Adel

“Ho incontrato Costruiamo Insieme nel periodo più brutto della vita”

Piove a dirotto a Bitonto e Adel arriva all’appuntamento con quaranta minuti di ritardo dopo che per telefono mi ha chiesto la cortesia di aspettarlo. Ha tanta voglia di raccontare anche la sua storia dopo aver letto tutte le storie che abbiamo raccolto e pubblicato.
E’ arrivato in Italia nei primi anni novanta dalla Tunisia, poco meno di 30 anni fa ed oggi considera Bitonto la sua seconda città e l’Italia la sua seconda patria. Oggi Adel ha 50 anni e conosce parla cinque lingue.
“Certo –racconta- i primi tempi non sono stati facili. Notti trascorse a dormire per strada, un pasto caldo alla mensa della Caritas e, col tempo, la solidarietà di amici e connazionali che mi hanno ospitato in casa. Nel frattempo, lavori saltuari, occasionali, il minimo per sopravvivere”.
Sempre a Bitonto conosce Rosa, si innamorano, si sposano.
Un matrimonio che per Adel significa anche ottenere il permesso di soggiorno, quei documenti che finalmente gli consentono di emergere dal sommerso nel quale è stato costretto a lavorare fino ad allora.
Adel e Rosa arricchiscono la loro famiglia con tre figli mentre lui gira l’Italia per svolgere diversi lavori soprattutto mettendo a frutto le sue competenze nel settore elettromeccanico rinvenienti dal Diploma conseguito in Tunisia.
Ma la vita gli riserva brutte sorprese: il suo secondogenito, Alessandro, nato con una lesione celebrale provocata dal mancato afflusso di ossigeno al cervello al momento del parto, muore a soli 19 anni e, nello stesso periodo, muoiono in Tunisia uno dei suoi cinque fratelli e la cognata.
“E’ stato il periodo più brutto della mia vita, mi sentivo perso, sconfitto, avevo perso la voglia di andare avanti nonostante gli sforzi di mia moglie e delle mie figlie. Mia figlia Annalisa, che oggi ha 25 anni, ha anche lasciato gli studi per starci vicina e per assistere la sorellina Cosma Damiana che ha 5 anni ed è affetta da sindrome di Down.
Ma è proprio in questo momento che mi è capitata una cosa inaspettata che mi ha cambiato la vita, non solo la mia, ma anche quella della mia famiglia”.
Gli occhi gli si illuminano, appare in volto una felicità che spezza la tristezza della narrazione che fino ad allora aveva segnato il nostro incontro. Non lo interrompo, resto attento di fronte alla sua inarrestabile voglia di raccontare.
“Vito Masciale, Presidente dell’ASP Maria Cristina di Savoia di Bitonto, mi ha presentato il Direttore Generale di Costruiamo Insieme, una Cooperativa Sociale che opera anche nel settore dell’accoglienza dei migranti. Maurizio Guarino, nonostante io stessi attraversando un brutto periodo per le vicende familiari o, non so se proprio per questo, mi ha offerto un lavoro come operatore e mediatore nella sua Cooperativa. Ricorderò quel giorno per tutta la vita e ancora oggi ringrazio Dio tutti i giorni per aver fatto trovare sulla mia strada queste persone straordinarie. Maurizio, la Presidente Nicole, Barbara mi hanno restituito quella voglia di vivere che avevo perso. Ormai da tre anni lavoro stabilmente con loro e adoro il mio lavoro. Non smetterò mai di ringraziarli per questo!”.
Conosco bene Costruiamo Insieme e le sue pratiche di integrazione reale, la voglia quotidiana di poter dare risposte e soluzioni a quanti sono portatori di problemi e il racconto di Adel non è che una conferma.
E Adel è uno dei tanti operatori di Costruiamo Insieme che spesso, anche fuori dal suo orario di lavoro, si presta a dare supporto agli ospiti delle strutture.
Ma è la naturalezza con la quale Adel dice di adorare il suo lavoro che mi incuriosisce e mi spinge a chiedergli perché.
“Io non ho dimenticato le mie origini, la mia storia. Ho lasciato la Tunisia trent’anni fa perché non vedevo un futuro per me in quel Paese e capisco le ragioni di tutte le persone che lasciano i loro Paesi per diverse ragioni. Non è solo la guerra ad ammazzare le persone, le persone muoiono per condizioni di povertà estrema, perché perseguitata e, soprattutto i giovani, perché nei loro Paesi non hanno futuro, la possibilità di dare un senso alla propria vita diverso dalle violenze e dai soprusi. Stare vicino, aiutare quanti riescono ad arrivare in Italia e sono ospiti dei nostri Centri di Accoglienza da un senso diverso anche alla mia vita, mi arricchisce, mi rende sereno, una persona completa. Vedere queste persone vittime della burocrazia mi rattrista perché in tanti sono costretti a lavorare in nero quando potrebbero avere un regolare contratto di lavoro. E quando li vedo uscire dalla struttura alle prime ore del mattino con i giubbini fluorescenti e le torce comprate ad un euro nei negozi cinesi per camminare al buio mentre si recano al lavoro, mi si stringe il cuore al pensiero che una burocrazia più efficiente potrebbe risolvere tanti problemi e dare dignità a tante persone”.
Cerco di dire ad Adel che il problema della burocrazia è generalizzato, colpisce tutti, anche gli italiani.
Mi interrompe con garbo e riprende il suo racconto: “Vedi, io vivo a Bitonto da 30 anni, conosco tanta gente e ho avuto la fortuna di incontrare Costruiamo Insieme per poter dire che oggi un futuro migliore ce l’ho e con me la mia famiglia. E posso dire che Bitonto è una città accogliente. Ma la gente, gli italiani, sono stanchi di vedere servizi che non funzionano, pensioni e stipendi bassi, e quando sento parlare di razzismo o di intolleranza penso che sia semplicemente una valvola di sfogo per non affrontare problemi reali che niente hanno a che fare con la presenza di migranti. In Italia, e questo vale per tutti, si parla sempre di doveri e sono d’accordo che vadano rispettati, ma quando si parla di diritti…”.
Adel mi confessa che ha la passione per il gioco del biliardo “perché è un gioco di precisione, di calcolo” e queste convinzioni le ha maturate nei luoghi di aggregazione che frequenta, luoghi “misti” come li definisce.
La sua voglia di raccontare è tanta ma, ormai, si è fatto tardi.
Mi chiede di ritornare a parlare sull’opportunità lavorativa e sulle prospettive di vita che ha ricevuto da Costruiamo Insieme e gli evidenzio che tanti suoi colleghi hanno alle spalle una storia di migrazione perché la Cooperativa “accoglie”, non “raccoglie”.
Alla fine patteggiamo e saluta le persone che porta nel cuore in un video messaggio.

 

Moschea e autofinanziamento

Preghiere e spiccioli

«Raccogliamo monete per il fitto di locali in centro a Taranto», spiega l’imam Hassen Chiha. «Dieci, venti, cinquanta centesimi, ognuno dà quello che può. Vorremmo un luogo di culto più grande, le nostre preghiere saranno ascoltate». Incontri con sindaco, arcivescovo e Prefettura.

