«Aiutiamo le fasce deboli»

Fabio Concato, un cantautore fuori dal coro

«Provo a far sorridere, commuovere, pensare. L’uomo deve sempre essere al centro dell’attenzione. Dobbiamo sforzarci nel guardare quanti hanno bisogno di aiuto. Non ci sono più i De Andrè e i Paoli di un tempo, ma ammiro Samuele Bersani e Niccolò Fabi, che come me pubblicano quando ne hanno voglia».

 

«Dobbiamo sforzarci nel guardare gli altri mettendoci nei panni di tutti, soprattutto delle fasce deboli». Fabio Concato, non canta o scrive e basta. E’ uno di quegli artisti che pensano, provano a scoccare scintille, a provocare ragionamenti. Più di trent’anni fa scrisse “051/222525”, in favore del Telefono azzurro. Invitò molti colleghi ad imitarlo e cedere i diritti all’associazione che tutela i minori dagli abusi dei grandi. Non ci fu una grande risposta. Lui è andato avanti per la sua strada. Coerente com’è, l’ha riproposta perfino nel suo album di cover “Non smetto di ascoltarti”. Insomma, per non dimenticare le creature fragili e indifese.

Concato, compare e scompare. Un po’ come il titolo di una sua raccolta, “Scomporre e ricomporre” pubblicata tanti anni fa. Non ha grande feeling con la discografia, lo stesso dicasi con i discografici. «Oggi i discografici, ammesso che ce ne siano ancora in circolazione, non hanno molto tempo da dedicare ai ragazzi, ai giovani che mostrano di avere stoffa: vogliono tutto e, possibilmente, subito: sarà per via dei talent, non so…».

La sua storia è diversa rispetto a quelle attuali. «Ho avuto la fortuna di incontrarne uno serio, mi disse di scrivere e scrivere, cantare e cantare, ma di non pensare che a canzone bella corrispondesse il successo sicuro: mi disse che avrei dovuto fare album per cinque, sei anni e poi qualcosa sarebbe accaduto: arrivò, puntuale, “Domenica bestiale” e, con questa, il successo».

“Domenica bestiale”, “E ti ricordo ancora”, “Speriamo che piova”, “Guido piano”, “Fiore di maggio”, “Sexy tango”, “Tienimi dentro te”, “Rosalina” e tante altre ancora. Tutte perle che permettono al popolare artista milanese, sessantotto anni a fine mese, di vivere di rendita, fra concerti e raccolte.

 

UN SUONO CHE CREA UN’ATMOSFERA

Fabio Concato, un suono che crea atmosfera. C’è tutto il mondo di un artista, amatissimo dal suo pubblico, rispettato da quanti hanno altre preferenze, ma che ugualmente seguono i “corpo a corpo” di un cantautore che, come, pochi ha lasciato segni indelebili nella canzone italiana.

Discreto, schivo, quando parla Concato sembra una della sue canzoni. Pieno di contenuti, essenziale, privo di orpelli. Il confine fra Concato e il suo pubblico sono lo studio di registrazione e i “live”, il resto, dice lo stesso artista, è vita. Non è un obbligo sorridere comunque, dire cose carine per compiacere a tutti i costi. E quando parla volentieri, cosa che non gli capita spesso, e non per una forma di snobismo, dice cose sempre interessanti.

Sui suoi concerti, per esempio. «Non c’è mai un concerto uguale all’altro, le atmosfere musicali sono in continua evoluzione, cambia anche a seconda del pubblico. Con i miei musicisti un momento eseguiamo un brano in chiave rock, poco dopo passiamo ad atmosfere acustiche delicate, sul tipo di “Domenica bestiale”».

Uno dei suoi manifesti, “Domenica bestiale”, che non sempre ha eseguito in pubblico. Un po’ come per Fossati “La mia banda suona il rock”. «Di altri non so, ma a me capita spesso di mettere in piedi un repertorio talmente ampio, che qualche canzone resta inevitabilmente fuori, poi il pubblico insiste, mi chiama per un bis e, allora, la canto: parola grossa, cantarla, in realtà è il pubblico che la esegue…».

 

NIENTE GIRI DI PAROLE…

Fabio Concato, schietto, sincero. Se c’è uno che non perde tempo con giri di parole, questo è proprio lui. Avrebbe potuto fare un album all’anno, cosa gli sarebbe costato? «Molto, intanto perché l’ispirazione non ti viene tanto al chilo: ti metti davanti a un piano, una chitarra e componi le tue otto ore al giorno; non funziona così. Ci sono quelli bravi, che però non conosco, che si mettono lì e prima o poi tirano fuori un’idea. Poi è il pubblico a stabilire se una cosa è bella o se è il caso di soprassedere».

Lei, poi, ama suonare e cantare. «E, allora, se provi a scrivere, non trovi il tempo per fare i concerti, che è una cosa che amo e a cui non rinuncerei tanto facilmente».

Dai suoi concerti si capisce una preparazione colta, scaturita dall’ascolto da tanta musica. «Quella musica che più di ogni altra mi porto dentro l’ho ascoltata quand’ero bambino: a pranzo papà ci faceva ascoltare musica jazz e brasiliana».

Non ci sono più gli artisti di un tempo, né gli spazi. «E’ diventato più difficile lavorare, nel settore della musica in particolare, ma non trovo giusto consigliare a un ragazzo di non provarci: puoi arrivare ai quarant’anni con il rimorso di non aver tentato, provato a fare quello che avevi tanto desiderato. Se c’è crisi nel mondo del lavoro in generale, è anche vero che oggi i ragazzi che vogliono fare musica hanno a disposizione uno strumento importante come il web, che può essere usato per farsi conoscere, apprezzare».

 

CANTAUTORE, DOVE SEI?

Per quanto riguarda i cantautori, non c’è stato ricambio di personaggi straordinari. «Vero, non ci sono i De André e i Paoli di un tempo; ci sono, però, artisti originali e capaci come Bersani, il cantautore naturalmente, Niccolò Fabi e Max Gazzè, mi piacciono perché mi somigliano: pubblicano quando hanno cose interessanti da dire e non perché gliel’ha chiesto un discografico amico».

“Tutto qua” è stato l’ultimo album di canzoni nuove, risale a dieci anni fa. Poi la raccolta “Non smetto di ascoltarti”, canzoni dello stesso cantautore, ma anche di altri. «Quando compongo provo a dare sempre il massimo e l’ultimo album in studio è un Concato al massimo. Canzoni che fanno sorridere, commuovere, pensare, come spero abbia provocato in tutti questi anni la mia produzione. L’uomo al centro dell’attenzione: lo spread, qualcosa di cui si parla molto, ma nessuno sa spiegarlo per bene; sarà anche importante, non dico di no, ma tutti noi non meritiamo forse una vita diversa? Dobbiamo sforzarci nel guardare gli altri mettendoci nei panni di tutti, soprattutto delle fasce deboli». Una definizione, tout-court del suo lavoro. «Ho sempre realizzato dischi d’amore, come i miei concerti, c’è sempre tanto amore in quello che faccio».

Le nostre Maldive

Leucade, Gozo e…

Due isole bellissime, a breve distanza, fra Grecia e Malta. Senza però trascurare la bellezza di soluzioni vicinissime alla nostra Puglia. Paragonabili alle perle che circondano Malé. Con soggiorni a costi contenuti e invitanti, per bellezza e gastronomia “per tutti”.

 

Per chi conosce bene la Puglia, non si stupirà nel sapere che alcune delle più autorevoli riviste, fra queste National Geographic e New York Times – come spesso riportato in questo nostro sito – abbiano indicato la nostra regione come “la più bella del mondo”. Non solo perché emoziona gli occhi e il cuore, ma anche perché stuzzica il palato, con una gastronomia che non conosce eguali, senza che questa provochi emorragia al portafogli. Per farla breve: bella e contenuta nei prezzi. E questo per ciò che riguarda la Puglia, in particolare “le Maldive del Salento”. Ma andiamo per ordine, a proposito di vacanze coniugate al mare e alla bellezza dei luoghi circostanti, diamo ospitalità a due mete non lontane da qui e che hanno quel po’ di straniero. Due isole: Leucade (Grecia) e Gozo (Malta). Poi dedicheremo la nostra attenzione alle nostre bellezze o comunque a un isolato da casa nostra.

