«Cittadini, innanzitutto!»

Mbappé, Thuram, Dembelé e la Nazionale francese invita i connazionali al voto

«Andiamo a votare tutti», dice il tecnico Didier Deschamps. «Non siamo solo calciatori, siamo persone e dobbiamo esprimere la nostra opinione», ha detto il capitano dei Blues. «Votate contro l’estrema destra e contro il razzismo», aveva tuonato in conferenza stampa l’attaccante dell’Inter. «Votiamo dal ritiro», hanno aggiunto allenatore e compagni

 

Marcus Thuram, calciatore della nazionale francese, prima di entrare in campo per la prima gara dela squadra transalpina agli Europei in corso in Germania, si lascia andare ad una considerazione politica. Evidentemente l’avanzata politica dell’estrema destra (la sola destra è un’altra cosa) fa paura agli strati sociali meno abbienti. In Francia c’è, ormai, una larga rappresentanza di cittadini di colore, di nazionalità francese da almeno due generazioni. E’ la grande dimostrazione di rispetto, di inclusione e di civiltà, che la Francia prima di tutti ha dato a tutta l’Europa, Italia compresa. Il calcio, però, quello francese compreso, appare un’altra cosa. Essendo business miliardario, la sostanza del ragionamento, meglio tenersi lontano dalle beghe politiche. Come se i calciatori al fischio finale del direttore di gara, restassero calciatori e non tornassero ad essere normali cittadini, ignorando i problemi sempre più gravi che investono i propri simili.

Così, Marcus Thuram, attaccante della nazionale francese e dell’Inter, alla vigilia del debutto agli Europei ha lanciato un appello: «Andate a  votare tutti!». Vigilia delle elezioni legislative anticipate. «La situazione – riprende il calciatore – è molto seria: occorre battersi perché il “Rassemblement National” – lo schieramento di estrema destra, per intenderci – non passi». Una esternazione forte, dopo aver appreso del risultato delle Europee che ha portato Macron a indire le nuove elezioni. «Dopo la partita contro il Canada, eravamo tutti un po’ scioccati nello spogliatoio; ora dobbiamo dire a tutti di andare a votare, dobbiamo lottare ogni giorno, dobbiamo fare in modo che RN non passi!».

 

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MARCUS, NON A CASO…

Liliam Thuram, ex campione del mondo con la Francia e giocatore che in Italia ha indossato le maglie di Juventus e Parma, ha condiviso le idee del figlio manifestate alla stampa. Marcus, non a caso. Liliam ha dato questo nome al figlio per ricordare l’attivista politico giamaicano Marcus Garvey impegnato con la sua Fondazione contro il razzismo.

Tutto qui? Nemmeno per sogno. Quando si parla di razzismo è come se si toccasse un filo scoperto, salvo poi che proprio la Francia nell’ultima amichevole ad un certo punto schierasse nove neri su undici. Dopo l’appello di Marcus Thuram, con l’invito al voto per fermare l’avanzata del “Rassemblement National” alle prossime legislative di fine mese in Francia, la FFF, la Federcalcio Francese, ha deciso di muoversi direttamente: oltre al comunicato pubblicato la stessa sera sull’esternazione del calciatore, il presidente federale Philippe Diallo ha convocato Kylian Mbappé e Antoine Griezmann, capitano e vice-capitano dei Bleus (un nero e un bianco, per essere chiari), per chiarire la posizione dell’Organismo federale su questa delicata questione spiegando loro l’approccio della Federazione ed evitare qualsiasi malinteso con i giocatori. Insomma, non un passo avanti, né uno indietro. Un passo di lato, come accadeva in Italia al tempo dello Scudo crociato: meglio tenersi al centro e lontano dalle beghe, come se il tema del razzismo non interessasse il governo e l stesso calcio.

 

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O CAPITANO, MIO CAPITANO!

Mbappé, capitano della Francia era già intervenuto a sostegno del proprio compagno di squadra. «Siamo prima di tutto cittadini, gente che espone opinioni, dunque non arrendiamoci all’estrema destra».

Nel frattempo, la Nazionale francese aveva chiesto di votare per procura in Germania. Portavoce della richiesta, Dembelé. «Votiamo dal ritiro in Germania». Una richiesta sostenuta dal tecnico Didier Deschamps, stupito nel venire a conoscenza che alle Europee aveva votato solo un francese su due. «Dobbiamo farlo tutti!», ha detto il tecnico. Le elezioni si terranno il prossimo 30 giugno e i calciatori hanno chiesto di poter votare dal loro ritiro di Paderborn. Il voto ricade tra l’ultima partita contro la Polonia il 25 giugno e il possibile ottavo di finale del 2 luglio.

 

«VOGLIAMOCI BENE!»

Ma in Italia cosa sarebbe accaduto? «Noi non parliamo di politica, ma solo di calcio»: la Figc, grossomodo – come spiritosamente ipotizza Il Napolista – avrebbe imposto conferenza riparatrice, per par condicio. «Noi siamo amici di tutti, siamo fratelli d’Italia», avrebbe detto – secondo il sito azzurro – il presidente Gravina. «Con Mbappé capitano dell’Italia – prosegue provocatoriamente il Napolista – il presidente della Figc sarebbe morto in conferenza stampa». «Fosse capitato a Gravina, appunto – prosegue il sito – che un capitano della Nazionale in conferenza stampa fa campagna elettorale, ora staremmo pubblicando il coccodrillo del presidente della nostra Federcalcio venuto a mancare per un coccolone improvviso».

Insomma, come tutte le cose serie, meglio farsi una risata. Una volta, in Italia, nonostante i governi monocolore (a vocazione democristiana) c’era rispetto per giocatori come Vendrame (Vicenza), Sollier (Perugia) e Luccarelli (Livorno), che esultavano come gli pareva, esternavano, pubblicavano libri con titoli forti come “Tenetevi il miliardo”! Altri tempi. Sembra che invece di avanzare, si sia fatto un ciclopico passo indietro. Diteci che è solo un’impressione.

Ebony and Ivory, che Nazionale!

