Una cuoca speciale…

Valentina De Palma, tarantina, stella televisiva sul NOVE

Ha vinto le selezioni, poi una puntata realizzata a Manchester e firmato un contratto londinese con il conduttore di “Gino cerca chef”. «Ho lasciato gli studi di architettura per inseguire il mio sogno incoraggiata da amici e parenti, adesso sono soddisfatta, ma un ristorantino a Taranto lo aprirei volentieri…».

Valentina De Palma, da architetto a chef, passando per Taranto, la sua cucina tradizionale, per coniugarla infine ad un gusto originale. La Città dei Due mari ci ha abituati ad esplosioni in discipline, attività sempre diverse. La canzone, per esempio (Diodato, l’ultima scoperta).

Ora è il momento della cucina, come abbiamo scritto un paio di giorni fa, in questo stesso sito, ricordando un altro successo, quello del cuoco di origine gambiana, Ibrahima, ma tarantino d’adozione e star di un altro spettacolo “a tutto gas” (e fornelli), “Cuochi d’Italia, il campionato del mondo”. E la cosa bella, specie di fronte a un tema, la cucina, è che performance di successo come queste possono portarci lontano. Taranto ne ha bisogno. Richiede il contributo di tutti e poco importa se la promozione ricade sulla nostra città per azioni spontanee. Come possono esserlo le iscrizioni a una gara televisiva di grande successo.

Lei, modesta, prova a minimizzare quando le dicono che ha il “tocco speciale”, “a special touch” come dicono in Inghilterra, e come l’hanno incoronata in una puntata del coocking show “Gino cerca chef”.

TARANTO-FIRENZE-LONDRA

Valentina, cinquant’anni appena (vedeste quanto è brillante), mamma di tre figli, parte da Taranto. Ma prima di partire per Londra, dove ha una prima, importante esperienza, un altro step. «Parto per Firenze – spiega – per iscrivermi ad Architettura e conseguire la laurea. Il lavoro, fra penne a inchiostro liquido e scalimetri, carta da schizzo e portamine, su superfici oblique e illuminate, mi affascina, ma non appena la cucina lancia il suo irresistibile profumo, ecco che tutto torna a posto nella borsa degli attrezzi».

Non è stato semplice arrivare in tv. «La selezione è partita mesi fa – spiega – eravamo cinquecento partecipanti, mestolo più mestolo meno, a quel punto la selezione drastica: avete presente Miss Italia e “…per lei, il concorso, finisce qui!”? Era più o meno così: cercavano gente che avesse grinta, faccia tosta e sapesse stare dietro i fornelli, infischiandosene delle telecamere; non so quante volte gli autori invitassero i finalisti a fare attenzione a quei pochi, ma fondamentali suggerimenti da seguire: e per finire – concludevano – non guardate mai nella telecamera, salvo che non ve lo chieda il conduttore».

CERCATA E “CONTRATTATA”

“Gino cerca chef”, condotto dal notissimo chef e imprenditore campano Gino D’Acampo, affiancato dal maître francese Fred Sirieix, è uno dei nuovi cooking show successo del NOVE, un canale che sta registrando ascolti impensabili. La vittoria conseguita nella puntata realizzata a Manchester, le ha regalato  un anno di contratto nel celebre locale di D’Acampo. Valentina De Palma si è rivelata subito pragmatica, tanto da eccellere su un menù fatto di poche cose, ma sicuramente buone. Di più, da diventare matti per profumo e sapore. «Punto di partenza – spiega il suo exploit Valentina – la tradizione, che provo a realizzare lavorandoci sopra con un sistema tutto mio, collaudato, che poi è quello che deve essere piaciuto a giuria e allo stesso Gino: tutto calibrato, in equilibrio fra gusto e bellezza, perché i colori per me, che sono un po’ architetto e un po’ chef, sono alla base del linguaggio gastronomico: il mio mantra, la cucina da economia circolare, in cui non si butta nulla!».

Valentina, di certo, non insegue il classico sogno italiano, come a dire il posto fisso. «Oltre la Manica – conferma – ho già fatto una prima esperienza quando ho scelto di fare un anno di esperienza a Londra, ai fornelli e con i due figli insieme a lei: lì ho trovato conferma ai miei sogni, quando mi dicevano che avevo un tocco speciale, “a special touch” appunto».

Nel 2008, Valentina, decide di seguire il richiamo più forte e dedicarsi esclusivamente ai fornelli dove già familiari ed amici l’avevano incoronata regina assoluta. Una idea fissa, la sua:  aprire a Taranto un ristorante tutto suo. E non è detto che dopo il contratto di un anno con Gino Acampora, non voglia tornare nella sua città per coronare il suo sogno di imprenditrice. A meno che, Gino, che da quello che si vede in tv, non ne sappia una più del diavolo – che notoriamente – fa i coperchi e non le pentole, non la ingolosisca con un altro contratto. Sarebbe la prima volta che Valentina verrebbe presa per la gola.

«Siete senza attributi!»

Del Debbio si scaglia contro i picchiatori dei due gay aggrediti a Padova

Il conduttore di “Dritto e rovescio”, soccorre i deboli. Su Retequattro il suo programma che spesso ospita Salvini e i pistolotti contro gli extracomunitari, stavolta stupisce. E si augura che qualcuno «gonfi i responsabili del pestaggio come un tamburo», anche per non sconfessare l’atteggiamento violento di certi programmi. I ragazzi malmenati, reagiscono e denunciano il branco. Il sindaco auspica si faccia luce sul caso di grave inciviltà.

«Mettetevi due protesi là sotto!». Inequivocabile quell’indicazione, «là sotto» è riferito agli attributi, in breve, al coraggio, visto che nel nostro Paese si fa distinguo fra coraggiosi, «con gli attributi», e codardi, «privi di attributi». Ecco, allora che Paolo Del Debbio, a “Dritto e rovescio”, si rivolge direttamente a chi ha picchiato a Padova due ragazzi omosessuali per essersi baciati per strada. «Mettetevi due protesi là sotto!», esclama, quando meno te lo aspetti, il conduttore rivolgendosi a favore di telecamera. «Due ragazzi che si baciano per strada – prosegue – o si pigliano per la mano, ma uno che si mette a menarli ma che c’ha nel cervello? Non ce l’ha, ma se ce l’avesse che avrebbe in quella testa?».

Il monologo è duro. Non si ferma a quella provocazione, anzi, arriva il carico da 11. Prosegue. «Perché non ve la prendete con qualcuno di più grosso, che magari vi dà una smanica di ceffoni e vi gonfia come un tamburo? Che c’avete sotto? Sopra nulla, almeno mettetevi due protesi che fanno finta di essere quelle che normalmente un uomo ha, e che quando le ha non fa cose come cose».