«In questa normale busta di plastica, del tipo di solito usato per la spesa, raccogliamo i piccoli contributi dei fratelli musulmani: monetine, ognuno dà quello che può». A colazione con l’imam, per parlare di partecipazione, anche di preghiera se vogliamo, ma stavolta di un tema principalmente indirizzato al desiderio di molti extracomunitari ospiti nei Centri di accoglienza e residenti in città.

«Del desiderio di avere una struttura accogliente ne parliamo da tempo – spiega l’imam Hassen Chiha, davanti a una tazzina di caffé – ci piacerebbe disporre di locali più grandi e accoglienti perché chiunque sia di fede musulmana e risieda in città o provincia, possa raccogliersi in preghiera nel miglior modo possibile».

Attualmente, il luogo di culto, impropriamente definito “moschea”, ha sede in via Cavallotti, angolo dia Mazzini. Il caso ha voluto che i locali presi in affitto dalla comunità islamica tarantina, fossero vicini alla sede di “Costruiamo Insieme”. Stessa via, stesso marciapiedi (tante volte le coincidenze). Nel Centro poco distante e allestito dalla cooperativa, è bene puntualizzarlo, trovano accoglienza migranti di fede diversa. Musulmani, certamente, ma anche cristiani, atei.

Precisazione a parte, torniamo alla “moschea”. Riprendiamo le due battute con l’imam, che a colazione riavvolge per noi il nastro della memoria. Ci racconta i passi compiuti negli ultimi due anni. «La moschea o luogo di culto che dir si voglia – spiega Chiha – non sarebbe più idoneo ad accogliere i tanti fedeli che ogni giorno rivolgono preghiere ad Allah; non sempre è possibile, infatti, riunirci tutti insieme lo stesso giorno, alla stessa ora».

Foto articolo 01 - 1

DA IPPAZIO STEFANO AL SINDACO RINALDO MELUCCI

Hassen Chiha ne parlò a suo tempo all’allora sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, che di lì a poco avrebbe concluso il suo mandato in veste di amministratore della città di Taranto. «Ospitale – ricorda l’imam – ricevette me insieme con una piccola delegazione, ascoltandoci e promettendoci che qualcosa per noi avrebbe fatto; saranno stati i pochi mesi a disposizione ad avergli impedito di fare in concreto qualcosa per noi; successivamente venne anche nella nostra sede a trovarci, una visita gradita: fu allora che prese un impegno che, però, non riuscì a condurre a termine».

Il nuovo sindaco Rinaldo Melucci ha mostrato interesse concreto. «E’ stato lo stesso primo cittadino – puntualizza Chiha – a chiedermi di fare visita al nostro luogo di culto: questa sua richiesta ha riempito di felicità me e l’intera comunità di fedeli per l’attenzione che un rappresentante le istituzioni abbia preso a cuore il tema della moschea in città». Melucci ha poi dovuto rimandare l’appuntamento. «E’ stato corretto: avrebbe potuto evitare, farmi telefonare da un collaboratore, visti gli impegni: invece, mi ha inviato un messaggio nel quale si scusava e rimandava l’incontro con noi; Ilva, viaggi a Roma, elezioni, Consiglio e il condurre un’Amministrazione, non deve essere compito facile, ma lo aspettiamo presto, sarà il benvenuto».

A proposito di rapporto con istituzioni e rappresentanze sul territorio. «Ho incontrato l’arcivescovo di Taranto, sua eccellenza Filippo Santoro: gli ho fatto dono della riproduzione di un Gesù Bambino, che lui ha gradito moltissimo: le nostre fedi non sono poi così lontane come vengono dipinte da certa informazione; alla base di tutto, deve sostanzialmente deve esistere il rispetto reciproco della fede; siamo tutti fratelli, predichiamo amore e uguaglianza».

UN «GRAZIE» ALLA PREFETTURA

Un sincero ringraziamento alla Prefettura. «Dobbiamo alla sua disponibilità l’autorizzazione alla preghiera che abbiamo svolto in passato, in occasione della fine del Ramadan, sulla Rotonda del lungomare: eravamo centinaia, pregammo di fronte al palazzo del governo; spazio ideale, non avendo, noi, altre location per accogliere tutti quei fratelli nella preghiera di ringraziamento; in quell’occasione la gente del posto, a fine preghiera, si fermò per parlare, confrontarsi; anche in quella circostanza, visto le insistenze, spiegammo la differenza, sostanziale, fra Islam e Isis, cioé fra chi prega e chi semina terrore; i cittadini presenti hanno poi apprezzato come, una volta conclusa la preghiera, ognuno di noi abbia fatto il suo, restituendo alla città la Rotonda così come l’avevamo trovata: bella, accogliente, pulita».

E torniamo a luogo di culto e monetine. «Ognuno dà ciò che può: c’è chi non lavora o lavora poco e offre monete da venti o cinquanta centesimi; chi due e chi cinque euro; quei soldi ci servono a pagare l’affitto del locale fino ad oggi da noi occupato: abbiamo un ottimo rapporto con il proprietario dell’immobile, lo stesso con i residenti della zona; non ci affolliamo all’esterno, non creiamo disagi, ci incontriamo fra noi al solo scopo di pregare, leggere e commentare la parola del Profeta».

Rinnova l’invito al sindaco. «Siamo in tanti, vorremmo una sede più accogliente con l’aiuto delle istituzioni locali, ma non un luogo lontano dalla città; la preghiera è anche integrazione, avvicinare due realtà ormai non più così lontane; i residenti sono i nostri datori e colleghi di lavoro, vicini di casa, amici che incontriamo per strada, al supermercato, al bar…».

Siamo meridionali

Mimmo Cavallo e i ragazzi di Costruiamo Insieme, il videoclip

Mimmo Cavallo, in due occasioni ospite di Costruiamo Insieme, con la “crew” dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza della nostra cooperativa, ci ha regalato una versione della sua inossidabile “Siamo meridionali”.

Un tributo ai cori con inatteso free style, ha sottolineato qualità e partecipazione degli ospiti del CAS “Cavallotti”. La performance estemporanea, per come si è concretizzata, è talmente piaciuta al cantautore, che lo stesso ci ha lasciato un secondo regalo canoro (“Uh mammà!”) invitando alcuni dei ragazzi presenti per le registrazioni in studio del suo prossimo album.

 

Marielle Franco

Vittima della lotta alle povertà

E’ questa la tragica, orrenda e indignante fine posta alla vita di Marielle Franco, cresciuta in una favelas e diventata Consigliera Comunale per amplificare l’eco della sua lotta coraggiosa per i diritti della sua gente, povera e di colore come lei, affamata e senza prospettive in città dalle due facce: il fetore dei ghetti e il lusso dei grandi alberghi con vista mare.
Aveva da poco concluso il suo intervento ad un convegno sul tema della violenza sulle donne quasi ordinaria e sottaciuta in quei non luoghi caratterizzati dalla totale assenza dell’idea di uno stato civile.
Non luoghi nei quali polizia e organizzazioni paramilitari hanno ripreso le loro incursioni violente contraddistinte da quegli omicidi sommari che Marielle aveva il coraggio di denunciare.
16.000 persone avevano consentito la sua elezione al Consiglio Comunale, tutti voti raccolti nelle favelas, una sorta di convergenza per dare voce ad un grido di dolore e di sofferenza che si infrange su quei muri spacciati ai turisti come frangi rumore ma che nascondono quella inguardabile realtà inurbana che sono le favelas.

