Diodato, assopigliatutto

In una sola stagione, per il cantautore tarantino un premio dopo l’altro

A Sanremo con “Fai rumore” ha raccolto di tutto e di più, dalla vittoria fra i big al Premio della critica. Poi con “Che vita meravigliosa”, nel cinema, colonna sonora de “La dea fortuna” di Ferzan Ozpetek. In questi giorni ha preso il via il tour “Un’altra estate”. A Ferragosto, a Grottaglie, ospite del Cinzella Festival.

«Sono nato ad Aosta, ma mi sento tarantino a tutti gli effetti, mi sento uomo da città di mare, il mio sogno è quello di cantare un giorno al centro di una piazza centrale, piazza Garibaldi, con vista su via D’Aquino, a una incollatura dal Lungomare e dal Ponte girevole: lì da studente ho debuttato con un mio complesso musicale…».

Così Antonio Diodato, tarantino appunto, trentanove anni ad agosto, vincitore dell’ultima edizione del Festival di Sanremo e tanti altri premi da farne l’artista italiano più premiato in una sola stagione. Taranto è orgogliosa del suo pupillo. E come non potrebbe esserlo, con un patrono, San Cataldo, notoriamente “amante dei forestieri”, considerando che Diodato le prime parole dopo la vittoria nella kermesse canora più popolare, il primo pensiero lo ha rivolto ai suoi genitori e alla sua città. E’ raro che questo accada. Non di recente, visto che anche il suo amico e concittadino, Michele Riondino, pur rischiando di compromettere una carriera brillante di attore, ha spesso scherzato con i “santi”, parlando di Taranto, i fumi dell’industria e costruito un Primo Maggio, ad ogni occasione, dalla Rai a Canale 5 passando per La7. Dunque, Diodato, uno degli ospiti fissi del Primo Maggio tarantino, ha rimandato la festa nella sua città, causa lockdown. Si rifarà parzialmente a qualche chilometro del capoluogo ionico, a Grottaglie, a Ferragosto in occasione del Cinzella Festival.

ANTONIO, UN PRIMATISTA!

Ma torniamo a Diodato recordman. Da queste parti amano dire “assopigliatutto”. Non c’è stata una manifestazione, dalla musica al cinema, dove Diodato non abbia messo becco e ritirato almeno un premio: sei in tutto, quest’anno. E non è ancora finita, visto che i primati sono fatti per essere, perché no, perfezionati.

Dunque, quest’anno è stata un’annata davvero eccezionale per Diodato. Unico artista italiano, dicevamo, ad aver vinto nello stesso anno con la canzone “Fai rumore” il Festival della canzone italiana (Sanremo), il Premio della critica Mia Martini (Sanremo), il Premio Sala Stampa Radio Tv e Web (Sanremo), il Premio Lunezia, e, con “Che vita meravigliosa” il premio David di Donatello (Miglior canzone originale) e i Nastri d’argento (Migliore canzone originale), colonna sonora del film “La dea fortuna” di Ferzan Ozpetek, contenuta, insieme alla stessa “Fai rumore” nell’album “Che vita meravigliosa”.

Lunedì scorso, giorno della scomparsa del grande Ennio Morricone, durante la cerimonia di premiazione dei Nastri d’Argento, al MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, a sorpresa Diodato ha reso un emozionato e sincero omaggio al più grande compositore del Novecento, tributandogli “Nuovo Cinema Paradiso”. Altri meriti, tanto per gradire, il Disco di platino per “Fai rumore”, sesto singolo più venduto del primo semestre del 2020.

Sabato 4 è iniziata l’estate live di Diodato dalla Valle d’Aosta, duemila metri di altitudine con un concerto che ha registrato il tutto esaurito che ha dato il “la” ad appuntamenti inediti, nel segno di un nuovo dialogo musicale fuori programma che vedono l’artista suonare dal vivo in alcuni posti straordinari, nel rispetto delle regole attuali. Fra i concerti, si diceva, il 15 agosto al “Cinzella Festival”, Grottaglie.

EMILIANO E MELUCCI «COMPLIMENTI!»

Il tour di Diodato prende il nome dal nuovo singolo, “Un’altra estate”, tormentone alternativo, scritto durante il lockdown, e tra i brani più suonati in assoluto in Italia, di cui è disponibile il videoclip (regia di Priscilla Santinelli, produzione Borotalco Tv). Tema della canzone, la fine di un tempo sospeso, simboleggiato dall’apertura delle pareti di una grande scatola che fanno tornare l’artista a respirare.

