«Lirica, amore infinito»

Lucia Mastromarino “Premio Andreace 2020”

«Per anni a Miami, Londra, Toronto e Madrid. Ho studiato con Ricciarelli e Kabaivanska, cantato alla Scala e all’Arena di Verona. Causa Civd-19, niente Spaladium Arena di Spalato a novembre», dice il mezzosoprano. L’incontro con i Bee Gees, un musical internazionale. Si racconta per noi. «Ho girato il mondo come cantante e come visual producer per Spectacular e Operama».

«Ho girato il mondo, avevo praticamente tre residenze e altrettante case in affitto, fra Miami e Londra, per non parlare di Toronto e Madrid, dove ho lavorato come visual producer, così ho deciso di tornare in Italia, da dove oggi mi sposto per concerti in Italia e all’estero». Lucia Mastromarino, cantante lirica, mezzosoprano, non nasconde la passione numero uno, quella per il belcanto. Martedì al Palazzo della Cultura della sua Massafra proprio per queste sue indiscusse qualità canore ha ritirato il Premio Andreace, riconoscimento assegnato a quanti si sono in ambiti diversi. Lucia ha ritirato il premio dalle mani del sindaco, Fabrizio Quarto, prima di essere invitata ad interpretare arie da opera e brani dalla tradizione napoletana.

Dunque, la lirica, piuttosto che la visual producer per Spectacular stage e Operama. «Bello, tutto molto bello, tanto che perdi di vista la tua grande passione, la lirica, per la quale ti sei spesa in tutti questi anni, incontrando Pavarotti e studiando con due cantanti di spessore mondiale come Rajna Kabaivanska e Katia Ricciarelli».

DALLA TURANDOT AI BEE GEES

E’ stato il suo primo amore, una passione sbocciata fra le mura di casa. «Avevo appena compiuto quattro anni, fui affascinata dall’aria di “In questa reggia” dalla “Turandot” di Puccini, mio padre Francesco coltivava il sogno che diventassi una cantante lirica, così, in casa, mi faceva ascoltare le sue arie preferite a tutto volume; mia madre Maria Pia, molto risoluta, mi spinse a coltivare questa passione innata».

Gli studi con Katia Ricciarelli e Raina Kabaivanska, l’incontro con Robin Gibb. «La voce dei Bee Gees mi coinvolse in un progetto faraonico, “Titanic Live Concert”, che straordinariamente fece “sold out” ovunque: cantare ogni sera davanti a tremila persone è una grande soddisfazione professionale».

Lucia Mastromarino, oggi. «Ai tempi del Covid bisogna rivedere un po’ di programmi, io ne ho cancellato qualcuno, non ultimo un doppio impegno in Croazia, “Carmina Burana” di Carl Orff e “El amor brujo” di Manuel de Falla, live visual concert previsti a novembre alla Spaladium Arena di Spalato».

Il suo percorso artistico. «Diplomata in pianoforte e canto, Giacomo Colafelice è stato il mio primo insegnante; due anni a Milano con Katia Ricciarelli: studiavo e cantavo, da Milano a Belgrado; poi l’ingresso nell’Accademia dell’Arena di Verona e ancora studio, stavolta  con Rajna Kabaivanska».

…E DALLA SCALA ALL’ARENA

Lucia Mastromarino, ha calcato i più importanti palcoscenici italiani e internazionali. Fra gli altri, “La Scala” di Milano, “Opera” di Roma, “Fenice” di Venezia, “Massimo” di Palermo, “Verdi” di Trieste, “Verdi” di Parma, dell’opera al Cairo e Wolmi International Music Festival di Seoul (Corea). Al suo attivo anche esperienze registiche acquisite da grandi geni della regia internazionale come Liliana Cavani, Daniele Abbado, J. L. Grinda, Moni Ovadia. Nella prima registrazione integrale della “Zazà” di Leoncavallo, ha cantato nel ruolo di “Anaide” (opera edita da “Bongiovanni”).

