«Un calcio ai “Buuu”!»

Cori contro i neri, Luigi Garlando si rivolge ai piccoli

«In curva scatenate la ricreazione: saltate, urlate… “Vai!”, “Alé!”. Usate le vocali aperte, le più lontane dalle “u” chiuse come culi di gallina. Non conta il colore della pelle, voi abituati a studiare in classi piene di amici arrivati da lontano, manco ci fate caso»

«Non giocate a fare gli adulti, ripulite lo stadio». Luigi Garlando, scrittore e firma autorevole della Gazzetta dello sport, dalle colonne della Rosea lancia un invito ai piccoli tifosi se questi nella prossima gara interna di campionato (Inter-Sassuolo) potranno occupare quella curva del tifo nerazzurro al momento squalificata. Noti i fatti, durante Inter-Napoli, dal primo minuto ogni volta che Koulibaly, in assoluto il migliore fra i ventidue in campo, tocca il pallone dalla curva interista si alzano cori razzisti. Cento, duecento imbecilli, dicono le cronache, urlano “Buuu!”. Il resto del pubblico sorvola. Male, molto male. Ignorare non fa bene al calcio, né ai piccoli che imparano dai grandi a distinguere cosa è giusto e cosa non è giusto. Gramsci, come ci ha ricordato in un libro Massimo Leonardelli, odiava gli indifferenti.

Sarebbe stato sufficiente, dunque, sommergere quella manciata di cori incivili con settantamila applausi rivolti al calciatore senegalese e non disinteressarsi. O, peggio, alla prima occasione dire che «Più – certe cose – si ignorano, meglio è!». Non è così, la panchina del Napoli, in testa il tecnico, gli stessi calciatori azzurri in campo, richiamano l’arbitro perché sospenda temporaneamente la gara. Insomma, dare un segnale forte: «Signori, o fate i bravi, oppure andiamo tutti a casa a ripassare la storia».

Koulibaly ha perso la testa, ha cominciato a giocare male, ha commesso fallo, preso un’ammonizione, poi applaudito l’arbitro. In segno di scherno, interpretiamo, come a dire «Complimenti, arbitro, con me applica il regolamento e non si è ancora accorto che da un’ora c’è chi mi dà del “Buuu!”?”. Espulso, il direttore di gara non sente i cori, ma un applauso smorzato da guantoni di lana, perché a Milano, quella sera fa freddo, sì.

Dalla sera stessa, ognuno dice la sua, all’indomani il dibattito prosegue. C’è la proposta dell’Inter che spiega la sua storia. “Internazionale” sta per squadra che rappresenta una stretta di mano fra i popoli. Non è un caso che durante il ventennio fascista promotore di leggi razziali, imponga alla società milanese di chiamarsi “Ambrosiana”. La società, oggi di proprietà cinese, sposa la nobile causa, condivide lo scopo con cui più di cento anni fa fu fondata l’Internazionale (dopo la caduta del fascismo, si riappropria della sua “ragione sociale” per esteso), emette un comunicato. Non fa ricorso alla chiusura della Curva. Ritiene che quei duecento abbiano scambiato lo stadio per un’arena. Dunque, punizione giusta. Propone, piuttosto, di aprire quella curva ai tifosi più piccoli perché insegnino ai più grandi come si sta al mondo.

Torniamo a Garlando. Autore fra gli altri di “Buuuuu” (con Mario Balotelli), “Per questo mi chiamo Giovanni” (dedicato alla memoria del giudice Falcone), “’O maé, storia di judo e di camorra” (dedicato ai ragazzi di Scampia che si ribellano alla malavita), “L’estate che conobbi il Che”, ha indirizzato un messaggio ai giovanissimi tifosi nerazzurri, ma in buona sostanza a tutti quei ragazzini che prendono a calci un pallone sognando che curve e tribune un giorno possano applaudire le loro epiche sportive. Perché di sport, massimo della lealtà, si tratta. «Lo stadio è tutto vostro – scrive il giornalista sulla Gazzetta dello sport  – sapete cosa fare per ripulirlo, passateci sopra l’allegria come fosse uno straccio. Un solo avviso: non giocate a fare gli adulti, mi raccomando. Loro urlano le parolacce quando il portiere rinvia? Voi evitate. Loro augurano il camposanto quando qualcuno rotola a terra infortunato? Voi fategli un bell’applauso di pronta guarigione».

Ma non finisce qui, Garlando. «Il gioco – prosegue – non è camminare nelle scarpe grandi di papà o truccarsi come la mamma davanti allo specchio: il gioco è fare i bambini nello stadio dei grandi, 90 minuti di scatenata ricreazione: saltate, urlate… “Vai!”, “Alé!”. Usate soprattutto le vocali aperte, le più allegre, le più lontane dalle “u” strillate da bocche selvagge, chiuse come culi di gallina. I grandi si vergognano della “ola”. Voi provateci. Non è facile farla partire, è come sollevare un aquilone. Provateci lo stesso, magari nel vostro settore c’è il vento della buona volontà e l’allegria fa tutto il giro dell’anello». «Su le mani! Poi godetevi la partita – conclude Luigi Garlando – le giocate; emozionatevi per i gol; legate ai piedi dei campioni i vostri sogni. Undici avranno una maglia diversa dagli altri. Non è così importante. E conta ancora meno il colore della pelle e infatti voi, abituati a studiare in classi piene di amici arrivati da lontano, manco ci farete caso. Insegnate come si sta al mondo ai grandi che guarderanno la partita per televisione, perché in castigo dietro a uno schermo, come dietro a una lavagna. Vedremo se avranno imparato qualcosa quando torneranno nello stadio che avrete ripulito. Voi siete i tifosi grandi di domani e domani non dovrete mai più chiudere uno stadio per razzismo».

«Casa mia è qui!»

Boubaker, libico, operatore, la cooperativa come una famiglia

«Abbandonato gli studi da geologo, ho preso al volo l’occasione: un contratto con “Costruiamo Insieme”. Fuggito dal mio Paese, dopo Gheddafi solo bande armate che ammazzano per soldi. Tre giorni in mare, poi Taranto: ospite a Martina Franca, a lavoro a Bitonto»

Trentadue anni, libico, dall’estate di tre anni fa in Italia, da dieci mesi operatore con “Costruiamo Insieme”. Boubaker, musulmano, libico di Bengasi, si racconta per noi. Per aiutarci a conoscere meglio una delle tante storie che hanno per protagonisti ragazzi arrivati nel nostro Paese in qualsiasi modo e per motivi diversi. Ogni storia è diversa dall’altra, anche quando vengono dallo stesso Paese e si sono imbarcati nello stesso viaggio della speranza per l’Europa. Esiste sempre qualche elemento, anche un solo dettaglio che fa da moltiplicatore nei racconti e nei sentimenti dei ragazzi, fuggiti per mille ragioni, ma diventati operatori per un solo motivo: la loro cifra umana espressa prima di diventare “uno di famiglia”. Uno che sa fare bene il suo mestiere, sa mediare, trovare nella sua mente e nelle sue parole l’argomento giusto per convincere un qualsiasi ospite del Centro di accoglienza, perché all’interno del CAS esistono regole da rispettare.

