Uccise per amore

Il cortocircuito fra l’assoluto ed il relativo

Se etimologicamente il termine assoluto  significa «sciolto da», relativo è invece ciò che non ha l’essere, bensì soltanto l’esistenza, ovvero è unicamente a partire da qualcos’altro: esistenza vuol dire, infatti, “essere da”, cioè ricevere l’essere da un altro.

A dirla come il sociologo Mauro Magatti, quando si afferma la propria unicità e si rivendica il diritto di essere liberi, negando l’evidenza del fatto che noi siamo prima di tutto relazione con il contesto in cui viviamo porta alla modificazione e allo stravolgimento dello stesso rapporto con la realtà, perché tutto viene ricondotto alla propria valutazione, con un atto in cui la volontà di potenza diviene prevaricazione e prepotenza, fino ad arrivare alla perdita del nesso con il mondo in cui si vive.

Infatti, se l’unica cosa che interessa è quella dimensione della realtà su cui possiamo esercitare il nostro potere, riassorbendola nel nostro io, alla fine la relazione con qualsiasi altro da sé viene negata e ci si chiude in una visione unilaterale.

L’attuale diffuso modo di vivere e pensare crea crescenti difficoltà ad entrare in relazione con l’altro: mentre figure tradizionali del rapporto, come la promessa e la speranza, mostrano le potenzialità delle relazioni tra individui, l’attuale ipertrofismo dell’io porta spesso a vedere nell’altro solo ciò che è funzionale all’affermazione del se stesso. Il risultato è che non si dà una vera relazione con l’altro in quanto altro, nell’accettazione della sua alterità, evitando così il necessario impegno per un’analisi articolata della realtà esteriore e interiore.

Quando il maschio (la categoria di uomo sarebbe inappropriata!) si percepisce come “assoluto” e partorisce una idea della donna come “relativo” si sviluppa un algoritmo matematico che sviluppa numeri che non vorremmo mai vedere: negli ultimi 18 anni sono 3100 le donne vittime di femminicidio e da gennaio ad ottobre di quest’anno già 70, uccise brutalmente da chi sosteneva di amarle.

Uccise per amore”: contraddizione in termini e inaccettabile paradosso!

Una sorta di aberrante correlazione, come mi è già capitato di scrivere, con chi uccide nel nome di un dio!

La violenza maschile comincia nel privato delle case ma pervade ogni ambito della società e diventa sempre più strumento politico di dominio, producendo solitudine, disuguaglianze e sfruttamento” affermano dall’Associazione “Non Una Di Meno”. Vi invito alla lettura del manifesto per la giornata antiviolenza 2018.

https://nonunadimeno.wordpress.com/2018/11/06/24-novembre-2018-manifestazione-nazionale-di-non-una-di-meno-a-roma/

«Orgoglio e soddisfazione»

Samba, gambiana, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Ho trovato un Paese ospitale e rispettoso, amici e compagni di lavoro splendidi. L’impegno con la cooperativa mi ha aiutato ad alleggerirmi del peso della nostalgia. Ho lasciato a casa, mia madre e mio fratello, praticamente la mia famiglia. Mi manca Bitonto, ma appena posso torno lì»

«Anche per me, come per i miei connazionali, far parte della squadra di “Costruiamo Insieme”, è motivo di orgoglio e soddisfazione».

Samba, ventisei anni, madre gambiana, la sua stessa nazionalità, padre senegalese, un fratello, rimasto a casa, non nasconde neanche un po’ la gioia di essere arrivata in Italia, solito viaggio tribolato, e di avere trovato dopo alcuni mesi di ambientamento un posto di lavoro all’interno della cooperativa sociale che l’aveva già ospitata in un Centro di accoglienza.

Un viaggio non molto semplice, con la paura nel cuore e negli occhi. Quegli stessi occhi che, oggi, quasi parlano. Volendo interpretarli, esprimono felicità. Samba è arrivata in un continente del quale aveva solo letto, sentito parlare. In pochi mesi è diventata un elemento importante di quella che lei stessa chiama “squadra”. Tracce di malinconia. Non fa piacere dover lasciare il proprio Paese, il Gambia nel mio caso. «Ma quando si presentano problemi non semplici da risolvere, sei chiamata a compiere una scelta dolorosa: e non importa se per la maggior parte a fare i bagagli e lasciare alle proprie spalle storia e radici, siano in buona parte uomini; anche a te, donna, tocca prendere una decisione, coraggiosa, impacchettare quelle tue poche cose, soprattutto i tuoi affetti, e tentare l’avventura».Samba articolo 02VIAGGIO AVVENTUROSO

Ecco, il viaggio avventuroso. «Pur sforzandomi, non riesco a trovare una parola facilmente traducibile che possa dire quale sia stato il tragitto, tormentato, dal mio Gambia fino a qui, in Italia. Non sapevo, infatti, cosa mi aspettasse “là fuori”: parlo da ragazza gambiana che non ne poteva più di stare in un Paese in continuo conflitto, a fare ragionamenti non sempre condivisi o condivisibili, specie per una donna: alla fine, a malincuore, ho preso una decisione: sana o sbagliata, me lo avrebbe detto quel viaggio che avevo nella mente da tempo».

Che viaggio si immaginasse, Samba, ce lo racconta a tratti. L’epilogo sì, anche perché va ogni oltre più rosea previsione. «Non pensavo che una volta in Italia – spiega l’operatrice di “Costruiamo” – avrei trovato un lavoro che mi aiutasse a tracciare un percorso sereno per il mio futuro in un Paese bello come e ospitale come l’Italia. Il rispetto, poi, altra cosa importante, che purtroppo cominciava a mancare nel mio Paese, il Gambia: insieme con la libertà, il rispetto è una risorsa fondamentale della vita: le due cose, insieme, sono doni di grande valore».

