«Bella e ospitale!»

Masseria Don Cataldo, Lino Banfi e Ronn Moss

Accolta nel cuore della Valle d’Itria la troupe del film “Viaggio a sorpresa”. La produzione sedotta dal fascino del posto. «Te lo avevo detto: la Puglia non è solo bella, è anche ospitale!», l’attore pugliese alla star di “Beautiful”. Un brindisi commosso, prima dei titoli di coda. E sul set, a chi dice «Parlate sottovoce, il commendatore sta riposando…», correggono: «E’ in relax, si sta godendo aria, profumo e bellezza…».

«Ronn, te lo avevo detto, la Puglia non è solo bella: è anche ospitale!». Le riprese sono appena finite, si levano i calici all’interno dell’affascinante cornice della Masseria Don Cataldo, nel cuore della Valle d’Itria. Lino Banfi, fra i protagonisti, sussurra in un orecchio a Ron Moss, nella duplice veste di attore e regista del film “Viaggio a sorpresa”, qualcosa che gli aveva già anticipato al primo ciak. Due stelle al confronto. Banfi, icona della commedia all’italiana, al cinema e in tv, e Moss, per tutti “Ridge”, anche sul set, il Forrester protagonista di “Beautiful”, la soap opera di maggior successo della storia della tv. La location, ospitale, alla quale il commendatore Pasquale Zagaria si riferisce, circonda con sorrisi e amorevole attenzione l’intera troupe di un film girato in angoli suggestivi della Valle d’Itria.

Qui, nella Masseria San Cataldo, operatori di ripresa, addetti al trucco, attori del cast e regista stanno levando i calici, con brindisi improvvisati con malcelata commozione da “rompete le righe”. Qui, è bene, ripeterlo, dovevano girare alcune riprese. Alla fine, gli sceneggiatori, con grande mestiere, hanno cambiato idea e dato alla storia a una interpretazione in immagini appena diversa dall’idea originale. Risultato: la troupe ha trasformato la quiete di questo un posto così bello, per alcuni giorni nell’ultimo straordinario set del film.MASS 04SILENZIO, BANFI MEDITA…

Fra una ripresa e l’altra, Banfi si mette comodo. Si stende su una poltrocina. «Non fate chiasso, il commendatore sta riposando…», dice qualcuno. «Ma quale riposando? Si sta godendo l’aria e il panorama della masseria!», corregge sicuro, uno della troupe al quale, il Lino nazionale, deve avere fatto questa confidenza. «Brevi! Brevi! Brevi!», scherza il grande attore alla fine di quest’avventura. La battuta in quel “barese” da lui inventato, la fa con un sorriso accennato, quasi per compiacere quanti lo circondano con grande affetto sapendo di stare al cospetto di una star – non ce ne voglia Moss – del nostro cinema. «Quando posso spendere una parola per la bellezza della mia Puglia, della quale sono ambasciatore in tutto il mondo – dice – lo faccio molto volentieri: non è il primo film e, mi auguro, nemmeno l’ultimo girato praticamente in casa…». Quando può mettere la buona parola con le varie produzioni, Banfi lo fa. E quando fra una ripresa e l’altra qualcuno gli chiede di raccontarsi, lo fa con il solito garbo e con una innata vis comica. Specie quando gli chiedono di dove lui sia, se di Andria o di Canosa. «Papà era un po’ pigro – scherza l’attore – così decise di emigrare a modo suo: invece di partire per Milano o Torino, si trasferì da Andria a Canosa…». Chiarita la prima curiosità, la seconda: il nome d’arte, da Pasquale Zagaria, all’anagrafe, a Lino Banfi.MASS 03PERCHE’ “LINO BANFI”

«Fu il grande Totò a suggerirmi qualcosa di più breve, io che avevo scelto in un primo momento Lino Zaga: accorciare i nomi va bene – disse il Principe – ma accorciare il cognome porta male; a lui, napoletano, bisognava credergli…Banfi sbucò da un registro scolastico dal quale presi il primo cognome, breve, che “suonasse” bene con il diminuitivo di Pasquale, Lino appunto…». Fine della breve chiacchierata, Ronn, regista serio, irreprensibile, una disponibilità disarmante nonostante la statura da star, fa radunare dal suo assistente «Chi è di scenaaa!».