Intanto partiamo dai turisti che si dividono in due categorie, come indica uno dei siti più attrezzati come “Proiezioni di Borsa”: i giovanissimi, che cercano i luoghi più frequentati e alla moda, e i meno giovani, con figli e nipoti al seguito, che invece sono alla costante ricerca di relax, comunque di tranquillità e località non proprio frequentate, ma non meno affascinanti di quelle prese d’assalto dai più giovani. Dunque, secondo gli esperti, due sarebbero le principali rotte, dove trovare sole e mare, coniugati a ospitalità e tranquillità. Insomma, come fare tombola.

 

LEUCADE E GOZO…

Dunque, due le isole indicate dal sito. La prima in Grecia, Leucade; la seconda, Gozo, a un “isolato” da Malta. La Grecia è da sempre una delle mete preferite dagli italiani: tanto per la vicinanza, quanto per l’ospitalità. Di recente, a causa della crisi, i prezzi avevano registrato una impennata nelle mete principali. Una delle isole più grandi, ma ancora abbastanza a misura d’uomo è quella di Leucade. Si trova sullo Ionio, ha un fascino talmente importante da essere stata definita una delle più belle del Mediterraneo. E’ la meta perfetta per chi cerca solitudine completa, ma anche per chi ha voglia di ristoranti, locali notturni e movida.

Detto di Leucade in Grecia, ora ci trasferiamo a Malta. O meglio, nell’isola di Gozo. Piccola, ma allo stesso tempo perfetta per chi abbia voglia di escursioni, natura e, perché no, siti archeologici (monumenti inseriti fra i patrimoni dell’Unesco). Quest’isola, poco conosciuta è stata ribattezzata “l’isola della felicità”. Se appassionati di gite in barca, spiagge praticamente deserte e percorsi naturalistici da fare a piedi e in bici, bene, Gozo è l’isola che cercavamo. Non lontana fisicamente, ma sufficientemente distante dalla ressa dei turisti (non ha uno scalo aeroportuale).

E ora, la Puglia, la regione più bella del mondo. E non solo, la più “risparmiosa”, proprio perché è possibile visitarla con pochi soldi in tasca gustando le eccellenze della tradizione culinaria. Una cena a base di antipasti e arrosto misto di carne con vino di produzione della casa non supera i trenta euro. Si spende meno, addirittura, se la nostra scelta si orienta su un primo piatto con frutti di mare oppure orecchiette con cacioricotta. Allo stesso modo il costo di una pizza margherita si aggira intorno ai quattro, cinque euro, fino a sei o sette se ordiniamo quella con impasti speciali.

 

…E PESCOLUSE

Dunque, dove si trovano quelle località che suggerisce “Proiezioni di Borsa”? Detto che le spiagge da visitare nel Salento sono innumerevoli, le più famose restano: la Baia dei Turchi, Punta Prosciutto, Punta Pizzo e Punta della Suina. Ma la vera spiaggia delle “Maldive di Italia” si trova proprio in un piccolo comune di Lecce nella Marina di Pescoluse, tra S. Maria di Leuca e Gallipoli e per esser precisi, sei chilometri di spiaggia tra Torre Pali e Torre Vado. Pescoluse offre prezzi vantaggiosi e ottime soluzioni di alloggio. E con ciò si intende in particolare l’assoluta vicinanza a spiagge libere, paesaggi incontaminati, paesaggi spettacolari e grotte carsiche.

Anche una famiglia di quattro persone può soggiornare in una frazione o paesino vicinissimo al mare senza spendere somme così elevate. Fra monolocali, bilocali e ville o appartamenti più spaziosi, a seconda delle esigenze e i prezzi sono davvero incoraggianti. Specie per quelle famiglie più numerose, che potrebbero approfittare delle offerte “last minute” che partono dai cinquecento euro a settimana, in particolare se si sceglie l’ultima settimana di giugno (a luglio il pernottamento sale a milleduecento euro). Visto come è possibile avere indicazioni utili alle vostre vacanze, facendo un sicuro mix nel rapporto qualità-prezzo? La Puglia è qui, mentre stanno cadendo le ultime restrizioni, noi un pensierino ad un’estate fra sole e mare, senza trascurare le masserie, lo faremmo volentieri.

Battiato, un essere speciale…

I concerti “tarantini” di un grande della musica

Ci fece spellare le mani allo Iacovone con “Cuccurucucù” e sognare all’Orfeo con “Era de maggio” di Mario Costa, nostro grande concittadino. Acuto e ironico anche nel privato, il popolare cantautore siciliano aveva impresso un’altra marcia alla canzone italiana. Un pomeriggio insieme, a bordo di una modesta utilitaria. Lui accanto al posto di guida, sul sedile posteriore Giusto Pio, Alberto Radius e Mino Di Martino. «Ho ribaltato il pop come fosse un guanto, la gente se n’è accorta e questo mi riempie di orgoglio…».

 

Franco Battiato, uno degli immensi autori ed interpreti della musica italiana, e la città di Taranto. Un legame di grande affetto. Il primo concerto in città nel lontano 1973, l’ultimo nel 2008. Piuttosto che tessere lodi di un grande artista, con una lunga sequela di titoli di canzoni, cosa che hanno fatto in questi giorni radio, tv, stampa e siti, preferiamo ricordare il maestro nel suo tratto più semplice, alla mano. Un episodio di qualche anno fa. Ma andiamo per ordine, partiamo dai concerti.

Teatro Alfieri, Cinema Fiamma, stadio Iacovone, teatro Orfeo, Rotonda del Lungomare. Battiato a Taranto, dal ’73 allo ’08, da “Pollution” e “Fetus” a “Fleurs”, passando per La voce del padrone, fino ai Dieci stratagemmi. Ci sarebbe stato anche uno stadio Salinella (era il ’74), se fosse arrivato per tempo, invitato dagli organizzatori, per cantare sullo stesso palco degli Henry Cow.

«Stiamo rovesciando il pop italiano come un guanto, la gente se ne sta accorgendo e questo mi riempie di orgoglio, ripagandomi di tanti anni di lavoro e qualche incazzatura…». Location stretta, per cinque, quattro ospiti e un conducente. Una Fiat 127 bianca, la mia, con la quale mi spostavo da Taranto a Bari, in occasione di “Azzurro”, manifestazione canora che Vittorio Salvetti, patron del Festivalbar, aveva voluto realizzare al Petruzzelli con tanto di riprese televisive, una volta per la Rai e una per Mediaset.

 

UN’AUTO, UN FESTIVAL…

Dunque, in quell’auto, modesta, «ma accogliente», secondo il maestro – seduto accanto al posto di guida, dunque meno sacrificato rispetto al resto del gruppo posizionato nelle retrovie – che aveva una buona parola per tutto. Quel pomeriggio, in quell’abitacolo c’erano Franco Battiato, Giusto Pio, Alberto Radius e Mino Di Martino. Praticamente un festival in un abitacolo. Cosa ci facevano tutti insieme e per giunta nella mia auto? Me lo chiedevo anch’io, la risposta, implicita, arrivò qualche istante dopo. Ci stavamo spostando da un albergo al teatro, dove si tenevano le prove in vista della diretta del programma. Il taxi tardava, Angelo Busà, grande amico e promoter della EMI italiana, mi chiese la cortesia di accompagnare il “gruppo musicale” al Petruzzelli. Detto, fatto. «Va benissimo, non ci formalizziamo, non dobbiamo partire mica per Milano», fece Battiato, «anche una Cinquecento è ok, purché si arrivi in orario: ci aspettano, odio ritardare e, quel che è peggio, sentire rimbrotti e smadonnamenti». Che ci fosse Giusto Pio, da non crederci, gambe accavallate – postura storica, la sua – anche in auto e un ginocchio schiacciato su una mia costola, tutto sommato ci stava. Ma Radius della Formula 3 e Di Martino dei Giganti, francamente mi sfuggiva. Non erano fra gli ospiti di quella rassegna. «Grandi musicisti, ma soprattutto grandi amici: sono la citazione di un pop che ha detto la sua e che può tornare a fare la voce grossa, ecco perché “Cuccurucucù paloma”…». «E “Il mondo è grigio il mondo è blu” di Di Bari? Non solo, “Le mille bolle blu” di Mina…», provai a fargli eco, «dove le mettiamo?». «Se è per questo “Lady Madonna”, “With a little help from my friends” dei Beatles, “Ruby Tuesday” dei Rolling Stones, “Let’s twist again” di Chubby Checker, oppure “Just like a woman” e “Like a Rolling Stones” di Bob Dylan…».

