Nicola, eroe quotidiano

Chef pugliese, il prossimo 20 marzo sarà premiato da Sergio Mattarella

Il presidente gli riconoscerà il titolo di Cavaliere della Repubblica per i progetti sociali realizzati con la sua pasticceria inclusiva con sede a San Vito dei Normanni (Brindisi). “La dolcezza come terapia” il suo principale obiettivo. Formazione e occupazione per giovani diversamente abili. Attenzione a soggetti colpiti da autismo, donne con reddito precario, vittime di violenza domestica o con difficoltà sociali

 

Come coniugare la pasticceria all’impegno sociale. Nicola Di Lena, pugliese, pastry-chef (pasticcere per la ristorazione), il prossimo 20 marzo sarà premiato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come “eroe quotidiano” per i progetti sociali realizzati per “Virgola”, la sua pasticceria inclusiva, con sede a San Vito dei Normanni (provincia di Brindisi).

Di Lena, assieme ad altre ventinove eccellenze italiane, riceverà al Quirinale l’onorificenza al Merito della Repubblica Italiana con la seguente motivazione: “per attività volte a contrastare la violenza di genere, per un’imprenditoria etica, per un impegno attivo anche in presenza di disabilità, per l’impegno a favore dei detenuti”.

che ha portato Nicola fino al cospetto del presidente della Repubblica. Il suo impegno etico a favore degli “ultimi” è stato riconosciuto tra i trenta progetti imprenditoriali eticamente più rilevanti. Per dar vita a questo laboratorio di prodotti dolciari artigianali, Di Lena, dopo una brillante esperienza di chef in un ristorante stellato a Milano, ha deciso di rientrare in Puglia, la sua terra di origine.

 

 

ORGOGLIO, DIGNITA’ E…

Un progetto che fin da principio, lui stesso, ha spiegato con legittimo orgoglio sui social. Il team di “Virgola”, la sua squadra, sottolinea lo chef, dà valore all’importanza dei rapporti umani in cucina, ciò che ha consentito la conquista di un traguardo riservato a pochi: diventare, appunto, “Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana”.

Nato in Svizzera nell’81, ma sostanzialmente cresciuto in Puglia, Di Lena per anni è stato lo chef a cui Antonio Guida, responsabile della linea di cucina di “Mandarin Oriental” a Milano, ha affidato la chiusura in stile dei suoi sofisticati menù,

Lo chef pugliese ha sempre amato l’arte della pasticceria. Ancora studente, approfitta di ogni vacanza scolastica per raggiungere lo zio, Agatino, a Santa Teresa di Riva, in Sicilia, per affiancarlo e, perché no, imparare i suoi “dolci” segreti.

Dopo il diploma conseguito nella Scuola alberghiera di Matera, giungono le esperienze formative in Puglia e, a seguire, a Saint Moritz e a Cortina. Attività utili nello spianargli la strada nel raggiungere uno dei suoi principali obiettivi di una carriera di successo: l’hotel “Il Pellicano”, con sede a Porto Ercole. E’ il 2006, anno di basilare importanza, considerando che la sua esperienza e la sua disinvoltura in cucina lo pongono subito all’attenzione dello chef Antonio Guida, che lo affianca Ivan Le Pape, primo pasticcere. E’ il primo importante passaggio professionale, tanto che il successivo riconoscimento non tarda ad arrivare: Nicola diventa “capo partita dei dolci”.

 

 

…PUGLIA NEL CUORE

Ma Di Lena, nonostante le sue “origini” svizzere, ha solo la Puglia nel cuore. Così dopo altri anni di esperienza, prende coraggio e spicca il volo per tornare “a casa” e realizzare un progetto con Vito Valente. E’ così che debutta “Virgola”, “pasticceria terapeutica” che offre formazione e occupazione per giovani diversamente abili. Nicola e Vito pongono particolare attenzione a soggetti colpiti da autismo, ma anche a nuclei monogenitoriali dove a capo della famiglia vi è una donna con reddito precario. Donne vittime di violenza domestica, con difficoltà sociali, in cerca di un’adeguata collocazione all’interno nel mondo del lavoro. “Virgola” prende le mosse con riferimento a “Includi”, cooperativa sociale anch’essa degna della massima attenzione, che ha fondato un ristorante impegnato nella lotta alle discriminazioni.

Il progetto “Virgola”, spiega su Internet Di Lena, è quello di allargare rete e capacità dell’attività di ristoro, unendo fra loro gli intenti sociali. E’ così che lo chef prospetta nuove occasioni di impiego a chi, per mille motivi, vive nel disagio.

«Questione di fede…»

Mamadou Kanoute, musulmano, attaccante del Taranto

«La mia è una scelta di vita, la trovo una cosa fondamentale, la preghiera mi torna sottoforma di equilibrio, serenità, forza per affrontare eventuali avversità nell’arco dell’intera giornata», spiega il calciatore di origine senegalese

 

Tredici gol, un bottino mai totalizzato, se si pensa che nelle due precedenti stagioni ad Avellino, Mamadou Kanoute, di gol, ne aveva segnati appena sei, tre per campionato. Vicecapocannoniere della Serie C, categoria nella quale sta vestendo la maglia del Taranto, l’attaccante è riuscito a registrare un exploit sportivo e “numerico”.

L’attaccante senegalese ha trovato una seconda giovinezza a Taranto. In una bella intervista video realizzata sulla Rotonda del Lungomare di Taranto, il giornalista Emiliano Cirillo della sede Rai di Bari, riesce intanto a mettere a suo agio il ragazzone nero. Alto un metro e settantaquattro centimetri, viene invitato a parlare di temi sportivi e, poi, anche più privati, come la preghiera.

Allenato dal tecnico Ezio Capuano, e sostenuto da una Curva che in quanto a calore fa parlare l’intera Italia, Mamadou sta ribaltando qualsiasi pronostico. Dunque, partiamo, intanto, dall’aspetto che l’attaccante considera fondamentale.

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

LA MIA RELIGIONE

«La religione – spiega il trentunenne senegalese – sono di fede musulmana; per me essere musulmano e praticare la mia religione è una scelta di vita, la trovo una cosa fondamentale, perché la preghiera mi torna sottoforma di equilibrio, serenità, forza per affrontare eventuali avversità nell’arco dell’intera giornata».

Prega e tanto, Mamadou, lo spiega. «Per me la religione musulmana viene prima di ogni cosa: è una scelta di vita, questa mi dà la forza di affrontare le giornate, la forza di superare qualsiasi ostacolo»

Quanto prega, gli chiedono. «Anche cinque volte al giorno, dipende dal periodo, che noi osserviamo strettamente secondo la religione musulmana: prego alle cinque del mattino, poi a mezzogiorno, nel pomeriggio alle tre, le sei, le sette e mezza».

