Sotto lo stesso albero

“Costruiamo Insieme”, riunisce ragazzi di religione e colori diversi

Un solo scopo, celebrare l’amore per l’amore. Massimo rispetto per chiunque non abbia la nostra stessa pelle o preghi nel nostro stesso modo. «Oltre l’abbraccio simbolico», dice Nicole Sansonetti, presidente della cooperativa sociale.I GIORNI Etnie 03 - 1Un albero dai mille colori. Non solo grazie a quelle piccole luci appese all’ultimo piccolo abete messo in bella mostra nei Centri di accoglienza di “Costruiamo Insieme”. E’ una tradizione che si rinnova, una stretta di mano fatta davanti a uno dei simboli più famosi del Natale. In Italia il presepe riunisce i cattolici, descrive la nascita del Bambino Gesù; l’albero, invece, è il simbolo dei protestanti. In molte delle case degli italiani non è difficile imbattersi in uno e nell’altro: non è contraddizione, è solo amore per l’amore. L’affetto verso gli altri, la missione affinché ognuno nei confronti del prossimo sia più buono.

Alcuni nostri ragazzi si sono trovati sotto lo stesso albero. Come riunire una volta di più le diverse etnie, non solo sotto lo stesso tetto, ma anche davanti allo stesso simbolo, l’albero, che nel mondo civile – dove talvolta manca il rispetto per il prossimo – rappresenta il richiamo all’amore, la bontà.

I senegalesi Ibrahima e Papa Malik, i maliani Dramane e Gneriga, il guineano Ussumane, si sono prestati volentieri agli scatti fotografici. Qualcuno ha provato a spiegare loro cosa significasse fare un appello ai diversi colori di pelle: essere tutti più buoni, il messaggio. Due di loro hanno posato, indicato i diversi Paesi africani di provenienza, poi come nel loro stile, hanno rivolto una domanda. «Perché solo a Natale?». Cosa «perché solo a Natale?». «Perché solo in questi giorni la gente sente di dover essere più buona, quando dovrebbe sforzarsi – ammesso che voler bene agli altri equivalga a uno sforzo – ad essere più buona tutti i giorni che il Cielo manda in terra?». I GIORNI Etnie 02 - 1«PERCHE’ BUONI SOLO A NATALE»

I ragazzi hanno compiuto un bel salto in avanti, ci hanno restituito una lezione che spesso abbiamo tenuto ai nostri figlioli. E’ così che si fa. Punto secondo, perché c’è un’altra appendice: gli italiani di fede cattolica a Natale sembra pongano una tregua, non scritta, ma che circola da duemila anni. Altra considerazione dei ragazzi. «Fra noi ci sono cattolici e musulmani – dicono – secondo qualcuno dovremmo odiarci, ma questo qualcuno non ha compreso molto di noi, del nostro spirito; le nostre religioni hanno lo stesso scopo: rispetto e affetto verso il prossimo, di qualsiasi religione esso sia, anche se non ha un dio da invocare, nei momenti di sconforto come in quelli di debolezza…».

Dovrebbe essere una foto-simbolo e, invece, è diventata una lezione d’amore: come si ama il prossimo e come lo si rispetta. E’ così semplice. Diciamo la verità, adesso è più semplice. Dopo essere stati a stretto contatto con i ragazzi che non si sono prestati a fare solo da modelli alle nostre intenzioni, cioè mostrare etnie e religioni a braccetto i un Centro di accoglienza. In buona sostanza, questo era l’obiettivo di partenza, mostrare quanto i ragazzi, fra loro, di Paesi di origine e religione diversa, vadano profondamente d’accordo.I GIORNI Etnie 05 - 1IL NATALE SECONDO “COSTRUIAMO”

Ecco il nostro Natale. «Non vuole essere un abbraccio simbolico – dice Nicole Sansonetti, presidente di “Costruiamo Insieme” – ma qualcosa di molto più concreto: mostrare quanto i nostri ragazzi, chi lavora, chi studia, chi frequenta corsi di specializzazione e guarda al proprio futuro, in certi ragionamenti siano più avanti di noi; prestarsi a una foto significa dare un segno importante a chi non conosce la vita in un Centro di accoglienza: le nostre porte sono sempre aperte, c’è attività qui da noi: ci sono cuochi che preparano il pranzo a seconda dello stile di alimentazione di ciascuno dei nostri ospiti; non sono oggetto di violenza da parte della nostra cucina: anzi, mostrano di gradire e avvicinandosi anche alle nostre tradizioni; sono loro stessi a chiederci quale sentiero percorrere per stabilire un contatto sempre più stretto con i residenti; non è un caso che quest’anno, a proposito di Santo Natale, abbiano ospitato una banda musicale che ha eseguito le novene della nostra tradizione; abbiano imparato la ricetta per friggere le pettole il giorno di Santa Cecilia e offrire quelle invitanti e saporite pallottole di farina e lievito a musicisti e a quanti si sono avvicinati a “Cavallotti”, la sede di “Costruiamo Insieme”, all’alba dell’ingresso del Natale».

A proposito di alberi. Prosegue senza sosta la gara a colpi di “like” attraverso i social sull’albero più bello realizzato dai ragazzi delle diverse sedi dei Centri di accoglienza. Una competizione avvincente, fatta di “passaparola” per provare a convincere che esprimere un “mi piace” sia un pretesto per visitare le pagine del sito e di Facebook che “Costruiamo Insieme” allestisce e aggiorna quotidianamente. Come sempre vinca il migliore, ma anche se non vincesse, va bene così. Partecipare a un albero, a una stretta di mano, è come aver già vinto.I GIORNI Etnie 04 - 1

Senza senso!

