USA 2017: FRONTI DI GUERRA. Portaerei, tacchini e clown.

usaMentre gli apparati statunitensi hanno messo in campo la più imponente scorta mai vista per blindare l’imminente visita del Presidente Trump in Cina e Corea del Sud con tre portaerei posizionate in acque internazionali a pochi chilometri dalla minaccia nord coreana, gli USA si ritrovano a combattere su due fronti interni.

Problemi seri che stanno tenendo in scacco le polizie di molti Paesi: i “tacchini” e i “clown”!

Partiamo dai tacchini: vere e proprie gang che stanno spargendo terrore in varie zone dell’America. Lo Stato Maggiore americano le ha definite Urban Turkeys, vere e proprie bande di tacchini che stanno impegnando le autorità locali, soprattutto in Massachussets, per la violenza e l’aggressività per le quali sono diventate un problema di ordine pubblico: aggrediscono passanti e piccoli animali fino a riuscire a bloccare le strade. Tutto questo, dicono gli esperti, solo per rivendicare la propria supremazia.

Sarà che si tratti di una sorta di “guerra di liberazione ed emancipazione contro le usanze legate alla festa del ringraziamento” ma stiamo parlando dei tacchini veri, non di un gruppo di giovinastri che hanno scelto un nome strano per fare scorribande.

Tacchini, quelli con le ali e le penne! Quelli che trovi al supermercato o in macelleria!

Marion Larson, una studiosa esperta, ha spiegato che “i tacchini possono provare a dominare o attaccare le persone che vedono come loro subordinate. Ciò accade spesso durante la stagione di allevamento. Per difendersi dai gallinacei, invece di usare la violenza, bisogna agitare in aria come degli ossessi le braccia e urlare come matti e, così, si allontaneranno”.

David Scarpitti, biologo, ha spiegato che “i tacchini vedono le persone come esseri in competizione con loro e quindi vogliono stabilire il proprio dominio su tutti”.

Sarà stata la parrucca bionda di Trump a farli innervosire così tanto o siamo di fronte ad un nuovo movimento di liberazione?

Sarà anche grave e preoccupante la situazione, ma io sto dalla parte dei tacchini!

Foto twitter 2

Altro fronte che impegna da qualche mese gli Stati Uniti è quella che viene definita “la moda dei clown”.

Figlio dei tempi moderni, questo nuovo fenomeno social mediatico, si alimenta dello strano gusto di spaventare la gente travestiti da clown per rimbalzare i video che riprendono la paura sui social.

Indagando sul tema, scopriamo che dietro questo assurdo ma troppo seguito “gioco” c’è un ragazzo italiano, un mito fra quelli che vengono definiti prankaster che, perugino di origine, ha fatto di questa pratica il suo mestiere: spaventa le persone vestito da clown riprendendo il tutto con una video camera e pubblica tutto su Youtube dove è seguito sul suo canale da quattro milioni e mezzo di iscritti. Su Facebook ha 600mila fan. Con grande sufficienza, DM Pranks (questo il nome d’arte) dichiara che “Hanno iniziato a fare questi video che per la maggior parte si vede che sono finti, ma la gente è in una condizione psicologica tale che se sta girando per strada e vede un clown impazzisce”.

A me dispiace perché questo getta un’onta sui tanti artisti di strada che regalano la propria arte in cambio di pochi spiccioli. Ma se per strada trovate, sul bordo di un marciapiede la testa mozzata di un clown con la telecamera incorporata non vi dispiacete. Forse, se l’è cercata!

NON TOCCATE LE DONNE E I BAMBINI! Fra Liberazione e Mortificazione.

Maggio 1998.

Bari, via Sparano.

Attraverso una strada che ho sempre percepito come una cosa “altra” da me, lontana dalla mia percezione di città. Una strada estranea nonostante la sua importanza.

In una Città non c’è mai una Città: la tua Città è lo spazio che vivi, la gente che abitualmente incontri, la signora della porta affianco insieme a quanti vivono la tua stessa strada, il tuo quartiere, i tuoi spazi. Quelli che respirano la stessa aria che respiri tu.

