mesi ho trovato un lavoro un po’ più stabile: non pagato bene, ma almeno costante, mi sfiancavo, andavo a dormire con la schiena a pezzi, ma il giorno dopo sapevo che il mio lavoro era quello e basta; lavoravo in un autolavaggio, a contatto con acqua, detersivi, schiuma e spray, tutte cose che a lungo andare, per almeno quattordici, sedici ore al giorno, rappresentavano un tormento; ma lavoravo, mettevo un po’ di soldi da parte…».

Quando finalmente un giorno arriva l’occasione. «Un gommone enorme, occhio e croce avrebbe potuto ospitare cento, centocinquanta persone: uno sull’altro, invece, arrivammo a qualcosa come trecento ragazzi! Pensavo che se il gommone fosse affondato prima di avvistare una nave, una imbarcazione più solida, sarebbe stata una vera sciagura; mi imbarcai, fummo soccorsi, fortunatamente, da una motonave, salimmo a bordo, arrivammo a Lampedusa: tre giorni lì, poi dritti nell’hot spot di Taranto, ospiti in un Centro di accoglienza, dopo del tempo “Costruiamo Insieme”, come sentirsi a casa, massima assistenza: nostalgia, tanta, ma almeno non dovevo domandarmi cosa stessi facendo qui, in Italia».

A proposito di Italia. «Sono arrivato in Italia il 5 aprile di quattro anni fa; non appena sbarcato ho fatto lavoretti, qualcuno soddisfacente, qualcuno un po’ meno; non era come trovarsi in Nigeria, però, dove le giornate si trascinavano fra lavori sempre di fatica con zero soddisfazioni dal punto di vista economico». Sfrega appena, uno con l’altro, pollice e indice. Di italiano ha imparato la lingua, ma anche i gesti, eloquenti. Quelle due dita “parlano” di soldi. Ora Andrew sta tranquillo.Storie Articolo 01 - 1UN CORSO DI QUALIFICA, FINALMENTE UN ATTESTATO 

«Prima dell’opportunità di lavoro con “Costruiamo” insieme con i mei due colleghi, Ali e Waseem, ho fatto un corso in Confcommercio. Ho imparato i segreti della cucina, come si mantiene nella massima pulizia l’ambiente di lavoro e come si cucinano certe pietanze: non solo cucina italiana; diciamo anche che, oggi, il massimo è la cucina nordafricana, piatti che i ragazzi ospiti della nostra cooperativa mostrano di apprezzare: non puoi, però, cucinare sempre la stessa roba, devi cambiare; ho imparato che anche il miglior “piatto” mangiato tutti i giorni, alla fine può nausearti».

Dunque, “Costruiamo”. «Quando la cooperativa ha aperto la sua cucina per assistere i suoi ospiti, ha pensato a noi che avevamo avuto già esperienza e, soprattutto, un attestato che ci qualificasse».

Cosa ricorda Andrew del suo Paese. «Le partite di calcio, quelle che giocavamo da ragazzi, da mattina a sera: non importava chi segnasse, l’importante era vincere; oggi sento di aver vinto la partita della vita: ho un lavoro importante, spalle al sicuro e non posso che ringraziare il Signore; devo a Lui – segno della croce – se ho incontrato presidente, direttore e colleghi che mi hanno aiutato a inserirmi nel quotidiano; a tutta questa gente sarò riconoscente a vita».

«Le mie Passioni…»

Samuel, la sua storia e la “lavanda” durante la Settimana Santa

Nigeriano, trentuno anni, è stato invitato ad una funzione religiosa. Ospite di “Costruiamo Insieme”, fede cattolica, è stato uno dei dodici “apostoli” nella celebrazione ecumenica dell’abate Antonio Perrella. Sogna di fare l’elettrauto.

Clima di Passione. In tutta Italia sono diverse le funzioni e le manifestazioni religiose. Ad un paio di queste, la cooperativa “Costruiamo Insieme” ha voluto parteciparvi con alcuni suoi ragazzi. Una in particolare, lunedì sera, è stata quella che ci ha un po’ segnati, positivamente s’intende. Abbiamo conosciuto uno degli ospiti del centro di accoglienza. Protagonista è Samuel.