Azzurri di Atletica senza precedenti, agli Europei sono i migliori

Corrono per la stessa bandiera i ragazzi venuti dall’Africa, di pelle nera nati in Italia, che in queste sere hanno sventolato con gioia il tricolore. Qualcuno provoca (“Possono avere anche la cittadinanza ma restano sempre africani…), mentre i francese applaudono la loro squadra di calcio con nove “coloured”: Maignan, Thuram, Mbappé, Koundé, Konaté, Upamecano, Kantè, Camavinga e Dembelé

È la miglior Nazionale di Atletica di sempre. Grazie anche a Lorenzo Ndele Simonelli (tanzaniano), Yemaneberhan Crippa (etiope), entrambi medaglia d’oro: il primo nei 110metri ostacoli uomini, il secondo nella mezza maratona uomini; Mattia Furlani (origine senegalese), argento nel salto in lungo uomini; altre due medaglie, bronzo negli 800metri uomini con Catalin Tecuceanu (romeno) e Zaynab Dosso (ivoriana) 100metri donne. Di medaglie ne vinceremo ancora, intanto grazie ragazzi. Soprattutto perché, incuranti di qualche imbecille – il solito leone da tastiera, fiero ma vigliacco – avete orgogliosamente compiuto il giro di campo con la bandiera tricolore dell’Italia usata come fosse un mantello di un supereroe. Perché questo siete, degli eroi. Per fortuna, per quanto dica una certa politica, le cose stanno cambiando e i conti dovranno farli anche con noi (noi e voi), che abbiamo sempre creduto nell’accoglienza e nell’inclusione. Qualcuno di questi ragazzi, forse, non conoscerà nemmeno cosa sia l’Africa, un pericoloso viaggio della speranza fra onde alte venti, trenta metri, compagni di viaggio che volano giù dalla “zattera” e scompaiono fra i flutti di un Mediterraneo che inghiotte qualsiasi cosa.

 

 

GRAZIE RAGAZZI!

Grazie ragazzi. Insieme con gli ori di Antonella Palmisano (20km marcia donne), Nadia Battocletti, (5000metri donne), Leonardo Fabbri (getto del peso), Marcell Jacobs (100m uomini), Sara Fantini (lancio del martello); l’argento di Valentina Trapletti (20km marcia donne), Pietro Riva (mezza maratona) e Filippo Tortu (200 metri uomo) e il bronzo Francesco Fortunato (20km marcia uomini).

Che squadra, ragazzi. Un neroazzurro che inorgoglisce un colore unico, il bianco, il rosso e il verde di un Paese fiero di avere aperto le porte a chiunque chiedesse asilo. Poi i matrimoni fra bianchi e neri, come quei tasti di un pianoforte invocati da Stevie Wonder e Paul Mc Cartney in “Ebony and ivory”, che insieme non solo stanno bene, ma fanno armonia.

E bene hanno fatto gli atleti della Nazionale italiana di origine straniera a leggere alcuni messaggi razzisti a sostegno della campagna “Speak out against hate speech – Atleti contro il razzismo”. Cosa scrivono i soliti leoni da tastiera che si nascondono fra nomi e nickname fasulli, pensando di farla anche franca, considerando che i partiti di Destra hanno vinto le ultime elezioni europee. Leggono i messaggi durante lo spot.

 

 

LA NAZIONALE, SEMBRA AFRICANA…

Cosa scrivono questi quattro imbecilli: “Possono avere anche la cittadinanza ma restano sempre africani”, “Questa sera gioca la nostra nazionale, speriamo che sia italiana e non ci siano stranieri”, “Non tifiamo per una nazionale fatta di gente non italiana”: sono solo alcuni dei messaggi razzisti letti Il video realizzato sotto il patrocinio del Coni è nato da un’iniziativa di Astoria Wines in collaborazione con CIAI, il Centro italiano aiuti all’infanzia. Protagonisti del messaggio, gli atleti della Nazionale di atletica leggera Eyob Faniel, Najla Aqdeir, Yohanes Chiappinelli, Yassin Bouih, Eusebio Haliti e la tuffatrice Noemi Batki. Lo spot fa parte di un progetto più ampio che prevede un bando rivolto ai videomaker sul tema del contrasto ai discorsi di odio.

Intanto godiamoci questo primato insieme. Pensiamo alla Francia di calcio, nell’amichevole dell’altra sera, quando ad un certo punto i giocatori che indossavano la maglia dei transalpini erano otto, nove e si abbracciavano fra loro, mentre il pubblico francese applaudiva, si spellava le mani per Maignan, Thuram, Mbappé, Koundé, Konaté, Upamecano, Kantè, Camavinga e Dembelé.

 

 

PIU’ FORTI DI TUTTO!

E’ la Nazionale più forte di sempre, sottolineano i canali sportivi di Sky che insieme con quelli della Rai in questi giorni ci stanno facendo fare salti di gioia. Fortissimi, dicono i numeri. La conferma arriva sabato sera, 8 giugno, tre quarti d’ora che resteranno scolpiti nella mente e nella storia dell’Azzurro Italia. In soli 42 minuti, sotto il cielo di Roma e incoraggiati da un pubblico straordinario, arrivano uno dietro l’altro tre ori per l’Italia dell’Atletica. Un oro dopo l’altro. Accipicchia quanto dona quel tricolore a Jacobs, Simonelli e Fabbri. E’ il sogno degli Europei 2024 di Atletica a Roma.

A oggi, dopo i primi quattro giorni di gara, siamo primi nel Medagliere: 17 medaglie (8 ori, 6 argenti e 3 bronzi). A seguire la Francia con 9 medaglie (4 ori, 2 argenti, 3 bronzi) e la Gran Bretagna con 9 (2 ori, 3 argenti, 4 bronzi). “Viva l’Italia, l’Italia che non ha paura”, canta De Gregori. E noi con lui.

«Possibile vada tutto storto?»

I tarantini si giudicano, passano al setaccio un po’ di numeri

Il capoluogo ionico mostra il fiatone. Ma è tutto il Sud a volere di più, magari anche «solo il giusto». Sanità poco soddisfacente, lo stesso dicasi per la sicurezza. Divario con il Nord che la fa da padrone. Cittadini contenti sulla qualità della vita nella propria città: Taranto valore minimo (47,8%), Trento al massimo (95,4%)

 

Trento prima, Taranto ultima. Che la qualità della vita nel capoluogo ionico non fosse brillante, forse già lo si sapeva. Ma che fossero proprio i tarantini a dirlo, anzi, sottolinearlo, nemmeno il peggiore dei pessimisti avrebbe potuto immaginarlo. E, invece, è proprio così.

A proposito di soddisfazione dei cittadini circa la qualità della vita nella propria città il valore minimo si registra proprio a Taranto (47,8%), mentre il valore massimo è, appunto, appannaggio di Trento (95,4%).

Questo è, per larghi tratti, quanto scaturisce dal sondaggio «Quality of life in European cities», un’accurata ricerca condotta dalla Commissione europea grazie anche al contributo dell’Istat svolto prendendo a campione una selezione di città europee e, nello specifico, quelle città italiane considerate – a detta degli stessi abitanti del luogo – «la quota di popolazione soddisfatta per la vita nella propria città». Una quota più che soddisfacente, posto che il buon 80% degli italiani è felice del posto in cui vive. Attenzione, buona parte degli italiani: per i tarantini non è proprio così, più della metà del campione interprellato, vorrebbe sostanzialmente vivere altrove. O, comunque, nella stessa città, a patto che questa cambiasse in tutta una serie (lunga) di parametri.

