Islam e Cattolicesimo più vicini

Veglia multiconfessionale a Taranto. Insieme sullo stesso altare, don Carmine Agresta, parroco di S. Antonio, e Hassen Chiha, imam di una moschea cittadina. Si parla di Vangelo. E di Corano. «Il Libro è uno solo e all’interno di esso, Dio, il nostro Allah, predica solo pace e amore».

Copertina-tre-religioni-articolo-04Un incontro fra due fedi, due religioni apparentemente lontane, ma vicine. Più di quanto pensi qualcuno, perché c’è ancora quel qualcuno che non ha le idee chiare su Islam e Cattolicesimo. Di questo e altro si è parlato, pregato martedì 19 dicembre alle 20.00 nella chiesa di S. Antonio, in una veglia multiconfessionale fra fedeli di religione cattolica e islamica. Promotore dell’incontro, don Carmine Agresta, parroco della chiesa S. Antonio. Suo ospite, Hassen Chiha, uno dei più giovani e preparati imam del Sud. Fra i banchi, fedeli della chiesa di S. Antonio insieme con operatori e ospiti dei Centri di accoglienza “Costruiamo Insieme” di fede musulmana.

Prima del confronto, l’incontro sul sagrato della chiesa. Due brevi chiacchiere per far compiere un po’ di stretching alle idee nel caso ce ne fosse bisogno. Sono i convenevoli, il raduno di decine di persone per poi andare a prendere posto all’interno della chiesa, perché di stare fermi all’esterno, con un freddo che proprio non perdona, non è proprio il caso. Prima dell’ingresso, Hassen si lascia sfuggire un desiderio. «Ecco, il nostro sogno è avere a Taranto un luogo di culto così bello, soprattutto così grande da poter ospitare centinaia di fratelli musulmani per raccoglierci in preghiera, quando in via Cavallotti, all’angolo con via Mazzini, ottanta metri quadrati complessivi per trecento riescono a malapena ad ospitare trecento nostri fratelli». E’ un sogno, per ora. «Mi accontenterei – aggiunge l’imam – anche di metà della superficie, perché in quella che chiamiamo moschea in realtà stiamo stretti…».

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L’IMAM REGALA UNA COPIA DEL CORANO TRADOTTO IN ITALIANO

Don Carmine, perfetto padrone di casa, sposta il microfono dall’altare, lo porta praticamente fra i fedeli. Parroco e imam sono a breve distanza dai banchi dove si sono mescolati fra loro cattolici e musulmani. Prima dell’incontro, uno scambio di letture. Hassen consegna a don Carmine una copia del Corano tradotta in italiano. «Non è semplice la traduzione del nostro Libro in italiano – dice – ma questa edizione è una di quelle che più si avvicina alla nostra fede».

Letture da Vangelo e Corano. Quest’ultimo viene letto in lingua araba da Sillah, che alla fine intonerà anche una preghiera, e da Allahssan che leggerà, invece, una pagina del Profeta in italiano. Abbattuti in un soffio i convenevoli. Un coro intona una preghiera al Signore, una ragazza legge un passo natalizio, una donna spiega ai ragazzi presenti cosa rappresenti il Natale per i cattolici.

Hassen, anche se non invitato a farlo, spiega che il crocifisso per i musulmani non è un problema. «Esiste una pessima informazione – osserva – che strumentalizza episodi estremi di intolleranza: ognuno prega il suo dio a modo suo, nessuno si è mai sognato di chiedere a un insegnante di togliere da un’aula un crocifisso, non ce n’è motivo».

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L’ISLAM NON E’ L’ISIS, NON FRAINTENDIAMOCI

Sulla serata conclusasi intorno alle 22.00, fra dolci tradizionali e bevande, ancora l’imam. «Consideriamo l’incontro – dice l’imam – come l’inizio di percorso fatto di conoscenza religiosa, l’auspicio è quello di convivere nel rispetto della pratica della fede di ciascuno di noi». Tre anni fa, quando aprimmo la moschea, a qualcuno venne in mente di sistemare un albero di Natale proprio davanti al suo ingresso. «Qualcuno aveva pensato fosse quasi una provocazione – spiega Hassen – con tanti posti avevano scelto di sistemarlo davanti al nostro luogo di preghiera; la riflessione più bella di tutte, quella di un fratello: “Qual è il problema? Anzi, considerando che nessuno ha un addobbo, illuminiamolo noi, colleghiamo le luci ad una nostra presa di corrente”; ecco l’integrazione passa anche attraverso piccoli gesti e riflessioni; è sufficiente ragionare sulle cose per compiere passi da gigante nell’entrare a far parte in un tessuto sociale, nel rispetto reciproco di abitudini, usanze e fede religiosa». Infine il distinguo fra Islam e Isis, la domanda la rivolge una signora. «Sono due cose che non possono convivere, l’Isis è un’idea di Stato, in assoluto non condivisibile, ma che qualcuno vuole fare passare in modo strumentale: non è così; è l’Islam la nostra fede, il nostro credo religioso; non possono esserci scontri violenti su questa o quella interpretazione del Corano: il Libro è uno e all’interno di esso, Dio, il nostro Allah, predica pace e amore».

Un albero e tanta gioia

Venerdì 22 dicembre ultimo giorno di votazione. Fra i Centri di accoglienza, in testa lotta gomito a gomito. Ma c’è chi sta per sferrare un attacco. Messaggio di pace e fratellanza lanciato dalla direzione della cooperativa. Tutto in un abbraccio sincero.

I risultati ufficiali sono nella pagina Facebook di Costruiamo Insieme. L’invito è quello di collegarsi, dare un’occhiata e segnalare a secondo del proprio punto di vista qual è il migliore albero espresso dai ragazzi di uno dei Centri di accoglienza straordinaria.