Il nostro saluto ad Antonio Megalizzi.

Vivere non è facile, morire è ancora più semplice.

Soprattutto quando l’analisi della realtà abbandona concetti base della sociologia come la “stratificazione” e il “conflitto”.

E anche il concetto di guerra sarebbe dovuto crollare sotto la profondità ed il peso delle parole ma no, perché una sovra dimensione definita interesse ha spostato l’asse del dialogo trasformandolo in conflitto.

Ma ci sono guerre per le quali è difficile trovare un senso, ideologizzate per trovarne uno, e in realtà camuffate per negare a se stessi l’esistenza di un conflitto sociale tanto palese quanto reale.

Una vita accelerata, una merce in vetrina, in una ipermetropoli dove sono le marche a plasmare l’identità e il consumo è diventato quasi paradossale. Come fare a trovare una rotta se il modo nel quale viviamo promette a tutti felicità e benessere, ma in realtà dispensa solo ansia e insoddisfazione?

Se si presenta continuamente sotto l’aspetto di un mondo magico dove le persone possono esaudire qualsiasi desiderio, ma alla fine produce frustrazioni?” (Vanni Codeluppi, Ipermondo, Ed. Laterza).

In uno scenario di questo tipo è facile che una mano frustrata, ansiosa e insoddisfatta si armi per dare un senso a questo suo stato dell’essere e compia una strage autorappresentandosi in una guerra senza senso.

E’ così che martedì scorso, per una fatale coincidenza, un giovane giornalista italiano, Antonio Megalizzi, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ed è rimasto vittima di un paradosso sociale che la Francia, come altri Paesi, ancora non riesce a trasformare in realtà avendo negli anni stratificato una situazione che ha prodotto marginalità ormai difficilmente controllabili con leggi di polizia.

E’ facile pulirsi la coscienza definendo un soggetto “radicalizzato” nascondendo sotto il tappeto decenni di politiche anti sociali, di marginalizzazione, di esclusione.

Il fatto che rimane a noi, la sostanza, è che Antonio non c’è più, non c’è più la sua voce e la sua passione di raccontare il mondo.

Aveva messo in piedi una radio, Europhonica, con la voglia di raccontare il presente ed il futuro possibile.

E’ stato ucciso da una mano della sua stessa età privata del presente e senza futuro.

E, sia ben chiaro, non è una giustificazione del gesto deplorevole e infame che ha tolto la vita a cinque persone, ma una accusa alla cancellazione della visione della realtà rappresentata da una società che si sta sgretolando sotto il peso degli interessi che penetrano il muro facile fatto di assenza di valori.

Con la capacità indotta a digerire tutto e la normalizzazione anche di una strage, oggi i mercatini di Natale sono popolati di persone: gli attentati sono entrati nel calendario come le feste comandate.

Niente di straordinario, niente di nuovo.

E nessuna paura, i Governi ci sono: militarizzano le città e le piazze!

Cosa chiedere di più?

Politiche sociali più aderenti al contesto? Non si può fare, se lo scrivi ti arrestano!

«Un albero contro l’intolleranza»

“Costruiamo Insieme” lancia la gara fra i Centri di accoglienza

Il simbolo del Natale contro l’intolleranza. Operatori e ospiti impegnati nella corsa all’ultimo “like”. Idee originali e un messaggio per tutti.ALBERO 01 - 1E’ già sfida all’ultimo “like”. Anche quest’anno operatori e ospiti dei Centri di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, si stanno contendono il primo posto nella corsa all’albero più bello. Tutti hanno avuto in consegna un albero da addobbare secondo la propria fantasia, una qualità che i ragazzi vantano in quantità industriale.

In gara, “Cavallotti”, “106” sulla strada per Metaponto, “282” e “316” di via Principe Amedeo e “38” di via Gorizia. Alla vigilia del “via” circolavano già molte idee, alcune delle quali top secret, tante volte qualcuno avesse potuto copiare l’addobbo speciale che stava allestendo la concorrenza.

Lo scorso anno la corsa al podio è stato caratterizzato dal video di Silvia, in rappresentanza del “38”. L’operatrice del Centro di via Gorizia aveva esternato in un selfie la necessità di sostenere l’albero realizzato al “38”, una iniziativa che aveva scatenato chiunque nel premiare con un “mi piace” l’opera e l’originalità dell’appello.

Detto del rinnovato impegno di Silvia e del resto di operatori e ospiti di “Costruiamo Insieme”, gli alberi illuminati a festa in questi giorni completano il clima di calore che in questo periodo avvolge ciascuno dei Centri. «Come lo scorso anno – dicono due operatori – tutto è cominciato con le musiche eseguite la mattina di Santa Cecilia alle cinque del mattino: rispetto allo scorso anno, diciamo con grande orgoglio di avere registrato una new entry…». In effetti, è stata una iniziativa inattesa che ha riempito di un’atmosfera tutta tarantina “Cavallotti”, la sede sita nel centro cittadino di Taranto.ALBERO 02 - 1MUSICHE TRADIZIONALI, PETTOLE E…CONSENSI

I cuochi impegnati quotidianamente nella preparazione dei piatti per le diverse etnie ospiti all’interno dei Centri, hanno voluto cimentarsi nella frittura delle péttole, Le “pallottole” di pasta lievitata hanno fatto la felicità del palato dei musicisti della banda musicale “Lemma”, ma anche della gente che la mattina di Santa Cecilia si è avvicinata per ascoltare le pastorali intonate all’alba davanti al Centro di accoglienza.

