Forza Giovanni!

Allevi racconta la sua grave malattia al Festival di Sanremo

Quella del grande musicista e compositore, non è l’unica emozione che regala il teatro Ariston: «Non potendo contare sul mio corpo suonerò con l’anima». C’è anche l’abbraccio di Amadeus, conduttore della rassegna, alla mamma di GiòGiò, il giovane musicista napoletano ucciso per un parcheggio: «Oggi suoni su questo palco, amore mio». Le note di “Tomorrow”: «Perché domani ci sia sempre ad attenderci un giorno più bello». Non si finisce mai di imparare

 

«Non potendo più contare sul mio corpo suono con l’anima»; «Oggi suoni su questo palco, amore mio». La prima frase è del Maestro Giovanni Allevi, affetto da mieloma multiplo; la seconda, di Daniela Maggio, mamma di Giovanbattista Cutolo, giovane orchestrale ucciso a Napoli per una lite causata da un parcheggio. E’ partito così l’ultimo Sanremo di Amadeus alla sua quinta esperienza sul palco dell’Ariston, ultima nel ciclo di impegni assunti per la conduzione e la direzione artistica del Festival della canzone italiana.

Qualcuno non si è lasciato sfuggire l’occasione per scrivere: è un Festival che fa piangere. Ogni riferimento ad al paio di episodi registrati nelle due serate di apertura della rassegna, non è casuale. Fa male il pretesto, quel sarcasmo fatto passare per metafora – non tanto nascosta – per bacchettare, quasi, un Festival di Sanremo che si appoggerebbe ad ospitate forti dal punto di vista emotivo pur di fare ascolti. Non abbiamo la presunzione di far passare per inappellabile una nostra considerazione. Conoscendo Amadeus, però, pensiamo che il presentatore-art director non abbia fatto il ragionamento “dolore uguale ascolti”. Nonostante lo sforzo nel pensare in modo distaccato a questa equazione che rimandiamo al mittente, Amadeus non ce lo vediamo proprio nelle vesti di un farmacista che prepara una soluzione con tanto di questo, quell’altro, quest’altro ancora pur di ottenere una platea televisiva vastissima. Intanto perché nessuno ha la sfera magica per capire cosa faccia fare ascolti o flop.

 

 

PARLIAMO DI EMOZIONI…

Sarebbe stato sufficiente, però, e torniamo a giornalisti, conduttori e opinionisti, che passano con disinvoltura dall’orale allo scritto (ma quante radio a Sanremo, nonostante non siano in molte a programmare le canzoni festivaliere!), avessero fatto come altri, non necessariamente famosi, raccontassero invece di “emozioni”. Emozioni, sì. Quelle trasmesse al pubblico con un abbraccio sincero e commosso, fra Amadeus e la mamma di “Giò-Giò” (Giovanbattista Cutolo), si diceva, l’orchestrale napoletano di ventiquattro anni colpito a morte senza accorgersene, a causa di un parcheggio: «Oggi suoni su questo palco, amore mio!», la frase di Daniela Maggio che ha inchiodato il cuore di milioni di italiani seduti davanti alla tv durante la prima serata del Festival. Stessa emozione quella di Giovanni Allevi, affetto da un tumore che sta combattendo con grande coraggio: «Non potendo più contare sul mio corpo suono con l’anima», ha detto, fra le altre cose, uno dei più grandi pianisti e compositori più noti al mondo.  

Dunque, dalle lacrime alla commozione. Allevi ha portato a tutti un grande dono, quello di considerare la salute un dono del Cielo. Il compositore ha, dunque, portato la sua musica e la sua malattia sul palco. «All’improvviso mi è crollato tutto – la sua dichiarazione ripresa alle agenzie, fra queste, puntuale, l’Ansa – non suono più il pianoforte davanti ad un pubblico da quasi due anni. Nel mio ultimo concerto, alla Konzerthaus di Vienna, il dolore alla schiena era talmente forte che sull’applauso finale non riuscivo ad alzarmi dallo sgabello. Non sapevo ancora di essere malato, giorni dopo è arrivata la diagnosi: pesantissima».

 

 

«PERSO LAVORO, CAPELLI, CERTEZZE»

«Ho perso di colpo il mio lavoro, i miei capelli, le mie certezze, ma non la speranza e la voglia di immaginare – ha proseguito Allevi – che il dolore in quei momenti mi stesse porgendo doni inattesi». Essere felice, per esempio, suonando davanti a quindici persone, come accadeva agli inizi. «I numeri non contano: ognuno di noi è unico, irripetibile e a suo modo infinito». «Sono grato e riconoscente verso medici, infermieri e personale ospedaliero, per la ricerca scientifica senza la quale non sarei qui a parlarvi; il sostegno che ricevo dalla mia famiglia, la forza e l’esempio che ricevo dagli altri pazienti».

E per finire, l’ultimo dono. «Quando tutto crolla e resta in piedi solo l’essenziale, il giudizio che riceviamo dall’esterno non conta più. Io sono quel che sono, noi siamo quel che siamo”. Poi si toglie il cappello e lascia respirare la sua folta chioma riccia, ormai imbiancata. “Voglio accettare il nuovo Giovanni”».

«Per dare forza a tutti, suonerò, ma attenzione: ho due vertebre fratturate, tremore e formicolio alle dita; non potendo più contare sul mio corpo, suonerò con tutta l’anima: eseguirò “Tomorrow”, domani, perché domani ci sia sempre ad attenderci un giorno più bello». Grazie, è stata la tua opera più bella. Forza Giovanni!

