«Stefano, amico per sempre!»

Red Canzian ricorda D’Orazio

«In qualsiasi momento avessi bisogno, lo trovavi a un passo da te. Operato al cuore, al mio risveglio, con mia moglie e i miei figli, lui era lì. Quando aveva dubbi su un nuovo concerto, mi interpellava: ero il suo “geometra” di riferimento. Lo ricorderò con una canzone, non una reunion: sarebbe stato il primo ad opporsi. La sua ironia, impagabile».STEF 1 - 1Venerdì sera la sua scomparsa, lunedì l’addio a  Stefano D’Orazio, batterista dei Pooh. Lunedì scorso Roma, i suoi “amici per sempre”, Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian e Riccardo Fogli, insieme con la moglie Tiziana Giardoni, hanno tributato al grande batterista l’ultimo saluto.

Nonostante il grande dolore, Red Canzian, bassista della formazione musicale italiana più amata accetta di ricordare il suo compagno di viaggio per circa cinquant’anni. Cosa significa perdere un fratello, tale era considerato Stefano D’Orazio, assalito e sopraffatto dal covid?

«Provare un male terribile, per me è stato come perdere più di un familiare, perché è un amico che ho scelto io; poteva restare un buon collega, non è un mistero che ci siano persone che lavorano insieme trent’anni, ma che non diventano mai amici; io, invece, l’ho scelto come amico, una persona alla quale avrei potuto fare riferimento in qualsiasi momento, perché Stefano ci sarebbe stato, come sempre. Quando sono stato operato al cuore nel 2015, al mio risveglio in Rianimazione c’erano mia moglie Bea, i miei figli, Chiara e Phil, e Stefano. Questo ti fa pensare a un rapporto che va ben oltre all’aspetto lavorativo, tanto che il dolore che ho oggi diventa anche rabbia: avrei voluto restituire in qualche modo, anche solo per un attimo, le attenzioni che lui aveva rivolto a me in quell’occasione, tenergli la mano, stargli vicino, provare nel silenzio a confortarlo; ma come non è stato possibile per me, non è stato possibile per la moglie, Tiziana. Questo è stato l’aspetto ancora più doloroso nell’addio a Stefano».

All’interno dei Pooh ognuno di voi aveva un compito. Quanto è stato importante il contributo di Stefano?

«Ricopriva un ruolo importantissimo, era uno che vedeva lontano, tanto da essere stato uno dei promotori dell’automanagement; io mi occupavo delle pubbliche relazioni, della parte grafica, delle copertine, ma la cosa bella che amavo fare con Stefano erano studio e realizzazione dei concerti, dei nostri palchi: lui era un visionario, studiava cose enormi, poi al primo dubbio mi chiamava – essendo il suo “geometra” di riferimento – e mi chiedeva se il progetto potesse stare in piedi: quanti giorni trascorsi, insieme, a disegnare e dipingere…».

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Un episodio, fra i tanti, che ricorda.

«“Amici per sempre”. Stavamo ancora brigando, quando a mezz’ora dall’apertura delle porte del palazzetto, mi cadde il pennello nel barattolo di vernice con la quale stavo dipingendo una porta, “zebrata” come il resto del fondale; mi schizzai di brutto: l’alternativa era provare a smacchiarmi ma puzzare di solvente per tutto il concerto, oppure uscire sul palco “a macchie”, optammo per la seconda ipotesi. Ho ricordi bellissimi, a Stefano potevi dire qualsiasi cosa, non se la prendeva mai, anzi ironizzava…».

La storia dei Pooh era finita, ma avevi ancora progetti con lui.