Diodato, a caldo, dopo la vittoria del Festival, aveva raccontato di aver collezionato qualche «mazzata», suonato in locali dove talvolta si trovava al cospetto di una decina di persone. «Però ho sempre creduto in quello che facevo, nella forza della musica e della canzone». Con lui si erano complimentati i maggiori rappresentanti delle istituzioni. Il governatore Michele Emiliano, per esempio, commentò su Facebook la vittoria del cantautore tarantino. «Un ragazzo pugliese, un figlio di Taranto, che vince il Festival di Sanremo con merito, per talento, dopo tanta gavetta e uno studio continuo: bravo Antonio, sei l’orgoglio di questa comunità».

Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, dal suo canto, pochi minuti dopo la vittoria del Festival, commentò: «E’ motivo di grande gioia vedere un artista che realizza il suo sogno; motivo di grande orgoglio per lui, la sua famiglia e la comunità tarantina vedere fiorire il suo talento coltivato con impegno, duro lavoro, spirito di sacrificio, costanza e tanto tanto studio».

«Il mio lieto fine…»

Godfred, ghanese, calciatore

«Sono arrivato a Lampedusa. Mio padre si è ucciso di lavoro. Poi un provino in una squadra, mi ha cambiato la vita. Sogno di tornare a casa, comprare piantagioni di cacao. E far lavorare e stare bene tanta, ma tanta gente»

E raccontiamole un po’ di storie a lieto fine. Storie che sanno tanto di film di Frank Capra, sullo stile de “La vita è meravigliosa”. Il protagonista è un giovane calciatore. Non menzioniamo il cognome, né la squadra di appartenenza. La sua è una storia che deve interessare per come si è evoluta, con quell’esultanza da stadio che ha reso felice lui e la sua famiglia. Tutto scaturisce da una domanda, semplice. «Ma quando entri in contrasto con un tuo avversario, perché ci metti tanta foga, come se fossi arrabbiato con il mondo intero?». Un collega a Godfred, ventiquattro anni, ghanese, religione cristiana, tanto che spesso all’ingresso in campo con i suoi compagni di squadra, rivolge lo sguardo al cielo, gli indici rivolti, dice, al Signore, perché protegga lui e la sua famiglia, non necessariamente in quest’ordine. «Non sono arrabbiato con il mondo – Godfred al giornalista, in un italiano sempre migliore – anzi, credo di dovergli essere riconoscente: il calcio è fatto di classe, ma anche di passione, così il mio allenatore che in quanto a passione può insegnarne a tutti noi e cominciare daccapo, mi ha detto che non bisogna mai entrare svogliati in campo: facciamo il mestiere più bello al mondo e ci pagano tanto, dunque massima concentrazione e all’avversario provare a togliere il pallino del gioco anche con grinta».

La sua storia, praticamente un film. Uno di quelli che iniziano nella miseria e prima dei titoli di coda si concludono con un lieto fine. «Sono arrivato in Italia a Lampedusa – racconta – più di una decina di anni fa, non viaggiavo da solo, ero con papà, William, che non mi perdeva d’occhio nemmeno un istante; quando partimmo da Sunyani, sapevamo che non sarebbe stato facile farsi strada, crearsi un futuro in un Paese nel quale cento euro avevano un valore simile a zero, mentre a casa mia, avrebbero potuto rappresentare un anticipo per aprire una impresa modesta, ma qualcosa che avrebbe potuto farci stare bene».

PAPA’, QUANTI SACRIFICI

Papà e i sacrifici. «Lui ha fatto parte di quella schiera di extracomunitari che per vivere dovevano spezzarsi la schiena nelle piantagioni di pomodori: ha lavorato nelle campagne di Foggia, prima, in una, due, tre campagne in Campania, poi; dura la vita, così credo che giocare al calcio, allenarsi, andare negli alberghi di lusso, sia una cosa da difendere con le unghie e con i denti; se noi africani ci mettiamo più grinta è perché non vogliamo trovarci nelle condizioni di una volta…».

Alberghi di lusso, Godfred. «Se penso a dove dormivo quando ero piccolo – sorride – mi viene il capogiro, ecco perché i contrasti, come spiega il mister, devono essere leali sì, ma anche convinti; negli alberghi mi viene da mettere tutto a posto, come se fosse casa mia, ho rispetto per chi lavora, rassetta e dispone le stanze per altri clienti. Ma quanti sacrifici a casa…».