Sanremo, arrivano i trattori

Monta la protesta degli agricoltori, protesta non solo a Roma

«Sono a loro disposizione, saranno i benvenuti», l’invito di Amadeus, presentatore del Festival. «E noi ci saremo…», promette Danilo Calvani. «Approfittassero di un palcoscenico così importante per parlare di sussidio e reddito, sacrosanti», aggiunge Fiorello. Cinque serate, l’ultima edizione firmata dal popolare direttore artistico

 

Monta la protesta dei “trattori”. Il problema principale degli agricoltori, categoria in ginocchio, non sono i tagli ai sussidi, ma la mancanza di reddito. Martedì 6 febbraio è ripartito il Festival di Sanremo, il quinto consecutivo firmato da Amadeus, in veste di presentatore e direttore artistico. Come ai tempi di Baudo, quando Pippo rivoluzionò la rassegna più longeva e popolare della canzone Made in Italy: il presentatore ci metteva la faccia e il gusto musicale firmando le selezioni con l’ausilio di una giuria tecnica. Prima del baudismo, le serate del Festival erano tre: cantanti in gara fra giovedì e venerdì, i promossi al sabato per contendersi il titolo della canzone più votata. Dopo essere state anche sei le puntate in una versione extralarge, oggi le serate sono cinque: da martedì (da ieri, dunque) a sabato. Ce n’è per tutti i gusti, ma attenzione gli indici d’ascolto, nonostante la grande professionalità e la preparazione musicale di Amadeus, non sono più gli stessi sventolati ogni sera da Pippo.

 

 

PROTESTA A ROMA E…SANREMO

Così, le ultime vicende di cronaca, legate alla protesta dei trattori in viaggio verso Roma, che parcheggerebbero anche al Festival di Sanremo, diventano uno strumento pubblicitario. «Se vengono a Sanremo, io li accolgo», ha dichiarato Amadeus all’agenzia Ansa. «E noi ci saremo», la risposta degli agricoltori. «Trovo la protesta dei trattori – ha ripreso il presentatore-art director di Sanremo – non solo giusta, ma sacrosanta: per il diritto al lavoro e a tutela dello stesso: sia chiaro, nessuno mi ha contattato e io non ho contattato nessuno». Ne ha anche Fiorello: «Non sarebbe male arrivassero qui, del resto un palcoscenico così non lo trovi tutti i giorni; dunque, faccio un appello a venire a trovarci». Gli fa eco Amadeus: «Se vengono li faccio salire sul palco». Danilo Calvani, portavoce del Comitato degli agricoltori: «Un nostro rappresentante salirà sul palco di Sanremo: siamo in contatto con l’organizzazione del Festival per stabilire i dettagli».

 

 

A RIVOLI FINO A VENERDI’

Sul palco di Sanremo, invitata la mamma di “Giò Giò”, Giovan Battista Cutolo, il giovane musicista ucciso in strada a Napoli dopo una lite. A seguire, Stefano Massini e Paolo Jannacci con una canzone bellissima che fa riferimento alle morti sul lavoro. Quest’anno, nessuna figura istituzionale, solo testimonianze personali. Come quella di Giovanni Allevi, affetto da una patologia tumorale (mieloma multiplo), che torna in pubblico dopo due anni terribili. Non solo suonerà, ma racconterà la sua esperienza terrificante anche in qualità di testimonial della sua battaglia.

Sono quattrocento circa i trattori che resteranno a Rivoli (Torino), fino a venerdì, per protestare contro le politiche europee e le difficoltà del comparto agricolo. Una situazione al momento sotto controllo, presidiata da polizia e carabinieri.

“Vico”, Borgo dell’amore

Nel cuore del Gargano, la città degli innamorati

Bellissima località pugliese, a causa di una gelata che rovinò i raccolti, gli abitanti avanzarono domanda per cambiare il Santo patrono. Richiesta strana, che però ebbe il suo effetto. San Norberto, che non aveva saputo proteggere i suoi cittadini, fu “sostituito” da San Valentino. Da allora, le cose andarono decisamente meglio. Ogni 14 febbraio, da allora si festeggia il santo che protegge cuore e sentimenti

 

Conosciamo la Puglia come le nostre tasche, se non altro per le puntatine in questa o quella città. Meglio in questo o quel Borgo. Ma, sinceramente, non si finisce mai di imparare. E certamente non perché il paesaggio sotto i nostri occhi, di colpo, cambia aspetto. La bellezza è immutata, anzi da un po’ di anni da queste parti le varie amministrazioni, dalle pro loco a quelle comunali, proseguendo con quelle regionali, si sono sforzate per dare più valore ai tantissimi angoli della nostra regione.

Sinceramente della provincia di Foggia, abbiamo parlato poco, anche se siamo rimasti affascinati di bellezze mozzafiato come le Isole Tremiti, Rodi Garganico, Vieste e via discorrendo. La Puglia ha un fascino straordinario, ma se proviamo a visitare i tanti Borghi esistenti in Puglia, in particolare sul Gargano, scopriamo che il tempo sembra essersi fermato. Ogni angolo, ma non solo da queste parti, ha qualcosa da raccontare. E se non l’ha raccontata ancora, sarà felice di svelare dettagli, storie, leggende che ancora nessuno aveva rivelato. Per esempio, un fascino starordinario? Vico del Gargano. Il sito “paesionline”, puntuale nelle sue narrazioni, ci ha svelato un aspetto di questa cittadina tanto suggestiva. Non sapevamo, per esempio, che “Vico” fosse noto anche come il “paese dell’amore”.

 

 

BORGO DI GRANDE FASCINO

Considerato, a ragione, come uno tra i Borghi più affascinanti d’Italia, manifesta qualcosa di diverso dalle più note “case bianche” e, perché, no, i trulli considerata da molti come la foto della tessera d’identità pugliese. Vico del Gargano, non ha nulla a che spartire con il mare, intanto perché non vi si affaccia (anche se a pochi chilometri c’è da restare di sasso per la bellezza di un’acqua cristallina). “Vico”, indicano da queste parti, a chiunque arrivi dà la sensazione di trovarsi al cospetto di un paese che tutto camini accesi e castagne arrostite.