Come abbiano fatto a realizzare quell’impasto e a friggere péttole da far venire l’acquolina in bocca al solo pensarci, è un mistero. Ci sarebbe qualche divertente indizio, ma fino a prova contraria se non ci sono certezze, meglio lasciare avvolto il tutto nel mistero. Una cosa è certa, il presidente, Nicole Sansonetti, ha fatto sentire la sua vicinanza. Ha compiuto un blitz in sede, assaggiato ed espresso il suo autorevole giudizio sulle pallottole lievitate e fritte. Come se fosse un giurato di “Masterchef”. «Ragazzi, la vostra avventura a “Costruiamo Insieme” in qualità di cuochi – rullo di tamburi… –  continua!».

E’ andata pressappoco così, raccontano le cronache. Ma a proposito di giudizi, lo stesso non può essere fatto dai vertici della cooperativa per la gara all’albero più bello, quello pieno di lucette ma anche di originalità. I dirigenti devono essere super partes, qualsiasi giudizio potrebbe trasformarsi in una indicazione di voto. E, sinceramente, in un periodo così particolare uno scivolone diplomatico potrebbe suscitare un vespaio di polemiche.ALBERO 03 - 1NON SOLO VOTI, CORSA ALLA SENSIBILIZZAZIONE

Ciò detto, ecco che è cominciata la “campagna” per la raccolta di voti. Tutti si stanno fiondando sui molteplici social, mentre fa testo Facebook, la pagina nella quale sono pubblicate le foto degli alberi e si raccolgono i “like”. Fioccano i consensi, in una sorta di “vale tutto”, sono in molti ad essersi scatenati alla ricerca di “mi piace”. Visitatori, amici, parenti, conoscenti, sono avvisati.

Non mancano gli inviti a lasciare un “like”. Il bello della gara è questo. Come il sapere che partecipanti e spettatori partecipino attivamente alla raccolta di consensi. Più sono i voti e le forze messe in campo, maggiore è il riscontro all’esterno di “Costruiamo Insieme”. Anche questo può essere uno scopo da raggiungere: far conoscere i Centri di accoglienza e che l’albero di Natale è solo l’aspetto più popolare dell’attività svolta.

L’albero anche quest’anno ha un duplice significato. Massimo rispetto delle tradizioni di un Paese che ha dimostrato cosa significhi accoglienza per quella gente fuggita da conflitti, guerre etniche e persecuzioni politiche; riunire sotto lo stesso simbolo etnie diverse, ragazzi con un colore di pelle diversa, con tradizioni religiose diverse ma che hanno grande considerazione del prossimo.

Insomma, anche questo è l’albero di “Costruiamo Insieme”: una corsa al maggior numero di “like”, ma anche un gesto civile per piegare le ultime resistenze in fatto di intolleranza.ALBERO 04 - 1

Fra opinione, pensiero e verità

La brutta faccia del “Bel Paese” nel rapporto censis

«Pur essendo questo logos comune, 

la maggior parte degli uomini vivono

 come se avessero una loro

 propria e particolare saggezza.»

Eraclito

Opinione e apparenza hanno la stessa identità e rappresentano l’opposizione tra l’opinione e la verità. 

L’opinione, però, va tenuta in seria considerazione in quanto rappresenta il primo passo della via verso la verità. 

E’ una sorta di trasposizione del rapporto fra l’inseguire le “cose belle” e guardare alla “bellezza” in senso assoluto, non soggettivo.

Il 52° Rapporto del CENSIS sulla situazione sociale italiana reso pubblico in questi giorni fornisce la fotografia di un Paese che ha smesso di pensare per abbandonarsi al più comodo e semplice mondo delle opinioni.

Lo stesso CENSIS lo definisce frutto di un “sovranismo psichico” proponendo una serie di numeri e dati preoccupanti se rapportati alla percezione di un processo di reintroduzione di un concetto antico che ha una sua dimensione reale nel quotidiano.

Barbaro è la parola con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri, cioè coloro che non parlavano greco e quindi non erano di cultura greca, ovvero altro rispetto al loro parametro di civiltà e, pertanto, potenziali portatori di un processo di imbarbarimento.

Oggi, il 58% degli italiani ritiene che gli stranieri tolgano lavoro, il 63% crede che siano una spesa non sostenibile per il welfare e che siano un peso per servizi pubblici ed il sistema assistenziale, il 69,7% non li vorrebbe come vicini di casa, il 75% è convinto che l’immigrazione aumenti il rischio di criminalità.

Ma questi numeri hanno una radice più profonda: solo il 23% degli italiani ritiene di avere una capacità di spesa e una situazione salariale migliore di quella dei genitori in un Paese che vede il salario medio scendere progressivamente.

Insomma, una sorta di scenario da lotta fra poveri che sostituisce il pensiero con l’opinione per evitare il necessario scontro/confronto con le cause reali.

Il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di attesa di cambiamento e di deludente ripresa che stiamo attraversando. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto descrivendo la transizione da un’economia dei sistemi a un ecosistema degli attori individuali, verso un appiattimento della società” (fonte CENSIS).

Il nostro è diventato un Paese deluso e incattivito!

«Felice, finalmente!»

Bakari, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Per la prima volta ho avvertito la sensazione di gioia. Quando mi hanno chiesto di salire “a bordo” della cooperativa, ho capito di colpo cosa significassero libertà e serenità. Quattro anni lontano da casa, due anni di lavoro, Guinea, Libia e Italia, Taranto. Prima Gioia del Colle, poi il ritorno, il lavoro!»    