«Uno di questi è già lì, pronto. Oggi assume valore doppio, doloroso e prezioso allo stesso tempo; Stefano, infatti, è venuto in studio e ha cantato su una base parte di “Se c’è un posto nel tuo cuore”, canzone scritta insieme a me e che lui cantava da solo con i Pooh: la condividerò con lui ad ogni concerto, quando la eseguirò con il mio gruppo; e allora, se mai questo covid finirà di farci soffrire, non solo portandoci via la gente che amiamo, e farà tornare finalmente a fare il nostro mestiere, uscirò con questo “live”: oltre a Mario Biondi, Enrico Ruggeri, Marco Masini, persone meravigliose, ci sarà anche la voce di Stefano, il momento più prezioso dello spettacolo nel quale canteremo insieme a grande distanza, purtroppo…».

Nessuna seconda “reunion”, ma c’è anche una sola possibilità di celebrare insieme i Pooh e la memoria di Stefano?

«Assolutamente no, del resto Stefano è stato il primo, con grande onestà, a scendere dal palco: aveva capito che tutto quello che avevamo da dire e da dare lo avevamo già detto e fatto; è venuto con grande fatica alla “reunion” del 2016 e non perché non volesse partecipare, ma perché non era al massimo della sua forma e aveva ormai fatto le sue scelte: è stato sempre un uomo per bene e molto onesto, uno di quelli che non si raccontava bugie davanti allo specchio, esercizio al quale purtroppo molti fanno ricorso; lui aveva detto basta e non credo che a qualcuno possa venire in mente di lanciare questa idea: onorare un amico non è onorarlo con una cosa che lui non avrebbe mai fatto».STEF 2 - 1

Un’idea per ricordarlo.

«Vorrei onoralo aprendo una scuola, come lo stesso Stefano ha cercato di fare: lui amava aiutare, trasferire la sua esperienza ad altri; vorrei onorarlo cantando qualcosa di suo che non ho mai musicato, ma certamente non con una cosa, un tributo per dirla tutta, che lui non avrebbe mai fatto, lo troverei assurdo…».Un light-designer tarantino, Roberto D’Aniello, ha proiettato su un intero palazzo a Taranto, luci colorate con la scritta “Ciao Stefano!”. Vi emoziona sapere che il vostro pubblico non smette un solo istante di amarvi?

«L’Italia è meravigliosa proprio perché nella sua lunghezza, in ogni suo angolo, ha amato la musica dei Pooh e, dunque, noi quattro; era impossibile non voler bene a Stefano: vederlo scappare alla fine dei concerti era una sua abitudine, riteneva di avere concluso sul palco il suo avere e il suo dare; era tutt’altro che snob, non era una persona bisognosa di ulteriori affetti oltre a quelli che aveva ricevuto fino a qualche istante prima: era, piuttosto, un modo delicato di interpretare la vita».

Aveva uno spiccato senso dell’ironia, D’Orazio.

«Mai sentito parlare male di qualcuno; scherzarci sopra sì, ironizzarci anche, ma mai parlare male; non era sua abitudine, del resto una persona intelligente non avrebbe mai preso come offesa una battuta di Stefano per quanto pungente potesse essere: del resto era il primo ad ironizzare su se stesso: un giorno è arrivato alle prove, un po’ ingrassato, esclamò “Aspetto un figlio!”. Questo era Stefano, l’“amico per sempre” che tutti vorremmo avere e che io, per mia fortuna, ho avuto accanto per cinquant’anni».

«Aiuterò i deboli»

E’ John Biden il nuovo presidente degli Stati Uniti

Abolirà il bando sull’immigrazione dai Paesi musulmani. Ripristinerà il programma per la protezione dei Dreamer, i migranti arrivati in America irregolarmente da bambini e darà battaglia al Covid-19. “Joe”, balbuziente da ragazzo, lavorava sette giorni su sette: vendeva auto da un concessionario, puliva caldaie, passava la domenica dietro un banchetto al mercato. Una vita a volte sfortunata, scandita da incidenti e la morte prematura di moglie e figli.