Sorride quando il giornalista domanda come faccia quando è in trasferta con la squadra. «Chiedo ai dirigenti – se possibile – una stanza singola; mi accontentano e io, una volta solo, negli orari previsti, mi raccolgo in preghiera».

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

PREGO CINQUE VOLTE AL GIORNO

La preghiera a Mamadou dà equilibrio, lo fa star bene tanto che al cronista confessa come questa sua esplosione sia dovuta a tanti fatto. Detto del ruolo fondamentale della preghiera, ammette che una città come Taranto ha avuto la sua importanza. «L’esplosione che ho registrato – dice l’attaccante – la devo alla maturità raggiunta nel tempo; importante risulta, poi, trovarsi nel posto giusto e avere intorno l’ambiente giusto: io, a Taranto, ho trovato tutto questo».

Quando gli viene chiesto quale sia il segreto, il ragazzo nigeriano risponde come se avesse un’esperienza esagerata. Sentite. «I risultati arrivano grazie al lavoro – conferma – al quale il nostro tecnico ci sottopone, è un vero martello, ci spiega le disposizioni in campo e come dobbiamo aiutarci per raggiungere tutti insieme il massimo risultato che una piazza come Taranto merita».

Calcio e religione, ma anche la città che lo ha eletto a beniamino. «Sono in Italia da dodici anni, quando sono stato richiesto dal Taranto, dal presidente Giove, da mister Capuano, ho avuto la sensazione di rinascere: mi sentivo parte del progetto nel quale l’allenatore fa sentire tutti importanti; lui cura i dettagli, ha rispetto per chiunque: dei calciatori, dei dirigenti, del pubblico, fino al magazziniere, i raccattapalle

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

«TARANTO, COME FOSSE CASA MIA»

Sono stato sempre focalizzato su me stesso, anche quando altrove non ricevevo quell’incoraggiamento di cui un calciatore ha bisogno: non mi facevo distrarre dalla piazza, da quello che diceva la gente: Taranto è come se fosse casa mia, mi trovo bene, proseguo nel lavoro e nella preghiera, quanto può aiutarti a farti stare bene, a farti sentire importante e soddisfatto di quello che fai». Mamadou Kanoute, insomma, a Taranto, ha ritrovato la felicità. In queste settimane Mamadou è arrivato in doppia cifra, cosa che non gli era mai accaduta.

 non gli era mai successa: basti pensare che nelle precedenti due annate aveva realizzato soltanto sei gol in 60 apparizioni. Una certezza assoluta per Capuano: Kanoute, nella prima parte di stagione, ha anche risolto le problematiche realizzative di un Taranto che, in diverse circostanze, è andato in affanno negli ultimi 16 metri.

In serie C, Kanoute ha indossato, fra le altre, le maglie di Palermo, Catanzaro, Juve Stabia, Ischia, Benevento e Avellino. Ha totalizzato anche due presenze in serie A (Benevento) e otto in serie B (Pro Vercelli). Kanoute, ala destra molto veloce, forte nel dribbling, permette al tecnico Ezio Capuano di impiegarlo nel 3-4-3 nel tridente offensivo, nel 3-4-1-2, come seconda punta. 

«Vogliamo verità e giustizia»

Cutro, un anno dopo le novantaquattro vittime del “Summer Love”

Fiaccolata, veglia fino al mattino, l’inaugurazione del “Giardino di Alì”. Uno spazio all’ingresso della città che ospiterà 94 piante. Così il sindaco Vincenzo Voce spiega quanto ha voluto realizzare il Comune. «Giorni durissimi, ma i calabresi hanno dato prova di solidarietà e umanità straordinarie: dedicato al piccolo Alì, un bambino, una delle poche vittime identificate»

 

Novantaquattro vittime, trentacinque delle quali minori. Una decina di dispersi che è legittimo pensare abbia fatto la fine degli altri “fratelli” disperati. Cutro, Crotone, un anno fa la tragedia in mare. Più di un centinaio i migranti che a bordo del “Summer Love”, una barcaccia che all’alba del 26 febbraio dello scorso anno si schiantò non lontano dalla spiaggia contro una secca. Ce l’avevano quasi fatta quei ragazzi in cerca di uno spiraglio, in cerca di miglior vita. Diversa da quella patita nei propri Paesi d’origine: chi perseguitato politico, chi ridotto alla fame o al ricatto, oppure costretto a un lavoro sottopagato (quando andava bene…).

Lunedì hanno manifestato in tanti, rispondendo all’appello di “Rete 26 febbraio” lanciato in occasione del primo anniversario del naufragio. Sotto una pioggia insistente sono state promosse iniziative conclusesi con una fiaccolata e una veglia sulla spiaggia di Steccato di Cutro: «per non dimenticare e reclamare verità e giustizia», come riprende da testimonianze e scrive il giornalista Clemente Angotti nella sua corrispondenza da Crotone per l’Agenzia Ansa.

 

 

GOVERNO MELONI IN CALABRIA

Qualche giorno dopo la sciagura, il governo di Giorgia Meloni aveva promosso un Consiglio dei ministri proprio a Cutro varando un decreto per punire più duramente gli scafisti e governare i flussi migratori. “Verità e giustizia”, “Basta morti in mare”, sono stati gli slogan scanditi durante il corteo di Crotone. Al corteo ha partecipato anche Elly Schlein, segretaria del PD, che in precedenza aveva posto un cuscino di fiori e raccogliendosi in meditazione assieme a pescatori e ai volontari della Protezione civile, fra i primi soccorritori a giungere sul posto dopo il naufragio del “Summer Love”.

«Da un anno – ha dichiarato alla stampa la Schlein – ci domandiamo come sia stato possibile che non siano uscite le motovedette della Guardia costiera per dare soccorso ad un’imbarcazione da ore che era in difficoltà?».

Nella stessa mattinata, presente alla commemorazione, Khaled Ahmad Zekriya, ambasciatore della Repubblica islamica dell’Afganistan a Roma. Nell’occasione anche l’inaugurazione del “Giardino di Alì”, uno spazio all’ingresso della città che ospiterà 94 piante (lo stesso numero delle vittime) che il Comune di Crotone ha voluto realizzare in memoria dei morti della strage di Cutro.

