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Chiara Ferragni in visita a Taranto, posta il MArTa

La più importante influencer al mondo ospite di Eva degl’Innocenti, direttrice del Museo archeologico. In Puglia per la sfilata di Dior, della quale è testimonial. «Fra gli elementi emersi nella visita, la sua meraviglia per le bellezze in vetrina. Molti i giovanissimi in visita virtuale. Gli Ori hanno ispirato i designer della Maison francese». Un “grazie” a Maria Grazia Chiuri e al regista Edoardo Winspeare per un documentario sulle bellezze del Salento. E durante la sfilata a Lecce, “Meraviglioso”, omaggio di Giuliano Sangiorgi alla Puglia e a Domenico Modugno.

Chiara Ferragni a Taranto. E’ un po’, come dire, per un giorno in città il rocker più rocker del mondo. Toh, Vasco Rossi. Di più, non ce ne voglia l’artista italiano più amato della nostra canzone, ma è un po’ come se a Taranto fosse piombato Bono Vox degli U2, Bruce Springsteen.

La popolarità ai tempi dei social è questa, non è il caso di girarci intorno. Venti milioni di follower su Instagram, come dire fans, almeno una volta al giorno piombano sui social gestiti da «l’influencer di moda più importante al mondo», parola di Forbes, la rivista di economia più importante al mondo. Totale: qualsiasi cosa tocchi la bella Chiara, quasi fosse re Mida, diventa oro. E così è accaduto che mercoledì scorso, l’imprenditrice, blogger, designer e chi più ne ha più ne metta, abbia toccato anche la Città dei Due Mari. Mica sfiorata, toccata con mano. Avrebbe potuto starsene serena, rilassata in qualche angolo di Lecce, invitata alla sfilata della Maison Dior, di cui è testimonial, e, invece, ha condiviso l’idea di Maria Grazia Chiuri, salentina, da tempo ai vertici della Maison Dior. Tanto per dire cosa sia la nostra corregionale, Maria Grazia è: direttore artistico delle collezioni haute couture, ready-to-wear e accessori donna della casa di moda francese.

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«Andiamo a Taranto?», si saranno dette. «Perché no?». Diciamo. Ma se tanto ci dà tanto, le due donne in questione non la mettono giù in maniera così semplice. Intanto, la Chiuri è riuscita nell’impresa a realizzare, per la prima volta, una sfilata lontana da Parigi. E dove sennò, se non nella “sua” Lecce, nella nostra Puglia. Ottimo, Maria Grazia. Dunque, avranno pensato, non su due piedi: moda è glamour, considerando tutto quello che è stato realizzato in questi anni con lo sguardo al futuro, cosa c’è di meglio se non l’antico, la storia, la Magna Grecia, con tutto il rispetto per il barocco che, detto tra noi, adoriamo. Chiara Ferragni e Maria Grazia Chiuri sono tornate a Lecce, per la sfilata Cruise 2021, con le immagini degli Ori di Taranto che la loro “maison” l’hanno proprio al MArTa, Museo archeologico nazionale magistralmente diretto da Eva degl’Innocenti (dalla sua nomina in poi il polo museale è diventato la rockstar del territorio). Dunque, Lecce-Taranto, viaggio di aggiornamento, ma anche producente, così da sostanziare la sfilata leccese con le bellezze di una Puglia infinita. Fra gli invitati, per fare un nome, Charlize Theron. Tra gli ospiti, il nostro Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, che in smoking con tanto di papillon ha reso omaggio alla Puglia con la splendida «Meraviglioso». Un tributo alla nostra terra e all’immenso Domenico Modugno, anche lui pugliese (Polignano a mare).

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QUANTI LIKE PER IL “MARTA”

Chiara Ferragni, dunque, accompagnata dalla Chiuri e dalla direttrice degl’Innocenti, ha osservato gli Ori del MArTa, le vetrine che custodiscono una storia lunga tremila anni. Postato frasi sui suoi social, scatti, frasi, stories su Instagram, altro moltiplicatore. Insomma, l’altra metà dei Ferragnez, Ferragni più Fedez, suo marito, ha fatto proseliti.

La direttrice del Museo, Eva degl’Innocenti. «E’ stato un effetto dirompente, quello della Ferragni – dice la direttrice del MArTa – e di rilancio del Museo archeologico nazionale, grazie al coinvolgimento dei giovanissimi Instagram, acquisendo una fascia di pubblico solitamente difficile da interessare; detto ciò, abbiamo registrato un picco in fatto di popolarità del museo nelle ultime ventiquattro ore; l’elemento importante è stato, però, il MArTa fonte di ispirazione per la Collezione Cruise della Maison Dior in occasione della sfilata di Lecce dello scorso 22 luglio; le modelle, infatti, hanno indossato dei gioielli ispirati – dunque, non copie o repliche degli originali – agli Ori di Taranto; il Museo, inoltre, è stato anche motivo di un progetto culturale a cura di Maria Grazia Chiuri, al quale in abbiamo aderito e che ha coinvolto il regista Edoardo Winspeare e la stessa Chiara Ferragni, tanto che sono state realizzate immagini che, a loro volta, andranno inserite in un più articolato progetto digitale per valorizzare il patrimonio culturale del Salento di cui fa parte anche il MArTa».

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«CREATIVITA’ SENZA CONFINI»

Chiara Ferragni, colpita dalla bellezza degli Ori. «Molto, tanto che ha subito postato su Instagram le sue emozioni, le sue impressioni, tanto che non ho difficoltà a sottolineare che uno degli elementi emersi nel corso della visita del Museo archeologico è stato proprio la meraviglia, lo stupore della più popolare influencer di fronte agli Ori».

Chiara Ferragni e Maria Grazia Chiuri, a fine giro sono tornate a Lecce, dove ad attenderle c’erano i preparativi della tanto attesa sfilata in piazza Duomo. Fra gli ospiti, si diceva, un artista amatissimo, Giuliano Sangiorgi. Voce e autore dei successi dei Negramaro, ha partecipato «con onore ed emozione alla sfilata Cruise 2021 di Dior, evento spettacolare con il quale Maria Grazia Chiuri, direttore artistico delle collezioni haute couture, ready-to-wear e accessori donna della casa di moda francese, ha inteso celebrare la sua e nostra terra». Dunque, per dirla con Sangiorgi, «da Piazza del Duomo di Lecce, gioiello barocco della nostra città, hanno fatto il giro del mondo musica e creatività senza confini».

«Giuliano ha partecipato a questo progetto collettivo con una semplicità e generosità che mi hanno commosso – ha rivelato Maria Grazia Chiuri – e per l’attività che svolgo, credetemi, sono abituata a lavorare con tantissime celebrities e non è sempre così semplice…».

«Puglia, che masserie!»

Forbes elegge la regione più affascinante al mondo

Non solo Borgo Egnazia e Torre Maizza, ma anche Torre Coccaro, la “giovane” Don Cataldo. E poi la gastronomia, orecchiette e cime di rape, melanzane e prodotti caseari. E il mare, cristallino, le insenature, la Valle d’Itria e i trulli. I lidi e gli attrattori, dal barocco leccese al magno-greco tarantino.

