Società liquida, diritti e doveri

Seminario a Bitonto. Confronto fra “Costruiamo Insieme” e Amministrazione comunale. L’intervento di Ernesto Chiarantoni. Presente l’assessore Rosa Calò. Incontro promosso da “Città democratica”. 

La competenza degli operatori della cooperativa sociale “Costruiamo insieme” all’interno di un interessante seminario promosso da “Città democratica” e svoltosi a Bitonto. “Diritti e doveri nella società liquida” il titolo del percorso di riflessione in vista del Congresso che celebrerà i dieci anni della fondazione. In rappresentanza di “Costruiamo insieme” è intervenuto Ernesto Chiarantoni, al quale è toccato affrontare un tema delicato come le migrazioni all’interno di un’ottica generale e territoriale.

In particolare, riprendendo il concetto di “società liquida” espresso dal filosofo e sociologo Zygmunt Bauman, Chiarantoni ha posto in evidenza «la contraddizione che permea il nostro quotidiano», paragonando tale concetto «ad un fiume che scorre all’interno di una società statica ispirata a vecchie categorie di analisi, che contengono, invece, la necessità del superamento di schematizzazioni miopi rispetto alla realtà».

«La partita da giocarsi a livello territoriale – ha proseguito Chiarantoni – oggi non può fermarsi alle pratiche di accoglienza, deve bensì trovare fondamento in azioni concrete finalizzate all’integrazione ed alla convivenza con le vittime della migrazione, trasformando ciò che è percepito come un problema in opportunità di crescita per la comunità; affinché questo processo sia reso possibile, è necessario che ognuno di noi recuperi quel senso di responsabilità alla base dell’interazione fra diritti e doveri recuperando la capacità di progettare percorsi capaci di produrre risposte ai bisogni».

Un cenno anche a una sorta di «retroutopia» che tratterrebbe le nuove generazioni inchiodate sul presente. «A causa di una disabitudine a ragionare in termini di futuro – ha concluso Chiarantoni – tanto da annullare il motore propulsivo della speranza, che entra in netta collisione con voglia e speranza, attitudini di cui sono portatori le persone costrette a migrare, per costruire un futuro migliore».

Al seminario organizzato da “Città Democratica”, ha fra gli altri presenziato l’assessore Rosa Calò. L’occasione ha rappresentato per la Cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”, gestore del Centro di accoglienza straordinaria di Bitonto, un primo importante momento di incontro con le realtà attive, a vario titolo, nel tessuto sociale per gettare basi per una collaborazione che si auspica possa avere importanti ricadute sociali e culturali sulla città.

Dal dibattito sono emerse, infatti, le enormi potenzialità che può sviluppare il lavoro di rete. Primo passo, da questo punto di vista, già compiuto: conoscenza reciproca e confronto, hanno aperto una strada importante sulla quale sarebbe utile aprire un percorso in sintonia.

Ciao Alessandro

Leogrande, 40 anni, giornalista-scrittore tarantino, è scomparso per un improvviso malore. Forte il suo impegno dalla parte dei più deboli, dai migranti ai braccianti stranieri sfruttati nelle campagne del Sud.

Alessandro Leogrande, non c’è più. Giornalista e scrittore, se ne è andato improvvisamente a 40 anni. La notizia della sua morte, che ha sconvolto amici, colleghi e lettori che lo seguivano, l’ha data il padre Stefano. Aveva collaborato con i giornali “Corriere del Mezzogiorno” e “Internazionale”. Era vicedirettore della rivista “Lo Straniero” di Goffredo Fofi, oltre ad un instancabile cronista di attualità, politica, cultura. Tarantino trasferitosi a Roma, aveva posto con impegno e coraggio l’accento su temi come le migrazioni contemporanee, le nuove mafie, il caporalato nelle campagne del Sud.

Nel ricordo del padre Stefano, non solo il dolore insopportabile di sopravvivere a un figlio, a un figlio così, ma anche la lucidità nel ricordare la sua qualità intellettuale. «Alessandro, per me – scrive il padre – era bellissimo. Alessandro era la Gioia, che entrando in casa , ci coinvolgeva e travolgeva, roboante e trascinante; ma era anche il lavoro fatto bene, analitico e profondo; tutto alla ricerca della verità; ed era anche la denuncia; fatta con lo stile dell’annuncio, che, nonostante tutto, un mondo migliore, è ancora possibile. Ho sempre percepito, orgogliosamente, che la Sua essenza fosse molto, ma molto migliore della mia. Oggi questo padre si sente orfano».

Aveva scritto, si diceva, reportage narrativi sulle nuove mafie, le migrazioni contemporanee, i movimenti di protesta e lo sfruttamento dei braccianti stranieri nelle campagne italiane.

Come scrittore aveva esordito con “Un mare nascosto” (2000), storia che si svolge nella città di Taranto, cui seguono, tra l’altro, “Uomini e caporali”. “Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud” (2008), “Fumo sulla città” (2013) e “La Frontiera” (2015). Con Il naufragio. Morte nel Mediterraneo aveva vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio “Ogni maledetta domenica” (2010).
Leogrande-sfondo-twitter-2

Appena qualche giorno fa, Alessandro Leogrande, aveva pubblicato con Andrea Segre e Dagmawi Yimer una lettera aperta per disertare il bando per “migliorare le condizioni” dei campi di internamento in Libia per rifugiati e profughi.