Domenicale Articolo - 1Nascoste agli occhi del mondo durante i mondiali di calcio, le favelas continuano a produrre quel processo di depersonificazione fondato sulla sopravvivenza e annegato nella privazione di mezzi quanto di diritti.
Marielle era una voce scomoda, aveva radicato il senso della sua esistenza nella denuncia continua della disumanità nella quale sono costrette milioni di persone con il suo messaggio universale, con le sue battaglie.
Tanto scomoda da giungere ad essere antitetica e insopportabile per un modello di governo che affonda le radici nella repressione violenta come risposta alla povertà.
E’ toccato a lei, questa volta, pagare con la vita la difesa o, meglio, il riconoscimento dei diritti civili per i più deboli, per gli indifesi, per quanti rappresentano una entità lontana dal potersi ritenere bambini, donne, uomini.
“Colpire uno per insegnare a cento” sembra essere la filosofia con la quale il Brasile, attraverso il suo braccio armato, quello ufficiale e quello meno ufficiale ma noto a tutti, affronta il tema della povertà e dei diritti negati.
La morte di Marielle ci insegna che di povertà e di emarginazione si può morire in due modi: vivendola o, semplicemente, parlandone e denunciando.
E lei, nata e cresciuta in una favelas a ridosso dell’aereoporto di Rio, una di quelle chiuse da muri insormontabili, l’ha vissuta, ne ha parlato, ha denunciato.
Oggi, è una martire delle lotte per rivendicare i diritti civili.

«Il mio sogno italiano»

Friday Ebor, nigeriano, trent’anni

«Una volta in Italia, mi sono sentito come in famiglia», racconta. «L’esperienza nel mio Paese e in Libia, mi hanno segnato. Lavoro e dolore, fra i campi e negli allevamenti di bestiame. Voglio studiare, imparare, trovare un lavoro»

Foto ARTICOLO Storie 03 - 1Un altro dei ragazzi del Centro accoglienza, un’altra storia. Storie simili, non uguali. Qualcuna scandita da drammi familiari, altre da fughe notturne, pestaggi, violenze di ogni tipo. C’è anche un lieto fine, quello raccontato da Friday Ebor, nigeriano di trent’anni. Arrivato in Italia con il solito gommone stracolmo soccorso da una nave di passaggio e un occhio malandato, il sinistro, a causa di una malattia. Contratta, non sa bene dove, nel suo Paese o in Libia, dove ha lavorato per un po’, il tempo di raccogliere le risorse per pagarsi il viaggio. Gli operatori di “Costruiamo Insieme” si stanno prendendo cura di lui, Allahssane non lo lascia un attimo. In una mano le richieste di una visita specialistica, nell’altra un cellulare. L’operatore chiama il medico, chiede quando sarà possibile sottoporre Friday a un’altra accurata visita di controllo.

Il trentenne nigeriano ha fretta di rimuovere certi ricordi. «Un anno e mezzo di Libia, anche io, come tanti connazionali, ho staccato il biglietto per l’Italia – un viaggio su un affollato gommone, con vista su nave spagnola prima, una militare italiana poi – lavorando sodo; alla fine, per come poi sono andate a finire le cose, mi ritengo pienamente soddisfatto».

Lavorare al buio, non sapere quanto tempo ancora dovesse spezzarsi la schiena, da mattino a sera. Non è una buona notizia, ma Friday, “venerdì” il suo nome tradotto in italiano, si dà da fare lo stesso. Dà il meglio si sé. «Sono stato impegnato nei lavori più umili – racconta – sono orgoglioso di quanto ho fatto: ho accudito animali di tutti i tipi, pecore, galline, cavalli; sveglia al mattino, all’alba, fra uno spiazzo infinito e qualcosa che somigliava a una stalla; lascia quel mangime e prendi l’altro; poi l’acqua, tanta, riempi i secchi e dai da bere a ogni animale; non mi lasciavano un attimo, quelle bestiole, mi vedevano come l’uomo della provvidenza: lo stesso effetto che ha fatto il comandante della nave spagnola che ha tratto in salvo me  e i miei compagni su quel gommone di fortuna; pecore e galline, lo stesso i cavalli, mi seguivano ovunque fino a quando non erano sazi».

COMMESSO, CONTADINO, ACCUDIRE PECORE E GALLINE

Eloquente il gesto di Friday, che agita una mano. Un gesto all’italiana, quasi a dire «Mamma mia!». E, in effetti, non c’era tanto da stare allegri, specie quando convivi con una malattia che ti impedisce di vedere bene. «Non nascondo la paura – confessa – specie quando di occhi ne hai solo due e la vista è il bene più prezioso che tu possa avere, e pensi che possa accaderti di colpo un black out». Paura legittima, ma la storia cambia a partire dalla stessa Libia. «Un amico mi era venuto incontro: i medicinali per curare l’occhio me li procurava lui; non sapevo come sdebitarmi, mi rispose che non avrei dovuto preoccuparmi e che solo quando avrei trovato lavoro avrei saldato la mia riconoscenza; dunque, il lavoro: sveglia all’alba, un anno e mezzo circa di questa vita, accudire le bestie in cambio di due panini da mangiare durante la pausa, uno al mattino, l’altro la sera; è andata così, per  tutto quel tempo…».

Foto ARTICOLO Storie 02 - 1

Passo indietro, Friday. Racconta la sua storia in Nigeria. «Lavoravo in un grande negozio, vendevo di tutto, dalle scarpe all’abbigliamento: ho fatto una buona esperienza, ho imparato le regole del commercio, anche se lavoravo per altri; il rapporto umano, le soddisfazioni, fino a quando la politica nel mio Paese cambia tutto; non circola più lo stesso danaro, la gente rischia di morire di fame: una famiglia non ce la fa più a vivere, nemmeno discretamente, si abitua anche a mangiare qualsiasi cosa una volta al giorno». Insomma, Friday perde giocoforza il posto di lavoro. «Mi hanno mandato via – dice – i proprietari dell’attività per la quale lavoravo non avevano più risorse economiche, le tasse portavano via tutto; l’unica cosa che restava da fare, andare a lavorare nei campi, con mio padre: lui, in qualche modo, faceva da garante per me, ma la storia è durata solo due anni, poi papà è morto, lasciando soli me, mia sorella e mia madre».

RESTEREI IN ITALIA, IL LAVORO NON MI SPAVENTA

Comunicazioni non del tutto interrotte. «Sento mamma e sorella quando è possibile, non sempre mi è possibile usare il cellulare; però le cose essenziali riusciamo a dircele, almeno da quando sono in Italia: quando ero in Libia, purtroppo non funzionava così, con i miei familiari era complicato e costoso sentirsi, soldi non ne vedevo, figurarsi cellulare e ricarica telefonica».

