«Esperienza umana enorme»

Ndoli, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Grande opportunità di lavoro. Ho conosciuto il pericolo e molti fratelli, oggi lavoro anche per questi. Esistono piccole regole da rispettare e i ragazzi, in questo, mi seguono. Felice di spendermi per il prossimo, le mie preghiere sono state esaudite…». 

«Un mare in tempesta, onde alte dieci, venti metri, chi può dirlo, poi una nave militare italiana  che ci trae in salvo!». «Arrivare in Italia, essere accolto con grande rispetto e, infine, trovare lavoro con la cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”!». Dall’incubo al sogno, Ndoli, ivoriano di trentaquattro anni, ex militare, racconta come è sfuggito a un conflitto civile in Costa d’Avorio per coronare il suo sogno, una vita da costruire con un lavoro da operatore, tutelato da un regolare contratto sottoscritto con “Costruiamo”.

«Sono impegnato da due anni con la cooperativa – racconta Ndoli – è un’attività che mi arricchisce umanamente, il timore era che non ce la facessi a passare dall’essere assistito ad assistere “fratelli” che, come me, avevano scampato qualsiasi barbarie nel loro Paese, ma anche nel passaggio attraverso altre nazioni, rischiando più di una volta la vita».

Non solo un lavoro, Ndoli si aiuta a gesti, cerca di trovare la parola giusta senza inciampare in malintesi. Quasi stesse elaborando con le mani un’opera in creta. Alla fine è soddisfatto della parola trovata. «Ecco, la mia la vedo come una missione – sorride, soddisfatto – uno spendermi per il prossimo, cercare di capire quali siano i problemi che possono avere ragazzi scappati lontano dal oro Paese: in me trovano non solo l’operatore, ma anche un amico, un fratello con il quale confidarsi, del resto il lavoro che faccio all’interno di “Costruiamo insieme” è quello di far sentire i ragazzi come se fossero a casa loro e trovare insieme gli elementi per far ritrovare loro la serenità».NDOLI ARTICOLO - 1Amare il prossimo, Ndoli. Si accende il sorriso. «E’ una delle frasi a cui faccio spesso ricorso – spiega – la tengo sempre stampata in mente, sono cattolico e credo in Dio: spendersi, a costo di rinunce e sacrifici, perché il Cielo te ne sarà grato, ti ricompenserà». Occhi lucidi. Sistema il suo cartellino con foto che scivola sulla sua maglietta. Lo stringe fra le mani, è una conquista, tante volte quella certezza gli sfuggisse. Torna indietro di qualche anno. In Italia da quattro anni, in fuga dal lontano 2011, attraverso Burkina, Niger e Libia, da dove salperà per l’Italia. «Ero militare, in Costa d’Avorio era in atto un conflitto civile, non volevo sparare addosso ai miei connazionali, ammazzarli senza motivo: lamentavano la mancanza di democrazia, libertà, il dono più grande che un essere umano possa avere, non me la sentivo di aprire il fuoco contro i miei fratelli, gente disarmata!».

E’ il marzo del 2014, altro episodio in cui Ndoli viene soccorso dalla fede. «Centotrenta su un gommone, imbarcati alle cinque del mattino, navigavamo a vista, non era facile orientarsi, io avevo una certa dimestichezza con la bussola, ma in mare aperto puoi avere tutte le bussole che vuoi, ma la paura resta comunque tanta: onde alte dieci, venti metri, impauriti, quasi aspettassimo da un momento all’altro il nostro destino: in balia di un mare aperto che faceva paura, in attesa di un’onda più grande che ci avrebbe travolti: ricordo le urla, la disperazione della gente, tutti appesi a un filo di speranza; loro urlavano, io braccia e mani rivolte al cielo, pregavo, pregavo, pregavo: mi davano forza le preghiere, mi ero consegnato nelle mani del Signore, qualsiasi cosa avesse deciso Lui per me, sarebbe stata la cosa giusta».ufogxt9GRbKq6YusS9ezhA_thumb_53-1024x576Ecco un segno del destino. «Onde impazzite, scorgiamo in lontananza non una, ma tre enormi luci, staccate fra loro: non una, ma tre navi, ci avevano avvistati; ogni volta che le onde si alzavano, alte, davanti ai nostri occhi perdevamo di vista le navi: avevamo paura non ci vedessero, non ci soccorressero, invece ci avevano già visti e ci stavano venendo incontro, restava solo capire quale fosse la nave amica, quando con una scialuppa si avvicinarono i militari italiani; non ci avevano affiancati con la nave enorme, avevano già messo in mare una, due scialuppe per trarci in salvo: avevo gli occhi pieni di acqua di mare e lacrime di gioia, eravamo salvi. Di quei momenti ricordo urla, spinte, paura, la gente temeva di restare ancora su quel gommone in balia di una mare sempre più pericoloso: io aiutavo gli altri e pregavo, anche a voce alta, li tenevo fra le braccia, li sostenevo, spingevo sulle scialuppe di salvataggio; fui l’ultimo a salire a bordo, il Signore aveva voluto questo da me: aiutare il prossimo a costo della vita».

Ndoli e la sua attività con “Costruiamo insieme”. «Una grande avventura umana, grande esperienza e conoscenza: non sono arrivato subito qui, a “Costruiamo Insieme”: sono stato ospite di altre strutture, nessun controllo, stanze sporche… Qui è un’altra storia: ogni giorno controlliamo il numero degli ospiti, facciamo l’appello, pranza, ognuno di loro firma in quanto sotto la nostra responsabilità; esistono regole, piccole, ma che i ragazzi devono rispettare: in camera non si ospita altra gente, non si fuma, non si cucina. Tutelo i ragazzi e il mio posto di lavoro; anche far rispettare le regole è un atto d’amore, far comprendere che la libertà è un dono prezioso e puoi coltivarlo solo con rispetto e amore verso il prossimo».

