Il respiro di Silvia

Liberata dopo un anno e mezzo di prigionia

Un bisogno di dare alla sua vita una speranza. Le hanno dato un Corano, lo ha letto, così ha incontrato la fede. Credere è un atto d’amore. «Una creatura misteriosa, che irrompe in maniera imprevedibile, non si può trattare come un delitto», ha detto la scrittrice Dacia Maraini. Intanto, qualcuno ha trovato di che polemizzare.

Silvia Romano, finalmente a casa. Come tutte le cose che accadono dalle nostre parti, anche la storia della ragazza rapita da un commando in un villaggio africano nel quale la giovane cooperante milanese collaborava con la onlus “Africa Milele”, è diventata una vicenda “all’italiana”. Così, politica e social, che non si fanno mancare argomenti di discussione, hanno cominciato a dividersi nel consueto gioco delle parti. Governo italiano orgoglioso per aver riportato Silvia in patria e fra le braccia dei familiari, opposizione – insieme con tutti gli strumenti di cui dispone, fra questi giornali e tv – a indagare sulle modalità che hanno “liberato” la ragazza milanese. Un riscatto di quattro milioni di euro, secondo qualcuno; dieci milioni, invece, per gli zelanti che hanno aggiunto i “costi d’impresa” per riportare in Italia…una italiana.

Ad “aggravare” la posizione di Silvia, un carico da 11: la conversione all’Islam. Insomma, invece di considerare l’abbraccio di genitori che hanno palpitato per un anno e mezzo non sapendo in quali condizioni stesse la loro figliola, a qualcuno è venuto in mente di caricare di significati la scelta religiosa della ragazza. Forse se fosse tornata cristiana, qualcuno avrebbe sorvolato sul riscatto? Chi può dirlo. Patria di grandi geni, qualcos’altro ci saremmo inventati. E allora, la conversione all’Islam della Romano non le viene perdonato, anzi diventa oggetto di dibattito. Starcene un po’ in silenzio, dopo aver applaudito il ritorno a casa di Silvia, e concentrarci sulla ripresa totale dal coronavirus, no eh?

UNA CONVERSIONE SPONTANEA

La conversione è una cosa non riescono a perdonarle. E soprattutto, che Silvia Romano non odi i suoi carcerieri. È una cosa che, addirittura scandalizza, manda i polemici tanto al chilo su tutte le furie. Odiano tutto, probabilmente anche se stessi, come rifletteva in un suo intervento la grande scrittrice Dacia Maraini, ottantatré anni, una che di reclusione se ne intende. Se non altro per essersi opposta insieme con la famiglia alle restrizioni di ogni genere durante il fascismo.

Si indigna per aver sferrato contro la ragazza “un attacco vile”, dice la scrittrice. La insultano e la dileggiano. Sempre i soliti noti, non sopporterebbero che Silvia sia tornata in Italia sorridendo, sotto un vestito che corrisponde al nuovo nome che si è data, Aisha, senza pronunciare nemmeno una parola di rancore verso chi le ha fatto così male. «Avrebbe avuto il diritto di farlo – spiegava giorni fa la Maraini – l’avremmo compresa: nessuno, però, può imporle un risentimento mai espresso come un dovere civile». Il fuoco dell’ultimo affaire italiano – la liberazione della cooperante italiana rapita in Kenya nel 2018 con gli abiti tradizionali della donna occidentale e tornata in Italia domenica scorsa vestita, per sua volontà, come vestono le donne musulmane – ha acceso anche i pensieri della Maraini, la scrittrice italiana più tradotta nel mondo. «È un errore enorme – ha detto in una intervista – trasformare Silvia Romano in un mostro, guardando al suo corpo come se si trattasse del terreno sul quale combattere lo scontro di civiltà.».

Dopo diciotto mesi nelle mani dei fondamentalisti islamici somali di Al-Shabaab, la storia di Silvia Romano si è conclusa senza un lieto fine che molti bacchettoni avrebbero invece voluto. La ragazza si è convertita all’Islam. Senza costrizioni, ha detto ai magistrati che la interrogavano. Mentre ad attenderla, da una parte c’erano i felici e i contenti, e dall’altra gli eterni indecisi, cioè né felici, né contenti. Dacia Maraini, argomenta il suo punto di vista. «Chi attacca Silvia per il vestito che indossa – dice la scrittrice – giudicandola per la scelta religiosa che ha fatto, è privo di immaginazione; non riesce nemmeno a sospettare cosa significhi stare nelle mani di criminali che ti considerano un oggetto che si dà in cambio di denaro; chi ha attaccato Silvia dimostra di essere incapace di mettersi nei suoi panni; non arriva a comprendere come la fede, sebbene islamica, abbia potuto essere uno strumento al quale la ragazza si è disperatamente aggrappata per uscirne viva, per trovare la forza di andare avanti».

ANCHE CONTRO LA SCRITTRICE

Qualcuno, sulle prime, aveva sollevato polemiche anche nei confronti della Maraini, schieratasi in difesa di Silvia, comunque del suo caso, una ragazza comunque tenuta ostaggio per un anno e mezzo. «Cosa può saperne lei?», aveva chiesto qualcuno senza conoscere la storia della scrittrice italiana. «Sono stata prigioniera anche io – la sua pronta risposta – per due anni, in un campo di concentramento giapponese: avevo sette anni quando cominciò; mio padre era un antropologo, stava studiando le popolazione del nord del Giappone, quando ad un certo punto, in nome di un patto internazionale, chiesero a tutti gli italiani che erano in Giappone di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò: mio padre e mia madre, che erano entrambi antifascisti, si rifiutarono. Così ci rinchiusero».

L’Islam è una religione universale, non è un’ideologia politica razzista. Durante la prigionia, la scrittrice si era nutrita di favole. Chiedeva in continuazione ai suoi genitori di raccontargliele. Lei stessa le inventava. Era un bisogno spirituale. Avere delle storie con le quali uscire fuori da quel posto orrendo. Immagina la scrittrice, perché l’immaginazione è il suo mestiere in quanto scrittrice, che nella mente di Silvia Romano sia scattato qualcosa del genere.

«Un bisogno interiore – il suo punto di vista – di dare alla propria vita un respiro, sentire la forza di un vento capace di farla volare via di lì; fuggire dai propri aguzzini: le hanno dato un Corano, lo ha letto; dice che in quelle parole Silvia ha incontrato la fede: chi siamo noi per condannarla? Credere è un atto d’amore e l’amore è una creatura misteriosa, che irrompe in maniera imprevedibile, non si può trattare come una colpa».

Bengalesi, primi!