Quella che si definisce Città, in realtà, non è altro che la proiezione di vissuti “confinati”, delimitati idealmente e materialmente.

Un agglomerato che, supponendosi un insieme, comunità, è nei fatti una sostanza fatta di elementi che non si mischiano. Come accade nella chimica!

Chi arriva dalla periferia percepisce immediatamente la differenza: il rumore e il movimento caotico, quasi schizofrenico, delle persone ti disorientano.

La sensazione è quella di stare dentro una dimensione che non ti appartiene e cerchi di arrivare il prima possibile alla tua meta. Come fossi un corridore che ha di fronte a se solo il traguardo: arrivare e tornare il prima possibile dentro la tua dimensione, da quello che ti sembra un film, un incubo o un girone dantesco.

E facevo bene a non frequentare quei luoghi, quello spazio “nobile” della Città.

Avevo accelerato il passo appena sceso dall’autobus che porta dalla periferia al centro. Al mio fianco, la mia compagna di quei tempi non capiva il mio disagio, la mia repulsione per quei luoghi e per la gente che li frequentava.

Faceva fatica tanto il mio passo era veloce.

Su questa strada che sembrava non finire mai incrocio quello che era un presentimento, la frattura definitiva fra me e la “Città per bene”, quella delle vetrine e delle boutique.

Continuo a camminare sperando di arrivare alla fine di quello che sembrava un tunnel oscuro, buio auspicando di raggiungere almeno un raggio di luce quando mi ritrovo di fronte una scena alla quale non avrei mai voluto assistere: un uomo picchia violentemente un bambino e, non soddisfatto, sferza una sberla anche alla moglie appena uscita da uno di quei negozi nei quali si paga solo per entrare.

La reazione della mia compagna è stata immediata quanto spontanea: la giacca e la cravatta che indossava quello che ha definito “animale, bestia” non giustificavano in alcun modo la violenza che era passata davanti ai nostri occhi.

Un bambino e una donna picchiati per strada come fosse una cosa normale, abituale agli occhi degli altri.

La giacca, la cravatta e la camicia (che messe insieme, a quei tempi, forse equivalevano allo stipendio mensile di quattro operai) si sporcarono di sangue perché ebbero la sfortuna di incrociarsi con due mani che, casualmente, erano fuori dal contesto: quelle della mia compagna!

Due mani che ebbero la sfortuna di scagliarsi sulla faccia di un noto avvocato, paradossalmente “vittima di aggressione da parte di ignoti sconosciuti”.

Io e la mia compagna fummo “gentilmente” accompagnati in Questura nonostante decine di persone avevano assistito a quanto accaduto.

Tutto normale, tranne che sporcare di sangue la camicia all’avvocato!

Eh, non si fa!

Mentre, increduli, aspettavamo dentro una stanza della Questura, un Ispettore di Polizia contattava la vittima dell’aggressione (il noto avvocato) per chiedere se volesse sporgere denuncia nei nostri confronti: “Ma si figuri, sono ragazzi!” la risposta dell’inappellabile.

Ottobre 2017

Non è cambiato nulla!

Le violenze su donne e bambini continuano a moltiplicarsi, ad essere nascoste.

E la gran parte si consumano in contesti familiari.

Reagire, ribellarsi, denunciare è un percorso di liberazione.

Subire, essere accondiscendenti, cercare giustificazioni, coprire, nascondere è un percorso di mortificazione!

A casa, per strada o sul posto di lavoro.

Contra-dizioni. Popolo, popolazione, regole e cittadini.

Da venerdì avevo il pensiero rivolto a quale poteva essere il tema di questo domenicale senza che mi venisse in mente nulla che mi piacesse, che mi ispirasse, che mi stimolasse a scrivere. Ad un certo punto, ho avuto il terrore che la normalità o, meglio, la sensazione di normalità mi avesse assorbito senza che me ne fossi accorto.

E’ brutto perché piano, lentamente senti crescere dentro un senso di angoscia, di sconfitta con te stesso.

Possibile?” ti chiedi.