Di poche parole, talvolta accenna, a volte bisbiglia, quasi non volesse disturbare. Il mestiere ci ha insegnato che, di solito, chi parla, troppo, di solito esagera. Samuel non appartiene a quest’ultima categoria. Nigeriano, trentuno anni, fede cristiana, ha accettato l’invito che gli ha girato la cooperativa. L’abate Antonio Perrella, Superiore Generale dell’Ordine Monastico Ecumenico “Christiana Fraternitas” (Chiesa Episcopale – Comunione Anglicana), vuole compiere una celebrazione ecumenica della parola, con la commemorazione della lavanda dei piedi. Quando Gesù Cristo volle prostrarsi ai piedi degli apostoli, mostrando amore e umiltà insieme.SAMUEL Articolo 04 - 1«Grazie mille!», la risposta telegrafica di Samuel. «Accetto volentieri l’invito. Prego spesso, sono arrivato dalla mia Nigeria attraverso una storia dolorosa; pregare mi fa bene, rivolgermi al Signore mi fa sentire vivo».

Si racconta, Samuel. «Ho trentuno anni, papà, tre fratelli e due sorelle, mamma non c’è più; sento spesso tutti, sentirsi e vedersi con le videochiamate, non è più un problema». Facciamo insieme un tratto di strada in auto. Dalla sede di via Principe Amedeo, dove Samuel ci attende, fino al Monastero ecumenico di Taranto, accanto all’ospedale “Testa”. «Sono andato via di casa, problemi familiari, conflitti fra parenti a causa di interessi: da noi l’unica legge che conosciamo è quella del tono della voce; urliamo, se chi ci sta di fronte non comprende che sta superando ogni limite – come dite voi – passiamo alle vie di fatto. Io sono pacifico, la violenza non ha mai risolto un solo diverbio; così, invece di far valere i miei, i nostri diritti, alla fine i miei familiari mi hanno accompagnato all’“uscita”».

L’uscita è il confine della Nigeria. Qual è il motivo del contendere. «Meglio saperti lontano e vivo – parole di mio padre – che non a casa ma defunto: in un nostro terreno era stato scoperto petrolio, l’oro nero; l’interesse economico è la droga dei popoli, basta sentire lontano l’odore del denaro per andare fuori controllo; così nostri parenti hanno rivendicato una loro fetta di interessi, poi ancora un altro pezzo, fino a volere tutto, senza un motivo, solo perché si ritenevano più forti che furbi».

Samuel prosegue. «Ho attraversato strade, montagne, perfino il mare, inevitabile se oggi mi trovo qui. Ho salvato la pelle: nel mio Paese non fanno complimenti, se sei il problema lo risolvono alla radice, ti eliminano fisicamente».
SAMUEL Articolo 01 - 1Qual era il sogno di Samuel, cosa fa in Italia. «Volevo – confessa – ma lo voglio ancora oggi, fare l’“elettrauto”, riparare i circuiti, i motori delle auto, è il mio grande sogno: magari ci fosse un corso per fare esperienza; l’ho fatto sapere alla cooperativa, magari prima o poi succede qualcosa, chi può dirlo; in Nigeria lavoravo come operaio in una fabbrica di alluminio, insieme con i miei compagni di lavoro realizzavo infissi: bel lavoro, che però ho dovuto lasciare a causa di quei maledetti contrasti familiari. Non so starmene fermo, devo fare sempre qualcosa: voglio lavorare…».

Nota dolente. Ci facciamo spiegare. «In passato ho lavorato nei campi, non tutti i giorni – magari fosse stato così – ogni tanto facevo il mio bravo raccolto e poi tornare a casa: se vuoi essere stimato devi impegnarti, questo ho imparato stando qui in Italia».

Due anni fa l’arrivo due. «Fine aprile, il 30 di questo mese, compio due anni di Italia: un viaggio non molto lungo, in una imbarcazione di fortuna, con una trentina di ragazzi entro in mare alle quattro del mattino, nove ore dopo qualcuno a bordo di un peschereccio ci segnala a una nave che ci prende a bordo e ci lascia in Sicilia: quattro giorni per riprenderci, darci una ripassata e poi, finalmente Taranto, bella città: spero di restarci a vita, a meno che qualcuno non mi offra un corso e un lavoro da elettrauto in qualche altra città».

Ospedale “Testa”, 19.30. All’esterno, l’abate Antonio Perrella. Ci abbraccia, ringrazia “Costruiamo Insieme” per aver manifestato disponibilità nell’aver accolto l’invito alla celebrazione ecumenica. Samuel comincia con una “preghiera”. «Alle ventuno e dieci ho l’autobus per Massafra, non posso rinunciarvi: ce la facciamo a fare tutto per quell’ora?». «Certo – rassicura l’abate – siamo un po’ in ritardo, ma non dovremmo registrare ulteriori contrattempi».SAMUEL Articolo 05 - 1 Lavanda dei piedi. Samuel è uno dei dodici “apostoli”. Sfila una scarpa, poi un calzino. Frate Antonio avvicina il catino pieno di acqua, l’asciugamano, compie l’atto di umiltà di Gesù Cristo. Scattano i flash. Fra gli “apostoli”, un solo nero. «I diversi siamo noi – fa notare l’abate – che abbiamo ancora sciocchi pregiudizi, quando invece ragazzi come Samuel, si stanno integrando nella nostra società con grande impegno».