Risparmiano e inviano più denaro a casa

Gli immigrati venuti dal Bangladesh inviano in patria mediamente cinquecento euro al mese. Commercio al dettaglio, lavapiatti e apprendisti cuochi, “fiorai”, donne impegnate come badanti e nelle imprese di pulizia. Si difendono romeni, filippini, pachistani e senegalesi. Mancano i cinesi, che oggi investono di più in Italia (e impegnano canali di spedizione più “prudenti”).

Bengalesi, primi. Anche stavolta sono loro a guidare l’elenco di quel fiume di denaro che scorre dal nostro Paese con destinazione la terra d’origine dei migranti. Spediscono a casa, una media di cinquecento euro al mese (856milioni di euro complessivi). Lo scorso anno, dall’Italia, erano usciti complessivamente oltre sei miliardi di euro. Quest’anno, a causa del Covid-19, il primato appena conseguito non potrà essere perfezionato, anche se questi ospiti stanno lavorando a un Piano B. Non possono, di colpo, tagliare i “viveri” per le proprie famiglie. In un prossimo studio, scopriremo il modo in cui si saranno ingegnati gli amici venuti dal Bangladesh.

Insomma, anche stavolta gli immigrati bengalesi, bangladesi o bengalini che dir si voglia, sono saliti sul gradino più alto fra quanti spediscono a casa i propri guadagni, piccoli o grandi che siano, realizzati in Italia. Non si fermano davanti a nulla, sono concentrati nell’arco della giornata a portare a casa (e poi indirizzarlo nel proprio Paese) anche un solo pugno di euro. Attenzione, i bengalesi non stanno con il cappello in mano davanti ad un supermercato o ad un bar. Loro, i soldi, vogliono guadagnarseli con il lavoro, dunque con il commercio, piccolo, fatto di piccoli oggetti, bigiotteria e dintorni, lavapiatti o apprendista cuoco; per le donne imprese di pulizia o un posticino da badanti. E poi il mercato più in vista, più florido – per restare nel paragone – ci verrebbe da dire: quello dei fiori, delle rose da regalare alla propria amica, compagna, signora, ospite in un ristorante. Alzi la mano, fra gli italiani, chi non si è lasciato sedurre dal piccolo gesto floreale.

CINESI, DOVE SONO?

Cosa vuoi che siano tre euro, si sarà detto: come rinunciare all’amaro, in cambio di un gesto da gentiluomo. Questo lo sanno gli italiani, come lo sanno i bengalesi, che invadono benevolmente le corsie serali delle coppie sedute al tavolo di un bar, di una trattoria o un ristorante. Lo fanno con un sorriso, non se la prendono se la loro educazione viene ricambiata con un “…amico, accomodati fuori, grazie!”, pronunciato da titolare o personale dell’attività di ristoro. Bengalesi, primi dunque. Insieme con i bengalesi, nell’ordine fissato da uno studio svolto dalla “Fondazione Leone Moressa”, romeni, filippini, pachistani e senegalesi.

Bengalesi, romeni, filippini, pachistani e senegalesi. Non manca qualcuno in questo primo elenco? I cinesi, per esempio. Vero, è curioso che non siano in testa o, comunque, in coda e invece abbiano registrato un vistoso calo in verticale. Fino a meno di una decina di anni fa, la Cina guidava, solida, la classifica: oltre due miliardi di euro inviati ogni anno. Poi, la svolta, la Cina ha registrato una caduta improvvisa a partire dal 2013, per poi avere un calo progressivo fino a scivolare ad un virtuale quarantasettesimo posto (solo undici milioni di euro inviati in patria).

Molteplici, spiega lo studio, le ragioni di questo calo. Intanto un numero maggiore di investimenti in Italia, ma sicuramente anche un cambio nei canali utilizzati per le transazioni di denaro, con un maggiore ricorso a strumenti informali o non tracciabili (non necessariamente illegali).

Per il secondo anno consecutivo, il Bangladesh si conferma il primo Paese di destinazione, si diceva, con 856 milioni di euro complessivi con una impennata del  più 20%, mentre negli ultimi dieci anni avevano triplicato i flussi, con un aumento superiore al 200%.

ASIA FRA I PRIMI DIECI

Secondo Paese in questa singolare classifica, la Romania, che però registra un calo, un meno 10% rispetto all’ultimo anno. Tra i primi dieci Paesi, cinque sono asiatici: detto del Bangladesh, in questa graduatoria troviamo anche Filippine, Pakistan, India e Sri Lanka. Proprio i Paesi dell’Asia meridionale hanno registrato una impennata. Il Pakistan, per esempio, è cresciuto del 15% nell’ultimo anno e del 350% negli ultimi dieci. Bel colpo.

In media, ogni immigrato ospite nel nostro Paese, nel corso dello scorso anno ha inviato a casa una somma di poco inferiore ai 1.200 (100 euro al mese). Mediamente, invece, ogni cittadino del Bangladesh ha inviato in patria oltre 6mila euro (più di 500 euro al mese). Oltre 200 euro al mese sono stati, invece, spediti dai cittadini delle Filippine, del Pakistan, del Senegal e dello Sri Lanka.

Ancora un dettaglio sulle regioni che guidano questa classifica. In testa Lombardia (1,4 miliardi) e Lazio (939 milioni). A seguire, Emilia Romagna e Veneto (a testa, oltre 500 milioni di euro spediti). Ancora un dato da analizzare, secondo lo studio della “Fondazione Leone Moressa”. Sulla base degli ultimi dieci anni, la regione Lazio, è stata quella ad avare un calo maggiore (– 54%). I flussi più imponenti, evidentemente, sono quelli registrati a Roma (815 milioni) e Milano (694 milioni).

«Forza Taranto!»

Giuliano Sangiorgi, incoraggia Taranto e gli dedica una pizzica

“Quanno te llai la face”, un brano dell’antica tradizione salentina per il pubblico del Primo Maggio e di “Propaganda Live” (La7). «Vi dedico un vecchio canto, sperando che possano tornare i vecchi tempi», il pensiero della voce dei Negramaro. «Il cielo, il mare, l’aria di Taranto torneranno ad essere puliti tanto da ispirarci nuove canzoni belle come questa…».

«Ciao Taranto, ciao Puglia, ciao casa!». «Ci mancate, mi mancate!». Giuliano Sangiorgi, ospite del Primo Maggio virtuale organizzato dal Comitato cittadino Liberi e pensanti e trasmesso in docufilm in uno special di “Propaganda live” su La7, comincia con una dedica alla nostra e alla sua terra, il Salento, cuore pulsante di una Puglia che in un momento così inatteso sta trovando grande unità (qualora ci fosse stato bisogno di una conferma). Lo fa in compagnia – anche questa virtuale – del sax di Raffaele Casarano.