Stati Uniti e Puglia, è stato amore a prima vista. Già celebrata dal New York Times, che senza giri di parole l’aveva definita «la più bella regione al mondo» (confermando un primato assegnatole in precedenza), ecco che gli americani tornano a dichiarare il loro smisurato amore per la Puglia. E lo fanno attraverso le pagine di una delle riviste economiche più prestigiose al mondo: Forbes. Ci ha pensato la giornalista Tamara Thiessen a saldare con un suo reportage un rapporto già solido con questa terra nel quale descrive paesaggi, masserie, lidi, sapori, tradizioni.

Ecco il punto di partenza. Raccontare una regione di grande fascino attraverso, per esempio, i suoi sapori. La prestigiosa rivista ha dedicato un suo grande servizio all’Italia e ad un viaggio all’interno della Valle d’Itria, tra masserie di lusso, sottolineando la suggestione di colori fra l’azzurro di cielo e mare con le residenze ammantate di bianco, tanto che – scrive la Thiessen – sembrerebbe di stare in Grecia. Invece non è la Grecia, e non ce ne voglia la cronista di Forbes, e nemmeno  gli abitanti di una delle affascinanti isole dell’Egeo, ma qui le emozioni si moltiplicano. Dalle masserie di Borgo Egnazia e Torre Maizza, Torre Coccaro, fino alla più giovane – aggiungiamo noi – Don Cataldo («lasciamo il mondo fuori!», il suo slogan, masseriadoncataldo.eu), che nel cuore della Valle si candida autorevolmente ad essere uno siti più ricercati.

Ma torniamo alla giornalista e al suo servizio pubblicato da Forbes. Attacca il suo straordinario reportage con una battuta, come fosse un racconto, un romanzo, con una frase che la dice tutta su accoglienza e sapori: «Signora, la sua parmigiana di melanzane preparata stamattina!». L’ultimo racconto sulla nostra Puglia parte dalla tradizione, dai “primi” che più di altri scatti o altre suggestioni, spiegano un territorio di straordinaria bellezza.

«L’odore dell’impasto ancora caldo – scrive la cronista di Forbes – con olio d’oliva, si mescola in maniera esaltante all’aria ristorativa del sale, e alla brezza del mare di Puglia – quando celebra la bontà dei taralli – quelli fatti in casa , complicati da preparare». La giornalista non si è lanciata nella sola cronaca, ha voluto toccare con mano, dare spessore al suo lungo articolo. Ha, infatti, seguito corsi di cucina in masseria, tanto da cogliere raffinatezza, bontà e varietà della materia prima. «Le pietanze, dalle carni della fattoria ai formaggi, in una masseria pugliese finiscono nel piatto a partire dalla colazione».

DALLE MASSERIE AI LIDI…

E poi, il mare, le spiagge. Incantevoli spiagge dorate e piccole insenature rocciose, acqua cristallina e borghi che sporgono sul mare, senza contare un entroterra ricco di vegetazione e architetture mozzafiato, tanto affascinanti da averla resa famosa in tutto il mondo. E’ la Puglia, appunto, terra di grandi suggestioni, bellezze e sapori che non hanno eguali.

In queste prime settimane estive, quando l’incantevole regione si sta riposizionando nelle scelte dei turisti di tutto il mondo, la prestigiosa rivista americana tesse le lodi di quelle meraviglie racchiuse tra i confini della Puglia. Il servizio di Forbes compie un viaggio alla scoperta dei luoghi più belli e caratteristici, dei colori e dei sapori tipici di queste zone, partendo proprio dagli antichi edifici rurali rimessi a nuovo, conservando innanzitutto il loro spirito ruspante. Sono molte, infatti, le masserie trasformate in strutture ricettive, pronte ad accogliere turisti in un’atmosfera calorosa e genuina, guidando gli ospiti in un percorso enogastronomico unico al mondo.

La Puglia. Regione ricca di prodotti deliziosi e saporiti, che i visitatori stranieri non possono fare a meno di apprezzare. A partire dai piatti tradizionali come le orecchiette con le cime di rapa e la parmigiana di melanzane, già menzionata, passando per la burrata classica, proseguendo con un altro dei “piatti forti” della cucina pugliese: il pesce freschissimo e di ottima qualità. Da assaporare seduti su un lungomare, dedicandosi alla vista di un panorama favoloso.

Forbes, documentatissimo, elogia l’olio d’oliva pugliese. All’interno della Valle, immense distese di campagna coltivate con uliveti che già da soli potrebbero rappresentare un paesaggio da cartolina, ideale da visitare, perché no, pedalando in bici per sentire i profumi unici di questa terra.

NON SI VIVE DI SOLA TAVOLA…

Non si vive di solo tavola, scrive Forbes. Dopo aver soddisfatto il palato, ecco le bellezze naturali della costa. Spiagge incantevoli e un mare cristallino. Non è un caso che la Puglia da anni sia una delle mete estive per eccellenza (basti pensare alle splendide località balneari del Salento, le province di Taranto e Lecce in testa). Fra distese sabbiose e piccole insenature rocciose, grotte da scoprire in barca, notando i fantastici colori e le infinite sfumature dell’acqua con il cambiare della luce che vi si riflette.

E Forbes, non può dimenticare uno dei brand più famosi della Puglia: i trulli, “Made in Valle d’Itria”. Non dimentica le meraviglie architettoniche della regione, i caratteristici trulli, appunto, specialità pugliesi per eccellenza. I trulli sono la cornice ideale per una foto ricordo di una vacanza da sogno.

Infine la rivista segnala la passeggiata alla scoperta di Lecce, la “Firenze del sud”, tra edifici in stile barocco e splendide testimonianze di un sapiente uso della cosiddetta pietra leccese. Ma è bene aggiungere a vantaggio di quanti sfogliano riviste e siti online, anche altre bellezze di questa terra. Attrattori importanti come la stessa Valle d’Itria, le case bianche, le masserie si diceva, ma anche città come Trani e Barletta, Bari con la sua Città vecchia. E per finire, Taranto, culla della Magna Grecia, con antiche testimonianze a vista o conservate nel Museo archeologico nazionale (MArTA’), il Castello aragonese, l’Isola con la Città vecchia, la Marina e le spiagge del suo litorale. Puglia, una regione nella quale prendere residenza.

Diodato, assopigliatutto

In una sola stagione, per il cantautore tarantino un premio dopo l’altro

A Sanremo con “Fai rumore” ha raccolto di tutto e di più, dalla vittoria fra i big al Premio della critica. Poi con “Che vita meravigliosa”, nel cinema, colonna sonora de “La dea fortuna” di Ferzan Ozpetek. In questi giorni ha preso il via il tour “Un’altra estate”. A Ferragosto, a Grottaglie, ospite del Cinzella Festival.

«Sono nato ad Aosta, ma mi sento tarantino a tutti gli effetti, mi sento uomo da città di mare, il mio sogno è quello di cantare un giorno al centro di una piazza centrale, piazza Garibaldi, con vista su via D’Aquino, a una incollatura dal Lungomare e dal Ponte girevole: lì da studente ho debuttato con un mio complesso musicale…».