Vico del Gargano è a due passi da Rodi Garganico e Peschici. E’ un borgo avvitato nel cuore di un verde straordinario, quello del Parco Nazionale. Centro storico, vicoli stretti e suggestivi, tra cui emerge il celebre “Vicolo del Bacio”. Non molto lontano, il Castello Normanno, testimone, anche questo, di una ricca storia locale. Bello e custode di grandi suggestioni, il Museo Trappeto Maratea, antico frantoio, scavato nella roccia. Questo regala ai suoi visitatori l’occasione per comprendere l’importanza della produzione di olio d’oliva. Tra le chiese presenti sul territorio: la Chiesa di Santa Maria Pura, una struttura settecentesca; la Collegiata dell’Assunta, posta sul punto più alto del Borgo.

 

 

VICOLO DEL BACIO

Torniamo al Vicolo del bacio e alla nomea assunta da Vico del Gargano come “Paese dell’amore”. E’ una storia profonda, che certifica un legame di grande emozione tra cittadina, residenti e il patrono, San Norberto che ad un certo punto della storia, fatta sicuramente di grande rispetto, ad un certo punto venne a mancare. Tutto accadde a causa di una sciagurata gelata che provocò danni irrimediabili a terreni e raccolti. Fu per questo che gli abitanti di Vico del Gargano avanzarono una richiesta speciale: avere un nuovo patrono, che meglio di San Norberto, si sarebbe preso cura ulivi e agrumeti di cui Vico del Gargano traeva il maggior sostegno economico. Così la scelta ricadde su San Valentino. Non solo per la sua popolarità presso gli innamorati, ma perché le celebrazioni del santo coincidono con il periodo in cui gli agrumi richiedono una maggiore protezione. Da allora, il 14 febbraio, Vico del Gargano celebra San Valentino con la massima gratitudine e devozione. Con una certa attenzione rivolta all’amore.

«Beniamino, libero e innocente!»

Scagionato dopo trentatré anni l’allevatore sardo

Estraneo ai fatti, qualcuno aveva intossicato le indagini. Dopo tantissimi anni, chi aveva rivolto l’accusa, ha ritrattato. Centrale la figura del suo difensore e dei suoi consulenti. «Nessuno potrà restituirmi quello che ho perso in tutti questi anni, a partire da una famiglia: non sento rabbia, ma ora voglio riposarmi mentalmente…»

 

Beniamino Zuncheddu, sardo, pastore all’epoca dei fatti, cinquantanove anni, più della metà dei quali trascorsi in carcere. Il suo, è il più lungo errore giudiziario della storia della Repubblica italiana. Trentadue anni recluso ingiustamente. Lo ha stabilito la Corte d’Assise d’Appello di Roma. Beniamino è stato assolto nel processo di revisione per la strage di Sinnai, in Sardegna, in cui furono uccisi tre pastori. Alla fine di novembre, per lui era arrivata la prima bella notizia: poteva uscire dal carcere, sull’istanza di libertà condizionale inoltrata dal suo avvocato, Mauro Trogu. Ma, da oggi, Zuncheddu non solo è un uomo libero, ma è anche ufficialmente innocente.

Ad accusare l’ex pastore, era stata la testimonianza dell’unico sopravvissuto all’agguato: Luigi Pinna. Proprio Pinna, dopo circa trentatré anni, roso dai morsi della coscienza aveva rivelato presunte pressioni ricevute nell’indicare l’allevatore – ventisette anni all’epoca dei fatti – come colpevole del triplice omicidio. Queste pressioni sarebbero state esercitate da una terza persona, protagonista della vicenda: Mario Uda, ex ispettore di polizia, che invece aveva manifestato la sua estraneità circa l’esito delle indagini.

 

 

ESTRANEO AI FATTI

Zuncheddu, estraneo ai fatti, purtroppo era stato condannato all’ergastolo. Solo grazie alla decisione dei giudici, che hanno accolto la richiesta di sospensione della pena, l’uomo è uscito dal carcere per tornare, finalmente, un uomo libero. Ci sono voluti trentatré anni per stabilire la verità, dopo che nel gennaio del ’91 era finito in manette con l’accusa (e la successiva condanna) di triplice omicidio.

«Nessuno potrà restituirmi quello che ho perso in tutti questi anni, a partire da una famiglia: non sento rabbia, perché credo siano state vittime anche quelle persone che mi hanno accusato: non per colpa loro, ma di un poliziotto che ha esercitato “ingiustizia” e non quella giustizia che ognuno di noi invoca».

«Avrei voluto costruire qualcosa – prosegue Zuncheddu – essere un libero cittadino come tutti: trent’anni fa ero giovane, oggi, purtroppo, sono vecchio, un uomo segnato da un grave dolore, che ha convissuto con il tormento dell’innocenza e a cui pochi, negli anni, avevano creduto: mi sento derubato del bene più prezioso, trentatré anni di vita; non scrivete “trent’anni”, per arrotondare la cifra: ho sofferto per trentatré lunghi anni, giorno dopo giorno: qualcuno mi ha sussurrato che almeno ho potuto sentire la Corte rimettermi in libertà: e se questa sentenza non fosse mai arrivata, nonostante la mia innocenza? E se non ce l’avessi fatta e per il dolore non fossi sopravvissuto a a quei trent’anni di supplizio? Cosa farò adesso: la prima cosa a cui penso, è il massimo riposo mentale, non penso ad altro».