Retequattro si smarca dall’aggressione dei due ragazzi gay. Anzi, provoca quei bellimbusti che hanno picchiato i due ragazzi che non facevano niente di male. Gli scandali sono altri. Alla fine, fa piacere che un programma, su una tv che non smette un attimo di indicare la diversità di pelle, quella degli extracomunitari, per esempio, stavolta abbia assunto le parti di due diversi, due gay.

La storia è nota, accade a Padova. Due ragazzi, Marlon e Mattias, il primo di ventuno anni, l’altro di ventisei, vengono prima insultati e poi aggrediti per essersi dati un bacio nel centro della città veneta. I due ragazzi camminavano mano nella mano, quando ad un certo punto hanno deciso di fermarsi. Avvicinarsi e  scambiarsi un bacio. E’ lì che è scattata l’aggressione. Un branco, autoproclamatosi “giustiziere”, formato da quattro ragazzi e due ragazze si è avvicinato alla coppia e ha cominciato a picchiarla. Interviene un amico dei due, picchiato duro anche lui. Non appena compie il gesto di difesa, viene colpito con un bicchiere alla testa. Corsa in ospedale, la ferita è sanguinante, deve suturarla con dei punti. Anche i giovani hanno subito ferite, lievi per fortuna. Insieme, i tre ragazzi formalizzano la denuncia, raccontano dell’aggressione e replicano il racconto a favore di social con tanto di video.

«Abbiamo deciso di raccontare quello che è avvenuto – dicono Marlon e Mattias – perché siamo stanchi di dover far fronte a episodi omofobi; vogliamo fare in modo che queste manifestazioni di odio e discriminazione non ci siano più», proseguono nel racconto del violento episodio. «Mi viene da pensare anche al giovane Willy – aggiunge uno dei due – ucciso dalla mascolinità tossica e da questi comportamenti menefreghisti di fronte alla collettività e alla diversità: è il momento di dire basta!».

Su Retequattro, la puntata scorre veloce. Del Debbio appare sinceramente contrariato. Come non l’abbiamo mai visto, nemmeno in occasione di una delle tante aggressioni compiute da cittadini nei confronti di extracomunitari che arrivano in Italia su imbarcazioni improbabili in cerca di futuro, lontano da guerre civili, religiose e politiche.

In soccorso dei due ragazzi, uno originario di Mestre e l’altro di Padova, sono intervenuti per primi i vigili urbani che presidiano la sede del Comune e successivamente i carabinieri. Gli investigatori stanno visionando le immagini delle telecamere per identificare i componenti del gruppo.

Pronto l’intervento del sindaco del capoluogo, Sergio Giordani, che esprime solidarietà ai ragazzi. «Auspicandoci che vengano individuati al più presto i responsabili, va ribadito che Padova è una città libera e non tollera prevaricazioni; va confermato l’impegno a ogni livello per combattere ogni discriminazione e forma di violenza, anche con adeguati strumenti normativi». Con buona pace di tutti. E stavolta anche di Del Debbio, che speriamo continui a stupirci.

«Diversi da chi?»

Maria Paola, uccisa da un odio ottuso e violento

«Prima dell’orientamento sessuale, del colore della pelle e del conto in banca viene la persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio», ha detto il parroco prima dell’estremo saluto alla povera ventiduenne. La ragazza amava Ciro, un trans, ma il fratello Michele non se ne capacitava. «Volevo darle una lezione, non ucciderla, ma era stata infettata!», la sua tesi difensiva. «Incapace di controllare pulsioni aggressive e dotato di accentuata pericolosità sociale», ha dichiarato il gip.

«Volevo darle una lezione, non ucciderla, ma era stata infettata!». Michele Gaglione, trent’anni, prova a giustificare un gesto scellerato, estremo, un omicidio, dopo che in altre occasioni aveva minacciato furiosamente la sorella, Maria Paola, ventidue anni, che ai suoi occhi si era macchiata di un reato “inammissibile”: innamorarsi di un trans, Ciro Mazza, trent’anni anche lui minacciato più volte da Michele.

Lezione, ragazza “infetta”. Michele un docente di vita, un medico che aveva compiuto diagnosi e cura. Maria Paola infetta. E da che, da chi? Evidentemente dalla voglia di vivere la vita, l’unica di cui Maria Paola disponeva, quella stessa vita che un atteggiamento ottuso e violento le ha strappato per sempre. Uno che in corsa colpisce una ruota, saprà che un’azione simile non potrà mai portare niente di buono. Maria Paola, forte e determinata al punto da lasciare casa per seguire Ciro, aveva sfidato la famiglia, e il fratello dal carattere violento che vive alla maniera di quei racconti nei quali il “guappo” si fa un film, si vede rispettato nel quartiere e guai a chi gli ride alle spalle. Non sia mai: vuoi mettere un idiota che sghignazza al confronto della felicità di una sorella?

E, invece, è andata così. Nella caduta rovinosa sull’asfalto, la povera Maria Paola ha completato la sua corsa verso la libertà, finendo contro un tubo dell’irrigazione che le ha reciso la gola. Voleva «darle una lezione», il fratello Michele. Una giustificazione folle, che rende più drammatica l’intera vicenda. Una vicenda che ha posto l’accento su quanto sia importante una legge contro l’omofobia. Uccisa dal fratello maggiore che non accettava la sua relazione con un ragazzo trans. Come se il maschietto di famiglia fosse un ducetto, avesse diritto di vita o di morte sui suoi sottoposti.

QUEL MALEDETTO VENERDI’…

Quella del maledetto venerdì non era stata la prima aggressione. Il primo tentativo pieno di violenza e minacce per impedire una relazione tra due persone che si amavano, che avevano deciso di condividere sogni, desideri e, perché no, le difficoltà di tutti i giorni che una vita “diversa” agli occhi di un quartiere e, soprattutto, del fratello che non ci dormiva la notte, non era “cosa normale”. Prima di quello sciagurato inseguimento in moto, Michele Gaglione si era presentato a casa di Ciro per imporre la logica deviata. Prepotenze e minacce, ha spiegato Ciro, dopo essere sopravvissuto all’inseguimento: «Il fratello di Maria Paola – spiega Ciro – la ragazza che amavo, venne a casa mia, dicendomi che se non avessi lasciato la sorella mi avrebbe tagliato la testa, mi avrebbe ammazzato: non denunciai per paura». Anche questa, secondo la logica violenta da quartiere sarebbe una “lezione”. Dire a qualcuno «ti taglio la testa», secondo Michele, è una lezione.

E, invece, altro che lezione. Le campane della parrocchia di San Paolo Apostolo di Caivano l’altro giorno suonavano non appena è giunto il feretro di Maria Paola, morta nella notte dell’undici settembre.