«Martedì 29 novembre – aveva scritto Leogrande con Andrea Segre e Dagmawi Yimer – a mezzanotte scade il termine per partecipare al bando con cui il governo italiano finanzierà progetti di «primissima emergenza a favore della popolazione dei centri migranti e rifugiati» in Libia. Le Ong italiane possono accedere a un finanziamento totale di 2milioni di euro, destinati a migliorare gestione e condizione di tre “centri migranti e rifugiati” dove “risiede parte della popolazione migrante mista in Libia”. Si tratta a nostro avviso di un bando offensivo e vergognoso per almeno tre motivi: Quei centri non sono «centri migranti e rifugiati» ma sono veri e propri «campi di concentramento», come ampiamente documentato da ormai decine di media e organizzazioni di tutto il mondo. La definizione che il bando governativo ne dà (appunto «centri migranti e rifugiati») è talmente inesatta e ipocrita da usare il termine rifugiati in un Paese dove questa categoria non può esistere, perché non riconosce la Convenzione di Ginevra.

L’intervento è previsto in «centri» dove (lo dice il bando stesso) la capacità di effettiva sorveglianza delle autorità ufficiali libiche è «in molti casi limitata», perché in realtà sono “gestiti da milizie locali”.

Le Ong italiane non hanno alcuna possibilità di agire in quei campi se non previo accordo con le milizie stesse, che ne gestiranno modalità di azione e relativo budget. Il tutto serve a un’operazione d’immagine per raddolcire o addirittura coprire le conseguenze disumane e raccapriccianti delle misure di blocco e respingimento dei migranti messe in atto da Italia e Europa a partire da agosto scorso, costate per altro 100 volte di più di queste misure di «primissima emergenza». Tutto ciò è inaccettabile».

Di questo e altro ancora avrebbe voluto parlare Alessandro Leogrande il prossimo 3 dicembre a Roma, al Forum “Per cambiare l’ordine delle cose”, a cui hanno aderito più di 700 persone da oltre 120 città d’Italia.

C.P.R. di Bari

C.P.R. di Bari

Nuova sfida per “Costruiamo Insieme”

Diverse le attività all’interno del Centro di permanenza per i rimpatri. Attività assegnata dalla Prefettura. Assicurate assistenza sociale, sanitaria, psicologica. Gestione amministrativa, servizi, tutela della persona, schede individuali, presenza di mediatori e personale medico.

C’è un altro grande progetto che richiede l’impegno di “Costruiamo Insieme”: il CPR di Bari con sede in zona San Paolo. Come per altre strutture nella quale la cooperativa è impegnata per seguire nel suo complesso il Centro di permanenza per i rimpatri, l’organizzazione chiamata a svolgere molteplici attività seguirà questo nuovo impegno con la massima professionalità. Dopo la presentazione di proposte articolate e circostanziate, questa nuova attività nel campo dell’accoglienza, le è stata assegnata dalla Prefettura di Bari, Ufficio territoriale del Governo.

E’ un altro significativo traguardo raggiunto all’interno di un processo di crescita registrato in modo esponenziale in quattro anni di attività. A cominciare dalle figure professionali, che in questo lasso di tempo hanno raccolto da parte delle istituzioni stima e riconoscenza per la gestione di un tema, quello dell’immigrazione, sul quale non molti vantavano grande conoscenza.

In questi anni, dunque, la cooperativa non solo ha maturato professionisti dell’accoglienza, ma ha ampliato la sua macchina organizzativa della quale oggi fanno parte decine di operatori che svolgono attività lavorativa secondo i criteri prestabiliti in questo settore.

DIRITTI FONDAMENTALI DELLA PERSONA

All’interno di questa articolata macchina organizzativa, è dunque entrato a farne parte il Centro di permanenza per i rimpatri. Ciò significa che “Costruiamo Insieme”, fra le altre cose, si occuperà nel caso specifico di introdurre quelle misure necessarie affinché vengano rispettati i diritti fondamentali della persona. Massima considerazione, pertanto, per i soggetti interessati dai servizi secondo quanto attiene provenienza, fede religiosa, stato di salute fisica e psichica, differenza di genere, identità compresa.

La cooperativa assicurerà, inoltre, i servizi essenziali per l’accoglienza, come quelli relativi alla fornitura di pasti, vestiario, prodotti per l’igiene personale, generi di conforto, servizi di pulizia, di gestione amministrativa, servizio di mediazione linguistica-culturale, informazione, assistenza sociale, psicologica e sanitaria, sempre secondo quanto previsto del Regolamento unico CPR (ex CIE, già Centri di identificazione ed espulsione).

