Do you remember?

Ben e il paradigma delle storie incompiute!

Oggi capisco meglio lo stato d’animo di una persona che vede la sua casa distrutta da un terremoto e, guardando all’orizzonte, non vede il futuro.

L’orizzonte che ho guardato era negli occhi di ragazzi “deportati” per l’ennesima volta, che quando iniziano a costruire sono costretti a ritornare nella dimensione di un presente che non prevede un futuro, triturati nei gangli di logiche disumanizzanti fino al punto da spingerli a rifiutare soluzioni di accoglienza.

Quando ad una persona distruggi la prospettiva di vita che aveva iniziato a costruire lo “imballi” in uno stato di mortificazione che ha poche vie di uscita, soprattutto quando porta addosso il marchio di migrante, straniero, altro e diverso.

A soli 22 anni, poco più dell’età dei miei figli, un ragazzo si è suicidato a Castellaneta, in Puglia, piuttosto che tornare a casa ed essere incapace.

L’associazione mentale con i miei figli viene dal fatto che ogni genitore investe sul futuro dei propri figli: io pago l’Università (“anche gli operai vogliono il figlio dottore!), dall’altra parte del mondo ci sono famiglie che investono tutti i loro beni sui figli per pagare un viaggio verso il nulla, forse anche verso la morte.

In assenza di un futuro ipotizzabile in casa propria, il futuro si idealizza in altri luoghi dentro una sorta di tentativo di sopravvivenza del pensiero che non è altro che una traslazione dei desideri.

Spesso, questa traslazione coincide con un intreccio di desideri: “Tanto vorrei che mio figlio stia bene e abbia un futuro, quanto vorrei che il suo benessere ricada su di me e su di noi!”. 

Un investimento che vincola fino ad uccidere!

Ma non è di questo che voglio parlare anzi, non ho voglia di parlare, di scrivere di pensare.

Ho ancora i piedi bagnati dalle lacrime dei “deportati” e degli operatori dei CAS.

E mi viene spontaneo riproporvi la lettura di una delle storie rimaste incompiute, una delle tante spezzate dal “sistema”: la storia di Ben.

Ben, le biciclette e un futuro da riparare (1^ parte)

Ben, le biciclette e il futuro da riparare – 2parte

«“Costruiamo” insieme a “Casavola”»

Venerdì 19 ottobre conferenza stampa al teatro Orfeo

Presentata la rassegna di spettacoli, undici in tutto, promossi da Renato Forte. Il direttore artistico del cartellone e il partenariato con la cooperativa con sede in via Cavallotti. «Inviteremo ragazzi ospiti della centro di accoglienza e assistiti delle fasce più deboli».CASAVOLA FOTO ARTICOLO 03

«La cooperativa “Costruiamo Insieme” partner della Stagione artistica 2018/2019, una condivisione fortemente voluta da entrambi, essendo anche l’associazione “Angela Casavola” una onlus: un brand associato spesso all’accoglienza di extracomunitari, ma che negli anni oltre a fare integrazione, si è rivolto al terzo settore rivolgendo attenzione alle fasce deboli».

Renato Forte, direttore artistico di una rassegna di spicco, come si evince dai nomi in cartellone, apre la sua serie di interventi in un incontro alle 10 del mattino, venerdì 19 ottobre nel foyer dell’Orfeo proprio su “Costruiamo Insieme”, che sosterrà attraverso i suoi strumenti di comunicazione qualsiasi attività e spettacolo che “Casavola” promuoverà. Cirilli, Pannofino, Izzo, il “quartetto” Blanc-Quattrini-Pambieri-Ponzoni, Buccirosso, la Finocchiaro, il trio delle affascinanti Belvedere-Cucinotta-Andreozzi e tanti altri, sono i nomi dei personaggi che si avvicenderanno sulle tavole del teatro Orfeo di Taranto. Il “via” giovedì 29 novembre (“Mi piace”, Gabriele Cirilli), la chiusura in “bellezze”, mercoledì 24 aprile (“Figlie di Eva”, Vittoria Belvedere, Maria Grazia Cucinotta e Michela Andreozzi).CASAVOLA FOTO ARTICOLO 02

Fra i due lavori teatrali, altri titoli di grande prestigio, undici in tutto. Ai quali saranno invitati anche ragazzi della cooperativa con sede in via Cavallotti, parola di Forte. «Rilasceremo tessere ai ragazzi ospiti della struttura tarantina, ma anche a quanti ci saranno indicati dalla stessa cooperativa, qualora volessero estendere l’invito a rappresentanti di fasce deboli comunque da loro assistiti».

La collaborazione fra “Costruiamo” e “Casavola”, dunque, nasce sotto i migliori auspici. La conferma durante la conferenza stampa svoltasi nel foyer del teatro cittadino. Fra gli intervenuti, oltre al direttore artistico, Renato Forte, del quale si può ascoltare l’intervento in video rilasciato al nostro sito, anche l’assessore alla Cultura del Comune di Taranto, Fabiano Marti, e il giornalista Claudio Frascella responsabile ufficio comunicazione e stampa della cooperativa sociale con sede in via Cavallotti 84.CASAVOLA FOTO ARTICOLO 01

«Quando due strade impegnate in modo diverso nel sociale si incontrano – ha dichiarato Marti – la città può solo goderne, dunque ben vengano proposte culturali e partenariati importanti: il Comune sta provando a mettere in campo progetti dei quali l’intera città possa giovarsi, dalla valorizzazione dei suoi enormi Beni culturali al teatro; così l’Amministrazione non può che vedere di buon occhio qualsiasi tipo di sinergia che ponga Taranto al centro della cultura». Riferimento al nuovo teatro Fusco, fiore all’occhiello della città, in conferenza, l’asse si sposta daccapo sugli sforzi della Stagione artistica stilata per il ventisettesimo anno, da Renato Forte. «Non senza sacrifici, enormi se pensiamo che la nostra associazione si sostiene con gli interventi degli sponsor cui va, come ogni anno, il nostro sentito ringraziamento».