Non diamo numeri, anche se potremmo dare questa impressione. Lo facciamo solo per non favorire questo, piuttosto che quel Cas. A prima vista sarebbero due a guidare la classifica, ma manca ancora qualche giorno al fatidico venerdì 22 dicembre e alcuni segnali ci dicono che nei prossimi giorni qualcosa potrebbe cambiare ai vertici. E’ una sensazione, ma qualcuno starebbe preparando una controffensiva a suon di “like” così da spiazzare, con una simile tattica, gli amici che si stanno spendendo per gli altri Centri.

Secondo i bene informati, i primi exploit, numeri in qualche modo importanti, sarebbero da attribuire alla presenza in numero superiore di ospiti nelle strutture che stanno raccogliendo più consensi. E, invece, non è proprio così. Sulla chat di whatsapp, fioccano – come la neve di queste ore, accipicchia che freddo – suggerimenti e, molto sportivamente, incoraggiamenti a quei colleghi che si stanno impegnando, ma un po’ meno, rispetto a quanti occupano il gruppo di testa.

Insomma, è una bella lotta a colpi di “mi piace”. Gli alberi sono tutti belli, ognuno di questi è originale e, alla fine, potrebbe spuntarla il manufatto non necessariamente “più estetico”, ma quello “più studiato”, sostanzialmente “diverso” dagli altri per i quali i ragazzi si sono impegnati prima che dalla direzione arrivasse lo “start”, il classico «Pronti…via!».

A giorni sapremo chi è il vincitore, qual è il podio. Le prime tre opere: intanto quella che ha avuto la meglio sul resto delle partecipanti, più le altre a seguire per le quali sarebbero indirizzati a una sorta di ex-aequo, tutte cioè sullo stesso gradino. Per evitare di indicare il fanalino di coda anche per lo scarto di un solo punto.

Tutti in realtà, alla fine, saranno meritevoli di citazione. Come per il più noto festival di canzoni italiane, Sanremo, anche in questo caso andrebbero assegnati titoli diversi: una sorta di premio a progetto, autore, esecutore, critica. Un riconoscimento per quanti si sono impegnati a realizzare uno dei simboli del Natale, l’albero, quello universale, che unisce nell’immaginario una delle feste più attese dell’anno. Il progetto è l’occasione per un confronto di grande rispetto fra le varie anime, in fatto di religione, presenti nei Centri di accoglienza di Costruiamo Insieme.

Un modo per stare insieme, sotto lo stesso cielo, sotto lo stesso albero e metterla anche sul piano di un’amichevole competizione. Si diceva, non solo «Vinca il migliore!», ma anche «Vinca il più originale!». E’ questo il messaggio di pace e fratellanza lanciato dai vertici della cooperativa: impegnarsi e allo stesso tempo stare insieme nel realizzare un progetto brillante, gioioso, come può essere un albero di Natale, che in molti Paesi del mondo introduce nel periodo festivo più lungo degli anni.

Insomma, a tutti l’augurio di trascorrere questi giorni di festa al meglio, raccogliendolo in un abbraccio ideale, sincero.

Migrazioni ambientali (prima parte)

Propongo questa settimana la lettura di un articolo pubblicato a ottobre 2016 da “Internazionale” a firma di Marina Forti che propone una riflessione su un tema poco discusso ma di grande attualità come quello delle migrazioni per cause ambientali.

Questo sarà il secolo dei profughi ambientali.

“I disastri naturali fanno più sfollati delle guerre. Sembra difficile da sostenere, nel mezzo della più grave crisi umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale. La sola guerra in Siria ha fatto più di sei milioni di sfollati all’interno del paese e costretto altri cinque milioni di persone a cercare rifugio nei paesi vicini, oppure a tentare la traversata del Mediterraneo, lasciandosi dietro una devastazione tale che ci vorranno generazioni per ricostruire il paese.

Poi c’è la guerra in Yemen, che fa meno notizia ma ha provocato decine di migliaia di sfollati. E il conflitto cronico in Afghanistan, e la militarizzazione in Eritrea.

Eppure le persone che sono spinte ad abbandonare la loro casa per le calamità ambientali sono perfino di più. Magari si notano meno, perché si tratta quasi sempre di migrazioni interne (profugo è qualcuno che cerca asilo e protezione in un altro stato; sfollato interno è quello che si sposta forzatamente entro i confini del suo paese).

Le persone in fuga all’interno dei loro paesi, soprattutto in Africa, sono più di 40 milioni, il doppio dei 21 milioni di profughi registrati dall’Onu nel 2015 in tutto il mondo, secondo l’ultimo rapporto dell’Internal displacement monitoring centre. I dati fanno impressione: nel 2015, in tutto il mondo, disastri, conflitti e violenze hanno fatto 27,8 milioni di nuovi sfollati interni, e di questi oltre 19 milioni fuggivano da disastri ambientali: più del doppio di quanti fuggono da violenze e conflitti.

Così, sempre più spesso sentiamo parlare di sfollati ambientali. È un’espressione discussa, non ne esiste una definizione riconosciuta e accettata. Il senso però è abbastanza chiaro: sono persone spinte a partire perché non riescono più a sopravvivere nel loro luogo di origine a causa di disastri ambientali, perché non hanno più accesso a terra, acqua e mezzi di sussistenza. “Costrette alla fuga da una massiccia perdita di habitat”, riassume la parlamentare europea Barbara Spinelli, promotrice di un convegno internazionale che si è tenuto il 24 settembre a Milano, proprio per richiamare l’attenzione sul “secolo dei rifugiati ambientali”.