In Italia per restarci. «Sto qui da due mesi – spiega – l’italiano sto imparando a leggerlo, seguo con i miei compagni il corso di alfabetizzazione che svolgono all’interno del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”; quando qualcuno mi parla riesco già a capire le cose principali di un discorso; a parlarlo, l’italiano, è ancora un po’ complicato, ma comincio a provarci».

Friday prende il primo giornale che gli capita fra le mani. Legge le pubblicità, lettere in maiuscolo e caratteri robusti. E’ a buon punto. «Mi piacerebbe restare in Italia – rivela – trovarmi un lavoro qualsiasi, non ho paura: l’esperienza nel commercio, nei campi e nell’azienda nella quale accudivo animali, mi sono servite; l’impegno è il massimo: voglio imparare l’italiano e studiare, guarire al più presto l’occhio malconcio e poi trovarmi un lavoro, questo Paese sta diventando il mio sogno».

«So’ fratelli a noi…»

Intervista a Mimmo Cavallo, ospite di “Costruiamo Insieme”

Il cantautore pugliese parla del “Sud del pianeta”. Dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza e li coinvolge nei cori. Racconta la sua storia di emigrante. «Partii per Torino con mio padre, che tristezza leggere i cartelli “Vietato ai terroni”, affissi sui portoni, all’ingresso delle pensioni”. Sta realizzando un album. «Mi piacerebbe coinvolgerli, voglio unire tutti i dialetti, le voci del Mediterraneo».

«Mimmo, che ne diresti se un giorno ci regalassi la tua “Siamo meridionali”? Magari cantata insieme con i nostri ragazzi, in fondo, diceva Luciano De Crescenzo, ognuno di noi è sempre meridionale di qualcuno».

«Bella idea, sai che tempo fa per il video “Il Sud del pianeta” chiesi la collaborazione di ragazzi africani? Non mi dispiacerebbe, un domani, fare con loro un’altra produzione: promesso, non appena verrò da quelle parti, sarà mia cura avvisarvi per organizzarci».

Mimmo è stato di parola. Alcuni suoi video scivolano sui nostri cellulari. Li invio ai ragazzi che ho in memoria, trovano il progetto incoraggiante. Un’idea subito caldeggiata dal presidente, Nicole Sansonetti, e dal direttore generale, Maurizio Guarino.

Finalmente Cavallo arriva “giù”, lui che oggi risiede a Verbania, lago Maggiore. Un giorno per incontrare i ragazzi, distribuire le “parti”, come a teatro. I cori, non solo “Siamo meridionali!”, ma anche “Ghetto!”; poi perché non cantare “Uh, mammà”, altro successo del cantautore pugliese. Dunque, “So’ fratelli a noi! So’ fratelli a noi!”.

E’ fatta. Mimmo viene a trovarci, facciamo una lunga intervista. E’ l’occasione per parlare di meridione, di “Sud del pianeta”, per dirla con uno dei suoi testi dalla parte dei migranti. Lui che a undici anni “salì” a Torino, con papà, operaio della Fiat. Famiglia numerosa, un fratello, Antonio, che ha giocato nelle giovanili del Torino e tanti anni in serie A, fra Udinese e Pisa. Difficile trovare casa, allora: “Non si affitta ai meridionali”, dicevano i cartelli esposti davanti ai portoni e all’ingresso delle pensioni.

Foto-articolo-01

MERIDIONALI, COME ME…

I meridionali, come oggi i ragazzi che fuggono dalle guerre e da governi che poco hanno di democratico, erano visti come degli invasori. Seduto, chitarra in mano, nella sede di “Costruiamo Insieme” in via Cavallotti, Mimmo è circondato da un po’ di ragazzi. Si lascia andare a una premessa. «Intanto sono contento di stare qua, con loro vicino che restituiscono a “Siamo meridionali” il senso del pezzo. Pensate, quando scrissi questa canzone nel 1980, non riflettevo solo sulla mia esperienza di emigrato a Torino, la città più meridionale d’Italia, piena di pugliesi, calabresi, siciliani; pensavo, infatti, a un Sud allargato».

Un tema che Cavallo non ha mai licenziato definitivamente. Anzi, notizia di questi giorni. L’autore di canzoni per Fiorella Mannoia, Giorgia, la grande Mia Martini, ma anche Morandi e Zucchero, sta registrando alcune canzoni in uno studio in provincia di Taranto. «Sto facendo un lavoro su tutti i dialetti meridionali e non è detto che, fra questi, non ci sia anche l’arabo; tornando al Sud allargato, dalle letture fatte in tutti questi anni, ho scoperto quanto dal 1861 il sud del mondo fosse criminalizzato: ho fatto un album, “Quando saremo fratelli uniti”, con il quale ho realizzato uno spettacolo insieme a Pino Aprile, autore di un best seller come “Terroni”».

Dunque, ancora Sud. «Voglio contrapporre a un’idea nordica quella sudista; fatta anche di amore materno, se vogliamo, considerando che per cultura siamo legati alla mamma, noi che abbiamo anche una forte identità religiosa; Aprile nei suoi libri racconta, in quanto meridionali, fossimo indigesti sui bus, a scuola, nell’assegnazione delle case porta Palazzo, un contrappasso che, oggi, con le stesse modalità stanno vivendo i neri; sono loro, in questi anni, ad occupare quelle case vicino a Palazzo Reale, un vero ghetto, una casbah: era proprio così quando arrivai a Torino».

Sfatiamo il Nord più civile. «Quando vai nella periferia di una città settentrionale, per quanto importante possa essere, ti accorgi come anche lì vivessero nella miseria: viuzze, stradine, una casbah, altro che Taranto vecchia! Poi accade che il benessere ti fanno osservare certe cose con altri occhi e il turismo, di colpo, ti fa diventare bella una città fino a pochi anni prima dimessa».

IN PRINCIPIO ERA “SIME MERIDIONALI”

Premessa doverosa, torniamo a “Siamo meridionali”. Anzi, “Sìme meridionale”. Doveva essere questo, “alla tarantina”, il titolo del primo grande successo di Mimmo Cavallo, il cantautore lizzanese che avrebbe fatto di quel brano, ribattezzato in italiano, “Siamo meridionali”, uno dei suoi maggiori successi. Due i libri a lui dedicati, “Siamo meridionali!” (con l’esclamativo) di Antonio G. D’Errico, e “Un brigante chiamato Cavallo” di Sergio Malfatti. “Sìme meridionale”, dunque. «Lo avevo pensato – ricorda Cavallo – studiato e buttato giù così, nel nostro dialetto, poi Alfredo Cerruti, direttore artistico della Cgd e fra i fondatori degli Squallor, mi convinse a rivedere il titolo e ad intervenire sull’armonia, considerando che attaccavo proprio con quell’inciso».