Fiore all’occhiello della rassegna un omaggio al passato. «Nel trentennale della scomparsa di Bino Gargano – dice Forte – abbiamo voluto rispolverare “Natale cu’ a’ tredecéseme”, insieme con diversi degli attori di un tempo per ricordare un autore e un artista che va ricordato per quanto seppe dare a Taranto». Il ricavato della rappresentazione sarà devoluto all’Aido di Taranto, Associazione donatori organi presieduta dalla giovanissima Giorgia Di Paola, nipote dell’indimenticato Gargano, anche lei presente alla conferenza stampa. Per ulteriori informazioni, Box Office, via Nitti 106/A (angolo via Oberdan), tel. 099.4540763 (boxoffice04@libero.it).

«Salvato da “Costruiamo”!»

Billy, ventidue anni, da gennaio è operatore nella cooperativa

«Un contratto, guadagno e mando soldi per gli studi al figlio di un mio connazionale che non c’è più e a mio fratello perché diventi medico. Anche alla mia matrigna, che mi cacciò. Se fai del bene, questo prima o poi ti ritorna…». Ha visto morire in mare centotrenta persone e salvato la vita a Ibrahim, giovane gambiano. Poi un miracolo, anzi due: trova lavoro e il ragazzo tratto in salvo. 

«“Costruiamo insieme” mi ha salvato la vita, in tutti i sensi!». Billy, ventidue anni, guineano, operatore, una storia da raccontare, unica nel suo genere, parla della doppia svolta impressa dalla cooperativa nei giorni successivi alla sua fuga da mille problemi, dalla sua Conakry, capitale del suo Paese. «Mi ha assistito da profugo, poi offerto un posto di lavoro come operatore: meglio di così…E’ quello che sognavo, un’occasione per ricomporre i pezzi di una vita fatta di momenti altamente drammatici; avere l’assistenza giusta dopo giorni tremendi trascorsi in mare, successivamente un posto di lavoro, dunque, un guadagno sul quale poter contare, è qualcosa che non potrò mai dimenticare!».

Billy, il sorriso stampato sulle labbra, una voglia di comunicare superiore alla media rispetto a suoi connazionali o comunque extracomunitari incontrati in questi tre anni di Italia. E non solo, la sua storia comincia almeno un paio di anni prima. Prova a fare dei conti a memoria, riavvolge il nastro della memoria per noi, comincia per gradi.

Fosse stato italiano, Billy, spalle impressionanti, sarebbe stato eletto “Uomo dell’anno”: la generosità del giovane guineano va oltre qualsiasi tipo di immaginazione. Americano, i suoi gesti sarebbero stati un film di sicuro successo. Giapponese, grossomodo uno di quei “cartoon” con il quale il Sol Levante ha emozionato per decenni tre, forse quattro generazioni.BILLY copertina - 1

IBRAHIM, SALVATO DALLE ACQUE

Dunque, la storia di Billy, in due battute, prima che sia lo stesso ad entrare nel dettaglio. In viaggio per l’Italia l’imbarcazione che ospita centocinquanta ragazzi in fuga dalla Libia, prende fuoco in un attimo. Imbarca acqua, urla, gente in mare, molti muoiono, lui si aggrappa a un bidone vuoto che lo tiene a galla. Vede un ragazzino, Ibrahim, che boccheggia, gli cede quel suo “salvagente”: «Aggrappati, io ce la faccio, ho la forza, tu sei debole…». Intanto intorno sono in molti a scomparire fra quelle acque. Muoiono in tanti, anche un suo connazionale che non abbraccerà mai suo figlio Mamadou. Billy aiuterà la mamma del piccolo, perché possa studiare. E gli atti di generosità di quel ragazzone di ventidue anni, proseguono con un fratello e la sua matrigna, seconda moglie di suo padre che non c’è più.

«Anche mia madre non c’è più – dice Billy – ho tre fratelli, uno vive a Roma, due sono rimasti in Guinea, ci sentiamo spesso, oggi che sono in Italia e ho un posto di lavoro, sia loro che i miei amici sono orgogliosi di me, la vedono come una vittoria anche loro».

Via dalla Guinea. «Problemi soliti, conflitti etnici, una famiglia che non esiste più: una matrigna, seconda moglie di papà, mi fa secco: “Qui non c’è posto per un’altra bocca da sfamare!” e cinque anni fa mi sbatte fuori di casa. Mi fermo otto mesi in Algeria, faccio il muratore, metto qualcosa da parte, ma sempre poco per pagarmi il viaggio per andare in un Paese nel quale finalmente smettere di soffrire; la situazione in Algeria degenera, molti stranieri vengono accompagnati alla frontiera, praticamente cacciati; io che non voglio subire questa umiliazione, faccio da solo, prendo quella poca roba che ho e vado in Libia».Billy Ritoccato

MURATORE, BOTTE E FUGA

Anche lì, Billy, compie più di un sacrificio. «Faccio il muratore – spiega – i lavori dove occorre metterci la forza non mi hanno mai spaventato; lo faccio per un anno, con due brutte parentesi, finisco infatti due volte “dentro”, in una di quegli stanzoni che utilizzano come fossero galere: mi tengono sottochiave, una volta per un mese, un’altra volta per tre settimane; mi sfilano dalle tasche quei pochi spiccioli appena guadagnati, vogliono che mi faccia riscattare dai miei parenti che avrei ancora in Guinea; gli spiego che non ho più i genitori, me la cavo con un po’ di botte, prese di santa ragione: sempre meglio quelle che un colpo di fucile alla schiena mentre tenti di scappare».