ASSISTENZA SANITARIA (E LINGUISTICA)

Dalla Gestione amministrativa al Servizio di assistenza. Altra attività importante, quella che prevede la mediazione linguistico-culturale (assicurando la presenza di un numero adeguato di mediatori). Ciò per garantire la copertura delle lingue parlate dagli stranieri presenti nel Centro, al fine di consentire con questi massima comunicazione a partire dal loro ingresso e per tutta la durata della permanenza nel Centro. Infine, ma non ultima, l’Assistenza sanitaria. Altro impegno, a tutto tondo, per assicurare un costante controllo con personale medico e una scheda sanitaria dalla quale risultino farmaci somministrati, vaccinazioni e altri elementi utili a tracciare il profilo degli stranieri ospitati all’interno del Centro di permanenza per i rimpatri.

Un impegno articolato, come si evince dalla serie di impegni assunti da “Costruiamo Insieme”, che potrà solo confermare la professionalità di un progetto e di persone che in questi anni si sono spese con responsabilità per conseguire obiettivi di enorme prestigio. Parte un nuovo viaggio all’interno della macchina dell’accoglienza, la cooperativa con all’attivo grandi soddisfazioni professionali, saprà farsi trovare pronta.

 

E’ già aria di Natale…

Santa Cecilia, è l’alba. “Costruiamo Insieme” invita una banda musicale. Pettole per tutti. Un inatteso e graditissimo “regalo” per i tarantini legati alle tradizioni.

Articolo-banda-04Santa Cecilia, 22 novembre, cinque del mattino, una sorpresa musicale per molti dei ragazzi ospiti della sede di “Costruiamo Insieme” di via Cavallotti a Taranto. La banda musicale diretta dal maestro Berardino Lemma esegue novene per la gioia di tutti. Residenti compresi, questi ultimi favorevolmente sorpresi per l’inatteso regalo.

E’ l’alba quando uno degli operatori del Centro di accoglienza spalanca il portone e il cuore per accogliere la ventina di musicisti che intona marce già celebri ai tarantini da sempre legati a questa tradizione. E’ un momento di grande emozione. I ragazzi ospiti del “Centro”, escono sui balconi, unendosi idealmente ai cittadini scesi in un baleno dalle proprie abitazioni. Qualche anziano, a causa del freddo del primo mattino, si chiude in un giaccone, preferisce  osservare l’evento dall’alto. E’ l’abbraccio ideale fra genti. I migranti alla ricerca di speranza e calore; i tarantini, lo stesso, ad invocare speranza, ma anche un futuro migliore, per allontanare una crisi che parte da lontano, da una industria che deve assicurare, insieme, lavoro e salute.

Articolo-banda-01

E’ cominciato il Natale. All’interno della sede, l’albero di Natale addobbato quasi a tempo di primato perché fosse già pronto per l’inizio delle festività che, com’è noto, da queste parti cominciano con largo anticipo. Il giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre, è lontano più di due settimane, ma qui il profumo delle pettole racconta già un’altra storia. Gli odori del fritto hanno cominciato a sprigionarsi nell’aria: siamo ufficialmente nel Natale tarantino. E non solo, posto che in provincia e nel resto della Puglia, ognuno introduce il “suo” Natale secondo le proprie tradizioni.

Articolo-banda-03

Qui sono cominciate all’alba. In alcuni quartieri anche prima. Quando è ancora buio, già riecheggiano i profumi del fritto e, nel silenzio, i rumori delle portiere delle auto dalle quali escono i musicisti. Due minuti, il tempo necessario per sistemare la divisa e disporsi sul marciapiedi, all’ingresso della sede di “Costruiamo Insieme”, via Cavallotti 84. Il maestro Lemma, come da tradizione tramandata dal suo papà, famoso artigiano e fondatore di una delle bande musicali più celebrate nel Tarantino, dà il segnale ai suoi musicisti.

Articolo-banda-02

E’ un attimo, dalle abitazioni vicine, si aprono porte e finestre, il Natale passa anche da qui. Dal cuore dei ragazzi che vogliono integrarsi, accorciare le distanze con il territorio, cominciando da un gesto semplice. «Cosa possiamo fare – si chiede qualcuno di loro – per far comprendere ai tarantini che non siamo, né vogliamo essere un corpo estraneo di questa comunità?». Si documentano, si consultano i ragazzi dalla pelle scura e dal cuore candido. A Taranto il Natale comincia prima: quei dolci, fritti e conditi con un cucchiaino di zucchero, dal nome e dall’accento strano, le pettole; le novene eseguite dalle bande musicali che introducono alla festa più lunga dell’anno. Così gli ospiti del Centro mettono insieme le due cose, musica e “pettole”, ne parlano con gli operatori che trasferiscono questo desiderio alla direzione. Detto, fatto.

E’ l’alba, Santa Cecilia, un “Benvenuto” alle feste natalizie. Con tutto il cuore, dai ragazzi di via Cavallotti.

Costruiamo un Albero

Nelle sedi della cooperativa tre metri di originalità. Luci e idee per raccogliere il maggior numero di “mi piace”. La gara è aperta, buon divertimento.

WhatsApp Image 2017-11-20 at 22.22.16Alberi di Natale, ciascuno alto tre metri, da allestire con la fantasia. Oggi il via a una gara fra le diverse sedi di “Costruiamo Insieme”. A Taranto, Bitonto, Modugno e Bari, i ragazzi hanno cominciato a scatenarsi per l’addobbo più originale da sostenere con l’ausilio di “like”. Tanti “mi piace” indicheranno “l’albero più bello”, tanto più facile sarà vincere una competizione gomito a gomito durante l’intero ciclo di festività.