«Collaboro dall’aprile dello scorso anno con “Costruiamo Insieme”, mentirei se non dicessi che da allora è cambiata la mia vita: vedo tutto con occhi diversi, insomma sono sereno rispetto ai primi anni lontano da casa, tristi e pieni di nostalgia: perché se la mia vita è ricominciata nell’aprile 2017, la mia storia fatta di fughe, sempre da qualcosa, è cominciata nel 2014…».

Sorride Bakari, venticinque anni, gambiano, cinque fratelli rimasti a casa. Papà e mamma, purtroppo, non ci sono più. Capelli lunghi e ricci, dita lunghe e affusolate, le usa per sistemarsi il cartellino di cui va orgoglioso, quello con su scritto “operatore”. E’ un ragazzo solare, modalità che ha cominciato ad accarezzare, fino ad appropriarsene, a partire da quel giorno quando a “Costruiamo Insieme”, proprio come avevano fatto con lui militari italiani che gli avevano prestato soccorso, gli hanno dato il “Benvenuto a bordo!”. «“Bakari, sei uno di famiglia!”, ho gioito, ma per realizzare, rendermi conto che fosse tutto vero, ci ho messo un po’ di giorni, settimane: avevo un lavoro, da quel momento potevo cominciare a guardarmi intorno, provare a osservare il futuro con maggiore tranquillità, non avevo più la fretta di girare per città e paesi in cerca di un lavoro, anche saltuario: nel frattempo, qualche volta avevo sentito qualcuno lasciarsi sfuggire frasi non sempre ripetibili – mai risposto – nonostante le parole a volte facciano più male di un pugno sferrato allo stomaco».BAKARI articolo 1Bakari, è passata. Adesso è diverso, quel cartellino appeso a un laccetto è quasi un lasciapassare per la felicità, come ci spiegherà. Spegne per un attimo il sorriso, il discorso si fa serio, torna malinconico. «Lontano da casa – spiega – era già un tormento, come il girare a vuoto in cerca di futuro, ovunque andassi una volta fuggito dal Gambia, il lavoro non era per sempre: era per un giorno, una settimana. Nel 2014 sono arrivato in Guinea, dovevo darmi da fare, avevo messo a frutto un lavoro che a casa mia avevo soltanto visto eseguire: quello di falegname, così ho imparato presto a fare mobili, belli anche, ma non era un lavoro stabile, avevo la sensazione che quella storia finisse da un momento all’altro, tanto valeva darsi fretta e spezzarsi la schiena, tirare fuori soldi da quella attività e mettere insieme il denaro per pagarmi il viaggio per l’Italia…».

Passaggio obbligato, la Libia. «Un mese di attesa – ricorda – senza persecuzioni, senza che nessuno ci svuotasse le tasche o strappasse soldi dalle mani: con altri, interessati come me alla fuga dall’Africa, aspettavo pazientemente notizie per trovare un’imbarcazione per il viaggio; finalmente ci avvisarono e partimmo per l’avventura; non sapevamo dove quel lungo tratto di mare ci avrebbe condotti, chi poteva saperlo: potevamo trovare altre navi che ci avrebbero ricondotto al punto di partenza, scaricati chissà dove, usati come schiavi: un viaggio verso l’ignoto…».BAKARI articolo 2Imbarcati in novantatré. Novantaquattro con Bakari. «Un colpo di fortuna – racconta – era appena un giorno che viaggiavamo verso non sapevamo quale destinazione, quando incontrammo la nave giusta, una nave militare italiana che prestava soccorso nel Mediterraneo, che il Cielo l’assista: salimmo a bordo, altri tre giorni di mare, ma assistiti in tutto dall’equipaggio della nave».

L’arrivo a Taranto. «Sbarcammo direttamente in città: insieme ad altri fui assegnato al Centro di accoglienza di Gioia del Colle, stavo per compiere un primo passo verso un futuro meno complicato di quello che avevo conosciuto prima in Gambia, poi in giro per l’Africa, dalla Guinea alla Libia; parlo inglese, francese e italiano, mandinka, wolof, fula, tutte lingue del mio Paese, questo mi ha aiutato molto: infatti, hanno cominciato a chiamarmi come interprete, poi a conoscermi, fino a quando non sono arrivato a Taranto e a “Costruiamo Insieme”; è qui che mi hanno visto all’opera: non pensavo che la mia passione per le lingue potesse diventare un lavoro…».

Prima che incontrasse “Costruiamo Insieme”, Bakari aveva fatto altri lavori, non solo il falegname. «Lavoravo in campagna, facevo di tutto e non mi tiravo indietro davanti a niente. Piantavo e raccoglievo, caricavo e scaricavo il raccolto, ogni mattina sveglia alle cinque, in piedi e di corsa nei campi, chiunque a questo punto può immaginare quanto sia stato felice che la cooperativa che mi aveva prima accolto, mi stesse chiedendo di lavorare come operatore: ora che ricordo, quando mi è stato chiesto cosa provassi in quel preciso istante, ho usato per la prima volta una parola italiana: felicità; ecco, felicità: di colpo mi sono sentito bene, stavo assaporando in pieno il significato di libertà e serenità insieme, perché cosa sono serenità e libertà se non una grande felicità!».

«Professionali e operosi»

Pierguido Conte, direttore del Dipartimento di riabilitazione Asl

«Ma dateci tempo, spesso il cittadino non comprende che a fronte della domanda l’attesa è necessaria. Un reparto a Grottaglie, quaranta posti-letto, voluto dalla Regione. Personale ospedaliero: preparato e dedito all’accoglienza»

Altro ospite autorevole della rubrica “Assistenza & Assistiti”. Protagonista dell’incontro, il dott. Pierguido Conte, direttore del Dipartimento di Riabilitazione dell’Asl di Taranto

Dipartimento di riabilitazione, di cosa parliamo.