«Mai capitato episodi degni di nota – dice Boubaker, cartellino da operatore mostrato con orgoglio – dovessi andare a pescarne uno, ma è poca cosa, direi quanto successo a Bitonto: un ragazzo, inutile dire la nazionalità – si tratta comunque di giovani, siamo tutti uguali – a cui prese la voglia di ascoltare musica ad altissimo volume; gli era venuta così, come può accadere in un momento di euforia: andai nella sua stanza, lo invitai ad abbassare il volume, mi spinse, ma finì lì; gli spiegai che l’integrazione passa attraverso il rispetto degli spazi che non appartengono solo a noi: tenere alto il volume di una radio significa invadere anche lo spazio di un nostro “fratello” a due passi, nella stanza accanto, a riposarsi, leggere un libro, studiare…».Storie Foto Articolo 01A UN PASSO DALLA LAUREA…

Studiare, Boubaker in Libia è arrivato a un passo dalla laurea. Sei mesi ancora e sarebbe diventato geologo. «Per ora l’idea della laurea la tengo in un cassetto, non c’è fretta: studiare, laurearmi in Geologia mi serviva per trovare lavoro, oggi il lavoro l’ho trovato con “Costruiamo Insieme”, i libri possono aspettare». Almeno quelli universitari. «Qui ho conseguito la terza media, adesso sgobbo per il biennio con il quale prendermi un altro titolo di studio: se la geologia può aspettare, non posso dire la stessa cosa degli studi scolastici in Italia; mi servono per maturare in fretta, mostrare il massimo impegno nel processo di integrazione in questo Paese nel quale non mi sento di passaggio; ecco perché considero gli studi universitari qualcosa che potrò completare a tempo debito: lavorare e studiare riempie la giornata, è impegnativo, ma necessario».

Via dalla Libia, lui stesso libico. Via da un Paese al quale molti africani guardavano come occasione della vita. «Non sono scappato senza un motivo, quando c’era Gheddafi era un’altra cosa, sentivi la presenza dello Stato, eri tutelato dalle leggi; dal 2014 non c’è più controllo, chiunque, anche un ragazzino, con un’arma in pugno si sente così forte da disporre come meglio crede della tua vita: hai soldi, va bene, li consegni senza fare tante storie; non hai nulla in tasca, c’è il rischio che quel bambino cresciuto talmente in fretta da diventare spietato, ti pianti un proiettile in piena fronte, dunque fine della storia, fine dei tuoi progetti».

Addio alla famiglia, i propri cari. «Addio a papà e mamma, quattro fratelli, tre sorelle; praticamente impossibile sentirli tutti, così sento mamma che li informa il resto della famiglia: chiedo come stiano lei e i ragazzi, che fortunatamente oggi vivono in una zona meno a rischio, anche se ormai la Libia è sotto assedio da parte di bande che hanno un solo scopo: prendersi tutto e subito».Storie Foto Articolo 02…ORA STUDIA “ITALIANO”

Ma Boubaker quel coraggio lo ha preso a due mani e si è imbarcato. «Partenza dal porto di Tripoli, comunque lì vicino, e via in mare aperto. Non a bordo di un gommone, ma di una imbarcazione sulla quale eravamo qualcosa come 450 anime! In realtà non sapevo quanti fossimo, ma l’ho chiesto più avanti ai nostri salvatori, una nave militare non italiana a bordo della quale parlavano italiano, inglese, francese, presumo una nave della quale facevano parte rappresentanti dell’Unione europea in missione nelle acque del Mediterraneo».

Tre giorni di mare. «Uno su quell’imbarcazione di fortuna, due a bordo della nave; mi incuriosì sapere in quanti avessimo viaggiato su quella che i militari ribattezzarono “bagnarola” o qualcosa di simile; “Eravate 450!” mi dissero, ecco soddisfatta la mia curiosità, avevamo viaggiato stretti, incollati l’uno all’altro come fichi secchi in scatola: ma eravamo arrivati a Taranto, direttamente, porto italiano!».

Prima di diventare operatore, Boubaker è stato ospite di strutture di accoglienza. «Sono stato a Martina Franca, prima esperienza con l’accoglienza, poi dieci mesi fa l’occasione di lavoro della mia vita: operatore con “Costruiamo Insieme”, a Bitonto, poi a Taranto; conosco arabo e inglese, perché le lezioni all’università erano impartite in inglese; parlo, naturalmente, italiano, che ormai considero la mia seconda lingua: mi esprimo nella vostra lingua, come studio nella vostra lingua, voglio provare a bruciare le tappe, raggiungere altri traguardi negli studi in Italia». La Geologia può attendere.

«Non serve che sia Natale…»

Roberto Ciufoli, attore, parla di tolleranza e di “ultimi”

«Ogni giorno bisognerebbe avere rispetto per i deboli, la gente che ha un altro colore di pelle, non solo durante le festività. “A Christmas Carol” è come un abete: lo tiri fuori per tre mesi, lo rimetti a posto e lo rispolveri l’anno successivo». E torna a parlare di Premiata Ditta, Insegno e le colleghe Draghetti e Foschi.

Essere più buoni, tolleranti, essere dalla parte degli ultimi. E non solo a Natale, perché è così che va. Ma esserlo sempre, perché non serve che sia Natale. Roberto Ciufoli, in scena con la Compagnia dell’Alba di Ortona, provincia di Chieti, tira in ballo subito un episodio durante la Seconda guerra mondiale. Lo scenario proprio la cittadina marchigiana che ospita il progetto degli attori che in tre mesi hanno portato ovunque in scena “A Christmas Carol”, un successo che ogni anno replica entusiasmi e ottime critiche. Ortona, dunque. «Tedeschi e Alleati erano a qualcosa come cento metri distanti – racconta Ciufoli, documentato sull’accaduto – ognuno nel suo avamposto, esposto a un solo colpo di fucile, quando arriva Natale però i due eserciti compiono una tregua; una di quelle cose non scritte, ma condivise; nell’aria non vola un solo proiettile, mi piace pensare che anche in quell’occasione i soldati intonino una canzone natalizia, rivolta alle persone amate, lontane, pensando anche a quanto sia sciocca una guerra che miete arroganza e vittime; la potenza del Natale, un tregua alle cattiverie, come se non ce ne fossero già abbastanza in giro: nessun rispetto per i più deboli, per la gente che ha un altro colore della pelle, per chi soffre; questo e tanto altro è il lavoro teatrale che porto in giro in Italia con questi fantastici compagni di viaggio».