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Con il termine disastro si indicano circostanze diverse: le persone sfollate dopo un terremoto, quelle lasciate senza tetto da un’alluvione o da uno tsunami. Oppure quelle costrette a migrare da disastri più lenti ma pervasivi: la siccità, l’erosione del suolo e delle coste, la salinizzazione dei terreni, la desertificazione. Certo, distinguere tra i disastri naturali e quelli “provocati dagli esseri umani” spesso è difficile. Come per i fenomeni meteorologici: non si può addebitare direttamente al cambiamento del clima ogni singolo ciclone che si abbatte nel golfo del Bengala o sulle Filippine o nei Caraibi.

Ormai molti studi avvertono che uno degli effetti del riscaldamento dell’atmosfera terrestre è proprio l’aumentata probabilità di fenomeni meteorologici estremi. E, secondo un rapporto dell’ufficio dell’Onu per la riduzione del rischio dei disastri, il 90 per cento delle catastrofi registrate nel mondo negli ultimi vent’anni è causato da fenomeni legati al clima: inondazioni, cicloni, ondate di caldo, siccità. Disastri naturali, ma con responsabilità umane.

Sono sfollati ambientali anche le vittime delle espulsioni forzate dalle loro terre, le comunità sfrattate da grandi imprese agroindustriali, o da nuove miniere, o dighe. In Cina più di un milione di persone ha dovuto spostarsi dall’area della diga delle Tre Gole, sul fiume Chang Jiang. In India quasi mezzo milione di agricoltori e pescatori ha perso la terra da coltivare e i mezzi di sopravvivenza a causa di una serie di dighe sul fiume Narmada. In teoria tutte queste persone sono state risistemate altrove, ma nei fatti non è così.

Nella valle di Narmada pochissimi hanno avuto terre in cambio di quelle perse, e comunque spesso non coltivabili o senza fonti d’acqua; altri hanno avuto quattro soldi di risarcimento, la maggioranza non ha avuto un bel nulla e sono finiti in baraccopoli urbane a sopravvivere come lavoratori a giornata. Lo stesso vale per altri casi di dighe, miniere o altre opere di sviluppo degli ultimi vent’anni: secondo uno studio dell’Idmc, gran parte di questi “sfollati dello sviluppo” alla fine vive in condizioni più misere di prima, hanno perso il loro tessuto sociale, hanno meno reddito e meno accesso a servizi sanitari e istruzione.

Anche il land grabbing provoca sfollati: è chiamata così l’acquisizione di terre coltivabili per progetti agroindustriali su larga scala, come avviene in molti paesi africani e asiatici, ignorando la sorte degli agricoltori che sono sfrattati senza vere alternative per vivere.

Amadou, un dramma dopo l’altro

«Mio padre trascinato nella “prigione del silenzio”, tre mesi dopo la sua scomparsa». Guineano, ventidue anni, studia fino al liceo. «Sogno di insegnare filosofia, ricomincio dalla terza media, provo a dimenticare ma non è facile». «Italia, Paese libero e rispettoso, sarebbe bello se un giorno ricominciassi da qui»

WhatsApp Image 2017-12-14 at 18.41.05«Sono arrivato in Italia un anno fa; avrebbe dovuto raggiungermi un cugino che mi aveva aiutato a mettere insieme la somma utile per il viaggio dalla Libia in Italia: non potrò più riabbracciarlo, purtroppo il suo viaggio della speranza è finito in mare!». Qualche ora prima del dramma, in vista delle coste italiane, aveva mandato uno scatto dal gommone, era felice.

Amadou, 22 anni, guineano di Siguiri, una città nella quale come in altre parti del Paese si vive un forte conflitto etnico, sotto un paio di occhiali, prova a mascherare il dolore mentre per noi ricorda una di quelle brutte storie. Gli occhi non mentono. «Mi aveva aiutato a mettere insieme i soldi che mi avrebbero permesso di lasciare la Guinea, terra diventata invivibile». Accuse infamanti, spiega Amadou, che presto hanno portato alla morte del papà. «Conducevamo una vita agiata – racconta con un velo di tristezza – mio padre, commerciante, comprava e vendeva oro; tutto scorreva nella normalità, andavo a scuola, studiavo con grande profitto; obiettivo principale: un giorno mi sarebbe piaciuto insegnare filosofia, e non è detto che in futuro non possa coronare un sogno così grande…». «Papà Mamadou – riprende – non era d’accordo con il partito, autoritario, che poi sarebbe andato al potere; così un brutto giorno, con un pretesto lo portarono via, in una di quelle che noi chiamiamo “prigioni del silenzio”: tre mesi dopo ci informarono che era morto, non si sa come, immagino perché…».

Un fulmine a ciel sereno, poi le accuse, alla famiglia di Amadou. «“Siete di origine etiope”, ci urlavano, io non capivo: “Ma come, io sono nato qui, in Guinea!”, controbattevo; la mia parola, quella di un ragazzo, contro quella di gente che aveva deciso di annientarci a partire dal fattore psicologico: non potevo più andare a scuola, non avevo le risorse economiche».

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UNA FAMIGLIA RIDOTTA A BRANDELLI

Un accanimento, una rappresaglia. «Un uomo violenta mia sorella – racconta il ventiduenne guineano – lei lo denuncia, ma l’accusa viene respinta dal tribunale per insufficienza di prove; quell’episodio, però, l’aveva segnata, piangeva a dirotto tutto il giorno, in più occasioni aveva manifestato il proposito di farla finita: unica soluzione, non il rimedio evidentemente, era quello di scappare; la mamma la prese con sé, insieme si rifugiarono in Costa d’Avorio; tempo dopo un’altra brutta notizia: anche la mamma era morta, non mi restavano che lei, mia sorella Aissatou, più grande di me, e mio fratello più piccolo, Alphaoumar: una vita, la nostra, completamente rovinata, una famiglia l’avevano ridotta a brandelli!».