«Sarò un presidente che unisce e non un presidente che divide: torniamo ad ascoltarci, siamo tutti americani». E promette il rientro degli Usa nell’accordo di Parigi sul clima e nell’Organizzazione mondiale della sanità, di abolire il bando sull’immigrazione dai Paesi musulmani e ripristinare il programma per la protezione dei Dreamer (i migranti arrivati negli Stati Uniti irregolarmente da bambini).

John Biden si presenta così. E’ lui il 46esimo presidente degli Stati Uniti. Con la vittoria in Pennsylvania, “Joe” ha superato i duecentosettanta Grandi elettori, soglia necessaria per conquistare la Casa Bianca. Oltre che in Pennsylvania, Biden ha vinto in Arizona, Wisconsin e Michigan, scuotendo e abbattendo l’orientamento di Stati in cui solo quattro anni fa aveva vinto Trump, il presidente uscente che non si dà per vinto – ma dovrà farsene una ragione – e continua a minacciare battaglie legali.

«Sarò il presidente di tutti», dunque. E’ il messaggio di riconciliazione nazionale lanciato da Biden dalla sua Wilmington. Aggiunge, inoltre: «Non esistono stati blu e stati rossi. Esistono solo gli Stati Uniti: diamoci una possibilità aiutandoci l’uno con l’altro».

Poi un pensiero, molto americano, dedicato alla moglie che a fine discorso lo raggiunge sul palco: «Sono il marito di Jill, e non sarei qui senza di lei; senza la mia famiglia; Jill sarà una fantastica First Lady».

La battaglia al Covid-19 è il primo tema che sta a cuore a Biden, che ha idee più chiare rispetto a Trump e al suo fatalismo. Non ignorare, ma combattere il pericolo della pandemia, il contagio. «Il nostro lavoro – ha dichiarato il neopresidente – inizia con il mettere sotto controllo il Covid; non risparmierò alcuno sforzo contro questa pandemia». Già domani, lunedì, nominerà gli scienziati che guideranno la task force sul coronavirus.

Sul palco prima di Biden, Kamala Harris:«Sono la prima donna vicepresidente ma non sarò l’ultima: questo è un paese delle opportunità – dice la neoeletta. Poi, rivolgendosi alle bambine: «Sognate con ambizioni; noi, la gente, abbiamo l’obbligo di costruire un futuro migliore senza mai dare per scontata la democrazia».

Ma conosciamo da vicino, per quanto possibile, Joe Biden. Indicato come “lo zio buono d’America”, uomo della classe media, segnato da terribili tragedie familiari, il vincitore delle  elezioni Usa 2020 è un veterano della politica. Alle spalle, qualcosa come quarantasette anni di politica, grande esperto di affari internazionali, ma anche qualche inspiegabile gaffe. Uno “zio buono”. Era quello che occorreva agli americani, abituati in questi ultimi quattro anni alle intemperanze esplosive della presidenza Donald Trump.

Joe Biden, ex “vice” di Barack Obama, compirà settantotto anni tra due settimane. Democratico moderato, arrivato con qualche incertezza alla presidenza, Biden vanta anche un primato: è il presidente più anziano di sempre ad entrare alla Casa Bianca. Il 20 novembre, a due mesi esatti dall’insediamento, come detto, festeggerà il settantottesimo compleanno. Otto in più, rispetto al record precedente di Donald Trump, diventato presidente a settant’anni compiuti. Quattro anni fa, Biden, devastato dalla morte per tumore al cervello del figlio Beau, rifiutò di candidarsi. Avrebbe avuto, forse, più chance di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

Joseph Robinette Biden è nato in una famiglia irlandese a Scranton, la grigia città delle miniere di carbone simbolo del fiasco dell’industria tradizionale, ma da quando aveva dieci anni ha vissuto nel Delaware, lo Stato dove, negli anni del Senato, è tornato ogni sera in treno per far da padre ai figli dopo essere rimasto vedovo.