Andò bene. Cavallo, al debutto, aveva accettato la dritta del suo discografico. In un primo tempo il popolare cantautore si era rivolto alla RCA, etichetta che arruolava un cantautore dietro l’altro. Non era sbocciato il feeling. Mimmo riprese la sua valigiona, la riempì daccapo di beni di prima necessità e partì daccapo per il Nord, Milano. «Mai abbattersi, credevo molto in quello che facevo; non ho mai creduto, invece, alle scuole nelle quali ti promettono di farti diventare artista: la creatività, il guizzo, ce l’hai o non ce l’hai, e la canzone è un mondo affascinante, ma misterioso».

I ragazzi, ospiti del CAS di via Cavallotti, ascoltano con molta attenzione il racconto dell’artista. Sempre in Cgd, altro aneddoto. «Pezzi forti ne avevo, ma sempre Cerruti – racconta Mimmo – mi chiese se avessi una canzone d’amore: gli feci ascoltare “Ninetta”, completata nella versione in studio dalla voce della grande Mimì (Mia Martini, ndr); nei cori anche una giovane Fiorella Mannoia alla quale in seguito regalai una mia canzone: piacque subito questo aspetto romantico del mio mondo d’autore, tanto che mi invitarono in futuro a lavorare anche in questa direzione, posto che la cosiddetta protesta come aveva avuto inizio avrebbe potuto avere una fine».

Foto-I-giorni-articolo-03

ARRIVANO SUCCESSO E TV CHE CONTA…

E, invece, no, la canzone romantica lascia spazio a un altro successo, “Uh, mammà!”. «Arriva la tv che conta, “Variety”, erede televisivo di “Odeon”: uno speciale di venti minuti, cose mai viste fino a quel momento per un esordiente; “Uh mammà!”, dunque, album e titolo fortunati; anche stavolta, però, una canzone melodica: “Anna Anna mia”, che col tempo diventerà un piccolo “cult”, piantato e germogliato spontaneamente fra decine e decine di proposte».

Quando la scrivi, non sai mai quale storia potrà avere una canzone. «C’è qualcuno – provoca Mimmo –  che sappia spiegare la dinamica di una canzone nascosta fra le pieghe di un album e che improvvisamente esplode, in qualche modo a scoppio ritardato? Faccio la spola fra Taranto e Verbania, dove risiedo: ho incontrato ragazzi in un bar del posto, qualcuno mi ha riconosciuto, a questi ho regalato una raccolta delle mie canzoni: bontà loro, sono in tante ad essere piaciute, “…ma, dicevano – e non era la prima volta che ciò accadeva – “Anna Anna mia” è bellissima, l’abbiamo imparata subito”».

Anche Carlo Massarini, “Mister Fantasy” per i musicofili televisivi, si accorge di Mimmo Cavallo. «Mi chiese – prosegue Cavallo – di realizzare un video di una canzone dall’album “Stancami stancami musica” : “Giù le mani”; scelsi Taranto, chiesi un corpo di ballo, tarantino ovviamente, e di impegnare un tratto del Ponte Punta Penna, venne fuori uno dei video più richiesti del programma; anche in quell’album c’era un brano dalla parte dei neri, “La civiltà del cotone”, corsi e ricorsi storici insomma».

QUANDO SAREMO FRATELLI UNITI

Altri album, il Festival di Sanremo, lo spettacolo “Terroni”, ispirato da Pino Aprile e l’album “Quando saremo fratelli uniti”. «Belle esperienze, ma in tutto questo andirivieni nella mia storia musicale, mi piace ricordare una grande artista che non c’è più: Mia Martini; ho scritto anche per lei, ero spesso con Mimì, c’era più di un sentimento con lei, le sono stato accanto in studio e sullo stesso palco, in tournée, fino a qualche giorno prima della sua scomparsa; un grande dolore, per me come per quanti le volevano bene, e per la musica italiana, lei sì che era una grande artista».

Canzoni per Morandi, Mia Martini si diceva, Vanoni, Mannoia, che gli aveva fatto da corista al suo debutto in studio, Giorgia, Berté, Zucchero. «Con Zucchero è stato subito feeling, la mia “Vedo nero” gli è piaciuta al primo ascolto, tanto da farne il singolo trainante di un album con i controfiocchi, “Chocabeck”; le collaborazioni: una, fra le altre, con il grande giornalista Enzo Biagi, scrissi la musica su un suo testo, “Ma che storia è questa”, sigla di un suo programma televisivo di successo».

Oltre all’intensa attività di autore, Cavallo oggi. «Sto registrando le mie nuove canzoni in uno studio in provincia di Taranto, ancora un po’ di giorni, poi tornerò ad aprile: non mi sono mai fermato un attimo, sento ancora addosso la voglia di stupirmi; fino a quando ci sarà quella, la passione per intenderci, sarò sempre qui, con la chitarra a suonare, scrivere, cantare».E anche questo album potrebbe riservare sorprese. «Stando insieme con i ragazzi – conclude Mimmi Cavallo –  mi sono balenate idee: c’è uno bravo nel free-style, gli chiederò di intervenire nell’album, ma anche nei cori; poi un video, magari con i ragazzi che sono qui, con me, stasera. Visto? Quando metti sensibilità a contatto, scocca la scintilla, qualcosa accade: è la magia del Sud!».

Mattarella, le parlamentarie

Ad una settimana esatta dal voto per l’elezione del Parlamento Italiano, ospitiamo l’analisi-riflessione di Fabrizio Casari, giornalista, sul risultato della consultazione elettorale.

Le parlamentarie di Mattarella

Scritto da Fabrizio Casari, Direttore Responsabile di “Altre Notizie”.
Lo scenario post voto consegna un quadro politico di difficile lettura. Nella ricerca più o meno affannosa di una maggioranza parlamentare, si assiste ad uno sfoggio di fantasia che s’infrange però sul muro che separa le compatibilità politiche e i numeri. Né la Lega né i 5 Stelle possono immaginare percorsi autosufficienti, il numero di seggi che mancherebbero è tale da non poter essere colmata né con la campagna acquisti per la destra, né per ipotetici transfert di parlamentari dal PD per i penta stellati.
La questione, ovviamente, è nelle mani del Quirinale, percorso obbligato previsto dalle procedure costituzionali. Le ormai prossime consultazioni non potranno però, almeno al primo giro, che ribadire il quadro esistente: generica teoriche disponibilità e concreto esercizio di veti incrociati.
Il che è perfettamente logico, se parliamo di formazione di un governo di legislatura, dal momento che sotto il profilo dell’orientamento politico non sono assemblabili partiti che, per storia, programmi e prospettive, indicano cammini diversi. Sebbene infatti analisti analfabeti parlino di maggioranza parlamentare di euroscettici, la richiesta di un modello di Europa diversa che esprimono i 5 Stelle, non può essere assimilata con il sovranismo antieuropeo dai tratti razzista della Lega e della sua ruota di scorta, ovvero Fratelli d’Italia. Ancor meno fattibile appare un’alleanza con il centrosinistra da parte dei penta stellati, vuoi per il veto di Renzi, vuoi perché nemmeno in questo caso i rispettivi programmi politici potrebbero trovare una minima amalgama.
Ma proprio perché le maggioranze si formano in Parlamento, Mattarella dispone di armi efficaci. In assenza di un accordo politico per governare, il Capo dello Stato potrebbe mettere sul tavolo una proposta secca: la soluzione politica dell’empasse può essere risolta solo con un ritorno al voto. Affinché questo abbia senso, va cambiata la legge elettorale, eredità velenosa del renzismo concepita per ritagliarsi un ruolo determinante nell’accordo con Forza Italia in vista della debacle politico-elettorale.
Dunque, potrebbe proporre Mattarella, si deve trovare un accordo che faccia nascere un governo di scopo, che gestisca l’ordinaria amministrazione mentre il Parlamento vota una nuova legge elettorale che cancelli il mostriciattolo vigente. In assenza di accordo su questo, vista l’impossibilità di raggiungere un’intesa che dia i natali al nuovo governo, il Quirinale può proporre un governo tecnico con le finalità appena descritte. Se questo non trovasse il consenso necessario, il decreto di scioglimento delle Camere sarebbe inevitabile e si tornerebbe al voto, anche con questo sistema elettorale.
A questo punto ogni forza politica dovrebbe farsi due conti. Intanto proprio perché le maggioranze si formano in Parlamento, sarà bene tener conto del fatto che i parlamentari appena eletti, di slancio o ripescati, non hanno comprensibilmente nessuna intenzione di tornare a casa per poi magari, non tutti, forse, ricominciare un’altra campagna elettorale. Costo della stessa e fatica necessaria non sono uno stimolo in questa direzione. Non sarebbero forse sufficienti ma nemmeno pochi i cosiddetti “responsabili”.