Così Antonio Diodato, tarantino appunto, trentanove anni ad agosto, vincitore dell’ultima edizione del Festival di Sanremo e tanti altri premi da farne l’artista italiano più premiato in una sola stagione. Taranto è orgogliosa del suo pupillo. E come non potrebbe esserlo, con un patrono, San Cataldo, notoriamente “amante dei forestieri”, considerando che Diodato le prime parole dopo la vittoria nella kermesse canora più popolare, il primo pensiero lo ha rivolto ai suoi genitori e alla sua città. E’ raro che questo accada. Non di recente, visto che anche il suo amico e concittadino, Michele Riondino, pur rischiando di compromettere una carriera brillante di attore, ha spesso scherzato con i “santi”, parlando di Taranto, i fumi dell’industria e costruito un Primo Maggio, ad ogni occasione, dalla Rai a Canale 5 passando per La7. Dunque, Diodato, uno degli ospiti fissi del Primo Maggio tarantino, ha rimandato la festa nella sua città, causa lockdown. Si rifarà parzialmente a qualche chilometro del capoluogo ionico, a Grottaglie, a Ferragosto in occasione del Cinzella Festival.

ANTONIO, UN PRIMATISTA!

Ma torniamo a Diodato recordman. Da queste parti amano dire “assopigliatutto”. Non c’è stata una manifestazione, dalla musica al cinema, dove Diodato non abbia messo becco e ritirato almeno un premio: sei in tutto, quest’anno. E non è ancora finita, visto che i primati sono fatti per essere, perché no, perfezionati.

Dunque, quest’anno è stata un’annata davvero eccezionale per Diodato. Unico artista italiano, dicevamo, ad aver vinto nello stesso anno con la canzone “Fai rumore” il Festival della canzone italiana (Sanremo), il Premio della critica Mia Martini (Sanremo), il Premio Sala Stampa Radio Tv e Web (Sanremo), il Premio Lunezia, e, con “Che vita meravigliosa” il premio David di Donatello (Miglior canzone originale) e i Nastri d’argento (Migliore canzone originale), colonna sonora del film “La dea fortuna” di Ferzan Ozpetek, contenuta, insieme alla stessa “Fai rumore” nell’album “Che vita meravigliosa”.

Lunedì scorso, giorno della scomparsa del grande Ennio Morricone, durante la cerimonia di premiazione dei Nastri d’Argento, al MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, a sorpresa Diodato ha reso un emozionato e sincero omaggio al più grande compositore del Novecento, tributandogli “Nuovo Cinema Paradiso”. Altri meriti, tanto per gradire, il Disco di platino per “Fai rumore”, sesto singolo più venduto del primo semestre del 2020.

Sabato 4 è iniziata l’estate live di Diodato dalla Valle d’Aosta, duemila metri di altitudine con un concerto che ha registrato il tutto esaurito che ha dato il “la” ad appuntamenti inediti, nel segno di un nuovo dialogo musicale fuori programma che vedono l’artista suonare dal vivo in alcuni posti straordinari, nel rispetto delle regole attuali. Fra i concerti, si diceva, il 15 agosto al “Cinzella Festival”, Grottaglie.

EMILIANO E MELUCCI «COMPLIMENTI!»

Il tour di Diodato prende il nome dal nuovo singolo, “Un’altra estate”, tormentone alternativo, scritto durante il lockdown, e tra i brani più suonati in assoluto in Italia, di cui è disponibile il videoclip (regia di Priscilla Santinelli, produzione Borotalco Tv). Tema della canzone, la fine di un tempo sospeso, simboleggiato dall’apertura delle pareti di una grande scatola che fanno tornare l’artista a respirare.

Diodato, a caldo, dopo la vittoria del Festival, aveva raccontato di aver collezionato qualche «mazzata», suonato in locali dove talvolta si trovava al cospetto di una decina di persone. «Però ho sempre creduto in quello che facevo, nella forza della musica e della canzone». Con lui si erano complimentati i maggiori rappresentanti delle istituzioni. Il governatore Michele Emiliano, per esempio, commentò su Facebook la vittoria del cantautore tarantino. «Un ragazzo pugliese, un figlio di Taranto, che vince il Festival di Sanremo con merito, per talento, dopo tanta gavetta e uno studio continuo: bravo Antonio, sei l’orgoglio di questa comunità».

Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, dal suo canto, pochi minuti dopo la vittoria del Festival, commentò: «E’ motivo di grande gioia vedere un artista che realizza il suo sogno; motivo di grande orgoglio per lui, la sua famiglia e la comunità tarantina vedere fiorire il suo talento coltivato con impegno, duro lavoro, spirito di sacrificio, costanza e tanto tanto studio».

«Cin-cin bipartisan…»

Bruno Vespa, Michele Emiliano e Luca Zaia

Il conduttore di “Porta a porta” ha invitato nel cuore dell’Italia più bella, la Valle d’Itria, i governatori di Puglia e Veneto. Un brindisi con “Terregiunte”, il suo vino prodotto fra i nostri filari. «Una grande emozione vedere il presidente della Regione Veneto in Puglia», ha dichiarato il governatore pugliese. E, insieme, un brindisi al frutto dell’incontro tra due terre.

«Michele Emiliano, governatore della Puglia, e Luca Zaia, governatore del Veneto: due regioni lontane, ma che questa sera avranno più di un motivo per sentirsi complementari, una vicina all’altra: fra poco a “Porta a Porta”, non mancate…». Sembra di sentirlo, Bruno Vespa, nel lancio di una delle sue puntate televisive in seconda serata. Con quella musica che celebra “Via col vento”, come a portarsi via le parole, dopo un confronto serrato, magari borderline, giocato sul filo della dialettica passionale. E, invece…

Invece, non è uno studio televisivo. E’ anche meglio, aggiungiamo noi, orgogliosi di questo angolo nel quale la Valle d’Itria mostra il meglio di sé, da una immensa distesa verde che al solo guardarla ti riempie i polmoni di ossigeno, che di questi tempi di canicola estiva – diciamolo pure – avrebbe anche un costo esagerato, a una veduta che più di un panorama sembra una cartolina, con tutti quei trulli, imbiancati di calce e nella “bella stagione” presi in affitto da turisti avveduti, sensibili al punto da avere imparato ad amare la natura e le cose belle. Perché «Come natura crea, la Valle d’Itria conserva…». VESPA - 1COME NATURA CREA…

Sembra uno spot pubblicitario e, in effetti, lo è: un pay-off preso in prestito da una tv che un tempo creava. E oggi, con gli ultimi eroi del giornalismo e della comunicazione, cercano di mantenere intatta. Almeno nelle intenzioni. E Vespa è uno degli ultimi opinionisti a cui la gente dà ancora ascolto. E’ una trasmissione bipartisan la sua, come l’incontro fra i due governatori che sembrano lontani nella fede politica, ma che sono molto più vicini nella difesa di territorio e nei princìpi più di quanto non possano sembrarlo, almeno leggendo l’impegno di ciascuno rispetto al proprio mandato: uno, Emiliano, in Puglia, l’altro, Zaia, in Veneto.

Ed è in uno scenario suggestivo, fra le campagne della Valle d’Itria, tra filari d’uva e un paesaggio segnato dalle cime sferiche dei trulli e dalle curve morbide delle colline, che è andata in scena la rappresentazione moderna di un antico asse adriatico: quello, appunto, che lega la Puglia al Veneto.