Non uno, ma due viaggi della speranza. Il primo una tragedia. «E’ il 27 settembre di tre anni fa, trecento euro, salgo su una imbarcazione che salpa dalla Tunisia; in mare aperto il barcone sul quale viaggiamo in centocinquanta, stretti come tante sardine, prende fuoco e comincia a imbarcare acqua: urla che ancora sento nelle orecchie, qualcuno resta intrappolato e cola a picco con il barcone, altri si lanciano in mare, fra questi c’è chi non sa nuotare, chi a malapena riesce a stare a galla comunque provato dalla grande fatica; trovo un bidone vuoto, galleggia, mi ci tengo stretto, fra corpi che scompaiono fra le onde e altri che tornano a galla privi di vita: un dolore tremendo al cuore, non c’è più un mio connazionale, Thierno, non abbraccerà nemmeno una sola volta il suo piccolo Mamadou, il figlio rimasto in Guinea fra le braccia della mamma. Una carneficina: da centocinquanta, alla fine ci salveremo in venti!».BILLY copertina 03 - 1

«CENTOTRENTA PERSONE MORTE IN MARE!»

Urla strazianti, in mare c’è anche il giovane Ibrahim, un gambiano. «Debole – ricorda Billy – l’ho avvicinato e gli ho offerto il mio bidone-salvagente al quale lui si è aggrappato con tutte le sue forze: non ci ho pensato due volte, io mi sentivo forte, lui non ce la faceva più. La riva era lontana, tre marocchini a larghe bracciate ci avevano provato con scarso risultato. Qualche ora dopo, una petroliera dalla quale ci fanno segno di aggrapparci, ci trascinano non lontani dalla spiaggia: salvi!».

Il secondo viaggio, quasi due mesi dopo. «E’ il 15 novembre del 2015. Tornati a riva, io e gli altri scampati alla morte, dormiamo in un capannone abbandonato, poi ecco la seconda occasione: ci imbarchiamo insieme ad altri, stavolta non vogliono soldi, evidentemente abbiamo già dato… Alle 23 siamo in mare, alle 2, dunque due ore dopo, siamo a bordo dell’Aquarius,  il Cielo benedica la nave e il suo equipaggio. Arrivo a Catania, in bus fino a Taranto, fra le braccia di “Costruiamo Insieme”».

Finalmente salvo, poi un altro sogno. «A gennaio – riprende il sorriso, Billy – arriva il contratto di “Costruiamo Insieme”: senza parole dalla gioia, con quello che guadagno come operatore aiuto il piccolo Mamadou, rimasto senza papà, a studiare; mio fratello a laurearsi medico in Guinea; anche la mia matrigna che mi allontanò: mi ripete “Dovresti odiarmi, non merito il tuo affetto!”. E io: “Faccio del bene, prima o poi mi torna: lavoro per “Costruiamo”…». Non è finita. «Qualche settimana fa, passeggiando sul Lungomare di Taranto ho incontrato Ibrahim, mi ha abbracciato e pianto di gioia, io con lui: è vivo, a Martina Franca, sta bene ed è quello che più conta. Visto? Se fai del bene, il bene ti ritorna!».

«Legionella, ma quale Africa!»

Michele Conversano, direttore del Dipartimento di prevenzione

«Il batterio viene dagli Stati Uniti, attenti alle docce e ai climatizzatori. Diossina e pcb: Taranto fra le più monitorate d’Italia, nostri i primi studi e le denunce. Vivere in questa città ha un rischio aggiuntivo di malattie, e non solo, legate all’inquinamento».

«La “legionella pneumophila”, più comunemente “legionella”, non arriva dall’Africa, come ha dichiarato un politico del Nord poco informato: è un batterio che si diffonde attraverso docce e impianti di climatizzazione». Michele Conversano, direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Asl di Taranto, sfata subito una “fake news” circolata nei giorni scorsi circa un caso di legionella scoppiato a Taranto. Pura invenzione, come solo certa politica disinformata sa fare, alimentando risentimenti e odio, assopiti per un certo periodo, per chiunque venga dall’Africa o comunque dall’estero. Ma andiamo per ordine.

Qual è il compito del suo Dipartimento, quali servizi svolge?

«Svolgere attività all’interno di strutture complesse, dunque, servizio di igiene e sanità pubblica, dalle autorizzazioni all’ambiente; studiare i riflessi delle contaminazioni ambientali sulla salute umana, vaccinazioni, della Medicina legale; fare servizio di prevenzione e sicurezza dei luoghi di lavoro; servizio di igiene degli alimenti e della nutrizione; servizi veterinari, igiene di allevamenti e controllo su alimenti di origine animale e altro ancora che riguarda questo comparto».

Quanto è più impegnativo essere direttore del Dipartimento di prevenzione, a Taranto?

«Svolgere questa attività a Taranto è molto più complicato, ma anche molto più impegnativo. Dal punto di vista professionale equivale all’esperienza di un primario chirurgo chiamato a fare interventi importanti, e Taranto, purtroppo, ha problemi “importanti” per i quali abbiamo dovuto fare molta ricerca; collaborare con grosse università, istituti di ricerca non solo italiani, ma anche mondiali, tanto che la nostra città rappresenta un banco di prova per la Sanità pubblica. Poi Taranto è la mia città, la stessa nella quale vivono i miei figli, spero respirino i miei nipoti, quindi l’impegno è sicuramente molto più alto che in qualsiasi altra parte d’Italia».Conversano Articolo 01

In famiglia le avranno chiesto «Perché Taranto e non Grosseto, Lucca, Ferrara?».

«Mi avevano proposto Milano e Roma, città anche queste impegnative. Ho la fortuna di lavorare con strutture universitarie, sono stato presidente nazionale della Società italiana di Igiene e salute, sono stato a stretto contatto con igienisti di tutta Italia: poter fare il tuo mestiere nel migliore dei modi e nella tua città, credo che sia imparagonabile ad altre occasioni di lavoro nel campo della Sanità».

Quali i malintesi quando si chiedono soluzioni piuttosto che informazioni?

«Malinteso storico: per quindici anni con il Dipartimento di prevenzione abbiamo denunciato a tutti i livelli il problema sanitario, segnalando morti e malattie legate alla situazione ambientale di Taranto, ma il più delle volte siamo stati ignorati; studi scientifici svolti insieme con le più grosse università dimostravano che vivere in questa città ha un rischio aggiuntivo di malattie legate all’inquinamento e un rischio aggiuntivo di morte: tutto è stato ignorato per troppo tempo, fino a quando i nostri studi non sono stati ripresi dall’Autorità giudiziaria. Evidentemente qualche decennio fa, su altri tavoli, bisognava fare qualcosa di più».