Samba e la “sua” Italia. «Da due anni in questo Paese – spiega – non ci ho messo molto ad ambientarmi, anche grazie alla voglia di apprendere in fretta: l’italiano l’ho imparato subito, ospite in uno dei Centri di accoglienza di “Costruiamo insieme”: in qualità di ospite, non ho mai avuto la sensazione di essere un numero, uno dei tanti extracomunitari ospiti di un CAS; gli operatori avevano grande rispetto nei confronti degli ospiti, offrivano a tutti la massima assistenza; oggi, precisamente da un anno e cinque mesi, questo lavoro lo svolgo io: proprio sulla scorta della mia esperienza in qualità di ospite, ho imparato come ci si muove nei confronti del prossimo».Samba articolo 03GAMBIA, LIBIA, FINALMENTE ITALIA

Non vorrebbe parlarne, lo comprendiamo. Ma le chiediamo, se possibile, uno strappo alla regola. «Il viaggio dal Gambia fino alla Libia – racconta Samba – è durato sei mesi; una volta lì, non avendo soldi per pagarmi il viaggio, ho dovuto adattarmi: così ho fatto la badante, mi sono presa cura del prossimo, una cosa che evidentemente mi è tornata utile anche nel lavoro che svolgo qui, con “Costruiamo”, da circa un anno e mezzo».

Finalmente il viaggio. «Partenza da Tripoli, mentre i ragazzi facevano i muratori, i giardinieri, i meccanici, io mi sono inventata un mestiere: così anche io ho staccato il mio biglietto per l’Italia». Ricorda l’imbarco. «Eravamo in 115 sull’imbarcazione, solo cinque donne, in balia di un mare che faceva impressione per quanto fosse sconfinato: alla fine, una nave ci ha fatti salire a bordo, ci ha rifocillati e accompagnati verso l’Italia e le autorità italiane».

La sua famiglia. «Sento spesso mia madre e mio fratello, sono loro quello che resta della mia famiglia: la loro felicità nel sapermi serena e con un lavoro, qui in Italia, mi rende tutto più semplice; ho nostalgia, ma mi pesa meno se penso di aver trovato anche qui una famiglia, gli operatori di “Costruiamo Insieme”, con cui ho un ottimo rapporto». A proposito di nostalgia. «Provo nostalgia anche di amici e colleghi di Bitonto, dove sono stata ospite e operatore: la vita ti mette davanti a delle scelte, il dolore è sicuramente un’altra cosa, se penso a quanti nella traversata del Mediterraneo verso la libertà, non potranno mai raccontarlo, ma non posso nascondere che ragazzi e ragazze di Bitonto mi mancano; ma anche a questo c’è rimedio, appena posso vado a trovarli, lì ho ancora casa: il peggio è passato, oggi guardo serena il mio futuro».

Musica e pettole

“Costruiamo Insieme” e l’ingresso nelle festività natalizie

Santa Cecilia, cinque del mattino. La cooperativa sociale di via Cavallotti, invita una banda musicale, frigge nella sua cucina multietnica e offre il simbolo della tradizione tarantina. Un “regalo” ai residenti e a quanti sono legati alle tradizioni.PETTOLE articolo 01 - 1Santa Cecilia, 22 novembre, prima delle cinque del mattino, una sorpresa musicale per molti dei ragazzi ospiti della sede di “Costruiamo Insieme” di via Cavallotti a Taranto, ma anche per le centinaia di residenti, anche quest’anno favorevolmente sorpresi per l’inattesa sorpresa. La banda musicale diretta dal maestro Berardino Lemma esegue novene per la gioia di tutti.

Come lo scorso anno, all’alba uno degli operatori del Centro di accoglienza spalanca il portone e il cuore per accogliere la ventina di musicisti che intona marce già celebri ai tarantini da sempre legati a questa tradizione. Ci sono molti ragazzi, stretti fra giubbotti con bavero alzato a seguire le esecuzioni della banda musicale “Lemma”. Decine e decine le persone ai balconi, per ascoltare le musiche ed applaudire le esecuzioni di musicisti professionisti.
PETTOLE articolo 02 - 1E’ un momento di grande emozione. Anche i ragazzi ospiti del “Centro”, escono sui balconi, si uniscono idealmente ai cittadini scesi in un baleno dalle proprie abitazioni. Anche qualche anziano segue l’esempio dei giovanotti già in strada ad assaggiare le pettole calde, appena uscite dalla “frizzola” allestita nella cucina del Centro. A causa del primo freddo, si chiude in un giaccone, preferisce osserva l’evento dall’alto. E’ l’abbraccio ideale fra genti. I migranti alla ricerca di speranza e calore; i tarantini, ad invocare speranza e anche un futuro migliore, per allontanare una crisi che parte da lontano.

E’ cominciato il Natale. All’interno della sede, i ragazzi stanno allestendo l’albero di Natale. Sarà addobbato a tempo di primato per l’inizio delle festività che, com’è noto, a Taranto cominciano con largo anticipo. Il giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre, è lontano più di due settimane, ma qui il profumo delle pettole racconta già un’altra storia. Gli odori del fritto hanno cominciato a sprigionarsi nell’aria: siamo ufficialmente nel Natale tarantino. E non solo, posto che in provincia e nel resto della Puglia, ognuno introduce il “suo” Natale secondo le proprie tradizioni.
PETTOLE Copertina - 1In città cominciano all’alba. In alcuni quartieri anche prima. Quando è ancora buio, già riecheggiano i profumi del fritto e, nel silenzio, i rumori delle portiere delle auto, richiuse non appena escono i musicisti. Due minuti, il tempo necessario per sistemare ancora una volta la divisa e disporsi sul marciapiedi, all’ingresso della sede di “Costruiamo Insieme”, in via Cavallotti 84. Il maestro Lemma, come da tradizione tramandata dal suo papà, famoso artigiano e fondatore di una delle bande musicali più celebrate nel Tarantino, dà il segnale ai suoi musicisti.