Poi il colpo di fortuna. «Certo, senza quello e senza un bagaglio tecnico non vai da nessuna parte; sono stato osservato, ho giocato bene le mie carte, fino a quando sono finito in un club di serie A: avevo realizzato il mio sogno, fare una cosa che avevo sempre desiderato quando giocavo nei campi della mia cittadina, e guadagnare tanti soldi con i quali aiutare la mia famiglia, che vive in Ghana, per aprire un commercio e far studiare le mie tre sorelline: attente, però, ho detto loro, studiate davvero, non sta bene che un uomo vi mantenga; devono studiare, farsi strada e un giorno diventare autonome: certo, le aiuterò, ma anche loro devono sapere che la vita è fatta di sacrifici, non è una lotteria…».

Godfred, non una ma più volte, ha pensato alla sua vita, a come sarebbe stata se con il papà non si fosse imbarcato per l’Italia. «Avrei lavorato in una piantagione di cacao – la risposta secca, senza pensarci troppo – dalle mie parti è quello il lavoro che fanno in molti, io avrei seguito la stessa strada; oggi che gioco al calcio e guadagno, sto pensando a un mio ritorno a casa, a fine carriera: comprerò piantagioni di cacao e darò lavoro a tanta gente».

LA TV DAI VICINI, IN CAMICIA

Cosa ricorda dei suoi quindici anni, Godfred. «Tante cose, provo a dirne una: non avevamo la tv, così mi toccava chiedere ad amici benestanti se fosse stato possibile vederla a casa loro; unica condizione, tirarmi a lucido e indossare una camicia, perché a casa della gente – giusto così – non si doveva entrare impolverati, con una maglietta magari sudata e con le scarpe sporche!».

Un pensiero rivolto a mamma, Confort. «Se papà mi ha insegnato l’importanza del lavoro – spiega Godfred – mamma mi ha fatto capire cosa sia il rispetto: prima di pretenderlo per se stessi bisogna averlo per il prossimo; e poi il valore delle cose, del denaro, mai sperperarlo, specie ora che, grazie al Signore, i soldi cominciano a circolare anche in casa nostra: non dobbiamo dimenticare un solo istante da dove veniamo e che il benessere è un dono che se non sai amministrarlo con giudizio e amore, così come è arrivato puoi perderlo…».

Gli è balenato, ma per poco, invitare in Italia i familiari, mamma, papà e le tre sorelline. «Con il mio aiuto stanno lavorando e studiando, venissero in Italia sarebbe complicato: non c’è molto lavoro e, allora, se posso, aiuto la mia famiglia da qui; mando loro dei soldi che permettano loro di guardare con serenità al futuro, poi ho in mente di realizzare il mio secondo sogno: dopo aver fatto il calciatore, come dicevo, mi piacerebbe comprare piantagioni di cacao e far lavorare tanta, ma tanta gente e far stare bene decine di famiglie: mi è bastato vedere papà negli occhi, pieno di sudore e distrutto da un lavoro massacrante, per capire la vita, non dobbiamo dimenticare da dove veniamo…».

«Sosteniamo il turismo culturale»

Eva degl’Innocenti, direttrice del MArTà, riparte da uno degli attrattori del territorio

«E’ la strada per riprendersi dopo il lockdown. Invogliamo il turismo a visitare le bellezze custodite nel Museo Archeologico Nazionale. Il dopo-confinamento ha attivato progetti mai realizzati finora. Tariffe e abbonamenti con formule promozionali. Francesi e tedeschi i più interessati ai beni archeologici»

Taranto si riprende a grandi falcate. Sempre nella massima prudenza, ma con un certo ottimismo alla ripresa dopo il periodo di confinamento a causa del Covid-19. Ci sono note positive per il turismo balneare e quello enogastronomico, ma anche per quello culturale. Uno dei più importanti attrattori culturali cittadini è il MArTà, il Museo archeologico nazionale diretto dalla dottoressa Eva degl’Innocenti. Cominciamo dalla fine. Dalla ripresa delle attività e, dunque, delle visite al Museo archeologico nazionale.

«Anche durante il lockdown abbiamo sempre mantenuto un rapporto continuo con i nostri visitatori, nel frattempo diventati visitatori virtuali; alla sua riapertura il Museo si è presentato con una programmazione culturale e didattica che ha suscitato interesse registrando un’adesione per certi versi inattesa”.