 

 

«GIORNI DURISSIMI», PAROLA DI SINDACO

«Giorni durissimi – ha dichiarato il sindaco Vincenzo Voce – quelli che abbiamo vissuto, ma i calabresi, i crotonesi, hanno dato prova di solidarietà e umanità straordinarie: Il giardino è bellissimo, è dedicato ad Alì, un bambino, una delle poche vittime senza nome e successivamente identificato; abbiamo voluto farne un luogo che, attraverso quanto piantato, simboleggi la rinascita della città».

A proposito di Cutro e del Decreto voluto dal governo Meloni. Diverse sono state le novità introdotte nella gestione dei flussi legali d’ingresso dei migranti, per motivi di lavoro. Tra queste novità, la possibilità di far arrivare in Italia stranieri che abbiano completato percorsi di formazione professionale e civico-linguistica nei Paesi d’origine o di transito.

I programmi potranno essere proposti da diversi soggetti, da soli o in gruppo: dalle organizzazioni dei datori di lavoro a regioni ed enti locali, dalle associazioni del Terzo settore a università e istituti di ricerca ed altro ancora. A considerarne l’ammissibilità sarà una Commissione interministeriale, con al vetrice il Ministero del Lavoro. Entro sei mesi dalla conclusione del corso, chi ha partecipato a detta preparazione potrà avanzare domanda per un visto di ingresso, unita a un documento che attesti la volontà del datore di lavoro ad assumere.

Puglia, ciak si gira

Fra Taranto e Bari, una produzione internazionale cerca attori

Non è la prima volta che film di altissimo profilo vengono girati da queste parti. Da “I cannoni di Navarone” a “Third Person”, e attori da Gregory Peck a Liam Neeson, fino a “Comandante” con Favino, “Palazzina Laf” di e con Michele Riondino, e “Belli di papà” con Diego Abatantuono. Infine, lungometraggi d’autore: “Marpiccolo” (Alessandro Di Robilant), “Il Miracolo” (Edoardo Winspeare), “Le Acrobate” di Silvio Soldini

 

Un altro film sarà prossimamente girato in Puglia. E’ presto per capire quali siano regia, cast, trama del lungometraggio per il quale in questi giorni responsabili delle selezioni delle comparse, di attori di secondo piano ai quali far pronunciare, perché no, anche una battuta. Si cercano, infatti, giovani e meno giovani che abbiano il bernoccolo per la recitazione e sappiano parlare in inglese. Da qui si comprende già il primo elemento, eloquente: si tratta di una produzione internazionale. Non è la prima che ha luogo, per esempio, nelle nostre province una produzione di un certo spessore.

Basterebbe pensare ai “Cannoni di Navarone”, film vincitore di un premio Oscar, ambientato in Grecia nelle isole dell’Egeo (Navarone, località di fantasia). Ispirato agli avvenimenti della battaglia di Lero, il film irato nell’isola di Rodi. Parte degli esterni, infatti, fu girata alle Isole Tremiti, per la loro somiglianza con quelle della Grecia. Fra i protagonisti: Gregory Peck, David Niven ed Anthony Quinn. Ma i titoli potrebbero proseguire all’infinito, specie poi da quando è stata istituita Apulia Commission, fondazione nata nel 2007 con lo scopo di attrarre in Puglia il maggior numero di produzioni audiovisive nazionali ed internazionali.

 

 

CIAK SI “PROVINA”

Ma torniamo al prossimo film. Due, fra i diversi titoli, in qualche modo “pugliesi”, sono stati girati proprio a Taranto: “Comandante”, con Pierfrancesco Favino, e “Palazzina Laf”, di e con Michele Riondino ed Elio Germano. La Puglia diventa protagonista di un nuovo importante film internazionale: le riprese, stando a quanto riportato dal Corriere del Mezzogiorno, cominceranno in primavera, tra marzo e aprile. Non solo Taranto, ma anche Bari e le altre province pugliesi in diverse città pugliesi tra le quali Bari e Taranto in particolare. E’ già tanto che Serena Simone, autrice dell’ottima anticipazione riportata dal quotidiano che fa “panino” con il Corriere della sera, scriva di regista e cast stranieri, così come la società di produzione, Ilbe, Iervolino & Lady Bacardi, che ha diffuso un annuncio con il quale cerca personale per interpretare personaggi e piccoli ruoli previsti dal film.

I primi provini si sono svolti preliminarmente fra Bari (Accademia Unika, via Kolbe), e Taranto (Spazioporto, via Foca Niceforo). In questi giorni potrebbero esserci ancora altri provini, magari già diramati i primi “attori” insieme con nomi e regista del film. In particolare la produzione ha cercato donne e uomini di varie nazionalità (arabi, messicani, albanesi, libanesi) di età compresa tra i 18 e i 60 anni; donne e uomini, sempre tra i 18 e i 60 anni, con carnagione, occhi e capelli chiari e con carnagione, occhi e capelli scuri; anziani con visi particolarmente vissuti; bambini e bambine di età compresa tra i 4 e i 12 anni con carnagione, occhi e capelli chiari e con carnagione, occhi e capelli scuri.

 

 

MEGLIO SE “AMERICANI”

Per piccoli ruoli, si diceva, la società di produzione è alla ricerca di uomini di madrelingua inglese (americano) di età compresa tra i 25 e i 70 anni, oltre a uomini e donne di nazionalità albanese tra i 35 e i 55 anni. «Le figure delle quali siamo alla ricerca – riporta l’annuncio – non devono avere doppi tagli, colori e tinte particolari o mèche: i minori per partecipare ai casting devono essere obbligatoriamente accompagnati da almeno un genitore».

La società di produzione che ha eseguito le prime selezioni, come ricorda il Corriere del mezzogiorno, ha realizzato, fra gli altri, film e serie di caratura internazionale, come “Ferrari”, film di Michael Mann, e il film in sei puntate, “Memorie di Adriano”, tratto dall’omonimo bestseller di Marguerite Yourcenar.

 

 

FAVINO, ABATANTUONO, GLI ALTRI…

L’anno scorso in Arsenale, a Taranto, le riprese del film “Comandante”, con Pierfrancesco Favino nel ruolo del capitano medaglia d’oro al valor militare Salvatore Todaro.

Fra gli altri film, ricordiamo cinema d’autore, come “Marpiccolo” di Alessandro Di Robilant, “Il Miracolo” di Edoardo Winspeare, “Le Acrobate” di Silvio Soldini. Capitolo a parte “Third Person”, di Paul Haggis, con Liam Neeson, Adrien Brody (premio Oscar per “Il pianista”) e Kim Basinger, ambientato a Parigi, Roma, New York e Taranto.