E’ un attimo, dalle abitazioni vicine, si aprono porte e finestre, il Natale passa anche da qui. Dal cuore dei ragazzi che vogliono integrarsi, accorciare le distanze con il territorio, cominciando da un gesto semplice. «Non vogliamo essere un corpo estraneo di questa comunità», dice qualcuno dei ragazzi. Si documentano, si consultano i ragazzi dalla pelle scura e dal cuore candido. A Taranto il Natale comincia prima. Dolci, fritti e conditi con un cucchiaino di zucchero, dal nome e dall’accento strano, le pettole; le novene eseguite dalle bande musicali che introducono alla festa più lunga dell’anno. Così gli ospiti del Centro mettono insieme le due cose, musica e “pettole”, ne parlano con gli operatori che trasferiscono questo desiderio alla direzione. Detto, fatto. E’ l’alba, Santa Cecilia, un “Benvenuto” alle feste natalizie.

«Il turismo è un’altra cosa»

Piero Massafra, docente, editore, operatore culturale

«Non bastano Castello aragonese, Museo nazionale, Città vecchia, questi li visiti in un giorno e mezzo. I problemi economico, finanziari e occupazionali, si risolvono diversamente. Vi spiego…»

Piero Massafra, docente, operatore culturale, editore. Qual è oggi la sua visione di Taranto?

«Bisogna fare confronti, diversamente non si hanno riferimenti. Le forze nuove che si affacciano sulla ribalta tarantina sono soprattutto i giovani. I giovani, però, sono in crisi: non c’è lavoro, non c’è prospettiva, dunque, inevitabilmente si distaccano dalla città. Esistono fermenti, non si può negare, però mi pare che tutto questo non abbia un indirizzo preciso verso cui muoversi. Certo, la cultura contemporanea non aiuta ad approfondire i temi: non per scimmiottare Bauman, ma questa è una società liquida, tutto è immediatamente fruibile, ma anche allontanato; gli strumenti di comunicazione non giovano ad un rapporto costruttivo, forte, pensato per una città come Taranto. Perché Taranto è sempre una enclave: lo è in Puglia, lo è in Italia; è la terza città del Sud del nostro Paese, ha una storia straordinaria, ma ha internamente problemi di sopravvivenza; adesso, pare, trovato una quadra per l’Ilva: personalmente non sono a favore, né contro l’industria, non si può eliminare il tutto in un’unica soluzione: si fa fatica, però, a comprendere è che Taranto è costruzione recente – lasciamo stare la Città vecchia cui affidiamo millenni di atrofizzazione – in quanto fondata centocinquanta anni fa; e questo incide non poco nel rapporto di pancia con la città: Taranto è stata fondata da una immigrazione che nel giro di pochissimi anni ha portato da diecimila a ottantamila abitanti; viviamo apertamente un rapporto con la città, ma all’interno siamo ancora un po’ calabresi, friulani, campani e questo non giova al costrutto civico. Qualcosa sta cambiando, le nuove generazioni che non hanno più quelle forti radici familiari incominciano, forse, ad avere un senso di appartenenza. Dunque, vedo Taranto aperta a diverse soluzioni, ma francamente non posso dire quale possa essere la soluzione primaria: non credo nel turismo, il turismo è una cosa seria».PIERO MASSAFRA copertina - 1Piero Massafra, editore, le pubblicazioni, i riscontri di un lavoro di decine di anni. 

«Da più di trent’anni la Scorpione editrice è sul territorio, non è uno scherzo: tremila, tremilacinquecento titoli pubblicati, molti dei quali si muovono nella bibliografia internazionale. Un nome, forse, fastidioso: lo scorpione non è un animaletto che vorremmo trovarci in casa; uno degli antichi stemmi della città, non quello classico, bensì post-classico, fu realizzato anche per dire “Noi veniamo dopo, scopriamo anche quello che non sappiamo, ma che c’è stato”; in buona sostanza, del mondo classico si sa, è la parte internazionale della fama di Taranto, così la “Scorpione” nacque con queste finalità aprendo a operatori culturali degli Anni Sessanta, primi Anni Settanta.

La casa editrice ha pubblicato il 90% di quello che riguarda il Museo nazionale della Magna Grecia, il che significa lavori non rivolti alla città, ma a tutto il mondo della scienza e del turismo significativo: aggiungo inoltre, con soddisfazione, che da qualche anno esiste grande attenzione sulla città; sono state sufficienti due, tre trasmissioni forti di una tv come “Sky”, perché una certa fama di Taranto diventasse planetaria; dunque, c’è una ricchezza di ricerca e di richiesta sulla nostra città, tanto che l’incremento dei visitatori ha determinato una crescita nelle vendite; vendite che si muovono in tutto il mondo, considerando l’effetto a catena: parte dall’informazione, proseguendo con pubblicazioni di valore, ha contribuito al far ririfiorire questo senso di appartenenza. Ecco, forse, bisognerebbe scommettere molto su questo».

I tarantini, il loro rapporto con i libri. Quanto leggono?

«Come riferimento ho le mie edizioni: prima i tarantini leggevano di più. Abbiamo un settore, fondamentale della Casa editrice, che è quello scientifico, divulgativo, soprattutto arte e archeologia, storia; per quanto riguarda altre cose, la letteratura tarantina, devo dire che i tarantini di una generazione che oscilla fra i cinquanta e i sessant’anni – quella sostanzialmente meno curata dalla cultura ufficiale – avverte il desiderio di recupero, apprendimento, curiosità; le cose di e su Taranto, lo dico con dispiacere, i giovani non le leggono. Forse perché bombardati dalla pubblicità delle grandi case editrici che promuovono i grandi nomi, che alla fine risultano piuttosto “leggerini” nei contenuti – mi permetto questa osservazione – ma non trovo ci sia tutta questa grande richiesta da parte del mondo giovanile tarantino; la fascia fra i cinquanta e i sessanta, invece, resiste e vuol sapere leggendo. Forse perché come me non sa usare il telefonino…».PIERO MASSAFRA articolo 02 - 1Cosa aggiungerebbe o toglierebbe a Taranto?