Riesci a dare una giustificazione ad un blocco intestinale, un blocco renale, anche alla diarrea, ma darti da solo una giustificazione ad un blocco cerebrale diventa difficile. Diventa necessario un processo di auto analisi, uguale a quello che fai per resettare il computer quanto si blocca.

Spegni la televisione, spegni qualsiasi canale di comunicazione a partire dal telefono e lasci che il cervello trovi il suo tempo per recuperare e riaccendere funzioni spente.

Operazione utile e pericolosa allo stesso tempo, perché se ti costringe a ragionare fuori dall’ordinario e dentro la quotidianità gli devi dedicare l’intera notte.

Non puoi sfuggire, non puoi rimandare e neanche dire “ti richiamo, ora non posso” come fai al telefono.

E’ come una donna al momento del parto o un bambino che sta per venire alla luce: non puoi dettare i tempi, decidere il momento giusto.

Ed è così che capita, nel pieno della notte, di ritrovarti a riflettere su come si possa, nell’era dell’esaltazione della globalizzazione, continuare a giocare sulla differenza fra popolo e popolazione.

Se vi è il rispetto delle regole, i due termini si annullano sciogliendosi dentro un concetto omnicomprensivo che è quello di cittadini, ovvero persone che convivono su uno stesso territorio e hanno uguali diritti e doveri.

Sembra un ragionamento logico che, però, non si traduce nella realtà. Anzi, è parecchio lontano dalla realtà!

Quando leggo o sento di rivendicazioni identitarie e di movimenti secessionisti rabbrividisco al pensiero che nessuno si interroga sul fatto che quella che ci hanno abituati a chiamare globalizzazione riguarda un pezzo di vita del quale siamo protagonisti passivi, spesso vittime inconsapevoli, di un sistema governato dai grandi gruppi finanziari, dalle lobby: se si fosse trattato di una rivoluzione culturale questo mondo sarebbe stato assai diverso abbattendo qualsiasi muro che impedisce la convivenza.

L’incapacità di leggere i profondi mutamenti sociali ed il ricorso all’ideologizzazione in assenza di argomentazioni che reggano trasformano, in Italia, la discussione sulla necessità di rivedere la normativa sul diritto di cittadinanza in una bagarre nella quale si moltiplicano i prestigiatori di parole.

Voglio proporre all’attenzione l’appello sottoscritto da docenti e intellettuali in favore dell’approvazione della proposta di Legge sullo Ius Soli, utile in un Paese che ha da recuperare tanto sul tema della convivenza e, allo stesso tempo, assurda dentro un contesto globalizzato.

Appello di docenti ed educatori per lo ius soli e lo ius culturae 

Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.

Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo – che sono legge dello stato – sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto.

Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro.

Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti. 

Chi vorrà potrà testimoniare questo impegno anche astenendosi dal cibo in quella giornata in uno sciopero della fame simbolico e corale.

Il 3 ottobre è la data che il Parlamento italiano ha scelto di dedicare allamemoria delle vittime dell’emigrazione e noi ci adoperiamo perché in tutte le classi e le scuole dove è possibile ci si impegni a ragionare insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole.

Ci impegniamo inoltre a raccogliere il numero più alto possibile di adesioni e di organizzare, dal 3 ottobre al 3 novembre, un mese di mobilitazione per affrontare il tema nelle scuole con le più diverse iniziative, persuasi della necessità di essere testimoni attivi di una contraddizione che mina alla radice il nostro impegno professionale.

Crediamo infatti che lo ius soli e lo ius culturae, al di là di ogni credo o appartenenza politica, sia condizione necessaria per dare coerenza a una educazione che, seguendo i dettati della nostra Costituzione, riconosca parità di doveri e diritti a tutti gli esseri umani.

Al termine del mese consegneremo questa petizione ai presidenti dal Parlamento Laura Boldrini e Pietro Grasso tramite il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, perché al più presto sia approvata la legge attualmente in discussione al Parlamento.

La discriminazione è causa di insonnia!