Non ha perso del tutto i contatti con il suo passato. «Intanto sento molto spesso mia sorella – confessa – un giorno mi piacerebbe riabbracciarla, ma su un territorio libero come l’Italia, che sento già casa mia». Amadou vorrebbe restare proprio qui. «L’Italia è un Paese libero e rispettoso – spiega con il suo primo sorriso – cosa che, purtroppo, non posso dire della Guinea dalla quale sono dovuto andare via; certo che mi piacerebbe restare qui, ho ripreso a studiare; riparto dalla terza media italiana, io che nel mio Paese dovevo solo fare altri due anni di liceo, ma poco male, ricomincio da qui».

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GUARDARSI INDIETRO, UN LUSSO CHE NON PUO’ CONSENTIRSI

Quando ripensa al suo Paese, viene assalito da una grande nostalgia e dalla voglia di sbattersi per aiutare quello che resta della sua famiglia e riabbracciare sorella e fratello. E un altro cugino, che provvede a mandargli quello che ricava dalla vendita dei beni di famiglia. «Ma guardarmi indietro – osserva – è un lusso che non posso permettermi, non voglio pensare e ripensare a quanto accaduto, devo provare a rimuoverlo se possibile; quando posso sento due miei compagni di scuola, facciamo i soliti discorsi, ci intristiamo e chiudiamo le telefonate con le solite promesse, che poi sono un sogno: rivederci un giorno».

Quando stiamo per salutarci ci regala un’ultima emozione, uno sguardo alla sua infanzia. Ricomincia dal dolore, però. «Papà era un tifoso di calcio – rivela – in una stanza di casa campeggiava un suo grande disegno ispirato a Paolo Maldini: ho ereditato da lui il tifo per il Milan; quando con gli amici giocavo sognavo di prendere a calci il pallone proprio come faceva il capitano rossonero: il campo era uno spiazzo enorme in terra battuta, le porte due canne di bambù infilate nel terreno, un calcio al pallone e via, a giocare da mattina a sera…». Nel cuore di Amadou, una speranza. «Ritrovare un giorno anche una piccola parte di quella spensieratezza; nel frattempo studio, vorrei insegnare filosofia, mentre ora spero di trovare lavoro come interprete, insegnante: conosco francese e inglese, in italiano comincio a cavarmela».

Modugno, questa è integrazione

Da venti anni il 5% è di origine straniera. Ottimo il processo di integrazione. «Cinesi in un intero quartiere, gli africani in centro: bar, ristoranti, attività artigianali». Poi è arrivato il Centro di accoglienza, «E’ il benvenuto», dicono i residenti.

Il Centro di accoglienza straordinaria di Modugno “Costruiamo Insieme”, brilla per tutta una serie di motivi. Non solo per il clima stabilitosi fra operatori e ospiti del Cas all’ingresso della cittadina. C’è grande affiatamento anche con la gente del posto.

La struttura la trovi in breve. A Modugno arrivi percorrendo la statale Bitonto-Foggia, direzione per il capoluogo dauno. Prima di arrivare davanti al cancello scorrevole ed entrare nel Centro, fermata obbligatoria: un bar a un paio di isolati. Se non altro per sentire gente del posto, conoscere qual è il rapporto fra i residenti e gli stranieri, non necessariamente migranti. Un elemento balza agli occhi: la gente non è diffidente, non ha problemi a fare il classico paio di chiacchiere.

Dunque. «Qui sentiamo addirittura il dovere di ringraziare le diverse comunità che hanno scelto di stabilirsi nella nostra cittadina», spiega un signore, al bar, davanti a una tazzina di caffè. Sigaretta all’esterno dell’esercizio. «Deve sapere – prosegue l’uomo, in vena di confidenze – che se venti anni fa non si fossero stabiliti in un intero quartiere, Porto Torres, i cinesi, più avanti senegalesi e nigeriani, Modugno sarebbe stata una delle cittadine pugliesi sacrificate sull’altare della crisi: non avremmo avuto più giovani, sarebbero partiti tutti per il Nord, l’estero, lasciando vuoti interi quartieri».

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LO STRANIERO E’ DI CASA…

Se due più due fanno quattro, anche l’arrivo in città del “Cas Modugno”, è stato accolto da cittadini e politica locale con un certo compiacimento. Da una ventina di anni il 5% è straniero. «C’è gente che lavora qui, ha investito: agli orientali gli esercizi commerciali – dice una signora – agli africani le attività artigianali nel centro storico: in venti anni, qui non è mai accaduto nulla, mai un fatto di cronaca».

Così, se si vuole prendere a prestito un’attività di integrazione con il territorio perfettamente riuscita, Modugno ne è un esempio lampante. All’ingresso del Centro di accoglienza, Mister simpatia, Carmine. «Per farmi una foto occorrono due scatti…», scherza l’operatore all’ingresso della struttura non appena ha completato una telefonata. E’ “in salute”, Carmine, ma ha anche accento e sorriso contagiosi. Quasi un repertorio sulla sua fisicità. Lo soccorre in qualche modo Samba. Anche lei operatrice. «Mi occupo di servizi, mediazione, accoglienza – spiega – l’importante è non tirarsi mai indietro, ci diamo una mano reciprocamente: a volte risolvo situazioni in qualche modo complicate, in altre circostanze sono io a chiedere una mano ai ragazzi». Il riferimento non è solo all’albero di Natale, un vanto per quanti operano all’interno o all’esterno del Cas. «Qui si dice “l’appetito viene mangiando” – fa capire Samba con una frase tipica italiana – ma le competenze sono maturate sul campo, “on job”, come spiegano gli inglesi: io mi sono fermata qui, mi hanno scelta – bontà loro – per collaborare con la cooperativa, probabilmente perché hanno considerato una certa disposizione a relazionarmi con i diversi impegni».