«Toglierei tutto quello che ci ingombra, dal carattere un po’ buffonesco, che fa parte della nostra jacquerie, di un popolo che non riesce mai ad essere tale e risulta sempre così ammiccante al plebeo; manterrei, invece, come punto di riferimento la vera aristocrazia tarantina: quella operaia, che viene dalla tradizione arsenalotta, insegnava ai figli a dover studiare perché la vita non è uno scherzo, ma un impegno per tutti: questa parte, Taranto, non l’ha mai curata, poteva invece essere un punto di partenza per una generazione popolare di grande dignità».

Una battuta ancora al turismo: Castello aragonese, Città vecchia, Museo nazionale della Magna Grecia, non bastano?

«Il turismo è una cosa più complessa, abbiamo punti di riferimento di grande eccellenza per un turismo colto, ma se proviamo ad immaginare il “grande turismo”, quello che risolve gran parte dei problemi economico, finanziari e occupazionali, dobbiamo arrivare a pensare che per raggiungere il mare deve esserci anche uno strumento per arrivarci; per andare al mare, dobbiamo trovare un mare libero, non inquinato, non assediato; il turismo che risolve il problema, pertanto, non è quello rappresentato da chi viene a Taranto con il desiderio di vedere queste tre cose, sta un giorno e mezzo e va via: il turismo è un’altra cosa».

Reti civiche urbane

Bari, quartieri San Paolo, Stanic e Villaggio del Lavoratore

“Costruiamo Insieme” avanza la sua candidatura alla proposta è indirizzata alle ultime classi dei cicli didattici elementari e medie inferiori. Quinta elementari e Terze medie inferiori delle scuole del territorio che manifestano interesse, In totale, dieci interventi complessivi nell’arco temporale dei 18 mesi. Quaranta ore distribuite in venti giorni. Periodo scolastico: 2018-2019-2020.

Reti Civiche Urbane (RCU) presso i quartieri della città di Bari. La creazione del progetto lo ha reso noto con un Avviso il Comune di Bari. Composte da associazioni, soggetti del terzo settore, comitati territoriali, parrocchie, fondazioni e imprese, le RCU potranno presentare proposte progettuali interdisciplinari orientate a stimolare la partecipazione civica dal basso con l’obiettivo di rafforzare il capitale sociale e relazionale presso le aree target, promuovendo lo sviluppo di progetti di comunità (culturali, artistici, sportivi, sociali, di riuso ecc.) orientati ad un coinvolgimento ampio dei residenti.

Ciascuna proposta deve essere in grado di mobilitare sul territorio competenze, risorse e conoscenze, manifeste e latenti presso le comunità, in una logica di progetto collaborativa e tesa al soddisfacimento di un bisogno collettivo e/o alla valorizzazione di un’identità condivisa.

Detto del progetto, del quale più avanti riportiamo una sintesi, “Costruiamo Insieme” ha ufficializzato la partecipazione alla Rete in questione, relativa ai quartieri San Paolo, Stanic e Villaggio del Lavoratore, proponendo un’azione nell’ambito specifico dell’istruzione e della cultura denominata “Pacchetto didattico sulla storia delle migrazioni”.

“Di fronte a dinamiche sociali sempre più caratterizzate da processi di esclusione determinati da una profonda crisi etico-culturale – relaziona “Costruiamo insieme” – documentare la migrazione umana assume una importanza fondamentale, considerata la necessità, sempre più pressante, di indagare per diffondere e collettivizzare i motivi che spingono ingenti masse di uomini, donne e bambini a lasciare i Paesi o i luoghi di origine”.

“I motivi delle migrazioni – prosegue il documento – su larga scala hanno origini differenti che si incrociano e trovano un fattore comune nell’istinto di sopravvivenza. Ma, dimenticati e sottaciuti, esistono processi di migrazione interna alla base della storia del territorio (target dell’intervento) cominciati negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso e che, a Bari, hanno dato vita alla nascita della prima grande periferia urbana (Centro di Edilizia Popolare, poi Quartiere San Paolo) attraverso lo spostamento pianificato di migliaia di persone dal centro cittadino determinando un nuovo contesto storico, sociale e culturale che ha prodotto meccanismi di costruzione di una nuova “identità” in luogo della progressiva perdita dell’identità originaria.

L’attuazione dell’intervento nei luoghi e nei contesti indicati (le scuole ma, qualora venisse manifestato interesse, anche altri e diversi luoghi di aggregazione) avverrà attraverso l’apporto diretto di persone qualificate e settorialmente specializzate nello specifico ambito di azione (esperti in didattica della storia, giornalisti, psicologi, sociologi, migranti)”.

E veniamo al pacchetto didattico da proporre alle scuole, indirizzato a studenti e professori, immaginando anche una ricaduta positiva sulle famiglie. Esso si fonda su una breve ricostruzione storica delle migrazioni prodotta dal Prof. Consolo e si articola in interventi di n°4 ore ciascuno suddivise in due incontri per classe:

–          Il primo incontro propone una riflessione sulle dinamiche dei processi migratori a partire dall’analisi di un testo breve fornito anticipatamente ai docenti e si conclude con una proposta di ricerca documentale “domestica” dopo una breve illustrazione sulla differenza fra storia e storiografia.

–          Il secondo incontro si apre con la verifica e la discussione breve sui risultati della ricerca proposta (foto, racconti, oggetti, vecchie lettere, ecc.) e dedica la seconda parte al confronto con una storia di migrazione realmente vissuta.

La proposta è indirizzata alle ultime classi dei cicli didattici elementari e medie inferiori (Quinta elementare, Terza media inferiore) delle scuole del territorio che manifestano interesse per un totale di 10 interventi complessivi nell’arco temporale dei 18 mesi. Durata in ore/giorni: n°40 ore per n°20 giorni. Periodo di svolgimento: periodo scolastico 2018-2019-2020.

Realtà tossica!

Colla, coca ed eroina senza musica

Fare i conti con la realtà fa parte della dimensione umana. E’ una cosa che, per quanto vorresti tenere lontana, prima o poi devi affrontare, non puoi sfuggire.