Quando torno a casa e sono di cattivo umore, se chiamo a tarda ora figure istituzionali e mi sentono alzare la voce o usare termini poco convenzionali, le persone che mi sono vicine, la mia famiglia, capisce che qualcosa non va, non funziona. Mi conoscono troppo bene e sanno che non litigo con le persone, mi inquieta il “sistema” fino al punto di non riuscire a dormire. E’ una inquietudine che si trasforma in rabbia pensando al lavoro continuo, quotidiano, che i miei colleghi che lavorano nelle strutture di accoglienza dei migranti svolgono con grande fatica spinti dal sentirsi al servizio degli altri, pari come chiunque dovrebbe sentirsi di fronte ad un altro uomo, donna, anziano, bambino. Ad un’altra persona.

E quando succede (e succede spesso!) che il “sistema” si inceppa ti chiedi in quale Paese vivi fino al punto di sentirti decontestualizzato.

Ho trascorso la notte pensando alla correlazione che passa tra doveri e diritti, ovvero al percorso che porta all’accesso ai diritti che passa attraverso il rispetto delle regole, del rispetto delle Leggi come dovrebbe avvenire di solito in un Paese “democraticamente normale”.

Ma dentro il Paese che credi sia “democraticamente normale” incontri, quasi quotidianamente, forme aliene, ti confronti con il surreale. E’ come se ti trovassi a parlare con persone di un altro pianeta ma che vivono e stanno qua con ruoli di responsabilità civile e sociale ricoperti in una inconsapevolezza che spiazza l’interlocutore, che fa cadere le braccia, demotiva (non tutti!).

Io, mi arrabbio e non mi demotivo! Anzi, traggo linfa vitale per andare avanti sul percorso della costruzione del modello sociale della convivenza perché sono sempre più convinto che la fase dell’accoglienza è una fase transitoria, temporanea: un ponte gettato per raggiungere il fine ultimo dell’integrazione.

Non mi scrivete e non mi chiamate per sapere perché sono di cattivo umore.

Non ve lo dico!

Chi ha detto che la mia penna può fare più male di un colpo di pistola forse ha ragione. E sa che è inchiostro che scorre nel sangue.

Ma ho bisogno di qualcuno che insieme a me condivida l’odio profondo di fronte ad atteggiamenti che puzzano di discriminazione, di rifiuto dell’altro, di esclusione.

In un Paese che ha finalmente adottato il primo Piano per l’Integrazione, è brutto svegliare di notte Sindaci e Assessori per chiedere che chi vuole adempiere a un dovere possa accedere a un diritto che, per Legge, è diventato un dovere!

Sicuramente non sono simpatico a molti, ma perdonatemi il difetto di esternare il mio pensiero.

E come dico sempre alla mia compagna, prendetemi come sono!

Favor libertatis

Alla luce dei nuovi provvedimenti adottati dal Governo (Primo Piano Nazionale per l’Integrazione), pubblichiamo nell’odierna rubrica domenicale, l’abstract di una ricerca svolta da un gruppo di sociologi dell’Università di Bari sul tema del trattenimento dei migranti che evidenzia falle in una burocrazia votata più ad assumere decisioni abitudinarie che ad entrare nel cuore dei problemi.

La ricerca, pubblicata nel 2017, si riferisce a dati raccolti nel 2015.

Ringraziamo il Prof. Nicola Schingaro, sociologo dell’Università di Bari, per averci fornito questi spunti di riflessione nutrendo la speranza che si avvii un processo di umanizzazione anche in questo delicato e complesso ambito di intervento nella gestione delle pratiche sulla gestione dei flussi migratori.

In questo contributo, si presenta la sintesi dei risultati di una ricerca – realizzata da G. Campesi, P. Donadio e N. Schingaro (Dipartimento di Scienze politiche, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”) -che ha analizzato i provvedimenti di convalida e di proroga del trattenimento nel CIE di Bari-Palese, emessi dall’Ufficio del Giudice di Pace (GdP) di Bari nel primo e nell’ultimo trimestre del 2015. Complessivamente, sono stati raccolti 322 provvedimenti a partire dai quali è stato possibile estrarre dati utili per un’analisi quantitativa (con l’utilizzo del software SPSS) e un’analisi qualitativa (con l’ausilio del software Atlas.Ti).

