Taranto, Corso di Medicina

Lunedì 12, arriva Giuseppe Conte con sette ministri

Il premier inaugura la nuova sede universitaria del capoluogo jonico. Presenti Speranza, Provenzano, Manfredi, Guerini, Patuanelli, Costa e De Micheli, e Turco, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Sopralluogo nell’area del cantiere in cui sorgerà il nuovo ospedale San Cataldo. Sottoscrizione di accordi nell’ambito del Contratto istituzionale di sviluppo (Cis), sull’insediamento del gruppo Ferretti (area dell’ex Yard Belleli) e tra Marina Militare ed Autorità di sistema portuale del Mar Jonio. La sede, ex Banca d’Italia, accoglierà i primi 60 studenti iscritti

Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri, lunedì 12 ottobre sarà a Taranto insieme a 7 ministri, per l’inaugurazione del corso di Laurea in Medicina nell’ex sede della Banca d’Italia. Fra gli altri impegni tarantini,  un sopralluogo nell’area del cantiere in cui sorgerà il nuovo ospedale San Cataldo, e la sottoscrizione in Prefettura di accordi nell’ambito del Contratto istituzionale di sviluppo (Cis) per Taranto.

Gli Stati generali per l’istituzione di una Università autonoma nel capoluogo jonico si erano tenuti nei giorni scorsi in Prefettura, alla presenza del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Mario Turco, del Prefetto di Taranto, Demetrio Martino, e del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Presenti, nell’occasione, anche Loreto Gesualdo, presidente della Scuola di Medicina; Cosimo Tortorella, coordinatore della stessa Scuola; Stefano Rossi, direttore della Asl di Taranto, Stefano Rossi; Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto; Luigi Sportelli, presidente della Camera di Commercio di Taranto; Giovanni Gugliotti, presidente della Provincia; Elio Sannicandro, responsabile di Asset-Puglia. Sono intervenuti in videoconferenza, il presidente “Anvur”, Antonio Uricchio, il rettore dell’Università di Bari Stefano Bronzini, e del Politecnico di Bari, Francesco Cupertino.

L’incontro fra gli Stati generali per l’istituzione di una Università autonoma nel capoluogo jonico si sono svolti in Prefettura, alla presenza del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Mario Turco, del Prefetto di Taranto, Demetrio Martino e del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano; oltre che del presidente della Scuola di Medicina, Loreto Gesualdo, del coordinatore della stessa Scuola, Cosimo Tortorella, del direttore della Asl di Taranto, Stefano Rossi, del sindaco Rinaldo Melucci, del presidente della Camera di Commercio di Taranto, Luigi Sportelli, del presidente della Provincia Giovanni Gugliotti e del responsabile di Asset-Puglia Elio Sannicandro. In video conferenza: il presidente “Anvur”, Antonio Uricchio, il rettore dell’Università di Bari Stefano Bronzini, e del Politecnico di Bari, Francesco Cupertino.

MOMENTO STORICO

E’ un momento molto importante, a livello istituzionale come per la Città dei Due mari, non solo per la facoltà di Medicina di Taranto, una realtà insieme al corso di studio e agli studenti già sono iscritti, ma per l’idea più ampia e complessiva di una vera e propria Università di Taranto. Un salto di qualità che la Regione Puglia sta seguendo con massima attenzione e che costituisce un punto di arrivo importante per una città che, attraverso la formazione di eccellenza, può riprendere il suo ruolo di città guida del Mediterraneo e soprattutto uscire dalla monocultura dell’acciaio, che deve avere proprio nella facoltà universitaria di Taranto una concreta alternativa.

Da sottolineare il grande risultato raggiunto nella strutturazione in tempi record (meno di tre mesi dalla acquisizione dell’immobile da parte della Regione) della nuova prestigiosa sede del corso nella ex sede della Banca d’Italia. Il progetto, è stato detto nel corso dell’incontro, mira a rendere questo investimento fondamentale per questa città e il suo territorio, in vista di una sede Universitaria autonoma.