Diossina, a che punto siamo.

«Esistono i Servizi di igiene degli alimenti, ciò che riguarda la possibile contaminazione di origine animale o vegetale. Da quando è scoppiato il caso-diossina abbiamo in piedi un Piano straordinario di controllo di diossina, pcb e altri contaminanti come metalli pesanti, idrocarburi; quelli più pericolosi, ce lo dice la scienza, sono gli alimenti di origine animale, ovina e caprina: latte, formaggi e carne; poi i mitili, le nostre cozze nere; questo Piano prevede un numero di campionamenti di diossina, pcb e contaminanti quasi equivalente al resto dei campionamenti che si svolgono in tutto il Sud Italia. Se si abbattono animali o distruggono tonnellate di cozze, è proprio perché i controlli funzionano».Conversano Articolo 02

Dopo lo studio sul latte materno, quello sui bambini.

«Con l’autorizzazione delle mamme, abbiamo sostenuto controlli su seicento bambini: analisi del sangue, urine, capelli, denti da latte; se non ci fosse stata questa forte collaborazione da parte dei tarantini, non avremmo potuto fare nulla di tutto questo».

Legionella, c’è allarmismo. Qualcuno si è inventato la storia delle “legioni africane”, tanto per cambiare.

«Qualche politico del Nord, poco attento, ha dichiarato, una fesseria clamorosa. La “legionella pneumophila” è un batterio che si diffonde attraverso acqua nebulizzata, essenzialmente docce e impianti di climatizzazione: si chiama così, “legionella”, non perché arriva dall’Africa, ma perché per la prima volta è stata isolata in seguito a un’epidemia abbattutasi su ex legionari, persone anziane, intervenute in una convention a Las Vegas, Stati Uniti. L’impianto di climatizzazione in quell’occasione “sparò” questi batteri su quanti erano presenti a quell’incontro : una volta isolata, è stata chiamata “legionella pneumophila”. E’ un batterio molto presente. A Taranto si registrano dai venti ai venticinque casi all’anno, fra tarantini e turisti ospiti di attività ricettive della nostra provincia. La prevenzione si fa bonificando le reti idriche, ricordando che la legionella spesso è nei soffioni delle docce, in quei rubinetti che apriamo poco spesso – nelle case estive, quando occorrerebbe provocare uno shock termico, far passare acqua bollente per qualche minuto all’interno dei condotti: è un batterio termolabile, muore».

Il suo Dipartimento e la città ideale dal punto di vista sanitario.

«Una Taranto in cui si vaccinano tutti: oggi abbiamo la copertura vaccinale più numerosa della Puglia e d’Italia, ottima la collaborazione con pediatri e medici di base, naturalmente con le mamme – sono loro a decidere… – una città in cui tutto funziona, un giorno potremo fare a meno dell’industria pesante cominciando da “ieri” a sviluppare le alternative – basta guardarsi intorno, esistono… – mare, cultura, turismo e alta tecnologia. Dice un proverbio cinese: “Se un albero ci mette mille anni a crescere, non è un buon motivo per non piantarlo”, dunque, tutti insieme, facciamo in modo che un giorno il Dipartimento possa interessarsi solo a boschi e funghi».

Assistenza ai rifugiati

“Costruiamo Insieme” e i suoi progetti

Finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri mediante l’“otto per mille” Irpef, il documento è finalizzato a dare risposta a quanti, usciti dal sistema di accoglienza, restano privi di mezzi di sussistenza e ospitalità.

Oggi facciamo il punto su un altro dei progetti sui quali “Costruiamo Insieme” si sta impegnando: l’Assistenza ai rifugiati. Da tempo la nostra cooperativa sociale svolge opera di accoglienza con i CAS, passaggio obbligato per quanti arrivano in Italia da Paesi, il più delle volte africani, per chiedere asilo. E’ bene ricordare che molteplici sono i motivi che spingono questa gente a lasciare la propria terra nella quale da anni esistono conflitti etnici, guerre civili e persecuzioni di ogni genere.

Dunque, il progetto “Assistenza Ai rifugiati”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per il coordinamento amministrativo, mediante l’“otto per mille” dell’Irpef, è finalizzato alla costruzione di risposte concrete ai bisogni espressi da quei rifugiati usciti dal sistema di accoglienza che, ottenuto il permesso di soggiorno, perdono il diritto ai programmi di accoglienza e restano privi di mezzi di sussistenza e ospitalità.

Obiettivo primario dell’intervento è rappresentato dal completamento del percorso di inclusione, eventualmente iniziato nelle strutture di accoglienza, con interventi finalizzati all’integrazione sociale, lavorativa, abitativa nell’arco temporale di dodici mesi.

Al di là del dato valoriale insito, la proposta risponde ad un bisogno reale e rappresenta un’opportunità per gli Enti Locali competenti (Servizi sociali comunali) investiti della presa in carico temporanea dei soggetti in questione. In buona sostanza, il progetto mira contestualmente a supportare e facilitare la realizzazione di una dimensione di autonomia economica, auto-realizzazione e valorizzazione delle capacità, favorendo lo sviluppo e l’affermazione della dignità sociale della persona e prevenendo situazioni di abbandono, depressione, devianza, dispersione, disagio.

L’intervento è incardinato sulla rimodulazione di venti posti residenziali dei Centri di Accoglienza di Modugno e di Taranto, per la durata complessiva di 12 mesi. In questo lasso di tempo, i rifugiati presi in carico saranno accompagnati, assistiti e avviati allo svolgimento di attività di accoglienza, orientamento e tutela, finalizzate ad accrescere il potenziale di conoscenze e competenze utili a facilitare l’accesso al mondo del lavoro e alla costruzione di un percorso di integrazione e di riconquista dell’autonomia.

La proposta progettuale, inoltre, prevede la possibilità di un turn-over, determinato dal verificarsi di processi integrativi individuali, consentendo l’ampliamento della platea dei beneficiari dell’azione.