I risultati evidenziano intanto la scarsa qualità di controllo giurisdizionale sui provvedimenti di trattenimento adottati dalle Questure ai sensi del d.lgs 286/1998. Sono udienze di breve durata (svolte nel CIE), che portano a provvedimenti scarsamente motivati o privi di ogni motivazione. Esse rinviano all’esercizio di una funzione di controllo meramente burocratica, diretta più ad una validazione formale dei provvedimenti adottati dall’autorità amministrativa sulla libertà personale degli stranieri che all’esercizio del controllo giurisdizionale imposto dall’art. 13 della Costituzione. Durante le udienze prese in esame non è stata mai fatta una valutazione approfondita sul “rischio di fuga” dello straniero, ovvero sul presupposto principale che legittima il ricorso al trattenimento. Di certo, anche per la qualità della formulazione del dettato normativo, prevale la tendenza a presumere tale rischio con uno o più indici astrattamente definiti dal legislatore e riportati nei provvedimenti attraverso un elenco pre-stampato. Non sono mai prese in considerazione alternative al provvedimento di trattenimento, neppure quando lo straniero è in possesso di documenti d’identità o di un domicilio in cui essere rintracciabile. La valutazione della concreta possibilità di rimpatrio è apparsa assai superficiale, anche nei casi di stranieri già attinti da diversi provvedimenti di espulsione o colpiti da altri provvedimenti di trattenimento. Dinanzi ad un controllo giurisdizionale così blando sull’attività delle Questure, la riforma dei termini massimi di trattenimento ha per lo meno introdotto un correttivo che riduce il rischio che lo straniero “non deportabile” subisca lunghi ed ingiustificati periodi di privazione della libertà personale. C’è inoltre la tendenza dei GdP a motivare più attentamente i provvedimenti di remissione in libertà degli stranieri, anziché le convalide o le proroghe del trattenimento. Questo dato non è affatto secondario poiché esplicita con un certa chiarezza il retro-pensiero che guida l’azione dei GdP nell’esercizio della loro funzione giurisdizionale. In sostanza, per il GdP di Bari, la privazione della libertà dello straniero sarebbe la regola, una, che peraltro non è necessario giustificare, mentre crede sia invece necessario motivare puntualmente il caso in cui si decida di rimettere in libertà lo straniero, anche se si tratta pur sempre di un’eccezione. E questo ci pare determini un sovvertimento dei principi costituzionali relativi alla tutela della libertà personale, anche se questo ci sembra in realtà un sovvertimento ancora più odioso poiché equivale all’ammissione che il principio del favor libertatis non si applichi ai cittadini stranieri.

 

Nicola Schingaro, PhD

Sociologo e Urban Planner

Dipartimento di Scienze politiche

Università degli Studi di Bari ‘A. Moro’

 

Per consultare l’intero lavoro di ricerca clicca qui 

 

A cosa serve la guerra

Se non fosse tutto vero, fin troppo reale, potremmo pensare di assistere alla lite fra due bambini prepotenti e capricciosi che, travolti da un impeto di bullismo, si scatenano in una gara di insulti e provocazioni reciproche.

Il problema è che non è la lite fra due ragazzini quella alla quale stiamo assistendo, ma uno sconcertante scenario che vede come attori principali due Capi di Stato e come spettatore quasi inerme il resto del Mondo fino ad oggi incapace di imporre una mediazione ragionevole.

Se qualche anno fa avessimo domandato il nome del Presidente della Corea del Nord sono certo che la gran parte della popolazione mondiale non avrebbe saputo rispondere.

Oggi Kim Jong-un è un volto familiare, è entrato con prepotenza in tutte le case e suscita un interesse generato da una profonda preoccupazione: quando appare seduto in poltrona a godersi, circondato da fedelissimi plaudenti, il lancio di un missile non sta giocando alla Play Station. Sono missili veri con un potenziale distruttivo intriso del concetto di devastazione.

Dall’altra parte, il Presidente degli Stati Uniti d’America Trump, più impegnato a proferire minacce che a cercare una via d’uscita diplomatica, mostra anch’egli la propensione a mostrare i muscoli, a tratti quasi la spasmodica voglia di spingere quel bottone rosso chiuso nella valigetta che lo segue ovunque.