 

 

TARANTO, INSODDISFATTA

Taranto ultima, ma Trento, non solo prima in Italia, ma anche prima nella classifica europea che compie un monitoraggio su 85 città. Consolazione, ma parliamo sempre di quote al minimo storico: secondo una minima parte degli interpellati, la qualità della vita sarebbe migliorata negli ultimi cinque anni. Con l’eccezione di due altre città (una delle quali pugliese): Bari e Messina.

Tasto dolente, i servizi sanitari. «La percentuale maggiore – scrive l’Agenzia giornalistica Ansa – che prova soddisfazione per le attività di assistenza risiede al Nord, mentre la quota di insoddisfatti è al Sud. Su una cosa, però, convergerebbero le opinioni degli italiani: tutti sono poco soddisfatti dei trasporti pubblici rispetto ai loro vicini europei; inoltre chi vive nelle città italiane, cosi come i cittadini europei, risulta soddisfatto della scuola, mentre un punto debole in Italia è rappresentato dalla pulizia delle strade».

Detto di Trento al top, anche in Europa, e Taranto fanalino di coda, sono sei – secondo la stima resa pubblica mediante gli organi di informazione – ecco le città italiane in cui si osservano percentuali molto alte di popolazione soddisfatta di vivere nella propria città (superiori, pensate, al 90%). Oltre a Trento, sono soddisfatti di vivere nelle rispettive città gli abitanti di Trieste, Cagliari, Bergamo, Brescia e Bolzano.

 

 

I CAN’T GET NO…

Come si diceva, l’inchiesta di cui scriviamo si inserisce nel filone di studi sulla «life satisfaction». Un progetto che ha l’obiettivo di misurare aspetti tra i quali figurano: percezione della qualità della vita nella propria città (lavoro, servizi pubblici, sicurezza, ambiente, amministrazione locale, varie ed eventuali); altri punti toccati dallo studio, le opinioni sulla capacità inclusiva della città, il sostegno da parte delle reti sociali e la fiducia verso i propri concittadini, le opportunità offerte dalla città (trovare, per esempio, un buon lavoro e un alloggio).

Città italiane nelle quali si osservano le percentuali più basse di persone che si sentono sicure a camminare da sole di notte nella propria città: Taranto, con lei Catania, Milano, Genova, Venezia, Parma e Bari (quote ridotte al 30%). Roma è prima, registra la percentuale più bassa (36%) di chi si sente sicuro a camminare da solo la notte. Evidentemente il 70% non la pensa allo stesso modo: ha paura di aggirarsi da solo.

 

 

…SUD POCO REATTIVO

In buona sostanza, l’Istat, nel focus relativo alla qualità della vita nella città italiane nel 2023, rivela che la soddisfazione dei cittadini italiani per i servizi sanitari presenta situazioni in netto contrasto, come prevedibile, considerando lo storico divario di investimenti e assistenza fra Nord e Sud. Al Nord si registrano percentuali di cittadini soddisfatti per la sanità che superano il 60%, mentre nelle città del Sud le percentuali, non si scappa, sono tutte al di sotto del 50%.

Quote di soddisfatti per i servizi sanitari, che vanno dal 30% al 40% si registrano a Napoli, Catania, Palermo, Messina e Cagliari. Taranto, purtroppo, rientra ancora una volta fra chi manifesta un certo dissenso: nella Città dei Due Mari guai a parlare di Sanità: ti manderebbero in…ospedale. A far buona compagnia, però, al capoluogo ionico, ecco altri due capoluoghi, anche questi al Sud: Sassari e Reggio Calabria. In quanto a gradimento, per finire, troviamo esattamente a metà strada Roma e Genova (50%). 

Taranto, indietro tutta

Qualità della vita quarta edizione, la fuga dei giovani

Le classifiche a cura del Sole 24 Ore misurano le “risposte” dei territori. In predicato le esigenze specifiche dei tre target generazionali più fragili e insieme strategici. I servizi a loro rivolti e le loro condizioni di vita e di salute. Taranto è penultima, al posto numero 106. Non se la passano meglio Brindisi (105), Foggia (103), Barletta Andria Trani (97), Bari (93) e Lecce (92)

 

Taranto fanalino di coda. Sarà una città in ripresa, dicono i politici e quei cittadini che proprio non vogliono saperne di vedere la loro città ad essere spesso presente nelle classifiche stilate dagli esperti. L’ultima chart, così chiamano le classifiche gli americani – ma sinceramente per noi pugliesi cambia poco – raccontano una Taranto che è al 106mo posto, staccata di poco da le corregionali Brindisi (105), Foggia (103), BAT (97), bari (93) e Lecce (92). Fossimo al Giro d’Italia, la rassegna ciclistica in programma in questi giorni nel nostro Paese, saremmo gli “inseguitori”, sostanzialmente il gruppo di coda, che si dibatte con improbabili colpi di coda, scatti in piedi sui pedali, magari solo per fare scena. Per i commentatori saremmo “maglia nera” designata.

 

 

CENTOSEIESIMA, SENZA APPELLO

Accade da tempo e, sinceramente, non ci aspettavamo niente di buono, considerando che già sapevamo dell’emorragia registrata dal nostro territorio negli ultimi anni. In Puglia c’è una fuga senza ritorno da diverso tempo, a Taranto pare siano almeno in cinquantamila i “residenti”, ma fuori provincia. Per mille motivi: fra questi, lo studio e il lavoro. Uno trascina l’altro: fattuale. Andare al Nord per laurearsi, per poi tornare e non trovare lavoro, è una delle tante riflessioni che si sono posti i ragazzi intervistati nel sondaggio. Una radiografia, sempre puntuale, del Sole 24 Ore che purtroppo – da anni a questa parte – non ci racconta niente di nuovo. E soprattutto niente di incoraggiante.

Sondrio per i bambini, Gorizia per i giovani e Trento per gli anziani. Queste tre province italiane a garantire una migliore qualità della vita alle rispettive fasce d’età. E a trionfare, di conseguenza, nell’edizione 2024 degli “Indici generazionali” del Sole 24 Ore, scrivono di Marta Casadei e Michela Finizio. Ed è proprio in questa classifica che le nostre città non sono messe bene e fra i sei capoluoghi, quello ionico, risulta essere sesto.

Insomma, essere giovani a Taranto è molto complicato. Sulle centosette province italiane radiografate dal quotidiano di Confindustria, l’associazione degli imprenditori italiani. La nostra provincia, si diceva, è dunque centoseiesima nel report che considera la fascia d’età 18-35 anni.