Il tour virtuale in cosa consisteva?

«Abbiamo creato una programmazione, il MartaVisione: tutti i giorni eravamo nelle case di chiunque fosse interessato al Museo attraverso i nostri social, Youtube, Facebook, Instagram; tour virtuali con video a cura del nostro personale; abbiamo svelato le fasi del nostro lavoro, una sorta di “dietro le quinte”, che il pubblico ha potuto osservare in poche occasioni».EVA - 1Sta riportando alla luce altri tesori custoditi dal MArTà.

«Stiamo cercando di offrire programmazioni diverse per fascia di pubblico. I bambini, per esempio, hanno avuto la loro parte di contenuti attraverso un linguaggio appropriato e, soprattutto, giochi, indovinelli; abbiamo colto l’occasione per lanciare il concorso “Crea la mascotte del MArTà”, che ha riscosso grande successo: siamo stati piacevolmente inondati da una risposta considerevole del territorio, centinaia e centinaia di disegni molto belli: a tempo debito sveleremo il nome del vincitore…».

Lockdown, un periodaccio, durante il quale ha fatto squadra con i suoi collaboratori.

«Con l’intero staff abbiamo dato vita a un importante lavoro. Non ci siamo mai fermati; detto che il Museo ha una vigilanza H24, i curatori hanno assicurato rotazioni, il personale ha lavorato in smart-working; abbiamo creato presìdi di sicurezza per tenere sotto stretto controllo i reperti; ogni giorno vengono misurate le temperature, controllati i depositi del Museo e tutto ciò che riguarda la sicurezza dell’edificio, le manutenzioni; ci siamo dedicati con grande attenzione a tutte queste attività, anche approfittando dell’assenza del pubblico per curare, per esempio, tutta la manutenzione e la cura delle collezioni; dedicarsi alla pulitura dei reperti contenuti nelle vetrine, dunque a quelle attività che richiedono tempo e massima sicurezza».
Quanto le è dispiaciuto il blocco di un trend positivo che stava registrando una costante crescita di pubblico e gradimento?

«Quando ha assunto lo status di autonomia speciale, dunque prima del lockdown, il Mueo aveva registrato un incremento di visitatori fra il 40 e 50%, con un 80% in più di introiti; numeri molto positivi: fossimo un’azienda privata staremmo a festeggiare un trend con una crescita esponenziale; sottolineo con orgoglio l’aumento dei visitatori tarantini che hanno cominciato o ripreso a frequentare il Museo; ma non misurerei le performance con i numeri, ma con tutte le attività e i progetti che abbiamo creato insieme con il territorio. E’ evidente che oggi ci troviamo in una situazione diversa, la flessione di numeri si registra in tutta Italia, in quanto il nostro è un comparto legato al turismo: lo stop ha creato anche un blocco psicologico, ma abbiamo voluto vedere il bicchiere mezzo pieno: è cambiato il paradigma dell’immaginario nei confronti del Museo, sono finite le visite mordi e fuggi, soprattutto quelle che interessavano un turismo di massa assolutamente negativo, che è tutt’altro che un valore aggiunto. Sono fiorentina, conosco quali disastri questo possa provocare. Quindi, se da un lato abbiamo avuto una flessione dei visitatori dovuta al contingentamento, io ho visto questo momento in modo positivo, considerando che il rapporto con l’opera ci permette di offrire al visitatore qualcosa di più empatico, relazionale».MARTA 1 - 1Insomma, ha fatto di necessità virtù.

«Abbiamo utilizzato questo momento, laddove il decremento del pubblico poteva sembrare negativo, per realizzare, per esempio, la programmazione “Tesori mai visti”: tre giorni a settimana, più un giorno a settimana dedicato al pubblico “familiare”, abbiamo svelato attraverso la voce dello staff, personale tecnico-scientifico, reperti e tesori conservati fino a quel momento nei depositi, dunque totalmente inediti, mai esposti. Questo ha permesso allo staff un approfondimento scientifico e di ricerca e, al contempo, di proseguire nell’attività di educazione al patrimonio, riservata a un numero ristretto di visitatori osservando la massima sicurezza dell’opera. In tempi diversi, non avremmo potuto offrire questo tipo di lavoro, una cosa che è stata molto apprezzata. Questo ha incoraggiato l’adesione agli abbonamenti. Oggi, infatti, si può visitare il Museo a una tariffa più che promozionale, la chiamerei simbolica; dal “My MArTà”, agli abbonamenti “Family”, dalla coppia alla formula due adulti con minori, poi “Young” dai diciotto ai venticinque anni, infine “Forever young” per gli over 65, quella “Corpored”, stipulata con convenzioni con il mondo imprenditoriale a cui teniamo molto in quanto crediamo molto in una progettualità pubblico-privata».