La mamma di Maria Paola arriva portata a braccia da familiari e amici di famiglia, amiche della stessa ragazza che giace in quella piccola bara bianca. Carabinieri e volontari filtrano l’accesso alla chiesa, che accoglie più o meno centocinquanta persone dentro, più o meno altrettanti fuori. Il parroco, don Maurizio, benvoluto in un rione nato con una legge dopo il terremoto dell’Ottanta, una palestra di emarginazione e disperazione, invita più volte ad abbandonare l’odio.

«Siamo in chiesa, qui l’odio deve tacere!», dice aprendo la concelebrazione. «Lasciamo fuori i nostri pensieri – il suo invito –  adesso è il momento di pregare». Nell’omelia chiede perdono a Maria Paola perché «non siamo stati capaci di custodire la tua fragile e preziosissima vita». Resta sul piano teologico: vita, morte, resurrezione. Invita a «rispettare la vita fin dal concepimento», e a ricordare che «prima dell’orientamento sessuale, del colore della pelle e del conto in banca viene la persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio».

DON MAURIZIO: «FERMATE L’ODIO!»

Ciro, il fidanzato transessuale di Maria Paola, non c’è. Prima della cerimonia, scortato dalla Polizia si è recato all’obitorio a salutare la salma. Per suo conto viene affisso davanti alla chiesa un poster con quattro foto nelle quali è ritratto con la sua ragazza che non c’è più. «Il mio cuore con te, il nostro amore oltre le nuvole, correvamo verso la nostra libertà!», recita fra le altre cose quell’elaborato. Non c’è Michele, che avrebbe provocato la morte della ragazza facendo perdere l’equilibrio allo scooter sul quale viaggiava a calci, e forse speronandolo. La famiglia Gaglione ha inserito il suo nome nel manifesto a lutto. Per ora è in carcere, ma, dice il suo avvocato, «appena possibile si recherà al cimitero: a tale proposito faremo un’istanza».

Finita messa, accompagnato il feretro nell’auto che condurrà Maria Paola nel suo ultimo viaggio, e la gente è andata via, tra voli di palloncini ed applausi alla bara, Don Maurizio scende sul sagrato per lanciare un nuovo appello a «fermare l’odio». «Sono il parroco di tutti – dice – queste due famiglie abitano una di fronte all’altra: dovranno riconciliarsi».

Durante l’omelia il parroco aveva usato un’altra frase molto toccante. «Scusaci Paoletta, ti chiediamo perdono per non essere stati capaci di custodire questa tua fragile e preziosissima vita».

Michele avrebbe voluto assistere ai funerali. Il gip di Nola, Fortuna Basile, intanto aveva confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti di Michele, «incapace di controllare le proprie pulsioni aggressive e dotato, quindi, di una accentuata pericolosità sociale».

La felicità in nove mosse

La scienza dice che vivere serenamente è un bene comune

Ecco i punti che la gente rispetta per vivere meglio. Fra questi, desiderare più tempo a disposizione piuttosto che soldi, l’odore dei fiori e della campagna, vivere il presente e gli amici. E la scelta ricade su territori e ritiri aiutano a vivere senza stress per ricaricare le batterie. “In medio stat virtus”, dicevano i latini: fra mare e montagna, meglio la collina.

Relazioni, tempo piuttosto che soldi, l’odore dei fiori, gentilezza e buonumore, sudare per stare meglio con la testa, divertirsi, vivere il presente e gli amici. Sono alcuni dei punti rispettando i quali l’essere umano potrebbe migliorare la qualità della vita.

In queste considerazioni spicca la voglia di spazi aperti e natura. Non è un caso che studi universitari svolti in tal senso, dicano come l’uomo e la donna scelgano vacanze ragionate, consultino internet, vadano a pescare “non solo isole e mare”, territori e ritiri che consentano di vivere senza stress per rigenerare, ricaricare le batterie. Ormai la gente non si concentra più sul periodo estivo, giugno-agosto. Una prima rivoluzione negli Anni 80, estese, incoraggiò, le vacanze anche nei mesi di maggio e settembre, incentivando queste scelte con una settimana in più di vacanza o salario. Oggi, da cinque mesi, la forbice-vacanza si è allargata a otto mesi circa, dalla coda del mese di marzo agli inizi di ottobre. E, allora, ecco la collina, “in medio stat virtus”, come dicevano gli antichi latini, qualcosa insomma che sta fra il mare e la montagna. Non per ricondurre qualsiasi tipo di ragionamento alla nostra Puglia e, in particolare, alla Valle d’Itria, ma il futuro è già qui, da ieri.

LA SCIENZA DELLA FELICITA’

Per questo non ci meravigliamo quando sentiamo, leggiamo che  tutti vogliono essere felici e che la “scienza della felicità” ha registrato sempre una importanza maggiore negli ultimi anni. Anche stavolta ci hanno pensato i ricercatori americani producendo rapporti sulla felicità su qualsiasi longitudine. Sondaggi puntuali, svolti in tutto il mondo raccontano una psicologia positiva che si concentra su ciò che rende prospere le persone e le comunità, tanto da essere salita alle stelle per popolarità. Conosciamo comportamenti, atteggiamenti e scelte legati alla felicità, anche se buona parte delle ricerche sull’argomento possono trovare solo correlazioni. I ricercatori pensano che una quota considerevole della nostra felicità sia sotto il nostro controllo, mentre il resto sarebbe determinato dalla genetica e dai fattori esterni. Detto in soldoni: si può fare molto per controllare la nostra felicità.

Dunque, ecco, fra i tanti, nove comportamenti che celebrano la felicità. Dicevamo delle relazioni: bene, queste sono essenziali. Un ampio studio ha seguito centinaia di uomini per oltre settanta anni scoprendo che i più felici (e più sani) sono quanti hanno coltivato forti relazioni con le persone in cui credevano e da cui si facevano sostenere.

Il peso del danaro divide e unisce, punti di vista: le persone più felici preferiscono avere più tempo nella loro vita, piuttosto che più soldi: il cercare di vivere la vita con quella mentalità sembra rendere la gente più soddisfatta. Ma attenzione, lo stesso denaro dal quale si prende una certa distanza, alla fine, aiuta a pagare le bollette, dunque le vacanze, il soggiorno. Il benessere della gente aumenta insieme ai livelli di reddito fino a un salario annuo, assicura lo studio, pari a qualcosa che sta fra i settantamila e gli ottantamila euro (per gli europei) o dollari (per gli americani). Un numero, probabilmente, che varia a seconda del costo dello stile di vita adottato.

Vale la pena fermarsi a sentire l’odore di rose e fiori. Su questo assunto siamo perfettamente d’accordo: le persone che rallentano per fermarsi a riflettere sulle cose buone della vita riferiscono di essere più soddisfatte.