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PROCESSO DI INTEGRAZIONE LAVORATIVA

Il ruolo della cooperativa, dicono, è fondamentale. Valutate le potenzialità di chiunque voglia impegnarsi nel sistema sociale, “Costruiamo Insieme” aiuta ciascun operatore nella crescita professionale. Chiunque ha qualità e voglia di crescere dal punto di vista lavorativo, viene prima affiancato, successivamente responsabilizzato per il ruolo nel quale alla fine è stato indirizzato.

«Dobbiamo essere bravi – spiega un altro operatore – superarci, se il caso lo richiedesse, a rispondere “presente” in qualsiasi occasione, quando ricevi una telefonata dalla Prefettura, a qualsiasi ora, devi sapere come muoverti in appena due, tre mosse: arrivano tre, quattro, dieci profughi, faccio un esempio: devi fare accoglienza, parlarci, farli subito sentire a proprio agio, poi accompagnarli in struttura dotarli del necessario, dalla biancheria ai prodotti igienici». Gli stessi operatori sono di grande esempio ai conterranei che arrivano qui, a Modugno. «Ci sentiamo di essere d’esempio nel processo di integrazione lavorativa – riprende l’operatore – la gente del posto questo lo comprende: a memoria non credo ci sia stato un solo straniero – ci mettiamo in mezzo tutti, cinesi compreso – che abbia chiesto un sussidio: lavoriamo tutti; abbiamo preso le abitudini della gente modugnese, perfino l’accento…».

Il Centro di accoglienza, struttura libera, è una sorta di spazio collettivo autogestito. Ci sono contemporaneamente partite di calcio in tv, tutti d’accordo a vederne una, chi è in minoranza seguirà la squadra per la quale tifa quando la daranno in replica. C’è un “tg” da seguire, c’è una parabola e mille canali sui quali è semplice prendere il segnale dal proprio Paese e seguire le notizie del giorno. Tutto in perfetta sintonia. Come nelle trasmissioni televisive, così nella vita.

Un albero d’amore

Allestire insieme un simbolo natalizio è un messaggio di integrazione e rispetto fra le religioni. Un sorriso, un abbraccio, una stretta di mano, mentre altrove si spiegano con le armi e allontanano segnali di pace. E’ corsa ai “like”. Nei Centri di accoglienza hanno afferrato il senso della gara.

Palle colorate, fili dorati e d’argento, sistemati con grande attenzione, dalla cima dell’albero agli ultimi rami sottostanti. E’ la corsa dei Centri di accoglienza straordinari di “Costruiamo Insieme”. La scorsa settimana, vigilia dell’Immacolata, lo stop agli elaborati che hanno addobbato di fantasia tre metri di verde.

La gara, però assume il valore di un pretesto. Riunirsi, fare insieme un albero di Natale è un messaggio di vicinanza, integrazione e rispetto nei confronti di chi ci sta accanto tutti i giorni, che sia estraneo o appena conoscente. Conoscersi e condividerne le tradizioni, avendo il massimo rispetto per chiunque abbia un “credo” religioso diverso dal nostro. Allestire un albero con il massimo impegno è tutto questo e altro ancora. E’ un’opera di avvicinamento, stare insieme spiegandosi le pieghe di un modo anche diverso di andare incontro al Natale. E’ il vero successo di questa iniziativa che mette tutti insieme e d’accordo: sotto lo stesso tetto, intorno allo stesso tavolo. In un momento, purtroppo, dove altrove sanno spiegarsi solo con le armi allontanando qualsiasi idea di pace. Mentre le rivoluzioni, quelle vere, quelle sane, ci hanno insegnato, cominciano da gesti piccoli. Gesti piccoli che diventano grandi, importanti, quanto una stretta di mano, un abbraccio, un sorriso. Nei nostri Centri di accoglienza hanno afferrato il senso della gara: un albero, tutti insieme, si può fare.

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E POI C’E’ LA GARA…

La gara è entrata nel vivo fin dalle prime ore dal “via” per esprimere su Facebook le proprie preferenze. Sono subito fioccati i “like”. Non è difficile vedere la posizione di ciascuna struttura, basta collegarsi con la pagina di “Costruiamo Insieme”. C’è chi lavora per qualche preferenza in più, chi si sta riservando colpi e “like” a sensazione nel momento più caldo di quelle votazioni quotidiane che si concluderanno immancabilmente il prossimo 22 dicembre. Al CAS che avrà vinto, anche per qualche preferenza in più, sarà assegnato un buffet, l’ideale per festeggiare come si conviene l’imminente ingresso del Natale.

In questi giorni abbiamo fatto un giro nelle diverse strutture. Bene, ovunque, i ragazzi sono stati colti nel momento degli ultimi ritocchi. Un impegno encomiabile. Qualcuno con il tocco a sensazione, come la punta o la stella da sistemare in cima all’albero. Da qualche giorno sui social circolavano voci e foto dei primi elaborati, tanto che la concorrenza più agguerrita aveva fatto tesoro degli inattesi “suggerimenti” arrivati dalla concorrenza. Dunque, se qualcuno arricchiva l’albero con le foto degli ospiti di uno dei Centri, gli altri appendevano lettere di ringraziamento o rivolgere una preghiera al Cielo.

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QUANTE IDEE BRILLANTI…

Belle idee, tali da spiazzare anche chiunque avesse idee chiare e volesse avanzare già un primo giudizio. Elaborati, tutti degni di attenzione. “Cavallotti” si è avvalso della preziosa supervisione di collaboratori. «Ho portato palle e fili da casa!», ha rivelato una signora, «i ragazzi meritano massima collaborazione: vedrete, vinceranno loro!». Non sono dello stesso avviso quelli del CAS “38”, in via Gorizia, che per l’occasione si sono rifatti il trucco. Dopo la facciata dell’ingresso, il ritocco al numero civico esposto all’esterno. Ci pensa Kaleem, la guida nella “due giorni” fatta di sopralluoghi e documenti fotografici. Scala, pennarello e via, adesso tutto viene visto sotto un’altra prospettiva.