Sono diversamente felice!

Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down

Se sei convinto che diverso sia il contrario di uguale, va bene.

Se ritieni che la diversità è una ricchezza, sai sempre come sfamare la tua voglia di sapere.

Se, invece, pensi che diverso sia il contrario di normale e ritieni di essere normale preoccupati perché hai un problema serio: non sai chi sei e neanche dove sei e perché!

Vivi all’interno di una categoria artefatta, non in un contesto che si possa definire sociale, una sorta di dimensione aleatoria che ti induce a ritenerti normale.

Se ti fermi un attimo a riflettere (da persona normale), prova a chiederti quale è la natura dei parametri della normalità e se essi esistono, se esiste la normalità o è solo una convenzione: farai la straordinaria scoperta della diversità, perché la normalità non esiste!

E se anche dopo aver riflettuto continui a ritenerti normale, sono felice di sentirmi diverso da te!

E sicuramente tu saprai rispondere su quali sono quegli elementi che non potrebbero mai essere esclusi dal concetto di normalità o, detto in altri termini, quali sono quelle cose che sono sempre state considerate normali e che non potrebbero mai essere messe in discussione: la discriminazione, la fame, la guerra, i femminicidi, gli infanticidi non fanno forse parte della tua normalità?

Cerca: se esistono, trovare queste risposte significa trovare quello che è il fondo di verità presente in quel pentolone lurido che viene definito normalità.

E io sarò ancora più felice di vivermi e di sentirmi diverso!

Se esistesse, la normalità sarebbe una mostruosità incredibile, poiché ognuno, ogni singola persona, ha la sua specificità che lo differenzia.

Ecco, se diverso è il contrario di uguale, normalità è il contrario di umanizzazione del pensiero!

Tutte le volte che mi dicono “Non sei normale!” sono diversamente felice.

E le mie giornate trascorrono felici perché, con la media di cinquanta volte al giorno, me lo dicono.

E ogni volta mi convinco che ho fatto la cosa giusta!

Oggi si festeggia la Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down e il tema di questa edizione è la piena inclusione scolastica degli alunni con sindrome di Down come base per un futuro senza barriere.

Vi invito alla visione di un video animato prodotto dagli amici del CoorDown in occasione della giornata mondiale sul tema.

 

«Ho ripreso a sorridere»

Abbass, pakistano, rivolge il suo “grazie” a “Costruiamo Insieme”

«Un contratto di lavoro, una prospettiva diversa rispetto al caos che ho lasciato alle mie spalle. Operatori di un Centro di accoglienza mi hanno segnalato, il colloquio, la firma. Ho cominciato a vivere, in un solo colpo avevo cancellato paure e delusioni. Ho imparato l’italiano senza andare a scuola, ma scrivo e leggo anche greco e arabo, due lingue complicate». Un viaggio fra Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria, poi finalmente l’Italia.

Abbass, pakistano, ventisette anni, musulmano, professione operatore della cooperativa “Costruiamo insieme”, racconta il suo viaggio non semplice. Dal suo paese all’Italia, prima di avere, come ama definirla lui, «L’occasione della vita: un contratto da operatore con “Costruiamo”!». Accenna al viaggio. «Tutto sommato tranquillo, rispetto a quanto stava accadendo nel periodo in cui presi la decisione di andare via da Gujrat», racconta lo stesso Abbass. Quella regione è un incrocio di molti dei mali che affliggono l’intero Paese. «Conflitti etnici, rapporti tesi fra famiglie, focolai di qualsiasi genere, come se bastasse un pretesto per impugnare o imbracciare un’arma».

Ma un bel giorno, Abbass, giovane dal sorriso scolpito sul viso e la generosità nel cuore, imprime una svolta alla sua vita. «E’ il giugno del 2016, arrivato in Italia un anno prima, senza frequentare scuole ho già imparato l’italiano: parlo urdu, la mia lingua, poi indy, greco e arabo, due lingue complicate, ma che capisco perfettamente e trascrivo perfettamente, la capacità di apprendimento è un dono del Cielo, che mi ha messo in relazione con “Costruiamo Insieme”».

Il viaggio comincia da solo. «Nel 2009, non potevo più reggere quelle tensioni giornaliere, avevo appena diciotto anni, tutti trascorsi in momenti di pericolo indescrivibili: uscivi di casa e non sapevo come potesse andarti la giornata, se saresti riuscito a portare la pelle a casa; fra noi ragazzi e anche con i più grandi si parlava di andare via…». Non usa il verbo “fuggire” Abbass, gli sembrerebbe dare l’idea di uno che scappa, quando invece l’idea di lasciare la sua famiglia, a malincuore, gli balena nella testa ormai da tempo. «Il viaggio è lungo, lo compio da solo, strada facendo incontro altri miei connazionali e altri “fratelli”, di altri Paesi, che hanno in mente lo stesso scopo: andare a trovare altrove una vita più umana, senza sentire più proiettili che fischiano e tritolo che ti esplode a vista d’occhio. È questo il quadro che mi si presentava davanti ogni giorno, qualcosa di indescrivibile, una macedonia di tutti i malesseri insieme».Abbass 03 - 1

VIA DAL PAKISTAN A DICIOTTO ANNI…

Diciotto anni, il 2009, Abbass, poco più di un ragazzino, saluta casa. «Non è una fuga, ma una sconfitta dal punto di vista umano: lascio i luoghi che mi hanno visto nascere, crescere e maturare come uomo, proprio a causa di quelle brutte vicende dalle mie parti si cresce in fretta; ho lasciato il liceo, che mi è servito per studiare principalmente matematica e inglese, tanto che non escluso un giorno di tornare fra i banchi di scuola; ho lasciato mio padre e mia madre che sento ogni giorno, i miei tre fratelli e le mie due sorelle, anche loro hanno scelto l’estero; due miei fratelli risiedono a Dubai, uno impegnato come autista di camion, l’altro come tecnico e specialista di computer, anche le mie due sorelle si sono rifatte una nuova vita, ora tocca a me, ho avuto questa grande opportunità di lavoro, provo a tenermela stretta con tutte le mie forze».