Fra gli altri film al netto delle produzioni di Michele Massimo Tarantini, con Banfi, Carotenuto, Fenech, Montagnani e Alvaro Vitali, in particolare negli Anni 80, altri film sono stati girati fra Taranto e provincia. Fra i tanti, “Figli di Annibale” e “Belli di Papà”, con protagonista Diego Abatantuono e Silvio Orlando.

Emanuele, l’acchiappasogni

Dodici anni, la favola parte da Mottola, provincia di Taranto

«È stato un bellissimo esempio di sportività con tanti ragazzi di Paesi diversi». «Prima deve diventare “numero uno” fra i banchi di scuola». Il ragazzo sorride, è la prima lezione che ha imparato nella sua spedizione in terra di Spagna. Insieme con otto suoi giovani connazionali e giovani promesse arrivate da Germania, Francia e Belgio. Il provino, le parate, la visita al Bernabeu e al Museo fra trofei e Coppe dei Campioni

 

Dalla Polisportiva Mottola al Real Madrid, la favola di Emanuele Agrusti. Dodici anni, studente alle medie della “Manzoni”, il ragazzo di bello non ha solo una presa da fare invidia a “colleghi” più grandi di età che hanno scelto il non semplice ruolo di portiere, in assoluto il più complicato nel calcio, non solo moderno. Ci sta, infatti, che un attaccante sbagli uno, due gol in una partita di calcio: di solito, a fine gara, viene consolato dai compagni, dal tecnico, con un a pacca su una spalla e con il solito incoraggiamento: «Vedrai, ti rifarai alla prossima!»; diverso è l’errore del portiere, che talvolta sconfina in quella che, in gergo, si chiama “papera”, cioè uno strafalcione da copertina. In breve, l’attaccante può sbagliare, il portiere no. O comunque, il “numero uno” deve sbagliare il meno possibile.

Emanuele, enfant-prodige del nostro calcio, dicevamo, non ha di bello solo la presa ferrea, lo scatto di reni, il senso della posizione sui calci d’angolo o sui calci di punizione degli avversari, come hanno confermato gli osservatori del “Real” che lo hanno invitato, insieme con altre decine di coetanei (cinquanta in tutto) nel leggendario “Bernabeu” di Madrid: Emanuele, ha il sorriso. «E’ da questi particolari che si giudica un giocatore» in erba, come scrisse e cantò il poeta De Gregori (La leva calcistica). E’ da qui che Emanuele comincia: dal sorriso, dal primo sogno che ha accarezzato.

 

 

PICCOLO GRANDE TALENTO

C’è un bell’articolo di Andrea Carbotti sulla Gazzetta del Mezzogiorno, quotidiano diretto da Mimmo Mazza. Bravo, Carbotti, nello scovare la notizia, ma anche nello scrivere, come è giusto che sia, di un ragazzo di appena dodici anni, di una invidiabile esperienza, senza però enfatizzare, caricare di troppe responsabilità un giovanotto di belle speranze. Ovvio che tifiamo per Emanuele e gli auguriamo tutto il bene possibile. Ci avrà già pensato papà Francesco, anche lui un “portierino” mica male, che ha trasferito al figliolo la bellezza di questo ruolo, ma anche il tenere i piedi ben piantati al suolo, per non rischiare cadute dolorose. Nel giardino di casa o ai giardini della cittadina in provincia di Taranto, Francesco avrà allenato il proprio “allievo” a parare; gli avrà regalato il primo paio di guanti, i pantaloncini con tanto di imbottitura, la prima tuta con la quale Emanuele si sarà allenato con i colori della Polisportiva Mottola.

Francesco avrà spiegato ad Emanuele quanto sia importante lo studio, la cultura e, dunque, andare a scuola; magari non farsi frullare la testolina da personaggi, sensali che gravitano intorno al mondo del calcio e promettono provini prima, contratti poi, con le società italiane più prestigiose. Emanuele, lo studio prima di ogni cosa.  

 

 

CAMISETA BLANCA, FASCINO “MUY GRANDE”

Emanuele, la “camiseta blanca” – come scrive Carbotti – non ha fatto in tempo a sognarla che l’ha già indossata, per prendere parte a uno stage formativo a Valdebebas, la città sportiva del Real; la sua squadra, la Polisportiva, aveva organizzato nella scorsa estate un camping con la “Fundación Real Madrid Clinics”, che a sua volta ha poi invitato Agrusti alla finale nazionale giocata a Roma. Il giovanissimo portiere ha mostrato le sue qualità anche nella capitale, producendosi in parate spettacolari, tanto che i tecnici dei blancos lo hanno voluto, unico pugliese, assieme ad altri otto promesse italiane per la finalissima in terra spagnola dal 9 all’11 febbraio scorso.

A Valdebebas, quartier generale del Real Madrid,  insieme con Emanuele c’erano giovani calciatori da ogni angolo d’Europa: Germania, Francia, Belgio e via discorrendo. «Gran bella esperienza, una grande lezione di sportività ed organizzazione», ha detto Francesco, il papà del nostro piccolo-grande “numero uno”. Emanuele Agrusti era il solo portiere assieme a un compagno tedesco di qualche anno più grande. A fine premiazione ha visitato il museo del Real Madrid nel leggendario stadio Bernabéu, con le decine e decine di trofei vinti dai blancos: campionati, coppe, da quelle del Re a quelle Champion’s.

Il primo sogno di Emanuele è stato tirato fuori dal cassetto. Adesso c’è la scuola, i professori, i compagni a cui ha raccontato di questa sua bella esperienza, i numeri telefonici scambiati con i suoi giovani colleghi conosciuti nello stage “blanco”. Fra questi, potrebbe esserci un futuro campioncino. Magari lo stesso Emanuele, a cui gli insegnanti, e il papà per primo, ricorderanno che per essere una stella del calcio, occorre cominciare ad essere un “numero uno” fra i banchi di scuola.

Costruiamo terapie…

Musica, arte e altre forme per combattere disabilità

La Cooperativa promuove un progetto di musicoterapia. Un Laboratorio di Musicoterapia per rendere autonome e sollecitare autostima nei diversi soggetti sottoposti all’attenzione di un team professionale. Come incoraggiare integrazione e benessere socio-emozionale

 

Costruiamo Insieme promuove un progetto di Musicoterapia. Lo fa con una proposta con la quale porta a conoscenza di quanti vogliono saperne di più, quanto sia importante e terapeutico avvicinarsi a qualcosa che dagli studiosi, e non solo, è visto come strumento di benessere e piacevolezza.