Fra gli interventi, si diceva, quelli di Fabrizio Quarto, sindaco di Massafra e Maria Rosaria Guglielmi, assessore alla Pubblica istruzione. Presenti, ai vari momenti previsti dal programma della giornata, anche Francesca Magnani, referente di Poste italiane (filiali Taranto, Brindisi, Lecce); Sergio De Benedictis, delegato FSFI Puglia e Basilicata; coordinano Francesco Maria Rospo e Nicola Fabio Assi, rispettivamente presidente e segretario del Circolo filatelico e numismatico “Rospo”.

«Ricchi con la pandemia»

Norvegia, il Fondo sovrano in tre mesi ha intascato 44 miliardi di dollari

Quello del Paese scandinavo è il più grande del mondo. Viene alimentato in gran parte dai ricchi giacimenti di petrolio del Mare del Nord. Oggi il valore complessivo delle risorse economiche equivale a circa 217.000 dollari per ogni norvegese.

Non è necessario essere grandi economisti o avere un minimo di infarinatura in economia. Insomma, non è necessario essere governatore della Banca d’Italia, per capire che in uno stato di crisi, grave in questo caso, considerando che il Covid ha messo in ginocchio l’economia di molti Paesi occidentali e non solo, per comprendere come un Paese civile, edotto e, in qualche modo astuto sotto il profilo economico, come la Norvegia, invece di andare in sofferenza, in piena pandemia si arricchisce a dismisura, tanto che il Fondo sovrano del quale proveremo a scrivere a breve, in soli tre mesi ha guadagnato qualcosa come quarantaquattro miliardi. Più o meno come un disavanzo pubblico. Se fossero piovuti insieme tutti questi soldi, l’Italia, avrebbe messo a posto due conti pubblici. Sia chiaro, non avremmo risolto la crisi del Paese, ma essere investiti da cifre simili non avrebbe che potuto far bene alle casse dello Stato.

Ma torniamo al tema di partenza, da una parte chi perde, dall’altra chi si arricchisce. Detto in soldoni, è il caso di dire, se da una parte esistono Paesi che avevano in qualche modo una solida posizione (non è il caso dell’Italia, questo va detto…) e, causa il coronavirus, da mesi navigano a vista, da qualche altra parte inevitabilmente esultano. Certo, non sulle disgrazie, sui contagi, piuttosto che le morti, aspetto tornato a preoccupare intere nazioni, Italia compresa, ma sull’aspetto squisitamente economico che spinge il flusso del denaro da una parte all’altra a seconda delle crisi.

PER FARLA BREVE…

Per essere chiari. Adottiamo un principio banale, quello dei vasi comunicanti: se si abbassa il livello in uno dei due, inevitabilmente sale quello dell’altro; stessa pratica, la marea: da una parte è alta, dall’altra parte del globo sarà sicuramente bassa. Non ci perdiamo in un bicchier d’acqua, per così dire. Proviamo a consultare economisti che ne sanno più di noi, entriamo nel merito delle dinamiche che spostano vertiginosamente e a vagonate, il denaro da una parte all’altra dell’universo.

Dunque, partiamo dal Fondo sovrano. Ne sentiamo parlare, ne leggiamo distrattamente, ma non sappiamo cosa in realtà sia, evidentemente nello specifico, non solo in superficie, questo “benedetto” Fondo sovrano. Veniamo al punto: vengono denominati fondi sovrani speciali strumenti di investimento pubblico che appartengono a ciascun Paese. Questi fondi vengono utilizzati per investire in strumenti finanziari, come azioni, obbligazioni, immobili, altre attività, i surplus fiscali o nelle riserve valutarie in moneta estera.

Trasferiamoci in Scandinavia. Il fondo sovrano della Norvegia gestisce 1,16 trilioni di dollari, il più grande del mondo ed alimentato in gran parte dai proventi dei ricchi giacimenti di petrolio del Mare del Nord. Nel terzo trimestre 2020 ha guadagnato 412 miliardi di corone (44,31 miliardi di dollari) poiché il valore crescente dei titoli tecnologici statunitensi ha compensato gli effetti negativi della pandemia. Fondato nel 1996, il fondo detiene partecipazioni in circa 9.200 società a livello globale, che detengono l’1,5% di tutte le azioni quotate. Investe anche in obbligazioni e immobili.