E la realtà, di solito, non ha una dimensione ristretta, privatistica, semplicemente personale. Ha una dimensione collettiva che non è guidata da fattori  spazio-temporali che ti consentono di esimerti, di estraniarti, di guardare dal di fuori a cose che ti sembrano tanto lontane da non poterti toccare.

E, a volte, basta leggere dei numeri dentro l’articolo di un settimanale per toccare con mano una realtà che avresti riposto dentro la sfera del surreale.

A settembre 2018 L’Espresso ha pubblicato un reportage sull’uso e lo sviluppo della dipendenza da sostanze tossiche che tengo in vista sulla scrivania da tempo sempre combattuto fra l’affrontare l’argomento o no.

Non ci sono noti nomi dello spettacolo, dello sport o della politica.

Neanche giudici, magistrati o avvocati.

Sarebbe stato tutto troppo scontato, come dire, nella normalità dello scorrere quotidiano.

Ci sono i bambini!

Dentro uno scenario all’interno del quale non li avrei mai collocati, da un punto di vista spaziale, nel nostro contesto di vita.

Non mi voglio addentrare in analisi, vi lascio al confronto con una realtà cruda proponendovi alcuni stralci del reportage.

Bambini che a 8 anni hanno già sperimentato le droghe più devastanti: colla e solventi. Tredicenni che si prostituiscono per una dose, rimangono incinte e sono costrette ad abortire. Adolescenti legati con le cinghie ai letti di contenzione, sottoposti a trattamenti sanitari obbligatori negli ospedali psichiatrici per adulti. Eroina non più fumata ma sparata direttamente in vena, così che a 13 anni hanno già il corpo massacrato dai buchi delle siringhe, si ammalano di epatite e Aids, come i vecchi tossici negli anni Ottanta”.

Le scuole medie, Riccardo, le ha viste solo da lontano. Quel giorno di settembre è arrivato davanti al cancello dell’istituto, l’ha fissato per alcuni secondi e poi se ne è andato. Per lui non ci sarebbero stati libri, compagni, compiti in classe. Aveva 12 anni e una sola necessità: farsi di coca e farlo in fretta.
Oggi Riccardo, 16 anni appena compiuti, tossicodipendente da quattro, in fuga da tre diverse comunità terapeutiche, praticamente analfabeta, fa parte di quella generazione di ragazzi interrotti che aumenta giorno dopo giorno”.

Le loro storie, raccolte dall’Espresso, fanno rabbrividire. Sono contenute nei verbali delle forze dell’ordine che ogni giorno prestano servizio nelle piazze dello spaccio e nei boschi della droga. Sono scritte nero su bianco nelle relazioni dei Tribunali per i minorenni. Escono dalla bocca di quegli stessi ragazzi che a fatica accettano di parlare, dalle comunità dove stanno cercando lentamente di riemergere dagli abissi della tossicodipendenza.
Un’emergenza alla quale il nostro Sistema sanitario nazionale non riesce più a stare dietro. Secondo i dati ottenuti dall’Espresso, da Nord a Sud la presa in carico da parte dei Servizi sanitari locali dei minori che fanno uso di droga negli ultimi 5 anni è quasi ovunque raddoppiata. Anche i Tribunali per i minorenni – sia civili che penali – registrano un’impennata di baby consumatori: quasi tutti italiani, iniziano ad assumere droga in media a 12 anni.
Mentre le comunità terapeutiche per minori con problemi psichici causati dalle droghe – il vero fenomeno di questi ultimi anni – si contano sulle dita di una mano. E così i bambini tossicodipendenti con disagi mentali spesso sono trasferiti a centinaia di chilometri di distanza dalle loro famiglie in luoghi non idonei. O trattenuti in reparti neuropsichiatrici per adulti, dove non potrebbero stare.

http://m.espresso.repubblica.it/inchieste/2018/09/19/news/colla-coca-eroina-l-emergenza-droga-comincia-a-8-anni-1.327107?fbclid=IwAR3sMErH0xslx-aj5D9_reNcfsicRI5-4VPMuwdBpx8aX-Av362gPM1DTJw

«“Costruiamo”, una famiglia»

Sillah, ventuno anni, operatore

Da quattro anni in Italia, viene dal Gambia, dal giugno dello scorso anno contratto con la cooperativa sociale. «Da allora è come se fossi a casa, ho lavorato in pizzerie e ristoranti, buone esperienza, ma…una polmonite a causa della neve spalata per ore e ore, ma ho già dimenticato. Adesso ho un motivo per pensare al futuro». 

«In prima linea come operatore con “Costruiamo Insieme” dal giugno dello scorso anno, sto facendo una grande esperienza umana: stabilisci con gli ospiti del Centro di accoglienza un bel rapporto, anche di amicizia: le regole da rispettare, però, sono la cosa principale cui sono richiamati i ragazzi». Sillah, gambiano, ventuno anni, in Italia da quattro, è l’espressione solare della cooperativa. Ha un sorriso per tutti, anche se poi, cartellino di riconoscimento a vista, quando si tratta di fare il proprio lavoro diventa fra i più intransigenti. «Basta far comprendere che se fai rispettare le regole interne alla struttura, lo fai anche per il loro bene e tutto fila liscio: nel tempo ho coltivato rapporti umani e di amicizia, questo è uno dei tanti aspetti positivi di questo lavoro».

Operatore con “Costruiamo Insieme”, come coronare un sogno. «Dal punto di vista umano, la cosa bella è che non sei un numero, uno dei tanti, ma sei uno di famiglia: coinvolto nelle attività, non solo quelle di controllo che alla fine sarebbero pura routine».