Alcune uscite “nordiste”, il più delle volte provocatorie ma che appartengono a pochi – non sono sentimenti espressi da una moltitudine – hanno avuto effetto contrario: ranghi pugliesi più serrati, ricompattati fra tarantini, leccesi, brindisini, baresi e foggiani. E dalla Puglia lo scorso 25 Aprile, con vista proprio sul Primo Maggio, è scaturito un “Forza Italia!”, come a dire che non è il caso di dividersi, specie in un momento come questo. Né pensare, anche se a qualcuno fosse balenato nella mente, cosa sarebbe stato del Sud se il Covid-19, avesse mietuto più vittime da queste parti. Qualcuno, con la complicità di conduttori televisivi infelici e contenti, avrebbe invocato, forse, che il momento di fare del nostra Paese un Regno delle due Italie, fosse arrivato. Abbandonate polemiche e ipotesi, torniamo sul pezzo, nel senso di brano e notizia.WhatsApp Image 2020-05-02 at 16.15.52“MERAVIGLIOSO” QUEL FLASH-MOB

C’è un Giuliano Sangiorgi, che un mese fa, esce sul balcone della sua abitazione romana nella quale è in qualche modo consegnato. Non può muoversi, non può tornare nel suo Salento, allora anche lui fa flash-mob. Imbraccia la sua chitarra e rende omaggio al grande Pino Daniele, riprende l’affascinante “Quanno chiove”, Nel ventre di quella canzone, c’è una frase dalla quale il nostro menestrello tira fuori “tanto l’aria adda cagna’…”. Dai balconi vicini, dalla strada, dove non c’è ancora la sciagura del “distanziamento sociale” (necessaria, ma dolorosa), c’è un pubblico che urla, applaude. Non è finita, va bene Pino Daniele, ma vogliamo forse dimenticare un eterno Domenico Modugno? «Meraviglioso! Meraviglioso!», gli urlano dai balconi e dalla strada. E lui, Sangiorgi, come fosse un breve concerto, «La facciamo, la facciamo…». Meraviglioso. Alla maniera dei Negramaro.

Giuliano in tutta Italia è uno dei beniamini del grosso pubblico, basti pensare ai concerti negli stadi. In Puglia è un’icona, quasi fosse una di quelle vetrinette nelle quali sono custoditi gli idranti con il classico invito “In caso di necessità, rompere il vetro”. E quella necessità, da queste parti, di recente non è mancata. Fra gli appelli lanciati da queste parti, uno dei primi è sempre per Giuliano. E lui, Negramaro doc, non si lascia pregare, non accampa scuse. Non pensa nemmeno lontanamente alla sovraesposizione di immagine (qualche collega, peggio per lui, ricorre a questo ragionamento, pazienza…), sembra piuttosto dire: «Ditemi cosa devo fare e io lo faccio…». Naturalmente, alla maniera di Giuliano Sangiorgi e dei Negramaro. Il flash-mob, va bene. Poi l’invito, «Io resto a casa, fatelo anche voi» (per contenere il più possibile il contagio), infine, e non ultimo della serie, l’1 Maggio. Non c’è il Concertone tarantino, stanno tutti a casa, ma lo spettacolo e il messaggio diventano virtuali.WhatsApp Image 2020-05-02 at 16.15.51“QUANNO TE LLAI LA FACE”

I tarantini non hanno dimenticato un concerto al Palamazzola. Anzi, due. Uno non basta a ripagare l’affetto di una piazza calda e accogliente, il “sold out” invita al bis il giorno successivo. Giuliano, in mezzo al concerto, in pieno outing cittadino contro l’inquinamento industriale, prima di intonare uno dei cavalli di battaglia dei Negramaro, urla al pubblico: «Taranto, via le mani dagli occhi!». Un boato scuote il palazzetto di via Battisti, a forza di passione i ragazzi si spellano le mani.

Dunque, il Primo Maggio, Giuliano chiama, Raffaele Casarano risponde. Insieme dedicano una tradizionale pizzica: “Quanno te llai la face” (quando ti lavi la faccia…), un testo semplice e affascinante come spesso le cose semplici sanno esserlo: «Ciao Taranto, ciao Puglia, ciao casa…». «Io e Raffaele vi dedichiamo un vecchio canto della nostra tradizione sperando che possano tornare i vecchi tempi». E, ancora, l’auspicio di Sangiorgi. «Il cielo, il mare, l’aria di Taranto torneranno ad essere puliti tanto da ispirarci nuove canzoni belle come questa…».

«Italia, rialzati!»

Ieri, il Presidente Sergio Mattarella con mascherina all’Altare della Patria

Un’immagine che passerà alla storia. «Il Paese saprà risollevarsi da questa sciagura», ha detto il capo dello Stato. «Fare memoria di Resistenza e lotta alla Liberazione significa ribadire i valori di libertà, giustizia, e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore»

Un’immagine che difficilmente dimenticheremo. Sarà ricordata per i prossimi decenni – pandemie permettendo – trasferita ai posteri, attraverso quelle poche immagini istituzionali, come la celebrazione di un anniversario ai tempi del coronavirus. Senza tanto fare un riferimento al romanzo di Gabriel Garcia Marquez, la giornata di ieri passerà alla storia. Una ricorrenza così importante, “la più importante per una Repubblica”, che nello stesso momento si era liberata dall’invasore e dal fascismo.

E questo, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ieri lo ha ricordato. Sabato 25 aprile, in mattinata, si è recato con una mascherina, praticamente da solo, senza alcun seguito, all’altare della Patria per ricordare il Settantacinquesimo anniversario della Liberazione. Ad attenderlo in cima alla scalinata due corazzieri, anche loro con la mascherina, che hanno posato una corona davanti al Milite ignoto, mentre un trombettiere dei carabinieri intonava le note del “Silenzio”. Una forma privata, un omaggio intimo. Insieme con il nostro Presidente della Repubblica, al seguito nessuna autorità civile, né militare. Il Presidente si è sfilato la mascherina solo nel momento della deposizione della corona. Poi l’ha indossata daccapo ed è ridisceso. Ha colpito al cuore

Per la prima volta, una festa della Liberazione senza cortei, né manifestazioni pubbliche, né discorsi. Il capo dello Stato era atteso quest’anno in Toscana, in uno dei luoghi delle stragi nazifasciste. «La pandemia ci costringe a celebrare questa giornata nelle nostre case», ha dichiarato il Presidente con rimpianto. E così si affida a un discorso scritto, collocato per intero nella drammatica vicenda del coronavirus di questi mesi.ALTARE PATRIA 2 - 1PER NON DIMENTICARE

«Fare memoria della Resistenza, della lotta di Liberazione – ha detto Mattarella – di quelle pagine decisive della nostra storia, dei coraggiosi che vi ebbero parte, significa ribadire i valori di libertà, giustizia, e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore». L’Italia, si diceva, ha superato, nel Dopoguerra, ostacoli che sembravano insormontabili. Le energie positive che seppero sprigionarsi in quel momento portarono alla rinascita. Il popolo italiano riprese in mano il proprio destino. La ricostruzione cambiò il volto del nostro Paese e lo rese moderno, più giusto, conquistando rispetto e considerazione nel contesto internazionale dotandosi di antidoti contro il rigenerarsi di quei germi di odio e follia che avevano nutrito la scellerata avventura nazifascista.