Da un Paese all’altro. «Sono stato in Grecia, poi Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria, ma il mio chiodo fisso era l’Italia, un Paese ospitale come pochi e dai princìpi democratici; guardavamo tutti alla Siria, costantemente tenuta sotto controllo, a causa dei continui conflitti: durante i trasferimenti non è successo niente, da non crederci: qualcuno mi chiede se non avvertissi paura in quei momenti, per esempio ai confini; certo, qualsiasi cosa, come a Gujrat, poteva accadere in qualsiasi momento, ma grazie al Cielo è andata bene: ai confini i controlli erano severi, ma chi come me e i miei compagni di viaggio che non vedevamo di arrivare a destinazione, non avevamo niente da temere; controllo documenti e bagagli e via, fino a quando dall’Austria non arrivai in Italia».Abbass 04 - 1

FINALMENTE L’ITALIA E “COSTRUIAMO INSIEME”!

L’arrivo in Italia. «Mi diressi a Milano, città bella, laboriosa, magari avrei voluto provare a cercarne di lavoro, ma mi indirizzarono in Sicilia, a Caltanissetta, quella città è considerata un avamposto di confine fra l’Italia e l’Africa per intenderci: quindi Messina, diciotto giorni per la richiesta d’asilo e finalmente fra le mani un documento che riconoscesse il mio stato di profugo; fui trasferito al Centro di accoglienza di Modugno, lì cominciai ad imparare velocemente l’italiano, una lingua non semplice, ma anche in questo caso ho imparato l’alfabeto e a scrivere; non solo l’italiano, ho imparato velocemente che per essere accettato senza riserve devi anche renderti utile, cercare un lavoro: una volta padrone della lingua, anche se qualche scivolone in italiano suscitava qualche risata, ho cominciato a girare; ho trovato una pizzeria e un locale disposto a farmi fare pratica; come se avessi avuto le chiavi di quell’esercizio, ero lì da mattina a sera inoltrata, pulivo, lavavo, strigliavo il pavimento, poi la sera dietro al banco della pizzeria, a fare il pizzaiolo».

Primo giugno 2016. «Una data che non dimenticherò mai; a Modugno avevo fatto amicizia con operatori, da loro avevo imparato rispetto e rigore nel fare questa attività che richiede un codice: l’intransigenza; esistono regole che vanno rispettate alla regola». Nella nostra chiacchierata, la successiva passeggiata, Abbass vede un ragazzo ospite del Centro di accoglienza seduto su uno scooter. «Amico – dice all’indirizzo del giovane – non è roba nostra, non va bene che stia seduto lì, evitiamo che qualcuno ci riprenda, forza: un po’ di buona volontà, dobbiamo stare in pace con tutti, se vogliamo rispetto dobbiamo cominciare a rispettare noi gli altri…». Ha una parola, un concetto per ogni cosa Abbass. “Devo questo lavoro a quanti mi hanno segnalato alla cooperativa sociale: bontà loro, sono stato ritenuto una persona affidabile, degna di un contratto: da quel momento è cominciata la mia vita, ho ripreso a sorriderle, a tirare un sospiro di sollievo che mi portavo dentro da quasi dieci anni, da quando avevo preso le mie poche cose e mi ero avventurato nel viaggio della vita».

«118, sistema salva-vita»

Mario Balzanelli, direttore del numero unico dell’emergenza sanitaria

«E’ un vanto che il nostro Paese rivendica a livello internazionale.Assicuriamo massima assistenza attraverso un corpo scelto. Sette cittadini su dieci affollano inutilmente il Pronto soccorso. Mancano quaranta medici. Due le tragedie estive: i due bambini soffocati da un chicco d’uva, la gente che assisteva e non chiamava i soccorsi. Corsi di primo soccorso e defibrillatori nelle scuole, una vittoria dedicata a mio padre».

Mario Balzanelli, altro gradito ospite del sito e della web radio “Costruiamo Insieme”. Da anni punto di riferimento del “118”, si racconta e interviene per spiegarci il Sistema sanitario nazionale e locale.

«Sono direttore del “118” dal 2009, ho ricevuto dall’Asl di Taranto incarico di costruire questo sistema nel 2001, anno in cui ho cominciato a lavorare come coordinatore del progetto e, successivamente, vinto il concorso della struttura complessa del sistema sanitario del “118” di questa provincia».

Cosa significa “118”?

«Significa sistema salva-vita del cittadino italiano, un vanto che il nostro Paese rivendica a livello internazionale; questo numero unico per l’emergenza sanitaria assicura massima assistenza attraverso un corpo scelto, un servizio sanitario costituito da medici, infermieri e autisti-soccorritori a bordo di mezzi di soccorso; il sistema, collaudato, consente di raggiungere chiunque si senta male, chi rischia in quel momento di morire, prestando soccorso in un contesto particolare che è “tempodipendente”: in pochi minuti raggiunge chi ha bisogno di cure immediate, risultando la vera garanzia istituzionale a tutela della vita di sessanta milioni di persone».BALZANELLI FOTO articolo 03 - 1

Mezzi e uomini, al di sopra o al di sotto delle necessità?

«Una lettura che faccio in qualità di presidente nazionale del “118” vede un sistema profondamente penalizzato, smontato, demolito, in qualche maniera depotenziato; questo l’ho dichiarato in più occasioni alla stampa nazionale: il “118” sta andando incontro a una progressiva desertificazione delle piante organiche medico-infermieristiche che, invece, andrebbero implementate a livello dei governi regionali e, quindi, rese disponibili per garantire che in pochi minuti il soccorso giunga a destinazione con adeguate professionalità medico-infermieristiche, capaci di fare insieme diagnosi e terapia, pratiche potenzialmente salva-vita e in grado di fare la differenza».

Spesso chi presta soccorso è mediamente oggetto di critiche.