 

 

«UOMO STRAORDINARIO», DICE IL LEGALE

«Beniamino, una persona straordinaria, non meritava quanto subìto – dichiara l’avvocato Mauro Trogu, difensore di Zuncheddu – insieme con i consulenti, che mi hanno sostenuto in questa battaglia, ci siamo convinti nell’intimo dell’innocenza di Beniamino: le carte parlavano di prove a carico del mio assistito assolutamente contraddittorie; le indagini difensive hanno dimostrato la falsità di quelle prove a suo carico, restavano pertanto solo quelle a suo discarico: abbiamo conosciuto Beniamino, persona incredibile, tanto che mi auguro a chi abbia anche un minimo dubbio sulla sua innocenza, possa prendersi un caffè insieme al sottoscritto che sarà felice di sciogliere anche quest’ultimo dubbio».

Un plauso, dunque, alla difesa di Zuncheddu, all’avvocato Mario Trogu, che ha dimostrato la totale estraneità del suo assistito ai fatti del ’91, facendo del povero Beniamino – come si diceva – non solo è un uomo libero, ma ufficialmente anche un uomo innocente.

«Ilva, bomba sociale»

Cinquemila in piazza, la protesta contro Arcelor-Mittal

Manifestazione intorno allo stabilimento. Dipendenti dell’indotto e rappresentanti sindacali. A Roma, delegazione di Confindustria. Audizione al Senato, davanti alla Commissione Industria del Senato sul decreto ex Ilva: «Siamo fortemente preoccupati, la città non può permettersi la chiusura degli stabilimenti ex Ilva, molte attività a rischio-chiusura»   

 

Lunedì, tarda mattinata, presidiata dalle Forze dell’ordine, si è concretizzata la forte protesta di cui si era parlato nei giorni scorsi a proposito delle attività aziendali di Arcelor-Mittal riferite al siderurgico di Taranto, l’ex Ilva.

Le cronache parlano di una mobilitazione di cinquemila dipendenti dell’indotto di quello che un tempo, Italsider e a seguire Nuova Italsider, era considerato lo stabilimento più importante del nostro Paese, primo in Europa, secondo nel mondo. Un primato che oggi si infrange, si schianta dopo essere passato di mano dal Gruppo Riva ad ArcelorMittal (fusione fra una società indiana e Spagna, Francia e Lussemburgo), con trattative che si sono arenate quando la società franco-indiana ha deciso di dismettere o passare di mano la produzione legata al siderurgico tarantino.

 

 

MIGLIAIA PER STRADA

Erano centinaia gli operai, insieme con sindacati e imprenditori, a prendere parte alla manifestazione unitaria per sensibilizzare con un’azione forte il governo centrale, più volte sollecitato, ad adottare iniziative urgenti per scongiurare la chiusura del Polo dell’acciaio con sede a Taranto.

In prima mattinata è partito un corteo che ha attraversato il perimetro della fabbrica. Promossa da Fim, Fiom, Uilm e Usb, oltre ad altri sindacati di categoria hanno partecipato alla manifestazione l’Ugl Metalmeccanici, le associazioni Aigi, Casartigiani e Confapi Industria. La protesta ha fatto poi sosta davanti alla portineria del siderurgico, per poi proseguire prima verso la portineria dei tubifici, poi la portineria C. E’ proprio qui, che insieme con gli altri manifestanti, si sono uniti i lavoratori dell’indotto, fino ad unirsi ai tir posti in fila per trasferirsi successivamente sulla statale Appia, direzione stabilimento.

 

 

UNA CITTA’ AL COLLASSO

Detta iniziativa, come prevedibile, ha provocato rallentamenti e blocchi della circolazione stradale in entrata ed uscita della città. «Siamo fortemente preoccupati, si rischia una bomba sociale sul territorio, la città non può permettersi la chiusura degli stabilimenti ex Ilva. Se non fossero onorati gli enormi crediti delle imprese dell’indotto molte di queste chiuderebbero». La dichiarazione giunge nella stessa giornata dai rappresentanti di Confindustria Taranto ospitata in audizione dalla Commissione Industria del Senato sul decreto ex Ilva.

«L’obiettivo – è stato spiegato – è quello di trovare copertura per questi crediti incagliati: veniamo fuori da una amministrazione straordinaria, nel 2015, con numerosi posti di lavoro andati in fumo. In qualità di Confindustria, auspichiamo affinchè in questo decreto, nel caso si arrivasse al commissariamento, possa ventilarsi l’ipotesi di un ristoro, anche tramite cartolarizzazioni. In queste ore si sta facendo largo l’ipotesi sullo spegnimento dello stabilimento, un’attività che – considerando le sue dimensioni – non si può accendere e spegnere quando si vuole: questo sì, che è un vero pericolo».

Baci perugina, niente scherzi!

A San Valentino, via i bigliettini d’amore per far posto a illustrazioni d’autore

E’ un’idea, una “prova d’amore”. Riservata, supponiamo, più a collezionisti che matti d’amore per il cioccolato con scaglie di nocciola. Dopo questo “esperimento”, tutto dovrebbe tornare. Come nacquero i “cazzotti”, l’idea di partenza di Luisa Spagnoli, l’intervento di Giovanni Buitoni

 

Leggete d’un fiato le frasi d’amore a seguire. La Perugina, casa famosa per il cioccolato, ma soprattutto per la rivoluzionaria offerta “bonbon-bigliettino d’amore” in carta stagnola, a partire dal prossimo San Valentino, introdurrà una strepitosa novità. Addio alle frasi d’amore, ecco perché vi offriamo un brevissimo campionario del quale, a breve, dovremo fare a meno.