Quali sono i turisti stranieri più interessati alle bellezze custodite dal MArTà?

«Quello più interessato, mediamente, è il pubblico francese, seguito da quello tedesco; gente molto colta e, soprattutto, molto interessata all’archeologia; il turismo culturale italiano è rappresentato da questa presenza significativa, Francia e Germania vantano una lunga tradizione di studi e fruizione dell’archeologia. Francesi e tedeschi, lo dicono i numeri espressi da altri siti pugliesi, non sono interessati al solo turismo balneare».

Se domani venissimo al Museo davanti a quali novità ci troveremmo?

«Intanto il nostro FabLab, nostro fiore all’occhiello: crea stampe in 3D dei nostri reperti; è in corso il progetto di digitalizzazione: 40mila opere open date, tanto che si potranno ammirare operatori e tecnici che lavorano alacremente, impegnati per i prossimi venti mesi a completamento del progetto; come detto, la visita dei nostri “Tesori mai visti”, per un pubblico di famiglie a cui teniamo in modo particolare; infine, un invito: il 12 luglio, con prenotazione obbligatoria sulla piattaforma, si potrà prendere parte a visite guidate per ammirare “I Capolavori del Museo”, occasione imperdibile».

«Cin-cin bipartisan…»

Bruno Vespa, Michele Emiliano e Luca Zaia

Il conduttore di “Porta a porta” ha invitato nel cuore dell’Italia più bella, la Valle d’Itria, i governatori di Puglia e Veneto. Un brindisi con “Terregiunte”, il suo vino prodotto fra i nostri filari. «Una grande emozione vedere il presidente della Regione Veneto in Puglia», ha dichiarato il governatore pugliese. E, insieme, un brindisi al frutto dell’incontro tra due terre.

«Michele Emiliano, governatore della Puglia, e Luca Zaia, governatore del Veneto: due regioni lontane, ma che questa sera avranno più di un motivo per sentirsi complementari, una vicina all’altra: fra poco a “Porta a Porta”, non mancate…». Sembra di sentirlo, Bruno Vespa, nel lancio di una delle sue puntate televisive in seconda serata. Con quella musica che celebra “Via col vento”, come a portarsi via le parole, dopo un confronto serrato, magari borderline, giocato sul filo della dialettica passionale. E, invece…

Invece, non è uno studio televisivo. E’ anche meglio, aggiungiamo noi, orgogliosi di questo angolo nel quale la Valle d’Itria mostra il meglio di sé, da una immensa distesa verde che al solo guardarla ti riempie i polmoni di ossigeno, che di questi tempi di canicola estiva – diciamolo pure – avrebbe anche un costo esagerato, a una veduta che più di un panorama sembra una cartolina, con tutti quei trulli, imbiancati di calce e nella “bella stagione” presi in affitto da turisti avveduti, sensibili al punto da avere imparato ad amare la natura e le cose belle. Perché «Come natura crea, la Valle d’Itria conserva…». VESPA - 1COME NATURA CREA…

Sembra uno spot pubblicitario e, in effetti, lo è: un pay-off preso in prestito da una tv che un tempo creava. E oggi, con gli ultimi eroi del giornalismo e della comunicazione, cercano di mantenere intatta. Almeno nelle intenzioni. E Vespa è uno degli ultimi opinionisti a cui la gente dà ancora ascolto. E’ una trasmissione bipartisan la sua, come l’incontro fra i due governatori che sembrano lontani nella fede politica, ma che sono molto più vicini nella difesa di territorio e nei princìpi più di quanto non possano sembrarlo, almeno leggendo l’impegno di ciascuno rispetto al proprio mandato: uno, Emiliano, in Puglia, l’altro, Zaia, in Veneto.

Ed è in uno scenario suggestivo, fra le campagne della Valle d’Itria, tra filari d’uva e un paesaggio segnato dalle cime sferiche dei trulli e dalle curve morbide delle colline, che è andata in scena la rappresentazione moderna di un antico asse adriatico: quello, appunto, che lega la Puglia al Veneto.