Non finisce qui. Samuel parla un modesto italiano, viene invitato sull’altare e aiutato a leggere un passo della celebrazione. Ce la fa, non si emoziona più di tanto. Alla fine, il ragazzo nigeriano abbraccia gli officianti e quanti pendono parte alla funzione religiosa. «Samuel è un nostro fratello – dice frate Antonio – sentiamo di volergli già bene, ora ci impegneremo a trovargli un lavoro perché un giorno possa diventare indipendente».

C’è un solo particolare. Il ragazzo dal  «Grazie mille!» per tutte le occasioni, si accorge che è tardi. «Ho perso l’autobus!», avverte senza disperarsi. «Sono le 21.30! Mi tocca trovare un passaggio per Massafra…». Amabile Samuel. «Faccio la strada a piedi, magari trovo un passaggio…». Non se ne parla nemmeno. «Cosa vuoi che siano venti minuti di auto!», gli diciamo.  Lo imbarchiamo, lo accompagniamo a un passo da casa. «Dio vi benedica! Grazie mille!». Il Cielo benedica te, Samuel.

«E adesso “Lavoriamo”!»

Giancarlo, quarantacinque anni, operatore, racconta la sua esperienza

«Dopo “Costruiamo”, il passaggio successivo: gettate le basi, su le maniche…». Le attività e i progetti ricreativi. «Che soddisfazione vedere a teatro i nostri ragazzi spegnere il cellulare…»

Giancarlo, tarantino, quarantacinque anni, da tre con “Costruiamo Insieme”, è uno dei volti più popolari fra gli operatori della cooperativa. E’ l’autore della documentazione “a tutto selfie” sui ragazzi del Centro di accoglienza ospiti a teatro, per esempio. E non solo, quella dei “ragazzi a teatro” è solo una delle diverse iniziative fortemente volute da presidente e direttore di “Costruiamo Insieme”. Di mezzo c’è anche il calcio, quello giocato, a Talsano – con una squadra di operatori che si è fatta onore rispetto ad altre società con alle spalle molta più esperienza di Sillah e compagni – e quello a cui, sempre i nostri ragazzi, assistono ogni domenica quando il Taranto gioca in casa.

Giancarlo, catalizzatore nato. Fosse  protagonista di un film, sarebbe “Mr. Wolf”, l’uomo che in “Pulp fiction” di Quentin Tarantino «risolve problemi». «Non datemi troppa responsabilità, qui i problemi, quando ci sono, li risolviamo tutti insieme: Kaleem, Idrees, Silvia, Francesca, per non parlare di Barbara, rullo compressore dell’organizzazione; tutti abbiamo lo stesso scopo: fare bene il nostro lavoro, che poi non è un lavoro ma una missione, qualcosa che devi amare, diversamente meglio lasciar stare…».

Non un lavoro, dunque, ma una missione. Entriamo in questa filosofia. «Semplice: se non hai sensibilità, non ami il prossimo, meglio cambiare mestiere: abbiamo a che fare con ragazzi africani: vengono da lontano, oggi vivono a migliaia di chilometri da casa; pur sapendo quale fosse il mio lavoro all’interno della cooperativa, i primi tempi non è stato molto semplice: i ragazzi soffrivano di nostalgia, qualcuno andava fuori controllo; avverti un senso di impotenza, hai un’altra cultura e, allora, per dare coraggio a molti di loro devi avvicinarti con il massimo rispetto; tre anni di militare mi hanno insegnato cos’è la nostalgia e come governarla, stare lontano da casa non è semplice…».GIANCARLO Articolo 01Anche la lingua è importante. «Da un francese e inglese scolastico, sono passato a qualcosa di più fluente: oggi, nigeriani e senegalesi – i primi parlano inglese, gli altri francese – a meno che non conversino nel loro dialetti, non hanno più tanti segreti per me».