E’ sconcertante assistere ad una diplomazia internazionale ridotta a dichiarazioni quali “Trump è un vecchio rimbambito!” (Kim) o “Kim è chiaramente pazzo. Siamo pronti alla distruzione totale della Corea del Nord” (Trump).

In tutto questo le persone, le donne, i bambini non hanno alcun ruolo, nemmeno marginale, nei pensieri dei due passionari della guerra.

Quando con disarmante leggerezza si parla di bombe all’idrogeno, la famigerata bomba H, mi vengono in mente una affermazione piena di verità (Quando i grandi giocano alla guerra, i bambini non giocano più!) ed una canzone di Edoardo Bennato di cui vi propongo la lettura del testo e l’ascolto.

 

A cosa serve la guerra.

 

A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità
A cosa serve la guerra – la guerra non serve mai
serve soltanto a trovare rimedi che sono peggiori dei mali 

Ogni soldato che parte – ogni soldato del re
vorrei raggiungerlo con questo valzer – fargli cantare con me
A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità
La guerra è sempre la stessa – ognuno la perderà
e a ogni soldato che muore si perde un po’ di umanità
La guerra è sempre la stessa devi partire e non sai
se è una minaccia o se è una promessa
che è l’ultima guerra che fai
Come uno stupido valzer – la storia non cambierà
ma è sempre meglio cantarla ogni tanto – questa canzone che fa
La guerra è un caso irrisolto – perché la sua soluzione
è che il più debole ha sempre torto e il più forte ha sempre ragione
A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità.

Specchia tra le parole e l’esempio

Ha ragione Oscar Iarussi che nel suo commento sulla Gazzetta dopo tragici fatti di Specchia, ha scritto che «nonostante il pudore che spingerebbe a tacere, viene il sospetto che le parole servano: pacate, riflessive, ferme». La tragica storia di Noemi lo chiede. Ma chi ha il diritto di parlare? «Quelle dei giudici, quando toccherà a loro. Quelle degli adulti, ogni giorno» aggiunge Iarussi.

Già, gli adulti: genitori, educatori e insegnanti prima degli altri hanno un «dovere di prelazione» di usare le parole, ma ancora di più l’esempio. Le parole senza una testimonianza credibile non servono.
Perché il rispetto dell’altro sesso è materia che i giovani (ma non solo) hanno bisogno di vivere, non di ascoltare. L’atrocità di quanto accaduto non può non interrogare sul livello di testimonianza che oggi i «grandi» sanno offrire: i modelli propinati dalle aberranti trasmissioni come Temptation Island, Grande Fratello, Geordie Show e altro dominano in modo incontrastato l’immaginario adolescenziale.

Quando l’autore dell’omicidio di Noemi ha rischiato il linciaggio sfoderando un atteggiamento di sfida con un saluto inquietante e una smorfia derisoria verso la folla, probabilmente ha solo cercato di (a modo suo) di apparire ciò che non è. Forse ha solo rielaborato quei modelli di cui si è imbibito. Probabilmente ha sentito la necessità di sfoggiare, sfidare, osare, non mostrare debolezza. Eppure «tenerezza e gentilezza – scrive Khalil Gibran – non sono sintomo di disperazione e debolezza, ma espressione di forza e di determinazione». Quel ragazzo ha sbagliato e deve essere punito secondo ciò che prevede la legge. Indubbiamente. Ma non servirà a nulla se tanti altri non saranno toccati dalle parole e dalla testimonianza di chi – coi fatti – è in grado di raccontare il rispetto per l’altro. Chiunque sia.

Nell’occhio del ciclone

L’uragano Trump aveva affermato nella scorsa primavera che “i cambiamenti climatici non rappresentano un problema” sfilando gli Stati Uniti d’America dal Programma Internazionale per la riduzione delle emissioni in atmosfera.

Ed ecco che la natura fa arrivare pronta la sua risposta: due uragani, questa volta veri e senza parrucchino biondo o bellissime donne al seguito, hanno devastato, e continuano a farlo, un pezzo del Continente americano e a pagare il prezzo più alto sono, come di solito accade, le fasce sociali più deboli, quelle più indifese e già poste ai margini.