“Mondi di confine”

Centocinquanta ore la durata del progetto

Corso di apprendimento per cittadini stranieri presenti all’interno della Casa circondariale di Taranto. Laboratori di lingua e occasione di socializzazione.Conoscenza reciproca e confronto fra culture.

Fra i progetti che “Costruiamo Insieme” sta seguendo, anche “Mondi di confine”, iniziativa finalizzata alla realizzazione di un percorso strutturato di apprendimento della lingua italiana. Sostanzialmente un’idea tesa a favorire i processi di inclusione sociale, integrazione ed aggregazione dei cittadini stranieri presenti all’interno dell’Istituto penitenziario – Casa Circondariale di Taranto attraverso il miglioramento della capacità di interrelazione in generale e linguistica in particolare.

I corsi in questione, rappresenteranno non solo laboratori di lingua, ma anche valida occasione di socializzazione e di creazione di gruppi, con la possibilità di instaurare relazioni amicali con momenti di scambio e discussione. Ciò permette di approfondire conoscenza reciproca delle “altre” culture e il confronto tra queste. Da non sottovalutare che all’interno di un simile percorso, si va favorendo la ri-progettazione del percorso di vita dei vari soggetti che non sia conflittuale o in contrasto con la società. Ciò detto, si attiva un meccanismo mediante il quale  fare acquisire, integrare o ampliare la formazione di base per il conseguimento di titoli di studio, rendere possibile l’accesso agli studi successivi e quindi ai relativi titoli, contribuire allo sviluppo educativo, culturale, familiare, comunitario e sociale dei detenuti, incoraggiare e sostenere l’educazione alla legalità, alla convivenza democratica e alla cittadinanza attiva.

Destinatari delle attività didattiche suddette, saranno venti cittadini stranieri in stato di detenzione, riconducibili alle seguenti tipologie: detenuti in situazioni di marginalità sociale, per i quali occorre attivare azioni per il recupero e lo sviluppo di competenze strumentali idonee ad un’attiva partecipazione alla vita sociale; detenuti che richiedono un’azione di alfabetizzazione primaria; detenuti per i quali si rende necessario un veloce e funzionale apprendimento della lingua e della cultura italiana; detenuti che presentano problematiche legate alla tossicodipendenza, con tempi di attenzione e concentrazione molto limitati; detenuti già in possesso dei requisiti funzionali al conseguimento del titolo di scuola secondaria di primo grado; detenuti già in possesso della licenza media, che, desiderosi di rientrare nel sistema educativo, necessitano dello sviluppo e del consolidamento di conoscenze e competenze di base, finalizzati ad un eventuale accesso ai livelli superiori di istruzione e formazione professionale; drop-out dalla scuola che, spesso dietro sollecitazione degli operatori penitenziari, rientrano nel percorso di istruzione, mostrando però una precarietà di obiettivi, di interessi e di impegno e che richiedono pertanto primariamente interventi destinati alla costruzione di una propria identità; detenuti isolati per motivi di sicurezza; soggetti ad un regime di alta sorveglianza.

Il corso avrà una durata complessiva di centocinquanta ore e sarà articolato in due moduli formativi: Lingua Italiana (Livello A1) di 80 ore e Lingua Italiana (Livello A2) di 70 ore. Obiettivi, contenuti, argomenti e competenze faranno riferimento agli standard della lingua previsti dal Quadro comune europeo di riferimento.

La guerra taciuta

Amal, 7 anni, morta di fame in Yemen.

In Yemen l’intera popolazione è allo stremo delle forze a causa di una guerra civile che si trascina da anni nel silenzio collettivo e diffuso. Alle 10 mila vittime accertate, si aggiungono 22 milioni di persone che vivono vittime della più grande catastrofe umanitaria degli ultimi tempi.

Il popolo yemenita vive sotto i bombardamenti, metà delle strutture sanitarie sono state distrutte e quasi tutti gli ospedali sono chiusi per mancanza di personale, medicinali, corrente elettrica ed acqua.

La mancanza di carburante, non solo incide sui trasporti, ma soprattutto sul funzionamento dei generatori elettrici e delle pompe idriche grazie alle quali 15 milioni di yemeniti hanno accesso all’acqua.

Ma il prezzo più alto di questa guerra lo stanno pagando i bambini: 3 milioni rischiano di morire di malnutrizione.

Giovedì è morta Amal Hussein, aveva sette anni ed era diventata il simbolo della guerra in Yemen. La sua immagine, che la ritraeva fortemente denutrita, era stata pubblicata dal New York Time in un reportage per raccontare il dramma della fame e dei campi profughi.

Le sue costole che sembravano dover perforare il leggerissimo strato di pelle che le ricopriva il corpo hanno dovuto cedere il posto occupato in uno dei pochissimi presidi sanitari ancora attivi ad un altro paziente.

E il campo allestito da Medici Senza Frontiere troppo lontano dal suo paese.

Lo Yemen subisce da tre anni l’assedio da parte di nove Paesi arabi sunniti, guidati dall’Arabia Saudita e sostenuti dagli Stati Uniti, nei confronti dei ribelli sciiti, vicini all’Iran, che dal 2015 controllano la capitale San’a sta provocando infinite sofferenze ai civili bloccando l’arrivo di qualsiasi rifornimento.