La Cooperativa “Costruiamo Insieme” attraverso un piano il Laboratorio di Musicoterapia avvia un progetto indirizzato agli utenti psicodisabili allo scopo di renderli “persone” con una migliore autonomia ed autostima, incoraggiando integrazione e benessere socio-emozionale. In buona sostanza, come spiegheremo, resilienza e qualità di vita nella sintonizzazione della dignità umana e nell’armonizzazione dell’universo dei diversamente abili.

Non è il primo progetto sociale che la cooperativa fa suo attraverso un appassionato team di lavoro, coinvolgendo le risorse umane di cui dispone. Proprio in virtù di elementi di assoluta professionalità, in queste settimane ha realizzato uno studio approfondito mediante il quale si gioveranno quanti vorranno avvicinarsi al Progetto Musicoterapia.

 

 

PROGETTO & CARDINI

Uno dei cardini del progetto, come vedremo non appena l’intero programma sarà licenziato, la musica utilizzata – ovviamente – a scopi terapeutici. Musicoterapia, definizione tanto seducente quanto ovvia, è l’insieme di due parole: musica e terapia. Una materia non per tutti, intanto perché provoca talvolta grande confusione, tanto che il range e, dunque, le attività di applicazione, diventano vaste e indefinite.

Proviamo a definire, in particolare, il significato della parola “musicoterapia”. Lo descrive la stessa parola composta: è l’utilizzo della musica, e non solo, insieme con gli elementi di cui dispone il pentagramma: dal suono al ritmo, dalla melodia all’armonia. Il tutto assemblato in un processo che faciliti e favorisca comunicazione, relazione, apprendimento, motricità, espressione, organizzazione e altri obiettivi terapeutici atti a soddisfare, intanto, necessità fisiche, emozionali, mentali e sociali. La musicoterapia, secondo quanto illustrato nel Progetto Costruiamo, ha lo scopo di sviluppare funzioni potenziali, ma anche residue nel soggetto perché questo possa realizzare l’integrazione che i “tecnici” mettono in campo per migliorare la qualità della vita a seguito di un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico.

 

 

QUANTO E’ IMPORTANTE

Perché la musicoterapia ha la sua importanza. “L’intervento musicoterapico in psicodisabilità – leggiamo nel progetto – porta, oltre che ad ascoltare, anche a costruire risorse empiriche d’espressione sonora verbale o non verbale proficue ed adatte ai destinatari con diverse abilità: lo scopo è quello di operare mediante la relazione musicale con la persona disabile, perché il suo sistema di riferimento possa attivarsi nel modo più economico e fruibile possibile; attraverso le onde sonore, qualsiasi sentimento o stato d’animo scaturisce fuori e dentro di noi; ognuno di questi movimenti emotivi ed energetici, va considerato dal musicoterapista con immediatezza, riconoscendo in esso la comunicazione non verbale che i pazienti vogliono esprimerci, in un rapporto di fiducia e d’accettazione incondizionata ed attraverso la personalizzazione della tecnica di volta in volta impiegata”.

Si evince che la musicoterapia sia a tutti gli effetti un trattamento educativo e riabilitativo. La musica rappresenta il mezzo utilizzato in questa terapia, in quanto fonte di espressione, condivisione, esplicitazione di emozioni, pensieri, quanto cioè non sempre viene manifestato verbalmente all’interno di un incontro di musicoterapia. Pensieri, questi, che vengono trasformati in suoni attraverso gli strumenti musicali, ma anche attraverso la voce.

 

 

NON SOLO MUSICA

Ma la musicoterapia, come ci spiega il team di studio, non è solo musica, ma anche relazionarsi con altre forme di arte. Significa manifestare artisticamente la stessa musica, ma anche pittura, scultura, danza; in una sola parola emozioni che diversamente non riuscirebbero a tirar fuori con la comunicazione verbale.

“L’obiettivo principale della musicoterapia – viene spiegato nella finalità del Progetto Costruiamo – è dare la possibilità all’utente di trovare la sua modalità espressiva individuale, attraverso la quale mettersi in rapporto con il mondo. La musica quindi si propone come mezzo per contribuire allo sviluppo della personalità, permettendo al destinatario di scaricare le tensioni emotive, relazionarsi con gli altri e migliorare il funzionamento generale nella vita. All’interno del confine dato dall’handicap, la musica favorisce il potenziamento dell’equilibrio psicofisico, l’autonomia, la partecipazione e l’integrazione, comprendendo diversi settori d’intervento: Area Sensoriale e Psicomotrice, Area Percettivo-Cognitiva, Area Psico-Affettiva, Area Socio-Comunicativa”.

“Il laboratorio – prosegue l’illustrazione del programma – si realizzerà in uno spazio in cui il “singolo” sia libero di muoversi: l’ambiente dovrà essere il più neutro possibile e libero da eventuali distrazioni. Per questo motivo si è deciso di utilizzare la stanza che chiameremo “Angolo morbido” provvista di tappeti dove il “singolo” potrà stare comodamente seduto”.

 

 

MUSICA E PSICOLOGIA

Fra le cosiddette competenze musicali, è compresa la psicologia musicale, scienza psicodinamica della musica. Sarebbe a dire la definizione degli aspetti psicologici in un processo terapeutico, appunto, a tutti gli effetti. Aspetti, questi, che porranno in condizione il team di considerare risposte psicologiche e comportamentali che scaturiranno dal processo d’intervento per comprendere, fra le altre cose, se possono essere comprese in campo patologico e di quale entità esse siano.

Come riportato nell’introduzione, il Laboratorio di Musicoterapia nella Cooperativa “Costruiamo Insieme”, si presenta come un progetto avviato agli utenti psicodisabili. “Obiettivo – riporta il progetto – è fare dei soggetti delle “persone”, perché ciascuna di queste abbia una migliore autonomia ed autostima, alimentando – dove possibile – integrazione benessere socio-emozionale e, in definitiva, la resilienza e la qualità di vita nella sintonizzazione della dignità umana e nell’armonizzazione dell’universo dei diversamente abili”.

Una rotonda sul mare

Offerta turistica, l’affaccio sul Lungomare di Taranto

Assegnati ad un’azienda romana i lavori per la suggestiva “passeggiata” cittadina. Il progetto interessa il tratto da Porta Napoli a Lungomare Vittorio Emanuele III. Primo lotto in consegna a ridosso di Pasqua, il secondo non appena avrà luogo una perizia per verificare varianti a causa di attività che risalirebbero a decenni fa

 

Finalmente si lavora per il progetto “Waterfront”. Nei giorni scorsi il Comune di Taranto ha assegnato ad una società romana il compito di realizzare uno studio di fattibilità tecnica ed economica di quello che per tutti viene definito, appunto, “Waterfront del Mar Grande”, in realtà è la riqualificazione di un tratto sottostante il Lungomare Vittorio Emanuele III.