Start il 22 novembre, giorno di Santa Cecilia. E’ l’ngresso, come dire, ufficioso nelle feste che portano al Santo Natale. Da queste parti è consuetudine anticipare l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata, con un’altra festività altrettanto importante in fatto di tradizioni. Una su tutte, la veglia per le pettole e le prime bande musicali che girano per i quartieri. Insomma, si sprigionano suoni e profumi che introducono al periodo di festa più lungo dell’anno.

Dunque, anche quest’anno la cooperativa “Costruiamo Insieme” ha voluto lanciare un segnale importante per avvicinare gli ospiti dei diversi Centri di accoglienza. Anche se di diverso orientamento religioso, i ragazzi in queste ore si stanno raccogliendo insieme per studiare il modo più originale per arricchire i rami del proprio albero di Natale. Fra le idee, catturate un po’ qua e un po’ là, si fa spazio l’arricchimento del proprio “elaborato” con manufatti artigianali. Dunque, bene le serie di luci, meglio ancora se queste faranno solo da corollario a intuizioni, ninnoli a corredo dai rami più bassi per arrivare al punteruolo in cima all’albero.

Albero-01

Nelle diverse sedi della cooperativa i ragazzi hanno preso sul serio la divertente gara lanciata dalla direzione. Viaggiano a velocità inaudita i messaggi, le foto e le “provocatorie” (e divertite) espressioni sui social, fra questi Facebook e Whatsapp, che in queste ore la fanno da padrone. Per una volta quel “costruire insieme” viaggerà su binari separati, ognuno per sé a realizzare l’opera più brillante e originale per raccogliere il maggior numero di “mi piace” e vincere la competizione natalizia che finirà come sempre con una megafesta. Intanto, buon divertimento. Vinca il migliore, possibilmente il più originale!

L’educazione all’accoglienza

L’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, si pronuncia sull’ospitalità dei migranti. «Non sia un momento di emergenza», dice, «dobbiamo spalancare il nostro cuore».

Eccellenza, quando parla di migrazione pone l’accento sull’educazione all’accoglienza”.

Intervista Santoro 4Dobbiamo impegnarci a fare in modo che l’accoglienza non sia il gesto di un momento di emergenza, bensì l’atteggiamento della  nostra vita: quando vediamo un bisognoso, che sia un familiare, un vicino, un estraneo, qualcuno che bussa alla nostra porta – sempre nel rispetto delle nostre possibilità – abbiamo il dovere di spalancare il nostro cuore.

Educare ad aprirsi agli altri, questo l’insegnamento principale. Quando ero piccolo, mia madre mi diceva di fare aspettare i compagni di gioco e andare a visitare la zia ammalata, la vicina bisognosa di conforto: superate le prime comprensibili resistenze, considerando la mia giovane età, capii che era la cosa giusta da fare. Questo insegnamento mi è tornato utile, qui in Italia, come in Brasile, dove sono stato ventisette anni. Aprirsi alla gente bisognosa: è il Signore a volerlo; ti provoca, ma poi ti dona gli strumenti di fede per comprendere quanto sia fondamentale aprirsi agli altri.

I migranti, ha detto, non sono una minaccia, bensì una risorsa.

I nostri connazionali sono stati fra i primi a trasferirsi all’estero per necessità: Nord Europa, Stati Uniti, Australia, America del Sud, dal Brasile all’Argentina. Io stesso, da studente, andavo in Germania nei mesi estivi, lavoravo e studiavo: imparavo la lingua, utile per i miei studi di teologia e, allo stesso tempo, per mettere soldi da parte per proseguire il mio percorso religioso. Alla stazione di Stoccarda incontravo tanti italiani, soffrivano la nostalgia; ma venivano accolti con grande rispetto, lavoravano e realizzavano opere importanti. Con il nostro impegno abbiamo contribuito non poco alla crescita civile e culturale degli altri Paesi. Ecco perché i migranti non sono una minaccia, ma una risorsa nella costruzione del cammino comune. Non sia accoglienza indiscriminata, ma ragionata, accompagnata dal rispetto delle regole, senza chiudersi a quel “prossimo” che un tempo è stato l’italiano.

L’importanza di cooperative, associazioni che fanno accoglienza.

Le organizzazioni importanti che svolgono questo tipo di attività mettono a disposizione della comunità le proprie capacità professionali per accogliere e sviluppare percorsi attraverso i quali permettere a questa gente di integrarsi attraverso conoscenza e lavoro; seguire corsi per panettieri, cuochi, pasticceri, pizzaioli; fare in modo che impari la lingua, cultura e storia del Paese che li ospita.

La disponibilità dei tarantini verso i migranti.

Qualche tarantino agli inizi faceva appello ai problemi del territorio, “abbiamo tanti guai noi…”, diceva, ma presto ha compreso quanto fosse importante collaborare, sviluppare l’apertura all’accoglienza che nell’animo del tarantino esiste ed è forte.

Foto-articolo

Il contributo della chiesa a Taranto.