Dunque, “Un bacio è un apostrofo rosa tra le parole “t’amo” (E. Rostand)”, “I bisticci degli amanti rinnovano l’amore (Terenzio, Andria)”, “Amate, amate, tutto il resto è nulla (La Fontaine)”, “A chi più amiamo, meno dire sappiamo (Proverbio inglese)”, “Al cor gentil repara sempre Amore… (G. Guinizzelli)”, “Allor fui preso, e non mi spiacque poi; sì dolce lume uscia dagli occhi suoi (Petrarca)”. Queste solo alcune delle migliaia frasi che trovavamo nelle confezioni di Baci Perugina, prima nelle scatole formali, rettangolari, custodite da un sottile cellophane, a seguire con una serie di idee rivoluzionarie in vari formati: tubi, scatole a forma di cuore, perfino “baci” al dettaglio. Ma, attenzione, data la notizia, che in sé avrebbe del clamoroso, dopo la Festa degli innamorati, tutto tornerà come prima. E, forse, più di prima.

 

 

UNA BREVE PAUSA…

Difficilmente questa idea, che più di cento anni fa rivoluzionò il peccato di gola coniugandolo a un breviario di perle di saggezza sull’amore, tramonterà. Ma nemmeno per sogno. Ma la notizia, come riportano molti organi d’informazione è la seguente: presto saluteremo gli iconici biglietti dei Baci Perugina (ma sarà, ripetiamo, solo un “arrivederci a presto”). Al loro posto, sempre bigliettini, senza frasi d’amore d’amore, bensì le illustrazioni di Antonio Colomboni. Una novità in arrivo in occasione della prossima Festa degli innamorati, il 14 febbraio prossimo, giorno di San Valentino. L’artista spiega su Instagram la sua scelta: “Ho cercato di creare box capaci di catturarci e portarci all’interno del mondo dell’amore”.

Così, dopo cento anni, precisamente centodue, i cioccolatini Baci Perugina non custodiranno nel loro interno quei bigliettini sottili con messaggi e aforismi d’amore.  Segno dei tempi. Detto che saranno sostituiti dalle piccole opere di Colomboni. “Ogni disegno – riprende l’artista – riporta in maniera stilizzata gli elementi chiave dei sentimenti, emozioni e dei Baci: le stelle che richiamano alla memoria l’immagine storica del suo incarto, la bocca che dà il senso del bacio e del gusto, i fiori e le lettere romantiche che spesso accompagnano i cioccolatini e, infine, gli occhi innamorati che rimandano alle relazioni umane ma anche ad un concetto più ampio di felicità interiore e amore universale”. Insomma, così è, se ci pare. Ma attenzione, pare sia solo un test. Singolare, curioso, forse da collezione. Dopo la Festa degli innamorati, i bigliettini con le frasi d’amore riprenderanno il loro posto nell’incarto dei cioccolatini.

 

 

…POI TUTTO COME PRIMA

Breve digressione sui “baci” più famosi (ed esportati) del mondo. Originariamente, questi invitanti cioccolatini dovevano chiamarsi “cazzotti” (la loro forma ricordava le nocche di una mano chiusa in un pugno). Ma, attenzione, proprio in virtù della strepitosa intuizione dell’imprenditrice che quelle “tentazioni di cioccolato” hanno cambiato formato e nome, per affermarsi come autentico “simbolo d’amore”.

Pare che il Bacio, sia scaturito dalla fervida mente di Luisa Spagnoli. Tutto comincia dall’impasto: combinare, cioè, con altro cioccolato i frammenti di nocciola scartati durante la lavorazione di altri dolciumi. Da quella combinazione ne venne fuori uno strano cioccolatino: forma irregolare, così strana da ricordare l’immagine di un pugno chiuso, nel quale la nocca più sporgente era una intera nocciola. Da qui il primo nome: “Cazzotto”.

L’idea, però, per quanto interessante, più che gustosa, non venne del tutto condivisa da Giovanni Buitoni, Amministratore delegato della Perugina e Presidente della Buitoni. Non del tutto convinto del primo nome, che faceva in qualche modo a… cazzotti con un’idea dolce come un cioccolatino, li ribattezzò facendo ricorso a un nome, come dire, più consono. Nacque così il “Bacio Perugina”. 

«MArTA, fascino enome»

Stella Falzone, nuova direttrice del Museo archeologico di Taranto

«Avevo visitato la città in veste di turista. Ammiro il mare, ho conosciuto la cordialità dei tarantini, visitato l’intero edificio che ospita collezioni di una bellezza senza pari. Affascinata dalla gentilezza, dalla preparazione del personale, ma soprattutto dalla storia e dall’enorme potenziale che il Museo ha ancora da esprimere»

 

«Ringrazio il Ministro Sangiuliano e il Direttore Generale Musei, Massimo Osanna, per l’incarico prestigioso che mi hanno conferito. Un incarico che intendo onorare dando fondo alle mie capacità e alle energie che non mancherò di impegnare per proseguire nel dare al MArTA quel posto di primo piano che gli spetta».

Stella Falzone, nuova direttrice del museo archeologico nazionale MArTA di Taranto, scelta nel dicembre scorso da Osanna, direttore generale Musei Italiani, rilascia una prima dichiarazione durante l’affollata Conferenza stampa di presentazione svoltasi nella Sala incontri a pian terreno, con ingresso da corso Umberto. Per la città di Taranto è un momento importante, considerando il Museo Archeologico Nazionale, il principale attrattore culturale della città.

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

FARO’ TESORO DI UN…TESORO

Stella Falzone succede ad Eva degl’Innocenti, nuova direttrice dei musei comunali di Bologna. «Nello svolgimento del mio lavoro – ha proseguito la neodirettrice – farò tesoro delle attività di chi mi ha preceduta. A chi mi chiede come potrebbe essere il “mio” MArTA, rispondo che immagino un Museo come perno di una comunità educante e dinamica, uno spazio inclusivo che apra le porte alla città e al territorio, che persegua una comunione di intenti fondata su un principio condiviso: la cura di un enorme patrimonio che proviene dal nostro passato, che va attualizzato, valorizzato, diffuso».