L’obiettivo del progetto del “Waterfront Mar Grande”, realizzato dal Comune di Taranto e dall’Autorità di Sistema Portuale del mar Ionio, candidato per un finanziamento del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, è in buona sostanza quello di aumentare la fruibilità dell’affaccio a mare che va da Porta Napoli, dunque Città vecchia, conduce al Lungomare, in Città nuova.

Il progetto del Comune di Taranto, detto in soldoni, riguarda recupero e la valorizzazione della parte antica di Taranto, un’isola circondata da Mar Piccolo e Mar Grande, e fra questi vicoli, da qualche anno riqualificati, ma fra i quali esiste ancora un certo degrado edilizio con stabili abbandonati e disabitati.

 

 

COMUNE E PROGETTI

L’idea progettuale. Il nuovo Varco Est del porto, secondo le prime idee manifestate dal Comune «consentirà lo spostamento del varco, attraverso la costruzione di una nuova struttura di accesso arretrata rispetto all’attuale». Ciò, sempre stando all’idea di principio, consentirebbe «la libera fruizione di tutte le aree del Molo San Cataldo prospicienti la Darsena Taranto e la valorizzazione del waterfront porto-città attraverso la realizzazione di una passeggiata panoramica». Questa, partendo dalla Calata 1 della Darsena Taranto, attraverserà l’esistente molo Sant’Eligio proseguendo nello specchio d’acqua ai piedi delle Mura Aragonesi fino al Castello Aragonese.

«Questa prospettiva progettuale – aveva dichiarato a suo tempo il sindaco Rinaldo Melucci – restituisce a Taranto, ai tarantini e ai turisti un rapporto diretto con il Mar Grande, privo di mediazioni architettoniche: la realizzazione di questo progetto, che si completerà con la riqualificazione della scarpata di Lungomare fino a Lido Taranto, offrirà un’esperienza del tutto nuova, come la fruizione di spazi fino a oggi preclusi, ma di assoluto fascino».

«L’incarico, con un lieve ribasso rispetto all’importo stabilito nel bando – scrive Fabio Venere per La Gazzetta del Mezzogiorno – pari all’1,3%, è stato assegnato per un importo di centotrentasettemila euro: complessivamente, invece, la realizzazione degli interventi, finanziati per quattro milioni di euro, ha un costo stimato in tre milioni di euro».

La strategia messa in campo dal Comune di Taranto per ciò che attiene la Città vecchia riguarda progetti di riqualificazione, che per larga parte riguardano il pubblico, incentivi già in atto come gli immobili di proprietà del Comune messi sul mercato al prezzo politico di un euro.

 

 

MAR PICCOLO/DISCESA VASTO

«Ci concentreremo – aveva spiegato la Direzione di Pianificazione urbanistica del Comune di Taranto – sulla parte prospiciente Mar Piccolo che dalla discesa Vasto arriva al monumento al carabiniere: l’obiettivo è farne un’area di inclusione ed animazione sociale risistemandola. Il cantiere, ora che siamo andati in gara d’appalto, partirà a breve».

L’idea a cui allude l’ex dirigente del Comune, assume connotati tra il 2018 e il 2020 in seguito a un finanziamento del Ministero delle Infrastrutture caldeggiato, insieme, dall’Amministrazione comunale di Taranto e dall’Autorità di sistema portuale del Mar Jonio (Adsp).

Notizie più recenti ci dicono che il Responsabile unico del procedimento (Rup) e il Direttore dei lavori hanno assicurato che le attività del primo lotto starebbero procedendo regolarmente, tanto che potrebbero concludersi entro Pasqua, mentre per il secondo bisognerà attendere l’esito di una perizia di variante.

Primo lotto: dalla Discesa Vasto fino alla statua dell’Arma dei Carabinieri; il secondo lotto, dalla stessa statua alla Pensilina liberty di via Cariati. Contrattempo che fa slittare la seconda attività dei lavori: durante i primi scavi l’impresa aggiudicataria dei lavori e i tecnici comunali non hanno rinvenuto materiale originario, ma asfalto, a conferma di una serie di interventi eseguiti nei decenni scorsi in modo approssimativo. Non appena, però, dovesse esserci il benestare alla perizia di variante i lavori potrebbero riprendere nel giro di breve tempo. In attesa di godere di uno dei panorami nazionali più affascinanti d’Italia.

«Non toglietemi lo “Iacovone”!»

Carmine, tifoso ottantaquattrenne, urla il suo disappunto

I lavori in occasione dei Giochi del Mediterraneo spingono la squadra a trasferirsi altrove. Una delle ipotesi che spaventano il “rossoblù a vita”, quella di Teramo. I tifosi in agitazione, fra questi l’anziano “ultrà”: «Non voglio pensarci, a cinquecento chilometri dal mio stadio?». Infine, una soluzione che emoziona: «Contribuisco alla ricostruzione con cento euro, di più non posso, purché non mi priviate del mio ultimo passatempo»

 

«Non so ancora quanti anni mi restano da vivere, perché dovete togliermi il gusto di assistere alle partite del Taranto, la squadra del mio cuore?». Carmine ha ottantaquattro anni, la furia di un ultrà, di chi si fascia il collo con la sciarpa rossoblù e non smette un solo attimo di incoraggiare la squadra per la quale tifa. «Nella buona e nella cattiva sorte», rivela a qualcuno accanto a lui dopo l’acceso sfogo ai microfoni di Antenna Sud. «Perché il Taranto è la mia fede, è stato l’amore a prima vista!». L’uomo ha letto sui giornali, sentito alla tv, che purtroppo il suo Taranto si trasferirà lontano dal suo stadio per giocare i prossimi due campionati. Si parla di Teramo, cinquecento chilometri. Ma andiamo per gradi.

A raccogliere lo sfogo di Carmine, nel frattempo diventato come sempre più spesso accade, un “meme” della tifoseria di casa, proprio il direttore dell’emittente con sede a Francavilla Fontana, città non lontana dalla stessa Taranto. Gianni Sebastio, quarant’anni di accese telecronache con Videolevante, Studio 100 e, infine, con la tv della quale è editore Mino Distante.

 

 

«MI RIVOLGO AI POLITICI!»