Gli onori di casa spettano ad Emiliano, presidente della Regione Puglia, molto impegnato in una propedeutica campagna elettorale per le prossime elezioni. Una riconferma, per lui, con un panorama politico mai così slegato, da sinistra a destra, sarebbe oro colato. Ma adesso deve accontentarsi di un bel sorso di vino, Emiliano.

Attacca, il governatore. «È una grande emozione vedere Luca Zaia in Puglia – dice mentre alza il calice – perché in questi mesi di lotta comune al Covid-19 si sono create delle solidarietà molto forti, che vengono benedette oggi dal vino». E giù il primo sorso, sotto gli occhi tirati a lucido dal sorriso di Vespa, che non appena vede un bicchiere vuoto, lo riempie. E’ più forte di lui. Così, i protagonisti di una bella serata mondana e ricca di ospiti illustri, svuotano i calici per poi farsi mesciare altro vino dal padrone di casa.

PIU’ DI UN SORSO DI VINO

«E questo vino ha un nome meraviglioso: Terregiunte – sottolinea Emiliano – l’Adriatico ci collega, abbiamo delle culture comuni, abbiamo adesso anche un vino comune, e per chi dà valore a queste cose, sa che questa non è solo un’operazione commerciale, un’operazione enologica, ma qualcosa di più…».

E Vespa? Al conduttore di “Porta a Porta”, non resta che porre una tartina nel calice, più che una ciliegina sulla torta. Dunque, meglio far frizzare altre due dita di vino in coppa, per lanciare un altro brindisi, prima che i due ospiti illustri non finiscano con i canti da osteria.

Scherzi a parte, la chiusura, come è giusto che sia, spetta al padrone di casa e di una intuizione geniale: investire al Sud, nella provincia ionica, bella, piena di fascino, dalla Valle d’Itria, con Martina “capitale”, ai filari in terra di Manduria, casa del Primitivo. Vespa alza l’ultimo bicchiere e brinda: «Al frutto dell’incontro tra due terre: Puglia e Veneto». Cin-cin e lunga vita alla bellezza di un territorio fra i più belli al mondo.

«Ciao, Taranto!»

Said, marocchino, tecnico nel siderurgico tarantino, lascia la “sua” città

«Il Covid-19 ha impresso un’accelerata, abbiamo chiuso il contratto di ambientalizzazione con l’ex Ilva. Un amore a prima vista. Torno a casa, a Milano, riabbraccio mia moglie e le mie figlie a tempo pieno». Da Casablanca a Parigi, da Roma a Milano. Fra Gregoretti e Ferrara, Ferreri e la Muti. Poi una pallonata, una squadra di calcio, un ingaggio, un lavoro, il viaggio nella Città dei Due mari, un principio di nostalgia e una promessa.

«Di questa città mi mancherà la passione, l’amicizia, la gente che non ti fa mai sentire solo, anche se l’hai conosciuta al bar per un caffè, in fila al supermercato, sul posto di lavoro…». Said, sessant’anni, marocchino di Casablanca, dopo due anni, fa le valigie. Va via da una città che ha amato a prima vista. Lavorava per una multinazionale che si occupava di ambientalizzazione e aveva stipulato un contratto con l’Ilva, prima che il siderurgico più importante d’Europa, come continuano a definirlo oggi – nonostante perda pezzi e posti di lavoro – passasse ad Arcelor-Mittal. Il Covid-19 ci ha messo lo zampino, ha accelerato la fine dei lavori. Il confinamento, la mancata attività per mesi, rischiava di mandare gambe all’aria un sistema del quale Said faceva parte in qualità di responsabile.

«Mi dicevano – attacca Said – “I tarantini non sono pugliesi, sono un’altra cosa!”; invece, non solo sono pugliesi, ma addirittura pugliesi-pugliesi, un’altra cosa rispetto ad altri loro corregionali: sono generosi, altruisti; ne dico una, mal di testa o febbre, ti portavano Aspirina e Tachipirina, a scelta, e, talvolta, ti toccava anche prenderne una, altrimenti – e nonostante quella linea di febbre o quel malore passeggero fosse svanito… – ci restavano male…».

Una laurea in ingegneria appena sfiorata, in Francia, a Parigi, un bagaglio di grande esperienza e umanità messa al servizio della sua società, dei colleghi e dei suoi amici, quelli che ha incontrato sulla sua strada in tanti anni di lavoro. Ma la sua storia di sudore e maturazione con quello che è stato un lieto fine – anche se lui giura sia solo un “arrivederci” – comincia da ragazzo.