Gli onori di casa spettano ad Emiliano, presidente della Regione Puglia, molto impegnato in una propedeutica campagna elettorale per le prossime elezioni. Una riconferma, per lui, con un panorama politico mai così slegato, da sinistra a destra, sarebbe oro colato. Ma adesso deve accontentarsi di un bel sorso di vino, Emiliano.

Attacca, il governatore. «È una grande emozione vedere Luca Zaia in Puglia – dice mentre alza il calice – perché in questi mesi di lotta comune al Covid-19 si sono create delle solidarietà molto forti, che vengono benedette oggi dal vino». E giù il primo sorso, sotto gli occhi tirati a lucido dal sorriso di Vespa, che non appena vede un bicchiere vuoto, lo riempie. E’ più forte di lui. Così, i protagonisti di una bella serata mondana e ricca di ospiti illustri, svuotano i calici per poi farsi mesciare altro vino dal padrone di casa.

PIU’ DI UN SORSO DI VINO

«E questo vino ha un nome meraviglioso: Terregiunte – sottolinea Emiliano – l’Adriatico ci collega, abbiamo delle culture comuni, abbiamo adesso anche un vino comune, e per chi dà valore a queste cose, sa che questa non è solo un’operazione commerciale, un’operazione enologica, ma qualcosa di più…».

E Vespa? Al conduttore di “Porta a Porta”, non resta che porre una tartina nel calice, più che una ciliegina sulla torta. Dunque, meglio far frizzare altre due dita di vino in coppa, per lanciare un altro brindisi, prima che i due ospiti illustri non finiscano con i canti da osteria.

Scherzi a parte, la chiusura, come è giusto che sia, spetta al padrone di casa e di una intuizione geniale: investire al Sud, nella provincia ionica, bella, piena di fascino, dalla Valle d’Itria, con Martina “capitale”, ai filari in terra di Manduria, casa del Primitivo. Vespa alza l’ultimo bicchiere e brinda: «Al frutto dell’incontro tra due terre: Puglia e Veneto». Cin-cin e lunga vita alla bellezza di un territorio fra i più belli al mondo.

Battisti a Chiatona

Lucio, nel ’69 in spiaggia a due passi da Taranto

Il Comune di Palagiano commissiona un murales. In due mettono in rete pensieri e parole, e scatti in bianco e nero. Una casa in via Vespucci, un asciugamano steso in spiaggia, una tintarella appena oscurata da una dozzina di bagnanti. L’artista di “Emozioni” che sorride di fronte a tanto affetto e tanta curiosità. Sognando che “Acqua azzurra, acqua chiara”…

Un pugno di foto in bianco e nero,  pose ingenue tipiche degli Anni Sessanta. E un graffito, stavolta a colori, didascalico (“Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi…Emozioni”) commissionato dal Comune di Palagiano a Carlo Casamassima. Tanto che l’idea, lodevole senza dubbio, assomiglia più a un 3×6 di quelli che incrociamo negli aeroporti di Termini o Linate, piuttosto che un omaggio originale all’artista di Poggio Bustone, che a Chiatona avrebbe messo radici a una incollatura dagli Anni 70.

Tempi di “Acqua azzurra acqua chiara” e “Mi ritorni in mente”. Due successi che Lelio Luttazzi strillava nella sua radiofonica “Hiiiiit Parade”. La spiaggia sarebbe a due passi da una casa in affitto in via Vespucci, una storia che fra pensieri e parole racontano Claudio Mauceri e Andrea Carbotti, che hanno messo in rete storia e foto. E bene hanno fatto a ricomporre i pezzi di quello storico mosaico. Considerando che Battisti non è mai stato un soggetto facile. Lo racconta la sua storia, un tipo da maneggiare con molta cura. Per dirne una, anzi due: Lucio non accettò una milionaria produzione americana, perché non gli piaceva l’idea che qualcuno intascasse un quarto del frutto scaturito dal suo genio e da quello di Mogol, con il quale aveva stretto una grande amicizia; l’artista di “Un’avventura”, presentata quell’anno nel suo unico Festival di Sanremo, un bel giorno decise di dire addio ai concerti, alla tv e ritirarsi in collina, a Dosso di Coroldo, vicino Como, perché troppo criticato per la sua voce. Due le storiche apparizioni in Rai: “Speciale per voi”, con Renzo Arbore, e “Teatro 10”, con Alberto Lupo e Mina. Proprio con quest’ultima, la Tigre di Cremona, escogitò un piano di fuga dalle pagine dei giornali e dalla tv. Per sempre.

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QUEL BATTISTI LA’…

Anche per questo motivo hanno grande valore pensieri e parole sul soggiorno di Battisti a Chiatona. Può essere uno spot e, in parte, già lo è. Magari questa estate non ancora aperta all’intero mondo, causa Covid, non sarà quella giusta, ma un primo tassello è stato posto. Per il prossimo anno ci aspettiamo più murales e più “sottopassi” dedicati alle canzoni di “…quel Battisti là…”.

Vietato sognare che la moglie di Battisti, Grazia Letizia Veronese, già autrice dei testi dell’album “E già”, un giorno “scenda” a Palagiano a ritirare una cittadinanza onoraria in memoria dell’artista dalle mille canzoni. Scordiamocelo.

Provate solo a pensare al Comune di Molteno, che lo ha in qualche modo ospitato per decenni in un’ala del paese. L’Amministrazione avrebbe voluto organizzare una rassegna in onore di Lucio. Diffidata. Battisti, con la sua straordinaria ironia, perché era un “battutaro”, avrebbe fulminato chiunque, alla romana, con un bel “Ahò, nun c’è trippa per gatti…”.

Un po’ gli capitò di fare a “Speciale per voi”, seccato da tante chiacchiere sulla sua voce, che secondo chi scrive è, invece, l’arma in più, quella vernice che sporca, macchia un affresco, rendendolo unico. Come fosse un’impronta al centro di un capolavoro. Battisti è così. “Io propongo delle cose: vi emozionano, vi piacciono, sì o no?”, la filippica con cui interruppe sul nascere le prime, sterili polemiche. Del resto, venticinque milioni di copie vendute, non sono un numero trascurabile.

Rispettando le volontà del compagno di una vita, Grazia, immortalata negli scatti, pare, presta molta attenzione a iniziative, concorsi, tributi, fiere, impiego dell’immagine, titoli di spettacoli, qualsiasi cosa porti il nome dell’autore di “Emozioni”, tanto amata di Pete Townshend degli Who.

PERCHÉ NO UN “IO C’ERO!”?

Dunque, dimentichiamoci che la signora Battisti, come fosse un notaio, certifichi quelle foto e autorizzi a farne un uso anche moderato. Certo, non può impedirne la pubblicazione, sono foto scattate in un luogo pubblico e, pare, anche con una discreta, ma sostanziale partecipazione dello stesso artista. Pertanto, lunga vita a quegli scatti. E se ci scappano due, tre murales o il ricampionamento di quelle immagini e quella storia, che sarà mai. Del resto, purché non ci sia business, si potranno rendere pensieri e parole a scopo puramente benefico in onore di un artista che appartiene a tutti e in Italia ha avuto un impatto simile a quello dei Beatles in tutto il mondo.