Detto della donazione delle Carmelitane del convento di Poggio Galeso alla diocesi, che a sua volta lo ha messo a disposizione dei migranti, domenica 19 novembre inauguriamo il Centro di accoglienza notturna San Cataldo per i “senza fissa dimora”. Dunque, una struttura per i migranti e una per i nostri poveri.

Sia chiaro, non ci sostituiamo a Comune e istituzioni, ma abbiamo voluto dare il nostro contributo. Parrocchie, confraternite, sacerdoti, comunità, hanno partecipato in concreto al restauro di un bene del ‘700: anche i poveri hanno diritto alla bellezza.

Cosa ha chiesto nel suo primo incontro a Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto.

Dare speranza alla città con fatti concreti, relazionarsi con interlocutori seri, dalla Regione al Governo; far sentire la propria voce con maggiore insistenza, stiamo giocando la partita decisiva nel futuro di Taranto, il tempo è scaduto: le parole devono lasciare spazio ai fatti in concreto. Mi ha confermato massimo impegno per lavoro e ambiente, fra i principali temi che gli stanno a cuore.

C’è chi la considera ancora qualcosa di simile alla figura di un sindaco o un dirigente del Centro per l’impiego.

A ognuno il suo. Accoglienza e ascolto fanno parte della mia missione, la gente viene a trovarmi, mi parla dei suoi problemi, poi inevitabilmente si tocca il tasto del lavoro e della salute, figlio disoccupato e figlia malata per intenderci. E io ho il dovere di accogliere, ascoltare e confortare, indicare la strada se possibile.

Nei giorni scorsi sono stato a Cagliari in occasione della “Settimana sociale dei cattolici italiani”. Quest’anno al centro degli incontri, il tema principale era quello riservato al lavoro. Il compito della chiesa è aprire percorsi, non a caso abbiamo pensato a una struttura come la “Pastorale sociale” che avrà il compito di fornire orientamento sulle politiche del lavoro, per dare dignità e non assistenzialismo; non basato sul “compra e consumo”: il lavoro deve stare al centro della produzione, non ci sono altre strade per rilanciare la struttura economica del Paese.

Foto-articolo-2

A Cagliari ha incontrato Gentiloni, presidente del Consiglio. Pare non le abbia mandate a dire.

In qualità di presidente del Comitato, sono intervenuto durante i lavori. “Vengo da Taranto”, gli ho detto, “facciamo in modo che abbia fine una buona volta la devastazione ambientale di un territorio e che gli sia garantito il lavoro: numeri impensabili sugli esuberi, massima tutela dei diritti e salvaguardia dell’indotto”. Mi ha assicurato massimo impegno, tocca a loro, alla politica sciogliere i nodi del lavoro e dell’ambiente a Taranto.

Festività natalizie. Migranti e preghiera, rinnova l’appello al rispetto della preghiera e delle religioni.

E’ alla base della civiltà. La nostra parte l’abbiamo sempre fatta, partiamo con Santa Cecilia, le Pastorali, le nostre preghiere al convento di Poggio Galeso; lì abbiamo già invitato i musulmani a recitare il Padre nostro, che nella loro dottrina fa riferimento ad Abramo. La libertà più grande è proprio questa: accogliere e consentire all’altro di pregare il suo Dio.

Dovesse confessare una “benedizione”.

E’ successo in Brasile, ma anche qui in qualche occasione qualche “benedizione” l’ho mandata. In Brasile, durante la Processione delle palme, in una favela. Davanti a un bar, “padroni del traffico” ostentavano le armi nella cintura: mi staccai dalla processione, entrai nell’esercizio e chiesi chi fosse il capo invocando il rispetto per la Chiesa: quello che sembrava il “boss”, invitò gli spacconi a fare sparire le armi.

A Taranto, ho perso la pazienza quando ho avuto la sensazione che non tutti prestassero attenzione alla nostra città; andai perfino a Roma per farmi sentire: viviamo nel dramma e la politica deve assicurare una cosa e l’altra, lavoro e salute!

“Migranti, una risorsa”

WhatsApp Image 2017-11-15 at 10.53.59Mercoledì 15 novembre, presso il liceo ginnasio statale “Aristosseno” di Taranto si è svolto il XV convegno promosso dall’ufficio diocesano “Migrantes”. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare migranti e rifugiati, i temi in locandina sui quali è intervenuto l’arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro. Fra i relatori, Marisa Metrangolo direttore diocesano Migrantes; Simona Scarpati, assessore ai Servizi sociali del Comune di Taranto; il viceprefetto dott. Mario Volpe; Achille Selleri, capo sezione S.A.R. Taranto, intervenuto sul soccorso in mare svolto dalla Guardia costiera. Apertura dei lavori a cura del prof. Salvatore Marzo, dirigente scolastico dell’“Aristosseno”, liceo che conta 1.600 studenti.

Particolarmente atteso, l’intervento dell’arcivescovo rivoltosi all’attenta platea di studenti e docenti. «Essere migranti, non volendo – ha dichiarato in apertura del suo intervento – può accadere a chiunque di noi, una sensazione che non vorremmo mai avere, lasciare per un qualsiasi motivo la propria casa è una cosa che nessuno metterebbe in preventivo: invece, quando meno te lo aspetti, succede».