«Va bene, va bene, mi arrendo, maestro…», mentre svolto per corso Cavour e guardiamo con sollievo il Teatro Petruzzelli in tutta la sua bellezza. Siamo in orario, viva i taxi che viaggiano in ritardo. «I pass ce li abbiamo, possiamo scendere, il nostro amico parcheggia e ci raggiunge…», Pio. «Accidenti, dimenticato in albergo, Busà si era tanto raccomandato…», Battiato. «Vuoi che non ti facciano entrare?», mi anticipa Radius. «Come vuoi che comincino senza di te?», rincara il chitarrista, nonostante Battiato lo canzoni con «Oh, babe», alludendo al brano “Lombardia” (Gente di Dublino). L’impressione era che fosse un po’ compiaciuto del suggerimento. Bello poter dire all’ingresso posteriore del teatro «Sono Battiato, non ho il pass: che faccio, vado a casa o mi fa cortesemente entrare sulla fiducia?». Scherzò, acuto com’era, dando sfumature anche una semplice battuta. Andò bene, si fidarono di “quel signore”, due gocce d’acqua con l’artista visto una domenica a “Discoring”, primo in classifica con “La voce del padrone”.

Quella dell’album con “Bandiera bianca”, altra storia. Il primo 45 giri non aveva avuto l’effetto voluto da discografici e management. In inverno, il suo impresario Angelo Carrara, aveva venduto le date della successiva estate a prezzo di puro realizzo, quando in primavera, inattesa, sbocciò “Cuccurucucù” e un successo che, per primo, trascinò quell’album oltre il milione di copie vendute. Come all’epoca era accaduto a “Lucio Dalla” e “Burattino senza fili” di Bennato.

 

PAZZESCO CUCCURUCUCU’

Fuori programma allo Iacovone, prima dell’inizio del concerto, estate ‘82. Carrara, l’impresario, chiese «un po’ di umana comprensione» agli organizzatori, Tommaso Ventrelli, Emilia ed Antonio Venezia. Non si “compresero”, ci fu tensione, minaccia di annullamento della serata compresa, ma il concerto fu un successo. In gradinata in diecimila si spellarono le mani per applaudire “Bandiera bianca”, “Centro di gravità permanente”, “Cuccurucucù” e “Sentimento nuevo”.

Battiato era stato al Teatro Alfieri, poi al Cinema Fiamma, in quell’occasione insieme con il Telaio Magnetico e l’Iskra Jazz Trio, due spettacoli, pomeriggio e sera. Quattro gatti, due per spettacolo, e una contestazione, contenuta fortunatamente.

Detto dello stadio Iacovone nel 1982, Battiato nel 2004 fu ospite anche a Grottaglie, Cave di Fantiano. A seguire, al teatro Orfeo nel 2007 (Amici della musica) e sulla Rotonda del Lungomare nel 2008 (Notte bianca). In mezzo, canzoni di rara bellezza, fra tutte “La cura” e “Povera patria”, con “L’era del cinghiale bianco”, “Voglio vederti danzare”, “La stagione dell’amore”. Senza contare la ripresa di pietre preziose – “Fleurs”, le ribattezzò il maestro – della canzone d’autore come “Insieme a te non ci sto più” (Paolo Conte per la Caselli) e “Te lo leggo negli occhi” (Endrigo). E, ancora, “Ritornerai” (Lauzi), “Il cielo in una stanza” (Paoli) e “Era de maggio”. Quest’ultima, testo di Salvatore Di Giacomo, musica del tarantino Mario Costa, eseguita da Battiato all’Orfeo per la rassegna “Amici della Musica”. Un omaggio alla città che quella sera l’aveva ospitato e mai lo dimenticherà. Taranto, con affetto.

«Taranto, tesoro a cielo aperto»

Carlo Sangalli, presidente nazionale di Confcommercio

«Centro storico bellissimo: colonne doriche, palazzi di pregio, la cattedrale, l’università», dice il numero uno dei rappresentanti del commercio italiano. «Rigenerare un territorio partendo dalla Città vecchia, significa portare avanti valori fondamentali e lavorare su identità, dignità e operare su una prospettiva di futuro per i giovani». L’amicizia con l’arcivescovo Filippo Santoro, la stima per Leonardo Giangrande, il calcio e le partite che gioca e vince. «Non mi è mai piaciuto perdere…»

 

Il primo incontro, quello, si dice, che non si scorda mai, è avvenuto nella bella e accogliente sede universitaria “Aldo Moro” di Taranto, nel cuore della Città vecchia. Quell’incontro, fatalità, finisce ad ora di pranzo inoltrata, tanto che perde il primo aereo, quello delle 15. L’angolo più prezioso e amato della città che in questi giorni sta cominciando a rifiorire.

Carlo Sangalli, presidente nazionale di Confcommercio, prenderà il volo successivo. «Sono quasi contento di averlo perso – sorride – mi attendono a Milano in serata, arriverò comunque per tempo, mi auguro; mi tratterrò qualche minuto in più a Taranto per dare un’occhiata a un tesoro già visto di sfuggita, al mio arrivo, ma che mi ha fatto grande impressione: il Centro storico della città; ne avevo appena visto un pezzettino: Colonne doriche, palazzi di pregio, la cattedrale…».

Dopo le 14, Sangalli approfitta di quella manciata di minuti in più che è riuscito a rastrellare un po’ qua e un po’ là. Passeggia per via Duomo, maniche di camicia. Si ferma con i dirigenti Confcommercio di Taranto, con il presidente Leonardo Giangrande. Non dà l’impressione del mordi e fuggi. Non ha molto tempo a disposizione, ma non parla di corsa, non mette ansia. Per dirla tutta, se la gode. Siede ad uno dei tavolini, disposti su una suggestiva scalinata “interna” al Caffè letterario, un’idea di partenza sostenuta con forza da Barbara e Claudia Lacitignola, fra le prime a scommettere su un’attività nel cuore della Città vecchia.

 

RIPARTIRE DALL’IDENTITA’

Un pensiero alla riqualificazione. «Rigenerare un territorio partendo dalla Città vecchia – attacca Sangalli – un tesoro a cielo aperto, significa portare avanti valori fondamentali che non devono scomparire per nessun motivo al mondo; abbiamo l’obbligo di fare tutto il possibile perché questo non accada, impegnandoci più del dovuto: la riqualificazione di un borgo antico significa lavorare sull’identità, sulla dignità, operare su una prospettiva di futuro per i giovani».

«La sede universitaria di Taranto – prosegue Sangalli – è di una bellezza straordinaria, suggestiva: devo fare i miei complimenti agli amministratori locali per avere assegnato ai giovani, dunque, al futuro di questa città, una sede così importante e impegnativa».

L’abbraccio con l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro. Si conoscono dai tempi di Comunione e liberazione, ambiente cui Sangalli è sempre stato vicino. Ma anche per via della sua passione calcistica. Non solo in qualità di accanito sostenitore del Milan, ma anche come calciatore.