Qual è il “mestiere” di operatore. «Devi saper fare tutto: in una sola parola, devi essere “utile”: pensare alla soluzione prima che qualcosa diventi problema; il compito di noi operatori è quello di fare da supporto ai ragazzi: li accompagniamo in Tribunale, per esempio, passaggio molto delicato per quanti chiedono il permesso di soggiorno; il nostro è un sostegno psicologico, se il colloquio davanti alla Commissione che esamina caso per caso non è soddisfacente, bisogna trovare le parole giuste per non far cadere l’extracomunitario nello sconforto totale: occorre far capire che a tutto c’è rimedio…».

Uno dei casi più toccanti. «Preoccupanti. Quello sì, dopo giorni i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza li viviamo come se fossero nostri fratelli, senza però far perdere di vista che per andare d’accordo la prima cosa da osservare è il rispetto delle regole: qui, da noi, nessuno deve pensare che il CAS sia una zona franca dove far solo trascorrere il tempo; ci attiviamo perché ognuno di questi faccia corsi, intanto di alfabetizzazione per imparare un italiano approssimativo, comunque comprensibile; poi la specializzazione, in una o più attività nelle quali si sentano portati: meccanici, pizzaioli, pasticceri, cuochi…».
GIANCARLO Articolo 02Un brutto giorno, la paura. «Un collega ebbe improvvisamente un malore, senza pensarci due volte lo ricoverammo d’urgenza in ospedale, problema cerebrale: la paura fu davvero tanta; finì in Rianimazione, una settimana in coma; poi il primo sollievo, il passaggio in Neurologia per tenerlo sotto osservazione, ma sempre fra lo sconforto generale: un ragazzo, venuto da lontano, non aveva fatto in tempo a dare notizia ai “suoi” che aveva trovato lavoro in Italia, a “Costruiamo Insieme”, che viene investito da una doccia fredda; la sua famiglia siamo noi: io, Francesca, Kaleem, Idrees e altri, abbiamo passato diverse notti in ospedale accanto a lui, tanto che la sua ripresa è stato un secondo sospiro di sollievo per noi tutti: per settimane, dalla Presidenza alla direzione, passando per amministrazione, “portineria”, cucina, era un rincorrersi di “Come sta?”, “Preghiamo per lui!”, “Vogliamo rivederlo presto!”, e poi le visite in ospedale, fino a quando, un bel giorno, il “paziente” è tornato a casa, da noi…».

Teatro, calcio, attività ricreative, dopo i corsi. «C’è un elemento che più di altri mi ha colpito, i nostri ospiti non sono solo appassionati di sport e, in particolare, di calcio: sono attratti, per esempio, dalla magia del teatro; vengono affascinati dal buio della sala, dagli attori in scena, dalle storie che questi interpretano; hanno imparato due cose: spegnere il cellulare e parlare sottovoce, per informarsi su una battuta o un passaggio della commedia non molto chiaro; in questo, i nostri ragazzi, e lo dico con orgoglio, danno punti agli italiani che spesso a teatro non danno un buon esempio: dall’alto del palchetto al quale siamo abbonati, grazie alla solita apertura dei vertici della cooperativa, vediamo spesso cellulari accesi, gente che chatta, lascia squillare il telefonino; e il bello è che sono i nostri ragazzi a ricordare ai distratti che “Non si fa!”. Insomma, abbiamo realizzato le basi, adesso ci tocca rimboccarci le maniche…».

«Sorrido, finalmente…»

Ali, pakistano, ventuno anni, aiuto cuoco con “Costruiamo Insieme”

«Devo tutto alla cooperativa, sfuggito da persecuzioni e vivo per miracolo, per nove mesi ho vagato fra Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia. Gli zingari serbi, il rifugio nei boschi, il lavoro, cosa significa “vivere”!»

«Rifugiarsi in un bosco per giorni per sfuggire a bande di zingari serbi senza scrupoli e, oggi, trovarmi con un lavoro, una casa in cui dormire sereno, è come avere incontrato il destino, avergli invocato aiuto e realizzato un sogno!».

Ali, ventuno anni, pakistano, in una sola battuta racconta la sua storia. Il passaggio avventuroso, pericoloso, attraverso Paesi, stranieri che ti tendevano la mano e altri che, per bene che ti andasse, ti svuotavano le tasche, ti davano sonore bastonate e ti lasciavano andare via. E’ una storia, triste, quella di Ali, che lui racconta solo perché a lieto fine. «Ne avrei fatto volentieri a meno, se invece non ci fosse stata “Costruiamo Insieme” nel mio destino, una sorte benevola rispetto a quello che mi è accaduto nei primi nove mesi di fuga dal mio Paese, il Pakistan».