Una storia personale. «Ho vissuto ventisette anni in Brasile – racconta sua eccellenza – una terra che amo molto, un sentimento che provo verso gente che ho conosciuto in anni di permanenza in un Paese povero nelle sue pieghe sociali, ma ricco in fatto di generosità e accoglienza». «Io stesso – prosegue – studente universitario a Roma, d’estate andavo all’estero, lavoravo per mantenermi agli studi e non pesare sul bilancio familiare; ricordo Stoccarda, i lavoratori italiani, lontani da casa, che soffrivano la lontananza dai propri cari: si recavano in Germania per lavoro, realizzavano opere delle quali ancora oggi possono andare fieri; bene, la gente del posto era ospitale, alleggeriva il disagio, aiutava il processo di integrazione degli italiani; quando parliamo di migranti, pensiamo a quale dolore proveremmo noi stessi a fuggire lontano per via della miseria e delle persecuzioni».

Arcivescovo Santoro: Accoglienza, l’aspetto educativo

Apertura e accoglienza, l’aspetto educativo cui gli studenti devono fare riferimento. «Prendendo esempio dalle parole di papa Francesco – osserva l’arcivescovo – in Città vecchia abbiamo reso disponibile un immobile trasformato in luogo di incontro, l’istituto “Maria Teresa di Calcutta”, qui la gente dell’Isola si confronta su temi come l’accoglienza; molti sono i ragazzi che frequentano corsi: chi per diventare panettiere, chi pasticcere, chi cuoco; una volta conseguiti attestati, comunque assunto esperienza a sufficienza, questi provano ad entrare nel mercato del lavoro».

Educazione al sociale, non solo accoglienza, assistenza ai migranti, ma anche ad anziani e ammalati. «E’ un’esperienza che invito a fare a chiunque: dopo aver studiato e fatto i compiti, lasciate stare i giochi, i divertimenti per un’ora: mia madre da piccolo quasi mi obbligava ad andare a trovare la vicina di casa, sola, o la zia anziana: volevo giocare al pallone, ma poi, poco a poco, i compagni di giochi potevano aspettare; la gente che vive nel disagio ha bisogno del nostro aiuto, anche un modesto contributo è bene accetto». Infine un invito. «Domenica apriamo ai senzatetto – conclude sua eccellenza, l’arcivescovo Filippo Santoro – inauguriamo Palazzo Santacroce, altro passaggio importante nella cultura dell’incontro; è nostro dovere aiutare i bisognosi, dunque l’invito rivolto alla città è una partecipazione maggiore al tema dell’accoglienza e alla tolleranza, riservando massimo rispetto per le altre religioni, per ogni preghiera sincera rivolta a Dio, perché per tutti noi vi è un solo Dio».

Foto-twitter-2

Prefettura di Taranto, rispetto dei migliori livelli di assistenza

Si aggancia a questo tema, il dott. Mario Volpe, vicario del prefetto di Taranto, dott. Donato Cafagna. «Il massimo rispetto delle religioni – dichiara Volpe – è sancito dalla nostra Costituzione; così come il Piano nazionale di integrazione dei migranti prevede il massimo impegno da parte di istituzioni e associazioni così da assicurare livelli tali per favorire l’inserimento degli extracomunitari nel mondo del lavoro e in attività di pubblica utilità».

L’esperienza del dirigente della prefettura, a Macerata. «Il terremoto aveva messo in ginocchio 44 comuni sui 55 complessivi; erano tanti gli extracomunitari che spalavano e aiutavano i residenti a sgomberare le strade dalla neve, nonostante un freddo impietoso: la gente del posto prese subito a benvolere questi ragazzi che si impegnavano senza sosta per restituire ala Paese che li ospitava anche un solo angolo di quella città alla vita sociale». E quella di Bari, città di cui il vicario del prefetto è originario. «Negli Anni 90 accogliemmo curdi, kossovari, albanesi: anche in quell’occasione fornimmo massima assistenza, un impegno importante». Infine Taranto. «Anche in occasione degli ultimi sbarchi nel nostro porto – ha concluso Volpe – le associazioni che operano sul territorio hanno fornito una eccellente prova; la Prefettura di Taranto rivolge massima attenzione al tema dell’accoglienza: svolgiamo periodicamente verifiche sulle strutture che accolgono i migranti, è nostro compito assicurarci che vengano rispettati i migliori livelli di assistenza».

“Costruiamo” e non demoliamo

Piano aziendale per salvare lavoro e comparti del “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto. Cifre e impegni, già formulati. Idee coniugate ai servizi per il territorio, non solo all’accoglienza di extracomunitari.

180px-Bitonto_-_Istituto_Maria_Cristina_di_Savoia_-_vista_dal_ponteBuoni e cattivi. Non facciamo confusione, soprattutto evitiamo sovrapposizioni. I primi mettiamoli da una parte, gli altri sull’altra sponda. Per intenderci: c’è chi le cose – è il caso di “Costruiamo insieme” – le fa, mettendoci la faccia e, concretamente, le proprie risorse; chi, con il pretesto di una non meglio identificata “onestà intellettuale”, fa passare messaggi completamente sgangherati. E il bello, anzi il brutto di cose come queste, è che le dichiarazioni reclamano stessa cittadinanza.