Non solo un impegno, ma una sfida, quella della direttrice. «Il museo deve essere capace di comunicare con tutte le generazioni e con tutti i target di pubblico, e nel contempo rilanciare la centralità del proprio ruolo scientifico: come Istituto autonomo all’interno del Sistema museale nazionale, il MArTA si farà promotore di nuovi progetti di ricerca in collaborazione con enti, musei e università, italiani e internazionali, che potranno costituire un volano di sviluppo per la città di Taranto. Auspico, pertanto, che il Museo Archeologico Nazionale nel prossimo futuro, possa attivare quella pratica trasformativa partendo dalla valorizzazione di un patrimonio esistente per farne punto di forza propulsiva per l’intero territorio».

 

 

CHI E’ LA NEODIRETTRICE

Prestigioso il suo curriculum. Archeologa romana, ora alla direzione dei uno dei più prestigiosi Musei italiani, Stella Falzone è già stata guida di importanti progetti internazionali di valorizzazione, coordinando – fra l’altro – un team all’interno del progetto “Capacity & Capability building per i luoghi della cultura” della Direzione Generale Musei del MIC. Staff scientist dell’Accademia delle Scienze di Vienna e professore a contratto presso l’Università La Sapienza di Roma, Stella Falzone, lo scorso dicembre, è stata scelta dal Direttore generale Musei Italiani, Osanna, tra una terna di candidati autorevoli risultati finalisti della lunga fase di selezione pubblica internazionale che ha riguardato alcuni musei autonomi nazionali.

Taranto ha subito affascinato la neodirettrice. «La scorsa estate ho nuovamente visitato la città per preparare al meglio la mia candidatura: in veste di turista sono arrivata in città, ho ammirato il suo mare, elemento che si percepisce ovunque, ho conosciuto la cordialità dei tarantini, per visitare, infine, il Museo, letteralmente estasiata dalle collezioni, dalla gentilezza, dalla preparazione del personale, ma soprattutto dalla storia e dall’enorme potenziale che il Museo ha ancora da esprimere».

«Tregua? Non se ne parla…»

Israele propone, Hamas risponde, la guerra sulla Striscia prosegue

«Restituiteci gli ostaggi e per due mesi ci fermeremo», dice Netanyahu. «Nemmeno per sogno, dovete porre fine all’assedio della Palestina», ribatte l’organizzazione politica palestinese islamista. E intanto il conflitto prosegue, con qualcuno che manda armi dicendo che l’unico modo per difendere la pace sia quello di sparare

 

«Tregua? No, grazie…». Hamas, l’organizzazione politica palestinese islamista, su questo fronte è irremovibile. E poco importa se le truppe di Israele lo hanno di fatto accerchiato. La colpa non è tutta da una parte, sia chiaro, anche Netanyahu ha le sue colpe. A rimetterci sono i civili, che questo conflitto non lo hanno invocato. E nemmeno i soldati, quelli equipaggiati (Israele) e quelli sprovvisti di armi (Palestina).

In questi giorni è un andirivieni di informazioni. E’ da un anno che va avanti questo bracci di ferro. Nemmeno noi italiani, assaliti spesso attacchi di presunzione abbiamo le idee chiare sul conflitto sulla striscia di Gaza. Cerchiobottisti per indole, siamo per la pace, ma poi sul fronte mandiamo le armi. Sempre a difesa della pace, perché è da tempo che ci “supercazzolano” spiegandoci che la pace va difesa con le armi. Non capiamo, ma ci adeguiamo. Proprio come avrebbe detto uno dei personaggi cari a Renzo Arbore (Quelli della notte).

 

 

LE AGENZIE REGISTRANO…

Prosegue, insomma, quella che da più parti viene indicata – lo riportano l’Ansa, la più autorevole delle nostre agenzie giornalistiche – la “guerra delle parole”. Un modus operandi che nell’epoca in cui viviamo assume la stessa importanza di quella guerra che si combatte sul terreno.

Gli italiani, come gli altri Paesi che “vivono” questa guerra nel salotto, seduti sul divano con in mano il telecomando, non vivono la guerra, ma in compenso ne sentono parlare. Netanyahu ha dichiarato questo, Hamas risponde per le rime. Così, alla fine del ragionamento, chi segue un notiziario ha in mente il quadro del “si è detto”, piuttosto che il “si è fatto”.

In Europa si dà ampio spazio alle notizie diffuse dall’organizzazione Hamas, dal suo Ministero della Sanità e da altre organizzazioni, piuttosto che notizie provenienti da Gerusalemme. Sono mesi che Gaza viene presa di mira e nessuno si permette di spiegare ad Israele, quanto sarebbe giusto fare. E, in mezzo ci mettiamo, tanto per dirne una, anzi, due, Onu e Stati Uniti.

Notizia dell’ultima ora. Hamas, cioè l’organizzazione politica palestinese, respinge la proposta israeliana sul «cessate il fuoco». Due mesi di tregua, in cambio degli ostaggi. Risposta: «No, grazie». Lo avrebbe riferito un alto funzionario egiziano all’Associated press.

 

 

…I LEADER RESPINGONO

Secondo questo portavoce, Hamas avrebbe rifiutato: gli ostaggi, stando a voci insistenti, non saranno liberati fino a quando Israele non si ritirerà dalla striscia di Gaza. L’esercito israeliano, intanto, avrebbe accerchiato la principale città nel settore meridionale della striscia di Gaza, Khan Yunis, e rafforzato la propria presenza al suo interno.

«Abbiamo vissuto uno dei giorni più pesanti dall’inizio del conflitto, ma non per questo Israele smetterà di combattere fino alla vittoria totale», ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu. «Sono cosciente che la vita delle famiglie degli eroici soldati caduti – ha proseguito –  cambierà per sempre: provo dolore per queste perdite e abbraccio i parenti dei nostri militari».