Il significato culturale e politico del 25 aprile. «È la data fondatrice della nostra esperienza democratica di cui la Repubblica è presidio con la sua Costituzione; la fine della guerra “lasciò il posto a quella di cooperazione nella libertà e nella pace e, in coerenza con quella scelta, pochi anni dopo è nata la Comunità europea. Nasceva allora una nuova Italia, e il nostro popolo, a partire da quella condizione di grande sofferenza, unito intorno a valori morali e civili di portata universale, ha saputo costruire il proprio futuro».

Ma la Resistenza è stata (e resta) anche un pezzo decisivo della nostra identità repubblicana. «Nella nostra democrazia la dialettica – ha puntualizzato nella sua nota il presidente Mattarella – e il contrasto delle opinioni non hanno mai, nei decenni, incrinato l’esigenza di unità del popolo italiano, divenuta essa stessa prerogativa della nostra identità». Avvertiamo la consapevolezza di un comune destino come una riserva etica, di straordinario valore civile e istituzionale. L’abbiamo vista manifestarsi, nel sentirsi responsabili, verso la propria comunità ogni volta che eventi dolorosi hanno messo alla prova la capacità e la volontà di ripresa dei nostri territori.

…E IL COVID-19

Mattarella ha poi ricordato i tanti morti del coronavirus. «Ai familiari di ciascuna delle vittime vanno i sentimenti di partecipazione al lutto da parte della nostra comunità nazionale, così come va espressa riconoscenza a tutti coloro che si trovano in prima linea per combattere il virus e a quanti permettono il funzionamento di filiere produttive e di servizi essenziali. Manifestano uno spirito che onora la Repubblica e rafforza la solidarietà della nostra convivenza, nel segno della continuità dei valori che hanno reso straordinario il nostro Paese».

A breve per gli italiani comincerà la Fase 2. Il Quirinale, preoccupato per le gravissime conseguenze economiche, ha invita ancora una volta all’unità. «La nostra peculiarità nel saper superare le avversità – ha concluso il presidente, Sergio Mattarella – deve accompagnarci anche oggi, nella dura prova di una malattia che ha spezzato tante vite. Per dedicarci al recupero di una piena sicurezza per la salute e a una rinnovata capacità di progettazione economica e sociale: a questa impresa siamo chiamati tutti, istituzioni e cittadini, forze politiche, forze sociali ed economiche, professionisti, intellettuali, operatori di ogni settore. Insieme, possiamo farcela, e lo stiamo dimostrando».

A Sud, contagi limitati

Coronavirus, picco in Lombardia e nella Pianura padana

Confermano gli esperti. E se in molti non fossero fuggiti dalle regioni del Nord sottoponendosi ai controlli, i danni in Meridione sarebbero stati più contenuti. Poi il DPCM ha limitato i contatti sociali. Secondo il virologo Roberto Burioni, andando verso l’estate il virus potrebbe diminuire i suoi effetti gradualmente, fino a sparire come accade per il raffreddore.

Il virologo Roberto Burioni, ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa” in Rai, ha provato a spiegare perché il coronavirus starebbe avendo una diffusione più limitata al Sud mentre al Nord, Lombardia in particolare, ha avuto effetti disastrosi.

Perché il virus sarebbe meno contagioso nelle regioni meridionali. Secondo gli esperti, conferma il popolare virologo nel salotto televisivo domenicale, nelle regioni del Sud si registra una percentuale di riproduzione inferiore a uno. Ciò significa che i casi accertati non sarebbero particolarmente diffusi rispetto alla media nazionale e, in particolare, al Nord. Non ci sarebbe stata, comunque, una significativa circolazione del virus in questa parte d’Italia se non ci fosse stato un numero così elevato di persone rientrate, per esempio, dalla Lombardia. Persone che si sono ammalate, contagiando in alcuni casi familiari, amici oppure operatori ospedalieri. Poi il DPCM, più restrittivo. Una misura provvidenziale nella tempistica che ha limitato i contatti sociali proprio nel momento in cui i meridionali in fuga dal Nord, stavano inavvertitamente portando il virus a casa (rischio diffusione nei pub, allo stadio, ai concerti).

CLIMA MITE DETERMINANTE

Burioni non canta vittoria, anzi, si fa  prudente. Secondo il virologo potrebbe avere un ruolo determinante il clima è più mite. Andando verso l’estate, questa la sua opinione, il Covid-19, più noto come coronavirus, potrebbe addirittura diminuire i suoi effetti gradualmente, fino a sparire come accade per il raffreddore. Ma, attenzione, elemento da non sottovalutare: in autunno potrebbe tornare.

Al Sud Italia l’epidemia di Coronavirus, dunque, circola meno. Le regioni meridionali sono rimaste ai margini della circolazione dell’infezione, che invece ha dilagato al Nord, in particolare nella pianura Padana. Se provassimo a sommare tutti i dati dei casi positivi (casi, non decessi) in Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna, Calabria, Basilicata e Molise, avremmo grossomodo la metà di quelli del solo Veneto; un terzo di quelli dell’Emilia Romagna e meno di un decimo di tutti quelli della sola Lombardia.

MENO CONTAGI

E nonostante il Sud sia un’area densamente popolata come quella del Mezzogiorno, in particolare, quasi venti milioni di abitanti così suddivisi: sei milioni in Campania, cinque milioni in Sicilia, quattro milioni in Puglia, due milioni in Calabria, un milione e mezzo in Sardegna, mezzo milione in Basilicata e trecentomila in Molise. Provando, inoltre, a fare un rapido calcolo osserviamo come il rapporto tra casi positivi e abitanti sia eccezionalmente basso. Soprattutto in Sicilia e Calabria, due delle regioni meno colpite in assoluto dall’epidemia.

C’è, inoltre, un aspetto più rassicurante. Dopo i quattordici giorni di incubazione dal momento in cui quelle migliaia di meridionali erano fuggite da Milano e dalla Lombardia per tornare al Sud, si aspettava un picco che, invece, non c’è stato. Diciamo che, con ogni probabilità, si sarà pure verificato ma è stato contenuto. L’aspetto sanitario, anche questo ha assunto un ruolo importante. Dopo i primi allarmismi e tranne poche eccezioni, nessuna situazione di grave criticità negli ospedali e nei presidi sanitari che si sono attrezzati per fronteggiare l’emergenza.