 

 

BAMBINI, 82° POSTO

Le classifiche altro non fanno che mettere in relazione le risposte dei territori alle esigenze specifiche dei tre target generazionali più fragili e insieme strategici, i servizi a loro rivolti e le loro condizioni di vita e di salute.

Per quanto riguarda i bambini, Taranto occupa l’ottantaduesimo posto; meno peggio agli anziani, over 65, con il settantacinquesimo posto.

Taranto, fascia18-35 anni, è la peggiore per quanto attiene i laureati. Nessuno peggio di Taranto. I nostri giovani che studiano ed arrivano a titoli di studio elevati o molto elevati, si diceva, scelgono di andare a vivere altrove.

Sostanziale la differenza con Bari, quarantesimo posto a livello nazionale. Con i baresi condividiamo l’indice della disoccupazione giovanile, che evidentemente non è una consolazione. Solo Agrigento e Reggio Calabria stanno messe peggio. In fatto di lavoro, male la trasformazione a tempo indeterminato: non si va oltre il novantacinquesimo posto. Uno spiraglio dall’imprenditoria giovanile. Parziale consolazione: la provincia tarantina è al quarantasettesimo posto nella classifica nazionale.

 

 

SOLE VENTIQUATTRO ORE

Gli indici generazionali, al netto di alcuni exploit – conclude la sua disamina il Sole 24 Ore – restituiscono dinamiche ormai consolidate nella “distribuzione” del benessere territoriale in Italia. Quasi sempre le province del Sud si trovano in coda alla classifica (che, va detto, nel caso degli anziani, è chiusa anche quest’anno da Lucca). In linea con le edizioni precedenti, poi, l’indagine per fasce di età fotografa performance medie, se non basse, delle grandi aree metropolitane. Particolarmente negative quando si parla di benessere dei giovani: ad eccezione di Bologna (14° posto) e Firenze (33° posto), le grandi città italiane si posizionano tutte da metà classifica circa in poi: – Milano (45) in forte ascesa rispetto allo scorso dato. Bari, Catania, Napoli, Palermo e Roma (98) registrano i punteggi peggiori.

Netanyahu e Sinwar, criminali di guerra

Karim Khan, procuratore capo della Corte penale internazionale

La notizia è destinata a fare giurisprudenza in fatto di politica internazionale. Ne scrivono le agenzie di tutto il mondo, fra queste l’italiana Ansa. Questa l’accusa formulata: aver causato lo sterminio, usato la fame come metodo di guerra, la negazione degli aiuti umanitari, colpendo deliberatamente i civili durante il conflitto

 

Netanyahu e Sinwar criminali di guerra. Tanto tuonò, che piovve. Il procuratore capo della Corte penale internazionale Karim Khan chiede di spiccare il mandato di arresto internazionale per Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, e per Yahya Sinwar, capo di Hamas. La notizia è di quelle che faranno giurisprudenza in fatto di politica internazionale, ma è quanto riportato le agenzie di tutto il mondo, a cominciare da quelle italiane, fra queste l’autorevole Ansa.

Il procurato ha rivelato questa sua forte, intransigente posizione, alla Cnn, in una intervista rilasciata all’anchorwoman Christiane Amanpour. L’accusa per i due uomini, al centro delle sanguinose ostilità al confine fra Israele e Palestina, è quella di «crimini di guerra e di crimini contro l’umanità».

Se c’è sempre una prima volta, questa è proprio la prima volta in cui la Corte penale internazionale si attiva perché venga spiccato un mandato di arresto per il leader di un Paese (Israele) alleato con gli Stati Uniti.

 

 

NON SOLO NETANYAHU

Non solo Netanyahu. La Corte sta considerando seriamente di provvedere a mandati d’arresto anche per Yoav Gallant, ministro della Difesa israeliano, per Mohammed Deif, leader delle Brigate Al-Qassem, e per Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas. Le accuse, si diceva, sono pesanti come macigni.

Secondo il procuratore capo della Corte penale internazionale, l’accusa formulata è l’aver causato lo sterminio, usato la fame come metodo di guerra, la negazione degli aiuti umanitari, colpendo deliberatamente durante il conflitto i civili durante.

Non si è fatta attendere la risposta alla decisione assunta da parte della Corte penale internazionale. Secondo una fonte di Hamas, la CPI metterebbe «sullo stesso piano la vittima con il carnefice, provvedimento che non farà altro che incoraggiare la continuazione della guerra di sterminio».

 

 

KARIM KHAN, INTRANSIGENTE

La posizione intransigente di Karim Khan. «Ho convocato un gruppo imparziale – dice il procuratore capo della Corte penale internazionale – per sostenere l’esame delle prove e l’analisi legale in relazione a queste richieste di mandato d’arresto: il gruppo in questione è composto da esperti di diritto umanitario internazionale e diritto penale internazionale». «Questa analisi – prosegue Khan – di esperti indipendenti ha sostenuto e rafforzato le richieste presentate dal mio Ufficio».

«La scandalosa decisione del Procuratore Generale della Corte penale dell’Aja è un attacco frontale e senza riserve contro le vittime del 7 ottobre e i nostri 128 rapiti a Gaza – ha dichiarato Israel Katz, ministro degli Esteri israeliano – mentre gli assassini di i Hamas commettono crimini contro l’umanità contro i nostri fratelli e sorelle: una vergogna storica che sarà ricordata per sempre».I GIORNI

Acqua azzurra, acqua chiara

Bandiere Blu, in Puglia sono ventiquattro

La nostra regione è solo seconda alla Liguria. Taranto aumenta il suo appeal, la regione ne perde una, ma ne guadagna tre nuove. In provincia vanno bene Manduria, Maruggio, Leporano, Castellaneta e Ginosa.Lecce, new entry, con la spiaggia di San Cataldo

 

Non è ancora tempo da spiaggia, considerando il freddo e la pioggia, non troppo insistente, ma fastidiosa, caduta fra Taranto e provincia. Ne sanno qualcosa i diecimila (e più) tarantini che hanno assistito alla gara Taranto-Vicenza valevole per i play-off.

Insomma, non sarà tempo di spiaggia assolata, ma il mare, dalle nostre parti non solo è cristallino, ma raccoglie quei consensi noti sottoforma di Bandiere Blu. Quest’anno, la Puglia, seconda sola alla Liguria, ma diciamo anche di stretta misura, compie tre passi avanti e appena uno indietro. Ci spieghiamo. Ventiquattro in totale sono i riconoscimenti assegnati alla vigilia di un’estate promettente, alla nostra regione. Puglia, si diceva, seconda soltanto alla Liguria, che è riuscita a far meglio. Perché tre passi avanti e uno indietro? Perché la sempre bella e affascinante Margherita di Savoia inaspettatamente ha perso il titolo (molti non condividono, fra questi, per quanto possa valere il nostro punto di vista, noi…).