Così, bene Chiatona, bene Palagiano. Forza intramontabile Battisti. Anzi, perché non scrivere un libriccino della serie “Io c’ero”? Certo, nella foto c’è una dozzina di bagnanti e, alla fine, ne troveremo mille di signori che quell’estate indossavano costume e tintarella, a raccontare la loro angolazione di quella giornata piena di sole.

Detto, però, fuori dai denti, fosse andata secondo aneddoto, chi ha amato Battisti proverà un po’ di invidia nei confronti di quei signori per quell’incontro ravvicinato. E pure andando indietro con quell’“affetto della memoria” che tanto piaceva a Modugno, se la storia diventasse romanzo, il romanzo leggenda, ci sta bene lo stesso.

Basta che a nessuno ritorni in mente di scrivere o cantare una canzone su quell’episodio estivo. Facciamo in modo che Lucio resti così, steso sulla spiaggia, sorridente di quell’accerchiamento pieno di stupore e affetto, nel cuore e nell’anima.

«Dall’acciaio alla tavola!»

Cataldo e Marco, ex ilva, dal siderurgico alla ristorazione

«Con la buonuscita abbiamo aperto un locale in pieno centro. Lavoriamo in cinque, senza la pressione di orari e in testa l’idea che quella fabbrica provoca dolore. Con i vicini grande affiatamento, una signora ci ha assistito per tutto il periodo dei lavori. Enel e AQP hanno rallentato, ora va meglio. Il nome dell’attività, non volendo, ce lo hanno suggerito i nostri ex colleghi…»

La prima frittura «alla signora di sopra». Non ha un nome, l’inquilina del primo piano, in testa alla loro attività, “A casa vostra”, ma che il cielo la benedica, è stata lei, «la signora di sopra», a dare per prima una mano a due giovani imprenditori, ex dipendenti dell’ex Ilva.

Perché loro, Cataldo Ranieri, cinquant’anni, e Marco Tomasicchio, quarantaquattro, titolari dell’attività di ristorazione con sede in via De Cesare a un fiato da via D’Aquino, prima del passaggio Ilva-Arcelor Mittal, avevano già assunto la loro decisione. «Saggia o no – dice Marco – lo dirà il tempo, sta di fatto che abbiamo preso coraggio a due mani e all’azienda ci siamo quasi indicati come “esuberi”: se c’è l’occasione di andare via a condizioni ragionevoli, lo facciamo di corsa, stanchi di un lavoro che non sentivamo più nostro».

«Ero diventato il ritratto dell’incupimento – dice Cataldo – già triste di primo mattino, prima di andare al lavoro: dopo la mia attività politica, all’interno di quella che era l’Ilva, nessuno più mi rivolgeva parola, eppure la lotta con “Liberi e pensanti” l’avevo fatta anche per loro, i miei colleghi; a quel punto, con Marco e le nostre rispettive famiglie, abbiamo fatto una scelta precisa, rivoluzionato la nostra vita e investito la buonuscita nella cucina tradizionale: “A casa vostra”, appunto».

Un menù che tiene conto di almeno tre intenzioni: “primo” mare, “primo” terra e “alla poverella”. «Tutto a prezzi ragionevoli – puntualizza Cataldo – lo scopo di questa attività è tirare fuori uno stipendio per ciascuno di noi, lontani dalla fabbrica di veleni…».OPERAI - 1NIENTE PIU’ SIDERURGICO

Cataldo, dente avvelenato. «Non voglio più parlarne – prova a prendere le distanze da un tema che, si vede, gli sta ancora a cuore, eccome – io e il mio socio abbiamo voltato pagina, guardiamo al futuro: avremmo dovuto aprire lo scorso marzo, poi il Covid-19 ha fatto slittare l’apertura a venerdì 19 giugno: prove generali con familiari e amici stretti, se non altro per ottimizzare i tempi fra cucina e tavoli». I tavoli, colori e sedie assortite. Proprio come da brand dell’attività. La gente si riconosce in quei complementi d’arredo. «Queste sono le sedie che aveva mamma in cucina!» dice, infatti, una signora; «Il tavolo con qualcosa che sa di formica, puro stile Anni Settanta!», esclama un altro signore. «Abbiamo in qualche modo capovolto il mondo – dice ancora Marco – invece di abbellire le pareti, abbiamo abbellito il soffitto: chi alza la testa si accorgerà che avvitato al soffitto c’è un tavolo con quattro sedie, il tutto allestito a testa in giù; anche un pendolo è capovolto, un giradischi, il resto lo scopriranno sera dopo sera quanti verranno a trovarci». Un po’ di autopromozione non guasta.

Una bimba regala ad uno dei due titolari un disegno colorato. Un quadretto, con l’intero staff e una scritta: “Buona fortuna!”. «Questo lo appendiamo – parola di Cataldo – la bambina ci ha commosso, era venuta insieme con mamma e papà a trovarci; loro, i piccoli, che hanno una sensibilità non comune rispetto ai cosiddetti grandi, deve avere afferrato il senso che il nostro locale è una scommessa: presumo che da qui sia scaturito un augurio del quale sentiamo il bisogno…».

A proposito di staff. Di solito in cinque, oltre a Marco e Cataldo, Claudio lo chef, Adele suo “aiuto” e Luigi, una vera scoperta dei due neoristoratori, diventano in sei nel fine-settimana. “A casa vostra”, originale il nome dell’attività. «Diciamo che ce lo hanno quasi suggerito i nostri ex colleghi di stabilimento – dicono Marco e Cataldo – quando dicevamo che l’acciaieria doveva chiudere e lo Stato avrebbe dovuto fare opera di riconversione, la risposta dei nostri compagni di reparto era più o meno la stessa: “Se chiude l’Ilva, che facciamo, veniamo a mangiare a casa vostra?”, ecco la ragione sociale, bell’e pronta».

AFFETTO E CURIOSITA’

L’affetto della gente che si affaccia in quel locale nel quale aveva sede un altro brand storico della città, il Bar Principe, è sincero. Non è solo curiosità. A Taranto si dice, di solito, «Avete fatto bello!»: dice poco e dice tutto, i tarantini sono di poche parole. E di molti fatti, spera la squadra del locale nel quale si ospitano solo piatti di cucina tradizionale, come da insegna esterna. «Avevamo visto altri locali in centro – spiega Aldo – quello dove ha sede la nostra attività, aperta la saracinesca, ci aveva spaventati: c’era da buttare giù tutto e rifare l’intero impianto, a norma: Acquedotto ed Enel, quanta burocrazia, hanno rallentato l’apertura e, forse, è stato meglio così; avessimo aperto in pieno Covid-19, avremmo potuto chiudere prima di aprire; invece, eccoci qua, da venerdì scorso pronti alla sfida in questo secondo tempo della nostra vita».

Gli altri locali forse erano anche accoglienti, ma quell’immobile rimesso in sesto con accorgimenti vintage, intrigava i due titolari. «Siamo tornati in via De Cesare – concludono i due soci – ci siamo rimboccati le maniche: amiamo le sfide, così abbiamo rifatto tutto di sana pianta, affidandoci a professionisti per le cose che non erano di nostra competenza: ma che incoraggiamento i vicini!».