Primo presidente cattolico dopo JFK – in tasca ha il rosario di Beau – Biden è favorevole all’aborto e, in linea con papa Francesco, alla difesa del clima. «Rientrerò nell’accordo di Parigi – promette – il primo giorno alla Casa Bianca». Balbuziente, da ragazzo, soprannominato “Dash” (trattino), perché non finiva le frasi, è guarito esercitandosi allo specchio.

Suo padre, ricco e incosciente da giovane, aveva subito rovesci finanziari e il piccolo Joe aveva dovuto lavorare sette giorni su sette vendendo auto da un concessionario, pulendo caldaie, passando la domenica dietro un banchetto al mercato. Mai studente brillante ma ottimo atleta, nel 1972, a soli 29 anni e dopo aver fatto l’avvocato, si candidò al Senato. Solo lui e la famiglia pensavano che ce la potesse fare e, Joe, venne eletto. Una gioia breve: poco prima di Natale la moglie Neilia e la figlia di tredici mesi, Naomi, rimasero uccise in un incidente stradale.

I due maschi, Beau e Hunter, finirono in ospedale gravemente feriti. Più avanti anche Beau, ex procuratore del Delaware e capitano della Guardia Nazionale, morirà lasciando nel padre un vuoto incolmabile. Hunter, il minore, gli ha causato inquietudini e guai, tra dipendenze dalla droga e business spericolati in Paesi come Ucraina e Cina rimbalzati sul padre con accuse di conflitto di interesse. Biden ha anche una figlia, Ashley, dalla seconda moglie Jill Jacobs, italo-americana con nonni siciliani e professoressa in un community college, sposata nel 1977 nella Chiesa dell’Onu a New York. Possiede, inoltre, due cani: Major e Champ. La corsa appena vinta, quella giusta, è la terza di Biden alla Casa Bianca. L’ultima, nel 1987, finì male quando si scoprì che aveva «copiato» un discorso da un leader inglese.

Nel 2008 a Obama aveva portato un bagaglio di esperienza e un cuore sincero. Ne era stato ricompensato con un accesso senza precedenti nelle stanze dei bottoni: partner, oltre che amico, del più giovane presidente che, tra i molti incarichi, gli aveva affidato nel 2008 quello di affrontare il «disastro continuo» della crisi economica dal punto di vista della classe media, da lui definita «la vera spina dorsale del Paese».

E sono stati i nipoti, con i quali ha trascorso a casa la maggior parte della giornata, a informare Joe Biden che la CNN gli aveva assegnato lo stato della Pennsylvania e quindi la vittoria. La nipote più grande, Naomi, ha postato su twitter una foto scattata subito dopo la notizia della vittoria che mostra Biden sorridente abbracciato dai nipoti.

Il presidente eletto Biden una volta insediato alla Casa Bianca il 20 gennaio ha in programma di firmare immediatamente una serie di decreti per rovesciare alcune delle decisioni prese dal presidente uscente Donald Trump. Lo riporta il Washington Post.

Tra le misure il rientro degli Usa nell’accordo di Parigi sul clima e nell’Organizzazione mondiale della sanità. Abolirà poi il bando sull’immigrazione dai Paesi musulmani e ripristinerà il programma per la protezione dei Dreamer. E come inizio, può dirsi “un buon inizio”.

«Il mio posto è qua»

Ike, 50 anni, somalo, rifugiato in Italia a causa della guerra

«Avevo vent’anni, vidi morire mio fratello sotto i colpi di un fucile. Non è stato facile i primi tempi, ma alla prima occasione ho mostrato il mio impegno. Oggi ho una moglie, due figli, l’affetto dei miei suoceri, la stima degli insegnanti dei miei ragazzi. Racconto spesso la mia storia, perché possa far riflettere su quanto sia idiota l’uso delle armi. Con il tempo, la nostalgia del mio Paese è passata»