Per raggiungere questo traguardo sarà necessario investire su sostenibilità e caratterizzazione della cosiddetta “offerta”, così da non creare concorrenza tra le realtà della stessa regione che nel caso della provincia esporta 12 mila studenti (che si recano in altre sedi, evidentemente lontane).

Come è possibile raggiungere questo risultato di lungo periodo. Creando un tavolo tecnico sotto la regia del governo che ne individui il percorso. Questo l’impegno da parte del Governo, cui ha risposto la regione attraverso le parole del suo presidente che ha spiegato che insieme la Regione è pronta a fare la sua parte, così come è disponibile a qualsiasi investimento che consenta la creazione di una quarta Università in Puglia.

SESSANTA ISCRITTI

Si è parlato anche di un cronoprogramma per raggiungere questo traguardo. Ciò potrebbe essere possibile con la creazione di un percorso condiviso con tutte le università pugliesi che abbia l’obiettivo della sostenibilità. Dunque l’avvio di tavolo tecnico per la costituzione del piano scientifico e per la individuazione delle risorse necessarie per i primi tre anni.

A conclusione dell’incontro, l’intervento del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci. «Sono grato a nome di tutti i tarantini – ha dichiarato il primo cittadino – della sintonia e degli sforzi che tutte le Istituzioni stanno assicurando per la crescita della nostra università. Adesso siamo disponibili ad un tavolo tecnico per ricercare sostenibilità e vocazioni del progetto per la sede di Taranto, ma sul linguaggio e gli obiettivi ultimi non ci possono più essere equivoci e l’Amministrazione comunale intende assumere l’autonomia della nostra università come uno dei temi fondamentali per il futuro della comunità ionica. È ormai una battaglia di civiltà e dignità per Taranto».

Nella sede della ex Banca d’Italia il corso accoglierà i primi 60 studenti iscritti, la struttura è stata trasformata in un modello all’avanguardia con laboratori e tecnologie di ultima generazione in campo medico.

«Momo, uno di noi!»

Un vero fuoriclasse, anche fuori dal campo

Mohamed Salah difende Craig, un senzatetto, dall’aggressione di quattro ragazzacci. All’uomo regala cento sterline, ai ragazzi una lezione di vita. Ecco un altro grande esempio di civiltà. Il campione non è nuovo a gesti di generosità: nel suo Paese ha contribuito alla costruzione di un centro medico e una scuola.

«Mi ha difeso dall’aggressione verbale di quattro ragazzacci, poi mi ha regalato cento sterline: una volta passati quei pochi minuti, tremendi, non sapevo se essere più felice del suo intervento, che mi ha restituito il sorriso, oppure di quei soldi che, ad uno come me, che vive di espedienti e della generosità della gente che incontra, sono tanta roba: una cosa è certa, quel campione, di sport e di civiltà, per una sera mi ha reso felicissimo». David Craig, senzatetto, non avrebbe parole. Ma quelle poche che ha le mette in riga per i cronisti e i lettori del Sun, cui il pover’uomo, ha raccontato la breve storia che lo ha visto protagonista. Ci sono le immagini in un video. La storia in due battute, la racconta l’uomo sfortunato, al quale è arrivato in soccorso Mohamed Salah, per tutti “Momo”, noto per le sue prodezze in campo (e fuori, come vedremo), che hanno permesso alla sua squadra, il Liverpool, di conquistare il campionato inglese trent’anni dopo l’ultima volta, oltre alla Champions arrivata la stagione precedente con la finale tutta inglese vinta contro il Tottenham.

Ma torniamo alla storia, a David, il senzatetto. «Camminavo per fatti miei, un abbigliamento per me normale, evidentemente per altri trasandato, specie per dei ragazzi che non avevano meglio da fare, quando per qualche minuti, per questi, sono diventato il loro passatempo preferito». Per un uomo in età e con difficoltà quotidiane, essere preso di mira a fine giornata, quelle parole pronunciate al suo indirizzo da quattro scavezzacollo, sono dei macigni. «Fanno anche più male – ha confessato David – perché ti arrivano dentro, dritte nello stomaco, vuoto, tanto per cambiare, a causa della fame; specie se a rivolgertele sono dei ragazzi, che non conoscono quale futuro possa riservare loro la vita».