«Micio e fido, salvi!»

Cina, un disegno di legge contro l’uccisione di cani e gatti

Un disegno di legge, che sarà solo ritoccato, mette in salvo venti milioni di animali domestici. La pandemia da coronavirus ha accelerato la pratica e affari tra i 20 e i 30 miliardi di euro l’anno

Ogni anno in Cina, vengono macellati per essere mangiati, dai dieci ai venti milioni di cani. Questa mattanza generata da tempo immemore per motivi alimentari, non ci sarà più. E’ una proposta di legge, al vaglio di quanti hanno accolto il testo che diventerà decreto. Si tratta di formalità, i passi importanti perché milioni di animali, in buona parte del resto del mondo considerati domestici, non vengano uccisi e serviti a tavola, sono stati già compiuti. A spianare la strada al disegno di legge che balenava nella mente di numerosi animalisti cinesi, c’è voluto anche il coronavirus. E’ stata la pandemia, che potrebbe essere scaturita proprio dalla Cina, ad avere accelerato l’intero sistema legato, sì all’alimentazione, ma anche al business generato dalla vendita di cani e gatti, come animali da compagnia, calcolato dai venti ai trenta miliardi di euro l’anno.

Una simile decisione assegnerà un nuovo status giuridico a cani e gatti finalmente diventati animali da compagnia, piuttosto che essere considerati carne per il consumo umano: vedere praticamente azzerato il numero delle uccisioni di cani e gatti, è un grande risultato.

Va detto che la carne di cani e gatti è consumata da una minoranza di cinesi, ma stavolta c’è una prima ufficialità: “micio” e “fido” sono stati esclusi per la prima volta da un elenco ufficiale di animali commestibili. Pubblicato, si diceva, in una proposta di legge voluta dal ministero dell’Agricoltura e degli Affari rurali, nel testo sono inclusi suini, bovini, ovini, pollame e cammelli. Con la specifica che per “bestiame” si intende «animali che sono stati addomesticati e fatti riprodurre per lungo tempo», per ottenere prodotti alimentari come carne e uova, oppure pelliccia, ma anche a scopi medicinali e militari.

CORONAVIRUS, COMINCIA DA LI’

La decisione è arrivata dopo lo stop di febbraio impresso sul commercio e il consumo di animali selvatici, una pratica che potrebbe aver generato i primi focolai del Covid-19. E’ stata Shenzhen, la prima città cinese a mettere al bando il consumo e commercio di carne di cani e gatti.

La proposta di legge estesa in tutta la Cina, è nella cosiddetta fase di consultazione aperta al pubblico per suggerimenti e migliorie, ma può già considerarsi una svolta maturata in seguito alla pandemia e per il peso, si diceva, che gli animali da compagnia hanno guadagnato nella società, capaci di generare un giro d’affari annuo stimato tra i 20 e i 30 miliardi di euro.

Per quanto riguarda i cani, ma anche i gatti, insieme al progresso della civiltà umana, alla preoccupazione pubblica e all’amore per la protezione delle due categorie, gli animali domestici sono stati addestrati per diventare animali da compagnia. Del resto, a livello internazionale cani e gatti non sono mai stati considerati bestiame e, da oggi, non saranno più considerati come tali in Cina.

Se approvata, la proposta di legge sarà un enorme passo avanti per la protezione degli animali in Cina e un cambio culturale davvero importante secondo la Humane Society International, l’associazione che stima tra i dieci e i venti milioni i cani uccisi ogni anno in Cina per la loro carne. In particolare, migliaia di questi animali sono macellati durante la “Festa della carne” di cane di Yulin, in condizioni ritenute crudeli dai difensori degli animali.

Provate ad immaginare quanto successo e denunciato in questi anni. Alla vigilia della “Festa”, sparivano letteralmente nel nulla gli animali domestici di decine di migliaia di proprietari di cani e gatti. Che fine facessero non è difficile immaginarlo: sulla tavola di altrettante decine di migliaia di consumatori che se la spassavano in pranzi luculliani, “alla salute” di bambini, donne e uomini in lacrime per aver perso i propri cuccioli consapevoli di che fine, povere bestiole, avessero fatto.

«Bravi, bravi, bravi!»

“Righi” e Protezione civile fanno squadra

Dirigente scolastico, docenti e studenti insieme, per scacciare la crisi provocata dal Covid-19. Uomini e donne del servizio volontario che interviene in caso di eventi calamitosi e catastrofi. I computer si spostano dai banchi di scuola a casa dei ragazzi per completare un ciclo di studi. Un esempio virtuoso che fa orgoglio.

La scuola, a Taranto, ai tempi del coronavirus. Metti, insieme, gli studenti dell’Istituto scolastico “Augusto Righi”, desiderosi di completare gli studi dell’anno scolastico in corso, funestato come qualsiasi attività e cittadini deboli, da pandemia; e una dirigente scolastica, Iole De Marco, e il gioco è fatto. Gioco, andiamoci piano: lo studio è una cosa seria. E’ quanto avranno pensato una volta di più i ragazzi della scuola con sede in via Dante a Taranto.

Non è l’unica scuola sul nostro territorio ad essersi attivata per venire incontro ai disagi provocati dal maledetto Covid-19, ma di sicuro il “Righi” è stato l’Istituto che ha applicato più velocemente le linee-guida indicate dal Ministero dell’Istruzione in fatto di attività scolastiche. Intanto, la velocità su come organizzarsi e invitare allo studio i ragazzi che devono restare chiusi in casa, ma che non dispongono di un pc. Bel problema. Ma, evidentemente, la dirigente scolastica, insieme al personale insegnante e gli stessi studenti, deve aver pensato che i problemi non si spostano, ma si risolvono. Detto, fatto. Per realizzare un desiderio comune, ecco l’invito alla Protezione civile per dare un contributo fisico e sostanziale al progetto. Subito accettato dal Servizio che si occupa del coordinamento delle azioni a sostegno di istituzioni, enti, corpi e quant’altro, che interviene in occasione di calamità e catastrofi, come appunto il coronavirus che ha messo in ginocchio mezzo mondo.

ISTITUTO E “PROTEZIONE”

Anche per la Protezione civile, in particolare quella locale, va spesa più di una parola. Abituati a vedere quanti volontariamente garantiscono l’incolumità delle persone, dei beni e dell’ambiente, in occasione di eventi più o meno leggeri – quelli che in qualche modo danno visibilità – stavolta sono stati a decine i volontari a muoversi nella massima discrezione per venire incontro alla più grave emergenza che potesse accadere dal Dopoguerra ad oggi. Dunque, il merito stavolta è doppio. Dunque, bravi, bravi, bravi. Bravi tutti. Il “Righi” e la nostra Protezione civile, due entità che rappresentano un territorio desideroso di riscatto. Immediato, possibilmente. E bravi anche quanti hanno progettato e seguito un esempio così virtuoso.