Non è giusta la “par condicio”, forse? Certo che è giusta. Ad un’azione dovrebbe corrispondere sempre una reazione, uguale e contraria. «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire», pare abbia detto Voltaire. Fosse vissuto oggi, lo stesso filosofo francese, però, avrebbe aggiunto una postilla: «se devi affermare qualcosa, prima documentati, altrimenti dici solo fesserie». E sono tante a circolarne.

Argomento preso alla larga, ma ci arriviamo. Eccoci. Quando si scrive di migranti e accoglienza, si leggono, si ascoltano i soliti luoghi comuni. Il più delle volte si prendono a prestito nomi di extracomunitari e nazionalitࠖ più sono comuni e meglio 蠖 e gli si attribuiscono le prime dichiarazioni che passano per la mente, più o meno quelle copia e incolla. Più luoghi comuni si usano, frasi che devono intenerire un cuore da tagliare con un grissino, più si colpisce. «Condizioni igieniche assenti, assistenza sanitaria inesistente, in cinque – mettiamoci dieci, già che ci siamo – in uno stanzone, condizioni di vita ai minimi termini». E in qualche Centro di accoglienza così è stato (sarà ancora così, chi può dirlo), certo è che noi ci fidiamo delle istituzioni e del loro ruolo, pertanto fino a prova contraria le strutture – sottoposte a controlli periodici – svolgono la loro attività secondo i criteri stabiliti (con tanto di report quotidiani inviati in Prefettura, istituzione cui rispondiamo del nostro operato).

Nel frattempo, i social ci hanno abituati a supercazzolefake news, notizie vuote come la testa di chi in alcuni casi riprende e scrive, chi in altri esegue maldestramente: mandante e mandatario. Scatta foto posate, magari ne chiede qualcuna a complici che si prestano volentieri a fotografare cessi appena usati; ci mettono del proprio per dare “colore” al pavimento e profondità agli scatti concordati. «E’ questo che la gente vuole!». La cronaca e l’etica professionale, dunque, scompaiono alla velocità di un clic. Un giornalista fa il nome di un Tizio piuttosto che di un Caio, senza alzare il sedere dalla poltrona della redazione. «Tanto chi può smentirci, male che vada ospitiamo la replica, ribattiamo e vinciamo comunque noi: 2-1!».

1174996_635506507492197675_mc1_768x410

Torniamo a noi. Ci sarebbe piaciuto che un giornalista a caccia del sensazionale, ci avesse chiesto di fare visita a un nostro Centro di accoglienza straordinaria. Non avremmo avuto problemi. Meglio ancora – pensate come non si ha nulla da temere, noi – avesse inoltrato domanda alla Prefettura per fare insieme una ricognizione, raccogliendo dichiarazioni senza mai aver messo piede in una struttura. Staremmo tutti più sereni. E finalmente quel qualcuno avrebbe reso giustizia a chi fa questo lavoro in modo professionale, dà lavoro a decine e decine di persone, studia e presenta piani aziendali (sostenuti da costi e impegni assunti), non ultimo quello per salvare il “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto. Questo per allargare il numero di dipendenti e creare nuovi servizi, non necessariamente legati all’accoglienza di extracomunitari.

Ci sarebbe piaciuto che qualcuno fosse venuto a trovarci. Avesse parlato con gli operatori, i mediatori. Questi avrebbero spiegato di come sia bello il loro lavoro e, perché no, quali sono gli ostacoli davanti ai quali ci si trova quando l’interlocutore – grossomodo lo stesso che si presta allo scatto concordato – non vuole proprio saperne di rispettare certe piccole regole del vivere civile all’interno di una comunità. Perché questo è un Centro di accoglienza, “straordinaria” in quanto struttura di passaggio, non una casa, ma qualcosa che gli somigli il più possibile, perché l’auspicio di chi fa questo lavoro (che qualcuno etichetta in senso dispregiativo “business”, e forse lo sarà per qualcuno, certo non per noi) è che i ragazzi di passaggio alla fine realizzino il loro sogno di integrazione. Dove meglio credono.

Questo è il nostro lavoro, fatto di gente dalla faccia pulita che lavora con e per noi. Basta dare un’occhiata al nostro sito, i loro volti e i loro nomi sono garanzia di professionalità in qualsiasi comparto. Questi siamo noi, nient’altro. Un gruppo che sta crescendo in personalità e professionalità. Credenziali che non si inventano, solo il lavoro può riconoscertele.

“Costruiamo insieme” per salvare il “Maria Cristina di Savoia”

Da agosto scorso un Piano industriale per assumere undici unità ASP

Di seguito il comunicato inviato agli Organi di informazione. Un intervento per sgombrare il campo da qualsiasi equivoco, considerando impegno e professionalità profusi dalla nostra Cooperativa dal suo più recente ingresso nel complesso “Maria Cristina di Savoia”. Una struttura in grave crisi (accoglie altre cooperative e servizi, anziani, disabili, ecc.), cui “Costruiamo”, impegnata esclusivamente nel Centro di accoglienza straordinaria “Bitonto” (migranti) intende rimediare con un Piano industriale per salvare posti di lavoro.