Nel 2016, parlando della situazione in Siria, Ban Ki-moon, Segretario Generale dell’Onu, dichiarò che “la morte per fame utilizzata come arma rappresenta un crimine di guerra”.

Alla popolazione yemenita non sono state rivolte le stesse “attenzioni”. 

L’Arabia Saudita non è stata mai sanzionata per i bombardamenti e, come se non bastasse, si è sempre opposta alla creazione di corridoi umanitari per permettere di inviare cibo e medicinali alla popolazione civile.

Il fatto che la coalizione di paesi sunniti guidata dall’Arabia Saudita comprenda anche Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar (non senza l’appoggio placito degli USA) sia in contrapposizione con i ribelli sciiti sostenuti da Iran, Russia e dal regime siriano di Assad sia il tragico epilogo della partita mai chiusa per il controllo geopolitico di tutta l’area.

E quando i grandi giocano a fare la guerra, i bambini non giocano più!

Come Amal, morta di fame, che ha solo anticipato tristemente il destino che sembra segnato di altre centinaia di migliaia di bambini.

«Mediatore, grazie “Costruiamo”!»

Abdoulaie, gambiano, ventunenne, dipendente della cooperativa

«Un curriculum, un colloquio: preso! Cercavo lavoro, ma non avevo pensato che la mia conoscenza di arabo, dialetti e altre lingue, potesse diventare un lavoro. Tutto così presto, mi sembra un sogno. Oggi aiuto mio zio al quale devo il riscatto dalla prigionia in Libia e il viaggio su un barcone»

«Un curriculum inviato a “Costruiamo Insieme”, alla ricerca di mediatori, un colloquio nel gennaio dello scorso anno e un mese dopo ero al lavoro…». Abdoulaie, gambiano di ventuno anni, in Italia da quattro anni e quattro mesi, accenna il suo ingresso nel mondo del lavoro grazie alla cooperativa sociale (che non si occupa solo di accoglienza).

«Arrivato in Italia minorenne, sbarcai a Taranto, ma le vicende della vita mi portarono prima in Umbria, dove studiai per conseguire un attestato da meccanico specializzato: tornio, fresa, saldatura, le mie materie e le mie attività».

Non pensava minimamente a fare il mediatore. «Non avevo avuto tempo, la famiglia tarantina con la quale mi sono sempre confrontato, in particolare con Gianni – lo considero un secondo padre – accese, come dire, la lampadina: mi dissero di “Costruiamo”, pochi giorni dopo colloquio e contratto; ero mediatore, figura importante all’interno dei Centri di accoglienza». La conoscenza di inglese, italiano, soprattutto arabo. «Conoscere l’arabo mi è stato utile, come è stato utile alla stessa cooperativa: gli ospiti del Centro spesso parlano poco il francese o l’inglese; i miei stessi connazionali parlano “mandinka”, dialetto gambiano, o i senegalesi parlano “wolof”, così faccio da interprete; chi parla arabo e mastica poco altre lingue, chiede un mio intervento o quello di altri colleghi per motivi diversi; quando non sta bene, avverte dolori o si trova di fronte a un imprevisto, mi chiama, rendermi utile al prossimo mi fa stare bene».Abdullai articolo 03 - 1

LA LIBERTA’ UN DONO DEL CIELO

Passo indietro con Abdoulaie, giovanissimo, appena quattordici anni, ma già spericolato. «La libertà è il dono più grande che il Cielo possa darti, se qualcuno ti impedisce di esprimere un qualsiasi giudizio, diventa un dramma: in Gambia c’era un governo severo, intransigente, un modo di gestire il Paese in modo discutibile: nonostante fossi giovane, facevo solo notare che certe scelte potevano non essere condivisibili; bene, anzi male, anche il solo metterla sul piano del confronto, mi danneggiò: insomma, solo per avere appena alzato il capo per fare un ragionamento molto semplice, sono finito nel carcere minorile: il mio unico torto era stato quello di aver posto domande scomode a chi eseguiva gli ordini per conto di chi, allora, governava».

Eppure papà e mamma, non facevano che ripeterlo al giovane Abdoulaie. «Figliolo, prima o poi ti metti nei guai!». «Avevano ragione – conferma, sorride – ma allo stesso tempo ho capito che, nonostante la mia giovane età, dovevo prendere una decisione, dolorosa lo ammetto, ma come possono essere solo le scelte che ti staccano dalle tue radici e dai tuoi affetti: in Gambia ho lasciato i miei genitori, cinque fratelli, fra questi una sorella, e una parte di me».

Prima il rischio, poi la scelta. «Chi si era ribellato vivacemente al regime – racconta Abdoulaie – l’aveva pagata cara, non solo con il carcere: a migliaia sono letteralmente spariti, non ci sono più tracce, in famiglia temevano facessi la stessa fine; decisi di partire, arrivai in Libia, ma lì non fui tanto fortunato: rispetto ad altri, di pelle nera come me, non avevo trovato lavoro, cosa che mi avrebbe aiutato a intascare un po’ di soldi per pagarmi il viaggio per l’Europa; mi imprigionarono, mi fecero la rivista, non avevo soldi con me: mi misi in contatto con mio zio Alagie, in Angola dove si occupava di commercio, fu lui a farmi rilasciare dietro cauzione, trecento euro, dandomi anche i soldi per pagarmi il viaggio in mare verso l’Italia…». Quattrocento, cinquecento, chissà, tutti su un barcone di grandi proporzioni. «Stretti, incollati uno all’altro: penso che nessuno avesse mai visto una barca così grande e con tanta gente a bordo, ma quando si fugge è così: non stai a pensare a come possa essere un viaggio; ci imbarcammo di notte, all’una, alle cinque del pomeriggio eravamo a bordo di una nave militare italiana in perlustrazione nel Mediterraneo; prima che arrivassero i militari italiani, eravamo stati circondati da imbarcazioni di tunisini, pescatori, chissà: non so perché, ma ci indicavano una rotta sbagliata; sul barcone ci eravamo divisi in due gruppi: chi voleva seguire il loro consiglio, chi, invece, non si fidava e faceva bene».Abdullai articolo 02 - 1