OGNI NORVEGESE, DUECENTOMILA DOLLARI

I mercati finanziari che risentono dell’aria che tira erano ancora influenzati dall’incertezza legata al coronavirus. Indipendentemente da questo, i mercati azionari hanno avuto un buon rendimento, specie grazie alla forte performance nel settore tecnologico negli Stati Uniti (dichiarazione riportata in una nota dall’amministratore delegato del fondo Nicolai Tangen). Oggi il valore complessivo del fondo equivale a circa 217.000 dollari per ogni norvegese. Il portafoglio complessivo, infatti, ha registrato un rendimento positivo del 4,3% nel terzo trimestre, guidato dalle azioni con un rendimento del 5,7%, che a fine settembre rappresentavano il 70,7% del portafoglio.

A fare chiarezza, comunque a sciogliere dubbi, non solo a quanti sono pratici di finanza, m anche a quanti hanno poca dimestichezza con denaro e conti, è intervenuto il Financial Times. Il principale giornale economico-finanziario del Regno Unito, uno dei più antichi e autorevoli nel mondo, in questi giorni ha fatto chiarezza. «Il rendimento complessivo – ha spiegato tecnicamente il Financial Times – è stato di tre punti base, inferiore al rendimento dell’indice di riferimento del fondo. Tangen ha riferito che il Fondo venderà azioni di società che si comportano male su questioni ambientali, sociali e di governance (ESG), per aumentare i suoi rendimenti». In buona sostanza, conclude il giornale britannico, «è necessario utilizzare il rischio in modo più intelligente, disinvestendo cioè dalle partecipazioni in società non in linea con queste finalità».

«Buon compleanno!»

Maria Chiara, morta di overdose, il fidanzato le aveva regalato una “dose”

Francesco è accusato di omicidio preterintenzionale. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me lo avrebbe fatto con qualcun altro», confessa il ragazzo. Domanda: ma all’informazione è concesso proprio tutto, anche riportare frasi fuori controllo? Nessun tipo di rispetto. E nella chiacchierata, mai una parola di affetto per la povera diciottenne trovata priva di vita in un letto, dopo quella tragica esperienza. E, intanto, le cooperative sociali, senza grandi aiuti, si spendono ogni giorno per strappare anche una sola anima ad un tragico destino

«Tanti auguri a te, tanti auguri a te!». E, ancora, «Buon compleanno, Maria Chiara!». Maria Chiara, ha compiuto i suoi diciotto anni poche ore prima e il suo Francesco, come confessato dallo stesso ragazzo ad un organo di informazione, le fa scartare il “regalo” davanti ai suoi occhi: una dose di eroina. Una dose che risulterà mortale. «Buon compleanno, Maria Chiara!».

Da non crederci. E non tanto perché un giovanotto che ha cominciato il giro delle sette chiese, e ci riferiamo a quanti fanno passare per informazione una lunga teoria di frasi senza senso. Francesco che ha di fronte un giornalista e la sensazione che un dramma in qualche modo paga, racconta una tragedia senza un briciolo di rispetto per la famiglia della povera Maria Chiara. E il giornalista, la testata che pubblica la storia, ma soprattutto frasi da codice pensale, fa lo stesso. Facile dire «Facciamo i cronisti, c’è una notizia, un reo confesso e ci lanciamo a capofitto!». Esistono etica, buon senso, buon gusto. Forrest Gump, santa ingenuità, avrebbe esclamato «Sono un po’ stanchino». Come a dire: è complicato digerire certe modalità, far passare per “diritto di cronaca” simili esternazioni. E, invece, ne abbiamo le tasche piene. Per un lettore o uno share in più.

Cooperative sociali, associazioni e attività di volontariato si spendono per recuperare, tentare di strappare anche una sola anima ad un tragico destino, e che fanno un organo di informazione e un suo cronista? Attaccano un registratore, spianano un taccuino e usano strumenti di comunicazione come fosse un megafono, peggio, un programma in prima serata. Non ci importa perfino la rete che la programmerebbe una confessione  così, anche se un’idea sulla trasmissione “a tutta rissa” ce l’avremmo.