«Il “118” risponde con parametri temporali in tempi validi; esistono casi più articolati, ma vi assicuro che siamo costruiti per arrivare presto; il problema delle attese nei Pronto soccorso in tutta Italia è davvero complesso: intanto il cittadino il più delle volte si reca in un presidio sanitario quando non avrebbe bisogno di cure; il Pronto soccorso, invece, dovremmo considerarlo una via d’uscita in tantissimi casi; esistono, infatti, situazioni cliniche di carattere minore che potrebbero essere tranquillamente gestite dallo specialista di riferimento rappresentato dal medico che si occupa di Medicina generale o il collega della Guardia medica; dati alla mano, il 70% dei casi registrati nei Pronto soccorso italiani, letteralmente presi d’assalto, sono gestibili in maniera diversa: 7 casi su 10, per farla breve, sono pazienti che si recano lì con i loro mezzi, le loro gambe; in sostanza: non sono quelli i posti in cui recarsi.

Con la desertificazione medico-infermieristico cui accennavo, il “118” che non ha a bordo il medico, non può lasciare a casa il paziente che ha chiesto il pronto intervento; il team quando non è infermierizzato e medicalizzato è costretto a condurre il paziente in ospedale. Il presidio sanitario, dunque, diventa il crocevia di un ingolfamento generale che vorremmo evitare. Faccio un esempio: il “118” di Taranto che ha una carenza cronica di personale – mancano all’appello 40 medici su 95, e governiamo la provincia intera, per complessivi 29 comuni – riesce in qualche modo a garantire la medicalizzazione, tanto che nel 40% dei casi riusciamo a far restare a casa il paziente; in altri “118” d’Italia, il personale è ancora più carente, cosicché l’utenza non trova altra soluzione che recarsi al Pronto soccorso».BALZANELLI FOTO articolo 02 - 1

Un’estate calda, due casi l’hanno colpita.

«Due tragedie accadute a pochi giorni di distanza una dall’altra e che ci hanno segnati in modo grave: due bambini, Maria Chiara, a Marina di Lizzano, e l’altro bambino, Niccolò a Leporano. Entrambi fra i due e i tre anni: si trovavano con i rispettivi genitori che in quel momento stavano mangiando: mettono in bocca un chicco d’uva e lo deglutiscono; l’acino sbaglia “strada” e provoca ostruzione alle vie respiratorie in modo totale, drammatico; i due casi sono simili, ma uno in particolare vede una decina di persone spettatrice immobile: a nessuno viene in mente di chiamare tempestivamente il”118”; capisco i genitori nel panico più totale, ma quanti stanno attorno? I nostri tempi sono stati velocissimi, nel primo come nel secondo caso, ma la totale ostruzione delle vie aeree lascia tre, quattro minuti al massimo prima di provocare la totale asfissia. Un’estate funestata da una perdita evitabile, tant’è che come Azienda sanitaria locale abbiamo deciso di intensificare lo sforzo di formazione della popolazione della provincia, creando eventi specifici che dedicheremo alla memoria dei due bambini, Grazia e Niccolò, affinché queste manovre vengano gratuitamente insegnate in spazi aperti e nei comuni che vorranno ospitarci, pratiche che volentieri spiegheremo anche negli ipermercati Auchan e Ipercoop, che ringrazio per l’ospitalità. Il tutto affinché papà e mamme possano imparare a praticare manovre salva-vita».

“Un messaggio per non morire”, un defibrillatore e corsi obbligatori di primo soccorso nelle scuole italiane e negli impianti che ospitano attività sportive e pubblico, sono alcune delle attività in cui è stato impegnato il direttore del “118”, Mario Balzanelli. Un giorno è suo padre Graziano, già alto dirigente della Sanità locale, ad essere vittima di un attacco cardiaco e al tempo stesso del sistema sanitario. 

«Mio padre, Graziano Balzanelli, in famiglia ha rappresentato il faro della nostra esistenza, un uomo straordinario, orientato solo a fare il bene del prossimo, un campione del volontariato; attraverso la fede cristiana che ha trasmesso a noi tutti, ho imparato che bisogna impegnarsi per cambiare le cose. Nell’occasione infausta, ci eravamo sentiti pochi minuti prima; all’epoca lavoravo come medico a San Giovanni Rotondo, sarei arrivato a Taranto pochi minuti dopo, ma mai mi sarei immaginato di rivedere mio padre in obitorio; lui era davanti a casa nostra, avevamo appuntamento al Royal Bar, quando ebbe quell’arresto cardiaco improvviso; davanti a quella dimensione così sciatta, assurda, folle di un soccorso negato, promisi che mi sarei speso perché cose simili in futuro non fossero più accadute.

Era successo a 400 metri in linea d’aria dal SS. Annunziata di Taranto, un’ambulanza era arrivata quarantacinque minuti dopo, senza l’operatività di una bombola di ossigeno e con a bordo di quel mezzo di soccorso nessuno che sapesse a quali pratiche fare ricorso per salvare la vita a mio padre. E’ a lui che ho dedicato la costruzione di un solido “118” a Taranto, sicuramente fra i primi al mondo nell’aver rianimato un numero indicibile di pazienti che aveva subito arresto cardiaco senza esiti neurologici invalidanti. La dedica a mio padre la resi nota solo alla fine della raccolta di firme a cui collaborò con grande impegno Ciro Fiore. Grazie a quella legge sono otto milioni gli italiani, studenti formati nelle scuole, docenti e personale scolastico, a sapere usare un defibrillatore utile a salvare vite umane».

“Le Storie” in un libro

“Costruiamo Insieme”, l’impegno nella “migrazione umana”

Il progetto in un bando di “National Geographic”. Le vicende drammatiche raccontate dai protagonisti. Momenti vissuti da extracomunitari ospitati nei CAS, Centri di accoglienza straordinari, a volte conclusi con un lieto fine. Ai ragazzi arrivati dall’Africa: titolo di studio, corsi di formazione utili per l’inserimento nella società, fino a un contratto da operatore nella stessa cooperativa sociale.