A TARANTO IL 9 GIUGNO, DIFFICILE DIMENTICARLO

Abdoulaie e le altre centinaia di passeggeri, sani e salvi. «Nessun ferito, nessun disperso, il viaggio non era stato lungo, per fortuna, filò tutto liscio, arrivammo a Taranto il 9 giugno 2014; una ventina di giorni in città, affidato a una famiglia tarantina, con loro stabilii subito un rapporto di grande affetto; Gianni, il capofamiglia, e i “suoi” mi presero a benvolere, ma partii per l’Umbria, conseguii prima la licenza media, poi l’attestato da meccanico». Infine incrocia “Costruiamo Insieme”. «Gianni mi disse che a Taranto cercavano mediatori, gente che conoscesse le lingue e potesse essere d’aiuto in qualità di interprete: lui stesso inviò il mio curriculum, dopo tre giorni mi chiamarono, prima il colloquio, subito dopo il contratto, ero un ragazzo felice!».

Si sente spesso con la famiglia. Anche zio Alagie, però, ha avuto un bel ruolo. «Senza la sua mediazione non so come avrei fatto, in Libia se capiti in mani sbagliate è notte fonda: mio zio mi aiutò, pagò riscatto e viaggio in mare; gli dissi che con il mio lavoro gli avrei restituito tutto. “Non preoccuparti, figliolo…”, mi disse; in Angola le cose cominciarono a non andare più bene, anche lì il governo democratico non era più solido come un tempo, così fu zio Alagie a incontrare difficoltà: adesso sono io a dargli una mano…». Il senso della vita, essere utili uno all’altro fa bene. Oggi Abdoulaie, uomo libero, guarda con più fiducia al suo futuro. Anche grazie al suo lavoro di mediatore con “Costruiamo Insieme”.

«Ma che bel Castello!»

Visita guidata dei ragazzi ospiti di “Costruiamo Insieme”

Foto-ricordo con l’ammiraglio Pasquale Vitiello. «Alla Marina dobbiamo la vita», dicono i ragazzi. «Molte navi militari italiane ci hanno tratto in salvo». Guide competenti, centomila visitatori all’anno. Adesso ci sono anche i ragazzi del Centro di accoglienza.CASTELLO 03

Un giorno al Castello aragonese con i ragazzi ospiti nel Centro di accoglienza della cooperativa “Costruiamo Insieme”. Non è detto che l’esperienza resti unica nel suo genere. Potrebbe, infatti, esserci una seconda volta. Un aspetto, questo, incoraggiato dalle numerose adesioni raccolte nel CAS da Silvia e Federica, operatrici di “Costruiamo”, e dall’ospitalità riservata dalle autorità militari e dalla guida ai ragazzi “ospiti per un giorno”.

La guida, competente e puntuale nel documentare le bellezze del manufatto voluto dagli Aragona nel cuore della Città antica, all’epoca una piccola penisola. Una roccaforte, mai espugnata, come viene spiegato ai ragazzi, attenti e puntuali nelle domande non appena c’è modo di entrare nel dettaglio. Interagiscono, i ragazzi, quando la visita assume una veste romanzata. La guida, brava e professionale, si diceva, come il resto del personale del Castello coordinato dall’ammiraglio Francesco Ricci. «Volete che parli inglese, francese, spagnolo? Ditemelo, non ci sono problemi: traduco, state per vivere un’esperienza unica nel suo genere!», introduce. «Italiano!», rispondono in coro i ragazzi di “Costruiamo”, nemmeno fossero una curva di uno stadio di calcio. Benissimo.Castello articolo 01

Siamo nella Piazza d’armi del Castello. Formalità da espletare. Ci pensano le operatrici, gli ospiti firmano all’ingresso. Ripeteranno l’operazione con un “mi piace” su un registro, “I luoghi del cuore”, nel quale viene consigliata a chiunque la visita al Castello aragonese uno degli attrattori più importanti d’Italia. Sow, Diallo, Ogbomo, Ahmed, Edobor e gli altri, si mettono in fila, attendono il loro turno. Subito un dato importante: sono oltre centomila sono le visite annue (e in costante crescita) documentate da un apposito “front office” all’interno del Castello.

C’è un convegno in un’ala dell’antico maniero. Alti ufficiali, come da protocollo della Marina militare, fanno gli onori di casa a relatori e partecipanti. Dal gruppo di ufficiali si stacca l’ammiraglio Pasquale Vitiello, per un estemporaneo “benvenuto” ai ragazzi. Una stretta di mano e una, due, tre foto-ricordo con il più alto grado della Marina presente a Taranto.