Siamo ai titoli di coda. Il film, «Viaggio a sorpresa» è all’ultimo ciak. Applausi ed emozione. Banfi ha seguito fino all’ultimo fotogramma le indicazioni di “Ridge”, come fosse un attore debuttante, lui che ha interpretato commedie Anni 70 e 80, diventate un vero cult, diretto più avanti anche da Salce e Loy, Steno e Risi, che hanno fatto parte dei piani alti del cinema italiano.

«Sono certo che sarà un ottimo prodotto cinematografico – parole di Ronn Moss – la gente apprezzerà i valori di questa commedia in cui mostriamo la Puglia sotto una luce davvero speciale: era questa la mia intenzione principale, raccontare la bellezza autentica di posti così incantevoli che mi hanno fatto innamorare di questa meravigliosa terra, diventata la mia seconda casa, con l’augurio che la gente possa riconoscere e ammirare tutto questo».

«Non sono badante…»

Mariana, romena, trentaquattro anni

Sfata un pregiudizio. «Ho dovuto sudarmi il mio primo lavoro», interrompe educatamente un’intervista a un africano. «Nella sfortuna di dover lasciare casa, loro forse sono più fortunati, rispetto a noi godono di assistenza: io, ottocento euro in tasca, ho lasciato il mio Paese per trovarmi subito lavoro; non voglio scatenare una guerra  fra poveri…»

«Non voglio scatenare una guerra fra poveri – si dice così, vero? – ma quando sono venuta in Italia non avevo nessuno, tranne una mia amica con la quale abito ancora, che mi aiutasse ad inserirmi nel mondo del lavoro; i migranti che da qualche anno sbarcano in Italia, hanno l’assistenza dovuta, godono di assistenza sanitaria e del pocket money: io no, sono arrivata poco più di cinque anni fa con lo scopo di mettere un po’ di soldi da parte e poi tornare in Romania, invece sono ancora qua…».

Mariana, trentaquattro anni, da cinque in Italia, come spiegava, interviene in una chiacchierata a voce alta con Hussain, un nigeriano. Sto prendendo appunti, fino a quel momento. Vista la divertente intrusione, a questo punto scriverò più avanti. Giovane signora di bell’aspetto e in salute, seduta su una panchina del Lungomare, a un metro di distanza, si inserisce con garbo nell’amichevole conversazione.

In realtà in un botta e risposta a voce alta, noi italiani con uno straniero proprio non ce la facciamo a parlare con un tono normale, diciamo anche moderato. Così, mentre provo a fare domande a un fratello che, intanto ascolta e sorride, ecco che Mariana, la signora accanto a noi, insieme con un paio di connazionali non può fare a meno di ascoltare. E’ giovedì pomeriggio, normalmente giorno di riposo concesso alle badanti dalle famiglie o direttamente dagli stessi assistiti. «Premetto che non faccio la badante – puntualizza Mariana, come se quello appena menzionato fosse un lavoro di seconda serie – sto con le mie amiche che, invece, fanno questo di mestiere da anni e per tutta la giornata; io mi occupo di qualcosa che ha a che fare con le case-famiglia, ma non faccio la badante a tempo pieno, mi occupo bensì di più casi, e quando scade il contratto poco dopo grazie a un paio di agenzie fortunatamente riesco a trovare altro».

«NON VOGLIO DISTURBARE…»

Riprende, Mariana. «Quando ho interrotto la vostra intervista non volevo arrecare disturbo, piuttosto volevo fornirvi qualche elemento in più per capire che ci sono migranti e migranti; ci unisce, sia chiaro, la necessità – nel mio Paese, come nel suo, non ce la passiamo bene – allora salutiamo parenti e amici e ci mettiamo in viaggio, destinazione Italia nel mio e nel suo caso».