«VERGOGNATEVI!»

A proposito di lezione e di futuro. «Dovreste vergognarvi per quello che state facendo, vi ci mettete in tanti a prendere in giro un uomo indifeso: pensate, potrebbe essere un vostro amico, un vostro congiunto, uno di voi fra dieci, venti anni: adesso fate i bravi e andate via!». Così, Momo, apostrofa l’atteggiamento spavaldo di quei quattro amici, ineducati, forse annoiati, che in un tratto di strada, non molto lontano da Anfield, non trovano di meglio che deridere David. E’ una stazione di servizio, il calciatore egiziano, che brilla per generosità, grazie ad alcuni progetti finanziati nel suo Paese, come una scuola e un centro medico, si ferma per fare il pieno alla sua auto. Esce dall’auto, si avvicina a una colonnina per fare il pieno, quando in quello stesso momento sente delle urla e assiste a una scena alla quale sicuramente non avrebbe voluto assistere. Dei ragazzi hanno preso di mira un uomo – il calciatore scoprirà poco dopo l’identità dello sfortunato, quella di homeless, un senzatetto –  lo offendono con parole grosse. E’ un attimo, come avere il pallone fra i piedi e decidere una frazione di secondo prima dell’avversario cosa fare. Momo, che fa sognare i tifosi dei Reds (questa la definizione degli appassionati del Liverpool), invece della fantasia, stavolta tira fuori il suo carattere. Non ci pensa un istante. Si dirige verso i ragazzi, come se cercasse un incontro faccia a faccia con un avversario. Dritto nel sette. «Ma come vi viene in mente di insultare un uomo, sfortunato, che non vi ha fatto niente: dovreste vergognarvi e pensare che un giorno, il Cielo non voglia, uno di voi potrebbe essere al posto di quest’uomo!».

L’AGGRESSIONE, IL “SUN”

I ragazzi restano inceneriti da quelle parole, riconoscono il campione, si vergognano. Gli danno ragione, chiedono scusa e vanno via, tante volte finissero su un giornale. Restano, però, le immagini di quella breve, vile aggressione nei confronti di un uomo indifeso. Non succede tutti i giorni che un campione, un eroe, prenda le difese di un debole. Questa volta è andata bene, la posizione dei senzatetto per un giorno, in Inghilterra, è diventata notizia in attesa diventi un impegno del governo: aiutare gli ultimi.

Al Sun, il giornale inglese, che ha dato eco all’episodio, le parole di David. «E’ stato meraviglioso quanto lo è per il Liverpool in campo. Ha sentito cosa mi stava dicendo un gruppo di ragazzi, poi si è rivolto a loro e ha detto: “Potreste esserci voi al suo posto tra qualche anno”. Ho capito di non avere le allucinazioni solo quando Momo mi ha regalato 100 sterline. Quei ragazzi mi molestavano, chiedendomi il perché delle mie richieste e dicendomi di trovarmi un lavoro. Quando ho visto Salah ero felicissimo, ai miei occhi è un eroe anche nella vita reale e voglio ringraziarlo».

Che altro aggiungere, se non che Salah è conosciuto in patria per l’attenzione dedicata ai progetti benefici come la costruzione di un centro medico e di una scuola. Altro gesto significativo del fuoriclasse egiziano, la sua esultanza per una rete replicando la gioia dopo un gol di Moamen Zakaria, connazionale di Salah, costretto a ritirarsi dopo la diagnosi di una rara forma di SLA, la sclerosi laterale amiotrofica (rigidità muscolare, graduale debolezza, difficoltà di parola, deglutizione, respirazione). Insomma, ci sono sventure che alcuni ragazzi ignorano ed è bene ricordare, ogni tanto, che la vita riserva anche drammi inattesi. Pertanto, meglio regalare un sorriso che non un insulto.