«Sono felice abbiate voluto fare visita al Castello – dice l’ammiraglio Vitiello – immagino più volte siate passati davanti e vi siate incuriositi di come fosse al suo interno; bene, oggi visiterete ogni angolo di questa bellezza, resterete sbalorditi da quanta storia possano custodire queste mura, monumenti così belli e imponenti: “Buon vento!”». Classico augurio degli uomini di mare. L’ammiraglio Vitiello chiede ai ragazzi il Paese d’origine: Guinea, Mali, Nigeria, Gambia, Costa d’Avorio. L’alto ufficiale colloca, puntuale, ciascuno dei Paesi come se avesse davanti una carta geografica. Gli ospiti quasi si stupiscono per la preparazione, ma un attimo dopo trovano la risposta. «Uomo di mare – dicono un paio dei ragazzi, Kanteh e Diakite – vuoi che non sappia dove sia il mio Paese o quello di Traore e Mamadou? Noi a questa gente, in particolare alla Marina militare, dobbiamo la vita!». Castello articolo 02

Non dimenticano i ragazzi. Molti di loro sono stati tratti in salvo da navi della Marina militare italiana in perlustrazione nel Mediterraneo per prestare soccorso a quanti in fuga da guerre etniche e persecuzioni politiche.

«Ragazzi, seguitemi, attenti agli scalini, dobbiamo passare più di un’ora insieme: fate tutte le foto che volete, così avrete modo di ricordarvi di questa esperienza!». La guida spiega in italiano, si aiuta con i gesti. Ma i ragazzi non fanno ancora “clic” sul cellulare. Ogni volta che si cambia angolo del Castello, Dembele, Djiallo, Jallow e il resto del gruppo, attendono la fine della spiegazione. Poi sotto con le domande. Infine, mano ai cellulari, con richiesta ai compagni di visita di scattare una foto. Molti anche i selfie.

Prosegue la visita. Restano affascinati i ragazzi, davanti a un enorme plastico del Castello aragonese. In un enorme stanzone, questo lavoro di un grande artigiano tarantino mostra la bellezza dell’antico manufatto. Ci sono i posti dai quali i ragazzi sono passati, altri che a breve visiteranno. «Qui – spiega la guida – venivano imprigionati i nemici, alcuni incatenati al muro: grandi sofferenze, come quelle alle quali molte delle popolazioni africane sono state sottoposte dalla scoperta dell’America in poi, avvenuta nel…?». «1492!», rispondono subito un paio, quasi fosse un quiz. Orgogliosi di conoscere anche la data, «12 ottobre!». Molti di questi hanno studiato nel loro Paese, altri dopo aver frequentato corsi di alfabetizzazione tenuti dalla stessa cooperativa “Costruiamo Insieme”, frequentano scuola a Taranto per conseguire o perfezionare un titolo di studio.Castello articolo 04 Fra gli altri momenti interessanti, secondo i ragazzi che hanno seguito attentamente la guida, il sistema idraulico con il quale veniva aperto il Ponte girevole di Taranto quando ancora non esisteva l’energia elettrico. «E’ uno dei princìpi adottati da alcuni villeggi africani – diceva un ragazzo – dove ancora non esiste l’energia elettrica, dunque attraverso sistemi simili a questo riescono a portare l’acqua utile alle famiglie e ai campi dove vengono coltivati ortaggi e frutta». Il maggior numero di selfie, nemmeno a dirlo, sotto allo stesso Ponte girevole. «Non lo avevamo mai visto da questa angolazione!», fanno capire i ragazzi che chiedono se è possibile scattare una foto. E’ zona militare, fanno bene a chiedere comunque. Poi il piano più alto del castello, da dove si domina la vista del Mar Grande e piazza Castello, appunto, dove ha sede anche il Comune di Taranto.

La visita finisce con un selfie, meritatissimo, con i giovani visitatori e la guida. Una giornata diversa dalle altre, istruttiva e importante nell’accorciare quelle distanze fra residenti ed extracomunitari. Un passo avanti nell’integrazione, all’interno della quale vale tutto, anche gli autoscatti con sorriso.

Progetto “Il carcere del XXI secolo”

Costruiamo Insieme e la Casa circondariale di Taranto

Una collaborazione all’interno del Programma operativo nazionale legalità 2014/2020. Percorso riabilitativo-educativo per restituire alla società una persona integra. Dotare strumenti utili a cogliere le opportunità di reinserimento nella società.

Fra le attività nelle quali la cooperativa sociale “Costruiamo Insieme” è impegnata, spicca un “progetto a valere” presente sull’avviso del Programma operativo nazionale legalità 2014/2020: “Il carcere del XXI secolo”.

Scopo del progetto, l’individuazione di interventi di recupero e la rifunzionalizzazione di beni confiscati alla criminalità organizzata in Regione Puglia. Questa iniziativa, secondo quanto anzidetto, è realizzata da “Costruiamo Insieme” con la collaborazione dell’Amministrazione penitenziaria della Casa Circondariale di Taranto, è finalizzata alla realizzazione di interventi di programmazione individualizzata e di attivazione di processi di inclusione socio-lavorativa rivolti ai detenuti della italiani e stranieri.

Per i detenuti in questione, è possibile promuovere progetti di reinserimento socio-lavorativo in regime di carcerazione o di semi-libertà.  Il percorso riabilitativo-educativo ha lo scopo di restituire alla società una persona integra nelle funzioni e nello stesso tempo dotata di strumenti utili a cogliere le opportunità di reinserimento nella società. In buona sostanza, l’obiettivo del progetto consiste nella realizzazione di un processo di presa in carico reale attraverso una serie di attività come: raccolta di informazioni sulle persone da inserire nei processi di accompagnamento al lavoro; l’analisi degli elementi di contesto favorevoli e/o sfavorevoli all’inserimento; individuazione delle risorse e delle criticità delle persone relativamente al lavoro in termini occupazionali; individuazione di programmi di apprendimento personalizzati e di modalità formative calibrate sui singoli; gestione delle criticità durante i percorsi di inserimento; monitoraggio dei percorsi di inserimento.