Nonostante i suoi ottantaré anni, quando può indossa ancora gli scarpini da calciatore. E non esistono amichevoli. «Adesso accade un po’ meno, ma non nascondo che la tentazione è sempre grande». E’ un grande sportivo, ma non nasconde la sua determinazione. «Le partite voglio sempre vincerle – ricorre a una metafora, sorride il presidente nazionale di Confcommercio – non mi piace perder tempo, entrare in campo, qualsiasi sia il terreno di gioco, e prenderle: diciamo che in tutti questi anni, spesso e volentieri, le ho date…».

 

DA QUI, IL FUTURO DEI GIOVANI

Taranto e la Città vecchia. «Bisogna fare in modo che questa realtà – riprende Sangalli – che nel passato ha significato tanto per lo sviluppo di tutta la città, continui a rappresentare tanto anche per il futuro, soprattutto per i nostri giovani; per chi qui ci studia e per chi, qui, vuole continuare a viverci: un messaggio più volte lanciato dal presidente Giangrande, un impegno serio e responsabile il suo».

Giro fra i vicoli, primo giudizio. «Questo centro storico è meraviglioso – si passa quasi una mano sul cuore il presidente Confcommercio – dovete credermi: io stesso sono nato in un piccolo paese della Comasca, Porlezza, cittadina con lo sguardo sul lago Ceresio, con spiccata vocazione turistica, come la vostra Taranto. Bene, quando vedo cose simili a vicoli, chiese e campanili, mi tuffo nel mio passato e vedo la mia stessa gente: piena di entusiasmo e voglia di fare. E’ questo il sentimento che ho colto qui: solidarietà, passione, partecipazione della gente».

Guardandosi intorno, primo pomeriggio di sole, fra vicoli, palazzi storici e basilica, un’idea di futuro. «Idea di futuro per questa terra – conclude Sangalli – la dico così: viste passione e determinazione, sono ottimista; ma, attenzione, il mio non è un atteggiamento di maniera: sono ottimista convinto».

«Spegniamo le cellule tumorali»

Un team italiano avrebbe scoperto un “interruttore”

Uno studio starebbe per “pensionarle” con largo anticipo. Fondamentale sviluppare approcci terapeutici destinati a colpire malattie dal cancro alle patologie legate all’età. Protagonista il gruppo dell’Area Medica dell’Università di Udine. Le opinioni di addetti ai lavori e la pubblicazione della scoperta su riviste internazionali specializzate.

 

Non ci fosse di mezzo ancora la pandemia, la notizia riportata dalle agenzie di tutto il mondo, avrebbe del sensazionale. Ci inorgoglirebbe come nessun’altra cosa, specie in un momento così critico e all’interno del quale non c’è pietà per gli italiani. Ma andiamo per ordine: un nuovo “interruttore”, per farla breve e per non usare un linguaggio troppo scientifico, c’è tempo e spazio per fare ricorso a un dizionario tecnico, starebbe per “pensionare” le cellule con largo anticipo.

Questo sistema, un “interruttore” si diceva, eviterebbe la replica incontrollata – così come accade nel cancro – è stato scoperto dal Gruppo di Biologia cellulare del Dipartimento di Area Medica dell’Università di Udine. Un successo tutto italiano ripreso, come accade in casi come questi, da una rivista scientifica: “Genome Biology”, pubblicazione che fa parte del gruppo editoriale Springer-Nature.

Nel dettaglio, entra Claudio Brancolini, coordinatore del Gruppo di ricerca. Intanto ricordando il contributo dato allo studio dagli scienziati dell’Università La Sapienza di Roma e il sostegno di “Sarcoma Foundation of America” e del progetto “Epic Interreg Italia-Austria”. «Acquisire conoscenze sulla regolazione epigenetica della senescenza – dice Brancolini – è fondamentale per poter sviluppare promettenti approcci terapeutici destinati a colpire malattie come il cancro o patologie legate all’età». Attraverso questo lavoro svolto in equipe, è stato individuato, si diceva, un “interruttore”, insomma un nuovo regolatore epigenetico, oltre a quelli che già erano noti da tempo: l’HDAC4, responsabile per la ri-organizzazione del genoma nella cellula senescente. E’ quanto spiega il coordinatore del Gruppo di ricerca che fa cappo agli studiosi del Dipartimento di Area Medica dell’Università di Udine.

 

MAPPATURE EPIGEMOMICHE

Utilizzando tecniche di modificazione del genoma, conosciute come CRISPR-Cas9 (Premio Nobel 2020) ed eseguendo mappature epigenomiche, il team friulano ha dimostrato che proprio la proteina HDAC4 viene degradata durante la senescenza e questo permette l’attivazione di particolari regioni del genoma, definite enhancer e super-enhancer, che funzionano proprio come fossero direttori d’orchestra per attivare il programma di senescenza.

«E se è vero che si tratta di una condizione fisiologica legata in parte all’avanzare dell’età – ha spiegato Brancolini – la “senescenza cellulare” è anche un vero e proprio salvavita; di fronte a mutazioni del DNA, capaci cioé di provocare malattie come il cancro, il fatto di mandare una cellula in arresto proliferativo anzi tempo, interrompendone il ciclo vitale, consente di scongiurarne la proliferazione incontrollata permettendo così all’organismo di difendersi con efficacia da attacchi potenzialmente mortali». In estrema sintesi, “spegnere” questo regolatore epigenetico – permetterebbe alla cellula di invecchiare mettendo fine al ciclo vitale e alla sua capacità di replicarsi.

 

SCOPERTA SENSAZIONALE

Scoperta sensazionale che ha avuto numerosi apprezzamenti a qualsiasi livello e che è stata commentata anche da numerosi ricercatori. «Fino a questo momento – ha dichiarato Eros Di Giorgio, ricercatore Airc –  si pensava che questo processo fosse soltanto un meccanismo di allarme, per spronare il sistema immunitario a riconoscere le cellule invecchiate e ad eliminarle così da promuoverne il ricambio: oggi sappiamo che, oltre a questo, c’è soprattutto la necessità di mantenere la cellula il più possibile integra ed in buona salute bloccando così l’accumularsi di alterazioni che alla lunga sono responsabili del cancro».

Il team di ricerca, intanto, prosegue nello studio per trovare il sistema e bloccare definitivamente – con l’ausilio di questo “interruttore” – l’alimentazione delle cellule tumorali e spegnendone la proliferazione. Una scoperta che avrebbe avuto un che di clamoroso, se non ci fosse stata di mezzo una sciaguratissima pandemia, ma che apre la strada a terapie totalmente innovative nel campo dei chemioterapici in grado di modulare il metabolismo cellulare, fattore critico nell’aggressività del tumore. E questa sì che sarebbe la scoperta del secolo.

Ore 9, fine del Ramadan

Giovedì mattina, Rotonda del Lungomare a Taranto

Centinaia di musulmani uniti in preghiera. Fra questi, operatori e ospiti di “Costruiamo Insieme”. Ringraziamenti a Prefettura e Comune di Taranto. Nel rispetto delle norme sul distanziamento. Tappetini e fedeli a un metro e mascherine indossate. Festeggiamenti della comunità islamica del territorio.«Ci siamo rivolti al Cielo per la pace e la salute, contro il covid e qualsiasi conflitto che porta morte e dolore», dicono i nostri ragazzi.

 

Giovedì 13 maggio, ore nove del mattino, Rotonda del Lungomare di Taranto, fine del Ramadan. I ragazzi della cooperativa “Costruiamo Insieme” festeggiano insieme con i fratelli di fede musulmana. Pregano insieme per la pace in ogni angolo del mondo, salute, contro la sciagura covid, perché finisca il nuovo conflitto riesploso in Palestina. Per questo e non solo hanno pregato le centinaia di musulmani che si sono dati appuntamento sulla Rotonda del Lungomare. «Abbiamo pregato due volte: non solo per festeggiare la fine del Ramadan, ma anche perché il tempo restasse bello, soleggiato, come in effetti è stato, così che in quelle due ore per le quali ci è stata gentilmente concessa l’autorizzazione della Prefettura, dalle sette alle nove del mattino, potessimo pregare sulla Rotonda del Lungomare». In mattinata, dalle sette alle nove, i ragazzi di fede musulmana, dunque, hanno festeggiato la fine del Ramadan, durato trenta giorni, iniziato martedì 13 aprile e conclusosi giovedì 13 maggio.