Cos’altro aiuterebbe a far stare bene. Gli atti di gentilezza, per esempio, questi aumenterebbero il buon umore. Provate, per esempio, a dare ai vostri amici un passaggio all’aeroporto, alla stazione oppure trascorrete un pomeriggio a fare volontariato. Alcune ricerche mostrano che le persone che compiono atti simili sarebbero più felici.

IL CORPO, LA MENTE, GLI AMICI

Sudare fa bene. Certo, gli esercizi aiutano a mantenere il corpo giovane, ma gli studi che abbiamo preso in esame dimostrano che un incremento dei livelli di attività fisica è connesso a livelli più alti di felicità: l’esercizio tende pure ad aiutare a mitigare i sintomi di alcune malattie mentali.

Il divertimento è il più prezioso degli oggetti materiali. Le persone tendono ad essere più felici se spendono i loro soldi in esperienze piuttosto che in cose. I ricercatori hanno scoperto che l’acquisto di cose che consentono di fare delle esperienze: scarpe da trekking, escursione, da arrampicata su roccia o un nuovo libro da leggere nel massimo silenzio, lontano da rumori molesti, possono anche aumentare la felicità.

Infine, vivere il presente e passare il tempo con gli amici è tempo ben speso. Diversi studi hanno scoperto che le persone che praticano la meditazione di consapevolezza sperimentano un maggiore benessere e le interazioni con amici casuali possono rendere più felici le persone e le amicizie strette (specie con altre persone felici) possono avere un effetto potente anche sulla propria felicità.

«Viva la quercetina!»

Una sostanza naturale potrebbe abbattere Covid e contagi

Scoperta straordinaria del Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr). La sostanza avrebbe un’azione destabilizzante su una delle proteine-chiave per la riproduzione del coronavirus. «E’ presente in abbondanza in vegetali comuni come capperi, cipolla rossa e radicchio»,  spiegano gli studiosi. «Massimo impegno per trovare un vaccino e debellare una pandemia che torna a fare paura».

Si fa presto a dire «Ci siamo!». C’è una speranza che sfida, petto in fuori, e braccio steso, come fossimo pronti alla somministrazione del vaccino che potrebbe alleggerirci dalla paura di tutte le paure. Quella provocata da Covid-19, quel virus comunemente e drammaticamente chiamato “coronavirus”, che ci ha tenuti sottochiave per tre mesi. In questi giorni si è diffusa voce che i contagi siano drasticamente aumentati e non contenuti come auspicavano governo e italiani insieme. Circola voce che stiano per tornare paura e lockdown, la miscela sociale esplosiva dalla quale non solo l’Italia stavolta ne uscirebbe con le ossa rotte. Già la prima botta è stata forte, si è abbattuta su un Paese già con gravi problemi economici. Gli economisti spiegano che nella migliore ipotesi, prima di riprendersi dai danni provocati dal Covid-19, occorrerà più di qualche anno. Insomma, tutto sì tranne una dolorosa replica. Stavolta sarebbe fatale.

Dunque, ogni volta che lo spettro del confinamento dovuto al coronavirus si agita, l’attenzione è rivolta al vaccino, ai medici, alle possibilità di debellare definitivamente il Covid-19. E’ notizia delle ultime ore, lanciata da Quifinanza in collaborazione con l’agenzia Adnkronos che ci sarebbe una concreta speranza anti-Covid. Arriverebbe dalla scienza, attraverso un composto naturale. A patto, ecco la cautela, che la comprovata possibilità di reinfettarsi li renda effettivamente efficienti.

Uno studio internazionale al quale ha partecipato l’autorevole Istituto di nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Nanotec di Cosenza) spiega che la quercetina, un composto di origine naturale, funziona da inibitore specifico del Covid-19. La sostanza secondo quest’ultimo studio, mostrerebbe un’azione destabilizzante su una delle proteine-chiave per la riproduzione del patogeno. Anche se ci sforziamo nell’usare la prudenza che ci offre l’uso del condizionale, lo studio relativo al vaccino è stato  pubblicato sull’International Journal of Biological Macromolecules.

STUDIO ITALO-SPAGNOLO

Uniti si vince. Lo sviluppo di farmaci antivirali specifici per il coronavirus, assieme alla ricerca di un vaccino efficace, è un altro studio importante che il mondo della scienza ha avviato per battere la pandemia. Lo studio è stato condotto da Bruno Rizzuti del Cnr-Nanotec con un gruppo di ricercatori spagnoli (Saragozza e Madrid) dimostra che la quercetina, bloccando l’attività enzimatica di 3CLpro, risulta “letale” per il Covid-19.

«Le simulazioni al calcolatore – dichiara Rizzuti, autore della parte attinente all’elaborazione elettronica – hanno dimostrato che la quercetina si lega esattamente nel sito attivo della proteina 3CLpro, impedendole di svolgere correttamente la sua funzione; già al momento questa molecola è alla pari dei migliori antivirali a disposizione contro il coronavirus, anche se nessuno di questi è tuttavia approvato come farmaco».

La spiegazione del Cnr. La quercetina ha una serie di proprietà originali e interessanti dal punto di vista farmacologico. «E’ presente in abbondanza in vegetali comuni – spiegano gli studiosi – come capperi, cipolla rossa e radicchio, ed è nota per le sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, antiallergiche e antiproliferative». Note anche le sue proprietà farmacocinetiche perfettamente tollerate dall’uomo. «La quercetina – proseguono – può essere facilmente modificata per sviluppare una molecola di sintesi ancora più potente, grazie alle piccole dimensioni e ai particolari gruppi funzionali presenti nella sua struttura chimica. Poiché non può essere brevettata, chiunque può usarla come punto di partenza per nuove ricerche».

RISULTATO IMPORTANTE

Lo studio parte da una caratterizzazione sperimentale di 3CLpro, la proteasi principale di Sars-CoV-2, precisa Olga Abian, prima autrice della pubblicazione. «Questa proteina ha una struttura dimerica – spiega la scienziata spagnola – formata da due sub-unità identiche dotate ciascuna di un sito attivo fondamentale per la sua attività biologica. In una prima fase del lavoro è stata studiata, con varie tecniche sperimentali, la sensibilità a varie condizioni di temperatura e pH: un risultato importante, in quanto molti gruppi di studio stanno lavorando su 3CLpro come possibile bersaglio farmacologico, perché fortemente conservata in tutti i tipi di coronavirus. Per questa proteina sono già segnalate in letteratura molecole che fungono da inibitori, ma non utilizzabili come farmaci a causa dei loro effetti collaterali».

Nello studio alla soluzione anti-Covid, interessante risulta essere lo screening sperimentale. Eseguito su centocinquanta composti, grazie a cui la quercetina è stata individuata come molecola attiva su 3CLpro.