«LEI AVEVA VOGLIA DI PROVARE…»

Sentite cosa dice Francesco, fidanzato o “tipo”, come usano dire i ragazzi di qualcuno con cui hanno una relazione, e cosa devono sentire i genitori di Maria Chiara. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me lo avrebbe fatto con qualcun altro». Lui che viene dall’esperienza del “buco” non si sogna nemmeno di dissuadere la ragazza, anzi la “roba” può essere il regalo di compleanno. Un pensiero in meno.

Il cronista, a quelle parole, non si indigna, raccoglie la seconda parte dello sfogo e scrive, registra, riverbera la seconda serie di sciocchezze. «Non ho nulla da nascondere – prosegue Francesco – mi voglio difendere: è vero faccio uso di sostanze stupefacenti ed è vero che quella dose di eroina a Maria Chiara l’ho fatta io!». E’ talmente chiaro che lui, generoso com’è, aveva intercettato il desiderio della sua “piccola”. «Lei aveva voglia di provare, l’ha voluto fare e io l’ho assecondata: se non lo avesse fatto con me l’avrebbe fatto con qualcun altro», garantisce dall’alto della sua esperienza il tipo.

Nessuno fa notare a Francesco che certe dichiarazioni il più delle volte sarebbero frasi fuori controllo. Puoi riportarle a un giudice, un inquirente che vuole vederci chiaro e non ad un giornalista. Lui, il fidanzato di Maria Chiara, studentessa, morta il giorno del suo compleanno, per una presunta “overdose” da eroina, non ci pensa su due volte e parla a ruota libera. Il giovane, accusato di omicidio preterintenzionale, per il momento unico indagato, quasi ribalta la sua posizione. «Voglio sapere anch’io come è morta – dice – anche io ho preso quella stessa roba e non mi è successo niente: ho comprato una dose a venti euro e l’ho divisa in due, una più piccola e una più grande; ce la siamo fatti a Roma: siamo tornati a casa mia, lei è andata a farsi un aperitivo con le amiche, poi siamo stati qui a farci una birra e andati a dormire».

«MAI VISTO UN MORTO…»

Prosegue il racconto di Francesco. «La notte aveva il respiro pesante, russava, ma era normale; solo la mattina verso le nove, quando l’ho chiamata per andare al bar visto che a casa non c’era caffè, ho visto che era bianca, l’ho trascinata in bagno e ho provato a rianimarla: non lo so se era viva, non l’ho mai visto un morto e così ho chiamato il 118…».

C’è attesa per l’autopsia di Maria Chiara. La posizione di Francesco si è aggravata. Non è omissione di soccorso, come era emerso fino a qualche giorno fa: il giovane è accusato di omicidio preterintenzionale. In attesa dell’esame autoptico la Procura ipotizza anche il “reato di morte come conseguenza di altro delitto”, ma in questo caso a carico di ignoti.

Maria Chiara è stata rinvenuta morta a casa del fidanzato, che ha raccontato di averle donato una dose di eroina come regalo per il compimento della maggiore età, diciotto anni. I due, dunque, avevano trascorso la notte insieme. Ora, per chiarire se il decesso sia stato provocato da un’“overdose”, saranno decisivi i risultati dell’autopsia. Le operazioni peritali, saranno accompagnate da un esame tossicologico. Questo l’aspetto formale di una brutta vicenda. In tutto questo, l’assenza di disperazione, commenti e, soprattutto, di una parola dolce all’indirizzo della vittima. A questa età non dovrebbe mancare. E invece, «Tesoro», «Amore», «Le volevo bene», «Non mi sembra vero» e via così, non pervenute.