Idrees, carattere mite, ora appare rilassato. Ha un’spressione serena, sorride, festeggia la fine del Ramadan insieme con i suoi amici, Alì, Abdu, Himu e Ansoumane. Operatori e ospiti della cooperativa “Costruiamo Insieme”, si sono ritrovati sulla Rotonda insieme ad altri fratelli di fede musulmana, per pregare ancora insieme come accade da qualche anno, anche grazie alla grande sensibilità delle istituzioni cittadine, Prefettura e Comune di Taranto in primis. «Taranto, città ospitale e rispettosa – dice Idrees – non solo per l’accoglienza riservata agli stranieri, in particolare gli extracomunitari che chiedono asilo, ma anche nei confronti della nostra fede: molti in mattinata hanno seguito nel massimo silenzio e nel massimo rispetto la nostra preghiera; nonostante fosse un orario trafficato, non abbiamo avvertito rombo dei motori, né colpi di clacson: sono momenti come questi che ci emozionano, le nostre preghiere hanno raggiunto il Cielo e il cuore dei tarantini che ci hanno manifestato rispetto, che è anche una forma di affetto».Ramadan 2 - 1

foto di repertorio

 

TARANTO, IL BORGO, I FEDELI

Nella mattinata di giovedì, il Borgo si è riempito di numerosi fedeli musulmani, con addosso il vestito della festa e il proprio tappetino arrotolato e custodito con cura. Era appena finita l’ultima preghiera del Ramadan. Molti ragazzi hanno il volto disteso, sorridono, dentro avvertono forte quasi un’esplosione di gioia, tanto sono felici. «Decine di fratelli – dice Abdu – sono arrivati dalla provincia, adesso stanno facendo il biglietto, chi alla stazione, chi in un esercizio, per tornare a casa o sul posto di lavoro con il treno o con l’autobus».

«Abbiamo anche apprezzato la presenza, discreta, di agenti delle forze dell’ordine – dice Ansoumane – che hanno osservato a distanza che tutto avvenisse secondo quanto stabilito, ma anche per prevenire eventuali contrattempi: non è successo nulla in questi anni, da quando cioè chiediamo l’utilizzo della Rotonda: a fine preghiera, i tarantini più curiosi, ma con educazione e tatto, ci chiedono informazioni, sul rituale e sulla nostra fede; anche questo è un modo di rispettarsi, avere rispetto per la fede altrui».

«Spieghiamo che noi amiamo il nostro dio, Allah – ha detto Alì – come loro amano il loro Dio, e che ognuno si unisce in preghiera con i propri fratelli: anche noi, come loro, abbiamo invocato il nostro dio per la pace e la salute, per la fine della pandemia che si è abbattuta come una sciagura su tutto il  mondo privandoci della salute e dell’affetto dei nostri cari; speriamo che quest’apertura sia di buon auspicio per l’immediato futuro, perché tutti possano riprendere nella massima serenità le attività sociali e tornare a lavorare prima che il covid ci privasse di spazi e libertà».Ramadan 1 - 1

 foto di repertorio

 

«RISPETTIAMO LE NORME»

Anche a Taranto sono state rispettate tutte le indicazioni anti contagio. Ci ha pensato l’imam, lo stesso quanti hanno celebrato e letto la preghiera. Operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme” hanno sensibilizzato tutti i loro ospiti a rispettare le norme indicate dal decreto. Ogni fedele ha preso parte alla preghiera con il suo tappeto. Prima di stendere il tappetino e pregare i fedeli hanno provveduto ad igienizzarsi le mani, mantenendo almeno un metro di distanza. Naturalmente tutti hanno indossato la mascherina. In questo modo la comunità islamica della nostra provincia ha celebrato la preghiera dell’“Eid-al-Fitr”, una volta concluso il Ramadan, guardando al cielo e sperando, come accaduto, che il tempo reggesse almeno durante la celebrazione della preghiera.

Quella tarantina è una comunità perfettamente integrata nel tessuto sociale. In questi mesi di emergenza sanitaria ha prestato aiuto a famiglie in difficoltà.

Per il secondo anno consecutivo la festa per la fine del Ramadan si è svolta nel perimetro delle regole indicate dalle norme anticovid, regole cioè che garantiscano il distanziamento e che invitano anche quest’anno a frammentare i raduni.

«Taranto nel cuore»

Piero Pepe, attore tarantino, scomparso a settantacinque anni

«Infanzia, adolescenza, gli angoli della “mia” città», ricordava ogni volta che veniva al teatro Orfeo con Aldo e Carlo Giuffré, con cui ha recitato per quarant’anni. Un pranzo, con lui e un ospite, inatteso e graditissimo. Da “Napoli milionaria” a “La fortuna con l’effe maiuscola” in teatro, in tv e al cinema, con Massimo Ranieri e Nanni Loy. «Un giorno mi piacerebbe portare una mia produzione nella città in cui sono nato e che sento ancora mia…», aveva confessato.

 

«Mi so’ fatto chiattulille, dimmi la verità?». «Ma quando mai, Piero, sei in forma, si’ ‘na bellezza, anzi…Settebellezze», la mia risposta. In “Napoli milionaria” di Eduardo, diretto da Giuseppe Patroni Griffi, era stato “Settebellezze”, l’affascinante seduttore di donna Amalia, moglie di Gennaro, il protagonista della commedia che al suo ritorno troverà una famiglia completamente cambiata. Piero, altri non era, che Piero Pepe, tarantino di origini, napoletano di adozione. Era, perché il suo cuore generoso ha smesso di palpitare. E quella intervista più volte rimandata, oggi diventa un album di ricordi.

Ricorsi storici, Massimo Ranieri, nei panni che erano stati di Eduardo, aveva voluto Piero Pepe accanto a sé, proprio in quella stessa commedia, stavolta nel ruolo del brigadiere. Napoli Anni Quaranta, il sottufficiale dei carabinieri veglia sotto i bombardamenti il povero Gennaro che si finge morto, disteso sul letto e circondato da candele e fiori. «Com’è Massimo?», gli avevo chiesto. «Massimo? Eeeeh, com’è…Tuosto!». Sarebbe a dire che «Fino a quando una cosa non viene come dice isso, ti fa stare là fino a notte…». “Napoli milionaria” fu un grande successo televisivo, lo stesso Ranieri (http://www.costruiamoinsieme.eu/taranto-quante-emozioni/) aveva speso un giudizio che poi giudizio non era, sullo stesso Piero. Breve, ma inequivocabile. «Pepe? Se è bravo? E che te lo dico a fare…», aveva detto di lui il cantante, regista e attore napoletano. Circolava uno scatto della scena più famosa della commedia programmata in Rai. Quei pochi minuti erano un monologo dell’attore di origine tarantina. «Un’altra cosa che avrei voluto portare a Taranto? Le macchiette: ho uno spettacolo in cui recito, canto, indosso la paglietta, coi pizzi, alla maniera del grande Nino Taranto…». Ci teneva, era più forte di lui. Poi quando ci fu l’occasione, ecco che si smarcò, a malincuore. «Mi dispiace, stavolta proprio non posso, ho preso un impegno con la Scuola di recitazione nel teatro dei Padri Dehoniani a Sant’Antonio Abate. Vediamo più avanti, se il Cielo vorrà…».