Hamas, dunque, ha ribadito il suo no. Forse, Israele ha tirato un sospiro di sollievo. La sensazione è che proprio Israele abbia voluto compiere un gesto di buona volontà, nella sostanza senza fare però fare un passo indietro, ponendo Hamas dalla parte del torto totale. Questa la situazione a oggi, domani è un altro giorno? Vedremo come andrà. Proviamo un pronostico. Nessuno retrocederà di un solo metro, finché guerra non ci separi. E ci faccia deporre, una volta per tutta, le armi. 

Ostuni, bianca e irresistibile

Numerosi siti pongono al centro la cittadina in provincia di Brindisi

Le masserie, le costruzioni tinteggiate di colore bianco. La cucina irresistibile, dalle fave con cicoria alle burrate, ai dolci tradizionali: dalle cartellate con vin cotto, ai fichi secchi con mandorla a fine-pasto. E il circondario: Alberobello, Locorotondo, Cisternino e Martina Franca

 

La Puglia provoca suggestioni. Non scopriamo oggi, che la nostra regione è da anni al centro delle attenzioni del turismo italiano e internazionale. Ad accorgersene per primi, gli stessi pugliesi ovviamente. Con una serie di passaggi virtuosi, negli anni hanno fatto delle loro tradizioni il maggiore attrattore, fino a finire sulle pagine di quotidiani e riviste americane che hanno eletto, un anno dopo l’altro “la Puglia la più bella regione del mondo”. Da lì, in poi, è stato uno scatenarsi da parte di artisti e personaggi di statura internazionale trasferirsi in Puglia per trascorrere qui lunghi periodi di relax. Non stiamo ad elencarvi quante star hanno comprato casa, masserie e trulli per trasferirsi almeno una volta l’anno nel Tacco d’Italia.

In questi giorni, l’autorevole sito turistipercaso.it, pone al centro di un ottimo reportage firmato da Stefano Maria Meconi, la Città bianca, Ostuni, uno dei gioielli della Puglia. Cittadina bellissima, situata “sulle pendici sud-orientali della Murgia”, che “si distingue per il suo centro storico imbiancato a calce, retaggio medievale che si dice fosse un disinfettante naturale contro la peste”.

 

 

A DUECENTO METRI…

Ostuni, situata su tre colli ad un’altezza di 218 metri sul livello del mare, dista ad appena sette chilometri dalla costa adriatica. Nel tempo, la Città bianca ha fatto in modo che le maggiori attività svolte fino a pochi decenni fa, diventassero progetti economici importanti: fra questi, il turismo e l’agricoltura (ulivi e viti, in particolare modo). Numerose sono le masserie, ricavate da antiche fattorie, dove si faceva attività agricola per conto dei maggiori proprietari terrieri.

Ostuni, scrive turistipercaso.it, “conserva la sua struttura di borgo medievale all’interno delle mura aragonesi, un dedalo di viuzze che invitano alla scoperta e all’avventura”. Via Cattedrale è considerata l’unica vera via di questa ridente cittadina. E’ da qui che è possibile raggiungere la Cattedrale di Santa Maria Assunta, capolavoro gotico del Millecinquecento, voluto da Ferdinando d’Aragona e Alfonso II. La chiesa domina la città dall’alto. Non è l’unica chiesa dalla bellezza mozzafiato. La Chiesa San Giacomo di Compostela, una delle più antiche della Città bianca, infatti, non è da meno di Santa Maria Assunta. Cuore pulsante di Ostuni, è piazza della Libertà. Qui hanno sede il Municipio, la Chiesa di San Francesco e lo straordinario Obelisco di Sant’Oronzo, alto più di venti metri.

 

 

PRENDERCI PER LA GOLA

Quando si parla, si scrive, si legge di Puglia, naturalmente non si può fare a meno che porre al centro di qualsiasi resoconto di questo angolo d’Italia, della sua cucina. E la Puglia, a detta di tutti, in gastronomia non si batte. Fedele alle tradizioni pugliesi, la cucina ostunese è un trionfo di sapori autentici. Le immancabili orecchiette con le cime di rapa, il polpo alla pignata, la burrata pugliese (con pomodori freschi e basilico). Per quanti non nascondo la passione per i dolci, allora, in ordine sparso, non c’è che l’imbarazzo della scelta: le cartellate, quei dolci tipici immersi nel vincotto, che diventano tradizione a tavola durante le festività; i fichi secchi mandorlati, altra leccornìa, che completano un finale dolce e tradizionale alla tavola.

Per chi si spingesse fino ad Ostuni, però, non può perdersi le altre bellezze circostanti. Alberobello, per esempio, la Città dei trulli, a pochi chilometri da Ostuni. A pochi passi, la Valle d’Itria. Provate a fermarvi sulla strada fra Fasano, Locorotondo e Martina Franca: l’affaccio vi lascerà senza fiato, per via dei panorami incantevoli, borghi storici a perdita d’occhio. La Valle d’Itria è celebre per i suoi trulli (abitazioni conico-cilindriche). Alberobello, ma anche Locorotondo, grandi attrattori per via della loro architettura tradizionale, e Martina Franca, una città dalle mille bellezze, in provincia di Taranto, con i suoi palazzi barocchi e vicoli suggestivi.

 

 

E NON FINISCE QUI…

Sempre a pochi chilometri da Ostuni, Cisternino. Borgo medievale, anch’esso noto per le sue case bianche e le sue stradine. Bello il suo Centro storico, bella e accogliente la Chiesa Madre di San Nicola, fra le principali attrazioni da visitare.