Il tono dell’intervento di Mariana, confermo, non era provocatorio, piuttosto aveva tutta l’aria di voler puntualizzare. «I migranti africani che ce la fanno a sbarcare in Italia – e, diciamolo, non tutti hanno questa fortuna – godono subito di assistenza, dopo aver fatto un lungo e pericoloso viaggio, vengono assistiti dalle cooperative». Sembra fatto apposta, magari la trentaquattrenne romena è andata per associazione di idee, suggerisce “Costruiamo insieme”. «Qui c’è una cooperativa», indica, senza però ricordarne il nome. «Due strade dopo…», si sbraccia per farsi capire, «C’è un palazzo dove sono ospitati solo africani e più avanti un luogo di preghiera…Via “Cavalotti”..». Le “elle” dovrebbero essere due, ma non fa tanta differenza quando ci si capisce al volo. Sì, più avanti c’è una moschea, le suggeriamo. Arrossisce, prosegue nel suo ragionamento. «In Italia ci sono tanti romeni – spiega la donna – tanti a Taranto: hanno cominciato ad arrivare qua molti anni fa. I miei cari, purtroppo, sono rimasti là. Oggi ho trentaquattro anni, sono partita dal mio Paese cinque anni fa. Fino ad allora, ero vissuta sempre in Romania, dove avevo studiato e fatto corsi di aggiornamento professionale».

«TARANTO, PER CASO…»

Taranto è stata una scelta abbastanza casuale. «Dovuta più che altro al fatto che qui ho l’amica che mi ha ospitato da subito; anche lei lavora saltuariamente come me, a volte le tocca fare da badante, manca le mezze giornate, ma ancora vivo con lei, in una piccola casa in affitto, sempre la stessa». Anche lei lamenta una decisione indispensabile. «Sono venuta qui per lavorare e aiutare la mia famiglia – confessa – sinceramente mi piaceva l’idea di fare esperienza. Prima di decidere di provare a trovare fortuna in Italia, ho parlato con i miei familiari che hanno condiviso la mia scelta non senza una punta di amarezza; sono arrivata qua che avevo ottocento euro in tasca: c’era la mia amica che mi aveva invitata, quindi, per un po’ ero al riparo da brutte sorprese, ma mi sono data da fare subito per trovare un lavoro».

Gli italiani pensano che tutte le romene facciano le badanti, dice. «La maggior parte sì, ma io lavoro con una certa costanza con due agenzie, tanto che spero di continuare fino a quando non mi stancherò; mi trovo bene, non guadagno molto e, detto questo, mi tocca anche mandare soldi a casa. Non ho mai avuto un contratto fisso ma finora, sinceramente, non ho mai avuto problemi: tra le colleghe ci sono altre mie connazionali, ma anche immigrati che provengono da vari Paesi africani».

La puntualizzazione, considerando il fatto che si sia infilata nell’intervista a Hussain. «Prima di entrare nel mercato del lavoro ho dovuto girare un po’, perfezionare il mio italiano, lingua che conoscevo abbastanza bene: ho faticato, questo volevo dire; c’è chi deve farlo un po’ di più, chi un po’ meno: a me è toccata la prima parte con batticuore; perciò dico a questo ragazzone di sentirsi fortunato perché non avrà la mia stessa fretta e la mia stessa paura: quegli ottocento euro che avevo in tasca, una piccola fortuna, dovevo farli durare il più a lungo possibile, finiti quelli la mia amica avrebbe potuto ospitarmi ancora un po’, ma poi sarei dovuta tornare nella mia Romania».

Non si fosse spiegata così bene, avremmo pensato a una leggera punta di invidia nei confronti di Hussain. «Mi sono trovata bene dal primo momento, nonostante i duemila chilometri da casa, le differenze tra i due Paesi, il dovere di abituarmi a nuovi modi di fare della gente. Trovare quasi subito un lavoro mi ha aiutato molto. Ho anche frequentato un corso di italiano per imparare meglio la lingua».

Mariana sta per lasciarci. E’ stata utile. Invece, quasi si scusa. Conclude. «Non so se resterò in Italia per il resto della mia vita: vedo il mio futuro di nuovo in Romania – dove in questi anni sono tornata due volte – forse perché non so vedermi lontana da casa. Voglio tornare lì definitivamente e costruirmi il resto della mia vita».

«Musica, che energia!»