Il bando Promosso dalla “National Geographic” sembra fatto su misura in base all’esperienza maturata in questi anni da tecnici e operatori impegnati con “Costruiamo Insieme”, considerando i successi, brillanti – lo dicono le cronache, bontà loro – registrati appunto in questi anni di impegno. Ma la cooperativa, come più volte indicato in queste “pagine” e, comunque, in diverse occasioni attraverso altri media, si occupa di sociale a 360°, dunque i diversi bandi che ci vedono protagonisti sono solo il risultato di un impegno di collaboratori e operatori con un vissuto fra le fasce deboli e che, dunque, vanta un importante bagaglio di esperienza.

Dunque, “Documentare la Migrazione Umana”.  Il bando promosso da “National Geographic”, mira, attraverso un’azione di storytelling (raccontare storie) fatta di vissuti da violenze e torture, di assenza dei diritti fondamentali dell’uomo, di sopraffazioni e soprusi, a favorire conoscenza e analisi dei fenomeni migratori e dei suoi protagonisti, attraverso un approccio diretto, non mediato, con i migranti presenti sul nostro territorio e ospiti delle nostre strutture. A sostanziare conoscenza e impegno profuso in questi anni da “Costruiamo Insieme”, l’invito è quello di dare un’occhiata alla rubrica “Storie”, una rassegna di vicende di grave drammaticità raccontate dagli stessi protagonisti. Per non parlare di storie, per alcuni degli ospiti di uno dei Centri di accoglienza, coronate dal lieto fine con un posto di lavoro e contratto da operatore.

COMUNICARE, DIVULGARE UN IMPEGNO GIORNALIERO

Punto di forza dell’iniziativa in questione, dunque è lo strumento della comunicazione, inteso come processo circolare che, attraverso l’interattività e bidirezionalità, favorisce lo scambio reciproco e stimola momenti di riflessione. Da qui l’idea di realizzare un progetto editoriale cartaceo, un libro che sarà diffuso gratuitamente a tutte le scuole di primo e secondo grado ricadenti nel territorio nel quale sono operativi i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) gestiti da “Costruiamo Insieme s.c.s.”, unitamente alla proposta di modulo didattico sulla “Storia delle Migrazioni”, a pianificazione e organizzazione di eventi/incontri con i protagonisti delle narrazioni, in diversi centri di aggregazione (chiese, oratori, scuole, associazioni di volontariato, etc…). Parallelamente a questo impegno, continuerà il lavoro di diffusione dei materiali prodotti attraverso il sito web e i social network della cooperativa. L’attuazione culturale del progetto, nei luoghi e nei contesti indicati, avverrà attraverso l’apporto diretto di persone qualificate e settorialmente specializzate nello specifico ambito di azione (esperti in didattica della storia, giornalisti, psicologi).

Oltre le sbarre!

Guardare ai bisogni e costruire opportunità

Marc Augè ha spiegato che “Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico definirà un non luogo”.

Il carcere, come qualunque altra Istituzione Totale, priva il detenuto della propria identità, con l’imposizione di regole rigide ed autoritarie. Goffman ha scritto che “ le istituzioni totali spezzano o violentano proprio quei fatti che, nella società civile, hanno il compito di testimoniare a colui che agisce e a coloro di fronte ai quali si svolge l’azione, che egli ha un potere sul suo mondo, che si tratta cioè di persona che gode di autodeterminazione, autonomia e libertà “adulte”. Ci sono alcuni agi che vengono perduti al momento dell’ingresso in una istituzione totale . Una tale perdita può anche tramutarsi in una riduzione di autodeterminazione perché l’individuo tende ad assicurarsi questo tipo di agi quando ne ha i mezzi”.

Il grado di afflizione connaturato con la sanzione penale resta inevitabile ed appare ineliminabile anche ai giorni nostri. Superando il pensiero del Beccaria, che nel suo celebre “Dei delitti e delle pene” sancì l’«intangibilità» del corpo del recluso, permane, purtroppo, una forma di distruzione progressiva ed «invisibile», la cui apparenza non vendicativa e non cruenta non deve far dimenticare quanto l’internamento e la detenzione possano essere strumenti di produzione di sofferenza, malattia, tortura fisica e psichica, afflizione, handicap sociale, costringendo una volta di più a domandarsi con forza quali alternative esistano alla pena detentiva che, nella sostanza, eliminino il fattore della crudeltà e riportino il concetto di pena fuori dall’alveo della punizione.

Quante persone restano segregate perché non si sono sviluppati sui territori di provenienza protocolli utili a procedere alla loro presa in carico e, quindi, alla costruzione di percorsi di reintegrazione sociale alternativi alla detenzione in carcere?

Costruiamo Insieme vuole indagare alcuni aspetti legati alla prevenzione di fenomeni patogeni ed alla promozione della salute mentale in carcere per tentare la formulazione di una proposta di intervento che possa risultare un punto di partenza per far sì che si sviluppino le condizioni necessarie per contribuire al superamento dell’inclinazione punitiva della pena e sostenere processi riabilitativi attraverso la costruzione di percorsi fondati sul concetto di opportunità.

Riteniamo necessario riscrivere il paradigma della detenzione ponendo al centro della riflessione e, quindi, dell’azione, la realtà carceraria sovvertendo il sistema di pensiero e di intervento fondato sul concetto di segregazione finalizzata all’espiazione di una colpa.

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (2001), la salute è intesa come un dinamico equilibrio tra abilità della persona nel proprio ambiente di vita (performance) e il grado di partecipazione alla vita della collettività in cui vive.

I problemi della società e quelli della salute sono strettamente correlati perché se non si affronta la questione della società è difficile che si riesca a cogliere a fondo il problema della salute.

Su questo fronte, non vi è dubbio che i processi di esclusione sociale prodotti da uno stato di reclusione producono malattia.

La governance di istituti totalizzanti quali le carceri comincia a porsi in termini di problema al legislatore che, seppure di fronte alla palese negazione del senso e del diritto, incontra difficoltà nel programmare una azione riformatrice capace di ribaltare radicalmente l’approccio culturale che ha determinato la costruzione di tali luoghi non luoghi.