Ha cinquant’anni, Ike, nato a Berbera, Nordovest della Somalia. Una storia tutta da raccontare, meglio, da ascoltare. Fuggito circa trent’anni fa dal suo Paese, in seguito allo scoppio della guerra civile, è arrivato in Italia a soli venti anni. Qui, in provincia, aveva un amico, l’unico, che lo ha subito ospitato. Oggi Ike si esprime in un italiano perfetto. «Non sono stati momenti facili – spiega – intanto perché non sapevo cosa mi aspettasse in Italia, per me un mondo lontano: col senno di poi, dico che era qualcosa di diverso da quanto immaginassi; e non perché lo avessi idealizzato, ma perché nel mio Paese, allora, arrivavano notizie il più delle volte controverse: si stava benissimo, si stava malissimo, si stava così così…».

Un viaggio, l’arrivo in Italia. «Primi sacrifici, se non hai un lavoro la cosa si complica, così il mio amico ha cominciato a darmi una mano: provavo a rispondere agli annunci di ricerca personale, ma non appena incontravo quello che avrebbe dovuto essere il mio datore di lavoro, mi licenziava dal colloquio con un “Grazie, le faremo sapere”: nessuna telefonata successiva».

Poi, per Ike, si fa spazio la prima speranza. «Una ditta per le pulizie, cercava personale: il mio amico insisteva, diceva che intanto poteva essere una soluzione temporanea, ma che era importante entrare nel mondo del lavoro per poi trovare sistemazioni più durature: oggi faccio ancora questo lavoro; quello che doveva essere un impegno trimestrale, una sostituzione estiva, si è rivelata l’occasione della mia vita».

NESSUNA NOSTALGIA, ORMAI

Il suo amico gli aveva detto che gli italiani questo mestiere non volevano farlo e, allora, per lui poteva aprirsi una strada. «Oggi posso dire che la sua – sorride ripensando a quelle parole, Ike – era una previsione completamente sbagliata; intanto non era vero che gli italiani non volessero fare gli addetti alle pulizie: è un lavoro come un altro, di grande decoro, poi, per dirla tutta – puntualizza il cinquantenne somalo – allora, come oggi, la maggior parte dei miei colleghi è italiana: dunque, mi chiedo – capovolge il concetto, sorride – vuoi vedere che questo lavoro non vogliono farlo i neri come me?».

Ama il paradosso, Ike, che nel frattempo, studiando e “sfogliando” internet, sa che il suo nome è lo stesso di un grande artista della canzone. «Me lo hanno fatto notare i miei colleghi di lavoro: Ike Turner – non si fa cogliere impreparato – ex marito della grande Tina Turner; ho letto la sua storia, con tutto il rispetto lui non doveva essere una gran bella persona visto che picchiava la moglie; lei, invece, una voce straordinaria, è una grande star, ma la musica non la seguo molto».

Ci racconta la sua Italia, la sua famiglia. «Non ho la nostalgia che mi assaliva trent’anni fa, quando lasciai il mio Paese; alle mie spalle anche una tragedia: mio fratello raggiunto dal colpo di fucile di un cecchino, durante la guerra civile; un mese dopo partii, la decisione era maturata da tempo, quella brutta storia aveva solo accelerato la partenza. Ho un altro fratello qui in Italia, anche un cugino che, però, dopo qualche tempo si è trasferito in Francia. Ci teniamo in stretto contatto promettendoci di riabbracciarci: il mese, l’anno dopo è sempre quello giusto, ma non ci vediamo praticamente da una vita, se non fosse per le videochiamate con whatsapp; con il dilagare della pandemia, la paura del Covid, non ne parliamo più, l’importante è uscire da questa crisi. Siamo tutti imbottigliati fra zone gialle e zone rosse».

UN BUON LAVORO

Ike, con grande impegno, in Italia ha costruito il suo futuro. «Ho un buon posto di lavoro – conferma – ho grande rispetto da parte di tutti i colleghi; trent’anni fa quando camminavo per strada, entravo in un bar per chiedere solo un bicchiere d’acqua, mi guardavano con sospetto, quasi fossi un alieno: ma, attenzione, mai una parola fuori posto; mi osservavano, questo sì, ma a nessuno veniva in mente di fare anche una modesta battuta».