Roby Facchinetti debutta in libreria con “Katy per sempre”

«E’ stato faticoso scrivere un libro. Ho impiegato due anni e mezzo fra appunti e riletture. Cercavo uno spunto che arrivò all’ultimo concerto dei Pooh sotto forma di messaggio al cellulare. Una fan mi aveva scritto che le nostre canzoni l’avevano aiutata a reagire e crescere. Finale a sorpresa, emozioni garantite». E poi la cucina pugliese. «Burrata, fave e cicoria e un bel bicchiere di Primitivo: non vi batte nessuno»

«Fave e cicoria, poi un bel bicchiere di Primitivo». Roby Facchinetti, autore e voce di decine di successi dei Pooh, scopre le batterie. Si sente talmente a casa, in Puglia, che prima di parlare del suo libro, “Katy per sempre”, uno dei primi pensieri è rivolto alla tavola. E ai numerosi concerti da queste parti. Dunque, proviamo a sederci mentalmente in uno dei ristoranti pugliesi. Ecco il cameriere, lo stopperebbe in un istante. E’ Facchinetti a suggerire.

E così. «Vai con la burrata, non si può cominciare diversamente; le orecchiette sono un classico, ma fave e cicoria ne mangerei in quantità industriale. Accompagnate, naturalmente, da un bel bicchiere di “Primitivo”: racchiude tipologie di vino che amo, esplosione di sapori e aromi straordinari; è un vino importante, strutturato, ha morbidezza; non amo i vini aggressivi. Nove su dieci, a tavola si pasteggia a Primitivo!».

L’impressione è che il tastierista dei Pooh sia un intenditore.

«Ho una cantina con 2.500 bottiglie, a casa mia di sicuro non muori di…sete. A proposito di etichette, colleziono esclusivamente gli “italiani”, i migliori al mondo, primo per distacco il vino rosso. Un bicchiere di vino cambia la qualità dello stare a tavola, anche nell’accompagnare uno “spaghetto” al pomodoro».

Parliamo dei concerti “tarantini”.

«Taranto è come una seconda casa. Primo tour teatrale nel ’73, appena pubblicato “Parsifal”. Quella serie di concerti doveva durare tre mesi, finimmo un anno e mezzo dopo. Fino a quel momento i teatri avevano ospitato solo opere e commedie. Poi, per noi, grazie al nostro pubblico che non ci ha lasciato mai arrivarono i palazzetti dello sport e gli stadi».

Uno, in particolare, che le è rimasto in mente.

«Campo sportivo “Mazzola”, quarant’anni fa, un improvviso temporale spostò il concerto al giorno dopo: più di diecimila spettatori, cifre impensabili per allora. Certe cose non si dimenticano».

E ora il libro appena pubblicato: “Katy per sempre”, il Roby Facchinetti che non t’aspetti. Fra i fondatori dei Pooh, ha condiviso una straordinaria avventura durata cinquant’anni con Valerio Negrini, Dodi Battaglia, Stefano D’Orazio e Red Canzian. Un ritorno di fiamma per l’addio alle scene, l’abbraccio a Riccardo Fogli. “Katy per sempre”, edito da Sperling & Kupfer. E’ la storia di una fan cresciuta assieme ai successi dei Pooh. E’ lei, Katy, il filo conduttore per raccontare una parte di quella lunga storia.

Facchinetti, non si finisce mai di debuttare. Che impegno è stato questo libro?

«Fino al giorno in cui decisi di provare a scrivere una storia, non mi ero mai cimentato con la scrittura di un libro, che ha tempi e ritmi completamente diversi rispetto a una canzone. Scriverlo, pertanto, è stato faticoso, ma sapevo che mi avrebbe dato modo di spiegare quanto possa essere importante la musica nella nostra vita. Era qualche anno che intendevo trattare questo tema in un libro. Cercavo uno spunto che mi spingesse a misurarmi con questo altro tipo di filosofia».

La complicità a fine corsa.

«Ultimo concerto dei Pooh, Bologna. Sceso dal palco ero stato preso in mezzo da mille sentimenti, normale dopo cinquant’anni di onorata militanza nella musica. Quella sera cantare ogni canzone, per l’ultima volta, insieme ai miei compagni di una vita, Stefano, Dodi, Red, lo stesso Riccardo che avevamo invitato a far parte dell’ultimo tratto della nostra storia, era stato qualcosa di emozionante e devastante al tempo stesso. E più passavano i minuti, più vicino era l’addio…Ero frastornato».

Una volta in camerino, diceva? 