 

 IL CIELO CAPOVOLTO

Ma il Cielo si è messo di traverso. Pepe,  grande attore della tradizione napoletana, si è spento il giorno del suo compleanno, a settantacinque anni. Non molti sapevano che Piero in realtà era nato a Taranto. E solo alla maggiore età, motivi di studio, si era trasferito a Napoli, per poi eleggere a quartier generale quella che, a ragione, aveva successivamente considerato casa sua: Castellammare di Stabia. «Tornare a Taranto  – confessava, anche con un po’ di rammarico – è come farsi un giro sulla giostra dei ricordi: le strade, gli angoli, le vie, la scuola…». “Scuola”, con quello schiocco che solo i napoletani sanno dare a una “esse” impura. «Qui avrei voluto fare uno stage, insegnare ai giovani attori, perché da queste parti di bravi ce ne sono; avrei anche voluto portare spettacoli che in questi anni ho prodotto personalmente…».

“Natale in casa Cupiello”, altra commedia di Eduardo. Portata in scena al teatro Orfeo di Taranto. Protagonista Carlo Giuffré con cui aveva lavorato quarant’anni. Lo invitai a pranzo, a casa mia. Voleva cortesemente rinunciare. «Carlo vuole partire subito, in albergo hanno cominciato le pulizie alle sette del mattino e il rumore dell’aspirapolvere nel corridoio lo ha messo di cattivo umore: non voglio farlo partire da solo…». «Porta anche il maestro, dopo pranzo ripartite…». A tavola, padrona di casa inappuntabile, un trionfo di frutti di mare e pesce. «A Sud l’ospitalità è proverbiale», spiegò Piero a Carlo. «Vedo, accidenti, nemmeno nel miglior ristorante napoletano…», il commento dell’ospite inatteso. Fra una forchettata e l’altra, piccola confessione tecnica. «Carlo, siamo partiti con “Natale” che durava un’ora e tre quarti, ieri sera all’Orfeo abbiamo fatto notte, due ore e mezza…». «Ci siamo spinti troppo oltre, vero? Ma alla gente piacciono certe battute, o no?», la considerazione del capocomico. Fra una forchettata e l’altra. «Un lunedì, a Milano, non lavoravamo», raccontarono, «siamo andati a trovare Christian De Sica, in scena con “Un americano a Parigi”: eravamo andati a trovarlo per complimentarci, ci fece restare in piedi e passò tutto il tempo a parlare con, come si chiama, Conticini…». «Diamine, dico io – Giuffré – perfino Gianrico Tedeschi aveva un camerino per conto suo, lo stesso la moglie: ognuno ospitava gli amici suoi, ecchecca’…». Non l’avevano presa bene, ma De Sica poteva essere stanco, distratto, qualsiasi cosa. «Io non me lo sono fatto passare nemmeno per la testa, chi se ne importa, è Carlo che ci resta male, non sembra, ma ci tiene all’etichetta…», aveva minimizzato Piero.

 

 “CANDID”, VIVO PER MIRACOLO

Fra un brindisi, con un bel Primitivo e un caffè, Giuffré fece una confidenza. «Monicelli mi voleva per “Amici miei”: volevo il nome in locandina grande quanto quello di Tognazzi, Noiret e Moschin…». Non se ne fece niente, accettò invece Duilio Del Prete. «Bravissimo, grande attore!», concordi Pepe e Giuffré. “La fortuna con l’effe maiuscola” di Curcio ed Eduardo, insieme con Aldo, anche questa all’Orfeo. Ancora un lavoro insieme, Piero era ‘o barone. Alto, bello, elegante, fiore all’occhiello. «Qualche volta abbiamo recitato in provincia…», confessava Piero. «E digli quante volte ti volevano “vàttere”, darti mazzate!», interveniva l’attore-regista. «Evidentemente a Carlo ‘sta cosa non piace, se il pubblico reagisce – diceva Eduardo – è buon segno, significa che sei entrato bene nella parte, forse troppo: non gli ho mai chiesto un aumento, ma la soddisfazione che per qualche minuto gli ho rubato la scena, dico io, me la vuoi dare?».

Un inatteso momento di popolarità Piero, senza saperlo, lo aveva avuto in tv. Candid camera, Italia 1. «Mi finsi l’innamorato di una bella donna che andava a chiedere la sua mano direttamente al marito, confessandogli che volevo formalizzare il rapporto con la sua benedizione: l’uomo sparì per qualche istante, per tornare con un fucile: mi rifugiai sotto un tavolo e urlai “Non spari, non spari: è su candid camera!”, ‘i muort… Uscirono regista e produttori, salvo per miracolo». Colpa del bell’aspetto, del fascino un po’ farabutto, così da riservargli ruoli di “malamente”.

Laurea in Giurisprudenza, Piero era stato subito travolto dalla passione per il teatro. “L’opera buffa del giovedì santo” con Roberto De Simone e poi, per ben settecento repliche, la citata “Fortuna con la effe maiuscola” con Carlo e Aldo. E “Napoli milionaria”, quattrocento repliche. Al cinema Pepe aveva lavorato in “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” e “Scugnizzi”, in tv con “I Cesaroni”, “La Squadra”, “Un posto al sole” e “Capri”. Aveva lavorato anche con Eduardo, l’ultima regia del grande attore e regista napoletano. «Non c’è che dire – ripeteva spesso, Piero – Eduardo, i Giuffré, Ranieri, mi sono trattato veramente bene».

Taranto, città dei festival

L’Amministrazione comunale riparte con una serie di eventi

L’impegno del sindaco Rinaldo Melucci riporta cultura e spettacolo a grandi livelli. Dal “Jazz Festival” al “Swing Festival”, dal “Medita” al “Magna Grecia Festival”, proseguendo con “Taranto Opera Festival” e altre grandi sorprese. «C’è grande fermento culturale, abbiamo dato agli operatori culturali della nostra città le chiavi per aprire il cassetto dei sogni», dice il vicesindaco e assessore alla Cultura, Fabiano Marti.

 

Era stato annunciato in un periodo in cui la pandemia aveva preso il sopravvento sull’attività sociale dei taranti. Oggi l’argomento, “Taranto città dei festival”, torna prepotentemente alla ribalta. Non lo ha dimenticato il sindaco, Rinaldo Melucci, che già in questi giorni guarda oltre l’emergenza sanitaria. Tanto che in queste ore sta perfezionando una importante programmazione di eventi estivi con grandi nomi della musica e del teatro.

Mentre in queste ore Taranto diventa zona gialla e, di fatto, scongiura l’aumento dei contagi dovuti al covid, il primo cittadino tiene costantemente sotto controllo i dati epidemiologici con l’evolversi della campagna vaccinale. L’esecutivo guidato da Melucci ha, di fatto, avviato l’interlocuzione con gli operatori culturali della città per esser pronto alla ripartenza dei prossimi mesi, prospettiva particolarmente attesa da un settore che ha sicuramente sofferto quanto e, in alcuni casi, anche molto più di altre attività.

Sulla posizione dell’Amministrazione comunale, il vicesindaco e assessore alla Cultura, Fabiano Marti, ha le idee chiare. «Stiamo organizzando festival ed eventi – dice – con un quadro pandemico al ribasso, finalmente potremo programmare un’estate densa di appuntamenti, soprattutto in totale sicurezza. Stiamo già abbozzando il calendario e non appena avremo certezza rispetto alle misure covid previste, renderemo pubblici anche i nomi di musicisti e artisti coinvolti in una serie di rassegne importanti».

 

C’E’ GIA’ UN PROGRAMMA

Per ciò che attiene molti degli eventi in programma, c’è già uno schema organizzativo avanzato. Dal 19 al 23 luglio tornerà il “Taranto Jazz Festival”. Spetterà alla stessa organizzazione allestire anche il concerto all’alba previsto per l’8 agosto. Dal 20 al 22 agosto toccherà al “Taranto Swing Festival”, mentre il “Medita Festival”, organizzato in collaborazione con l’Orchestra della Magna Grecia, tornerà sulla suggestiva cornice della Rotonda del Lungomare dal 2 al 5 settembre.

“Taranto Opera Festival” e “Magna Grecia Festival” si articoleranno in una serie di eventi tra luglio e agosto, mentre sono in arrivo almeno altri tre nuovi festival che porteranno a Taranto nomi di statura internazionale. E, tutto questo, in attesa della definizione di “Medimex”, “Paisiello Festival” e altri nuovi progetti che interesseranno le periferie cittadine.