La forza della natura ha cancellato interi quartieri periferici, spazzato via baraccopoli, messo in fuga centinaia di migliaia di persone che vagano, nella gran parte dei casi, senza mezzi e senza meta.

Anche quel poco che serviva a sopravvivere non c’è più.

Ma anche in questi casi emerge il doppio volto dell’America: alle immagini che arrivano dal Messico e da Cuba, si sovrappongono quelle di una Miami deserta, con un aspetto quasi spettrale, difficile da ingoiare nell’immaginario collettivo e le foto, diffuse dai media, delle ville milionarie (tra le quali una delle tante ville di Trump) che rientrano nell’area a forte rischio quasi che, di fronte ad una tragedia di tali dimensioni l’attenzione si dovesse concentrare su questo.

Il Presidente Trump si è recato nei luoghi del disastro senza neanche mostrare imbarazzo per lo strappo internazionale sulle questioni ambientali.

E, soprattutto, senza avere chiaro un piano di gestione della fase post disastro.

La promessa è fra le più facili e prevedibili: farà arrivare una pioggia di dollari che avrà l’effetto, come sempre succede nei programmi di ricostruzione, di arricchire e rafforzare le solite lobby che dalle tragedie traggono linfa vitale.

Alle fasce più deboli, invece, non resta che ripartire da zero, dal nulla che è rimasto.

Ma Irma e Harvey, i due uragani, avranno la forza di convincere Trump che è urgente, non solo necessario, rivedere le politiche sul clima?

Qui ventum seminabunt et turbinem metent! (chi semina vento raccoglie tempesta) verrebbe di dire, anche se, certo, a seminare non è stato e non è chi oggi paga il prezzo più alto.

LA CONVIVENZA COME VALORIZZAZIONE DELLE DIVERSITÀ

 

Questa settimana, all’indomani della Festa del Sacrificio, ospitiamo nella rubrica Domenicale un contributo, una riflessione, inviataci dal Dr. Alessandro Catena, sociologo e educatore della riabilitazione psichiatrica oltre che essere impegnato nel lavoro di progettazione sociale collaborando con l’Assessorato al Welfare della Regione Puglia, il Centro di Servizio al Volontariato di Bari e svolgere il ruolo di Coordinatore dello staff di coordinamento dei centri territoriali per le famiglie del Comune di Bari. Inoltre, è Progettista e Project manager del Progetto “Itinerari verso Oriente” per la ricerca sulla qualità della vita degli immigrati nel quartiere San Pasquale di Bari e l’istituzione di servizi all’immigrazione, finanziato dall’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia.

Dove sta andando la nostra civiltà?

Il nostro paese appare come attraversato da un vento di intolleranza che sembra rinforzarsi ogni giorno di più. Ed è un vento che raggiunge la sua massima intensità quando urla sui migranti ma che, in realtà, soffia forte su ogni diversità. Basti vedere l’episodio del cartello di Carugate, che non è da considerare un fatto isolato se si tiene conto dei tanti “cartelli” che appaiono tutti i giorni sui social. Tutte le conquiste sociali che negli ultimi decenni sembravano date per acquisite, dall’accettazione della diversità all’accoglienza alla convivenza, sembrano ora messe pericolosamente in discussione da un esaltarsi prepotente dell’intolleranza, generata o, più spesso, sollecitata dalla crisi, come ormai sentiamo dire da anni, tanto che sembra diventata una scusa buona per tutte le reazioni più negative. All’intolleranza, allora, occorre rispondere esaltando il concetto opposto di accoglienza. L’accoglienza è apertura, solidarietà, condivisione, è mettersi in gioco. Ogni volta che si leggono attacchi generati da presunti atti di favore rivolti ai migranti a dispetto degli italiani poveri, viene da chiedersi se chi attacca fa poi qualcosa per quegli italiani poveri che sui social difende con tanto ardore e tanta violenza verbale. Verso i migranti, poi, l’ospitalità è un “buon costume” ma rimane fine a se stessa se non viene superata dal rendersi partecipi e dall’aprirsi all’altro, alla sua diversità, facendola diventare ricchezza. E non si tratta di dare semplicemente conforto ma di condividere. Condividere per convivere, che è l’obiettivo finale. La convivenza come accoglienza e valorizzazione delle differenze e delle diversità, come arricchimento reciproco per giungere all’eguaglianza, quale valore imprescindibile per la democrazia. Un valore che ci riguarda da vicino, poiché la nostra rischia di diventare sempre di più la civiltà della disuguaglianza, di cui tutti noi rischiamo di essere vittime.  