 

 

AVANZA MANDURIA

Rispetto allo scorso anno, la marina della cittadina in provincia BAT, perde il titolo, mentre avanzano autorevolmente le spiagge di Patù (Lecce), Manduria (Taranto) e Lecce: per il capoluogo salentino, new entry, che avanza con la spiaggia di San Cataldo, è la sua prima volta. Complimenti. Oltre a Manduria (San Pietro in Bevagna), le Bandiere Blu in provincia di Taranto, sono state assegnate a Maruggio (Commenda, Campomarino, Acqua Dolce), Leporano (Lido Gandoli, Porto Pirrone, Porto Saturo, Baia d’Argento), Castellaneta (Riva dei Tessali/Pineta Giovinazzi/Castellaneta Marina/Bosco della Marina) e Ginosa (Marina di Ginosa).

«Il mare pugliese – si conferma tra i più belli di Italia; l’impegno nel custodire, tutelare, valorizzare e rendere accessibile a tutti l’ambiente marino e le nostre coste, ancora una volta, è premiato con 24 Bandiere Blu assegnate alla Puglia dalla Ong Fee (Foundation for Environmental Education), a dimostrazione della grande attenzione per l’ambiente, la qualità delle nostre acque, per la depurazione, incrociate ai livelli dei servizi offerti a residenti e visitatori: un risultato splendido che incoraggia quanti sono alla ricerca di mete estive per trascorrere le proprie vacanze; sarà nostro compito continuare a salvaguardare questo inestimabile patrimonio naturale che è la nostra ricchezza».

 

 

AVANZA ANCHE L’ITALIA…

Il successo pugliese è, in qualche modo, il trend registrato dall’Italia. Anche quest’anno, infatti, abbiamo avuto un incremento dei comuni che hanno ottenuto il riconoscimento della “Bandiera Blu”: 236 in totale, con 14 new entry.

«Aumenta il numero, ma a crescere è soprattutto la sensibilità e la consapevolezza dei cittadini – ha dichiarato Claudio Mazza, presidente della Fondazione FEE Italia –  ai quali va il merito di questo riconoscimento; ogni Amministrazione “Bandiera Blu” sa bene che una gestione virtuosa del territorio passa anche dalla formazione e dal coinvolgimento dei singoli: delle scuole, delle associazioni, delle attività locali, di tutti gli operatori; quello che il programma Bandiera Blu incarna da quasi quarant’anni è una nuova visone del mare, inteso non solo come  vacanza, ma quale punto di partenza per una strategia più ampia, che coinvolga tutti i settori del territorio interessato».

 

 

…DEPURATORI, FONDAMENTALI

Naturalmente, per rendere più appetibili turisticamente tutte le coste italiane sono necessarie misure anche sul piano strutturale, che incentivino un reale miglioramento in termini di sostenibilità e quindi di competitività dei territori costieri, a partire proprio dal settore della depurazione.

Le Bandiere Blu vengono assegnate, come si diceva, dalla Foundation for Environmental Education (FEE) sulla base di alcuni parametri. I trentadue criteri del programma vengono aggiornati periodicamente. Ciò per invogliare le amministrazioni locali nell’impegnarsi a risolvere eventuali problematiche riguardanti l’ambiente.

Tra gli indicatori per ottenere le Bandiere Blu, esistono parametri importanti. Fra questi: l’esistenza e il grado di funzionalità degli impianti di depurazione; la percentuale di allacci fognari; la gestione dei rifiuti; l’accessibilità; la sicurezza dei bagnanti; la cura dell’arredo urbano e delle spiagge; la mobilità sostenibile; l’educazione ambientale; la valorizzazione delle aree naturalistiche; le iniziative promosse dalle Amministrazioni per una migliore vivibilità nel periodo estivo.

Senza dimenticare dimenticare l’attività di sensibilizzazione svolta dai comuni per avere un’esatta percezione delle attività istituzionali e delle strutture turistiche esistenti sul territorio.

 

QUESTE LE BANDIERE BLU

Provincia di Taranto

Manduria – San Pietro in Bevagna

Maruggio – Commenda, Campomarino, Acqua Dolce

Leporano – Lido Gandoli, Porto Pirrone, Portosaturo, Baia d’Argento

Castellaneta – Riva dei Tessali/Pineta Giovinazzi/Castellaneta Marina/Bosco della Marina

Ginosa – Marina di Ginosa

 

Provincia di Foggia

Isole Tremiti – Cala delle Arene

Rodi Garganico – Riviera di Ponente, Riviera di Levante

Peschici – Sfinale, Gusmay, Baia di Calalunga, Baia di Monaccora, Baia San Nicola, Procinisco, Baia di Peschici

Vieste – San Lorenzo, Scialara

Zapponeta – Lido

 

Provincia di Bat

Bisceglie – La Salata, Salsello, Scogliera Scalette

 

Provincia di Bari

Polignano a Mare – Cala Paura, San Vito, Ripagnola-Coco Village, Cala San Giovanni/Cala Fetente

Monopoli – Castello Santo Stefano, Capitolo, Lido Porto Rosso, Cala Paradiso

 

Provincia di Brindisi

Fasano – Egnazia Case Bianche, Savelletri, Torre Canne

Ostuni – Creta Rossa, Lido Fontanelle, Lido Stella, Litorale Parco Dune Costiere, Litorale Rosa Marina, Litorale Torre Canne Sud

Carovigno – Mezzaluna, Pantanagianni, Punta Penna Grossa

 

Provincia di Lecce

Lecce – San Cataldo

Melendugno – Roca, San Foca Nord/Centro/Torre Specchia, Torre Sant’Andrea, Torre dell’Orso

Castro – La Zinzulusa, La Sorgente

Patù – Felloniche, San Gregorio

Salve – Marina di Pescoluse/Posto Vecchio/ Torre Pali

Ugento – Torre San Giovanni/ Torre Mozza/ Lido Marini

Gallipoli – Litoranea Sud, Litoranea Nord

Nardò – Porto Selvaggio, Sant’Isidoro, Santa Caterina, Santa Maria al Bagno, Torre Squillace

«Basta stragi sul lavoro!»