Natura della proposta progettuale è, inoltre, il fare in modo che, una volta attivato, il servizio trovi quale fruitore finale qualsiasi persona reclusa. Sia che questa versi in condizione di disagio, a causa dell’assenza di mezzi di sostentamento e/o di soluzioni abitative, o che necessiti di sostegno nella costruzione di un percorso che favorisca l’uscita dalla situazione di bisogno. Le azioni sulle quali si farà leva saranno, dunque, rappresentate da attività di orientamento, formazione e inserimento lavorativo da svolgersi all’interno della struttura detentiva e sul territorio, a seconda dello status della persona reclusa.

Il duro scontro con la miseria

La marcia dei poveri in America.

“È sempre stato facile fare delle Ingiustizie !
Prendere, Manipolare, Fare credere!……..ma adesso

State più attenti!
Perché ogni cosa è scritta!
E se si girano gli eserciti e spariscono gli Eroi
Se la guerra (poi adesso) cominciamo a farla noi
NON SORRIDETE……..GLI SPARI SOPRA…….SONO PER VOI !”

Vasco Rossi

Immaginate una città con un tasso di omicidi di dieci volte superiore a quello di Baghdad e con una media di quasi una dozzina di assassinii al giorno. Una città che più volte nelle classifiche internazionali sulle zone più pericolose al mondo ha ottenuto il dubbio onore di piazzarsi al primo posto. 

Bene, quella città esiste davvero, ed è San Pedro Sula, un Comune di oltre mezzo milione d’abitanti situato nell’Honduras settentrionale.

Concentratevi ora, un attimo, sull’immagine di un fiume che si ingrossa nel corso del suo cammino verso la foce e paragonatela alle migliaia di persone che stanno marciando, partite dall’Honduras, che hanno già attraversato Guatemala e Messico con l’obiettivo di entrare negli Stati Uniti d’America.

Sono partiti in 3.000, oggi se ne contano 10.000.

E’ la marcia dei poveri, dei perseguitati dalla criminalità, di chi è talmente afflitto da miseria e violenza, da non essere più trattenuto neanche dagli affetti, per i propri cari e per la propria terra. Cercano pane e rispetto, per sé, per i loro figli. Aumentano lungo il cammino, che si è trasformato in marcia politica, per rivendicare il diritto a una vita dignitosa, di lavoro e giustizia.

Un vero e proprio esodo di persone disperate: oltre tremila cittadini dell’Honduras hanno deciso, tutti assieme, di lasciare il proprio Paese e di tentare di raggiungere gli Stati Uniti con una camminata di migliaia di chilometri, attraverso il Guatemala e il Messico. Fuggono, affermano, dalla povertà, dalla violenza quotidiana, dalla corruzione e mala politica. Sono soprattutto poveri campesinos, spesso con mogli, figli, persone in sedia a rotelle. 

Nonostante i Governi dei Paesi di transito abbiano provato ad opporsi al loro passaggio, sono stati accolti e rifocillati dai cittadini e da una vasta rete di organismi e associazioni. La Chiesa, attraverso la varie realtà che si occupano di migrazioni, si è sforzata non soltanto di accogliere i migranti honduregni, ma anche di garantire loro un corridoio umanitario.

Si sono messi in cammino a piedi, attraverso foreste e fiumi, trascinando le valigie, con i loro figli tra le braccia, sotto la pioggia. Oppure stipati a bordo di autobus e camion. Con il miraggio del Nord, gli Stati Uniti, magari il Canada, dove cercare condizioni di vita migliori.

Una speranza che trova di fronte a sé il muro innalzato da Donald Trump.

Il presidente Usa non ha alcuna intenzione di dare accoglienza ai migranti honduregni, ribadisce la sua politica contro l’immigrazione e ha minacciato Honduras, Guatemala e El Salvador di tagliare loro gli aiuti finanziari se non bloccheranno l’avanzata verso gli Stati Uniti.

In un tweet del Presidente Trump la sintesi di quella che si preannuncia l’ennesima tragegia umanitaria: “I leader di questi tre Paesi non stanno facendo molto per impedire che questo grande flusso di persone, compresi molti criminali, entrino negli Usa (…) Se non saranno capaci di fermare questo attacco violento, farò una telefonata all’esercito”.

La risposta è eloquente:“E’ Dio che decide, non loro. Noi continueremo ad andare avanti perché non abbiamo altra scelta” ha dichiarato in un’intervista al Washington Post uno degli immigrati, Luis Navarreto.

Sarà l’ennesimo scontro delle povertà e delle sofferenze contro un muro, fisico e ideologico: la parola d’ordine è respingere!

Sempre dopo aver depredato!

PS: parte di questo articolo è frutto di notizie e informazioni raccolte su siti nazionali e internazionali.

«Il mio futuro è qui!»

Demba, senegalese, collabora con “Costruiamo Insieme”

«Grazie alla cooperativa, dopo fuga e viaggio da paura, oggi guardo ai giorni con serenità. La mia avventura era cominciata in mezzo al mare: quattro giorni, motore fuori uso, in balia di onde gigantesche. Fino a quando non è arrivata una nave mercantile e una proposta di lavoro…»

«Da quattro mesi ho iniziato a collaborare con “Costruiamo Insieme”, comincio a dare senso concreto alla fuga dal mio Paese, dove esistevano ed esistono tuttora tanti problemi: cercavo il mio futuro, ora comincio a costruirlo». Una fuga non condivisa dal papà con il quale i rapporti sono più o meno freddi, mentre mamma cerca di ricucire uno strappo. Demba, ventidue anni, senegalese, fede musulmana, due sorelle e due fratelli, uno solo più grande di lui. «Con il mio nuovo lavoro cerco di aiutare le mie sorelline – dice Demba – devono studiare ed è un bene che io possa in qualche modo venire incontro alle loro prime necessità».