Fra le cittadine che segnala turistipercaso.it, ci sarebbe anche Polignano a mare. A mezz’ora d’auto da Ostuni. La città che dette i natali al grande Domenico Modugno, è famosa per paesaggi mozzafiato e le attrazioni turistiche uniche, come Grotta Palazzese, per non parlare delle spiagge di sabbia bianca e acque cristalline.

Un viaggio imperdibile. Un breve tour che vi consigliamo caldamente. Senza dimenticare che non molto lontano, in estate, fra Adriatico e Ionio, ci sono i litorali salentini, le spiagge e un mare invitante con un’acqua di una bellezza unica, con fondali che si perdono a vista d’occhio.

Davide e Manuel, cuore di Puglia

Tarantini, titolari di “Casa nostra”, ristorante tradizionale nel centro di Amsterdam

«Quattordici anni fa ci siamo posti la domanda classica: cosa fare da grandi. Partiti per la capitale dell’Olanda. Una volta lì, l’idea, trasformare quell’esercizio in un’attività di ristorazione». Orecchiette, cozze, con cavatelli o fagioli, cacio ricotta, cime di rapa, parmigiana, fave e cicoria…

 

Orecchiette, cavatelli con le cozze, cacio ricotta, cime di rapa, cozze e fagioli, parmigiana, fave e cicoria. E ancora, pasticciotti, caffè Quarta da Lecce, ceramiche di Grottaglie e prodotti che arrivano per buona parte dalla Puglia. Ovunque illustrazioni, foto e video che raccontano una buona parte della nostra Puglia. E’ l’introduzione di una storia a lieto fine, scritta da due nostri ragazzi, partiti per Amsterdam e oggi titolari di “Casa nostra”, un’attività di ristorazione nella quale servono in buona parte specialità “della casa”, la Puglia, appunto.

Tutto nasce da una decisione radicale. Non è il caso di attendere altro tempo. «Quattordici anni fa l’addio alla nostra città, che amiamo, ma che rischiava di avvitarsi sempre più su se stessa senza promettere qualcosa di buono per le ultime generazioni». Davide De Biaso e Manuel Trivisani, due cognomi non molto diffusi dalle nostre parti, oggi trentacinque e trentanove anni, decidono di partire. Non tanto all’avventura, ma affascinati da una città, Amsterdam, una delle capitali europee più amate dai ragazzi. «Lasciamo a malincuore la nostra città, quella bomboniera di Città vecchia, così piena di fascino, ma che allora non offriva gli incoraggiamenti di carattere economico di questi ultimi anni». Così Davide e Manuel vanno via. Non con una valigia di cartone, ma con dentro i bagagli una certa esperienza accumulata fra i vicoli, dove ogni anno equivale ad almeno due, come fosse una università degli studi, ma soprattutto quella voglia di sfondare.

 

 

COME A “CASA NOSTRA”

Cos’hanno a buon mercato i due tarantini?  «Un know-how che nessuno ha dalle parti della capitale olandese: ma andiamo per gradi…». I due ragazzi raccontano la loro storia a un po’ di organi di informazione. La Gazzetta del mezzogiorno, in un articolo a firma di Fabiana Pacella, entra nelle pieghe di una storia così suggestiva quanto interessante sui due ex ragazzi, oggi imprenditori avveduti. L’occasione sono i dieci anni che la loro attività di ristorazione, “Casa nostra”, compie in questi giorni. Non solo i due imprenditori meritano l’attenzione del quotidiano pugliese più autorevole, ma anche uno spazio che faccia di loro un esempio su come si possa realizzare un sogno. Non un incoraggiamento a lasciare la propria terra in cerca, si diceva, di avventura, ma di come non ci debba mai dare per vinti perché la soluzione potrebbe essere dietro l’angolo. Dunque, coraggio e via, con una sbirciatina “dietro l’angolo”, come tanti anni fa domandava Maurizio Costanzo in uno dei tanti suoi talk-show.  

Ma cosa c’era dietro l’angolo per i nostri due giovani imprenditori. «Agli inizi non è stato facile, tutt’altro: eravamo arrivati ad Amsterdam dalla terra del sole, del mare: in un Paese, l’Olanda, nel quale, francamente, il sole latita un po’. Non era semplice affrontare un mondo nuovo, ma le occasioni – ci dicevamo – sembrava fossero alla nostra portata. In tasca i classici “quattro soldi”, ma tanta voglia di realizzare un sogno, fare qualcosa di cui i nostri amici e parenti rimasti in Puglia, diventassero orgogliosi. La prima attività nella quale ci siamo impegnati: un coffee shop, un bar moderno nel quale trovavi non solo la colazione del mattino, il thè del pomeriggio, ma altre tentazioni…».

 

 

DA COFFEE-SHOP A RISTORANTE

«Succede che quel coffee-shop pesa più del previsto al titolare, che non trova di meglio che affidarcelo. Non ci sembra vero, dopo quattro anni di Amsterdam entravamo in affari dalla porta principale. Ovviamente spettava a noi farci venire un’idea che ribaltasse quel locale, da un semplice esercizio a un’attività di ristorazione. Ed ecco l’idea: riprenderci le nostre radici radici: avevamo sempre cucinato per gli amici, quando eravamo a casa, a Taranto. Perché non ripartire proprio dai “fornelli”?».

Poi l’affetto dei genitori, una careggia sicura, che funziona più di un incoraggiamento o di un “vaglia postale” (come usava un tempo…). «I nostri genitori sono venuti a trovarci, a darci una mano per avviare l’attività con noi: una mano dal punto di vista economico, perché serviva anche un piccolo investimento all’inizio, ma anche fisico e pratico, considerando che la loro presenza ci dava serenità, oltre che incoraggiarci e moltiplicare le forze: abbiamo rinnovato il locale, riempito con gli oggetti che ci ha dato nonno Erminio. “Casa Nostra” doveva rappresentare le nostre radici, i nostri affetti, la nostra terra. Così è stato…».