Entrando nel merito di una notizia che ci è piaciuto prendere come esempio, partiamo dalla richiesta di centinaia di computer per svolgere qualsiasi attività didattica possibile da casa. L’istituto “Righi” ha letteralmente svuotato i suoi laboratori per rispondere alla domanda giunta dai suoi studenti.

Il problema, in qualche modo risolto o in via di risoluzione, si diceva, parte dalla domanda principale: c’è da studiare on line e non tutti i ragazzi dispongono della necessaria dotazione in famiglia. La risposta, immediata, che non resta solo nella testa o nella teoria di dirigente e docenti scolastici, è il sostenere quanto desiderano studenti e rispettivi genitori. I tempi per venire a capo della sciagura provocata dal virus si sono dilatati, non si parla ancora di riapertura dell’anno scolastico. Circola, intanto, più insistente, che la Scuola potrebbe non solo non riaprire a breve, ma promuovere tutti gli studenti all’anno scolastico successivo con decreti speciali.

TITOLO GRATIS, «NO GRAZIE!»

Promozione o titolo di studio in tasca, cosa ci sarebbe di meglio, volendo usare un paradosso. E, invece, non è così, quel riconoscimento – tutti, nessuno escluso – vogliono sostanziarlo come diritto. Il famoso diritto allo studio. Scendono in campo Istituto e Protezione civile, ognuno ad interpretare da primi attori, la loro parte. La Protezione civile si rimbocca le maniche a fa il suo, anche di più in tempi così sciagurati. Non solo i pc del “Righi” sono da maneggiare con cura, anche la salute invita alla prudenza. Insomma, non si tratta di spostare un computer da una scrivania al desk di casa. Occorre elaborare un piano nelle segreterie scolastiche, coordinare l’attività e relazionarsi con uomini e le donne della Protezione civile: indossare mascherine e guanti, cappelli e indumenti idonei. Potrebbe andarci di mezzo la salute, si diceva, oltre ad un anno scolastico incompleto.

Sono settimane che le migliaia di scuole del nostro Paese si muovono con tempestività per venire incontro ai primi inviti rivolti agli italiani dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Non si possono firmare decreti per ciascuna attività – fra queste, quelle scolastiche – e, allora, la fiducia di Presidente e Ministeri vengono riposte nelle mani della coscienza professionale degli italiani. Il “Righi”, dunque dirigente, docenti e studenti, personale scolastico, e la Protezione civile, sono stati fra i primi a fare squadra. E questo è motivo di orgoglio per un territorio, ma anche per un intero Paese che vuole rialzarsi subito. E non è poco. Dunque, ancora «Bravi, bravi, bravi!». Bravi tutti.

Benedetto colui…

“Urbi et orbi”, atto unico nella storia

Non esistono precedenti in tempi moderni. Papa Francesco, causa il coronavirus, ha voluto stare accanto ai fedeli cattolici impartendo una benedizione a “reti unificate”. I sacramenti mediatici non esistono, ma il pontefice ha concesso un’indulgenza plenaria

Il Papa impartiva la benedizione solo in tre occasioni: quando viene eletto Successore di Pietro, a Natale e a Pasqua. Questo prima che, in tempi moderni, si abbattesse su tutto il mondo la sciagura del Covid-19, il coronavirus.

Nella storia della Chiesa, dunque, non aveva mai avuto luogo – come invece accaduto venerdì scorso – una benedizione “Urbi et Orbi” con un Papa, Francesco, in una Piazza San Pietro vuota, ma in compenso seguita a livello mondiale da centinaia di milioni di credenti grazie ai mezzi di comunicazione. Un atto unico nella storia.

Un atto necessario, l’unico in un momento storico così delicato da essere già costato decine di migliaia di vite umane ovunque, con cui un Papa poteva stare virtualmente vicino ai credenti sparsi in tutto il mondo.

Se fosse un atto necessario? È questa, sicuramente, la domanda che deve essersi posto Papa Francesco quando l’emergenza coronavirus è esplosa a livello planetario.

A differenza di quello che qualcuno avrebbe potuto pensare, la risposta non è stata l’aver celebrato Messa perché tutti potessero seguirlo mediante internet, radio o tv, come accade tutte le mattine. Seguire la celebrazione della Santa Messa attraverso i mezzi di comunicazione, secondo la teologia, infatti, non significa partecipare. Presto detto: i sacramenti mediatici non esistono, dunque la Messa “televisiva” non sostituisce il sacramento dell’Eucaristia. Se non si può assistere alla Messa, quella televisiva può essere un grande aiuto, ma non un sacramento a tutti gli effetti.

ATTO UNICO

Qual è stato, allora, il “gesto unico” cui il Papa ha fatto ricorso venerdì scorso per rendersi attivamente presente nella vita di ogni fedele? Un atto unico nel suo genere: la benedizione papale “Urbi et Orbi”, ovvero “alla città (di Roma) e al mondo”.

Un gesto, un atto che nessun altro vescovo può realizzare, e che può aver luogo in modo efficace attraverso i mezzi di comunicazione per il bene dell’anima dei fedeli. Secondo tradizione teologica cattolica, “Urbi et Orbi” concede la remissione delle pene dei peccati già perdonati, come a dire un’indulgenza plenaria in base alle condizioni stabilite dal Diritto Canonico e riportate dal Catechismo (n. 1471-1484).

Disposizione interiore a distaccarsi totalmente dal peccato (anche veniale), confessare i peccati, ricevere la Santa Eucaristia, pregare secondo le intenzioni del Romano Pontefice. Sono queste le condizioni per ricevere l’indulgenza plenaria.

Secondo la teologia cattolica, la colpa del peccato viene rimessa dal sacramento della Riconciliazione (Confessione), per cui la persona torna ad essere in grazia di Dio, e si salverà se non ricadrà in peccato mortale. Ma, attenzione, la Confessione, come questa benedizione, non è qualcosa di trascendentale. Il peccato provoca nella vita del credente un disordine che rimane dopo la Confessione. Per questo motivo si rende necessaria la penitenza imposta nel sacramento.

INDULGENZA PLENARIA

Il credente, secondo quanto stabilito dalla teologia cattolica, ha bisogno di purificarsi attraverso altre opere buone, e in ultima analisi, attraverso la sofferenza del Purgatorio.

Visto che l’indulgenza plenaria rimette completamente la pena dovuta, chi muore senza essere caduto nuovamente in peccato mortale non deve passare per il Purgatorio e accede direttamente al cielo.