Sebastio, rispetto ai colleghi, non ha perso il vizio di fare del normale sfogo di un anziano – che non sa a quale santo votarsi – la notizia del giorno. Spiana il microfono, tiene a bada altri tifosi che vorrebbero lanciarsi nella mischia. Il giornalista ha già scelto, in un attimo: la ribalta mercoledì sera, gara di Taranto-Giugliano, non è solo del pirotecnico Ezio Capuano, tecnico rossoblù, o dell’attaccante Kanouté che ha risolto il match all’ultimo respiro, ma è Carmine. Segnato, il volto scavato dell’ottantaquattrenne, è la copertina del notiziario sportivo. Ci vuole un attimo. Poi vi si fiondano quotidiani sportivi (Tuttosport) e siti importanti (Fanpage).       

«Mi rivolgo ai signori politici: da settantacinque anni seguo il Taranto – alza il tono della voce, Carmine, quasi che attraverso il microfono il messaggio arrivi forte e chiaro a destinazione – ho abbonamenti e biglietti, avrò il diritto di vedermi la mia partita non lontano da casa?». Carmine incassa le urla dei tifosi, lo applaudono. L’ottantaquattrenne riprende fiato, ha ancora benzina, lancia un anatema. Si salvi chi può. «Mi restano pochi anni da vivere perché mi dovete togliere il gusto di seguire la mia squadra, i miei colori: datevi da fare, altrimenti – scatta la minaccia – quando sarò “lassù” vi farò sentire il mio fiato sul collo». A buon intenditor, poche parole.

 

Per gentile concessione di Antenna Sud

 

84 ANNI, INARRESTABILE

Carmine, fiume in piena, regala un altro risvolto del suo carattere: la generosità. Niente giri di parole, dritto al sodo. Non compra il biglietto solo per sé, talvolta ne acquista un paio in più per regalarli a chi non ha la possibilità per pagarsi l’ingresso allo stadio. E’ intransigente, l’ottantaquattrenne. «Faccio un ulteriore sacrificio: tiro fuori dalla tasca cento euro per contribuire alle spese per i lavori allo stadio, ma devono assicurarmi che la partita potrò vederla a “casa mia”». Casa di Carmine, come per tutti i tifosi, la squadra, il tecnico, è una sola: lo “Iacovone”.

Mercoledì sera il Taranto, che aveva anticipato le altre gare, era al terzo posto in classifica nel girone C della Serie C. Purtroppo c’è il caso-Iacovone, lo stadio dovrebbe subire lavori di ristrutturazione completa in vista dei prossimi Giochi del Mediterraneo. Per questo motivo la squadra del presidente Massimo Giove, che non ha risparmiato investimenti per un campionato importante, potrebbe giocare a Teramo, cinquecento chilometri da Taranto per i prossimi due anni. Un dramma sportivo per le migliaia di tifosi che dopo anni sono tornati ad avvicinarsi alla squadra.

 

 

TERAMO, PROPRIO NO…

A proposito di questa sciagurata soluzione. «Sono deluso e mortificato – dice il presidente Massimo Giove – discuto da anni di questo problema, con il ministro Abodi, Malagò e il presidente Gravina; sarebbe toccato, invece, ad altri pensare a quanto sarebbe accaduto: nulla è stato fatto, i tempi stringono, i lavori allo Iacovone coinvolgeranno quattro settori in contemporanea: niente gare, niente allentamenti». Calcio finito. In un momento in cui il Taranto a suon di risultati sta occupando i vertici della classifica.

Ecco lo sfogo di Carmine e migliaia di tifosi che avevano visto riaccendersi la speranza di vedere una squadra lottare per la promozione in serie B. Come ai tempi dell’ottantaquattrenne che, non lo dice, ma in cuor suo lo spera: «Se la squadra del mio cuore andasse in serie B, allora davvero non so cosa farei: diventerei più matto di quanto non lo sia oggi, combattuto fra l’essere tifoso e il cittadino al quale qualcuno gli sta togliendo l’unica soddisfazione: andare allo stadio e urlare forza Taranto!».

«Stop alla guerra, più aiuti ai migranti»

Tv e censura, dal Festival a Domenica in

«Il palcoscenico del Festival sfruttato per diffondere odio», secondo l’ambasciatore israeliano. «Rai nelle mani del governo: la vita umana va onorata senza distinzioni, senza morti di serie A o di serie B», rispondono i parlamentari all’opposizione. Il dibattito continua, Ghali: «Stop al genocidio»; Dargen D’Amico: «I soldi dei versamenti del lavoro dei cittadini stranieri, è più alto di quelli spesi per l’accoglienza»

 

Su una cosa, fra le diverse, aveva ragione Pippo Baudo: meno male che arriva Sanremo, così tutti avranno qualcosa contro cui scagliarsi, a prescindere. Aveva ragione. Niente, più del Festival, unisce destra e sinistra, complottisti da un lato e dall’altro, musicisti e musicofili, raffinati e grossolani, rockettari e popparoli.

Arriva il Festival e tutti gli rovesciano addosso di tutto e di più, come scandiva un vecchio slogan Rai. La tv pubblica, quella che una volta aveva rispetto, non era del tutto lottizzata e lasciava parlare secondo “quote politiche”. Oggi, però, diciamo anche da anni, dal Dopo-Baudo ad oggi, assistiamo ad una rassegna che con la canzone ha poco a che spartire: si parla poco delle canzoni, tanto degli abiti, del look, di testi-scandalo, di dichiarazioni di facciata, leggere ma non troppo. Siamo arrivati a censurare quanto non ci saremmo mai aspettati da un Paese con il Papa in casa: non si può parlare di pace, altrimenti arriva un documento dai vertici Rai nel quale l’ambasciatore di Israele – in teoria sarebbe una prova di forza, in realtà con un Paese sempre più piccolo è come sparare sulla Croce rossa – invita a non usare il palcoscenico del Festival che sarebbe stato «sfruttato per diffondere odio».

 

 

NON ABBANDONIAMO GLI STRANIERI

Insomma, in principio c’era stato l’appello di Ghali dal palco dell’Ariston: «Stop al genocidio». Una frase che aveva scatenato reazioni, applausi e dissensi. Nell’occhio del ciclone è finita anche Domenica In. Stavolta il protagonista di un dissenso fermo, ma garbato, è Dargen D’Amico. Interviene sull’immigrazione. Risponde alle domande dei giornalisti sul tema trattato nella sua canzone “Onda alta”: «I soldi dei versamenti del lavoro dei cittadini stranieri nella casse della Previdenza italiana è più alto di quelli spesi per l’accoglienza». Interrotto e congedato da Mara Venier. A qualcuno, la conduttrice non sarà simpatica, ma è la persona che ha meno colpe di tutti nella vicenda. Di mezzo c’era un Festival “bollente”, così la Venier non voleva che il suo programma prendesse la stessa piega dopo il diktat dell’ambasciatore. «Questa è una festa, non c’è il tempo necessario per affrontare un tema così importante». E dalle anche torto.