Sillah ha dimestichezza con l’italiano, lo parla correntemente, ma parla anche inglese, arabo. Anche mandinka e wolof, dialetti: il primo del suo Gambia, l’altro del Senegal. Ma come si evince dalla chiacchierata, comprende anche il francese senza alcuno sforzo. «Amo dire le cose come stanno, al francese ci sto facendo l’abitudine, ma prima di diventarne padrone, voglio compiere ancora un pezzetto di strada: poco per volta, ho appena ventuno anni e, se il Cielo lo vorrà, di tempo per imparare altro ne avrò».SILLA Articolo 01Dimestichezza con l’italiano, ma anche con uno degli aspetti più complicati del nostro sistema: la burocrazia. «Basta entrarci, capire come muoversi e tutto risulta più facile: sì, la burocrazia i primi tempi rappresentava quasi un freno a mano – so di cosa parlo, ho preso la patente qui in Italia… – occorreva fare strade e percorsi apparentemente senza via d’uscita, ma basta entrare nel meccanismo, avere la giusta dose di pazienza e il gioco è fatto». Sorride anche il giovanotto venuto dal Gambia. Non vuole essere frainteso, puntualizza. «Sono arrivato in questo Paese quattro anni fa – spiega – avevo solo una gran voglia di rendermi utile, è stato amore a prima vista con l’Italia: ho subito fatto amicizia con tanti ragazzi tarantini, spesso quando non lavoro usciamo insieme, cinema, pizzeria, cose così…».

Tanta la voglia di inserirsi nel mondo del lavoro. «Non volevo – come si dice – , ero disposto a qualsiasi sacrificio, anche andando oltre, e se avete tempo vi spiego cosa intendo; ho lavorato a Crispiano e Martina, poi Taranto, in una pizzeria, in un ristorante, sapevo che dovevo farmi in quattro, dimostrare in qualche modo la mia riconoscenza ad un Paese che mi aveva accolto a braccia aperte».

Abbiamo tempo, sentiamo a cosa si riferisce quando dice di essere andato “oltre”. «Mi sono trovato bene ovunque sia andato – dice Sillah – tranne in una sola occasione, quando a ritmi di lavoro non indifferenti, dovevo dimenticare l’orologio a casa: ci sta, sono ampiamente riconoscente a chiunque mi abbia offerto lavoro, ma un giorno sono andato a finire in ospedale, proprio a causa della mia generosità e di una certa arroganza del titolare di un ristorante: circa due anni fa, aveva nevicato senza un attimo di pausa tutta la notte; avevo smesso di lavorare dopo la mezzanotte, tavoli rimessi a posto, pulizia e pavimento lustrato come se fosse uno specchio; vado a dormire, al mattino, presto, vengo svegliato di soprassalto: c’era da spalare davanti al ristorante e, soprattutto, sulle tende con sopra decine di centimetri di neve; mi metto con la buona volontà, da solo, senza un attimo di tregua libero il marciapiedi per consentire l’ingresso nel locale, ai fornitori di entrare, alla gente di passare davanti all’attività – perché, mi dicevano, anche questa è pubblicità – liberamente; indossavo solo la giacca da lavoro: sudavo e sentivo freddo, ma spalavo, mi dannavo l’anima perché volevo fare le cose per bene; senza alcun sistema di sicurezza ero a tre metri da terra, un freddo incredibile, considerando la temperatura a zero gradi: sudavo e tremavo; non toccai cibo, volevo che alle cinque del pomeriggio tutto fosse pronto».
Patente-twitter-1024x492Alle cinque del pomeriggio, dopo una lunga serata di lavoro alle spalle, una sveglia al mattino e lavoro, dalle otto del mattino, avrà tirato il fiato. «Niente affatto, alle cinque ho avuto una crisi, letteralmente gelato non riuscivo a parlare, avvertivo la sensazione di uno svenimento: qualcuno doveva accompagnarmi in ospedale; niente, mentre andavo in ospedale, quello che era il mio titolare mi intimò: “Vai a casa, cambiati, fra mezz’ora devi essere di ritorno: andai in ospedale, mi ricoverarono subito, avevo preso una brutta polmonite; non ebbi una sola telefonata dal titolare del ristorante, anche per sapere come stessi: mandò un collega in ospedale per dirmi di ritenermi licenziato. Incassai la delusione, presi le mie quattro cose e andai via, non mi sono mai rivolto a nessuno per avere uno straccio di giustizia, non voglio provocare danni, del resto – mi dicevo – a modo suo anche quel signore per un pezzo di strada mi aveva aiutato e, soprattutto, mi aveva insegnato che il sentiero non sempre è in discesa».

Poi è arrivata “Costruiamo Insieme”. «Avevo capito già tante cose, nonostante la mia giovane età – conclude Sillah – l’occasione con la cooperativa sociale per me è stata pari a un senso di liberazione, mi sono sentito rispettato, gratificato, incoraggiato: rispetto all’ultima esperienza, unica negativa, ho cominciato ad assaporare il vero gusto della vita; il lavoro, attento, preciso, ma anche la libertà di dedicarmi del tempo, coltivare amicizie e dedicarmi alla passione del calcio, io che amo giocare al pallone e seguire le partite dei campionati italiani e stranieri; l’attività di operatore mi offre due occasioni in una: non dimentico da dove vengo, al tempo stesso ho grande riconoscenza a “Costruiamo Insieme” che mi mette in condizione di pensare più serenamente e umanamente al futuro».

Dal sociale all’altare

Stefano D’Orazio, fra passato, presente e futuro

Batterista dei Pooh, racconta l’impegno con i suoi compagni dalla parte dei più deboli. «Abbiamo raccolto fondi per ricostruire un villaggio in Africa, fatto concerti contro la fame nel mondo, Telethon in tv per combattere malattie genetiche». Intanto, “prima” pugliese di “Non mi sposerò mai!”, libro appena pubblicato e giunto alla terza ristampa.