Casablanca, dicevamo. «Lavoravo per un’agenzia di viaggi, la Discover, sullo stile di Italturist organizzavo viaggi per Marocco, Turchia e Algeria; allestivo “carovane” e, nel frattempo, allargavo i miei orizzonti: parlavo arabo e francese, le due lingue ufficiali del mio Paese, ma non disdegnavo di sfogliare prima, di leggere poi, sempre più appassionatamente, libri in inglese, di solito psycho-thriller, e in italiano: fra i primi, “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola e “La pelle” di Curzio Malaparte».SAID - 1Taranto nel cuore, per sempre. «Quando si lascia una città come questa – dice il professionista marocchino, non senza un sincero dispiacere – non può che assalirti la nostalgia già settimane prima, vedi le cose che ti circondano sotto un altro aspetto: le guardi per memorizzarle, fotografarle, portarti passione, profumi, immagini; poi torno a casa, nella mia Milano, riabbraccio a tempo pieno mia moglie Daniela, insegnante, come mia figlia Miriam, e Nadia, art director in una multinazionale. Questo ha ammorbidito il dolore del distacco…».

Said, laurea sfiorata, poi l’Italia. «Avevo il bernoccolo per il teatro – spiega, circostanziando – la prima commedia cui ho assistito è stato “Il berretto a sonagli” di Pirandello, straordinario il racconto, straordinario l’autore; come attore non ero affidabile, mi avevano sempre assegnato particine, ma mi aveva assalito la voglia di dedicarmi al cinema; mi feci coraggio, contattai un parente stretto che mi invitò a Roma: “Vieni qui, è un buon momento, ti introduco a Cinecittà…”, mi promise. Non andò proprio così, in realtà mi dette picche, non sapeva come dirmi che non era stato sincero fino in fondo. Comunque, non mi detti per perso, mi presentai nella Città del cinema, dove incontrai Ugo Gregoretti e Giuseppe Ferrara, due grandi registi: mi suggerirono di recarmi a Milano, sul set del film “Il futuro è donna”, diretto da Marco Ferreri e interpretato da Hanna Shygulla e Ornella Muti. Mi avevano personalmente segnalato a Ferreri, che mi prese a benvolere, tanto che a fine riprese mi fece una dedica dandomi, bontà sua, del “collega”…».

Said abbandonò presto il sogno di cineasta, restando a Milano, fra mille piccoli, grandi impegni. «Mai perso d’animo, conobbi ragazzi che giocavano al calcio in una circostanza fortuita. Ero seduto su una panchina, leggevo un libro, mi arrivò una pallonata. Il modo con cui bloccai il pallone, li convinse a convocarmi per una squadra che stavano allestendo in occasione di un Mundialito voluto dal sindaco di allora, Carlo Tognoli. Andrew, figlio di un diplomatico inglese, prima del calcio d’inizio mi consegnò la fascia da capitano che onorai con organizzazione di gioco e bordate da venti metri: un destro da paura, perché nel frattempo, da estremo difensore, ero passato a centrocampo…».

Poi un lavoro stabile, una crescita professionale. «Ho fatto la mia bella gavetta – spiega il “castigatore” dei numeri uno – mi sono fatto apprezzare per le mie conoscenze, parlare più di una lingua, dal francese all’italiano, passando per un buon inglese, mi ha aiutato, con la mia multinazionale, due anni fa un contratto per l’ambientalizzazione dell’Ilva, un lavoro impegnativo: il mio compito e quello di un paio di colleghi, anche loro supervisori, consisteva nel seguire una settantina di dipendenti impegnati nel progetto che doveva portare a contenere prima, e successivamente abbassare, le emissioni scaturite dall’acciaieria».

Poi il confinamento obbligatorio condizionato dal coronavirus, fine dell’esperienza tarantina. «Con ogni probabilità riprendo il lavoro – conclude Said – lo stesso del quale mi sono occupato in passato, con un’altra multinazionale; due addii in uno solo, quello con la società che mi ha spinto sulle rive dello Jonio, e che prosegue brillantemente la sua attività, e con Taranto, una città che porterò sempre nel cuore, dal sole al mare, dalla cucina alla sua cultura, quella di una Magna Grecia che mi ha sempre affascinato».

Allora, addio Said. «Arrivederci, Taranto!».