«Il mio Dumas…»

Nico Pillinini, autore dei disegni della mostra “Oltre il muro”

Castello aragonese, la prigione di Edmond Dantès. A Taranto fu imprigionato il Conte di Montecristo, in realtà padre mulatto del famoso scrittore francese. «Per l’occasione sono tornato al mio primo ciclo di studi. La satira devi avercela, non puoi impararla. Quella sul presidente Pertini la vignetta alla quale sono più affezionato. Al Quirinale il thè con il Capo di Stato italiano più amato»

Nico Pillinini, disegnatore, da quarant’anni vignettista fra i più quotati. Dal Quotidiano di Puglia alla Gazzetta del mezzogiorno, con la quale è impegnato ancora oggi, le collaborazioni con i quotidiani Repubblica (Satyricon), l’Unità (Tango), Gazzetta dello sport (Gong), Corriere dello sport, le riviste Oggi e Gente. E’ l’autore dei disegni della mostra “Oltre il muro” allestita nel Castello araginese di Taranto, e dedicata al generale Alexandre Dumas, padre dell’omonimo autore del più grande romanzo d’appendice dell’Ottocento, “Il Conte di Montecristo”. La vicenda del Conte più famoso della letteratura, passa da Taranto. E’ qui che per due anni, il primo ufficiale “coloured” della storia e dell’esercito napoleonico, trentanovenne, fu recluso per due anni fra maltrattamenti e gravi ristrettezze ispirando vicenda e vendetta di Edmond Dantès. Nel libro del Dumas scrittore, la prigione è il Castello d’If, Marsiglia, mentre nella realtà quei pochi metri di cui disporrà per circa un paio di anni Dumas padre, a partire dal 1799, sono quelli del Castello aragonese di Taranto.

Ma torniamo all’autore dei disegni della mostra aperta al pubblico (è sufficiente prenotarsi). Dalle vignette con la Gazzetta del mezzogiorno alle illustrazioni. Pillinini, un ritorno alle origini, una riscoperta.

«Sicuramente, merito di Tonio Attino, presidente dell’associazione “Amici del Castello”, mente pensante della mostra; mi contattò chiedendomi la collaborazione a un progetto che non aveva del tutto chiaro: faremo qualcosa insieme, mi promise; l’occasione si presentò successivamente, così mi chiese se fosse stato possibile che tornassi indietro nel tempo riappropriandomi dei miei primi studi da disegnatore e pittore, prima di dedicarmi alla satira in veste di vignettista, cose evidentemente diverse fra loro: confesso, ero titubante, gli avevo perfino consigliato di trovare un altro che fosse all’altezza del progetto, niente, lui voleva che me ne occupassi io; alla fine sono fiero del risultato: colori e pennelli, perfezionato con photoshop».

E’ un mestiere che consiglieresti, oggi? Quando hai cominciato a dedicarti a questa attività?

«Disegno da quando ero bambino. A qualsiasi disegnatore ponessi questa domanda, ti risponderà in modo più o meno simile: la passione, innata, si manifesta, fin da piccolo: è un po’ come se chiedessi a un calciatore da quanto tempo giochi, da bambino, inevitabile; più tardi ho frequentato il Liceo artistico, prendendo sempre voti alti; i miei compagni venivano a scuola, io esponevo e vincevo premi, tanto che i miei dipinti quotati sul Bolaffi».

Consiglieresti lo stesso percorso?

«In quegli anni, Taranto era un brulicare idee, mostre d’arte, gallerie; ricordo da studente, giravo per assistere ad esposizioni; oggi, il deserto: oggi non è semplice suggerire ad un ragazzo di intraprendere la strada dell’arte, gli stessi genitori non lo vedono come un lavoro. Conrad, per esempio, un giorno ebbe a dire: come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo dalla finestra io sto lavorando…».Pillinini 5 - 1Qual è la tua finestra?

«A differenza di Conrad, non ho finestre; ho, invece, un “bunker”, quasi fossi Capo di Stato, un seminterrato, è lì che raccolgo le mie idee, le mie armi sono le matite; la mia finestra, se proprio vogliamo darle un’identità, è il computer, lo accendo e mi affaccio sul mondo, è da qui che traggo ispirazione per le mie vignette, i miei libri».