Ciufoli, attore e cantante, mimo, improvvisatore e altre cento cose sul palco, negli anni si è fatto le ossa con la Premiata Ditta, con Pino Insegno, Tiziana Foschi e Francesca Draghetti. Ha successivamente proseguito la sua attività artistica misurandosi in veste di attore, appunto, e regista di teatro, diventando per centinaia di repliche stella del musical “Aladin” di Stefano D’Orazio come Genio della lampada, fino ad arrivare al cattivo-redento Scrooge in “A Christmas Carol”, spettacolo natalizio con il quale il popolare attore è stato ospite in decine di teatri italiani.Ciufoli Articolo 02PIU’ BUONI NON SOLO NEI GIORNI DI FESTA

E’ stato un successo per il titolo ripreso e allestito, montato e smontato proprio come fosse un albero di Natale e portato in giro per almeno tre mesi. «E’ il bello di uno spettacolo natalizio – dice Ciufoli – fosse per me lo porterei in giro più a lungo, anche in estate, tipo “A Ferragost Carol” – sorride – è una storia così bella e popolare che nove spettatori su dieci conoscono perfettamente; poi le canzoni, che tento disperatamente di rovinare, restano intatte nella loro bellezza: autore dei brani è Alan Menken, uno che ha scritto, tanto per gradire, musical come “La Bella e la Bestia”, “La sirenetta”, “Aladdin” e altro ancora; diciamo che con questa commedia mi sono assicurato il pane per la vecchiaia: l’anno prossimo lo riproponiamo naturalmente…».

Scherza Ciufoli, fa due conti, un amministratore incallito. «Più passano gli anni, più risparmiamo con il trucco, invecchio di mio. Visto? Ho un principio di barba bianca…».

Il pubblico si spella le mani per quanto si diverte. «E’ il destino dei musical di successo: sul palco accade di tutto, ci muoviamo in ventuno, con noi tre bambini, grande affiatamento; preciso, a scanso di equivoci: non esistono protagonisti o comprimari, ma solo una squadra che sul palcoscenico gioca a memoria».

La magia delle tavole del palcoscenico e di “A Christams Carol”. «Sta anche nella durata: un’ora e mezza, come un film, solo che il ritmo è talmente serrato che la gente arriva a fine spettacolo senza quasi accorgersene, tanto che più di qualcuno dice “Ma è già finito? Era così bello!”: non ci risparmiamo, insomma, il pubblico lo avverte e applaude senza sosta».

Stacca un attimo, Ciufoli. Lo chiamano, l’attore è in camerino. La legge del teatro invita a rispettare i tempi, fare stretching, prove, mettere a punto l’ugola. Due ore dopo si va in scena e “Scrooge”, il personaggio di Ciufoli, non le manda a dire. «Ragazzi straordinari – sottolinea il protagonista, per un attimo mette sul capo un cilindro – ballano e cantano divinamente, qualsiasi aspetto è curato nei minimi particolari: si vede e si sente…»Ciufoli articolo 02PREMIATA DITTA, «CELEBREREMO I NOSTRI PRIMI QUARANT’ANNI»

Uno sguardo al passato, uno al futuro. Parliamo della Premiata Ditta. «Ottimi rapporti con tutti, io e Pino ogni lunedì lavoriamo insieme: quando “A Christmas” è day-off, cioè osserva un giorno di riposo, io sto a Roma in teatro con Pino; ci divertiamo a divertire la gente, è l’unica condizione per cui saliamo sul palco, se così non fosse resteremmo a casa, a riposarci, a recuperare tutte le energie, perché io faccio teatro tutti i giorni, ma Pino è in sala doppiaggio un giorno sì e l’altro pure: le mie solo incursioni in quel mondo, Insegno è…Insegno; per quanto nel doppiaggio sgobba anche la Draghetti».

La Premiata Ditta non si è mai sciolta. «Ci siamo presi un momento di pausa, lungo, non dico di no, perché ognuno seguisse altre strade artistiche personali, ma alla prima occasione torniamo a fare cose insieme: non è detto, per dirne una, che presto o tardi si possa pensare a uno spettacolo per celebrare un quarantennale o qualcosa di simile, anche se per arrivare ai nostri “primi quarant’anni” mi sa che manca più di qualche giorno, ma è un progetto che potrebbe impegnarci mentalmente già da subito: chi può dirlo?». Si volta, Ciufoli. Come se cercasse qualcuno che sia disposto a dirlo. Fine della chiacchierata. I colleghi sono tornati ad invocarlo. Spettacolo collaudato sì, ma provano ancora, mettono a punto gli ultimi dettagli, a distanza di un’ora si apre il sipario.

La crociera dei disperati

In balia delle onde a “porti chiuse”!

Ve la immaginate una crociera alla fine di un anno di lavoro per lasciarsi alle spalle i dodici mesi trascorsi e festeggiare l’arrivo di un nuovo anno pieno di aspettative e nuovi propositi?

Il sogno di tanti, se non di tutti ma all’interno di un immaginario differente nutrito di relax e divertimento.

Non è esattamente lo stesso viaggio che ha fatto salutare il 2018 e accogliere il 2019 a quaranta migranti, uomini, donne e bambini stipati nella pancia di due navi delle ONG e sballottati dalle onde di un Mediterraneo particolarmente “attivo” che sprigiona onde alte anche tre metri alle quali si è aggiunto il freddo artico che sta caratterizzando questi ultimi giorni.

Quaranta, non quattrocento o quattromila!

Quaranta persone alle quali è negato lo sbarco in un porto e che, senza viveri e medicine, aspettano da due settimane che i Governi nazionali e la Diplomazia internazionale decidano delle loro vite.

Le parole, dette o scritte, hanno sempre un peso ed è per questo che utilizzo l’unica categoria che conosco: le persone.

Il migrante è una persona che si sposta da un luogo ad un altro per vari motivi ormai noti al mondo intero e, spesso, non si sposta volontariamente perché nella quasi totalità dei casi scappa da una guerra, da una situazione persecutoria, dalla fame: in ogni caso, da una altissima probabilità di trovare una morte già scritta, certa.