«Benvenuti nel Castello…»

Francesco Ricci, ammiraglio e curatore dell’antica roccaforte tarantina

«Più di un milione di visitatori. Un successo dovuto a capacità e abilità delle nostre guide. Ottime cifre nonostante lockdown e distanziamento sociale. L’importanza dell’apertura alla città fortemente sostenuta dall’ammiraglio Salvatore Vitiello. La mostra su Alexandre Dumas promossa dal giornalista Tonio Attino, il libro di Tom Reiss e il lavoro di Mina Chirico. Qui è stato prigioniero il Conte di Montecristo…»

Francesco Ricci, ammiraglio e curatore del Castello aragonese, da anni uno dei principali attrattori turistici italiani. A novembre dello scorso anno il traguardo del milione di presenze, primato perfezionato negli anni, con centotrentamila visite gratuite in un solo anno, dalle nove e trenta del mattino alle tre di notte. Nonostante il Covid-19, nel mese di agosto, poco meno di ottomila sono stati i visitatori, grazie a diciassette turni giornalieri, più i quattro previsti in queste settimane, da quando cioè il Castello ospita la mostra “Oltre il muro, Dumas”, dedicata al generale di colore che nell’antica roccaforte fu prigioniero dal 1799 al 1800, promossa insieme con l’associazione Amici del Castello della quale è presidente il giornalista Tonio Attino.

Ammiraglio, cominciamo dal successo registrato in questi anni dal Castello, una vertiginosa escalation in fatto di visite.

«Da quando abbiamo aperto alle visite nel 2005, il Castello ha registrato oltre un milione di visitatori, traguardo raggiunto a novembre dello scorso anno; mediamente, nell’ultimo periodo, abbiamo contato qualcosa come centotrentamila visitatori l’anno; purtroppo, causa Covid-19 e conseguente lockdown, abbiamo chiuso la struttura dal 23 febbraio al 30 giugno; alla sua riapertura, a seguito delle norme sul distanziamento sociale, abbiamo ridotto il numero di visitatori e aumentato quello delle visite guidate, passate dalle nove giornaliere precedenti al coronavirus alle attuali diciassette, cui vanno aggiunte le quattro riservate alla mostra dedicata ad Alexandre Dumas, ispiratore del Conte di Montecristo, il più grande romanzo dell’Ottocento scritto dallo stesso figlio del primo generale coloured della storia».

Dovessimo tracciare il profilo del visitatore medio, da dove viene e cosa lo spinge ad entrare nel Castello.

«Un buon 70% è costituito da turisti, il restante 30% da tarantini; gli stranieri sono rappresentati dal 10-15%, percentuale ridotta causa coronavirus;  negli ultimi due anni, grazie alla politica di grande apertura nei confronti della città, adottata dall’ammiraglio Salvatore Vitiello, si è registrato un deciso incremento dei visitatori tarantini; il visitatore medio, il più delle volte viene al Castello senza sapere fino in fondo cosa in realtà lo attenda, tanto che a fine giro esprime commenti di meraviglia e sorpresa, puntualmente riportati nei nostri registri, ma anche in rete su Tripadvisor e Google. Il motivo di questo successo penso risieda nella capacità e nell’abilità delle nostre guide, e per quello che la Marina militare ha fatto e fa per il Castello aragonese».

Ammiraglio Ricci, lei è un perfezionista. Potesse migliorare un aspetto del suo lavoro?

«Tutto è perfezionabile, il Castello aragonese è un’impresa in continuo divenire; tre le attività fondamentali: restauro, ricerca archeologica, visite guidate. Anno dopo anno abbiamo aumentato efficienza ed efficacia di queste attività, incrementate in maniera notevole a testimonianza dei risultati conseguiti e dalle reazioni positive di quanti hanno visitato il Castello; l’aspetto fondamentale di questo successo – che mi auguro possa essere sempre migliorato – credo sia costituito dalla motivazione che anima tutto il personale che opera con me; questo, infatti, condivide l’idea che valorizzare il Castello significhi difendere la cultura italiana, dunque difendere il nostro stesso Paese, l’identica missione della nostra Marina. E, alla fine, i visitatori avvertono tutto ciò e restano affascinati nel vedere una Forza armata nella difesa della cultura».

Nelle ultime settimane la stampa ha prestato massima attenzione alla mostra “Oltre il muro, Dumas”, allestita in queste settimane.