«E’ una struttura che raccoglie gran parte delle attività che la nostra stessa Asl in campo riabilitativo eroga ai cittadini della provincia di Taranto; questa è diffusa sul territorio in modo capillare con una quantità notevole di addetti ai lavori, circa duecentosettanta: le sedi periferiche, sette, e una centrale, in viale Magna Grecia, angolo corso Italia a Taranto, si organizzano per rendere fruibili le terapie riabilitative, soprattutto per i pazienti cronici, quanti cioè hanno una malattia disabilitante e non vanno incontro a una guarigione rapida, o, purtroppo, non vanno incontro a guarigione; dunque, per gestire più agevolmente questi pazienti, ecco le sedi dislocate un po’ ovunque. Detto questo, il nostro Dipartimento si avvale anche del supporto di strutture esterne contrattualizzate, una esternalizzazione del servizio, in quanto nel corso degli anni la quantità di terapie da erogare è cresciuta».CONTE articolo 01L’importanza di un servizio come questo.

«Siamo chiamati a seguire l’evoluzione del sistema, nato negli Anni 50, quando era prevalentemente rivolto alle patologie dei bambini con problemi alla nascita: all’epoca esistevano organizzazioni come Anffas e Aias, successivamente diventate Consorzio provinciale per portatori di handicap, a sua volta assorbito dal sistema pubblico. A questo punto, l’Asl ha cominciato a farsi carico di altri tipi di disabilità, soprattutto appannaggio dell’età avanzata: per esempio, la crescita esponenziale delle fratture di femore, politraumi e ictus, sempre più frequenti in individui che abbiano superato i settant’anni; oggi, che ci proiettiamo verso una popolazione con un 20% superiore alla soglia dei settanta, dopo la fase acuta questi casi richiedono un intervento ortopedico di stabilizzazione di una frattura; dopo il ricovero ospedaliero, dopo l’ictus, andiamo incontro a una fase riabilitativa: l’assistito deve essere restituito al mondo della lavoro, alla vita sociale, familiare, nella maniera più autonoma possibile».

Quali le attività per le quali, oggi, vi spendete di più.

«Oggi è importante comprendere che le risorse a disposizione del sistema vanno distribuite in maniera ragionata; per avere la gestione di una popolazione ultrasettantenne, pertanto occorre un impegno capillare sul territorio cercando di evitare gli sprechi; sostanzialmente, una volta si pensava che le persone dovessero essere ricoverate, oggi si intende “deospedalizzare”, fare assistenza a domicilio e registrare un rientro il più precoce possibile del paziente».CONTE articolo 02I tarantini agli sportelli.

«Chiunque faccia front-office, sa bene quanto sia complesso avere a che fare con utenza, a volte poco paziente; quando il dialogo è difficile, diventa anche complicato rispondere ad aggressioni non solo verbali; in gran parte registriamo i complimenti di cittadini che hanno appena concluso il ciclo di terapia, ma ogni tanto ci si scontra con gente che provoca, non intende aspettare, chiede la luna nel pozzo. L’invito a questi ultimi: siate comprensivi, spesso il personale ha già ore di lavoro sulle spalle e, dunque, non è giusto agire nei confronti di questo in modo sconsiderato; del resto, ogni giorno facciamo il possibile per essere sorridenti, accoglienti, gentili: se non riusciamo a dare risposte tempestive è solo perché il numero di richieste è davvero alto».

Offerta, auspici, cosa vorrebbe si riconoscesse al suo Dipartimento?

«Abbiamo costantemente cercato di implementare le nostre offerte, l’ultimo sforzo che contiamo di portare a termine è un reparto nell’ospedale di Grottaglie: la Regione Puglia ha intenzione di costruire un Polo riabilitativo con 40 posti-letto; ci stiamo sforzando per condurre in porto questo progetto nella maniera migliore, lo scopo è fornire qualità mediante interventi, limature, incontri con il personale per la messa a punto di meccanismi e procedure; cose che avvengono, sì, ma gradualmente.

L’auspicio: giudicateci a giochi fatti, quando avremo avuto il tempo, da qui a sei mesi, una volta messo a punto il sistema. Già oggi abbiamo una funzionalità di reparto eccellente; ho avuto un incontro con il personale, preparato e dedito all’accoglienza: infermieri, operatori sanitari, fisioterapisti, medici che vantano alta capacità professionale; dobbiamo sviluppare il sistema, dunque, al di là delle polemiche, aspettative a volte esageratamente frettolose, chiediamo solo il tempo necessario per fare le cose per bene in nome della qualità».

La negazione dell’essere

Lettera dal mondo di mezzo.

Fra il tutto e il niente esiste una via di mezzo: è il nulla!

Quella dimensione del “non essere”, la mortificazione nel suo significato più profondo e puro (vivere da morti o essere morti dentro in quanto privati della capacità di agire).

La distruzione di qualsiasi aspettativa, di un progetto di vita. Magari, il dissolvimento di ciò che avevi sognato, di un traguardo per il quale hai sacrificato e messo a rischio anche la vita stessa pensando: o tutto, o niente!

Poi, ti ritrovi nel nulla, ne tutto, ne niente! 

Nell’assenza dell’efficacia e della validità: una nullità!

Sogno, aspettative, idealizzazione: tre parole uscite dal mio vocabolario perché inutili, come tutto ciò che produce sofferenza, per lasciare spazio ad una parola che di per se rappresenta una dimensione dell’essere: disillusione!

Ma, la disillusione rappresenta, nei suoi tratti anche strani, una situazione di equilibrio, un modo di rapportarsi agli altri e al mondo in maniera diversa, scevra da emozioni e libera da vincoli.