Ancora informazioni sulla “benedetta” quercetina. «Riduce l’attività enzimatica di 3CLpro – specificano studiosi italiani e spagnoli – grazie al suo effetto destabilizzante sulla proteina». Ma il lavoro dell’equipe italo-spagnola non si ferma qui. Un primo spiraglio. Stavolta concreto. «Contiamo di trovare un vaccino, ma i farmaci saranno comunque necessari per le persone già infette e per chi non può essere sottoposto a vaccinazione; la ricerca di nuove molecole è indirizzata a somministrare una combinazione di differenti composti, per minimizzare la resistenza ai farmaci e lo sviluppo di nuovi ceppi virali».

Insomma, si fa presto a dire «Ci siamo!», ma è anche vero, che nel silenzio assoluto, gli studiosi stanno compiendo passi da gigante. Che il Cielo li benedica.

«Razzismo infinito»

Nessuno tocchi Armine, scrive Flavia Piccinni

La giornalista-scrittrice tarantina, da anni residente a Lucca, difende la modella armena scelta da Gucci. «Non sarebbe abbastanza bella», offendono professionisti e “deb” della comunicazione. «Altri si sarebbero focalizzati sulle origini della mannequin: la discriminazione non conosce stile se non quello del sopruso, è un mondo che ambisce alla diversità», prosegue nella sua tesi difensiva l’autrice di romanzi e saggi di grande successo.

«Abbiamo passato gli ultimi vent’anni a criticare le modelle: troppo magre, troppo belle, troppo differenti dalle donne qualsiasi; sono arrivate le oversize, e anche qui non sono mancate le critiche: troppo grasse, legittimano l’obesità, troppo poco somiglianti alle donne qualsiasi», scrive Flavia Piccinni, giornalista e scrittrice tarantina. Grande talento, di più, “Premio Campiello”, sezione giovani, una predestinata. I riconoscimenti, nonostante la sua giovane età, non si contano.  Tre romanzi (Quel Fiume è la notte, Lo Sbaglio, Adesso Tienimi) e un saggio sulla ‘ndrangheta (La malavita), Flavia parte da un romanzo che ambienta nella sua città dalla quale, giovanissima, si stacca per seguire la famiglia che si trasferisce a Lucca. Oggi scrive per The Huffington Post, sito americano fra i più seguiti al mondo e, ultimo dei suoi commenti, difende Armine, modella scelta da Gucci, da quanti considerano la ragazza di origini armene «non abbastanza bella».

«Adesso che la moda ha fatto della diversità la sua bandiera – modelle di etnie diverse, modelle con la vitiligine, modelle con handicap – abbiamo ancora da criticare», prosegue la giornalista-scrittrice. Questa volta l’intervento della Piccinni, si diceva, è in difesa («sulla pelle, letteralmente») dell’armena Armine Harutyunyan, scelta da Gucci come mannequin.

Incredibile, scorgere i messaggi, inoltrati alla vittima di questa assurda persecuzione. Giungono da ogni dove, contengono offese gravi, per quanto si possano comprendere frasi scritte in inglese o francese. La ragazza, ventitré anni, 37,3 mila follower su Instagram, è di colpo diventata oggetto di feroci attacchi. «La sua colpa?», attacca la scrittrice tarantina, «non essere abbastanza bella, secondo (i sicuramente bellissimi) disprezzatori professionisti».

«SE NON ODI, NON ESISTI!»

Naturalmente nella cultura dello hate sharing («odio la condivisione») dove se non odi non esisti, era abbastanza prevedibile la valanga di violenti insulti. «Lasciando da parte l’analisi estetica, perché, d’accordo con André Gide, “La bellezza non sta nella cosa guardata, ma nello sguardo” – scrive Flavia Piccinni – la riflessione è certamente più complessa e ancora una volta riporta la centralità del discorso sul desiderio maschile: non sei desiderabile per un uomo? Allora non lo sei affatto. Ci sbatte davanti anche l’imperante misoginia, e le dinamiche tossiche che continuano a essere alla base dei rapporti maschio/femmina ove tutto è filtrato attraverso l’apparenza».

Scorrendo gli insulti gratuiti e crudeli, c’è da rabbrividire. «“Ma è una donna?” – provoca la scrittrice riprendendo una delle espressioni più abusate nella variegata filippica di cattiverie – si sono chiesti alcuni utenti (anonimi) mettendo in dubbio la femminilità della modella, altri invece si sono focalizzati sulla sua origine armena, perché il razzismo (soprattutto quando si focalizza sulle minoranze etniche) non conosce stile se non quello del sopruso».

TORNA IN MENTE SCHOPENHAUER

La lezione di Alessandro Michele – che ha ampiamente appreso dalla scuola di Barthes come la moda sia un manifesto quotidiano potentissimo – si è rivelata ancora una volta una prova contemporanea di guerra pacifica: Armine Harutyunyan ha saputo catalizzare l’attenzione mondiale come non accadeva da tempo, e ci ha riportato alla miseria stereotipata che meritiamo. Questo un altro segmento della riflessione della scrittrice in difesa della modella armena. «Torna in mente Schopenhauer – riprende – che era solito ripetere come la bellezza fosse “una promessa di felicità”. Effettivamente ti fa illudere, la bellezza, che ogni cosa sia possibile. Ti fa credere che avrai un lavoro più facilmente (e i dati di un recente studio americano confermano che effettivamente sia così), e che raggiungerai una vita perfetta. Ma in tempi in cui la popolarità dura quanto un post su Instagram, forse già solo l’ipotesi di un successo è abbastanza».

Cosa sia la bellezza sarebbe un mistero. Poi ci fermiamo, riflettiamo e ci diciamo che non è proprio così. Può essere una cosa e il contrario della stessa. Chi scrive, professionista o “deb” che sia, ha in mente una sua idea di bellezza. Che poi non è così sua, in quanto inculcata da generazioni e media, come scrive la stessa Piccinni, che hanno eletto a bellezza canoni sempre diversi, a seconda delle stagioni. La bellezza, questo il tema della difesa, condivisa in toto, da parte di Flavia. «La bellezza viene imprigionata – in questo mondo che ambisce alla diversità – sempre di più in parametri rigidi, ristretti e sovente irraggiungibili. Parametri che sono prigioni per chi guarda, e sicurezze per chi critica illudendosi che nel sorriso placido e addomesticato di una bellezza aderente ai canoni non ci sia nulla di sovversivo». E come non darle ragione.

«Viva gli sposi!»

Bonus matrimonio, la Regione incoraggia il “wedding”

«Una piccola cifra, ma utile ad attutire le difficoltà del momento», dice il governatore Michele Emiliano. «Un settore duramente colpito dalla pandemia in tutta la sua filiera: sartorie, fiorai, fotografi, allestitori e catering». Nove su dieci le cerimonie rinviate al prossimo anno. L’intero comparto ha registrato una perdita stimata in circa ventisei miliardi di euro. Nessuna notizia, invece, per l’emendamento all’interno del Disegno di legge in tutta Italia. 