Le tue “armi”, affilate, in quanto fai satira. Esiste una scuola o se la satira non ce l’hai nel sangue non puoi impararla?

«Non puoi impararla. Esiste la scuola del fumetto, quella sì, lì puoi migliorare certe attitudini; la scuola può affinarti, a condizione che abbia già passione, conoscenza per fare l’artista, una certa componente di humor, satira, per realizzare vignette, che poi sono componimenti, articoli, riflessione, un risultato alla base di uno studio».

Come si riconosce uno stile, un tratto?

«Chi mastica la materia, intuisce subito l’autore, gli è sufficiente anche un angolo del disegno: Forattini, Vauro, Ellekappa, riconoscibilissimi…».

Pillinini?

«Oggi un tratto grasso, se prendessi un mio primo libro, pubblicato nell’83, “Impertinenze”, allora disegnavo con china e pennino; era, però, una lotta contro il tempo, dovevi attendere che il disegno si asciugasse, ti aiutavi con la carta assorbente».

Una vignetta secca, una sola. Perché quella.

«Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, mi chiedeva spesso gli originali; quando poi uscì il libro “Impertinenze” fui invitato al Quirinale: si stabilì subito un legame di rispetto e affetto; mi invitò a prendere un thè, un momento di grande emozione stare seduto davanti al presidente più amato degli italiani e sorseggiare una bevanda senza alcuna fretta».

La vignetta, Pillinini.

«Quando Pertini lascia il Quirinale, la sua uscita di scena. Ho disegnato me seduto al mio piano di lavoro, una matita in pugno, un lume puntato su un foglio bianco dal quale sbuca il Presidente che abbandona il suo posto di lavoro».

Una cuoca speciale…

Valentina De Palma, tarantina, stella televisiva sul NOVE

Ha vinto le selezioni, poi una puntata realizzata a Manchester e firmato un contratto londinese con il conduttore di “Gino cerca chef”. «Ho lasciato gli studi di architettura per inseguire il mio sogno incoraggiata da amici e parenti, adesso sono soddisfatta, ma un ristorantino a Taranto lo aprirei volentieri…».

Valentina De Palma, da architetto a chef, passando per Taranto, la sua cucina tradizionale, per coniugarla infine ad un gusto originale. La Città dei Due mari ci ha abituati ad esplosioni in discipline, attività sempre diverse. La canzone, per esempio (Diodato, l’ultima scoperta).

Ora è il momento della cucina, come abbiamo scritto un paio di giorni fa, in questo stesso sito, ricordando un altro successo, quello del cuoco di origine gambiana, Ibrahima, ma tarantino d’adozione e star di un altro spettacolo “a tutto gas” (e fornelli), “Cuochi d’Italia, il campionato del mondo”. E la cosa bella, specie di fronte a un tema, la cucina, è che performance di successo come queste possono portarci lontano. Taranto ne ha bisogno. Richiede il contributo di tutti e poco importa se la promozione ricade sulla nostra città per azioni spontanee. Come possono esserlo le iscrizioni a una gara televisiva di grande successo.

Lei, modesta, prova a minimizzare quando le dicono che ha il “tocco speciale”, “a special touch” come dicono in Inghilterra, e come l’hanno incoronata in una puntata del coocking show “Gino cerca chef”.

TARANTO-FIRENZE-LONDRA

Valentina, cinquant’anni appena (vedeste quanto è brillante), mamma di tre figli, parte da Taranto. Ma prima di partire per Londra, dove ha una prima, importante esperienza, un altro step. «Parto per Firenze – spiega – per iscrivermi ad Architettura e conseguire la laurea. Il lavoro, fra penne a inchiostro liquido e scalimetri, carta da schizzo e portamine, su superfici oblique e illuminate, mi affascina, ma non appena la cucina lancia il suo irresistibile profumo, ecco che tutto torna a posto nella borsa degli attrezzi».