E il nuovo scenario che presentano le due aree geografiche africana e mediorientale dimostrano, in maniera palese, che la lotta all’ISIS ha prodotto la “pulizia militare” di territori economicamente e strategicamente interessanti per l’Occidente provocando un massiccio radicamento dei fondamentalisti in territori meno interessanti e quasi irrilevanti nella strutturazione delle politiche internazionali.

Le parole, poche, di una bambina del Burkina Faso che afferma “di giorno abbiamo paura dell’esercito, di notte dell’ISIS!” la dicono lunga sulla qualità della vita in tanti Paesi africani e ciò che fa rabbia è che questa voce non avrebbe avuto una eco se, in quello stesso Paese, non si siano perse le tracce di un collaborante italiano.

Ma, tornando ai nostri quaranta “crocieristi” ingabbiati su due navi da due settimane, mi viene di sottolineare che alla fine, comunque vada e comunque si chiuderà questa vicenda, al netto dei buonismi inutili e delle posizioni radicali, siamo di fronte ad una duplice sconfitta: la prima, quella delle politiche nazionali e della Diplomazia europea che ancora dimostrano una incapacità di fondo a guardare ai problemi con gli occhi di un uomo e non del politico o del diplomatico.

La seconda e più profonda sconfitta è quella del senso di umanità, soppresso da “interessi superiori” che riguardano una parte estremamente piccola della popolazione mondiale che, non a parole, ma con i fatti, esercita il proprio potere su persone senza strumenti di difesa della propria dignità e del proprio essere.

Come dire, se abbiamo finito male il 2018, il 2019 inizia peggio!

E pensare che al peggio non esiste un limite produce angoscia ed una visione del futuro prossimo per nulla allettante.

Un anno senza cambiamenti

Incongruenze funzionali o indifferenza diffusa?

Certo, il 2018 non si chiude nel migliore dei modi come, d’altronde, non è stato un anno che ha regalato grandi emozioni dal punto di vista di quelli che definiremmo “cambiamenti positivi”.

Ed è così che, per esempio, dopo lunghi anni di discussione sull’argomento, il 26 dicembre, in occasione della partita Inter-Napoli, un campo di gioco si trasforma in maniera premeditata in terreno di battaglia prima ancora che cominci la partita perché l’obiettivo non è certo quello di partecipare all’evento sportivo, ma quello di dare sfogo ad una guerra fra bande con un chiaro retrogusto delinquenziale che nulla ha a che fare con il calcio.

Ma non bastano un morto e quattro feriti: bisogna completare l’opera mettendo in scena il più squallido, illogico, retrogrado, incivile degli spettacoli: gli insulti razzisti a Koulibaly, preso a bersaglio per tutto il corso della partita!

Un filo conduttore, in realtà, esiste se sugli spalti vengono sventolate bandiere ed esposti striscioni con simboli neonazisti e il tutto viene consentito dalle Società di calcio per mantenere buoni i rapporti con quella che chiamano “tifoseria”.

Se il calcio si è trasformato in grande business era inevitabile che la mafia vi si infiltrasse con i suoi affari ormai noti: spaccio, bagarinaggio, riciclaggio, estorsioni e condizionamenti nei confronti delle Società.

Senza tralasciare il fatto che, i cosiddetti “gruppi organizzati”, quasi sempre riconducibili ad ideologie dell’ultradestra, rappresentano un bacino elettorale importante!

Il caso di Koulibaly, che non è un caso isolato, dimostra come atteggiamenti razzisti e xenofobi vengano derubrica a “ragazzate” senza cogliere la natura vera dell’intolleranza che, fuori dallo Stadio, si trasferisce tutti i giorni nelle strade, sugli autobus, nei treni, nelle scuole.

Come dire, non è stato un anno da ricordare positivamente e che si sta chiudendo anche peggio su più fronti: la settantaseiesima donna ha trovato la morte uscendo di casa per recarsi al lavoro per mano del suo ex marito dal quale era divorziata da sei anni.

Crivellata da dodici colpi di pistola da un maschio che, con tutta evidenza, in sei anni non ha elaborato il lutto della perdita di una proprietà, non di una donna!

67 femminicidi in una anno in Italia non sono il segnale di una società sana, anzi!

Una società che continua a calare la maschera mostruosa della cecità, di quella indifferenza che fomenta e rafforza atteggiamenti di intolleranza.

Quella stessa società che, attraverso la televisione, durante gli spot pubblicitari riesce ad affiancare la campagna fondi per i bambini che rischiano di morire di malnutrizione in Africa alla Befana che si pone il problema di quali prodotti di una grande marca di cioccolato mettere nella calza.

I più la chiamerebbero incongruenza funzionale al mercato, io la chiamo indifferenza e perdita di ogni senso di umanità.

«”Costruiamo”, la mia salvezza»

Eshebor, nigeriano, operatore

«Sono fuggito dalle persecuzioni militari. Finito in galera, picchiato, mostrato come un esempio da non seguire. Ospite del Centro di accoglienza della cooperativa, oggi lavoro e guardo sereno al mio futuro»

«Da tre anni in Italia, uno da operatore di “Costruiamo Insieme”, grande esperienza umana: faccio rispettare le regole del vivere civile agli ospiti del Centro di accoglienza; con loro ho un ottimo rapporto, capiscono che è il mio lavoro e qualsiasi cosa dica io o i miei colleghi è solo per il loro bene, che poi è anche il nostro, essendo anche io, come loro, un africano».

Eshebor, nigeriano, ventidue anni, cristiano, scuote la testa. Le domande non farebbero al suo caso, se non fosse che da più di un anno, prima di diventare operatore all’interno della cooperativa sociale tarantina, si è puntualmente collegato al sito di “Costruiamo” per leggere storie raccontate da suoi connazionali e “fratelli” provenienti da altri Stati del continente africano. «Non pensavo arrivasse il mio momento – dice Eshebor – ma adesso sono felice di raccontare la mia storia con lieto fine: un impegno di lavoro con “Costruiamo Insieme”, che significa avere una buona base di partenza per guardare con più fiducia a un futuro fino a qualche tempo fa più nero della mia pelle» .