Futuro significa anche famiglia. «Sì, qui ho trovato l’amore, durante una Festa dell’Unità: mia moglie è italiana, fa la cassiera in un supermercato; bene o male i nostri orari coincidono, stiamo molto tempo insieme: abbiamo due figli, vanno a scuola e sono il nostro motivo di orgoglio; quando i ragazzi frequentavano la scuola media e i primi anni delle scuole superiori, i loro professori mi invitavano a raccontare la mia personale esperienza: come il sottoscritto, anche loro non hanno mai avuto problemi di relazioni con i compagni di scuola, né con gli insegnanti…».

E, a dirla tutta, anche lui con quelli che sono diventati i suoi futuri suoceri. «Vero, persone squisite, aperte mentalmente: vedere una figlia felice è il principale obiettivo per un genitore; penso di averle dato serenità, felicità, un sentimento che avverto forte sulla mia pelle: mi sento l’uomo più felice del mondo. E se penso da dove sono partito e cosa mi ha spinto a venire in Italia, il mio cuore si riempie di tristezza. Ma, ora, posso dire che la Somalia è il Paese che mi ha dato la vita, ma il mio futuro è qui, l’Italia mi ha restituito il sorriso».

Sardegna da sogno…

Immigrati, isola virtuosa (Eurostat)

E’ la prima regione italiana. Sassari e Cagliari le province più abitate. Fascino per i turisti, accogliente con quanti cercano lavoro. Tre su quattro sono i cittadini extraeuropei ad avere un contratto e valgono qualcosa come 123 miliardi di Prodotto interno lordo. Producono il 10% circa della ricchezza italiana. E uno su dieci rappresenta la forza lavoro in Italia.

Non è una novità che il rapporto fra immigrati e sardi, abitanti di un’isola non solo piena di fascino, ma accogliente tanto con i turisti quanto con gli immigrati. Il rapporto fra immigrati e Sardegna, nel tempo, si è consolidato. Testimone, un’indagine Eurostat che ha pubblicato non più di due anni fa, indicazioni circa l’occupazione dei cittadini immigrati in tutti i Paesi dell’Unione europea. In seguito al presente studio, emerge inoltre che le province più abitate dagli immigrati sono Sassari e Cagliari.

Ma, attenzione, breve riflessione, prima di lanciarci a capofitto nell’ospitale Sardegna. Non molti sanno che sono qualcosa sotto i tre milioni (2,7 milioni per l’esattezza) e valgono qualcosa come 123 miliardi di Prodotto interno lordo. Sono proprio gli immigrati, che arrivano a produrre il 10% circa della ricchezza italiana. E rappresentano più dello stesso 10% della forza lavoro in Italia.

STORIA, TRADIZIONI E…

Questa gente, che ha un nome e un cognome, ormai si è inserita con storia, tradizioni e significati antichi nella nostra vita di tutti i giorni. Lavorano per vivere, si logorano nei cantieri, si sfiancano nelle fabbriche, si affaticano nei negozi, si consumano nelle campagne. E, soprattutto, lavorano senza sosta nelle nostre case e accanto alle nostre famiglie. Perché fanno anche da badanti, assistenti e collaboratori domestici. Sono loro, i lavoratori stranieri dichiarati (parliamo dei “regolari”) che rappresentano oltre la metà dei cinque milioni di immigrati attualmente residenti in Italia. Con circa duecento differenti nazionalità presenti e spalmate lungo tutto il territorio.