«Accesi il mio cellulare, decine i messaggi che leggevo commosso, fra questi uno in particolare: “Caro Roby, questa sera tutto è finito, anche la mia vita con voi, quella che conosci e potrai raccontare, se vuoi, Katy”. Era una fan, a sedici anni aveva scoperto la nostra musica senza più abbandonarla, partendo da “Piccola Katy” nella quale si era riconosciuta. La sua vita, a tratti felice, a tratti sofferta, aveva avuto una compagna fedele: la nostra musica che, confessò, l’aveva salvata».

Katy in diciannove episodi.

«Ogni episodio, il titolo di una canzone. Katy era affascinata da Valerio, batterista e autore dei testi: lei si riconosceva in quegli spaccati di vita, che sembravano essere proprio il suo vissuto. Anni Settanta e Ottanta, lei che amava la libertà, aveva lottato con tutte le sue forze per costruirsi una vita e affermarsi come donna».

Le emozioni non finiscono mai. 

«Finale a sorprese, che scopriranno i lettori, se lo vorranno. Fra la stesura degli appunti e una rilettura, ci ho messo due anni e mezzo. Ogni capitolo ha il titolo di un brano, specchio della sua vita. Scrivere è stata un’esperienza che mi è servita, mi ha fatto scoprire certe sfaccettature, spinto a sviluppare un personaggio che ha un senso e un ruolo nella storia».

La musica come un “salvavita”. 

«E’ qualcosa di potente, energia allo stato puro: ha il potere di alimentare anima e cuore. Arriva quando meno te lo aspetti, può travolgerti e sconvolgerti in un attimo, toccandoti anima, cuore, mente. Differenza fra il sentirla e il viverla: la musica può essere generosa con te, ma devi dedicartici in modo corretto: non conosco altre condizioni perché accadano piccoli miracoli artistici».

L’emozione più grande di Facchinetti con i Pooh?

«Con i Pooh, ce ne sono tante. Forse Sanremo, la vittoria con “Uomini soli” nel 1990: ho pianto di gioia per una settimana, anche di notte. Un’emozione che ti rimane dentro per sempre».

Stop ai pendolari!

Tornare a lavorare nei borghi porterebbe benessere e produttività

L’Italia ha una ricchezza diffusa fatta di storia e tradizioni. La brusca frenata e l’obbligo allo smart working possono essere il bicchiere mezzo pieno. Consentirebbe a una infinità di lavoratori la riconquista di questi spazi. Oggi, non domani, potrebbe presentarsi una opportunità unica

Il nostro Paese, non lo scopriamo oggi, ha una grande ricchezza, diffusa sull’intero territorio. E’ fatta di luoghi di grande fascino e storia e antiche tradizioni. Bene, l’occasione di permettere a un numero incalcolabile di lavoratori italiani tanti la riconquista di spazi in buona sostanza a dimensione umana può rappresentare qualcosa di unico.

L’Italia è, principalmente, luogo nel quale non difettano borghi, solitamente diffusi, fatti di impercettibili realtà il più delle volte ricche di storia. Non è materia contemporanea, ma sappiamo perfettamente quanto abbia inciso nel nostro tessuto sociale l’emigrazione, lasciare la propria città, un tempo come oggi, lasciare il proprio Paese. Oggi possiamo affermare che la ricerca di un lavoro sradica i nostri figlia da queste realtà, dunque anche dalle loro origini creando insieme all’occasione lavorativa, costi sociali non indifferenti, il più delle volte legati allo spopolamento di campagna, aree rurali e i piccoli borghi.

Dunque, un investimento importante nelle precondizioni che facilitano l’opzione del lavoro agile, perché no, potrebbe aiutare a invertire questa tendenza. Tanti, infatti, sono i giovani costretti a trasferirsi in città affollatissime. La prospettiva è il lavoro, d’accordo, ma ci siamo chiesti quanto possa in realtà costare, uno sradicamento sociale e psicologico per chi si trasferisce e per chi si lascia alle spalle storia tradizione. E con queste un affetto che difficilmente qualcuno potrà restituire loro.

LAVORO A DISTANZA

La possibilità di lavorare a distanza, da casa o da sistemi decentralizzati, permetterebbe di riequilibrare un rapporto patologico tra il fascino esercitato dalla città e la legittima aspirazione di una vita radicata nelle relazioni e nella storia che spesso solo i borghi e i luoghi delle nostre origini possono soddisfare. Tocca a noi cominciare a porre al centro del dibattito una “nuova questione urbana” associata ai luoghi di residenza, sia alla qualità della nostra vita individuale e relazionale.