«Il merito di questa mostra va attribuito al giornalista Tonio Attino, presidente dell’associazione Amici del Castello, nata nel 2014 per aiutarci nella promozione, nella valorizzazione e nella ricerca di fondi per la ricerca archeologica; è stato lui, insieme, animatore, ideatore e assertore dell’iniziativa: affascinato dalle vicende del primo generale di colore della storia, non solo europea, Attino ha lavorato tantissimo nel sormontare difficoltà di ogni tipo – anche una certa dose di indifferenza – per realizzare alla fine qualcosa di importante che vedesse al centro del progetto la figura del grande ufficiale dell’esercito napoleonico; lui stesso ha coinvolto un grande disegnatore, Nico Pillinini, che ha fatto rivivere la nelle sue tavole i sedici mesi di prigionia del generale, vicenda che ha poi ispirato il romanzo “Il conte di Montecristo”, scritto dal figlio, Alexandre Dumas».

Anche la mostra ha avuto una fonte di ispirazione.

«Tom Reiss, sì, autore e vincitore del prestigioso Premio Pulitzer con il libro “The Black Count”, il Conte nero, pubblicato in Italia con il titolo “Il diario segreto del Conte di Montecristo”. Prima della pubblicazione, Reiss, che aveva studiato la vicenda di Dumas, è venuto a Taranto per visitare il Castello; personalmente conoscevo la storia in modo marginale e lacunosa, avendo letto solo qualcosa su “Storia Militare di Taranto negli ultimi cinque secoli” di Carlo Giuseppe Speziale; non nascondo di aver fornito informazioni generiche, anche se, a quel punto, dopo la visita dello scrittore americano ci siamo attivati per acquisire qualsiasi tipo di informazione riguardo Dumas; prezioso l’impegno della studiosa Mina Chirico, che ci ha fornito materiale dell’Archivio di Stato di Taranto e trascritto – cosa di importanza fondamentale – documenti del ‘700, che vi assicuro non è una cosa semplice; acquisendo, infine, il rapporto che il generale compilò al termine della sua prigionia».

Ancora un prezioso lavoro di squadra.

«Con questo studio siamo riusciti a contestualizzare le vicende del generale nel Castello e ad individuare la prigione in cui è stato rinchiuso per sedici mesi, dal suo arrivo all’assegnazione dei locali di prigionia, dai tentativi di assassinio ai rapporti con gli elementi filo-francesi vivi e presenti a Taranto, e, ancora, il duello con il Marchese della Schiava, il castellano, con cui il generale aveva avuto un rapporto difficilissimo, infine il trasferimento di Dumas a Brindisi e la conclusione della sua prigionia: documenti che gettano nuova luce sui principali eventi che hanno riguardato il primo valoroso ufficiale mulatto della storia. Il figlio, scrittore di successo, ha idealizzato la figura del padre, uomo coraggiosissimo, spadaccino formidabile, riverberando il suo carattere nelle figure di D’Artagnan e Porthos, e in quella di Edmond Dantès, protagonista del romanzo “Il Conte di Montecristo”, ambientato nel castello d’If. Senza ombra di dubbio, però, l’opera che ha ispirato Dumas figlio, prende le mosse dalla prigionia del celebre papà nel Castello aragonese di Taranto».

«Facciamo presto!»

Giuseppe Conte, il premier, a Taranto

«L’ospedale di Taranto come il ponte di Genova, non aspetteremo anni, siamo qui per dare sostegno alla città». La posa della prima pietra dell’Ospedale San Cataldo, poi l’inaugurazione del Corso di Medicina (ex Banca d’Italia) e l’incontro con sindacati, associazioni, famiglie dell’ex Ilva. Il governatore Emiliano e il sindaco Melucci insieme per mostrare che qui, a Taranto e in Puglia, è tutta un’altra musica.

«Bisogna fare presto, siamo qui per sostenervi, è come per il ponte di Genova: dobbiamo metterci il massimo impegno, compiere una corsa contro il tempo, fare in modo che in Italia non ci vogliano due, tre, quattro, cinque anni per realizzare un’opera». Parole del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a Taranto durante la posa della prima pietra nel cantiere del “San Cataldo”, il nuovo ospedale cittadino. Prima la visita nella zona della SS. 7, lungo la nuova direttrice di collegamento fra Taranto e San Giorgio Jonico, poi in piazza Ebalia, per l’inaugurazione della sede universitaria che ospiterà il Corso di Medicina, immobile che ha ospitato per decenni la Banca d’Italia.