Non è stato semplice arrivare in tv. «La selezione è partita mesi fa – spiega – eravamo cinquecento partecipanti, mestolo più mestolo meno, a quel punto la selezione drastica: avete presente Miss Italia e “…per lei, il concorso, finisce qui!”? Era più o meno così: cercavano gente che avesse grinta, faccia tosta e sapesse stare dietro i fornelli, infischiandosene delle telecamere; non so quante volte gli autori invitassero i finalisti a fare attenzione a quei pochi, ma fondamentali suggerimenti da seguire: e per finire – concludevano – non guardate mai nella telecamera, salvo che non ve lo chieda il conduttore».

CERCATA E “CONTRATTATA”

“Gino cerca chef”, condotto dal notissimo chef e imprenditore campano Gino D’Acampo, affiancato dal maître francese Fred Sirieix, è uno dei nuovi cooking show successo del NOVE, un canale che sta registrando ascolti impensabili. La vittoria conseguita nella puntata realizzata a Manchester, le ha regalato  un anno di contratto nel celebre locale di D’Acampo. Valentina De Palma si è rivelata subito pragmatica, tanto da eccellere su un menù fatto di poche cose, ma sicuramente buone. Di più, da diventare matti per profumo e sapore. «Punto di partenza – spiega il suo exploit Valentina – la tradizione, che provo a realizzare lavorandoci sopra con un sistema tutto mio, collaudato, che poi è quello che deve essere piaciuto a giuria e allo stesso Gino: tutto calibrato, in equilibrio fra gusto e bellezza, perché i colori per me, che sono un po’ architetto e un po’ chef, sono alla base del linguaggio gastronomico: il mio mantra, la cucina da economia circolare, in cui non si butta nulla!».

Valentina, di certo, non insegue il classico sogno italiano, come a dire il posto fisso. «Oltre la Manica – conferma – ho già fatto una prima esperienza quando ho scelto di fare un anno di esperienza a Londra, ai fornelli e con i due figli insieme a lei: lì ho trovato conferma ai miei sogni, quando mi dicevano che avevo un tocco speciale, “a special touch” appunto».

Nel 2008, Valentina, decide di seguire il richiamo più forte e dedicarsi esclusivamente ai fornelli dove già familiari ed amici l’avevano incoronata regina assoluta. Una idea fissa, la sua:  aprire a Taranto un ristorante tutto suo. E non è detto che dopo il contratto di un anno con Gino Acampora, non voglia tornare nella sua città per coronare il suo sogno di imprenditrice. A meno che, Gino, che da quello che si vede in tv, non ne sappia una più del diavolo – che notoriamente – fa i coperchi e non le pentole, non la ingolosisca con un altro contratto. Sarebbe la prima volta che Valentina verrebbe presa per la gola.

«Sono una star…»

Ibrahima, gambiano, da Taranto alla tv dei grandi chef

«Mio malgrado, in realtà miro a migliorarmi nella mia attività, orgoglioso dei miei datori di lavoro…», dice il trentunenne ragazzo sbarcato in Italia sette anni fa. Concorrente per “Cuochi d’Italia” con la cucina locale, Bruno Barbieri lo ha invitato a gareggiare al campionato del mondo di cucina. Da orecchiette, riso, patate e cozze all’afra, passando per il chere, uno dei piatti prelibati del suo Paese. «Ho fatto il preparatore in una scuola-calcio, il giardiniere, il lavapiatti: in cucina spiavo ricette e tempi di cottura, fino a quando un bel giorno…»

«Sono già felice così, orgoglioso di avere compiuto un passo dopo l’altro e dalla strada, dal mare e dal deserto, attraversati in fuga dal mio Gambia, essere passato dietro ai fornelli di un ristorante molto noto a Taranto». Così noto e coraggioso da meritare la menzione, Le Vecchie cantine, un ristorante che raccoglie solo indicazioni positive, di più, sui social. Segno che la scelta di Ibrahima, trentuno anni, da sette anni in Italia, paga. Quel ragazzone dal sorriso contagioso da più tre anni è diventato simile al brand del ristorante-pizzeria in via dei Girasoli, alle porte della città.