Puglia, millecinquecento euro per gli sposini, ecco il “Bonus matrimonio”. Lo ha annunciato il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, attraverso uno dei social a lui consueti: facebook. «Questo provvedimento è indirizzato a tutte le coppie che si sono sposate in questo periodo, difficile, e che si sposeranno entro la fine dell’anno; per venire incontro a quanti sono intenzionati a compiere questo passo importante abbiamo pubblicato il bando del “Bonus matrimonio”. Si tratta di una piccola cifra, millecinquecento euro, ma utile ad attutire le difficoltà del momento. Ci auguriamo davvero che il vostro amore costruisca un Paese e un mondo più bello. Siamo con voi in questo momento complicato, ma l’allegria e la gioia che il vostro amore scatena nel vostro cuore è anche la nostra».

Emiliano lo aveva annunciato durante il lockdown nel corso delle riunioni con gli operatori del settore wedding e con i cittadini. Il bonus, si diceva, è di millecinquecento euro e, in buona sostanza, a favore delle imprese della filiera “matrimoniale” che possono avanzarne richiesta, su domanda degli sposi, per le feste di matrimonio organizzate nel periodo dal 1 luglio al 31 dicembre 2020 (il provvedimento ha valore retroattivo).

Spiega il governatore della Puglia. «La misura, Puglia Wedding Travel Industry; ha come obiettivo quello di sostenere la filiera del settore wedding affinché le coppie di sposi che abbiano scelto di festeggiare il matrimonio nei mesi successivi alla fase di lockdown siano invogliate a mantenere fermo il loro proposito, confermando le feste nuziali; il wedding in questa regione rappresenta un mercato di riferimento. Questa attività, però, è stata duramente colpita dalla pandemia in tutta la sua filiera: dalle sartorie ai fiorai, ai fotografi, passando per allestitori, catering e wedding planner. Con questo programma la Regione Puglia insieme a Pugliapromozione intende dare un incoraggiamento concreto al settore, ovviamente sempre nel rispetto di tutte le misure previste per evitare contagi e il diffondersi del virus».

NEL RESTO D’ITALIA…

Tace invece l’attività per l’emendamento previsto per il Disegno di legge che intende rilanciare il settore-matrimoni praticamente spazzato via dall’emergenza Covid e aiutare i neosposi, in tutta Italia.

E’ bene ricordare che il rinvio dei matrimoni ha riguardato oltre cinquantamila coppie in tutta Italia e ha provocato una paralisi totale nell’organizzazione degli eventi del settore wedding. Circa il 90% delle cerimonie è stato rinviato al prossimo anno. Nel periodo legato ai mesi di marzo e aprile l’intero comparto ha registrato un calo del fatturato che va dall’85% al 100%: un disastro calcolato con una perdita stimata in circa ventisei miliardi di euro.

Il settore-wedding ha un valore inestimabile, pari a circa dieci miliardi di euro di fatturato, con una media di poco inferiore ai duecentomila matrimoni celebrati ogni anno: diecimila destination wedding(un’attività che porta al turismo oltre quindici miliardi di euro l’anno), più di cinquantamila imprese interessate e oltre milione di persone coinvolte. Di queste, oltre trentamila partite Iva.

ECCO I REQUISITI

Ma torniamo al “Bonus matrimonio” in Puglia. La misura voluta da Emiliano, Puglia Wedding Travel Industry, ha come obiettivo il sostegno della filiera del settore affinché le coppie di sposi che abbiano scelto di festeggiare il matrimonio nei mesi successivi alla fase di lockdown siano invogliate a mantenere fermo il loro proposito, confermando, appunto, le nozze.

Il wedding, come evidenziato, rappresenta un mercato di riferimento per la Puglia, purtroppo duramente colpito dalla pandemia in tutta la sua filiera. Come specificato all’interno del bando, i soggetti che possono farne richiesta, per conto degli sposi, sono: sale ricevimenti, strutture alberghiere, ristorazione, aziende di trasporto passeggeri, aziende produzione/vendita abiti da sposi/cerimonia, aziende produzione/vendita bomboniere, acconciatori e make-up artist, artisti e aziende servizi musicali e intrattenimento dal vivo, wedding planner

Gli operatori economici che presentano richiesta per conto degli sposi devono documentare quanto segue: possedere i requisiti morali di cui all’art.80 del Codice dei contratti pubblici (e cioè non essere esclusi dagli appalti per via delle condanne previste dal Codice degli appalti); essere regolarmente costituiti e iscritti nel Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura competente per territorio, al momento della pubblicazione dell’avviso; essere nel pieno e libero esercizio dei propri diritti, essere attivi e non essere sottoposti a procedure di liquidazione, fallimento, concordato preventivo, amministrazione controllata o altre procedure concorsuali in corso o nel quinquennio antecedente la data di presentazione della domanda; operare nel pieno rispetto delle norme vigenti, con particolare riguardo a quelle in materia igienico-sanitaria, lavoristica e contributiva, della prevenzione di infortuni/contagi/malattie, della tutela ambientale, nonché nel rispetto delle prescrizioni imposte da altre Autorità competenti e nei limiti delle autorizzazioni/licenze di cui siano titolari.

«Ripartiamo da Taranto»

Francesco Boccia, il ministro degli Affari regionali e il Recovery Fund

La Città dei due mari dopo il lockdown deve tornare a sorridere. Il siderurgico va messo in sicurezza. «Nel progetto di ripresa è in cima alla lista, sogniamo un’Ilva senza carbone, un’acciaieria pulita, la prima del mondo». Covid non ancora debellato: «Attenzione agli irresponsabili: dicono che è tutto finito, in realtà stiamo scherzando col fuoco». Le risorse dall’Unione europea. 

Recovery Fund, «Taranto, in cima alla lista, il sogno è un’Ilva senza carbone, un’acciaieria pulita, sarebbe la prima del mondo». Questo uno dei passaggi di una intervista rilasciata dal ministro agli Affari regionali Francesco Boccia. Stabiliamo, intanto, cos’è il Recovery Fund, letteralmente “fondo di recupero”. Definito anche “Next Generation Eu”, è in qualche modo la risposta dell’Europa alla disastrosa emergenza causata dal Covid-19. Insomma, un “fondo di ripresa” associato al bilancio a lungo termine dell’Unione Europea dal 2021 al 2027. Discusso e osteggiato da una parte dei Paesi dell’Unione Europea, il “Recovery” rappresenta una delle soluzioni per contenere le differenze tra i Paesi e i rischi del mercato unico.