Ma le polemiche sulla Rai continuano. Una parte della politica interviene: «La libertà di espressione degli artisti è sacrosanta e va rispettata». Avanza anche la richiesta di dimissioni dell’amministratore delegato Roberto Sergio che esprime «solidarietà al popolo di Israele e alle comunità ebraiche».

 

 

MIGRANTI, PARLIAMONE

Ma torniamo ad uno degli argomenti di cui sopra e dei quali si dibatte. Mara Venier durante “Domenica in” aveva fermato D’Amico. L’artista aveva solo accennato a un aspetto dell’immigrazione. «I soldi dei versamenti del lavoro dei cittadini stranieri nella casse della Previdenza italiana è più alto di quelli spesi per l’accoglienza». Come a dire: non riduciamo le risorse, già minime, per accogliere gente sofferente in cerca di una speranza. Ma la Venier che balla sui tizzoni ardenti, interviene: «Siamo qui per parlare di musica: questi sono temi importanti, ci vuole il giusto tempo per approfondirli, non possiamo farlo in due parole». A discolpa della conduttrice, il suo microfono ancora aperto, tanto che quando si avvicina ai giornalisti, quasi a discolparsi per aver stoppato Dargen: «Così mettete in imbarazzo me».

Nel mirino era finito il comunicato diffuso dalla Rai, in seguito alle proteste dell’ambasciatore d’Israele letto da Mara Venier. L’opposizione interviene, Emiliano Fossi, deputato del PD: «Si solidarizza unicamente con Israele, dimenticandosi di tutti quei civili che sono massacrati a Gaza: la Rai è diventata il megafono del governo».

 

 

«SOLIDARIETA’ PER TUTTI»

Ribatte il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «I messaggi devono essere sempre equidistanti, è mancato nella prima giornata un messaggio a tutela degli ostaggi, la conduttrice ha solo letto una dichiarazione dell’Ad Sergio, che ha riequilibrato la situazione che pendeva soltanto da una parte».

Ma si potrà almeno dire che siamo schierati per la pace e che sia il caso di fermare una strage degli innocenti? Molti da una parte e dall’altra, ma non possiamo liquidare con una sola battuta che sarebbe il caso, come ventilato da qualcuno, che fosse esteso il comunicato di solidarietà anche al popolo palestinese che dopo il terribile attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre scorso ha subito in questi mesi l’inaccettabile perdita di 28mila civili innocenti. La vita di ogni civile e di ogni bambino e bambina palestinese è preziosa e la loro morte non merita il silenzio. «Mara Venier – l’invito dell’on Bonelli – si unisca a questo appello, poiché la vita umana va onorata senza distinzioni, senza morti di serie A o di serie B essendo “Domenica In” trasmissione di tutti gli italiani».

Quell’angolo dimenticato

Monteruga, provincia di Lecce

Durante il fascismo fu abitata da ottocento anime. L’idea era quella di bonificare la zona, produrre tabacco, olio e vino. Tutto dura fino agli Anni Settanta, Ottanta. L’imprenditore Maurizio Zamparini voleva farne un insediamento. Ma l’operazione non andò mai in porto

 

C’è un a cittadina nel cuore del Salento: Monteruga. E’ un monumento a se stessa, quasi indicasse uno stato di abbandono al quale l’hanno condannata, nel tempo, un po’ tutti. Dal governo agli abitanti: il primo, reo a non farsi carico degli errori del passato; i secondi, per non averci più creduto sul finire degli Anni Ottanta, quando ancora c’era qualcuno che non voleva sfacciatamente lanciare la spugna e lasciare questa cittadina. Monteruga conserva il suo fascino, oggi misterioso. La sua storia, incompiuta, scritta nel secolo scorso durante il Ventennio.

Nel tempo, come segnala Camilla Di Gennaro, nell’aggiornatissimo e professionale sito “Architetto”, questa cittadina è diventata un villaggio fantasma. Ad avvolgerla, quasi a proteggerla, per quanto possa contare una saltuaria attenzione che posta dalle autorità a un territorio letteralmente abbandonato, “i colori e i profumi del sud, quasi a raccontare una storia di vita, lavoro e comunità, dissolta nel tempo come sabbia tra le dita”.

 

 

AMBIZIONE, SPERANZA…

Ha una storia tutta da raccontare, Monteruga. Fatta di ambizione mista a speranza, come accadeva cento anni fa, con un Paese che sarebbe finito sotto dittatura, sceso in guerra, nonostante non avesse forza economica, né quel sostegno che poteva arrivare dalla terra. Dal Salento, la gente lavorava nei campi e, se solo avesse avuto, più coraggio, emigrava; raggiungeva la città, per studiare, evolversi culturalmente. Tempi difficili, cui provare a porre rimedio con delle idee. E proprio una di queste, fa di quel territorio un progetto agricolo durante il fascismo, facendo di quell’angolo di Salento una terra che accoglieva circa ottocento anime. Quanto avevano convinto i politici di allora, furono le terre. Una volta fertili e produttive, oggi testimoni silenziosi di un passato dall’ambizione gloriosa, ma che ora vive nell’abbandono.

Monteruga, spiegano le note aride di wikipedia, “fu assegnata alla Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazioni, che rilevò mille ettari di terreno impiegando molti lavoratori provenienti soprattutto dal basso Salento”.

Fra i Settanta e gli Ottanta, Monteruga contava ottocento abitanti, maggior parte dei quali occupati nel lavoro agricolo e nella produzione di tabacco, olio e vino.

 

 

…POI IL NULLA

Purtroppo la sua storia di centro abitato finisce con la privatizzazione dell’azienda agricola negli anni Ottanta e con la divisione dei terreni sui quali qualcuno avrebbe voluto investire. E’ il caso dell’imprenditore Maurizio Zamparini, noto a quanti hanno seguito il calcio (fu presidente di Palermo e Venezia), che voleva farne un insediamento. Ma l’operazione non andò mai in porto.

Restano, a testimonianza di un recente passato, ricorda “Architetto”, gli alloggi, la scuola rurale, la piazza centrale, la chiesa intitolata a Sant’Antonio Abate, festeggiato ogni anno con una processione che attraversava il villaggio. E il deposito tabacchi, la caserma, un campo di bocce, il dopolavoro, lo stabilimento vinicolo.