Ibrahima Sawaneh, trentuno anni, si mette in gioco e per gioco si candida per la Puglia nella trasmissione “Cuochi d’Italia”, il popolare format in onda su TV8. Lui, però, viene dal Gambia e sebbene la sua cucina parli pugliese, anzi tarantino, la selezione va così bene che gli propongono di gareggiare per il suo Paese natale,  il Gambia appunto, per “Cuochi d’Italia – Il Campionato del Mondo”.

«Da quando sono arrivato in Italia – confessa Ibrahima – ho studiato, non solo sui libri, ma in qualsiasi occasione ci fosse da apprendere e potesse migliorarmi, come professione e come uomo». Ibrahima, fin da piccolo, orfano di mamma ad appena due anni, si rimbocca le maniche, fa qualsiasi lavoro. Ovunque, dice, c’è da imparare: anche socializzare è un bell’insegnamento. Filosofia allo stato puro, bravo Ibra. Prova a fare il tecnico in una scuola-calcio. «Una quarantina di allievi – ha raccontato agli autori del programma “Cuochi d’Italia – Il campionato del mondo” – a cui provavo a dare lezioni più tecniche che tattiche, per quello c’erano fior di allenatori a pensare come fare imprimere uno scatto in avanti ai ragazzi più talentuosi; ho sempre amato il calcio, quello dei fuoriclasse senz’altro, ma amo questo sport perché credo che, come nella vita, sia importante fare squadra, sempre: ognuno deve dare fondo a tutte le sue risorse e metterle a disposizione del prossimo; quando parlo di squadra mi riferisco sì al calcio, ma anche al lavoro…».

«I FORNELLI, IL MIO REGNO»

Ibrahima, prima di diventare cuoco, attraverso tutti gli step richiesti da questo lavoro, ha fatto il preparatore di giovani calciatori, ma anche il giardiniere. «Anche il lavapiatti – non c’è da vergognarsi, anzi Ibra lo dice con legittimo orgoglio – perché qualsiasi cosa presa dal verso giusto ti dà esperienza: così puoi comprendere quanto tempo ci voglia ad avere nella massima disponibilità piatti e posate; fra fuochi e fiamme conoscere profumi e tempi di cottura di qualsiasi pietanza».

Come fosse un debutto in serie A, raccontano di Ibrahima. Il suo esordio arriva quando meno te lo aspetti. Centocinquanta coperti, ci pensa lui. Lo fa talmente bene che, se fosse stata davvero un incontro di calcio, a fine gara gli avrebbero consegnato il pallone, come se avesse messo a segno una tripletta in un derby. La sua tripletta sono quei centocinquanta coperti, straordinariamente soddisfatti. Con buona pace anche del titolare che, quasi fosse un talent-scout, vede bene in quel giovanotto alla soglia dei trenta. Ora, in tv, Ibra passa dalle  orecchiette al riso, patate e cozze all’afra, passando per il chere, uno dei piatti prelibati del suo Paese.

«GRAZIE, A CHI HA CREDUTO IN ME…»

«Orgoglioso dell’orgoglio di chi mi ha dato questa occasione di lavoro e crede in me, e dei conduttori del programma: durante le registrazioni non ho avuto nemmeno un po’ di paura, emozione quella sì: bravi gli autori a spiegare che, intanto, è un gioco ed essere lì, in tv, è già una vittoria, per me e per quanti mi hanno spinto a candidarmi prima a “Cuochi d’Italia”, per poi essere stato invitato dagli stessi autori e da Barbieri a provare a rappresentare il Gambia, il Paese dal quale sono venuto via sette anni fa…».

“Cuochi d’Italia” è un programma televisivo condotto dallo chef Alessandro Borghese, prodotto da Sky Italia e trasmesso su TV8 (replica su Sky). Dal 6 gennaio, in onda uno spin-off (una costola di quella trasmissione di successo): “Cuochi d’Italia – Il campionato del mondo”, condotto da Bruno Barbieri. In ogni puntata due cuochi, rappresentanti di altrettante regioni italiane, si sfidano in una doppia manche. A giudicarli, altri due chef stellati, Gennaro Esposito e Cristiano Tomei.