E, si diceva, da qualche tempo è proprio la Sardegna a far registrare una delle percentuali di occupazione. Qui lavorano, regolarmente, tre cittadini immigrati su quattro. Il 70% degli immigrati che arrivano da Paesi extraeuropei può contare su un regolare contratto di lavoro che garantisce all’Isola il primo posto tra le venti regioni italiane e una media al di sopra dei valori nazionali (in Italia lavora regolarmente solo il 65 per cento degli immigrati) piuttosto vicina alla media europea e forte di una crescita pari al 6% rispetto ai dati rilevati non più di tre anni fa. Le percentuali calano al di sotto del 60% quando l’indagine si restringe ai cittadini immigrati ma da Paesi dell’Unione europea.

SARDEGNA, TERRA (QUASI) PROMESSA

Il risultato sorprendente dell’indagine di Eurostat è proprio l’alta percentuale di occupati in un territorio che non ha i “fattori di attrazione” tipici dei Paesi di destinazione preferiti dai migranti. L’Isola non sarà, allora, quello che si dice terra promessa dell’immigrazione, ma i lavoratori che sono arrivati in Sardegna sono comunque riusciti a ritagliarsi un posto sfruttando le carenze del mercato del lavoro in cui svolgono per la maggior parte mestieri legati ai servizi alla persona (8 su 10), seguiti da industria e agricoltura. La maggioranza, poi, sono lavoratori dipendenti. Da soli, però, gli immigrati non riusciranno a invertire l’attuale tendenza verso l’invecchiamento della popolazione della Sardegna anche perché, nel 2017, gli stranieri erano 54mila (3% per cento della popolazione complessiva).

ROMENI, AFRICANI, ASIATICI…

Secondo il dossier statistico sull’immigrazione realizzato da un Centro studi ricerche, basato sui dati registrati sempre circa tre anni fa (queste le indicazioni di cui disponiamo al momento, ma che inducono allo stesso modo alla riflessione), gli immigrati in Sardegna sono prevalentemente di origine europea (26mila). I più numerosi sono i romeni con oltre 14mila. La seconda rappresentanza più autorevole, è quella africana: 16mila circa di residenti; terzo posto l’Asia con circa 10mila. Nel periodo relativo a quello preso in esame, i cittadini non comunitari in possesso di un permesso di soggiorno erano 28mila circa, di cui il 53% con un permesso di lunga durata. Quali le province più abitate dagli immigrati? Sassari (22mila) e Cagliari (16mila).

«Covid, collaborate»

Michele Matichecchia, comandante della Polizia locale di Taranto

«Rispettiamo il Dpcm, più ci aiutiamo, prima ne usciamo. Quarantotto agenti in pensione negli ultimi due anni. L’Amministrazione sta pensando a un altro bando. Collegamento continuo con il sindaco, Rinaldo Melucci, e l’assessore, Gianni Cataldino. Doppia fila, regina delle infrazioni. Oggi i cittadini non segnalano, commentano direttamente sui social. Vigili, un perfetto mix fra vecchio e nuovo».

La circolazione del traffico, le doppie file, l’abusivismo commerciale e altro ancora. Fanno parte dell’attività quotidiana svolta dalla Polizia locale di Taranto. Responsabile, il comandante Michele Matichecchia che, lo spiega nel corso dell’intervista, ha un confronto continuo e costruttivo con il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, e l’assessore Gianni Cataldino.

Comandante, cominciamo dall’ultimo impegno per lei e i suoi agenti alla luce delle ultime disposizioni anti-Covid.

«Abbiamo ripreso il lavoro lasciato appena lo scorso maggio; a tempo pieno, dunque, siamo tornati a svolgere un’attività di controllo mai smessa, nella quale oggi stiamo intervenendo con un maggiore impiego di risorse. Le normative del DPCM sono articolate, ma vanno applicate, per il bene di tutti».

Copertura degli agenti di Polizia locale. Soddisfatto del numero con il quale lavora?