Una vita spesa fra studi di registrazione, in giro per l’Europa con viaggi anche negli stati Uniti e in Oriente, fra caselli autostradali e autogrill, storie puntualmente finite fra le pieghe di canzoni di successo, Stefano D’Orazio, batterista dei Pooh, ha pubblicato in queste settimane il suo secondo libro: “Non mi sposerò mai!” (“Confesso ho stonato” il primo). Non solo musica, ma anche sociale nella vita di D’Orazio e i suoi “amici per sempre” Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian. «Per anni abbiamo partecipato a “Telethon”, in prima fila nella lotta contro le malattie genetiche, a favore dell’Anlaids, contro le guerre con “Rock no war” e contro la fame nel mondo; abbiamo raccolto fondi per aiutare popolazioni del Nicaragua e del Madagascar, donare a queste strutture utili per abitanti di villaggi africani, combattere malattie che lì, purtroppo, esistono ancora: una volta conclusi i lavori, noi stessi ci siamo recati sul posto per vedere come erano stati investiti i fondi raccolti in tournée grazie alla generosità del nostro pubblico».

Questo l’aspetto sociale in una battuta. C’è un libro, invece, che circola in queste settimane, “Non mi sposerò mai!”, subito in classifica, terza ristampa, “spalla a spalla” con quello dato alle stampe da Francesco Totti. Abbiamo incontrato D’Orazio alla masseria La Serritella di Castellana Grotte in occasione della presentazione del suo libro.D'ORAZIO Foto articolo 02 - 1

Galeotto fu un premio alla carriera assegnato ai Pooh all’Arena di Verona. Diretta televisiva Raiuno, Carlo Conti e Vanessa Incontrada i conduttori.

«Anche la pioggia ci mise del suo – ricorda per noi D’Orazio – eravamo dietro le quinte a ripararci, quale migliore occasione per pensare alla solita, complicata domanda confezionata dagli autori: “Progetti per il futuro?”; io che per indole se non spiazzo non mi diverto, mi dissi “Mo me butto…O’ dico…”».

Settant’anni suonati, cinquanta più o meno con i Pooh, in D’Orazio insistono ancora tracce di ingenuità.

«Non seriamente dannose, mi dico, allora, “Ma sì, stasera mi butto!”. Rullo di tamburi, i due conduttori rivolgono l’identica domanda a Roby, Dodi, Red e Riccardo, quinto Pooh nel frattempo arruolato per il cinquantennale. Risposte a raffica. Manco all’appello. Domandona, risposta: «Tiziana, tieniti libera per il prossimo 12 settembre, ci sposiamo!». La futura signora D’Orazio, ignara, stava vedendo un film: la scusa per tenerla incollata alla diretta, il parere su una giacca che indossavo, l’ho chiamata al cellulare e le ho detto di seguirmi: mi ha confessato che più di un fulmine a ciel sereno, la mia dichiarazione in eurovisione è equivalsa a uno scatenarsi degli elementi».D'ORAZIO Foto articolo 01 - 1 La reazione della signora.

«Tanta era la gioia che per poco non strozzava il gatto che aveva fra le mani, così mi ha detto…Ne avevamo parlato così, diciamo di sfuggita, Spesso, prima di addormentarci Tiziana riprendeva l’argomento e io, molto cavallerescamente, mi voltavo dall’altra parte e fingendo di essermi addormentato di colpo…».

D’Orazio, tutto scritto nel libro “Non mi sposerò mai!”, anche consigli sul come approcciarsi al matrimonio, con rituali nel frattempo cambiati rispetto al passato: pranzo di nozze, numero di invitati, la celebrazione delle nozze e tutto il resto, che non è poco.

«Quella dichiarazione gliela dovevo, dieci anni di “sofferenza” al mio fianco: una decisione andava presa, nonostante fossi un esempio per amici e colleghi che di matrimonio non volevano saperne… Non tutti, però, erano di segno opposto: c’erano altri, infatti, che spingevano al “convolare”. Mi incoraggiavano a modo loro: “In caso di incidente, al tuo capezzale sarebbero ammessi solo parenti, dunque né fidanzate, né compagne!”.  Questo sì che era un argomento. E io che pensavo che il matrimonio fosse solo carta bollata: invece, location, catering, flower stylist, beverage, wedding planner – ma non c’è nessuno che parli italiano, qui? – scambio delle fedi e “finché morte non vi separi”: ditemi se non è una bella prospettiva?».

Asilo, migrazione e integrazione

All’interno dell’Avviso anche la Qualificazione dei servizi pubblici a supporto dei cittadini dei Paesi terzi.

Asilo, migrazione e integrazione, temi nei quali “Costruiamo Insieme” si è spesa con la massima professionalità. Argomenti nei quali può tornare utile un’esperienza maturata, come si dice, sul campo. Dunque, fra i progetti cui la cooperativa è interessata, figura quello dell’avviso pubblico “Asilo, migrazione e Integrazione 2014-2020” nel quale è presente anche la qualificazione dei servizi pubblici a supporto dei cittadini dei Paesi terzi.

Il Bando Qualificazione dei servizi pubblici a supporto dei cittadini di Paesi terzi (Capacity building) cui si fa riferimento, è stato pubblicato dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’ Interno. “Costruiamo Insieme”, impegnata nelle azioni di accoglienza dei migranti nella Regione Puglia, ha pertanto inteso partecipare candidando una proposta progettuale relativa ad un percorso che introduca la pratica dell’etnopsichiatria sul territorio arricchendo l’offerta dei servizi erogati dalle strutture sanitarie pubbliche e private.

Considerto che l’Avviso pubblico in questione prevede che il capofila/proponente sia un Ente Pubblico, ricomprendendo fra essi le ASL o loro diramazioni/Dipartimenti, “Costruiamo Insieme” ha già avviato interlocuzioni a livello locale e nazionale con lo scopo di individuare una partnership ampia, capace di coinvolgere più operatori dello specifico settore di intervento.

Di seguito, proponiamo passaggi del ragionamento alla base dell’idea progettuale.

Partiamo dalle pratiche di accoglienza che rappresentano il momento dell’arrivo, dell’incontro con i migranti su un territorio che non può più essere considerato terra di approdo e di passaggio, ma deve essere riletto come luogo di stanzialità.