E “la signora di sopra”? «“Ragazzi se avete bisogno di acqua, non abbiate timore, chiedete!” – concludono i due titolari, Cataldo e Marco – così impastavamo e, all’ora di pranzo, ancora a lavoro, prendevamo coraggio e salivamo dalla signora, al primo piano: “Signora, non ci mandi al diavolo, ci serve un po’ d’acqua, l’AQP non ci ha ancora allacciato l’utenza!”. E lei, “E che problema c’è? Volete accomodarvi a tavola?”. Diciamo che sederci e pranzare sarebbe stato davvero troppo. Così, la prima “frizzòla” di pesce fritto è stato per lei». E che questo sia di buon auspicio…

Mangiare italiano!

Leonardo Di Caprio, ultimo simbolo “Made in Italy”

Sorpreso in un supermercato a Los Angeles. Una lattina d’olio italiano da cinque litri. Come lui, sono tanti i divi affascinati dalla nostra cucina e dai nostri prodotti. Sting, De Vito, De Niro, Madonna, Lady Gaga…

Anche Di Caprio, alla fine, capitolò. Con tanto di prova documentale, cioè foto con lui, con mascherina anti-Covid e carrello appena sbucato da un supermercato nel quale c’è tanto di quel ben di dio griffato “Made in Italy”.

Dircelo fra noi è come confermare una tesi e, allo stesso tempo, annoiarsi un po’ e correre il rischio di essere considerati compiacenti con noi stessi. Ma qua la frase scappa in automatico, una espressione che ha conferme di una certa popolarità, divi di Hollywood che promuovono il brand-Italia a livello mondiale.

Dunque, non diciamo nulla che non sia stato detto o scritto: i prodotti enogastronomici italiani sono i migliori al mondo! Lo sanno e lo confermano anche stelle internazionali, fra attori, attrici, cantanti, registi e produttori, e, ancora, imprenditori, stilisti e categorie, come dire, “elette”.  Non è una novità che, puntualmente, queste, vengano sorprese nei ristoranti dove impera la nostra cucina, alle pizzerie, rigorosamente italiane. Qualcuna di queste stelle del firmamento cinematografico (ed economico) vengono riprese, fotografate mentre nei supermercati o in negozi dedicati all’italiano, dai vini ai formaggi, dall’olio alla pasta.

Ultimo in ordine di tempo, dicevamo, Leonardo Di Caprio che, fotografato a Los Angeles e ringraziato ufficialmente da una nota azienda italiana, eccellenza nella produzione di olio. “Leonardo Di Caprio, spero abbia apprezzato il nostro Evoo!”, è il messaggio postato su Facebook, da “Olio Roi” per ringraziare l’attore. Look casual e mascherina sul volto, “Leo” è stato sorpreso col carrello pieno di prodotti nel parcheggio di “Eataly”. Borse di carta, ecologiche, come da filosofia ambientalista sostenuta da Di Caprio, spicca proprio una latta dell’olio extravergine d’oliva che l’azienda di Badalucco (Imperia) produce da cinque generazioni nella ligure valle Argentina e commercializza in tutto il mondo.

Undicimila alberi di olivo cultivar Taggiasca, tutti piantati tra i 60 e i 500 metri sopra il livello del mare, danno ogni anno origine a migliaia di lattine e bottiglie. Leonardo Di Caprio ha fatto scorta di olio, scegliendo la latta da cinque litri di “Mosto”, olio ottenuto dalla prima spremitura a freddo che, colore giallo dorato e riflessi verde, ha note pronunciate di carciofo e oliva fresca. Prezzo: settantaquattro euro.

Ma le star che adorano l’Italia sono tante. Chi, fra queste, ama il nostro Paese al punto di prendere casa, chi trascorre le sue vacanze. Chi compra la nostra moda, chi non sa dire no ad una cena italiana. Fra i prodotti preferiti: Parmigiano Reggiano e mozzarella di bufala. E non finisce qui, perché c’è chi, negli anni, ha scelto di avviare una sua produzione in territorio italiano. E’ il caso di Sting (un agriturismo in Toscana), Danny De Vito (limoncello prodotto coi limoni di Sorrento). E, ancora, Lady Gaga, Francis Ford Coppola, Robert De Niro: tutti tentati dai nostri prodotti, dalla Puglia alla Toscana, passando per la Campania.

Tra i piatti hanno la meglio gli spaghetti, diventati famosi con Alberto Sordi e “Un americano a Roma”, Totò e “Miseria e Nobiltà”. I “due spaghi” sono l’irrinunciabile pietanza di attori e modelle. Lady Gaga, in casa, non si fa mai mancare gli “spaghetti con meatballs” (polpette), Sean Connery non resiste alla tentazione e li ordina al ristorante. Arnold Schwarzenegger, poi, è un habitué del Buca di Beppo a New York, e nemmeno a dirlo, un appassionato dei suoi spaghetti. Poi c’è la cantante Madonna, che li mangia anche in una storica pubblicità di Dolce & Gabbana; Michelle Obama, che li cucina con pomodori e spinaci cotti; Gisele Bundchen e Gwyneth Paltrow, che li preparano per la famiglia. Per farla breve, la cucina italiana, prima nel mondo, è irrinunciabile. Sappiamo perfettamente cosa significhi sedersi a tavola da queste parti, in Puglia soprattutto. Prepariamoci, piuttosto, all’arrivo di truppe di divi, a breve o medio termine. Il Covid è in quarantena e molti artisti vogliono riprendere le sane e vecchie abitudini, come vivere e mangiare italiano.

«E se venissi al Sud?»

Robert De Niro, dichiara amore al meridione italiano

Origini molisane, la star di Hollywood ha minacciato il presidente Donald Trump: «Non mi sento rappresentato, trasferirmi in Italia, perché no?». Altre stelle del cinema si sono trasferite in Puglia, da Coppola alla Mirren. Mentre la Streep e Depardieu ci pensano. Attratti dalle masserie e da una vita serena, circondati da bellezze mozzafiato e da una gastronomia unica al mondo.  

«La mia famiglia è di Ferrazzano, dalle parti di Campobasso: ho la cittadinanza italiana? Probabilmente dovrò trasferirmi lì». Parole di Robert De Niro. Che parla di Molise, ma sostanzialmente Sud e di trasferirsi, un giorno, in Italia, nel suo Meridione. Magari nel Tacco d’Italia. Bello il Molise, ma “Bob”, protagonista de “Il Padrino”  e “Toro scatenato”, film che gli valsero un meritatissimo Oscar. Riconoscimento che gli avremmo volentieri assegnato  anche per “Taxi driver”, “Il cacciatore”, “Risvegli”, “New York New York”, “Re per una notte” e via di questo passo, forse per non sentirsi solo, una puntatina da queste parti la farebbe volentieri. Intanto perché in Puglia, sono molte le star americane venute ad abitare, a trascorrere le vacanze, addirittura venute a sposarsi. La Puglia è la star delle star, amatissima quanto la Basilicata.

A cominciare è stata Helen Mirren, attrice inglese, premio Oscar per “The Queen”. Insieme al marito, il regista Taylor Hackford, ha preso casa a Tiggiano, provincia di Lecce, restaurando una masseria cinquecentesca.