Lunedì 12 settembre, momento storico nel cuore del Borgo, tre isolati da via Cavallotti, dove ha la sede “Costruiamo insieme”. Anche il nostro sito, fra le decine di testate giornalistiche, è ospite del momento storico per la nostra città. Ci sono transenne a blindare la zona, smantellata dal traffico e dalle auto in sosta. I cittadini possono solo sporgersi a quei manufatti che fanno del quadrilatero fra via Pupino e la stessa piazza Ebalia zon off-limits. La gente del vicinato si affaccia ai balconi, ascolta dall’impianto di diffusione posto all’ingresso della facoltà di Medicina. Il presidente si fa attendere, ma non manifesta grave ritardo sul programma concordato. Otto sono i ministeri rappresentati, non sette, come annunciato nei giorni scorsi e come da noi riportato nel nostro “domenicale”.

UN PREMIER, OTTO MINISTERI

Otto, una sorta di Consiglio dei ministri, perché la città lo richiede. Dopo qualche confronto acceso, ma per il bene di Taranto e della Puglia,  mai come oggi il sindaco, Rinaldo Melucci, e il presidente della Regione, Michele Emiliano, sono stati così vicini e determinati a disegnare insieme il rilancio di un intero territorio. Nel corso degli interventi, primo cittadino e governatore, con il sorriso sulle labbra (anche se travisato dalla mascherine), ribadiscono il rispettivo impegno senza, però, mandarle a dire. Sarà, insomma, presidio continuo di quello che il premier Conte ha definito, tout-court, «Cantiere Taranto».

Al presidente, che alla fine della cerimonia, si trattiene brevemente con quanti impegnati nel cantiere per una foto di gruppo, Emiliano indirizza una battuta piena di orgoglio. «Qui – ha dichiarato il governatore, pugliese quanto il premier – siamo in Puglia: ce la facciamo».

Il Raggruppamento Temporaneo di Imprese che eseguirà i lavori si è impegnato a consegnare l’opera in soli 399 giorni lavorativi (rispetto ai 1.245 posti come base di gara), impiegando tre turni giornalieri.

«A Taranto e nel Mezzogiorno il Governo centrale ha assunto degli impegni: non sono annunci, ma passaggi concreti, operativi – ha dichiarato il presidente del Consiglio – la folta delegazione governativa presente quest’oggi è un messaggio che non può sfuggire: oggi a Taranto si compie un passo significativo: dopo la prima pietra dell’ospedale a San Cataldo, poniamo altre “pietre” per progetti di rilancio della città».

NON SOLO TARANTO

«Non solo Taranto, ma tutto il Mezzogiorno richiede progetti mirati, un rilancio – ha aggiunto Conte – ed è qui che dobbiamo agire per colmare il divario digitale: se non esiste accesso a internet non si può applicare l’Articolo 4 della Costituzione che prevede il diritto perché tutti partecipino alla vita sociale del Paese, e per farlo dobbiamo avere tutti pari occasioni».

Chiudere in Italia un polo siderurgico come l’ex Ilva, è un problema di sistema, ha aggiunto Conte. C’è la volontà di accelerare la transizione energetica, imprimere la svolta verde. Arrivano anche i soldi del Recovery Fund ed esiste la concreta possibilità di preservare l’occupazione con la sottoscrizione di progetti di diversificazione e nuovi contratti con l’obiettivo di offrire un riscatto economico, sociale culturale a un territorio sofferente. Questo, in sostanza, quanto asserito il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, parlando con i giornalisti in Prefettura dopo la sottoscrizione di accordi nell’ambito del CIS, il Contratto istituzionale di sviluppo.

«Tornerò e dedicherò una giornata all’ex Ilva, sono già stato allo stabilimento due volte: stiamo lavorando a un negoziato, abbiamo coinvolto la parte pubblica, c’è Invitalia che sta lavorando con Arcelor Mittal per gli obiettivi che ci siamo proposti», ha detto, infine, il premier Giuseppe Conte, anticipando un incontro con le associazioni sindacali dell’Ex-Ilva e le famiglie tarantine.