Dunque, Boccia conferma. Non ci sarebbe Paese al mondo che abbia realizzato un pacchetto di aiuti come l’Italia. La maggioranza delle risorse sono destinate al Sud, alle aree in ritardo di sviluppo del Nord. Risorse che vanno utilizzate per fare investimenti strategici che possano preparare la strada al futuro.  Recovery Fund, il ministro Boccia parte da Taranto. «Il presidente Conte ha già detto che, per esempio, Taranto è in cima alla lista: personalmente sogno un’Ilva senza carbone, un’acciaieria pulita, così da sarebbe la prima del mondo. È la nostra idea di sempre, nonostante qualcuno ci avesse deriso. Candidati alla presidenza della Regione, volevano l’Ilva a tutti i costi anche con il carbone e sono gli stessi che volevano le trivelle in mare al tempo del referendum; qualcuno l’acciaieria voleva chiuderla, ma non si capisce come e per far cosa».

LA PUGLIA SECONDO IL MINISTRO…

I pugliesi, secondo Boccia, sanno distinguere tra chi è credibile e chi non lo è. «Ora in Europa l’Ilva “verde” viene vista come strategica per tutto il continente. Sono fiducioso, la Puglia sarà tra le prime regioni, non solo meridionali, a riprendersi. Abbiamo una classe di imprenditori e lavoratori con i fiocchi, si continua a produrre e credo che, se non avremo sorprese sotto il profilo sanitario, ne avremo invece e di positive sotto quello del prodotto interno lordo. Sono molto fiducioso e i sostegni statali e regionali hanno aiutato molto».

A proposito di crisi, Recovery Fund, risorse per sostenere il Paese, il Sud, dai contagi di Covid segnalano un pericoloso aumento. Una situazione che andrebbe peggiorando. «Basta andare in giro – sostiene il ministro agli Affari regionali Boccia in una intervista resa alla Gazzetta del Mezzogiorno – per capire che la guardia si è molto abbassata; comprendo che dopo il lockdown si abbia voglia di vivere, non comprendo gli irresponsabili che dicono che è tutto finito solo perché gli effetti clinici sono più attenuati, stiamo scherzando col fuoco».

Eppure secondo qualcuno il lockdown sarebbe stato eccessivo e il Sud poteva essere preservato. «Il nostro Paese – l’opinione di Boccia – contava mille morti al giorno: è surreale che qualcuno oggi metta in discussione il lockdown. Tra febbraio e marzo ci sono state dichiarazioni dei presidenti, con la richiesta unanime di chiusura urgente del Paese: è tutto agli atti. E se ce l’abbiamo fatta fino ad oggi è perché siamo stati sempre uniti e responsabili. Il lockdown totale ci ha permesso di uscire prima dalla fase più critica, basta vedere quello che succede nel resto del mondo. Chi dice il contrario fa un’operazione per certi aspetti disgustosa».

COVID, SE CI FOSSE STATO…

Una posizione forse troppo severa, quella del ministro agli Affari regionali. «No. Quando l’epidemia è scoppiata in Cina, se ci fosse stato un allarme mondiale più determinato, e quindi con chiusure o attività di prevenzione, oggi il pianeta non conterebbe venti milioni di contagi e un numero spropositato di morti. Chi dice che in Italia così abbiamo danneggiato il Pil del Sud dice una cosa sbagliata: sfido chiunque a venire a dirmi che mentre una metà del Paese restava chiusa e in condizioni drammatiche, l’altra metà avrebbe potuto continuare le proprie attività senza rischi. Il lockdown ha protetto la salute e la vita degli italiani, mettendo in sicurezza gli ospedali del Nord in grave crisi e salvando il Sud da una catastrofe che non riusciamo nemmeno a immaginare».

Adesso è necessaria una maggiore attenzione. «Di più. E non vuol dire essere catastrofisti o allarmisti, ma leggere con lucidità i numeri. Il problema è duplice: contagi di rientro dall’estero e raduni di ogni tipo; poi c’è chi dimentica anche le minime norme di igiene. Si rischia il corto circuito perché il Covid-19 non guarda in faccia nessuno. Se la situazione precipita saremo costretti a ricorrere a restrizioni; non c’è altro modo per fermare le epidemie se non si riesce ad adottare minimi comportamenti virtuosi. E voglio dirla tutta: un altro lockdown sarebbe insostenibile per qualsiasi nazione. Ma se non riusciamo a convivere col virus dovremo adottare limitazioni essenziali per salvaguardare la salute dei cittadini, che viene sempre prima del Pil. Negazionisti e chi afferma il contrario credo debbano essere privati del diritto di cittadinanza universale: prima la salute, poi il business, su questo non ci sono margini di trattativa».

Infine, in PugIia sarebbe stato fatto quanto si doveva. «Emiliano, il presidente della Regione, è stato efficiente e determinato. Ha agito da presidente e da assessore alla protezione civile nello stesso tempo. La rete ospedaliera è a posto, con tutti gli standard in ordine. Credo che anche i pugliesi abbiano dato prova di grande maturità. Ma proprio per questo bisogna stare attenti ed essere prudenti».

«Ripartiamo dal sorriso»

Un video, mille argomenti per rilanciare un territorio

«Noi pugliesi siamo così, contagiosi per natura, come il sorriso». C’è Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, grande autore, nel progetto sostenuto da Icon Radio, Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese e Puglia Promozione. «Proviamo ad esorcizzare l’incertezza che ancora stiamo vivendo, la forza di volontà, la tenacia, le capacità della nostra terra nel superare le avversità»

«Abbiamo vacillato, temuto, pianto; il tempo ci è sembrato come sospeso, gli spazi d’improvviso sono divenuti silenziosi, deserti, irreali, ma non abbiamo smesso di difenderci, curarci e incoraggiarci nel modo più naturale e potente che abbiamo. Sorridendo, abbiamo ripreso a camminare, correre, sognare. Vivere. Noi pugliesi siamo così, contagiosi per natura. Come il sorriso».

La Puglia riparte dal sorriso. Nonostante il lockdown rappresenti ancora un freno a mano, potrebbero esserci le condizioni per ripartire con passi lunghi e distesi rispetto ad altre zone del nostro Paese. Riparte da un sorriso contagioso, come può essere quello di Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, da sempre impegnato per la sua Puglia, il suo Salento, per il quale si è speso ancora prima che diventasse “Giuliano Sangiorgi”, uno degli artisti italiani più amati.

In questi giorni è stato presentato il video conclusivo della campagna “Sorrisi di Puglia”, lanciata da Icon Radio durante il lockdown, un tributo alle bellezze naturalistiche e monumentali della Puglia e ai volti sorridenti dei pugliesi, nonostante tutto.

“Contagiosi per natura, come il sorriso” è il titolo del video, che oltre alla colonna sonora firmata da Sangiorgi, si avvale del patrocinio dell’Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, del Teatro Pubblico Pugliese e Puglia Promozione.