Scappare, essere cacciati o “allontanati”, oggi sei dentro domani sei fuori, oggi sei una persona domani un fastidio, una cosa di troppo perché quando qualcuno decidendo cosa è meglio per se ha deciso del tuo destino non ti fa star bene.

Non starebbe bene nessuno.

E, allora, quando cerchi di indagare una dimensione dell’essere che senti anche tua, nascono spontanee alcune riflessioni, spesso represse e viene fuori una…..

LETTERA DAL MONDO DI MEZZO

Ma non sei tu quello che da tanto tempo è entrato in casa mia, nel mio Paese, hai fatto scempio di tutto ciò che mi apparteneva, ti sei arricchito delle mie ricchezze, mi hai reso anche schiavo per un pezzo di pane?

E se non ho mai avuto neanche una macchina, sono stato io a fare il buco nell’ozono e subire la desertificazione delle mie terre?

In Italia la televisione la guardo e vederti ridere sul tema delle migrazioni per cause climatiche e ambientali mi mortifica e mi disillude perché so che non hai coscienza ne conoscenza di ciò che dici.

Fossi morto vivo a casa piuttosto che in terra straniera avrei risparmiato almeno l’umiliazione, il rifiuto, il rigetto.

Sono cresciuto fra le piante e gli animali e ho sempre avuto rispetto per ciò che mi circondava e mi dava da vivere.

Poi, siete arrivati voi e tutto è finito.

Voi che non avete rispetto neanche delle persone: ci chiamate profughi, immigrati, migranti, clandestini, neri, richiedenti asilo….

Persone mai!

Pensando al mio viaggio, al netto della necessità, fatto di sogni, di aspettative, di illusioni e guardando all’Italia come uno dei fulcri della cultura, mi viene in mente Dante e la sua Commedia. Sopra ogni cosa, la figura di Caronte, il traghettatore da un mondo all’altro.

Voi italiani dovreste sapere che con Caronte senza obolo non si passava e si era costretti ad errare in un eterno senza pace nella nebbia del fiume Acheronte.

E se, sempre restando sul tema dell’antica cultura, nessuno mai che non fosse un Dio, una Dea o un eroe è passato dall’altra parte della dimensione umana, perché io mi ritrovo all’inferno?”.

“Le stelle stanno in cielo.

i sogni non lo so,

so solo che son pochi

quelli che si avverano!”

Vasco Rossi

«“Costruiamo”, la mia casa»

Adnan, operatore, si racconta

«In Italia per studiare da ingegnere elettronico, a coronare il mio primo sogno ci ha pensato la cooperativa sociale. Fortunato rispetto ad altri ragazzi che vedono l’Italia come occasione di vita. Assisto i ragazzi nelle pratiche, i permessi di soggiorno e, se possibile, nel trovare un lavoro»

Avrebbe voluto fare l’ingegnere, un progetto che non ha abbandonato del tutto, ma con un contratto con “Costruiamo Insieme” ha coronato un suo primo sogno. «Avere un posto di lavoro come operatore, uno stipendio sul quale contare, è fondamentale: nel mio recente passato, proprio la mancanza di soldi per finanziarmi gli studi ha rallentato il mio percorso formativo». Adnan, ventisette anni, tre fratelli rimasti in Pakistan, chi a studiare, chi con famiglia a lavorare, racconta la sua vita di ragazzo che guarda all’Occidente come occasione di lavoro e una vita fatta di soddisfazioni.

«Come molti miei coetanei – dice Adnan – passavo tempo documentarmi su internet, una volta al computer consultavo siti e occasioni di studio, più che di lavoro, a quello – mi dicevo – ci avrei pensato a tempo debito».

Adnan, una cartellina sotto un braccio, la posa per qualche minuto, il tempo di una breve chiacchierata. Custodisce una serie di documenti richiesti alle autorità per conto dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”. Torniamo per qualche istante in Pakistan, davanti a un pc, quello schermo che il ragazzo con in testa un mare di sogni consulta ogni giorno. «E’ proprio in uno di questi approfondimenti che nasce la passione per l’elettronica: nel mio Paese avevo già compiuto un primo ciclo di studi, per completare il mio percorso avrei dovuto proseguire altrove questa mia passione».ADNAN articolo 01Dal computer, a un lungo viaggio, all’arrivo in Italia. «Destinazione Torino, primo passo l’iscrizione al Politecnico: molto bello frequentare l’università, impegnarsi negli studi, c’era però un “ma” con il quale i miei progetti proprio non riuscivano a combinarsi; non era sufficiente, infatti, che lavorassi in un fast-food: per iscrizione, libri e frequentazione universitaria ci volevano soldi, molti soldi; ho studiato un anno, dato esami, avevo imboccato la strada giusta, ma gli studi di ingegneria vanno affrontati con il massimo impegno: dovevo studiare di più e lavorare meno, ma se non lavoravo di più non avevo soldi a sufficienza per garantirmi lo studio, insomma come dite da queste parti era il classico cane che si mordeva la coda».

Fino a quando non ha preso una decisione, saggia, considerando che uno dei suoi sogni lo ha temporaneamente riposto nel cassetto. «C’è un tempo per qualsiasi cosa – spiega Adnan – anzi mi ritengo molto fortunato rispetto a miei connazionali o altri ragazzi che sono arrivati in Italia, o comunque in Europa, con la prospettiva di un posto di lavoro; lavorare per “Costruiamo Insieme”, per me, è un sogno, e non lo dico per compiacere chi mi ha dato questa occasione per guardare più serenamente al mio futuro: faccio un lavoro che mi ripaga in termini di soddisfazioni, molto utile ai ragazzi che incontro, ma si sentono smarriti in un altro Paese o non sanno quali passi compiere per garantirsi un permesso di soggiorno e trovarsi un lavoro».