Cinque morti, un sesto è grave, a Palermo

Avrebbero dovuto realizzare lavori di manutenzione per conto dell’Azienda municipalizzata di Palermo. Tutto sarebbe accaduto in pochi istanti. Prima tre operai si sarebbero calati nella fogna sottostante. Poi altri due colleghi, infine un sesto rimasto gravemente intossicato. Il cordoglio del presidente Sergio Mattarella, siciliano anche lui

 

Un’altra strage sul lavoro. Anche questa, è la prima sensazione per quanti avevano effettuato il primo sopralluogo sul posto dove lunedì sera cinque operai, penetrati in un sotterraneo a Casteldaccia, provincia di Palermo, hanno perso la vita.  Per loro non c’è stato niente da fare. Un sesto collega, apparso subito grave e trasportato d’urgenza in ospedale, aveva già aspirato quanto era stato fatale istanti prima ai colleghi penetrati all’interno della stazione di sollevamento, durante l’opera di manutenzione di una rete fognaria.

Un dramma che ne insegue un altro e un altro ancora. Non si ferma la strage di morti sul lavoro. A volte di gente sottopagata, altre volte di operai senza indossare quegli elementi indispensabili sul posto di lavoro a tutela della propria incolumità. Della propria salute, come nel caso di quei cinque poveretti che potevano essere anche equipaggiati di tutti gli strumenti per affrontare il pericolo, ma che evidentemente hanno sottovalutato quanto sarebbe potuto accadere. Così raccontiamo un altro dramma. Affranto per quanto accaduto vicino Palermo, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, anche lui siciliano. «E’ l’ennesima, inaccettabile strage sul lavoro – ha dichiarato – ripropone con forza la necessità di un impegno comune che deve riguardare le forze sociali, gli imprenditori e le istituzioni preposte».

 

 

NON DOVEVANO “SCENDERE”

L’appalto dei lavori assegnato alla loro società, la “Quadrifoglio”, prevedeva che l’aspirazione dei liquami avvenisse dalla superficie attraverso un autospurgo e che il personale non scendesse sotto terra. Questo spiegherebbe il fatto che nessuna vittima indossasse una mascherina o un “gas alert”, uno di quei dispositivi-salvavita che misurano la concentrazione del gas che poi li ha ammazzati.   

Secondo quanto riportato dall’Agenzia Ansa, tutto sarebbe accaduto in pochi istanti. Tre operai si sarebbero calati nel locale sottostante la fogna, ad un’altezza di cinque metri. Qui avrebbero dovuto realizzare lavori di manutenzione per conto dell’Amap, Azienda municipalizzata di Palermo.

Tutto è accaduto in pochi attimi. Le prime tre vittime, non appena hanno compiuto qualche scalino nella “discesa della morte”, si sono sentite male. Hanno subito perso i sensi. Entrano in scena le altre due sfortunate vittime. Una volta data voce ai tre compagni di lavoro, gli altri due colleghi sono scesi nel tentativo di raggiungerli. Niente da fare, anche loro restano intrappolati: l’idrogeno solforato, un gas che non perdona – per giunta dieci volte superiore al limite di sopportazione, li ha subito stesi.

 

 

IL SESTO, MIRACOLATO

Il sesto dipendente della “Quadrifoglio”, ancora all’esterno, a sua volta ha provato a prestare – per quanto possibile – di prestare soccorso ai colleghi. E’ così sceso anche lui, ma ha avuto una sufficienza dose di riflessi: dopo aver respirato quel gas fatale, è riuscito appena a risalire in superficie. Svenuto, è stato subito soccorso. Trasportato d’urgenza in ospedale, le sue condizioni sono appare immediatamente gravi.

I vigili del fuoco, intervenuti con tre squadre, insieme con alcuni volontari, hanno recuperato i cinque corpi degli operai insieme con la squadra–sommozzatori che si è immersa nella melma della vasca. «Ci sono indagini in corso – ha dichiarato alla stampa Girolamo Bentivoglio Fiandre, comandante provinciale dei Vigili del fuoco di Palermo – posso solo dire che i cinque operai non avevano le maschere di protezione e quando li abbiamo recuperati, nonostante i tentativi del personale sanitario di rianimarli, questi erano già deceduti».

«Ho un tumore legato all’amianto…»

Il giornalista Franco Di Mare lo rivela a Fabio Fazio in diretta tv (Nove)

Durante il collegamento, l’ex direttore di tg in Rai, si mostra in con un tubicino. «E’ un respiratore che mi permette di essere qui: mi sono preso il mesotelioma, un tumore molto cattivo e ora lotto per i miei diritti». I suoi ex colleghi si sono dileguati, non rispondono al telefono. «Spariti tutti, non capisco l’assenza dal punto di vista umano: davanti a comportamenti simili trovo solo un aggettivo: ripugnanti»

 

La notizia, si dice in casi simili, circolava da tempo, ma nessuno aveva voluto essere il primo a segnalarla. A meno che non fosse stato il diretto interessato, il giornalista, Franco Di Mare, napoletano, sessantotto anni, volto popolare della tv.

E così è stato. Nei giorni scorsi, facendosi forza, ha accettato l’invito di Fabio Fazio. Per parlare della sua condizione drammatica, di un male grave che lo ha assalito e lo starebbe annientando, tanto che per combatterlo Di Mare ha manifestato il suo status. «Sono collegato a un respiratore che mi permette di essere qui, in diretta tv: purtroppo mi sono preso il mesotelioma, un tumore molto cattivo: questo tubicino che mi corre sul viso», ha indicato il giornalista al conduttore di “Che tempo che fa”, trasmissione in programmazione sul NOVE, in modo che anche i telespettatori se ne accorgessero.

Il mesotelioma, dicono gli esperti, sarebbe legato alla presenza dell’amianto nell’aria. Si prende attraverso la respirazione di particelle di amianto, senza rendersene conto. Lo racconta Di Mare, con grande coraggio. «Una fibra d’amianto – prosegue lo sfortunato giornalista – è seimila volte più piccola di un capello, seimila volte più leggera: una volta liberata nell’aria non si deposita più per terra; ha un tempo di conservazione lunghissimo, può restare lì in attesa anche trent’anni, e, purtroppo, quando si manifesta, di solito è troppo tardi».

 

 

INVIATO IN GUERRA…

Di Mare è stato inviato di guerra con la Rai. Per la tv pubblica ha seguito i più importanti conflitti degli ultimi anni: Bosnia, Kosovo, le due Guerre del Golfo, Afghanistan. Poi i ruoli in veste di dirigente, da vicedirettore di Raiuno a direttore di Raitre, fino a diventare direttore generale dei programmi.