Gli occhi sul Salento, Lecce, Taranto e Brindisi, sono in tanti ad averli messi. Nel Leccese il regista italo-americano Francis Ford Coppola, prima ha rivitalizzato il paese di nonno Agostino, la lucana Bernalda, con l’acquisto di un edificio storico (Palazzo Margherita) trasformato in hotel di lusso dopo le nozze della figlia Sofia, attrice e regista di successo.

STREEP, DEPARDIEU…

Poi, per amore della terra dove ha origini la moglie, ha deciso di acquistare una masseria ad Ugento. Anche Gerard Depardieu conosce la Puglia e per diverso tempo ha provato a comprare un immobile da queste parti. Altre indiscrezioni riguardano anche l’attrice più volte premio Oscar, Meryl Streep. Per non parlare degli italiani, Vasco Rossi su tutti, il rocker che ha trovato la sua pace, come se fosse una personale “farm”, la provincia di Taranto per rigenerarsi un anno dopo l’altro, prima o dopo un tour o un concerto.

Ma torniamo al grande “Bob”, attore, regista e produttore cinematografico statunitense con cittadinanza italiana. Settantasei anni, De Niro è considerato uno dei grandi interpreti del cinema, per aver collaborato con registi e attori del calibro di Scorsese, Coppola e Leone.

Candidato per ben sette volte al Premio Oscar, due le vittorie, si diceva, nel ’75, nel ruolo del giovane Vito Corleone nel film “Il padrino-parte II”, e nell’81 per “Toro scatenato”, per aver interpretato il pugile Jack LaMotta.

Ma torniamo alle origini meridionali di De Niro. La star del cinema mondiale ha radici molisane. Verso la fine del ‘900, una coppia originaria di Ferrazzano, provincia di Campobasso, una cittadina con non più di tremila anime, attraversò l’Atlantico per cercare fortuna negli Stati Uniti: Giovanni Di Niro e Angiolina Mercurio, emigrati oltreoceano alla ricerca di una vita migliore.

“BOB”, GRAND’UFFICIALE! 

Per ciò che riguarda il legame dell’attore con il Sud Italia, si sa che l’attore italoamericano l’ha visitata un paio di volte, a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Nel 2006 la cittadinanza italiana e il passaporto dal sindaco di Roma, Walter Veltroni. E, come se non bastasse, De Niro è iscritto nelle liste elettorali della sua regione d’origine e nominato Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana su “Iniziativa del Presidente della Repubblica”.

Curiosità, il suo rapporto controverso con Donald Trump. Tra i due non corra buon sangue, tanto che De Niro si è rivolto spesso al Presidente degli Stati Uniti con molta schiettezza, rendendo evidente l’antipatia nei suoi confronti. Una volta è arrivato addirittura a dichiarare pubblicamente con orgoglio che «La mia famiglia è di Ferrazzano, dalle parti di Campobasso: ho la cittadinanza italiana, chissà, probabilmente dovrò trasferirmi lì». A buon intenditore, poche parole. Come a dire, che pur di non essere governato da Trump, De Niro avrebbe volentieri preso la strada di casa.

La città della pizza!

“Posta Mangieri – Murgia e Cucina”, a Corato, fra  Andria e Ruvo di Puglia

Inaugurazione fra un mese. Sarà un’attività bella e accogliente. Perché la nostra regione. Quaranta ettari, con altrettanti trulli per gli ospiti. Un agriturismo e una sala da oltre cento posti. L’idea di Francesco Martucci, numero uno al mondo. Questione di sentimenti, un amore ritrovato e le radici materne e paterne.  

Italia, mandolino, spaghetti e, naturalmente, pizza. E’ il passaporto napoletano, quello che ha fatto della città più bella, più brillante, più fantasiosa e più ospitale del mondo, un affresco dell’italianità. Talvolta coniugata con disprezzo ad altre discipline che non vogliamo neppure menzionare. Ma nulla scalfisce generosità e temperamento di una città seconda a nessuno. Hanno inventato gli spaghetti con la “pummarola ‘ngoppa” e così anche la pizza. Pochi elementi, poco costosi, per produrre sempre qualcosa di nutriente. E alla portata di tutti. Insomma, è il poco dei tanti a fare numero e non il molto di pochi. La pizza, poi, invenzione partenopea, parte da un omaggio alla regina Margherita e alla bandiera italiana: il bianco della pasta stesa e tondeggiante, il rosso del pomodoro, il verde di una foglia di basilico.

Breve introduzione, per dire che la pizza è off-limit per gli altri Paesi. E’ un brand del Sud, per essere più precisi. E se la pizza diventa un grande attrattore per la regione più bella del mondo, la Puglia appunto, va bene lo stesso. Perché questo è. Notizia di questi giorni, anche se al progetto ci stanno lavorando da mesi, come le grandi giostre che sorgono nei grandi spazi richiedono, che la Disneyland della pizza sorgerà proprio in Puglia.

Avete presente Corato? Bene, provate a seguire con Google-map e digitare “Contrada Piede Piccolo”. Facile a trovarsi, confermano quanti vi hanno già fatto un sopralluogo. E’ a metà strada fra Andria e Ruvo di Puglia. E’ qui che sta per aprire quella che, a ragione, si diceva, è stata ribattezzata la “Disneyland” della pizza italiana, tanto da guadagnarsi non solo le prime pagine dei giornali, ma anche, udite udite, una moneta speciale dalla zecca di Stato.

FRANCESCO, NUMBER ONE!

E’ il nuovo progetto del superpizzaiolo Francesco Martucci, noto nei cinque continenti (contende a Franco Pepe il primato di numero uno al mondo). Si è laureato, per capacità e lungimiranza d’impresa, nella pizzeria I Masanielli. La sua storia recente, parte da Caserta per giungere nell’Alta Murgia, in Puglia appunto, con una “Pizza Farm” di quaranta ettari con quaranta trulli per gli ospiti. Si chiama “Posta Mangieri – Murgia e Cucina” e ne fanno parte, tanto per gradire, un agriturismo e una sala da oltre cento posti.

Un’occhiata su Facebook. Cosa dice il diretto interessato, Francesco Martucci. «E’ un’idea che nasce per spirito di libertà», dice. E aggiunge: «Non si costruiscono pizzaioli a tavolino… io ammacco tutti i santi giorni la mia pizza». La scelta della Puglia, viene inoltre spiegato, è legata a diversi motivi: proprio di Corato, provincia di Bari, è l’amore della vita di Martucci, che ha la nonna materna di Cerignola, due passi da Foggia, e la nonna paterna, di Torre Santa Susanna, come dire Brindisi.

Inaugurazione prevista fra poco più di un mese, decreti ministeriali scaturiti dall’emergenza Covid-19 permettendo. In attesa dell’evento epocale, della serie «La pizza più invitante del mondo sbarca in Puglia!», è possibile anticiparne l’assaggio da “I Masanielli” di Caserta, non a caso tra le migliori pizzerie d’Italia.

Conto alla rovescia, dunque, già cominciato. Nel frattempo si prosegue con i lavori per la seconda insegna di Francesco Martucci. L’insegna c’è già, “Posta Mangieri – Murgia e Cucina”, per chiarire subito l’identità di un progetto che si avvita sul patrimonio originario del pizza chef, marcatamente campano, ma attingerà al paniere pugliese, anzi murgiano. Il disegno in progress comprende un agriturismo, esteso su decine di ettari di terreno, con una sala da oltre cento posti. Legittimo domandarsi se basteranno, considerando i numeri che macina la casa-madre.