Motivo della fuga. «Solito, uguale a quello di tanti altri: ci sono scontri fra gruppi etnici, nei conflitti senza esclusione di colpi vale tutto, ma davvero tutto: un esempio, se ti vogliono male la gente è capace in un solo attimo di produrre prove false, a denunciarti e, in nome di una giustizia che a certi livelli non esiste, di perseguitarti e farti male, non solo a parole».STORIE Ali 04 - 1Non c’è giustizia. «Ci sarebbe, ma è lenta, magari ad amministrarla, quella giustizia, c’è l’amico dell’amico che ha il potere di rovinare chiunque; la giustizia vera, quella fatta di inchieste e di mettere in galera chi produce prove false, ti ricatta, ti picchia, credendo di essere impunito, ce n’è poca: e, allora, un bel giorno comprendi che non ne puoi davvero più e sfidando anche l’affetto dei tuoi familiari che non vorrebbero lasciarti andare via, segui l’esempio di tuo fratello: fuggi. Provi a lasciarti alle spalle tutto quello che c’è di marcio e corri; scappi il più possibile, lasci alle tue spalle migliaia di chilometri».

Meglio fuggire, senza prospettive, sfidare il pericolo, che non restare nel proprio Paese ad attendere che qualcuno si accorga di te e cominci a farti del male. «Proprio così, esiste gente così cattiva che pensa alla bella vita senza preoccuparsi che il suo benessere passi attraverso il dolore degli altri: un giorno qualcuno ti osserva una prima volta, la seconda volta che ti incontra, per lui diventi una risorsa, qualcuno da spremere se non vuoi passare i guai per il resto dei tuoi giorni».

Ali, una volta maggiorenne, comprende che la vita, il dono più grande che il suo dio può avergli dato, non è quella. «Non è fatta solo di sofferenza – dice – perché c’è anche quella, ma pure di momenti di serenità: quando esiste solo il dolore, quella che stai vivendo non è vita, è un’altra cosa; non conta più nemmeno che i tuoi familiari ti dicano di restare perché prima o poi tutto si aggiusterà: non ci sono alternative alla fuga, quando ti perseguitano, quasi si facessero beffe di te e di quella giustizia lenta, se non proprio amministrata da gente priva di scrupoli che aiuta il più ricco per ridurti a qualcosa che somigli più a un animale da soma, non ti resta che scappare».STORIE Ali 03 - 1Quanto dura l’odissea di Ali. «Nove mesi. Ora, provate a pensarvi solo per un attimo, a piedi, uno zainetto in spalla, senza una meta precisa, a salire e scendere colline, scalare montagne, calpestare pietre e attraversare boschi infiniti, di giorno e di notte, al freddo e sotto la pioggia; e non un solo giorno, ma settimane, mesi. E io ho attraversato una decina di Paesi, con il pericolo, reale, che qualcuno si prendesse quello che era rimasto della mia vita: Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia, infine Italia…». Da un pericolo all’altro. «I serbi sono pericolosi: non mi riferisco ai militari, ma alle bande di zingari, quelli armati fino ai denti che se non gli garba come li stai guardando ti piantano quattro dita di coltello nel cuore: allora, che fai, davanti a loro ti svuoti servilmente le tasche di quei tuoi pochi averi e ringrazi anche questi malviventi per averti risparmiato la vita. Quando racconto a qualcuno questi episodi mi guarda come se stessi venendo da un altro pianeta».

Gli affetti, i familiari. «Ho un fratello e una sorella, papà, mamma e nonno, con cui mi tengo in costante contatto, anche con videochiamate: il mio obiettivo era quello di arrivare possibilmente in Italia e fare lo stesso percorso di mio fratello: lui ha cominciato a Milano, distribuiva volantini e lavorava nel retrobottega di un ristorante; nel tempo libero – quando cioè non dormiva – arrotondava con altri lavori. Una volta in Italia, dove risiedo da un anno, è andata meglio: ho fatto un corso, affiancato un cuoco che oggi aiuto in cucina nel preparare pasti per gli ospiti del nostro Centro di accoglienza; grazie al lavoro che mi ha dato la cooperativa oggi vivo in fitto, ho scacciato insonnia e tutti quei cattivi pensieri che mi hanno accompagnato per quei nove interminabili mesi. Non esagero se dico che da quando lavoro per “Costruiamo Insieme” è come se avessi cominciato una seconda vita». Ali, finalmente. «Finalmente sì, ogni giorno che passa provo ad allontanarmi da quei ricordi avvicinandomi a passi veloci all’idea che ho sempre avuto della vita: lavorare, spendersi per gli altri per vivere finalmente sereni, con il sorriso sulle labbra del quale non ne conoscevo l’esistenza».