Adnan, non dispensa solo documenti. E’ prodigo di consigli. «In questo lavoro ci metto l’anima – riprende – lo avverti sulla tua pelle che i ragazzi con i quali ti relazioni hanno bisogno di te, una parola di speranza. Così provo a consolarli quando si sentono giù di morale, do qualche consiglio quando mi chiedono quali passi compiere, con loro ho stabilito un rapporto umano, ma non sono il solo, qui, a provare a risolvere problemi. Non ho una banca-dati, ma se si prospetta l’occasione di un lavoro, sento che qualcuno ha bisogno di ragazzi di buona volontà, ecco, io segnalo loro questa possibilità».ADNAN articolo 02Lo stesso operatore, ci raccontava, ha compiuto un primo percorso. «Ho fatto il cuoco, mi sono inventato questo mestiere: ci vuole voglia di imparare e applicazione, posto che trovi qualcuno disposto a insegnarti; questi miei primi insegnamenti mi sono serviti nel lavorare speditamente in un fast-food; preparare panini e “piatti” con una certa velocità mi è servito molto; intanto a tenere sveglia la mente, lavorando con passione e mai facendo le cose in automatico: anche un solo toast va fatto con impegno».

Adnan, padrone dell’inglese che parla correntemente, ha imparato di corsa anche l’italiano. «Anche questo grazie a “Costruiamo Insieme” – dice il ventisettenne pakistano – in due anni ho perfezionato dizionario e pronuncia; ora parlo italiano e inglese, leggo e scrivo arabo; parlo altre lingue, dialetti della mia terra, urdu, panjabi, hindi e altro ancora; tutto, nella vita, torna utile, lo stesso gli studi svolti prima nel mio Paese, poi quelli appena arrivato in Italia».

A proposito del Politecnico. «Sette anni fa sono partito dal mio Pakistan, un viaggio programmato e non di fortuna: sono arrivato in Italia perché il mio obiettivo era la laurea in Ingegneria elettronica; mi sono dunque iscritto al Politecnico di Torino, fatto il primo anno di studi, poi fermato per i motivi già spiegati: non riuscivo a lavorare tanto e, allo stesso tempo, studiare materie che richiedono massimo impegno e concentrazione; spero di avere solo rinviato quest’altro mio sogno. Il primo, trovare un posto di lavoro, avere autonomia e dignità, l’ho raggiunto: grazie alla cooperativa con la quale sono impegnato da due anni».

Addio agli studi, nemmeno a parlarne. «Se potessi continuare a lavorare e studiare da queste parti, sarei felicissimo: proverò a comprendere se gli esami già svolti al Politecnico di Torino possa trasferirli ad una università vicina, Bari per esempio; intanto proseguo nel mio percorso per “Costruiamo”, la mia casa…».

«La mia Città vecchia»

Enzo Risolvo, operatore culturale

«Sono nato nel Borgo antico. Con le scuole ho istruito le prime “mini guide”, scritto un dizionario con più di ventitremila vocaboli. L’importanza di De Vincetiis e Gigante, ma anche del grande Giacinto Peluso»

Enzo Risolvo, operatore culturale, autore di numerosi libri sulle bellezze della Città vecchia, prima guida fra i vicoli dell’Isola, in queste settimane ha pubblicato un dizionario sulla lingua tarantina. Il dialetto è stato più volte oggetto di sue pubblicazioni, ma il vocabolario ha richiesto un impegno di più di sei ani. Di questo e altro discorriamo in questo breve incontro.

“Sono nato in città vecchia, vico Zippero, lo dico con orgoglio. A metà degli Anni 90, invece, mi sono allontanato, andando ad abitare al quartiere Tamburi, anche se l’amore immenso per quello che molti chiamano Borgo antico, è rimasto tutto.

In Città vecchia, non lo nascondo, ho vissuto la povertà, il periodo in cui alle famiglie bisognose si donava il pacco-viveri. Da piccolo vedevo in questo gesto una sorta di umiliazione, tanto che è proprio da lì mi è scattato qualcosa dentro: grande affetto e orgoglio nel rivedere riqualificati i palazzi della Città vecchia, ma permettetemi, grande amore per la gente che ha abitato e abita quei luoghi. Da quel momento ho visto il mio impegno sotto l’aspetto sociale, dunque continui contatti con i residenti, relazioni con parrocchie e associazioni, centri sociali, suore, parroci, confraternite, soprattutto con la scuola. Con tutte le scuole svolgo attività culturali, con quelle del Borgo antico anche attività sociale. E lì, quella povertà subita da piccolo, esiste ancora”.ENZO RISOLVO copertina definitivaUn invito forte il suo: prima conoscete la Città vecchia, poi parlatene.

“Quando i ragazzi della Città vecchia una volta superavano il Ponte girevole per affacciarsi al Borgo, venivano apostrofati come “cozzari”. Quasi fosse un’operazione di ghettizzazione del residente, che alla fine penalizza sì l’“isolano”, ma anche il resto della Città, perché Taranto alla fine è una sola. Ecco perché prima di apostrofare qualcuno è bene rendersi conto del suo vissuto”.

La sua associazione culturale “Taranto centro storico”, i turisti e la “sua” Città vecchia.