«A fronte di un grande impegno dell’Amministrazione comunale – ha “chiuso” la precedente graduatoria attingendo nuovi agenti – il problema numerico si sta ripresentando a causa dei raggiunti limiti di età del personale: solo negli ultimi due anni sono andati in pensione quarantotto agenti; fra i nuovi, ragazzi vincitori di concorso e giunti da altre città, vincono nuovi concorsi e vanno via. Quell’aumento di agenti all’inizio ci ha dato benefici, ma ora per i motivi appena segnalati, stiamo registrando un numero di agenti che di fatto va nuovamente rinforzato. E non è un caso che l’Amministrazione si stia attivando per bandire un nuovo concorso».

C’è stato un momento in cui ha fatto “miracoli” e il sindaco, Rinaldo Melucci, questo gliel’ha riconosciuto.

«Il sindaco apprezza il nostro lavoro che, va detto, facciamo in modo congiunto con lo stesso primo cittadino e con l’assessore Gianni Cataldino; fra noi esiste un collegamento continuo, lo scopo è la crescita di una città sotto tutti i punti di vista».

I settori nei quali gli agenti di Polizia locale sono impegnati.

«L’impegno principale è la presenza sul territorio. Le problematiche più ricorrenti sono rappresentate dalla viabilità, le infrazioni del codice della strada, incidenti stradali, l’attività commerciale abusiva; in altre occasioni, spesso con cadenza settimanale, invece si genera una stretta collaborazione con la Polizia di Stato».635331669565008065_Matichecchia_HomeIm_808x400-1280x720Le pessime abitudini dei tarantini, le infrazioni più ricorrenti?

«Come sempre è la doppia fila la regina delle infrazioni. Secondo una scuola di pensiero, la doppia fila “mordi e fuggi” rappresenterebbe una soluzione per aiutare il commercio; in questa idea bislacca, invece, non si considerano gli “imbottigliati” e danneggiati da un’abitudine che a volte può sfociare in un litigio, se non in una rissa: accade anche questo».

La Polizia locale è attiva per combattere questo ad altri gravi fenomeni.

«Sindaco e assessore chiedono di intensificare i controlli. Sta per arrivare un terzo “street control”, lo strumento che “a strascico” trasmette al Comando, in tempo reale, targa e veicolo sanzionando le infrazioni; senza tema di smentita posso però assicurare che a un maggior numero di multe, non corrisponde una diminuzione del fenomeno».

Esistono ancora i cittadini che segnalano agli agenti di Polizia locale eventuali disagi?

«Se c’è, è un’attività ridottissima; oggi il cittadino usa i social, sui quali si legge di tutto e di più: dalle cose serie, che possono tornare utili, a leggerezze e cose inesistenti delle quali faremmo volentieri a meno».

Un’idea di cosa segnalano i tarantini?

«Problemi legati prevalentemente al codice della strada: l’auto in doppia fila, che non consente di uscire, il passo carrabile occupato, l’incidente. Il commerciante abusivo che occupa suolo pubblico o l’ingresso del portone di casa…».

C’è stato un “autunno caldo”, gli agenti vengono ancora aggrediti?

«Non più, il potenziamento del personale, una maggiore presenza di pattuglie nella stessa zona fa da deterrente, così da avere debellato questo risentimento “fai da te” nei confronti delle istituzioni. L’ultimo gruppo di assunti, molto preparato, ha mostrato grandi capacità, anche di mediazione».

Come riescono ad interagire agenti di esperienza e nuovi agenti?

«Detto che i nuovi non si sono imbattuti in un Comando nel quale ognuno gestisce il servizio a modo suo, la nostra è una struttura bene organizzata, con compiti chiari: ogni squadra ha un suo riferimento, tutti si rivolgono all’ufficiale superiore, che a sua volta fa riferimento al vicecomandante, Raffaele Maragno. E’ così che si opera secondo le direttive dei rispettivi superiori e non in modo autonomo. La generazione più matura è sicuramente portatrice di esperienza, sa gestire gli eventi, non si fa prendere dal fattore emotivo. Ma alla fine credo si sia creato un perfetto mix fra vecchio e nuovo».