Va da sé la necessaria presa di coscienza che la società nella quale viviamo è una società ibrida, condizione intrinseca alla storia dell’uomo che da sempre ha moltiplicato intrecci culturali di fronte ad una persistente riduzione delle distanze geografiche. E’ necessario, quindi, porre l’attenzione sul tema della convivenza. Questo comporta il fondamentale superamento del modello “occidentalocentrico” che rappresenta, di per sé, un “muro”, una barriera nella prospettiva di un processo di convivenza e di integrazione. Oggi, è bene ribadirlo, non si è più di fronte ad un rapporto ospite/ospitante, ma si è già dentro una dinamica di rapporto fra persone che impone il confronto e il rispetto di patrimoni culturali differenti.

Tale riflessione rappresenta il punto di partenza per ragionare in termini di sistema sulle politiche per la salute dei migranti evidenziando alcune criticità:

–          Il problema della conoscenza della lingua. Da sempre al centro di ogni riflessione, è un problema bilaterale: se è vero che i migranti non conoscono la lingua italiana, è altrettanto vero che nei nostri Presidi Ospedalieri, nei Pronto Soccorso, nei Distretti Socio Sanitari, fra i Medici di Medicina Generale non sempre è facile imbattersi in qualcuno che conosca quantomeno inglese o francese.

–          Il deficit rappresentato dalla conoscenza della lingua introduce un ulteriore argomento di riflessione relativo alla mediazione rilanciando una questione fondamentale: la mediazione non è solo un fatto linguistico (ovvero di traduzione), ma anche, e soprattutto, culturale.

–          Ricucire un taglio, fare un’appendicectomia o praticare interventi di routine talvolta può necessitare di un semplice traduttore. Prendere in carico e curare patologie diverse, sviluppare la capacità di comprenderne gli esordi per evitare cronicizzazioni è un’altra storia, che trova ulteriore ostacolo della diffidenza nei confronti della medicina occidentale a medicalizzare e a curare farmacologicamente tutto. Nel caso specifico della Salute Mentale, assolutamente non secondario nella fattispecie di persone che hanno un vissuto “pesante”, filoni quali l’etnopsichiatria, l’etnopsicologia sono, a differenza che in altre Regioni italiane, assolutamente estranee al sistema sanitario pugliese. E sono branche specifiche che, per svilupparsi qualora introdotte nel SSR (Servizio sanitario regionale), necessitano di due elementi:

– Formazione congiunta fra operatori sanitari e operatori a vario titolo impegnati nella filiera delle migrazioni;

– Creazione di una rete distrettuale/territoriale che ponga in stretto contatto, attraverso protocolli operativi, operatori sanitari e operatori a vario titolo impegnati nella filiera delle migrazioni.

Elucubrazioni e realtà

Quando la colpa è facilmente attribuibile

Venerdì 9 novembre 2018. Ore 13,50.

Squilla il telefono, è mio padre. Rispondo.

Mi dice con voce agitata: “Hai sentito, un terremoto!”.

Con il cervello impegnato sul tema dell’etnopsichiatria, i miei primi pensieri sono stati: “Chi e quanti ne hanno arrestati?”, “E’ caduto il Governo?”, “Roma non ha più il Sindaco?”.

Le persone sono tutte per strada! Tu stai bene?” incalza mio padre al telefono. Inizio a preoccuparmi: “E’ scoppiata la rivoluzione e non ne so niente?”.

Niente di tutto quello che mi passava per la testa era successo, ma un terremoto in termini geologici che, seduto davanti al computer, forse sono stato l’unico a non percepire.

Ed è in quel momento che parte la scossa che mette in moto quella parte di cervello fuori da ogni controllo e che si diverte ad elaborare scenari surreali e gode nel fantasticare mescolando elementi reali per cucinare il più gustoso dei minestroni.

E parte una teorizzazione che vorresti tenere nascosta a chiunque ma, che alla fine, è impossibile non condividere.

Se l’epicentro del terremoto è nel cuore della Murgia pugliese, fatto strano ed eccezionale, va cercata una ragione e non te la possono dare i geologi che si basano su dati scientifici. Vanno indagati altri campi e coinvolte altre figure!

Veniamo al dunque: se una ingente massa di persone, uomini, donne, bambini, anziani, si spostano da un Continente, per esempio quello africano, per occupare massivamente un altro, per esempio l’Europa, e passa per l’Italia può succedere che la teoria della tettonica a zolle subisca lo stesso effetto della bilancia a due piatti.

Se l’Africa si alleggerisce cresce il peso sul territorio italiano e succede che inizi a cedere fino a provocare movimenti tellurici.

E sarà lo stesso motivo per il quale crollano i ponti e le case e vengono devastati interi territori e messe in ginocchio economie storiche.

Non sono l’incuria, un abuso del territorio in spregio alla natura, la cultura congenita dell’abusivismo le cause di questi eventi!

Sono i migranti! E’ il peso dei loro corpi, spesso esili ma troppi!

Ed è per questo che Trump, il Presidente degli Stati Uniti d’America, passa le sue giornate a studiare come fermare la marcia dei poveri che sta arrivando nel suo Paese senza escludere l’uso delle armi: metti che il peso di quei corpi gli fa cadere i grattacieli!

Hanno già un problema con gli uragani, caricare il piatto della bilancia del nord dell’America rappresenterebbe un fattore scatenante di eventi tellurici!

E un Presidente accorto e lungimirante come lui schiera l’esercito per difendere il Paese. 

Mica come in Italia dove, con grande senso civico, il Governo chiude i Centri di Accoglienza, fa arrestare i Sindaci, studia e vota Leggi per trasformare i migranti in clandestini al fine di garantire la sicurezza dei cittadini e crea ghetti e grandi centri di concentramento chiamati CARA.

Ho giocato lasciando vivere la parte incontrollata del cervello ma, al netto della follia che ha accompagnato queste righe ma che, spesso, incrocia la realtà voglio concludere con una riflessione di Gordon Allport del 1954: “Il pregiudizio etnico è un’antipatia fondata su una generalizzazione falsa e inflessibile. Può essere sentito internamente o espresso. Può essere diretto verso un gruppo nel suo complesso o verso un individuo in quanto membro di quel gruppo”