“Ho iniziato a fare visite guidate negli Anni 80, quando ancora nessuno accompagnava i visitatori a riscoprire le bellezze di una Taranto che ha numerosi tesori nascosti proprio in quel suo angolo. Questo fino a quando con la scuola “Galilei”, nella persona del suo dirigente scolastico, Gennaro Esposito, e alcuni insegnanti, abbiamo pensato a un laboratorio per preparare degli studenti giovanissimi come “mini guide”, che a loro volta accompagnassero coetanei di altre scuole cittadine alla scoperta delle bellezze della Città vecchia. Il destino ha poi voluto che molti di questi alunni, una volta diventati grandi, si iscrivessero all’istituto “Cabrini” e frequentassero corsi professionali per guide. Tornando all’associazione della quale oggi si occupa mia figlia: mediamente nella Taranto antica ogni anno vengono accompagnati dai tredicimila ai quindicimila visitatori”.
ENZO RISOLVO articolo 02Cosa ricorda di quella esperienza in veste di “istruttore”?

“Una cosa per certi versi dolorosa, molte delle scuole che avevano manifestato interesse nel far visitare la Città vecchia ai loro alunni, si presentavano con elenchi depennati: i genitori dei ragazzi non volevano che i loro figli entrassero nel Borgo antico; fine degli Anni 80, inizio dei 90, Taranto registrava conflitti sanguinosi da parte della malavita per il controllo del territorio, dunque comprendevamo anche certe scelte.

Oggi viviamo un’altra realtà, esistono centinaia di guide che accompagnano turisti affascinati dalle bellezze della Città vecchia; l’Isola accoglie ormai da anni la sede universitaria, nel periodo primaverile ogni giorno sono migliaia gli studenti che circolano per le strade della Taranto antica. Diciamo, con orgoglio, che quel nostro lavoro ha rappresentato il primo mattone nel recupero di una storia che diversamente ci sarebbe sfuggita di mano. Non ho mai smesso di coltivare corsi per “mini guide”, tant’è che in collaborazione con le scuole della Città vecchia nel periodo natalizio e in quello pasquale, gli alunni accompagnano coetanei e gente incuriosita da questa singolare modalità, a riscoprire le bellezze di un tempo”.

Infine, Risolvo, sei anni e mezzo per realizzare un dizionario di tarantino pubblicato con la “Scorpione Editrice”.

“Un’esperienza straordinaria, come può essere uno studio che alla fine ha condotto alla stesura definitiva – fino al prossimo aggiornamento – di 23.150 vocaboli, per 1.400 pagine, forse 1.200 se l’editore Piero Massafra, intendesse ridurre i caratteri di stampa; ho consultato il De Vincentiis e il Gigante, approfondendo lo studio con i dizionari siciliani, campani, toscani, perché esistono altri vocaboli che con il tempo i tarantini hanno fatto propri. Fra gli studi, mi piace segnalare quelli svolti su Giacinto Peluso, che andrebbe riscoperto: a lui va riconosciuto il grande impegno nell’aver qualificato la tradizione tarantina”.

Socializzazione e crescita culturale

Modugno, il progetto “Movimento e creatività oltre ogni barriera”

“Costruiamo Insieme” e un’azione-programma per affermare un processo di crescita attraverso uno scambio umano e relazionale

Uno dei progetti nei quali “Costruiamo insieme” è stata impegnata nella sua attività è sicuramente quello scaturito dalla concessione della struttura polifunzionale “Chiccolino”, sita nel quartiere Cecilia di Modugno e promossa in partenariato con l’Associazione Sportiva Dilettantistica “Virtus Modugno”.

Una candidatura, a suo tempo, avanzata considerando le modalità previste dalla normativa in materia di concessione della struttura polifunzionale al fine di realizzare l’Azione-Programma denominata “Movimento e Creatività oltre ogni barriera”. Scopo del progetto, il rafforzamento di percorsi inclusivi attraverso attività di socializzazione, promozione e crescita culturale, benessere psico-fisico rivolti a persone, bambini, giovani e anziani, senza alcuna distinzione etnica, in situazione di fragilità sociale.

Base dell’idea progettuale, la realizzazione di un luogo di incontro-incrocio fra “diversità” (dalla diversabilità alla differenza culturale) in modo tale da generare un positivo processo di crescita fondato sul reciproco scambio umano e relazionale, oltre che sulla promozione di un ricongiungimento generazionale attraverso la trasmissione di competenze e sapere.

L’azione del progetto è stata concretizzata attraverso attività diversificate con l’obiettivo di raggiungere migliori livelli di inclusione sociale, integrazione e autonomia che privilegiassero il movimento e la crescita socio-culturale attraverso: Attività motorie; Attività artistiche manipolative (scultura, disegno, pittura, orto sociale/serra); Attività artistiche espressive(musicali, teatrali, cinematografiche).

La realizzazione delle attività anzidette, oltre al coinvolgimento diretto delle organizzazioni costituenti la partnership attraverso le proprie competenze specifiche e le risorse umane disponibili, si è avvalsa di una rete di soggetti già attivi nello specifico settore delle “diversabilità” e associazioni attive sul territorio con le quali sottoscrivere protocolli di collaborazione. Fra queste, avevano manifestato interesse: l’ASFA (Associazione a Sostegno Famiglie con Autismo) e il Centro Diurno Dipartimentale “Cunegonda” della ASL di Bari.

Una volta formalizzatosi, e alla luce del partenariato stabilito con l’Associazione Sportiva Dilettantistica “Virtus Modugno”, il progetto scaturito dalla concessione della struttura polifunzionale “Chiccolino” di Modugno, nel tempo ha garantito i servizi di custodia e manutenzione degli spazi interni ed esterni nonché l’assunzione e l’onere economico relativo alle forniture di servizi.