Vale ancora la pena di assecondare un modello di città fatto di mezzi sotterranei nei quali si ammassano lavoratori per occupare successivamente grattacieli ispirati a non si sa quali forme di sviluppo urbanistico che, spesso, finiscono in un patologico desiderio architettonico non meglio identificato. Le città, si dice, sono diventate quello che sono perché hanno sfruttato i grandi vantaggi derivati dalle esternalità di rete e di agglomerazione, ma in un tempo nel quale gran parte del valore economico è valore immateriale, la prossimità fisica perde quel ruolo centrale che ha giocato nei secoli scorsi.

CREARE NUOVE OPPORTUNITA’

L’obiettivo è, dunque, liberare il lavoro dalla sua gabbia fisica e creare nuove opportunità per persone e luoghi. L’Italia, ripetiamo, ha una ricchezza diffusa fatta di luoghi bellissimi, ricchi di storia, tradizioni, relazioni e solo spezzando le catene del pendolarismo avrebbe, come dicono gli studiosi, un effetto decisivo sul miglioramento della qualità della vita di milioni di persone. E tutto ciò, senza parlare degli effetti benefici sull’ambiente attivati da una decongestione dei centri cittadini. Minori spostamenti, più tempo libero e una migliore distribuzione degli uomini sul territorio. Si tratterebbe di spingere organizzazioni pubbliche e private verso forme e strutture più moderne e sostenibili. Le stesse, sicuramente ne guadagnerebbero in impegno, coinvolgimento e produttività. Cosa principale, il punto di partenza: non domani, ma oggi stesso.

«Non lavorare, che fatica!»

Musa, ventitré anni, gambiano

«Mi manca l’attività, il Covid ha bloccato i campi; aspetto, impaziente, una telefonata dal mio datore. Da quattro anni in Italia, ho lavorato al mercato, giocato al pallone. Sento spesso i miei cari, mi assale la nostalgia, ma tornare indietro sarebbe un errore. Soccorso da una nave mercantile spagnola, arrivai a Taranto…»

Musa, ventitrè anni, gambiano, fede musulmana. Da quattro a Taranto. «Sono sbarcato direttamente in città – racconta – uno di quei viaggi dei quali sai quando parti e non sai quando e, soprattutto, come arrivi a destinazione. Proprio questo aspetto, il viaggio, che nasconde sempre gravi insidie, fin dal mio proposito di partire ha fatto preoccupare i miei genitori, papà 45 anni, mamma 44».

«“Sei proprio convinto del passo che stai per compiere ?” – dice Musa – mi ripetevano e io a rassicurarli, a dire loro che avrei fatto molta attenzione, e una volta fuori dal Gambia, al primo sospetto o alla prima occasione non del tutto chiara, sarei scappato via: di storie ne ho sentite a non finire, alcune a lieto fine, altre un po’ meno e, altre ancora, conclusesi in tragedia. E quando dico tragedia mi riferisco ai morti ammazzati di cui ancora oggi sentiamo parlare, di naufraghi che trovano la morte in mare, in quello che dovrebbe essere il viaggio della speranza: legittimo, dunque, il timore da parte di mamma e papà».

Ha gli occhi lucidi Musa, specie quando parla di genitori e comunicazione. Nonostante gli strumenti disponibili oggi, «ci sentiamo saltuariamente, spesso sì, ma non tutti i giorni». Le domande sarebbero sempre le stesse. «Mi chiedono come sto, se sto lavorando, se mi manca qualcosa: l’affetto della famiglia, per esempio. E ogni volta è una telefonata toccante, io che provo a farmi passare come possibile la nostalgia, loro che invece, e non volendo, me la fanno tornare in modo assai sostanzioso».