Pertanto, come da tradizione, gli effetti della benedizione “Urbi et orbi” si compiono per chiunque la riceva con fede e devozione, anche se la riceve – come in questo caso, in un gesto unico in assoluto – in diretta attraverso i mezzi di comunicazione di massa. È proprio questo lo spessore del “gesto unico” che Papa Francesco ha voluto offrire a ogni credente con un rito cui nessun pontefice aveva mai fatto ricorso in tempi moderni, fatti di radio, tv e social.

Di seguito, il testo in latino della formula della benedizione “Urbi et Orbi” che il Papa ha pronunciato venerdì scorso alle 18.00.

– Sancti Apostoli Petrus et Paulus, de quorum potestate et auctoritate confidimus, ipsi intercedant pro nobis ad Dominum.

– Amen.

– Precibus et meritis beatæ Mariæ semper Virginis, beati Michælis Archangeli, beati Ioannis Baptistæ et sanctorum Apostolorum Petri et Pauli et omnium Sanctorum misereatur vestri omnipotens Deus et dimissis peccatis vestris omnibus, perducat vos Iesus Christus ad vitam æternam.

– Amen.

– Indulgentiam, absolutionem et remissionem omnium peccatorum vestrorum, spatium veræ et fructuosæ penitentiæ, cor semper penitens et emendationem vitæ, gratiam et consolationem Sancti Spiritus et finalem perseverantiam in bonis operibus, tribuat vobis omnipotens et misericors Dominus.

– Amen.

– Et benedictio Dei omnipotentis (Patris et Filli et Spiritus Sancti) descendat super vos et maneat semper.

– Amen.

«Popolo di eroi e cialtroni»

Considerazioni sugli italiani assaliti dal coronavirus

Alessandro Barbero, ordinario di Storia, ha un suo punto di vista. «Questo Paese ha grandi uomini, ma anche tanti furbi. Non ha mai mostrato, al pari di Germania, Francia e Russia, di essere compatto. Se ne può uscire, ma con una classe politica praticata da sciacalli, diventa complicato»

«La caratteristica degli italiani che sta venendo fuori, di fronte all’emergenza del coronavirus, è la tendenza a muoversi in ordine sparso; anche in questa tremenda situazione, vediamo eroi e cialtroni: chi rischia la pelle e chi ne approfitta». Alessandro Barbero, ordinario di Storia medievale, in una intervista rilasciata a Huffpost, blog e aggregatore fra i più seguiti al mondo, non usa giri di parole. Insomma, come si dice, non le manda a dire.

L’Italia dal Dopoguerra in poi, ha dato spesso la sensazione che fosse un Paese a due marce. Un suolo sul quale c’è talmente spazio per tutti da legittimare anche il più furbo, il che significa non essere “il più intelligente”. Qualcuno diceva che per un uomo intelligente è molto più semplice fingersi scemo, che non per uno stupido fingersi intelligente: dare, cioè, l’impressione di avere testa, ragionamento, solo per qualche minuto; questione di pochi istanti, poi il bluff del soggetto che avrà provato ad elevarsi culturalmente cadrà miseramente a causa della mancanza di studio e, peggio, di sensibilità.

In questi giorni di coronavirus, il virus tristemente noto Covid-19, stiamo assistendo ancora una volta a una corsa a due andature: nella prima chi ci mette l’anima, rischia la vita; nella seconda, tristemente nota anche questa, chi segna il passo, finge – tanto per cambiare – di fare qualcosa. Per entrare subito in argomento, ci sono medici che al Nord non sapendo contro quale tipo di virus stessero combattendo, ci hanno rimesso la pelle. Altri colleghi, più a Sud, 249 pare, che si sarebbero messi in malattia. Tutti nello stesso ospedale, il “Cardarelli” di Napoli. Con tanto di «vada a farsi benedire» il Giuramento di Ippocrate, non più di qualche anno fa aggiornato. Uno dei cardini resta il  «prestare soccorso nei casi di urgenza e mettersi a disposizione dell’Autorità competente in caso di pubblica calamità». Quanto, cioè, sta accadendo.

CHI RISCHIA E CHI APPROFITTA

«C’è chi rischia la pelle e chi ne approfitta», dice Barbero. Esistono quanti si rimboccano le maniche, spiega in buona sostanza lo storico, e quanti fanno i furbi (non è una novità): è un atteggiamento che gli italiani hanno assunto anche durante la Seconda Guerra mondiale: noi italiani di oggi assomigliamo decisamente molto agli italiani di ieri.

«Pensiamo a come si sono comportati nell’ultimo conflitto mondiale tedeschi, russi, americani e inglesi – riprende lo storico – bene, ci rendiamo conto che, con ovvie eccezioni individuali, si sono mossi in maniera abbastanza compatta, tutti più o meno uniti nello stesso spirito di popolo». E l’Italia? La risposta va da sé: ha oscillato un estremo e l’altro, quasi facendo tesoro di esempi di una incredibile impreparazione, mascalzonaggine e incapacità. Come i disastri militari per i quali ancora oggi tutto il mondo ride alle nostre spalle.

Sia chiaro, qualche battaglia gloriosa qualcuno l’ha combattuta. Il popolo contadino, per esempio, ha dato prova di una forza di resistenza straordinaria; lo stesso dicasi per gli abitanti delle città bombardate, tenendo duro in circostanze drammatiche. Fino ad essere distrutto, ridotto alla fame, spaventato. Ma poi, ecco il miracolo, appena la guerra è finita, il colpo di reni con il quale il popolo italiano – non tutto, presente anche allora una percentuale di furbacchioni – è riuscito a rialzarsi. Nonostante incompetenza, sprovvedutezza, che pure ci sono state: la situazione, oggi, non sembra così diversa.

E il pensiero di Barbero, come anzidetto, va a medici e infermieri che lavorano giorno e notte negli ospedali. «Penso, però – dice lo studioso – a chi è fuggito da Codogno per andare a sciare; a quanti restano chiusi in casa per proteggere se stessi e gli altri; ai politici che, anche in questa situazione, cercano di ricavare un tornaconto elettorale, spingendosi fino al limite dello sciacallaggio; a chi ha posto i propri interessi in secondo piano, agli imprenditori che vedono i propri ricavi in caduta libera e devono tenere a bada – non sempre riuscendoci – la tentazione di dire: “Andiamo avanti lo stesso, anche se continuiamo così sarà potrà profilarsi un disastro per le nostre casse”».