Il domenicale Articolo - 1Dunque, un eventuale No da parte dei partiti farà bene a misurare questa incognita, che ha il suo peso sebbene non sia sbocco certo. L’accordo politico non è comunque privo di rischi. Il Movimento 5 Stelle sta operando con intelligenza politica. Dichiara una disponibilità al confronto per misurare i termini di una possibile intesa assolvendo così ad un compito istituzionalmente responsabile. Allo stesso tempo, però, ricorda che non partecipa ad aste, perché questo snaturerebbe il suo cammino e le ricadute negative in chiave elettorale non tarderebbero ad arrivare.
Di Maio ha vinto perché gli italiani che non ne possono più di veder trasformare la propria esistenza in un calvario senza fine hanno deciso di fidarsi di un progetto nuovo. Che, pur con le sue contraddizioni e approssimazioni, appare se non altro una rottura con il sistema che ha portato l’Italia alle condizioni socioeconomiche di circa cinquant’anni fa. E’ un urlo quel voto e rende sordi quelli che non vogliono ascoltarlo. Quel che è certo è che una dimostrazione di responsabilità istituzionale, unita ad una altrettanta fermezza su termini e tempi stretti dell’operazione, in un eventuale ritorno alle urne porterebbe i suoi consensi ancora più in alto.
La Lega, dal canto suo, è ben consapevole di aver raggiunto il risultato massimo e, per questo, proverà in ogni modo a capitalizzare. Ma per accettare di mettere a disposizione i suoi voti per un governo senza Salvini dovrebbe avere la ferrea certezza di chiudere l’operazione in tempi brevi, tre mesi al massimo. Altrimenti preferirà far finta di conservare la sua “purezza” e tirarsi indietro dall’operazione chiedendo il voto. In fondo, non è detto che tornare alle urne a breve risulti un handicap: la probabile uscita di scena di Berlusconi nella prossima consultazione potrebbe ulteriormente premiare Salvini.
Quanto al PD, il suo cupio dissolvi non consente rotture al suo interno. Il dominio assoluto di Renzi sui parlamentari appena eletti e sugli organi dirigenti del partito, esclude ogni ipotesi di ragionamento sulle prospettive politiche e pone la questione sul piano inclinato di un gruppo di potere che vede nella vendetta contro tutti la sua ragione comune.
Ma non è affatto detto che il PD sia contrario ad un governo tecnico, dal momento che la banda toscana che lo guida ha bisogno di alcuni mesi per costruire il nuovo soggetto politico-personale che Renzi accarezza. Si può ritenere che sogni Macron e si ritroverà Segni, ma è pur vero che l’unica certezza che alberga nel PD è che un eventuale ritorno alle urne a breve, con ancora Renzi e i suoi scherani alla guida, comporterebbe l’estinzione elettorale.
Liberi e Uguali, che ha l’ossequio alle istituzioni nel suo DNA, non risparmierebbe cero i suoi voti al governo tecnico; anche loro hanno bisogno di tempo per elaborare la scelta tra sciogliersi o resistere.
Prima tappa, per misurare l’efficacia dell’azione del Quirinale, il 23 Marzo, quando Camera e Senato dovranno votare i rispettivi presidenti. Lì si misurerà l’esatta praticabilità di un accordo che porti a un governo di scopo, oppure la distanza che separa dalla data del nuovo voto.

«Le mie prigioni»

Rex, nigeriano, trentacinque anni

«Arrestato nel mio Paese, due anni di carcere, un’ingiustizia; in Libia, la mattina nei campi, la sera chiuso a chiave in una stanzetta, dormivo a terra. Due sogni: un lavoro decoroso e riabbracciare moglie e figlio. Mi impegno per un titolo di studio e imparare l’italiano».

«Due anni in galera, senza motivo, funzionava così: arrivavano i militari, stavi parlando con amici di un qualsiasi argomento, finivi “dentro” e non c’era santo che potesse aiutarti». Rex, nigeriano, trentacinque anni, fede cristiana, dallo scorso gennaio in Italia, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta il suo Paese, conflitti interni e regime militare.

«Ero con amici e conoscenti in un bar – riprende Rex – commentavamo qualsiasi cosa, il più delle volte notizie di sport, niente di più: piombarono su di noi uomini in divisa, minacciandoci armi in pugno; un invito, brusco, a salire a bordo di mezzi militari, per poi rinchiuderci in un penitenziario; nessun processo, funzionava così, era stato sufficiente che fossimo un gruppo, fermi lì a parlare, quasi volessimo tramare qualcosa…».

Adunata (o radunata) sediziosa, si diceva un tempo in Italia, quando un incontro fra una decina di persone veniva considerato manifestazione ai danni del governo. Rex, comunque, insieme con quel pugno di amici finisce recluso fra quattro mura. «Tutto quel tempo mi è servito a consolidare l’idea di ingiustizia; se quando fossi uscito all’esterno non fosse cambiato niente, avrei seriamente pensato andare via».