Uno degli aspetti più imbarazzanti della vicenda, l’assistenza. L’istituto Inail spiega che la pratica di malattia professionale per Franco Di Mare non sarebbe “bloccata” secondo quanto riferito in alcuni articoli apparsi sulla stampa. A dicembre, l’Inail ha preso atto che si trattava di “persona non tutelata” secondo le normative Inpgi, l’Istituto nazionale di Previdenza dei giornalisti: le malattie dei professionisti dell’informazione – spiega –titolari di un rapporto di lavoro subordinato sono tutelate a partire dal 2024, vale a dire dopo la fine del periodo transitorio di passaggio dalla tutela dell’Inpgi a quella dell’Inail, che ha accorpato a sé il rapporto previdenziale dei giornalisti.

Roberto Sergio, amministratore delegato Rai, ha espresso sui social la sua solidarietà. «Non ero a conoscenza fino ai resoconti stampa dello stato di salute del collega e delle sue reiterate richieste, gli sono vicino umanamente».

 

 

«MA LA PARTITA NON E’ FINITA»

Severo, invece, l’intervento di Di Mare, a proposito della sua ex azienda. «Tutta la Rai dopo la scoperta della malattia – ha dichiarato il giornalista – si è dileguata: posso capire che esistano delle ragioni di ordine sindacale, legale, ma io chiedevo alla Rai lo stato di servizio, che è un mio diritto. Ho chiesto: “Mi fate un elenco dei posti dove sono stato? Perché così posso chiedere cosa si può fare?”. Sono spariti tutti. Quello che capisco meno è l’assenza sul campo umano. Quelle persone a cui davo del tu, sono sparite, si negavano al telefono, a me: davanti ad un atteggiamento del genere trovo solo un aggettivo: ripugnante».

Poi la chiusura che dà una grande emozione. «Ho avuto una vita bellissima – ha concluso Franco Di Mare – le mie memorie sono piene di vita: non voglio fossilizzarmi attorno all’idea di morte, voglio legarmi all’idea che c’è la vita. Mi è dispiaciuto tanto scoprirlo solo ora. Non è ancora tardi perché, come diceva il tecnico Vujadin Boskov: partita finisce quando arbitro fischia: il mio arbitro non ha fischiato ancora».

Infelici noi…

Pugliesi, fanalino di coda secondo l’Istat

Al Sud si sorride sempre meno. In buona compagnia, fra campani e lucani. Non ci sono strumenti per favorire il dopo-studio o il dopo-lavoro. Percentuali incoraggianti, ma lo diamo per scontato, arrivano da chi ha un’occupazione, specie per chi ha un lavoro ben pagato. Rispetto allo scorso anno? Più o meno la stessa cosa: dobbiamo pensare positivo

 

I pugliesi sarebbero i più infelici d’Italia. E’ una inchiesta singolare, una chiave di lettura non condivisibile, ma rispettabile. Come se vedessimo la stessa gara di calcio: uno dalla gradinata, l’altro dalla tribuna. La partita è la stessa, ma uno vede una squadra attaccare la parte inversa rispetto al suo dirimpettaio di stadio. Per non parlare dei falli fischiati, della direzione arbitrale. Eppure la gara è la stessa.

Così è per le inchieste. Un sociologo, che viene da studi, letture e campioni diversi, avrà sempre idee diverse da quelle del collega. Ma che vogliamo fare allora di uno studio ripreso dal Nuovo Quotidiano di Puglia, giornale fra i più autorevoli del Sud? Cestinarlo, trattarlo con superficialità? Certo che no, e allora, sentiamo quali sono gli indizi che fanno dei pugliesi il fanalino di coda in fatto di felicità. Insomma, fosse capovolta, i pugliesi sarebbero primi. Ma siamo ultimi, che possiamo farci. Allora, infiliamoci nella disamina attenta, come è giusto che sia. Fornisce elementi di discussione e, alla fine, secondo una sua logica, non ci porta nemmeno tanto lontano dal risultato.

 

 

IN BUONA COMPAGNIA…

Dunque, i pugliesi sarebbero i più infelici d’Italia. Insieme con i “cugini” campani, sarebbero i meno soddisfatti del nostro Paese quando si parla del tenore di vita.  In Italia, secondo il Nuovo Quotidiano di Puglia, il giornale più letto della regione, sono – abbandoniamo per un po’ il condizionale… – quelli meno contenti delle relazioni con amici e parenti.

Chi lo dice. Il dato emerge dall’ultimo report dell’Istat sul grado di soddisfazione della vita. Ma è attendibile? Non scherziamo: l’Istat è l’Istituto nazionale di statistica, un ente di ricerca, presente in Italia da un secolo (nel 2026 compirà cento anni) ed è il principale produttore di statistica ufficiale a supporto dei cittadini e dei decisori pubblici.

Secondo quanto racconta l’Istat, dunque, i pugliesi che dicono di essere poco o molto poco contenti delle proprie condizioni rappresentano il 13,3% del totale. Quelli, invece, che sono molto felici rappresentano il 44,2%. Insomma, la media del voto, scrive il Nuovo Quotidiano, che i pugliesi assegnerebbero – torna il condizionale… – alla propria esistenza è di 7,1 (da 0 a 10). Solo la Campania è messa peggio. Anche in questo caso il distacco tra Sud e Nord è evidente. In provincia di Bolzano, ad esempio, “solo” il 9% dei residenti è scontento.

Ma, allora,Perché i pugliesi sono i più infelici d’Italia?”. Pare siano quelli che più spesso hanno problemi in famiglia o con gli amici: solo uno su quattro, da Foggia a Lecce, passando per Bari e Taranto, è “molto soddisfatto” del proprio rapporto con gli altri familiari. Se a Bolzano registrano il 41%, da queste parti, con tutta la buona volontà, non si va oltre 25,7%. Campania, Sicilia e Calabria hanno numeri migliori. Nell’ambito di uno dei temi esaminati, le amicizie, i pugliesi risultano “per niente o poco soddisfatti” al 22% del totale degli over 14. Molto soddisfatti, invece, il 16,1%, che poi è il dato peggiore d’Italia.

 

 

TEMPO LIBERO: CHE FARE?

Altro punto debole della disamina: l’utilizzo del tempo libero. Pochi svaghi o poche opportunità. Un pugliese su tre non è contento di come impiega il tempo nel quale non lavora. La quota di quelli “molto soddisfatti” raggiunge appena il 10,3%, ed è anche questo un record negativo, superato solo dai vicini lucani.

Altro aspetto dell’indagine Istat. Chi vive in città sarebbe mediamente più felice, anche a livello nazionale. A seguire, i piccoli centri (con meno di duemila residenti), poi tutti gli altri.

L’Istat, però, evidenzia il fatto che “il quadro dei giudizi espressi dalle persone in relazione alle caratteristiche socio-demografiche rimanga inalterato”. Permangono le differenze di sesso: la quota di persone “fortemente soddisfatte” per la vita si stabilizza sia per gli uomini sia per le donne: i primi restano più soddisfatti delle seconde con una differenza del 4% (quasi, per la precisione il 48,7%, rispetto al 44,8%).