NON E’ UN VIRUS PER VECCHI

Secondo qualcuno, agli inizi del contagio, qualcuno aveva detto cinicamente «Questo è un virus che uccide i vecchi», quasi legittimando che eliminare gli anziani, troppo costosi da mantenere, sia una soluzione per salvare il sistema. In effetti, questo è l’incubo della nostra società. «Non mi sorprende – dice Barbero – che in questa circostanza emerga una astratta ragione economica simile a un “Bene, d’ora in poi, avremo un costo in meno da sostenere”; la ragione umana, invece, non può prendere in considerazione una conclusione del genere, poiché dice: “Non è l’uomo che deve essere messo al servizio dell’economia, ma l’economia al servizio dell’uomo”». Un conflitto che avevano colto, nei loro romanzi avveniristici, certi scrittori di fantascienza negli Anni 50. Ma anche lo scrittore italiano Umberto Simonetta con il libro “I viaggiatori della sera”, nel quale uomini e donne maturi venivano prima isolati, poi cancellati in una sorta di bingo ante litteram.

Ma una conseguenza positiva potrebbe esserci, lo dice il bicchiere mezzo pieno: una svolta nella mentalità collettiva, per esempio, nel modo in cui concepiamo le cose. Abituati, come siamo, a pensare che il futuro sia prevedibile, con economisti e politici convinti di poter misurare fino al centesimo quanto crescerà il nostro Pil, il Prodotto interno lordo. Quando, invece, è stato sufficiente un virus sconosciuto, diffuso prima in Cina e tutto ciò su cui si basavano scelte politiche, economiche e sociali, frana nel giro di qualche settimana.

Ma ciò che lo Stato sta chiedendo agli italiani appare enorme: nessuna passeggiata, né a cena fuori. Per un popolo che ha vissuto gli ultimi settanta anni della sua vita in pace, questa è una rinuncia gigantesca. Poco, però, se paragonato a ciò che lo stato chiese al popolo italiano nel 1915. «Quando l’Italia – conclude Barbero nell’intervista rilasciata a Uffpost – chiamò tutti i maschi che potevano combattere per dire a ciascuno di loro: “Adesso tu lasci casa, moglie, figli, lavoro e vai a fare una vita da cane in trincea, dove puoi crepare dilaniato dalle ferite di una bomba, oppure fare una vita orrenda per anni: e lo fai, perché questo è un ordine!”». In buona sostanza, il parallelo con la guerra regge fino a un certo punto: chiederci di restare a casa per sopravvivere è diverso dal ricevere l’ordine di andare a morire per un ideale.

«Christine, l’ha fatta grossa!»

Parole pesanti della Lagarde, crollano le Borse

Le dichiarazioni del presidente della Banca centrale europea bruciano 130 miliardi di euro. «Se qualcuno pensa di fare shopping a buon mercato in Italia, si sbaglia di grosso». Intanto sul Corriere della sera anticipano indiscrezioni: indagano i servizi segreti: «legittimo sospetto», trapela.

Centotrenta miliardi bruciati in un “amen”. Il botto che arriva dalla Borsa scuote non solo i mercati che impazziscono sotto il peso delle parole pronunciate da Christine Lagarde, avvocato francese, presidente della Banca centrale europea. Scatena perfino i servizi segreti. Certe cifre rischiano di mettere in ginocchio l’economia di un Paese, il nostro, che già naviga a vista di suo, costringendolo a porre rimedio. Magari mettendo in vetrina, a prezzi stracciati, i gioielli di famiglia.

Questa la premessa. Entriamo in partita. Avete presente gli squali di Wall Street, quei film in cui circolano strani complotti, spesso considerati in modo esagerato perché solo storie a sensazione per il grande schermo? E, invece, la realtà supera la fantasia. E non c’è nemmeno bisogno di entrare nella Borsa centrale di New York e annusare speculatori che dopano il mercato dietro il suggerimento occulto di calcolatori spregiudicati che suggeriscono di «comprare quando il sangue invade le strade»: il momento della disperazione è quello giusto. L’Italia ne sa qualcosa. Gli italiani, a migliaia, ne sanno qualcosa. Lo hanno imparato, purtroppo, a proprie spese.

Ma non andiamo lontano dalla notizia del giorno, che non è la “sparata” della Lagarde che ha lasciato basiti tutti, anche quanti non operano in Borsa. Detto che la storia è tutta da vedere, pare che in mezzo alla vicenda del discorso poco rassicurante della Signora in nero stiano addirittura indagando i servizi segreti.

ENTRANO IN SCENA GLI 007

Adesso intervengono gli 007. Dopo il discorso dell’“avvocata” francese, i rappresentanti del Copasir hanno chiesto l’intervento della Consob per verificare «eventuali atti speculativi in connessione con le dichiarazioni rese dalla presidente della Bce» che giovedì scorso hanno provocato il crollo delle Borse. Ed è solo apparentemente strano che sia stato il Copasir ad intervenire dopo aver sentito i nostri “007”. La rivelazione ha una firma, quella autorevole di Francesco Verderami che manifesta perplessità su quel giovedì di sangue e anticipa l’indagine dei servizi segreti non su un blog, un sito internet – con tutto il rispetto per chi lavora on line – ma sul Corriere della Sera.

«Anche loro», ha raccontato uno dei membri del Copasir, «sono rimasti esterrefatti dalle dichiarazioni di Christine Lagarde». Pare non ce ne fosse sentore, hanno riferito. E, invece, Borsa, rimbalzo a Piazza Affari nell’ultima seduta e 130 miliardi di euro letteralmente bruciati. «Il Copasir – abbiamo letto – non intende entrare nelle logiche di mercato, tuttavia il nostro patrimonio industriale, tecnologico e scientifico deve mantenere la testa nel Paese». E’ una dichiarazione del leghista Volpi. Domanda centrale che si pongono è:  «dove è finito un quarto delle azioni» delle blue chips, che nel giro di poche ore tra giovedì e venerdì hanno oscillato paurosamente in Borsa?».

NON CI SARA’ IL BIS 1992/2010

Motivo più che valido perché si svolga una indagine conoscitiva sui rischi di scalate estere in Italia: dopo la Consob, anche un’audizione con i vertici di Bankitalia. «Se qualcuno dall’estero pensa di sfruttare questa situazione per fare lo shopping dei nostri gioielli di famiglia, come accadde nel 1992 e nel 2010, ha sbagliato bersaglio».

All’interno di una pessima notizia, una buona notizia. Maggioranza e opposizione sono unite. Insieme, con motivi diversi, ma convergenti, avanzano «un legittimo sospetto»: un conto è il cosiddetto “gioco speculativo”, un’altra cosa sono le operazioni ostili per acquisire il controllo di società d’interesse nazionale approfittando della crisi. E quella della Lagarde a prima vista o udito, fate voi, non avrebbe proprio l’aspetto di una gaffe. Potrebbe essere stata una tattica esposta male. Un ragionamento sottile che poi ha preso un’altra strada, quella che ha sfondato l’ingresso di Piazza Affari minacciando seriamente l’economia di un Paese nel frattempo distratto dallo sciagurato coronavirus.