«TORNARE A CASA, IMPROBABILE»

A proposito di tornare, Musa non ci pensa. «Non sono nelle condizioni di partire e tornare – spiega – il viaggio per arrivare qui, a Taranto, mi è costato un anno di lavoro in Libia; ho dovuto mettere da parte duemila dinari, pari a 1.200 euro, una bella cifra per me e quelli come me che collezionano sacrifici da che sono nati; ci sono restrizioni nel mio Paese come altrove, intanto per il Covid, una sciagura: se oggi sono qui, seduto davanti a un bar, in attesa di una telefonata per tornare a lavorare nei campi, purtroppo lo devo proprio alla pandemia; non se l’aspettava nessuno, il lavoro nel bene e nel male filava liscio, avevo trovato un certo equilibrio, invece: capisco gli italiani quando invocano il Cielo perché i contagi finiscano e tutti possano riprendere la vita di tutti i giorni; detto del coronavirus, invece, passiamo al viaggio di andata nel mio Paese e quello del ritorno in Italia: complicato; oggi saprei, forse, quando partire, controlli medici compresi, ma non saprei come rientrare, perché a quel punto dovrei essere bravo intanto ad uscire dal mio Gambia e fra mille sentieri arrivare in Libia, scampando alle bande armate o persone prive di scrupoli; lavorare ancora e tanto, infine ripagarmi il viaggio per l’Italia: ma questa volta avrei la stessa accoglienza di quattro anni fa? No, i tempi non sono più quelli di allora…».

Dunque, salto indietro. «Una volta in mare – ricorda per noi Musa – il viaggio della speranza, non senza momenti di panico: in mare aperto può accadere di tutto, dal maltempo e, dunque, onde alte quanto un palazzo di venti piani che ti possono spazzare in un attimo, al vedere lontano una imbarcazione: non sai se sbracciarti o meno per attirare l’attenzione, potrebbero essere militari libici che ti riportano indietro, oppure pirati del mare che ti privano delle ultime cose che hai addosso; o, magari, navi militari o mercantili: a me e i miei amici, tanti, stretti in una bagnarola – chiamarla imbarcazione è un’offesa all’intelligenza – andò bene, una nave mercantile spagnola ci venne incontro, ci fece salire a bordo e accompagnò direttamente al porto di Taranto dove era attivo l’hotspot».

«FINALMENTE A TARANTO…»

Una volta a Taranto, fine dell’avventura. «Non proprio – ricorda il ventitreenne gambiano – la mia prima destinazione è stata Ostuni, un campo riservato a quanti, come me, fuggivano dalla miseria e dalle persecuzioni; vero è che in Gambia è stato rovesciato un governo militare, ma è anche vero che quello attuale dà l’impressione di fare poco per il popolo, sembra quasi mascherato: ne parliamo spesso fra noi, chi amministra il potere prima o poi si lascia tentare da politica e dinamiche che non sto qui a spiegare…».

Musa si è espresso perfettamente. «Chi va al mulino prima o poi si sporca di farina…», diciamo di solito in Italia. Compreso il senso, il ragazzone gambiano, treccioline appena pronunciate, sfodera un sorriso contagioso. Ma torniamo all’esperienza in quel campo ad Ostuni. «Non era il massimo stare lì – poche occasioni di lavoro, che però io ho colto al volo, e 75euro mensili di “pocket money”, non sempre puntuale; ho giocato anche al pallone in una squadra del posto che hanno chiamato “Banana”, ma non perché giocavano dei neri, era solo per divertimento e per partecipare a tornei stracittadini».

Uno dei lavori. «Uno dei primi – spiega Musa – è stato in un mercato, aiutavo un fruttivendolo di una certa età, mi trovavo bene con lui, ma non avendo chi seguisse il suo mestiere a un certo punto ha chiuso la sua attività». Poi a Taranto. «Insieme con un amico ho preso casa, un monolocale, ci cuciniamo da soli, un po’ speziato, ma soprattutto cucina italiana, tutto condito con pomodoro, dal riso agli spaghetti: la vostra tavola non si batte; lavoro nei campi, anche quattro mesi di seguito, ora sono in attesa che il Covid molli un po’ la presa e possa permettermi di tornare finalmente a lavorare…».

Ultimo pensiero rivolto a casa. «E’ complicato pensare a riabbracciare papà, mamma e le mie due sorelline, una di nove e l’altra di otto anni, che adoro: le ho lasciate quattro anni fa, cominciavano a diventare grandi, mi mancano. Ecco, ogni volta che sento i miei cari mi viene un nodo alla gola, una forte emozione: non so dove e non so quando ci vedremo. E questo è il pensiero che mi perseguita da quattro anni, nostalgia sì, ma anche paura di riabbracciarli fra un po’ di anni, sempre troppi…».