La stagione dei festival partirà il 18 giugno (fino al 29) con un progetto dedicato al grande architetto Gio Ponti per concludersi, presumibilmente, il 14 settembre con un grande evento in occasione del “Dantedì” nella Concattedrale Gran Madre di Dio. Anche il teatro avrà il suo spazio. Previste diverse novità che arriveranno nei prossimi giorni, ancora una volta dalla preziosa collaborazione tra il Comune di Taranto e il Teatro Pubblico Pugliese.

 

«TORNIAMO A SOGNARE»

Tutti gli eventi saranno organizzati nel massimo rispetto dei protocolli di sicurezza previsti dalle autorità governative e regionali. «C’è grande fermento culturale – osserva il vicesindaco e assessore alla Cultura, Fabiano Marti – che nasce dalla volontà di ripartire dopo un lunghissimo periodo di stop; ci sono, inoltre, nuovi stimoli che arrivano dal lavoro di ristrutturazione culturale ed economica alla quale la nostra Amministrazione, con il sindaco Melucci in prima persona, sta lavorando ogni giorno. Come riportai in occasione della presentazione della candidatura di Taranto a “Capitale della Cultura 2022”, in qualità di amministratori abbiamo dato agli operatori culturali della nostra città le chiavi per aprire il cassetto dei sogni: loro lo hanno fatto e sono venuti fuori sogni bellissimi, condivisi con tutti i tarantini. La scorsa estate siamo stati i primi a ripartire e abbiamo portato a Taranto tanti eventi, quest’estate contiamo di far meglio, sperando che la pandemia allenti definitivamente la sua morsa per consentire ai tarantini un sospiro di sollievo e un meritato divertimento».

«Filippini, che fatica…»

Corina, cinquant’anni, da trenta in Italia

«Felice di vivere nel vostro Paese. Quando sono arrivata qui, con mio marito, ho scoperto l’idea che gli italiani si erano fatti dei miei connazionali. Turni di lavoro faticosi, guadagni pochi, contributi nemmeno a parlarne. Ora la situazione sta cambiando, sensibilmente…». «Mi sono spezzata la schiena, ma mi sono arricchita dal punto di vista professionale e umano»

 

«Orgogliosa di essere filippina, in tutti questi anni in cui sono stata in Italia, ho potuto toccare spesso con mano l’atteggiamento che hanno gli stessi italiani hanno nei confronti miei e di quanti sono venuti qui dalle Filippine per trovare lavoro». Corina, filippina, cinquant’anni, sposata con un connazionale, due figli, un ragazzo di trentadue anni, una figlia di ventotto; il primo avuto nel proprio Paese, la seconda nata in Italia.

Molto impegnata nelle sue attività lavorative, Corina ha una vita sociale. «Sono cattolica, mi unisco in preghiera con i miei connazionali una volta a settimana, quando il riposo dall’attività lavorativa lo permette: lavoro molto, non conosco cosa sia un momento di sosta, ma ormai ci sono abituata; spesso sento storie di miei connazionali, ci sarebbe da mettersi mani nei capelli: non è giusto, come non è giusto che io sorvoli su certe cose solo perché io stare appena meglio di altri filippini».

Gli italiani come giudicherebbero i filippini? «Non generalizzo, ma in molti c’è l’idea che noi ci accontentiamo di poco e in cambio diamo tanto; il che è anche vero, trovare un lavoro di questi tempi è già tanto, ma far passare l’idea per abitudine possiamo lavorare dalle dodici alle quattordici ore al giorno, è completamente sbagliato».

Non ci si abitua mai a un lavoro pesante. «Invece è questo il concetto che passa: mi duole dirlo, sia chiaro non cambia niente rispetto al mio presente e al mio futuro se dico certe cose, ma non è giusto pensare “Questo lavoro facciamolo fare a un filippino, tanto quelli non s lamentano mai!”: “quelli” saremmo noi, abituati da sempre a dare il massimo nell’accudire una casa o una persona, per una forma di cultura e rispetto che abbiamo nei confronti del prossimo».

Non possiamo darle torto, Corina, ma cosa fa un filippino quando non lavora? «Bella domanda, intanto perché anche quando dovremmo avere un briciolo di riposo per tirare il fiato dalla stanchezza, troviamo il tempo di impegnarci: facciamo le pulizie nelle case altrui, cuciniamo, facciamo da badanti agli anziani, capisce che ci resta poco tempo; bene, questo lo impegniamo per accudire casa nostra: non viviamo in grandi appartamenti, la nostra filosofia è quella di un tetto sulla testa che ci consenta di vivere decorosamente».

 

DUE ORE DI PAUSA… 

Cosa fa lei, allora. «Rassetto casa, la tengo pulita come tengo tirate a lucido le case in cui vengo chiamata per occuparmi di pulizia, cucina, piccoli e anziani: è il minimo che devo fare, anche per rispetto nei confronti della mia mia famiglia e me stessa; quel poco che mi resta lo dedico alla preghiera, una volta a settimana incontro miei connazionali, ma anche altri italiani con cui prego e seguo messa; è un bel ritrovarsi, anche se il quelle due ore appena passano in fretta, non fai in tempo a accoglierti in preghiera che è già arrivato il momento di salutare gli altri fedeli, il parroco che ha celebrato messa e tornare al lavoro».

Una riflessione a voce alta, autentica. Ha ragione Corina. «Vede mai un filippino per strada o davanti ad una vetrina? Detto che siamo facilmente riconoscibili per colore della pelle e abbigliamento, ha visto mai un mio connazionale fermarsi ad ammirare un vestito o un paio di scarpe? Andiamo sempre di corsa, non fa parte del nostro modo di fare soffermarci per guardare una camicia o una gonna. E forse è proprio questo che trae in inganno gli italiani e non solo, perché ovunque i filippini vengono visti come instancabili lavoratori: eppure siamo piccoli, abbiamo un fisico simile a quello di chiunque altro, invece passa l’idea del “Facciamolo fare a loro, sono filippini!”, come a dire “Tanto cosa vuoi che li spaventi, sentano fatica…”. Non è così, siamo carne e ossa, creati a immagine e somiglianza di Nostro Signore».

 

…POI SOTTO, A LAVORARE

Quali esperienze ricorda? «Ho lavorato per una coppia di coniugi anziani, benestanti, lui malato di Alzheimer, lei una donna molto curata e tanto rigorosa. Dovevo prendermi cura di lui, che aveva una infermiera che lo seguiva nelle ore notturne; a me toccava mattina e pomeriggio, mentre ero impegnata nella a fare la spesa, cucinare, pulire e lavare casa; tutto doveva stare al posto suo, come era prima che lucidassi. La signora, educata, era molto pignola, mi seguiva passo per passo, nell’elenco degli acquisti, alla cucina, fino a tappeti e abat-jour che spostavo: aveva la mania dello scotch, con cui poneva dei segni perché mi ricordassi come andavano ricollocati tappeti, tavolini e sedie una volta spolverati…».

Ci vuole pazienza. «Molta, ma dal punto di vista professionale è stato di grande insegnamento, perfino dal lato umano mi sono arricchita: quando l’uomo è scomparso il lavoro, però, non è diminuito, ma aumentato in modo esponenziale: c’era una stanza in più da accudire e ancora tanto altro lavoro, come recarmi a casa della figlia, che nel frattempo era andata a vivere da sola in un altro appartamento, ma aveva bisogno di qualsiasi tipo di assistenza: anche lei, cucina, pulire e rassettare, lavare e stirare, una bella fatica. Poi anche la signora è andata, non ce l’ha fatta, era già debole e il covid se l’è portata».