Sorride Eshebor, un sospiro di sollievo. Come se stesse avvolgendo per noi la pellicola di un film autobiografico. Uno di quei soggetti drammatici dei quali spesso si occupa una cinematografia indipendente. Film in cui si vedono uomini in fuga, tanti, senza una meta e che si fanno largo fra una vegetazione che non sai nemmeno cosa possa nascondere. «Solo che lì, in Nigeria – Eshebor ci riporta alla realtà – non era un film, era un reality: lì ti sorvegliano, ti seguono, ti picchiano, ti gettano in una prigione a pane e acqua, quando ti va bene…».Eshebor articolo 01PAUSA, OCCHI LUCI, RIPRENDE IL RACCONTO

Una pausa, gli occhi lucidi, riprende a raccontare. «Ma adesso tutto questo è finito, sono in Italia, lontano da una guerra etnica che quando pensi stia per finire riprende vita da un focolaio che sembrava ormai contenuto: è dura, ma arrivare qui, in un Paese ospitale come l’Italia e trovare un lavoro in qualità di operatore, è stato come un sogno; ho conosciuto tanti ragazzi che, come me, avrebbero potuto svolgere le mie stesse mansioni, ma alla fine hanno scelto me, dunque mi ritengo fortunato…».

Le qualità umane, sono state queste la spinta nell’assegnazione di un lavoro delicato, fatto di relazioni, ma anche di regole, si diceva, da far rispettare. «Nel mio Paese, la Nigeria, è in corso da tanto una guerra etnica, il Governo prova a far rispettare le leggi con grande severità: la mancanza di democrazia mi ha spinto fino a qui; ma attenzione, non sono fuggito alla prima rappresaglia, io ho contestato i sistemi con i quali i militari provavano a far rispettare regole severe; quando c’era da scendere in piazza non mi tiravo indietro, insieme con i miei amici contestavo civilmente le azioni con cui i militari ci mettevano a tacere: sono stato sorvegliato, fermato, arrestato, picchiato, sbattuto in prigione, non per molto: una volta sottoposto a una generosa razione di calci e pugni, venivo rilasciato perché diventassi un esempio per quanti la pensavano come me».

A scendere in piazza sempre meno contestatori. «Eravamo diventati – spiega Eshebor – una compagnia di giro, sempre meno ci spostavamo da un quartiere all’altro, un numero insignificante e la gente, presa dalla paura, ormai evitava di ascoltarci: era successo quello che il potere costituito voleva, eravamo cioè rimasti in pochi e facile preda dei militari, così l’unica via per la sopravvivenza diventò la fuga».

Fugge passando dal Niger. «Altra esperienza complicata, lì ero sorvegliato: non sono mai stato picchiato, né andato in carcere, una vita difficile però; mi trasferii in Libia, qualche mese a lavorare come muratore e imbianchino, mai tirato indietro davanti a un qualsiasi lavoro che sapessi fare: avevo risparmiato un dinaro dopo l’altro, dovessi fare un confronto con l’ero, direi che avevo messo insieme qualcosa come tremila euro, soldi che mi permettessero di pagare il viaggio dalla Libia all’Italia».Eshebor articolo 02FINALMENTE IL MARE, UNA NAVE MILITARE ITALIANA…

Finalmente una imbarcazione e il mare. «In centoventi – ricorda Eshebor – alla ricerca di libertà e rispetto umano, che poi sono le cose più belle per le quali non dovresti lottare: non lo dico io, lo dicono le scritture religiose; il viaggio dura poco rispetto a quanto mi hanno raccontato miei connazionali: dopo tre ore in mare, siamo stati issati a bordo da una nave militare italiana, che ci ha accompagnati direttamente nel porto di Taranto; due anni ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, infine l’occasione della mia vita: la proposta di collaborazione».

Gli è capitato di vedere qualche nero davanti a bar o supermercati. «Bisogna conoscere le storie di ognuno dei ragazzi – giustifica in qualche modo Eshebor – non mi sento di condannare chi fa queste cose, anche se io non lo avrei mai fatto; questo mi ha insegnato mio padre – la mamma non ce l’ho più – e questo metto in pratica, un lavoro anche faticoso, ma mai chiedere l’elemosina davanti a un esercizio commerciale, la vedo una cosa di umiliante, ma non mi sento di condannare senza conoscere le storie di ognuno di loro. Magari dalla mia posizione sembra più semplice parlare, ho un bel lavoro e sto tranquillo, ma se non avessi avuto la fortuna di stare con “Costruiamo Insieme” mi sarei attivato per trovare un’altra attività, qualcosa che fosse dignitoso…».

Papà, anche un fratello rimasti in NIegria, la mamma purtroppo non c’è più. «Ci sentiamo spesso al cellulare – conclude Eshebor – quando mi sentono si rasserenano, la situazione nel mio Paese è in piena confusione, guardo indietro e nonostante la nostalgia credo di aver fatto la scelta più saggia: non so come sarebbe andata a finire: ho studiato, conseguito un titolo di studio, oggi lavoro, sono felice».

Gara all’ultimo “like”

“L’albero più bello”, vince la sede di via Gorizia

Sui social operatori, ospiti e amici scatenati con “mi piace”. Proseguono i commenti. «Partecipazione e spirito, questo il successo dell’iniziativa, utile per crescere in una società senza discriminazioni», ha detto Nicole Sansonetti, presidente della cooperativa “Costruiamo Insieme”

La gara sull’albero più bello quest’anno lo ha vinto il “38”, con sede in via Gorizia a Taranto. In virtù dei like che ciascuna sede di “Costruiamo insieme” ha conseguito, questa è la classifica finale:

GARA DI LIKE NATALE 2018
“L’albero più bello”

C.A.S. 38 – 331 like

C.A.S. Cavallotti – 264 like

C.A.S. 282 – 168 like

C.A.S. 316 – 59 like

C.A.S. 106 – 38 like

Anche quest’anno è stata una gara combattuta, cominciata sul filo di lana delle festività che, a Taranto, come consuetudine, arrivano prima. E precisamente il giorno di Santa Cecilia. A partire dal 22 novembre, infatti, in ciascuna delle sedi partecipanti, “Cavallotti”, “106” (strada per Metaponto), “38” (via Gorizia), “282” e “316” (via Principe Amedeo), operatori e ospiti si sono attivati per mettere in cantiere le idee più originali da tradurre in quello che sarebbe stato l’albero più bello dell’intero complesso di sedi.