Non era più la sua Nigeria, Rex la guardava con occhi più critici ormai, anche con una certa rabbia a cui, prima, non avrebbe mai pensato. «Due anni, un terzo praticamente condonato per buona condotta evidentemente: ero profondamente cambiato, un ribollire di sentimenti che fino a qualche tempo prima avevo contenuto». Non è facile, come si dice in Italia, prendere cappello e, in un attimo, lasciarsi alle spalle una storia, una famiglia. «A maggiore ragione quando si ha una famiglia, patriarcale, con papà, mamma e sei fratelli; e una famiglia tua, una moglie e un figlio. E’ complicato prendere una decisione così impegnativa, ma non c’era via d’uscita».

foto articolo 02 - 1

LAVORO NEI CAMPI, AUTISTA, MECCANICO…

Nel frattempo la scomparsa del papà, scuote Rex. «Avevo a lungo lavorato come autista, accompagnando da una capo all’altro della mia città la gente che si spostava per lavoro; poi con papà nei campi, a raccogliere frutta e ortaggi rivenduti al mercato: quando mio padre muore, però, la mia vita subisce una brusca frenata; il mio genitore era, in qualche modo, garante del rispetto nei confronti del regime del Paese; insomma, non creavamo problemi a chi comandava, a noi interessava lavorare e portare a casa il necessario per sfamare una famiglia numerosa».

Rex fa l’autista, lavora nei campi. Non solo. «Non si può dire – ragiona il trentacinquenne nigeriano – che sfuggissi al lavoro, anzi, mi piace lavorare e possibilmente vedere in concreto i frutti del mio impegno; se faccio sacrifici, li compio per la mia famiglia, mia moglie Gloria, e mio figlio Kingsley, che ha appena compiuto dieci anni: li sento quando è possibile, le telefonate a casa prosciugano le tasche; dunque, mi sono specializzato in meccanica, non necessariamente su auto e camion, sono un portento su motori e motorini…». Motorini, non ciclomotori, ma sistemi meccanici come per l’approvvigionamento idrico. Dove ha vissuto Rex, fra Nigeria e Niger, Stati separati da un fiume, non esistono vere condotte. Portare acqua, in assoluto il bene di prima necessità, nelle case o nei villaggi, il più delle volte è possibile grazie a un sistema di motori e motorini. Sono questi ad attivare meccanismi che portano acqua un po’ ovunque: per bere e per l’igiene, ma anche per i campi, per qualcuno quei pochi metri di terra in cui ognuno coltiva ciò che può. «Sono diventato un tecnico specializzato, per me motori e motorini non hanno segreti; magari in Italia trovassi un posto da meccanico, posto che anche fare l’autista o lavorare nei campi non mi dispiacerebbe: qualsiasi lavoro, purché rispettato, è onorevole»

foto articolo 02 - 1 copia

SOFFERENZA SENZA FINE

In Italia per caso o di proposito. «Appena arrivato è sbocciato l’amore per questo Paese – sorride Rex – accoglienza e cordialità, vorrei restare qui, trovare un lavoro e finalmente chiamare Gloria e Kingsley, dire loro di preparare i documenti e raggiungermi perché ho trovato un lavoro; amici e connazionali sono andati altrove, io sono qui da un mese e mezzo, mi è bastato poco per capire cosa significa libertà e dignità: non finirò mai di ringraziare l’Italia per l’occasione che mi sta dando, devo ricambiare la fiducia, attivarmi e rendermi utile al Paese che mi ospita».

Rex ricorda il lungo viaggio per arrivare in Italia. Un lungo antefatto. «Dalla Nigeria passo in Niger, dove sto due mesi: piccoli lavori in cambio di cibo, di più non è possibile avere, mi accontento; per arrivare in Libia e cominciare a vedere all’orizzonte l’Italia, viaggio una settimana; lì resto più di un anno».Vivere alla giornata è complicato comunque. «Lavoro in campagna, da mattina a sera in cambio di un panino che divido in due: metà al mattino, metà la sera; resto chiuso in una stanza di un piccolo immobile nel quale abitano tutti quelli, come me, impegnati nella raccolta nei campi, quasi fossimo ai lavori forzati».

MOGLIE E FIGLIO NEL CUORE

«Ma tutto questo finirà un bel giorno!», si incoraggia Rex. In quella stanzetta si sente ai domiciliari, dorme a terra, il suo materasso sono gli indumenti che porta addosso e che la sera si sfila per sistemarli come meglio può. «La schiena a pezzi, a furia di stare piegato nei campi, poi a casa a dormire sul pavimento, ho ancora addosso i dolori». Poi un bel giorno, i “benefattori” decidono che gli otto mesi di lavoro sono finalmente sufficienti per “pagare” il viaggio. «Non solo per me, ma anche per altri colleghi: ci mettono tutti in auto, uno sull’altro, per arrivare al porto dove c’è altra gente in attesa dell’imbarco: in settanta, forse settantacinque, saliamo su un gommone; anche stavolta stretti, ma finalmente in viaggio per un’altra vita: incrociamo una nave mercantile spagnola, siamo salvi; saliamo a bordo, ci accompagnano fino ad una nave militare italiana che ci sbarca in Sicilia: Catania, poi in bus per Taranto, che oggi considero casa mia».

L’impegno di Rex che sta facendo un corso di alfabetizzazione nella sede di “Costruiamo insieme” nella sede di via Principe Amedeo. Quando cammina per strada si esercita, legge sottovoce le insegne dei negozi. «Studiare, imparare l’italiano, conseguire un titolo di studio e trovare un lavoro dignitoso: è metà sogno, l’altra metà è riabbracciare la mia piccola famiglia, moglie e figlio». Quando cammina per strada si esercita, legge sottovoce le insegne dei negozi. Le ha imparate a memoria, si sente davvero di casa qui.

Ricordo di Manuel Frattini

Manuel Frattini, re del musical

«Fare accoglienza e donare al prossimo è un segno di grande civiltà». Abbiamo intervistato il protagonista di “Robin Hood, principe del Nulla”.  «Porto con me la passione di questa terra. Ricordo con affetto la Puglia, il “Pinocchio” in un palasport, poi “Aladin” e “Peter Pan”: è sempre un bel tornare da queste parti. Vorrei giocare a vita, divertirmi all’infinito, dare e prendere dai miei personaggi».

Foto articolo i giorni 2 - 1«Fare accoglienza nel massimo rispetto è un dovere di tutti, come aiutare chi ha bisogno di una mano tesa: parlo delle migliaia di migranti arrivati sulle nostre coste, in cerca di aiuto, come per quanti hanno problemi di salute e sono in “sala d’attesa” per ricevere un organo che li restituisca a una vita normale».

Fosse un cantante, sarebbe una rockstar. Manuel Frattini, a Taranto con il musical “Robin Hood, principe del Nulla”, parla della sua attività artistica, ma anche di accoglienza e di una missione che lo vede impegnato nella campagna promossa dall’Aido, l’Associazione donatori organi. «Penso che l’Italia – dice il popolare artista – stia gestendo al meglio le sue risorse in fatto di ospitalità per quanti chiedono asilo: come per gli italiani emigrati negli Stati Uniti per necessità, anche chi fugge da guerre e persecuzioni politiche deve essere accolto fraternamente: poi anche il resto d’Europa dovrà fare il suo, ormai tutti abbiamo bisogno di tutti, è bene entrare in questo ordine di idee».