SORRISO - 1

L’IDEA, DURANTE IL LOCKDOWN…

L’idea, si diceva, scaturisce dalla mente di Icon Radio, proprio durante uno dei momenti più critici attraversati non solo dal Salento, dal Sud, dall’Italia, ma da almeno mezzo mondo: il lockdown dovuto al diffondersi del Covid-19. Dunque, il confinamento per esaltare bellezze paesaggistiche e naturalistiche della Puglia con i volti sorridenti dei suoi abitanti. La campagna “Sorrisi di Puglia” è stata illustrata al meglio con un video conclusivo a cui ha partecipato anche l’artista-simbolo dei Negramaro.

A Icon Radio, le idee le avevano già bene in mente, tanto che non hanno avuto difficoltà nel presentare il progetto “Sorrisi di Puglia”. «Abbiamo voluto affidare alle immagini e alla musica di Giuliano Sangiorgi – uno dei passaggi nel presentare il progetto – che ha sposato con entusiasmo l’idea di rendere omaggio alla nostra terra, tanto nostra quanto sue, quanto di tutti, non solo dei salentini, ma di quanti hanno a cuore le bellezze della natura e dell’arte: un messaggio di speranza per il futuro. Lo scopo, in buona sostanza: provare ad esorcizzare l’incertezza che ancora stiamo vivendo e nel contempo celebrare la forza di volontà, la tenacia, le capacità della nostra terra nel superare le avversità grazie a un innato senso della poesia che riesce sempre a provocare sorrisi».

Il video è stato realizzato grazie al contributo artistico e tecnico di professionisti di diversi settori a titolo completamente gratuito: dal regista Cristiano Pedrocco al videomaker Giacomo Frisenda, dalla “FadeOut” Film, che ha curato la fase di post-produzione alla fotografa Kaja Brinkmann, fino alla redazione di Icon Radio, con il solo e inclusivo intento di dare un proprio contributo alla ripartenza dopo le restrizioni imposte dal governo a causa dell’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus.

«Taranto c’è»

Mostra di Venezia, visibilità alla Città dei Due mari

Dal 2 al 12 settembre, la trentacinquesima edizione della “SIC (Settimana internazionale della critica”). Sette i lungometraggi in concorso. Proiezioni anche nel capoluogo ionico in una sorta di “seconda visione”. «“Capitale di Mare” il nostro brand, per promuovere come si conviene una città che merita vetrine importanti», il parere del sindaco, Rinaldo Melucci. Intanto, parte anche la candidatura a Capitale della cultura per il 2022.

Trentacinquesima edizione della “SIC – Settimana internazionale della critica”, in programma dal 2 al 12 settembre a Venezia, Taranto c’è. La manifestazione promossa dal Sindacato nazionale dei Critici cinematografici italiani è un comparto autonomo, parallelo alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica della Biennale di Venezia. Saranno sette i lungometraggi in concorso in una vetrina qualificata che non mancherà di dare grande visibilità alla città di Taranto. Come accaduto lo scorso anno, anche stavolta la Città dei Due mari terrà le proiezioni delle opere in concorso, rivestendo il ruolo di succursale della “SIC”.

Fra i promotori della partecipazione di Taranto alla “Settimana Internazionale della critica”, il sindaco Rinaldo Melucci che non nasconde somma soddisfazione nell’aver aggiunto un ulteriore tassello alla crescita culturale della città. Lo fa con l’autorevolezza di chi sa di aver portato a casa un altro risultato incoraggiante. I Giochi del Mediterraneo, per dirne uno. Senza contare che nelle scorse ore, Taranto si è candidata anche a capitale della cultura.

«Partecipare con il nostro marchio “Taranto Capitale di Mare” in uno delle più importanti rassegne cinematografiche del mondo – ha dichiarato Melucci – è la dimostrazione di come, ancora una volta, l’Amministrazione stia portando avanti progetti concreti che hanno come unico scopo la promozione della citta di Taranto». Altro obiettivo: portare bellezze e accoglienza di una città in una ribalta internazionale. «Dare slancio al settore turistico e produttivo – ha ripreso il primo cittadino – per consolidare il nascente indotto tarantino delle produzioni cinematografiche, che quest’anno si è arricchito con la scommessa del “cineporto”, e siamo solo all’inizio».

NON SOLO VENEZIA…

Non solo Venezia negli obiettivi dell’Amministrazione comunale di Taranto. «La cultura cambia il clima», per esempio, è lo slogan con il quale  la città avanza la sua candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2022. Il dossier, presentato in questi giorni, è il risultato di una condivisione che coinvolge ben dodici comuni della Grecìa Salentina in un percorso che trova punti di contatto nella storia, nelle tradizioni e nello stile di vita di queste due aree. La partecipazione al bando del Mibact, il Ministero dei Beni culturali, era stata già avanzata a marzo, prima che il confinamento facesse slittare ogni attività.

«In questo dossier – interviene non senza una punta di orgoglio il sindaco, Rinaldo Melucci – è possibile recepire un’anima; altri hanno dato mandato della stesura del programma ad agenzie specializzate, alla ricerca di una vetrina che aiuti la ripartenza. Per Taranto è, piuttosto,  la partita della vita: certifica un movimento che questa città ha già avviato e che vede nella cultura e negli eventi driver fondamentali per la trasformazione della propria immagine». Il riferimento è all’industria e, naturalmente, al dopo-siderurgico.

…CAPITALE DELLA CULTURA

In rappresentanza dei comuni della Grecìa Salentina, in corsa autonomamente per la propria candidatura prima di scegliere di schierarsi con il progetto di Taranto, il sindaco di Castrignano de’ Greci, Roberto Casaluci, insieme con Massimo Manera, sindaco di Sternatia e presidente della fondazione “Notte della Taranta”. «E’ da tanto tempo che i nostri dodici comuni lavorano sinergicamente sui temi della cultura – ha affermato Casaluci – così abbiamo pensato di allargare questo approccio rinunciando alla nostra candidatura, abbracciando la visione di Taranto e la nostra storia comune, puntando sulla contemporaneità dell’elemento ambientale».

In perfetta sintonia il presidente Michele Emiliano, che ha auspicato al dossier di farsi strada. «Se Taranto e i comuni della Grecìa – ha dichiarato il presidente della Regione – diventeranno Capitale italiana della Cultura 2022, lo diventerà la Puglia intera». Il dossier in questione è stato suddiviso in «ecosistemi», mutuando il filo conduttore dell’intera strategia politica condensata nel piano di transizione «Ecosistema Taranto». Centinaia sono gli eventi che abbracciano storia, tradizioni, arte, enogastronomia, natura, declinati secondo il tema del cambiamento.