Corina, oggi. «Oggi lavoro mattina e sera per due diverse famiglie, con loro ho un buon rapporto, sembrano scongiurati i tempi in cui un’agenzia mi faceva un contratto per seguire quattro famiglie e poi all’impegno settimanale andavano ad aggiungersi altri due nuclei familiari. E’ successo anche questo, contributi poco, ma da un po’ di tempo a questa parte con un controllo maggiore del territorio, i datori di lavoro e le agenzie, hanno cominciato ad adottare coperture previdenziali, magari part-time, ma l’importante era cominciare da qualche parte».

«La mia Africa…»

Giobbe Covatta, l’impegno con Amref e Save the children

«E la mia Taranto, perché non tutti sanno che sono nato qui. Da circa due anni non posso viaggiare, sento cifre allarmanti sui vaccini per combattere il covid. Fra un anno saremo ancora sotto la soglia del 5%. Speriamo bene, anche se la buona volontà non basta. Amo il teatro, la tv un po’ meno…»

 

Ambasciatore di Amref e testimonial di Save the Children, Giobbe Covatta ha pubblicato “Parola di Giobbe” a “Dio li fa e poi li accoppa” fino a “Donna sapiens” in libreria, nel cinema ha recitato da “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” di Nanni Loy ad “Anime borboniche” di Paolo Consorti e Guido Morra, proseguendo in teatro con “Parabole Iperboli”, “Corsi e ricorsi, ma non arrivai”, “Melanina e Varechina”, “Seven” fino alla “Divina Commediola”. Fatta la debita premessa, non tutti sanno che l’autore-attore è un napoletano “Made in Taranto”, praticamente un artista “fatto in casa”.

Detta così sembra una boutade, anzi lo stesso interessato corregge in “boutanade”, “sciocchezzuola” in senso largo. «Capisci a me!», aggiunge, Giobbe, Gianni all’anagrafe, quando entra in clima confidenziale. Dunque, che ci “azzecca” Napoli con Taranto. Semplice. O meglio, sarebbe semplice se qualcuno conoscesse le origini dell’attore napoletano o avesse consultato, per esempio, wikipedia. Insomma, una volta tanto la fantasia dei partenopei, maestri del “falso autentico” in opere cinematografiche e teatrali, è stata superata dalla realtà.

 

Napoletano purosangue, Covatta è nato proprio a Taranto. 

«Mio padre nella vostra città ha lavorato come sommergibilista per un po’, poi, una volta finito il lavoro tornammo a casa, a Napoli».

 

C’è, però, qualcosa che inevitabilmente lega l’attore alla Città dei Due mari.

«Certo, sarebbe sciocco nasconderlo: ogni volta che leggo o sento parlare di Taranto, penso alla città che mi ha dato i natali. Ci fosse Totò, a proposito dei “natali” direbbe: “…Ma qua’ Natale, Pasqua e Epifania…” – Covatta cita ‘A livella – invece qui mi sento davvero di casa: non faccio il ruffiano, ci ho pensato tante volte e sono giunto sempre alla medesima conclusione: Napoli e Taranto hanno similitudini, per esempio il porto, i pescherecci, la Città vecchia e suggestiva con quelle barche a schiera; l’ingresso, o l’uscita, dipende dai punti di vista, di quella “Porta Napoli”, che altro non era che la via mercantile che univa un tempo due città molto simili fra loro; cosa dire, quando passo da queste parti avverto il profumo della mia città e mi dico  “Finalmente a casa!”».

Fra i suoi spettacoli, “Melanina e Varechina” e “Seven”,  la grande comicità “sociale”. Il suo impegno, spesso ricampionato e riproposto in una chiave edita-inedita, una sorta di raccolta antologica. Il difficile rapporto, per esempio, tra mondo occidentale e continente africano; ma anche vizi e virtù del mondo occidentale, “grandi temi” Covatta affronta da tempo immemore e sempre con grande arguzia. Ma dibattere, dialogare con il pubblico, per esempio, su tematiche che a noi di “Costruiamo” stanno a cuore in modo particolare, non va certo a discapito del grande divertimento, dell’irresistibile serie di battute che coinvolge il pubblico per tutto lo spettacolo.

 

Quanto ti manca la tua Africa?

«Da un paio di anni non posso viaggiare e andare ne continente che amo, anche se l’attività nella quale sono impegnato da anni va avanti con l’entusiasmo di sempre. Poi questa sciagura del Covid ci invita ad uno sforzo ancora maggiore: vaccinare il maggior numero di persone nel più breve tempo possibile”.

 

Leggiamo numeri disastrosi.

«In Africa sono solo quindici milioni i vaccinati su un miliardo e mezzo di persone. Di questo passo, lo dicono gli studiosi, alla fine del 2022 soltanto il 5% della popolazione totale sarà vaccinata. Amref, come sempre ci mette la buona volontà, ma ci rendiamo conto che ogni giorno che passa l’impegno non basta».

 

A proposito di Covid quanto gli manca il contatto diretto con il pubblico.

«Una cifra. L’intero settore dello spettacolo è in ginocchio, anche aprire alla metà dei posti in un teatro da cinquecento, seicento posti a sedere, significa avere sempre gli stessi costi con ricavi e guadagni dimezzati. Da una parte, però, bisognerà pur cominciare». Una della massime che Covatta riprende tanto nelle chiacchierate con la stampa, quanto nei suoi spettacoli è la seguente: «Fatevi una domanda e datevi una risposta: ma secondo voi, la missione di un comico non può essere quella di divertire il pubblico senza impedire a questo di pensare?».

 

Proviamo a conoscerci meglio, allora, italiani: virtù e vizi.

«Non volendo abbiamo dimenticato la convivenza, sia con gli uni che con gli altri, cioè vizi e virtù. Con questi conviviamo da una vita, tanto che abbiamo una certa confidenza: li conosciamo bene, tutti sanno di che si tratta, io uso le parole con gioia. Descrivo quello che sta proprio dentro lo stesso vizio: una genesi e un suo sviluppo, un modulo applicato altrove».

 

Diceva un grande attore a difesa del suo lavoro. “Un cantante più ricanta un successo, più applausi raccoglie; un attore: una battuta, una barzelletta, una volta fatta o raccontata, perde il suo effetto. E, allora, Covatta ci svela il segreto di una battuta collaudata. 

«E’ il pubblico a promuoverla, rimandarla, bocciarla. Lo stesso spettatore comincia a farti sentire a tuo agio e quasi ti invita a “esagerare”: rifletto un attimo, poi infilo la battuta non senza un certo timore; se funziona, la memorizzo e ci lavoro sopra anche il giorno dopo e l’altro ancora, fino ad avere invece dell’idea di partenza, di una sorta di canovaccio, il “copione” definitivo cui attenermi».

 

Che rapporto ha con la televisione?

«Buono, come con un qualsiasi altro elettrodomestico, come definiva la tv il grande Eduardo. La guardo un po’, poi l’accendo, ma giusto per vedere se funziona. La tv di oggi, sinceramente, non mi affascina, tranne poche trasmissioni. Magari in uno di questi programmi, più avanti, ci farò un saltino anch’io. Mai fatto polemiche sui programmi televisivi, ma molto più semplicemente dico che tornerò a lavorarci se dovessero chiedermelo amici come Fabio Fazio o la Gialappa’s, se dovessero tornare a fare uno dei loro format di successo: loro sanno mettere insieme ironia e voglia di far riflettere. Mi diverte proprio l’idea di un programma con loro…».

 

Nel frattempo nessuno l’ha mai chiamata, invitata?

«Ogni tanto mi chiama qualcuno, mi propone di partecipare o intervenire in trasmissione, ma fino ad ora ho sempre educatamente rifiutato. Non me la tiro, sia chiaro, ma la scelta è precisa: faccio teatro e non tv perché mi piace guardare la gente in faccia, non entro abusivamente nelle case degli italiani, ma sono loro a venire a teatro a cercarmi: il pubblico compie una scelta precisa. E poi, negli spettacoli, ho tutto il tempo di fare e dire quello che voglio, la gente si diverte e, soprattutto, non sono costretto ad andare di corsa e restare nel recinto dei tre minuti».

 

Parola di napoletano o di tarantino?

«Parola di Giobbe».