Figurarsi i ragazzi del “106” e “316”, impegnati sulla Statale alle porte di Taranto, piuttosto che in via Principe Amedeo. Discorso a parte gli ospiti di Modugno e Bitonto, per tecnica e opera corale con cui si sono prestati a realizzare l’albero. La loro applicazione non è nata e finita con la raccolta del “guanto di sfida” da parte dei colleghi. Questi si sono attivati alla ricerca di consensi, facendo circolare la propria opera, alberi belli – quanto gli altri, aggiungiamo noi, per non commettere parzialità – a vedersi con quel pizzico di sana invidia, ma anche da mostrare agli amici in procinto di realizzarne uno in casa propria.

foto-articolo-03CORRETE SU FB, DITELO AGLI AMICI!

Una politica che i primi giorni, in fatto di consensi, ha pagato. Una pioggia di “like” ha invaso Facebook, creando una prima classifica provvisoria. Chi è “fanalino di coda”, nel giro di un paio di giorni può ribaltare i primi responsi. Due consigli: mai sentirsi già vincitori, mai partire per sconfitti. Il resto lo fanno numeri e amici. Sarebbe un peccato non sostenere un progetto, un albero messo in bella mostra, senza invitare un po’ di conoscenti a “visitare” le opere e votare. Andare a vedere l’albero, a tornare e ritornare per assegnare la propria preferenza. «Vinca il migliore e più originale!», avevamo scritto. C’è un terzo elemento, imprevisto: «il più organizzato». C’è chi non si è fermato, abbiamo scritto, a riempire l’albero di colori e attenzioni, ma ha pensato all’immediato: fare proseliti, trovare il maggior numero di “like”.

Alla fine, chiunque vinca – diceva un noto personaggio dello spettacolo – sarà stato comunque un successo. Un successo dell’intera iniziativa, lanciata dal presidente e fortemente sostenuta dal direttore generale.

“L’accendino del mondo”

Diventa difficile capire se è più pericoloso il ragazzino che si diverte a lanciare missili in Corea o il Presidente degli Stati Uniti d’America che entra a “gamba tesa” in una regione destabilizzata riaccendendo la miccia di una bomba mai disinnescata.

Dentro uno scenario complicato che ha impegnato per decenni la comunità mondiale nella ricerca di una soluzione politico-diplomatica, arriva il super eroe tinto di biondo con un atteggiamento deplorevole quanto borioso a rompere quei deboli equilibri che fino a ieri tenevano ancora aperta la strada per un dialogo.

Quegli equilibri che, seppure flebili, hanno evitato o limitato attentati, morti, stragi sempre nel tentativo di superare l’idea di usurpazione di un territorio partorita sul tavolo della spartizione all’indomani della seconda guerra mondiale.

Lo Stato di Israele è, infatti, una invenzione moderna, una sorta di “lavatrice delle coscienze” in risposta all’olocausto.

La scena vista in televisione che riprende il Presidente Trump mentre, orgoglioso, appone e mostra al mondo la sua firma il calce al Decreto con il quale decide di riconoscere Gerusalemme Capitale dello Stato di Israele disponendo lo spostamento della propria Ambasciata inorridisce non solo per il contenuto e le conseguenze del Decreto ma anche per la boriosità con la quale ha voluto aggiungere una cornice all’altro Decreto che vieta a cittadini provenienti da Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli Stati Uniti d’America.

Per dirla con Troisi, non ci resta che piangere!
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Siamo di fronte ad un processo di “carcerazione delle libertà” inaccettabile che avvalora la teoria che la globalizzazione è una dimensione valida solo per la finanza, per gli interessi economici, per consentire ai ricchi di diventare sempre più ricchi a scapito dei poveri che diventano sempre più poveri: le persone non hanno più un peso specifico negli USA votati alla pratica dell’USA e getta.

Un colpo di spugna sulla propria storia ed uno sputo nel piatto nel quale si è mangiato: gli Stati Uniti attuali, la potenza sviluppata, affonda le radici su manodopera e competenze di importazione.

Di contro, quanto si nutre l’economia statunitense dal Continente africano e quanti rapporti intrattiene con Governi dittatoriali che, anche delle persone non solo del petrolio, fanno merce e alimentano il mercato?

Dichiarare unilateralmente Gerusalemme capitale di Israele con l’azione simbolica e devastante dello spostamento dell’Ambasciata serve a Trump per rimarcare da che parte sta a costo di far saltare qualsiasi tavolo diplomatico e riaccendendo i fuochi di una guerra.

Nel gioco del Risiko, che è la vera questione al centro delle politiche economiche internazionali, torna utile avere un avamposto consolidato come Israele.

Le guerre, inoltre, come abbiamo detto più volte, producono altra economia: nelle guerre non si contano solo i morti, si contano soprattutto i soldi!

Il fatto che Trump sia stato isolato dalla comunità internazionale non asciuga le lacrime dei bambini palestinesi né fermerà l’inizio di una nuova, lunga intifada.

A festeggiare, in questo momento, c’è solo l’Iran che, all’indomani dell’operazione in Siria, ritorna ad essere un importante punto di riferimento per il mondo arabo non senza conseguenze nella continua evoluzione dei rapporti in una regione che non trova pace.