Risultato simbolico, come sempre. Anche quest’anno il presidente della cooperativa, Nicole Sansonetti, può ritenersi soddisfatta degli elaborati appesi sugli alberi fatti pervenire dall’organizzazione in ciascuna delle sedi “partecipanti”. Ciascuna delle strutture ha avuto a disposizione il materiale di partenza, addobbi per tutti. Poi ciascuno degli operatori, in collaborazione con gli ospiti, anche stavolta molto coinvolti, ci ha messo del suo. Prima che gli alberi giungessero a destinazione, qualcuno si portava avanti con il lavoro: abbozzava il progetto, appuntava anche la più piccola idea su un post-it. Tutto andava bene, poi la scrematura e la fattibilità avrebbero condotto all’allestimento dell’albero.COPERTINA albero 02 - 1DALL’OSCAR DELLA SIMPATIA ALLA VITTORIA

Gara nella gara, i like più volte sollecitati da Paolo, il webmaster del nostro splendido sito, con l’aggiornamento delle classifiche provvisorie. Lo scorso anno, per coinvolgimento, spiccò l’intervento con videomessaggio di Silvia che invitava a sostenere con decine e decine di “mi piace” il lavoro che lei stessa aveva coordinato con la sua squadra di ragazzi di via Gorizia. L’espediente era stato lodato durante la “campagna” e premiato con un brindisi augurale nella sede centrale di via Cavallotti. Silvia aveva perso per una manciata di punti, ma aveva vinto a braccia elevate – come i campioni su due ruote, i ciclisti – l’Oscar della simpatia.

Quest’anno è andata meglio, anche se il risultato è solo un numero. Certo, il campanilismo funziona, come il tifo per la nostra squadra di calcio che dopo un avvio singhiozzante, ha trovato l’assetto tattico per ben figurare nel torneo di calcio nel quale sono presenti i colori di “Costruiamo Insieme”. Il campanilismo, si diceva, è la molla che ha spinto tutti i ragazzi a dare il meglio di sé. Una volta completati gli elaborati, le foto, realizzate e postate sul sito e sui social, è cominciata la sfida a colpi di like. Dopo l’inizio pirotecnico, con la scorta di quanto imparato nella precedente edizione, è subentrato un certo tatticismo. I “mi piace” arrivavano a folate. Colpi e sorpassi con venti, trenta punti in più in un paio di ore. La strategia paga, sicuramente, ma anche questa è stata spettacolarizzata. Dagli interventi sul gruppo di “Costruiamo Insieme” nel quale i ragazzi si provocavano fra loro, in maniera divertita, scatenando una vera corsa verso il traguardo finale.COPERTINA albero 01 - 1  «OBIETTIVO PRINCIPALE: CRESCERE INSIEME»

«Bello lo spirito con cui tutti hanno partecipato alla gara: felici di misurarsi con gli altri nel massimo rispetto. Interessante leggere i messaggi sul gruppo, come divertenti sono stati gli sms con i quali operatori e ospiti si sono affettuosamente provocati durante il confronto all’ultimo “like”, con frasi che forse solo nei box della Ferrari si erano sentiti:  “l’importante è vincere”, “arrivare secondi, significa essere solo i primi sconfitti”; insomma, dare il massimo, come è giusto che sia, “Ma se ci scappasse anche la vittoria, sai che figurone?”, diceva qualcuno. Le iniziative non sono mancate, ce ne saranno altre ancora, ma ribadisco: la cosa che tutti insieme abbiamo apprezzato, sono stati principio e spirito collaborativo che tutti hanno dimostrato una volta di più; è questo l’obiettivo delle nostre attività: avvicinarsi, confrontarsi, scambiarsi contributi utili per crescere insieme in una società senza discriminazioni».

Gli alberi sono in bella mostra in ciascuna delle nostre sedi, ma anche sui nostri social. Come sempre, anche a gara conclusa, saranno sempre bene accetti i commenti di tutti. E se qualche volta qualcuno vi invita a mettere un like, è solo per stimolare una maggiore partecipazione alle iniziative e alle attività sociali che “Costruiamo Insieme” mette in campo.

Eterotopia intorno all’albero

fra Foucault e il tangibile

A guardare da lontano, anche se dall’interno, il clima che si respira nelle Comunità di Accoglienza Straordinaria tarantine in questo periodo natalizio, mi sono tornati in mente vecchi studi e teorie che mi hanno sempre affascinato per il loro principio intrinseco di mescolare “essere” e “non essere” per dare corpo al tangibile.

E, a ritroso, ho ritrovato un termine o, meglio, un concetto, che mi è sempre stato caro, ha sempre suscitato in me una curiosità nel continuo e utopico tentativo di indagare l’essenza dell’essere umano: Eterotopia, un termine coniato dal filosofo francese MichelFoucault per indicare «quegli spazi  che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano».

Avevo sempre considerato eterotopici teatri, cinema,treni, giardini, collegi, camere d’albergo, manicomi, prigioni tutti quei luoghi/non luoghi con i quali mi ero confrontato chiedendomi, spesso, cosa ci facessi la.

Non so come e neanche perché è scattata questa associazione di idee guardando le fotografie pubblicate sul sito di Costruiamo Insieme che ritraggono tante storie umane, tanti portati diversi, culture differenti identificando come eterotopico uno spazio di convivenza e di partecipazione attiva intorno ad una manifestazione simbolica estranea ma unificante come può essere l’allestimento di un albero di Natale.

Pluridimensionalità dello spazio vissuto e voglia di conoscersi, di condividere, di sperimentarsi nel rapporto con l’altro: questo ho letto nelle fotografie!

E questo sono i tanto vituperati Centri di Accoglienza Straordinaria al pari degli SPRAR, almeno quei pochi rimasti: luoghi reali (senza smentire Foucault!) che vivono di incontro e di scambio reciproco e che, più delle migliori Università, quotidianamente consentono di raccogliere, dentro un rapporto di gratuità, lezioni di vita, conoscenze, saperi.

Nel clima di festività natalizie, voglio condividere, con chi non l’ha già fatto, l’esperienza dei CAS di Taranto attraverso le fotografie, attraverso quella immagine che ferma un attimo, invitandovi a guardare negli occhi ritratti quanta voglia di esserci traspare.

Condividendo e votando su FB l’albero che vi piace di più fra quelli che vi propongo di seguito anche voi potete partecipare a questo bel momento di condivisione.

E’ una “gara” pulita, non messo all’asta il mio pacchetto di voti!

Non si vince niente e, alla fine, si festeggia tutti insieme: ognuno con le prelibatezze tipiche del proprio Paese per ricordarci, dal momento che siamo distratti da altre cose, che la Natività è soprattutto un messaggio di speranza e noi, che siamo fatti così, non rinunciamo ad immaginare e voler costruire insieme un mondo migliore!

PS: quest’anno non scrivo la lettera a Babbo Natale: mi ha sempre deluso!

Scriverò alla Befana: le donne sono sempre più sensibili e chissà che… anche un bambino cattivo venga ascoltato!