Il suo proposito di andare via dal Senegal, Demba lo matura non appena comincia a diventare grande. Nonostante stia cominciando a trarre benessere dal prodotto interno lordo, il rischio di povertà è sempre elevato, dunque una vita di stenti e sacrifici non sempre ripagati mette paura. Così Demba decide di andare via, nonostante a casa non la pensino allo stesso modo.DEMBA foto articolo 01

«Ho attraversato molti Paesi prima di arrivare in Italia: Mali, Burkina Faso, Niger, Algeria, Libia». La Libia c’entra sempre, è il varco sicuro per arrivare in Europa passando per l’Italia. «Anche io ho fatto la mia breve esperienza libica, sei mesi: tre mesi da recluso, spesso minacciato perché non avevo soldi, né intenzione di telefonare a casa per far pagare il mio riscatto; non potevo farlo, immagino già la risposta: “E’ una sua scelta, il problema se lo risolva da solo!”. Non ho ceduto al ricatto, del resto non potevo fare diversamente, così ho fatto i miei tre mesi di galera per mancanza di documenti: latte al mattino, qualche volta riso, altre pasta, un sorso d’acqua; rispetto a quanto passato da altri neri come me, non posso lamentarmi, “dentro” non fa piacere a nessuno starci, ma non ho subito violenze, non sono stato picchiato».

Libia, una permanenza di sei mesi. «Avevo lavorato in un supermercato, uomo di fatica, poi mi hanno fermato: per due mesi sono stato al servizio di un poliziotto che mi ha preso a benvolere, probabilmente aveva visto che i suoi colleghi da me non sarebbero riusciti a cavare soldi, così per quel periodo ho fatto il giardiniere, mi sono preso cura della sua villa; per ripagarmi del lavoro mi ha aiutato ad imbarcarmi su un gommone sul quale eravamo circa settanta, tutti stretti, come fossimo in una cassetta spinti di forza: non era il caso di fare i difficili, quel viaggio in mare sarebbe stato l’ultimo ostacolo verso una vita più serena».

Nel suo italiano con accento francese, Demba spiega un grave problema occorso al mezzo sul quale si era imbarcato, lui che soffriva il mal di mare e in mare aperto veniva sbattuto insieme con i compagni di viaggio da onde gigantesche. Più che momenti da brivido, ore. Macché, giorni. «Il motore del gommone non ha dato più segni di vita, ci siamo fermati in mare aperto, peggio non poteva andarci: quattro giorni di digiuno, appena mangiavo una delle piccole brioche che avevo portato con me, dopo qualche minuto la rimettevo; bevevo acqua e nemmeno quella riuscivo a trattenere».DEMBA foto articolo 02

Quando nessuno pensava che quella storia non avesse un lieto fine, ecco una nave mercantile. «Non ricordo di quale nazionalità fosse, so per certo che li aveva mandati il Cielo, la nostra speranza era ormai agli sgoccioli: sapevamo che molti, prima di noi, in quel viaggio verso un altro mondo, ce l’avevano fatta; ma eravamo coscienti, anche, che tanti altri erano stati vittime del mare; fummo issati a bordo, lì stavamo già molto meglio, come se stessimo su terraferma: avevo lo stomaco chiuso, non riuscivo ancora a digerire, ma psicologicamente mi ero ripreso».

Un viaggio che finisce con l’arrivo di una nave italiana. «Il comandante della nave sulla quale eravamo saliti a bordo si mise in contatto con una nave militare italiana: nel giro di poche ore eravamo sani e salvi, finalmente, con una prospettiva diversa da quella che stavamo maturando in qui giorni: siamo sbarcati in Sicilia, a Palermo, da lì siamo stati messi su un aereo, arrivati a Bari su un bus siamo arrivati a Taranto, ospite di uno de Centri di accoglienza straordinari».

Quando meno te l’aspetti, da assistito, il passaggio fra quanti invece assistono. «Non volevo crederci – confessa Demba – quando mi è stato chiesto se avessi voluto impegnarmi come operatore: ho accettato senza pensarci su un attimo, mi sono state date indicazioni utili per cominciare a lavorare e, ora, eccomi qui, la vita da qualche mese ha assunto un sapore diverso, l’unico modo con cui posso ripagare “Costruiamo Insieme” è il lavoro: lo svolgo con impegno e coscienza, facendo attenzione nel porre lo stesso rispetto che mi hanno riservato dal primo giorno in cui sono stato ospite nel mio Centro di accoglienza».

«“Costruiamo”, partner ideale»

Stagione artistica 2018/2019, il nostro fra gli sponsor principali

«Felici di fare squadra, è una cooperativa che fa azione sociale per la nostra città. Per il ventisettesimo anno consecutivo un cartellone di livello. Quest’anno: Pannofino, Izzo, Buccirosso, il quartetto Blanc-Ponzoni-Pambieri-Quattrini, la Finocchiaro, un omaggio al grande Bino Gargano»

Per la prima volta “Costruiamo insieme” scende in campo, in veste di sponsor, affiancando un’associazione culturale, anche questa una onlus, la “Angela Casavola”, che negli anni – ventisette consecutivi, volendo essere precisi – è stata impegnata nel sociale. Per circa tre decenni, Taranto si è giovata delle intuizioni e dell’impegno di Renato Forte, attore e regista tarantino, che ha allestito stagioni teatrali di livello.