DALLA PUGLIA A BROADWAY

Diretto da Mauro Simone, in scena con Fatima Trotta (Lady Marian), Frattini è il principe della foresta di Sherwood. Nel suo genere, quello più completo al quale assistiamo in teatro, il musical, più che essere un principe ne l’indiscusso re. Numero uno del musical, l’artista di origine lombarda, non rinuncia all’accento romano quando si tratta di fare una battuta. «Sono stato in Puglia diverse volte, conservo un grande ricordo sulla passione del pubblico: con “Pinocchio”, musical firmato dai Pooh, fu l’apoteosi, un intero palazzetto a Taranto (Palamazzola, ndr) pieno in ogni ordine di posto: era l’ultima data della tournée, ricordo, ben cinquecento repliche: qui ci fu il “rompete le righe”, qualche lacrima sui titoli di coda e l’orgoglio che avremmo rappresentato l’Italia cinquant’anni dopo il “Rugantino” di Garinei & Giovannini, a Broadway, qualcosa che al debutto non avremmo mai pensato».

Foto articolo i giorni - 1

Dopo “Pinocchio”, “Aladin”, altro grande successo di pubblico, “Peter Pan”, “Cercasi Cenerentolo”. Quando si parla di Frattini e di numero di repliche, lo si fa sempre nell’ordine delle centinaia.

«Lusingato, ma forse sarà perché so scegliere – sorride – e in questo ho anche un pizzico di fortuna». E, invece, non è così. Non dovremmo svelarlo, ma Stefano D’Orazio, ex batterista dei Pooh, autore di fortunatissimi musical, ogni volta che si siede davanti a un pc per “comporre”, fa una telefonata. «Manuel – dice l’autore di “Pinocchio”, “Aladin”, “W Zorro”, “Mamma mia!” – sto provando a scrivere una storia, posso contare su di te?». «Stefano è un grande – replica Frattini – sono io, invece, a sentirmi fortunato nell’avere la sua stima; ha il dono della scrittura: straordinario; poi la capacità organizzativa, sembra il signor Wolf di “Pulp fiction”, il personaggio che “risolve problemi”; quando lui orbita intorno a un musical, puoi stare tranquillo: dedicati espressamente a fare il tuo, al resto ci pensa lui».

«MI SENTO PETER PAN»

Fosse uno dei suoi personaggi, Frattini a chi somiglierebbe. «Peter Pan, per la sua indole: il non voler crescere; qualcuno, saggio, ha detto: giocare, sempre giocare, il giorno in cui avrai smesso di giocare, avrai smesso di vivere; credo che per me sia proprio così». Ogni favola è un gioco, per citare Bennato. «Per questo riesco a sentirmi Pinocchio e Aladin in momenti diversi; faccio un passo avanti quando mi si chiede di metterci del mio nel carattere del personaggio che porto in scena, e uno indietro quando la storia portata richiede un altro tipo di lettura: è comunque sempre un bel misurarsi in questo lavoro».

“Robin Hood, principe del Nulla” è anche l’occasione per incontrare fan. All’uscita di un accogliente albergo nel cuore della Città vecchia, a Taranto, c’è chi attende il suo beniamino per uno selfie: missione compiuta. Rossa come un peperone, Martina finalmente tiene stretto per qualche istante l’eroe di numerosi musical. «Non scherzo quando dico che ho questa terra nel cuore», ripete Frattini. Si è parlato di un tema impegnativo, quello legato all’accoglienza, infine una cosa alla quale tiene. «La promozione alla campagna Aido, l’Associazione donatori organi: ogni sera in apertura e chiusura di spettacolo ricordiamo quanto sia importante il contributo di ognuno di noi, anche modesto, non importa, purché sia fatto con il cuore; ogni anno decine di migliaia di persone attendono una soluzione ai propri problemi di salute: proviamo a fare il possibile per dare massimo sostegno all’Aido, è un fatto di cuore e un grande segno di civiltà».

 

Ciao Franco

Il saluto di “Costruiamo Insieme” al Maestro Franco Sannicandro.

Ciao Franco,
compagno di tante avventure, di tanti progetti fatti e da fare anche nella tua Città, Bitonto, alla quale hai guardato sempre con forte senso di appartenenza pur essendo, per natura un cittadino del mondo che con il mondo ha sempre voluto confrontarsi.
Ho continuato fino a chiamarti al telefono fino a qualche giorno fa. Ho pensato che fossi in giro in chissà quale luogo con la tua arte e con le tue opere accompagnato dall’instancabile voglia di conoscere, di “mescolarti”, di condividere.
Quella stessa passione che ti ha portato subito a cercarci, a voler progettare con noi percorsi che guardavano oltre l’accoglienza, guardavano con attenzione alle persone, a quei migranti che vivevi come risorsa, come una “miniera dalle infinite potenzialità” cercando una sintesi alla tua voglia di interagire, di costruire forme nuove per comunicare, per parlare agli altri: “Ognuno ha un modo suo di trattare la materia, ti manipolarla, di tirare fuori da essa un messaggio attraverso una forma che diventa linguaggio universale”.
Non sapevo!

Foto Sannicandro articolo - 3

Eppure, eri a due passi da me, in ospedale, mentre ti credevo in giro per il mondo a portare opere e cultura.
La tua arte fatta di mescolanza di stili e di culture fuori da ogni stile e cultura, sopra ogni logica stereotipata mi ha innamorato dal giorno in cui ho avuto il piacere e l’onore di conoscerti a Giovinazzo, non nella tua città.
Giovinazzo, Istituto “Vittorio Emanuele”.
Tutte scale e, scale grandi, quanto la maestosità dell’Istituto.
Ricordo che le segretarie avevano fissato un appuntamento con il Maestro Sannicandro ma non sapevo delle tue difficoltà fisiche. Eppure, quelle scale le hai salite tutte, gradino dopo gradino, per arrivare al mio ufficio.
E per cosa? Metterti a disposizione per i progetti di integrazione dei “matti e dei tossici” che avevo messo in campo con il più matto di tutti, Rocco Canosa, che ha fatto un pezzo grande della psichiatria anzi, no, della salute mentale, che è altra cosa.
E ne abbiamo passate di ore al telefono e nel mio ufficio fra concretezza e filosofia, storia e arte ma guardando sempre alle persone, a quelle definite “Socialmente deboli”.
E ci siamo riusciti, in una cosa nella quale non ci credeva nessuno!

Foto Sannicandro articolo - 4
E poi ci siamo risentiti perché volevi integrare i migranti, nella tua città, Bitonto e avevamo iniziato a progettare insieme perché ci univa la bellezza delle differenze e delle culture.
Adesso, hai lasciato un vuoto incolmabile in un contesto che sente ma non ascolta.
Un vuoto che risucchia come un vortice dentro il niente.
Maestro, così ti vogliamo salutare.
Maestro di vita e, poi, d’arte!
Si, perché attraverso l’arte hai restituito la vita a chi, ormai, la sentiva persa, andata, finita. E volevi continuare quest’opera di integrazione, di restituzione di speranza, anche con i migranti, quelli ospitati nella tua Città.
Le lacrime di questo momento sono il segno della nostra debolezza di fronte alla grandezza della tua persona e del tuo messaggio.
Quel messaggio che porteremo sempre dentro “Essere duri senza mai perdere la tenerezza” che non è nostro ma che abbiamo sposato.
Noi continuiamo, ma tu ci manchi!