A livello generazionale, invece, come riporta il Nuovo Quotidiano di Puglia nella sua disamina, “la soddisfazione diminuisce tendenzialmente con il progredire dell’età: la quota di molto soddisfatti è più elevata nella classe 14-19 anni (56,6%) fino a toccare il valore minimo del 39,4% tra le persone con 75 anni e più”.

 

 

E COME L’ANNO SCORSO…

Rispetto al 2022 la soddisfazione cresce nella forbice 25-34 anni, la cui quota di “molto soddisfatti” per la vita sale dal 45,1% al 48,6% (+3,5%).

Persone occupate o studenti esprimono più frequentemente giudizi positivi di soddisfazione per la vita rispetto a chi si dichiara in cerca di occupazione o in altra condizione. Il 50,5% degli occupati e il 52,0% degli studenti, rispetto al 41,5% in media di chi è in diversa condizione o perché in cerca di occupazione (35,7%) o casalinga (42,9%) o ritirato dal lavoro (45,0%).

Tra chi è occupato, infine, la posizione nella professione incide. Dirigenti, imprenditori e liberi professionisti (54,5%), insieme ai quadri e agli impiegati (51,3%) dichiarano livelli di soddisfazione più alti rispetto agli operai (48,7%) e ai lavoratori in proprio (47,6%).

Qualcuno si interrogherà ancora. Ma rispetto all’anno precedente, c’è stato un miglioramento o un peggioramento? Rispetto all’anno precedente non si sono registrate variazioni significative.

Rai a pezzi

Starebbe perdendo anche Amadeus che andrebbe sul NOVE

Non pagherebbe la scelta politica. Dirigenti non in perfetta sintonia con le nuove produzioni del presentatore. L’ex conduttore di Sanremo non vorrebbe intercessioni da parte del governo. Il braccio di ferro non finisce qua: la tv di Stato risponde punto su punto, il presentatore prepara le valigie

 

Stavolta poniamo l’indice su un fatto apparentemente leggero sul quale, invece, si scrive e si parla da giorni: l’addio di Amadeus dalla Rai, che nelle prossime ore potrebbe firmare per NOVE, la tv della quale fanno già parte Maurizio Crozza e Fabio Fazio.

Di solito è la fredda cronaca, quelli che in gergo si chiamano “fatti del giorno”, ad avere grande spazio all’interno del nostro sito per la rubrica dedicata ai “Giorni”, quanto cioè accade, in modo preoccupante, ma anche in modo inatteso nei giorni che precedono la pubblicazione dei nostri interventi.

A volte abbiamo posto l’accento sui drammi sociali, spesso – e mai come in questi ultimi mesi – sulle guerre fra Russia e Ucraina, Israele e Palestina, per non parlare dell’ingresso in quest’ultimo conflitto da parte dell’Iran. Abbiamo trattato anche i drammi consumati nel Mediterraneo a danno di centinaia di extracomunitari alla ricerca di lavoro e libertà. Poi i fatti di cronaca, come la morte dei due carabinieri (e un terzo automobilista) investiti da una ragazza a bordo di un suv, e, a seguire, la tragedia di Suviana, la centrale idroelettrica del bacino artificiale sull’Appennino Bolognese.

 

 

VIVA LA RAI…

Dicevamo che il passaggio di Amadeus dalla Rai al NOVE rientrerebbe nel novero delle notizie leggere, quando invece dietro la scelta del presentatore e dell’organizzatore del Festival di Sanremo, ci sarebbe una questione politica. Da qui un fronte fatto di annuncia a mezza bocca, di dichiarazioni lasciate cadere lì, per comprendere l’effettivo peso del passaggio di uno dei totem della Rai ad un altro circuito televisivo.

Comincia Fiorello, amico di Amadeus, che lancia l’indiscrezione sulla notizia. Se non le conosce “Fiore” dinamiche come queste, chi potrebbe esserne al corrente? Così, da quel momento in poi, ecco le notizie che si rincorrono. L’addio diventa un fatto politico. Si parla di richiesta di garanzia da parte del presentatore alla tv di Stato, del rifiuto di andare a cena con due “raccomandati” (Pino Insegno e Povia, il primo a destra, l’altro in quota alla Lega), per capire come potessero essere impiegati i due artisti insieme con Amadeus.

Così, in queste ore, parte il conto alla rovescia.  Amadeus sarebbe a un passo dalla firma con il NOVE, ammiraglia del gruppo Warner Bros. Discovery. Dopo un incontro tra il conduttore e il direttore generale della Rai, Giampaolo Rossi, l’annuncio ufficiale potrebbe arrivare già nei prossimi giorni. Viale Mazzini si scaglia contro indiscrezioni che vorrebbero Amadeus pronto a cambiare aria dopo le pressioni ricevute, in occasione dell’ultimo Sanremo. Interpretazioni, dicono in Rai,  «tanto false quanto dannose per l’azienda».

 

Foto profilo Instagram

 

«NESSUNA PRESSIONE POLITICA»

A proposito delle ricostruzioni. «Fantasiose quando fanno riferimento – fanno trapelare dalla Rai – a presunte pressioni che Rai avrebbe esercitato nei confronti di Amadeus che invece ha sempre goduto, della massima autonomia».  Secondo l’Usigrai, a difesa del Servizio pubblico, quindi in contrasto con dirigenti indicati dal governo, «l’addio di Amadeus sarebbe l’ennesimo duro colpo per la Rai, una perdita che potrebbe avere gravi ripercussioni sugli ascolti ed anche sui conti dell’azienda.

La Rai avrebbe messo nero su bianco la sua controproposta per il rinnovo del contratto di Amadeus, in scadenza a fine agosto, mentre sarebbe ai dettagli l’accordo con il gruppoWarner Bros. Discovery guidato, in Italia, da Alessandro Araimo, cui si deve l’accordo con Fabio Fazio firmato di recente.

Per Amadeus sarebbe pronta la sua fascia pre-serale, magari con I soliti Ignoti. Fra i passi possibili che NOVE potrebbe compiere in direzione Amadeus, una serie di prime serate legate alla musica, dopo l’esperienza sanremese di cinque anni da direttore artistico e conduttore di Sanremo, risultati storici in termini di ascolti (66% la media 2024) e spot (oltre 60 milioni la raccolta dell’ultima edizione, record di sempre). A convincere Amadeus verso nuove sfide professionali, ci sarebbe il desiderio di maggiore libertà dai condizionamenti, anche della politica, sulla Rai, che starebbe per avvicendare nuove e autorevoli figure dirigenziali. Se non proprio di ore, sarà questione di giorni.