Stagione teatrale importante, dunque, quella 2018-2019. Fra i protagonisti, Gabriele Cirilli, Francesco Pannofino, Biagio Izzo, Carlo Buccirosso, Angela Finocchiaro, Vittoria Belvedere e Maria Grazia Cucinotta, proseguendo uno straordinario quartetto: Blanc-Ponzoni-Pambieri-Quattrini. 

«Abbiamo trovato più che interessante fare squadra con “Costruiamo insieme”, cooperativa che fa azione sociale per la nostra città e non solo; la nostra stessa associazione, la “Casavola”, in questi primi quarant’anni ha sempre operato nel sociale, nella locale casa circondariale, nelle case di riposo, ha svolto attività; non appena abbiamo conosciuto una realtà come la vostra, siamo stati felici di averli accanto, potendo contare sul un importante sostegno morale; dal nostro canto, cercheremo di favorire le persone seguite da “Costruiamo Insieme”, dagli extracomunitari alle fasce sociali più deboli. È nostro desiderio invitare, volta per volta, assistiti della cooperativa alle rappresentazioni in cartellone. Sono convinto riusciremo a realizzare una stagione che non mancherà di dare reciproche soddisfazioni alla nostra associazione come alla vostra cooperativa».
CASAVOLA INTERVISTA - 2

Entrando nello specifico della Stagione artistica.

«Come ogni anno il cartellone della rassegna di spettacoli della “Casavola”, quest’anno giunto al ventisettesimo anno, propone titoli interessanti, di un certo spessore, anche se trattasi comunque di commedie divertenti, lasciano allo spettatore motivo di riflessione: si va dal cabaret al musical, dalla commedia più impegnativa ma sicuramente brillante, da quella comica a quella musicale: è il caso di dire che ce n’è per tutti i gusti».

Uno degli spettacoli che la incuriosiscono.

«Angela Finocchiaro con “Ho perso il filo”, spettacolo interattivo con ballerini e acrobati che coinvolgerà il pubblico in prima battuta: non solo noi tarantini, ma in tutta Italia aspettano la “prima” per assistere a una rappresentazione sicuramente originale; poi sicuramente “Quartet”, con Erika Blanc, Cochi Ponzoni, Giuseppe Pambieri e Paola Quattrini”: al debutto alla Sala Umberto di Roma, mi dicono, è stato un grande successo; va comunque sottolineato che anche quest’anno – non senza qualche sacrificio economico – abbiamo dato ai nostri abbonati una rassegna di spessore».

Una cosa che le sta a cuore.

«Una ricorrenza, il trentesimo anniversario della scomparsa del caro Bino Gargano, grande commediografo tarantino: all’interno della rassegna, sarà riproposto “Natale cu ‘a tredecéseme”, in qualche modo uno spettacolo “cult” – come si usa dire – con gli interpreti che l’hanno reso famoso tanti anni fa».

Un Centro d’ascolto

Bando di gara dell’Amministrazione comunale di Modugno

“Costruiamo Insieme” si attiva per dare sostegno alle famiglie italiane e straniere in stato di necessità. Fra gli obiettivi, favorire un clima di accoglienza ed attenzione alle relazioni, consolidare la cultura del rispetto nei confronti della diversità.

Un altro dei progetti nei quali “Costruiamo Insieme”  si impegna è il “Centro di ascolto per le famiglie italiane e straniere 2019”. Il Bando di gara in questione indetto dall’Amministrazione comunale di Modugno prevede, infatti, l’affidamento del Servizio di welfare d’accesso per l’ascolto e il sostegno di famiglie di cittadini italiani e stranieri in stato di bisogno al quale  “Costruiamo Insieme” ha  partecipato, in qualità di partner, insieme alla Cooperativa “SoleLuna”.

Destinatari dell’intervento, cittadini italiani e stranieri insieme con i loro nuclei familiari presenti nel territorio dell’Ambito BA 10: Modugno (capofila), Bitetto e Bitritto. Fra gli obiettivi: favorire un clima di accoglienza ed attenzione alle relazioni, consolidare la cultura del rispetto nei confronti della diversità, le modalità di cooperazione tra terzo settore, servizi offerti e territorio; favorire la formazione di un’identità genitoriale, incoraggiando partecipazione e collaborazione dei genitori; fornire alla famiglia un rapporto di aiuto concreto, continuo nel tempo, facilitando l’integrazione della società, supportando la coppia nella riorganizzazione delle relazioni intra-familiari e di crisi nei rapporti di coppia; migliorare le capacità della famiglia di utilizzare il sostegno sociale disponibile, intervenire nella complessità che caratterizza il cambiamento sociale delle famiglie; promuovere e stimolare i rapporti tra generazioni; promuovere diritti e informazioni rivolte ai giovani; migliorare la conoscenza dei bisogni, opportunità e risposte che offre il territorio, favorire il raccordo tra operatori, servizi, utenti; migliorare l’integrazione delle persone immigrate e la qualità della loro vita; promuovere e favorire l’integrazione attraverso lo scambio culturale; aiutare gli immigrati a conoscere i propri diritti e doveri; promuovere la segnalazione ai servizi sociali di nuovi casi da seguire nell’ambito dell’assistenza domiciliare educativa.

“Costruiamo Insieme” supporta l’attività progettuale e le azioni operative attraverso una piena adesione ed una partecipazione attiva. Offre il proprio contributo di conoscenza e operativo nell’organizzazione di eventi, manifestazioni culturali ed attività laboratoriali in linea con le finalità progettuali. Fornisce orientamento agli stranieri residenti sul territorio di Ambito, dal punto di vista burocratico-amministrativo e da quello linguistico attraverso figure professionali esperte: assistenti sociali e mediatori linguistici ed interculturali.