Non chiederò niente di materiale, lei sa già!

«Sconfitti i problemi»

Awal, beninese, ventotto anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

In Italia per caso, aveva nella testa mille preoccupazioni. «Con il lavoro che mi ha dato la cooperativa, in un attimo ho cancellato molti pensieri. Cinque anni lontano dal Benin, ho lavorato in Algeria e Libia. Qui esiste rispetto ed educazione, ma non vorrei passare per ruffiano…»

«Con un posto di lavoro, di colpo i problemi diventano più piccoli, di colpo il peso delle domande diventa leggero…». Storia di un ragazzo felice, passato attraverso una fuga, lunga, i sacrifici e un sole che, un giorno, ha cominciato a vedere dalle prime luci dell’alba, dopo una lunga notte fonda. «Qui sto bene da matti, lavoro, ma la cosa più bella, fra le altre, è il rispetto del quale godo ogni giorno che il Cielo manda in terra: chi organizza il nostro lavoro, ogni volta che chiede una qualsiasi cosa si rivolge a me e ai colleghi con un “Per favore…”; prima di allora avevo sentito miei connazionali e altri ragazzi, africani come me, che lavorano altrove, in tutta Italia: il trattamento a loro riservato non è, quello che si dice, dei migliori».

Awal, ventotto anni, operatore, viene dal Benin. Nel suo Paese, Africa occidentale, che confina con Togo, Nigeria, Niger e Burkina Faso, ha lasciato due sorelle e la mamma. Un fratello è in Algeria, titolare di una piccola attività nel campo dell’abbigliamento. Si dice soddisfatto del suo lavoro di operatore a “Costruiamo Insieme”. Di più. «Sono felicissimo, penso si veda…». Un sorriso panoramico, denti bianchissimi, in netto contrasto con la sua pelle nera, scura come la notte. Sul suo viso, spiccano anche gli occhi, un po’ malinconici, un po’ sorridenti. Quando parla del suo Paese, della sua fuga, si incupisce. «Non conosco gente – dice – nel mio Paese come altrove, in Africa, che scappi dalla propria terra perché sta bene; se andiamo via un motivo ci sarà: viviamo male,  c’è chi ha forza e coraggio, come me, perché alla fine è un salto nel vuoto, non sai cosa possa riservarti un viaggio infinito, e allora va via; altri, loro malgrado, restano, perché hanno paura, non sanno cosa possa riservargli una fuga».AWAL IMMAGINE 03Adesso sorride, Awal. Vuole spiegare meglio. «Molti pensano che veniamo in Italia – riprende – o nel resto d’Europa, perché vogliamo vivere nella massima assistenza, non lavorare e farci mantenere da un qualsiasi governo ospitale: non è così. Personalmente ho sempre lavorato, cercato lavoro ovunque andassi e io sono passato anche attraverso l’Algeria, lavorato per qualche mese con mio fratello: avrei potuto restare con lui, dove mangia una famiglia, uno in più, per giunta parente, non è un problema, l’ospitalità è sacra; ma io volevo andare via dall’Africa, quando ho preso la decisione più importante della mia vita, scappare, mi sono posto quale obiettivo lasciare il mio Continente».

L’Italia non era la sua destinazione. «Sono arrivato qui per caso, non sapevo come si stesse in Italia: cercavo un Paese che mi desse un’occasione di lavoro; con “Costruiamo Insieme” ho trovato ospitalità e una mansione che svolgo con grande scrupolo».

Via dal Benin. «Un viaggio lungo – ricorda per noi Awal – sono andato a trovare mio fratello, che ha un’attività di abbigliamento: confeziona abiti, fa un po’ il sarto, un po’ il commerciante di vestiti; non è come qui, in Europa: la fabbrica fa confezioni e negozi vendono vestiti e tutto il resto… Lavora molto, sono stato un po’ con lui, ho messo da parte i soldi necessari per proseguire il mio viaggio e arrivare in Europa. Ma non era finita, di mezzo c’era ancora la Libia. Avevo fatto un corso da saldatore, così ho cominciato a fare questo lavoro, sei mesi pieni: guadagnavo ancora qualcosa da mettere da parte e pagarmi finalmente il viaggio decisivo, quello che mi avrebbe portato intanto qui, in Italia…».AWAL IMMAGINE 01Una imbarcazione, novantadue imbarcati. Incredibile come i ragazzi ricordino perfettamente il numero di passeggeri che prendono posto su un gommone di fortuna o un barcone. Ma c’è una spiegazione. «Semplice: ti informano uno, due giorni prima, tu aspetti solo il tuo turno: quando tocca a te, come gli altri fortunati, cammini su un pontile stretto, sotto gli occhi di tutti, comincia la conta: uno…due…tre…». E’ così. «Novantadue imbarcati, a mezzanotte, mare e cielo di un solo colore, nero, l’uomo alla guida dell’imbarcazione munito di bussola e telefonino: dopo dodici ore di mare eravamo a bordo di una nave militare italiana, sani e salvi; arrivammo ad Agrigento. La sosta in Sicilia è durata, quattro, forse cinque giorni fino a quando non siamo stati trasferiti a Taranto in un Centro di accoglienza, che non era quello in cui opero oggi. Dopo un po’, “costruiamo Insieme”, il CAS con cui sono stato prima ospite, poi operatore. Ho studiato, conseguito il mio titolo di studio; non mi sono fermato qui, voglio mettere insieme tutte quelle tessere del mosaico che mi permetteranno di guardare con serenità al mio futuro e risolvere il resto dei problemi che mi sono portato dietro; poca cosa rispetto a quelli che avevo trascinato via dal mio Paese: ora ho da dormire, mangiare, il mio lavoro, i miei risparmi, la mia vita sociale, penso sia più di un buon inizio…».AWAL IMMAGINE 02Sorride, Awal. Glielo facciamo notare. Condivide. «Questo sorriso lo sfodero da un anno, sarà una coincidenza, ma da quando lavoro con “Costruiamo Insieme” ho un approccio diverso con la vita, con gli altri, non voglio nascondere la mia felicità: penso di aver compiuto un grande salto, ma non mi riferisco allo stipendio, mi piace mettere al primo posto il rispetto e l’educazione che hanno tutti nei miei confronti; per me è un grande insegnamento, ho imparato io stesso quanto siano importanti questi due aspetti nel vivere civile: educazione e rispetto. Bene qui esistono tutti e due…».