Boubacar, ferite che bruciano

Diciannove anni, maliano, orfano di papà e mamma, studente modello, gli zii gli negano appena cinque euro. «Non potevo comprare penna e quaderno, lasciai la scuola. Picchiato in Libia, scappai, fui riacciuffato. Devo molto all’Italia, voglio sdebitarmi, ma anche domani tornerei in Africa»

«Scappato dal mio Paese per cinque euro!». Il costo di una penna e un quaderno, che gli zii rifiutarono di comprargli. Boubacar, diciannove anni, maliano, fede musulmana. Una storia fatta anche di umiliazioni, prigionia, botte alla cieca e fughe. «Avevo perso mamma e papà, mi restava una sorella: non sapevo più dove andare e i miei zii, che allora ringraziai per avermi accolto sotto lo stesso tetto, mi accolsero». Un racconto a tratti, “Bouba”, tanta voglia di fare, a cominciare da un mestiere che sente suo, l’elettrauto, si spiega a gesti: non si sente padrone della lingua e, allora, va cauto, teme di sbagliare. Poi prende coraggio davanti a un espressino. Si slega, si apre poco per volta, dà fondo al suo italiano. «Sono qui, in Italia, dall’aprile di quest’anno, pochi mesi, ma l’italiano, mi dicono, lo sto imparando a passi lunghi e ben distesi».

Sarà anche per l’altezza, più di due metri, che i passi compiuti con l’italiano sono incoraggianti. «Sto imparando grazie alla pazienza – confessa Boubacar – di una signora che fa le pulizie nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” del quale sono ospite; quando non capisco il senso di una frase, una parola, lei mi spiega, io apprendo, assorbo come se fossi una spugna».

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UNO STUDIOSO, POI UN AIUTO NEGATO

La capacità di apprendimento. Era un ragazzo promettente, Boubacar, fra i banchi di scuola. Lo dicevano i suoi insegnanti. Poi gli zii, una decisione alla quale ancora oggi il giovane fuggito dal Mali non sa dare risposta. «Sarei andato avanti con gli studi, mi piaceva e mi piace ancora oggi studiare, apprendere; invece non so perché mi rifiutarono quei cinque euro con i quali avrei comprato penna e quaderno: mi sentii ferito, i miei zii che dicevano di considerarmi un figlio, davanti a una somma anche nel mio Paese non eccessiva, mi rifiutarono l’aiuto; passai notti insonni, era ed è una ferita che non ho ancora rimarginato: “perché”, mi domandavo, “non posso più andare a scuola?”; non era tutto vero, allora, non mi consideravano un figlio!».

Così, un giorno, Boubacar, va via dal Mali. L’accelerata, un secondo episodio. «Una ragazza non mi piaceva, non che fosse bella o brutta: non mi piaceva, punto; dalle mie parti, però, il rifiuto per una famiglia è una grave offesa per, così misi insieme le due cose, la scuola e l’odio dei parenti della ragazza, e decisi di andare via: avevo fatto il mio tempo, a malincuore dovevo cambiare aria».

A malincuore. Perché “Bouba”, in Africa, vorrebbe tornarci. «Non in Mali, ma in qualche altro Paese sì: amo la mia terra, ma vedo la mia vita altrove; e se non fosse Africa, anche l’Italia, la Francia: mi piacerebbe trovare lavoro da elettrauto, mettere a frutto i miei studi e l’esperienza maturata già da ragazzino con la testa infilata nel vano motore, come meccanico ed elettrauto».

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BLOCCATO IN LIBIA, LA FUGA, LE BOTTE…

La fuga, bloccato nella solita Libia. «Il colore della pelle non puoi nasconderlo – spiega – vedono che sei nero, ti fermano, ti chiedono i documenti e se non hai soldi, sei spacciato: ti riempiono di botte, ti picchiano con le armi; vanno giù duro, fino a quando non esce sangue: se non ti provocano una ferita sanguinante, non li fermi nemmeno se li preghi perché smettano una buona volta!».

Sei mesi, due fughe. «Sono stato anche male in salute – racconta ancora Boubacar – nella sventura mi ritengo fortunato, vivo per miracolo: non mi hanno gettato per strada, considerando che non avevo denaro per pagare la mia libertà». «Sono fuggito una prima volta – ricorda infine il giovane maliano – ho fatto mille lavori, messo da parte un po’ di soldi, ma sono stato riacciuffato e messo daccapo in prigione: ho dovuto tirare fuori quel poco di denaro che avevo messo da parte per riscattarmi; viaggio della speranza a bordo di un gommone nel quale eravamo in settanta e, finalmente, l’Italia: un Paese accogliente, lo dico con il cuore, non so come sdebitarmi…spero un giorno di poter ricambiare tutta la mia riconoscenza nei confronti degli italiani».

«Chi ci ha dato la patente…»

«Ci siamo iscritti, fatto gli esami, adesso l’auto». L’altro aspetto del Centro di accoglienza. Operatori, mediatori, ospiti di “Costruiamo Insieme”, vanno su strada. «Abbiamo pensato di investire, nel senso di fare scuola-guida: compriamo una vettura, paghiamo tasse e assicurazione». Superato a pieni voti un esame “supplemetare”, a loro insaputa.

Kaleem, Idris, Alhassane, Sillah e altri ancora. E’ la “colonna” patentata scaturita dai Centri di accoglienza di “Costruiamo Insieme”. Operatori e mediatori che si sono fatti prima coraggio e poi affrontato tutti i passi utili per mettersi finalmente alla guida di un autoveicolo. Prima l’iscrizione, poi la frequentazione, infine, gli esami, che dalle nostre parti pare «non finiscano mai».

I ragazzi hanno fatto un piccolo investimento. Non è il primo, né sarà l’ultimo. Il frutto del loro lavoro, in qualità di operatori, come anche di mediatori, è un bell’impegno economico. Non solo l’iscrizione. «Se prendiamo la patente – diceva uno dei ragazzi – evidentemente è perché abbiamo intenzione di metterci alla guida di un’auto, dunque anche quella a breve sarà un ulteriore investimento». Un piccolo contributo da parte dei ragazzi, alla vita di tutti i giorni in una città che li ospita e li abbraccia tutti i giorni. Con quei segni di stima, evidenti, che si provano per ragazzi che al primo posto mettono insieme la voglia di lavorare e integrarsi con un territorio.