Se è così, e purtroppo sembra questa l’evoluzione della realtà, è a rischio la stessa convivenza civile

(con una violenza verbale tale da portare la Presidente della Camera, ma non è la sola, alla decisione di denunciare le minacce ricevute in rete)

E le prime vittime sono i migranti.

Dr. Alessandro Catena

La benda della dea

Se non scoppia il caso, non si riporta all’attenzione un problema: questo è il modello Italia, un modello che si è fatto sistema e che, periodicamente, mostra palesi le sue debolezze.

Sopravvivere rincorrendo le emergenze è una abitudine incarnata che si alimenta della incapacità a risolvere i problemi alla radice: si spengono decine di incendi ma non esiste un efficace piano di tutela, manutenzione e protezione del patrimonio boschivo; crollano palazzi a causa di eventi naturali, muoiono persone sotto le macerie ed emergono cifre esorbitanti sulla dimensione del fenomeno dell’abusivismo edilizio in tutto il Paese; il grande flusso migratorio che sta spostando masse di persone dal continente africano verso l’Europa, passando per l’Italia, nonostante non sia un fatto imprevisto o iniziato ieri, viene ancora gestito con soluzioni di emergenza senza che sia stato mai posto in essere un vero piano di accoglienza. Fino ad arrivare ai fatti di Roma che hanno arricchito la cronaca degli ultimi giorni.

Una palazzina abitata senza titolo da profughi, ovvero persone regolarmente presenti sul territorio italiano, viene sgomberata all’alba di lunedì su ordine del Prefetto di Roma. Donne, bambini e uomini a difesa di quel pezzettino di casa che rappresenta la loro alternativa alla strada vengono fatti oggetto di una azione di polizia che genera, inevitabilmente, degli scontri.

Non siamo a disquisire sulle parole del funzionario di polizia o sulla bombola di gas lanciata da un balcone: lo hanno fatto già in tanti sui giornali e in televisione.

Voglio introdurre, al contrario, un elemento di riflessione che riprende le affermazioni iniziali.

La palazzina in questione era occupata abusivamente da più di quattro anni e, non vi è dubbio, in Italia l’occupazione abusiva di una proprietà, privata o pubblica che sia, è un reato che deve essere perseguito.

In situazioni particolari, di fronte ad un fatto del genere, il compito degli Amministratori locali, della politica, è quello di tentare una mediazione, di trovare una soluzione alternativa per persone alle quali lo Stato ha riconosciuto lo status di profughi.

In quattro anni nessuno ha fatto o voluto fare nulla a Roma pur avendo a disposizione un fondo di 40 milioni di euro! Ed è proprio dai racconti dei profughi sgomberati che emerge quella che è forse una risposta inquietante: dietro l’assegnazione di quegli alloggi vi era una organizzazione criminale guidata da italiani che si è arricchita sfruttando la disperazione di persone che guardavano a costruire una nuova vita, magari partendo da un tetto, un alloggio.

E’ una storia che si ripete inesorabilmente: tutti i buchi lasciati vuoti dalle istituzioni diventano miniere per le organizzazioni criminali

Quando cadrà la benda che rende cieca la Dea?

Il lavoro di denuncia e di proposta quotidiano di Associazioni, Terzo Settore, operatori sociali a vario titolo è fondamentale per continuare a coltivare la speranza che quegli occhi tornino a vedere, che ci siano orecchie disposte ascoltare e mani disposte ad entrare nel cuore del problema senza fermarsi ad accarezzare solo la superficie.