Fine della conversazione. Si alza, Awal. Fa un passo indietro. «Scusa, mi rileggi l’ultima parte degli appunti?», domanda. “Rispetto, educazione: altrove non è la stessa cosa”, gli rileggiamo. «Non è forse meglio cancellare? Altrimenti sembra che lo abbia detto apposta e qui, come dite voi, passo per un “ruffiano”…». Awal, tranquillo: è bello così. La gente, i connazionali, gli altri ragazzi di pelle nera, che ci leggono devono sapere che esiste gente rispettosa. Gente amica. Il ragazzo venuto dal Benin, oltre a educazione e rispetto ha imparato la discrezione. E a non essere “ruffiano”, come dice lui. Ma anche gli altri devono sapere. Gli italiani stessi devono saperlo.

«Aiutare i deboli»

Francesco Pannofino, attore, doppiatore

In scena a Taranto con “Bukurosh mio nipote”, parla del suo impegno sociale e delle sue attività fra teatro, cinema, tv e radio. «Sostenere chiunque abbia bisogno, amo diversificare il mio lavoro, nel doppiaggio rispetto l’impegno dell’attore, ci metto del mio, ma quando è possibile prendo». Un saluto ai bambini del reparto di Oncoematologia di Taranto. 

«Chiunque abbia avuto fortuna, viva una vita brillante, un lavoro appagante, ha il dovere di dare una mano ai più deboli: lanciare un appello, realizzare un video, sensibilizzare l’opinione pubblica su certi temi, non costa niente». Parole di Francesco Pannofino. E’ lui un altro personaggio del mondo dello spettacolo portato ai microfoni di sito e web radio di “Costruiamo Insieme”. Attore, doppiatore, direttore di doppiaggio, è attualmente in teatro con “Bukurosh mio nipote”, ideale seguito de “I suoceri albanesi”, commedia dalle oltre duecento repliche. Anche questo titolo è all’interno della Stagione teatrale 2018-2019 promossa dell’associazione “Angela Casavola” di Taranto con la direzione artistica di Renato Forte.

Pannofino, le danno del “versatile”, la lusinga o le va stretto?

«Ci può stare, nel senso che mi piace diversificare, dunque, fare cinema, televisione, teatro, radio e doppiaggio: non sono scelte, sono occasioni di lavoro che si succedono fra loro e, questo non può che far piacere; naturalmente il teatro è il lavoro più emozionate che ti possa capitare fra i diversi impegni: c’è il pubblico in sala a darti subito il suo responso, ti fa sapere all’istante se gli stai piacendo o no; attualmente stiamo portando in scena una commedia di Gianni Clementi, “Bukurosh” appunto, che è figlia dei “Suoceri albanesi”: è la storia che continua, ma può essere vista a sé stante, vivendo di luce propria rispetto al precedente lavoro; certo, chi ha visto i “suoceri” è già affezionato ai personaggi, chi non li ha visti impara a conoscere personaggi e interpreti a partire dalle prime battute».Italian actor/cast member Francesco Pannofino poses for photographs during the photocall for the movie 'Ogni maledetto Natale', in Rome, Italy, 19 November 2014. The movie will be released in Italian theaters on 27 November. ANSA/CLAUDIO ONORATIVoce di George Clooney, Denzel Washington e tanti altri. Come entra in simbiosi con il personaggio? 

«Il doppiaggio è un lavoro molto complesso, non è facile coniugare diverse cose alla tecnica; è un trucco cinematografico, ricordiamolo: deve sembrare che in quel momento stia parlando l’attore originale; certamente più l’attore è bravo, più impegnativo ma evidentemente più bello è il doppiarlo, e anche più facile, se vogliamo. Se fai attenzione, quando doppi attori bravi può capitare di afferrare sfumature utili a migliorarsi nel lavoro».

Prende, ma dà anche.

«Non bisogna tradire l’opera originale, è necessario stare dietro ai tempi comici, occorre rispettarli altrimenti il rischio è andare fuori synch. C’è però anche una metamorfosi: molti attori li doppio da tanti anni e si può dire sia cresciuto assieme a loro».

Cinema, teatro, tv. Cosa dà e toglie ciascuna di queste attività nelle quali lei è impegnato?

«Dipende sempre da quello che fai, amo tutto il mio lavoro, non faccio gerarchie; non saprei: è bello quando giri un film, una fiction, quando fai teatro, un turno di doppiaggio, la radio; dipende anche come prendi l’impegno, poi, come dicevo, è anche bello diversificare, fare sempre la stessa cosa alla fine ti viene a noia».

Tv, da “Boris” a “Nero Wolfe”, voce fuori campo di “Emigratis”, programma con i pugliesi Pio e Amedeo. Appuntamento arrivato nei momenti giusti, quello con la tv, o più volte rimandato?

«Personalmente non scelgo, a volte ti chiamano per partecipare a un provino. Ringraziando il cielo, da quando ho iniziato a lavorare non ho avuto molti giorni di pausa, anzi un po’ di riposo non guasterebbe».

Italian actor/cast member Francesco Pannofino poses  for photographs during the photocall for the  movie 'Ogni maledetto Natale', in Rome, Italy, 19 November 2014. The movie will be released in Italian theaters on 27 November. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Quante volte al giorno le chiedono di rifare la voce di Clooney, Washington, Mickey Rourke, Wesley Snipes, Jean-Claude Van Damme?

«Sì, mi chiedono di fare dediche, una volta mi è stato chiesto di fare la sveglia per la nonna e sono stato costretto a dire “Sono le sette, Lucia, è ora di alzarsi”».

Nel suo futuro, più teatro, tv, cinema o doppiaggio?

«Non mi aspetto niente, meglio non aspettarsi niente, quello che poi arriva è tanto di guadagnato: ho sempre lavorato, intanto fino a Natale portiamo in scena “Bukurosh mio nipote”, poi ci sono film da finire, film girati in attesa di uscire, presto per parlare di progetti, insomma che dio ce la mandi buona…».

Sito e web radio di “Costruiamo Insieme” si rivolgono alle fasce deboli, quanto è importante in un momento storico che vive il nostro Paese, a quanti hanno bisogno del nostro aiuto. 

«Fare da testimonial a una qualsiasi iniziativa benefica lo ritengo un dovere, non mi è costato niente rivolgere un saluto ai bambini ricoverati nel reparto di Oncoematologia di Taranto. Mi sembra davvero il minimo realizzare un video per salutare i piccoli ricoverati in ospedale che trascorreranno il Natale in corsia, piuttosto che al caldo di casa propria. Per quanto riguarda le fasce deboli più in generale, per quanto posso cerco di dare una mano a chi soffre: chi è fortunato ha il dovere di pensare al prossimo, a chi non ha avuto la stessa fortuna tua».