UNA SCELTA DI CUORE

La Puglia, una scelta dettata dal cuore, si diceva. Ma è proprio qui, nell’area in cui si staglia la mole di Castel del Monte, che Martucci ha scelto di mettere le radici della sua seconda residenza lavorativa. Lontana dal turismo fracassone, dalle rotte vacanziere più frequentate. Come si presenta la location che si perde a vista: altopiano carsico di terra brulla, rocce affioranti e inghiottimenti improvvisi, doline, gravine e acqua che non vedi, perché scorre sottoterra; di ferule, le gigantesse selvatiche dal fusto legnoso che in primavera innervano il paesaggio tingendolo di giallo.

Una masseria in pietra e un trullo sono i primi elementi che introducono al paesaggio che ospiterà una pizzeria come nessuna al mondo, appunto. Un progetto, come ha spiegato lo stesso chef della pizza, che ha preso le mosse da due motivi: il primo, porta un nome di donna, Lilia. Nata a Corato, la città dell’oliva da cui si spreme l’olio di coratina. «Ci siamo conosciuti da ragazzini – racconta romanticamente Francesco – ci siamo perduti per sedici lunghi anni, nemmeno un contatto, buio completo, poi ci siamo ritrovati in Puglia e innamorati come gli adolescenti che eravamo, di noi e di questo posto».

Un luogo che c’entra in pieno con la vis romantica dell’enfant-prodige della pizza italiana, ma anche con il suo temperamento selvaggio. «Ho sempre guardato a Magnus Nilsson come un esempio – prosegue l’imprenditore – un faro, un’ambizione: il coraggio di aprire un ristorante in una foresta, calarmi nella natura selvatica come ha fatto lui. Il Fäviken ha chiuso prima che io potessi prendere posto alla sua mensa. Ma è quel progetto favoloso che ha ispirato il mio. E nelle Murge attingerò la materia prima pazzesca che spero ridia linfa nuova alla mia pizza».

Se tutto filasse come da progetto, fra un mese la Disneyland della pizza aprirà i suoi battenti. Scongiuriamo nel frattempo ulteriori DPCM. Se tutto andrà come tutti auspichiamo, Francesco potrà aprire con tanto di fuochi artificiali il suo sogno di imprenditore. C’è bisogno di una, dieci, cento  “Posta Mangieri” in Puglia per ripartire come la regione più affascinante e più bella del mondo – lo dicono gli americani, non lo scriviamo alla ricerca di effetto – merita. Diciamo che lo stop imprevisto è servito solo per raccogliere le idee e ripartire, come, se non meglio, del «dove eravamo rimasti».

Ospedale, già pronto!

E’ pugliese la struttura da campo che si realizza in “quattro e quattr’otto”

Vinta la gara internazionale promossa da Nato Support and Procurement Agency. “Ricerca e Innovazione” ha messo a punto il progetto. Collaborazione con altre attività del luogo, “Enea Brindisi” fra queste. Struttura ecosostenibile e ad alta tecnologia. Può montarlo, in breve, anche personale non specializzato. Finanziamento della Regione Puglia.

«Le strutture ospedaliere chirurgiche sono pronte per l’uso in poche ore; per la messa in opera non viene richiesto personale specializzato per il montaggio; inoltre è possibile fornire consulti via satellite anche attraverso immagini TC intra-operatorie: il progetto messo a punto dall’azienda adotta soluzioni che rispondono ad esigenze diverse, come garantire la continuità di funzionamento in caso di emergenze come quella che stiamo attraversando». Parliamo di ospedali da campo, pronti all’uso in poche ore. La dichiarazione è di Vincenza Luprano, ricercatrice del Centro Enea di Brindisi che ha partecipato al progetto con Ricerca e Innovazione, rivelatosi vincente.

La notizia è di questi giorni. A noi fa orgoglio, in quanto è un’azienda pugliese ad aver brevettato l’ospedale da campo che si può costruire in poche ore. Notizia da prima pagina, sicuramente ripresa dal Corriere della sera, che documenta una serie di caratteristiche facendo conoscere ai suoi lettori questo capolavoro dell’ingegneria.

Che l’ospedale da campo fosse un progetto interessante, lo si era intuito anche grazie alla gara internazionale, cui l’azienda di casa nostra ha partecipato. Pertanto, un applauso tributato dagli ambienti militari e dal Ministero degli Interni (un moto di orgoglio nazionale non guasta), ma anche da parte degli esperti che hanno selezionato l’opera e assegnato all’attività pugliese un riconoscimento che non può che fare bene in un momento così particolare. Non è un caso che la dott.ssa Luprano alludesse a un progetto, nato sicuramente prima del Covid-19, ma andato concretizzandosi nel momento più critico del contagio.

ECCO LA NOTIZIA

Ecosostenibili e ad alta tecnologia. Sarà questa la caratteristica dei prossimi ospedali da campo adottati dall’esercito italiano. A realizzarli, come riporta il Corsera, sarà un’azienda pugliese, la R.I., Ricerca e Innovazione. Un’attività che per concretizzare il progetto si è avvalsa della collaborazione di Enea Brindisi e altri partner, che hanno svolto un ruolo importante nell’intero progetto. Parlavamo di vittoria. Bene, la tecnologia dell’Ospedale da campo montato in “quattro e quattr’otto”, è risultata vincitrice nella gara internazionale promossa dalla Nato Support and Procurement Agency (Nspa).

La struttura vera e propria. Sono quattro gli ospedali da campo che saranno “costruiti” secondo la tecnologia di cui si diceva. Saranno realizzati entro quest’anno. Non saranno prefabbricati, anticipiamo qualche interrogativo che qualcuno si starà rivolgendo mentre ci legge. Gli ospedali da campo saranno, infatti, dotati di impianti e sistemi tecnologici all’avanguardia e organizzati in costruzioni modulari con pannelli interconnessi e tende, articolate in triage, pronto soccorso, laboratorio radiografico ed ecografico, sala preparatoria chirurgica, sala operatoria, sala operatoria ausiliaria, degenza, farmacia e area di gestione.

MATERIALI AVANZATI

Il prototipo dell’ospedale ad alta tecnologia è stato realizzato nell’ambito del progetto SOS che ha avuto come oggetto lo studio di materiali avanzati e lo sviluppo di pannellature leggere, multifunzionali, intelligenti, riconfigurabili e sostenibili per applicazioni in Smart operating shelter, cofinanziato dalla Regione Puglia attraverso il Bando Innonetwork.

I pannelli ecosostenibili sono stati realizzati con materiali vegetali locali, come la canapa, o di provenienza animale, come la lana di pecora. In corso d’opera sono stati trattati con sostanze naturali per accrescerne resistenza a muffe e funghi. Effettuati, infine, test per valutare processi di invecchiamento accelerato e validazione termica, oltre che monitoraggio all’interno per verificare le condizioni di salubrità e comfort. Progetto promosso a pieni voti, con bacio accademico internazionale.