Gesto condizionato, cui nemmeno un autista, di sicuro indolente, farebbe ricorso: allacciare le cinture. Prima di farci ospitare da Kaleem piuttosto che Sillah, in auto, per un giro, una piccola prova. Tante volte qualcuno quella patente gliel’avesse rilasciata con una certa disinvoltura. E, invece, ecco Sillah. Siede al posto di guida, sistema nell’ordine: sedile e specchietto retrovisore, un’occhiata ai due specchietti laterali e, infine, la ciliegina sulla torta… A quella fa ricorso Alhassane, da passeggero. Anche lui ha fatto gli esami. «Scritti – confessa – non orali, quelli sono complicati: vero che parlo quattro lingue, ma temo sempre che agli esami io e l’ingegnere si parli una lingua…diversa». Sorride l’operatore di “Costruiamo insieme”, immortalato all’ingresso della sua autoscuola.

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Sarà un automobilista in gamba, prudente e rispettoso dei segnali stradali, verticali come orizzontali. Di certo è un passeggero-modello. La prima cosa che fa, si diceva, la ciliegina cui alludevamo, è allacciare la cintura. Raro – cosa, invece, cui tutti dovrebbero prestare attenzione – vedere residenti che compiono l’intera liturgia: sedile, specchietto, specchietti e, per finire, cintura di sicurezza. Alhassane promosso all’istante, valido anche come passeggero. Si ospita volentieri, di sicuro non farà elevare una sanzione riservata a quanti viaggiano sprovvisti di cintura di sicurezza. Le multe, si sa, fioccano con una certa leggerezza (anche se al momento di pagarle pesano come macigni). E queste, le sanzioni, spesso non tengono conto di buona fede o distrazione. Essere autisti-modello è fondamentale. Non solo per se stessi, ma anche per gli altri, che siano conducenti o solo pedoni.

Poi, si diceva, una sorta di indotto. Esistono i mezzi pubblici, certo. Il più delle volte puntuali, ma avere la disponibilità di un autoveicolo di proprietà è importante. Oltre ad essere una grande comodità. I ragazzi lavorano, investono – nel senso di spesa… – in scuola guida e auto. Ma esistono altri dettagli da considerare: il bollo, la famosa tassa di circolazione, e l’assicurazione. Senza tutti questi requisiti non si va lontano. E il viaggio dei nostri ragazzi in Italia è appena cominciato.

Schiavitù “Moderna”

Il 2 dicembre del 1949, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Convenzione per la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione. Solo nel 1967, a distanza di quasi venti anni, l’Italia ha recepito la Convenzione ONU.

Un dato, peraltro sottostimato, diffuso da autorevoli organizzazioni internazionali stima che siano più di 40 milioni le persone costrette in stato di schiavitù oggi.

In Africa 7,6 persone su 1000 sono vittime di tratta, lavori forzati, prostituzione.

Ma è in Asia che si registrano numeri che fanno rabbrividire: 25 milioni di persone!

E vi è ancora di più: nella stima totale delle persone che vivono in situazione di schiavitù, i bambini incidono per un quarto. Vale a dire 10 milioni di bambini!

Anche in Europa questo indicibile fenomeno è stimato con un dato che sfiora il 4% ogni mille persone.

Flavio Di Giacomo, portavoce dell’OIM, ha spiegato in questi giorni che “Le migrazioni incidono in modo molto importante sul fenomeno globale perché l’irregolarità dei migranti apre la strada allo sfruttamento senza controllo di persone prive di scrupoli nei luoghi di transito, ma anche nei luoghi di approdo come l’Italia, ad esempio. Un fatto drammatico che ci racconta di come i patimenti narrati dai migranti che raggiungono le nostre coste siano veri”.

Il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, è intervenuto sul tema sottolineando che: “Le situazioni di conflitto, la povertà, la fuga da territori colpiti da fenomeni naturali, costituiscono terreno fertile per la diffusione di fenomeni quali lo sfruttamento sessuale, il lavoro minorile, i matrimoni forzati, il reclutamento di bambini nei conflitti armati. Malgrado i progressi registrati negli ultimi decenni in termini di tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel mondo, la schiavitù tradizionale è un fenomeno che non siamo ancora riusciti a debellare completamente Solo pochi giorni fa le brutali immagini di migranti venduti all’asta sulla base di un ‘valore’ che li equipara a merce ci hanno ricordato quanto sia ancora presente un fenomeno che nega alla radice la dignità dell’essere umano. A fianco della schiavitù tradizionale altre se ne sono aggiunte, quasi sempre collegate alla tratta dei migranti. Questa Giornata –conclude Mattarellaricorda l’esigenza di lottare, oggi come allora, per sradicare ogni schiavitù. In ogni sua manifestazione, la schiavitù è un’aberrazione che non può essere tollerata“.

Qualche giorno fa ci ha lasciati Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore da sempre in prima linea sui temi dell’integrazione e della lotta allo sfruttamento lasciando tracce fondamentali del suo lavoro di ricerca e di denuncia. Voglio chiudere con un breve stralcio della lettera scritta dal padre: “si è impegnato in difesa degli ultimi e dei ferocemente sfruttati nei più diversi contesti : nell’ambito del caporalato, degli immigrati, dei desaparecidos in Argentina, ed ovunque ci sia stato un sopruso. Un lavoro svolto tutto alla ricerca della verità; ed era anche la denuncia; fatta con lo stile dell’annuncio, che, nonostante tutto, un mondo migliore, è ancora possibile”.

Chissà cosa avrebbe scritto Alessandro oggi? Certo, la sua penna ci mancherà così come la sua infaticabile ricerca di giustizia sociale.