“Costruiamo insieme”, la cooperativa impegnata nella gestione del Centro di accoglienza straordinaria (Cas Bitonto), si candida al salvataggio del “Maria Cristina di Savoia” attraverso l’assunzione di undici unità lavorative, impegno riportato nel Piano industriale concordato nell’agosto scorso con la direzione dell’ASP (Azienda pubblica servizi) e discusso con i sindacati in vista della stipula del protocollo operativo. Un progetto di rilancio subordinato all’utilizzo oneroso di tre strutture attualmente in disuso nel “Maria Cristina di Savoia” per attivare ulteriori servizi (oltre al Centro accoglienza attuale, il Centro per minori, Servizi al cittadino).

Formalizzato il progetto, dall’1 gennaio 2018 “Costruiamo insieme” si farà carico degli stipendi da erogare alle undici unità assorbite in regime di “distacco” (mensilità per gli “statali” a carico del privato) e con mansioni diverse: vigilatrici, educatrici, applicati di segreteria, addetti alle cucine (nel “Piano” prevista rilancio dei servizi ristorazione con relativa mensa). Queste alcune delle figure professionali delle quali “Costruiamo insieme” intende farsi carico. Non un concetto astratto, dunque, ma un Piano industriale che ha lo scopo di attivare nuovi servizi per la comunità e restituire serenità al personale ASP attualmente in forza al “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto.

Il disastro economico abbattutosi sul “Maria Cristina di Savoia” a causa di precedenti gestioni, è stato in parte attutito con l’ingresso di “Costruiamo insieme” che ha rivitalizzato un’ala della struttura fino a quel momento inutilizzata (svolto lavori a suo carico), portando nuove risorse economiche. In più occasioni, sotto forma di anticipazione di locazioni, la cooperativa è intervenuta per far fronte a gravi situazioni debitorie (stipendi arretrati) alleggerendo, dove possibile, un comprensibile quanto grave disagio a numerose famiglie.

Corre l’obbligo di puntualizzare, pertanto, che “Costruiamo insieme” non è quel soggetto da qualcuno dipinto in maniera strumentale. Non è nostra abitudine rispondere piccati, tantomeno vendere fumo: non abbiamo altra ambizione che non sia quella di continuare a svolgere attività sociale in modo professionale a salvaguardia di posti di lavoro. E, in questo caso, provando a tutelarne altri mettendo in campo esperienza maturata in anni di attività.

In un quadro scoraggiante nel quale non sempre chi potrebbe o dovrebbe intervenire offre il suo contributo, il “Maria Cristina di Savoia” può rappresentare un’altra occasione per dimostrare a opinione pubblica e ai diversi soggetti in campo che il nostro impegno è, invece, concreto.

«Buon lavoro, ragazzi!»

WhatsApp Image 2017-11-07 at 17.48.08Prima l’appello, poi via i cellulari, massima attenzione ai docenti. Due ore di lezione per gli extracomunitari iscritti ai corsi di alfabetizzazione e per il conseguimento del triennio di scuola media.

«Sanneh, Fofana, Zazou…». «Presenti!». Braccio alzato, mano aperta. I ragazzi il pomeriggio martedì 7 novembre, rispondono così al primo appello. All’ingresso della scuola “Colombo” sono decine gli extracomunitari iscritti ai due corsi promossi dal dirigente scolastico insieme con il corpo docenti dell’istituto di via Medaglie d’Oro.

Due corsi, pomeridiani si diceva. Il primo di alfabetizzazione, dunque per perfezionare i primi insegnamenti della lingua italiana che in molti comunque mostrano di conoscere abbastanza bene. E dove non arrivano subito a farsi comprendere, si aiutano a gesti. Alla fine, ma neppure tanto, arrivano a spiegarsi. Come a farsi ripetere una frase, un passaggio sfuggito. Forse per distrazione di uno stesso studente, forse per la velocità con cui il docente teneva lezione. Di sicuro un passaggio involontario subito recuperato.

Secondo corso per conseguire il titolo di scuola media. «Abbiamo frequentato il corso di alfabetizzazione lo scorso anno – spiegano Kamara e Sacko – così quest’anno ci siamo iscritti ancora per conseguire un titolo di studio che può essere già un motivo di vanto per noi». Si nota determinazione nelle parole e nei gesti dei ragazzi che prendono posto fra i banchi di scuola. Come studenti già esperti, chiedono a una responsabile della segreteria all’ingresso, quale sia la loro aula. «La prima sulla sinistra», indica ai primi ragazzi che hanno già risposto all’appello. Questi vengono accompagnati dagli operatori del Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti che si è attivato per produrre i documenti ai migranti. Il primo appello, infatti, è di Francesca e Sillah, operatori. Passano in rassegna i ragazzi che già conoscono, prima di accompagnarli e consegnarli di fatto al docente di turno.

Ecco il primo passaggio. Prima lezione per quanti frequentano il corso di alfabetizzazione, alle 15. Due ore. Stessa durata della lezione per il “triennio” di scuola media, a partire dalle 17.

AAA

Appena in aula, saluto ai docenti. Via cappellino con visiera, tipico dei giocatori di baseball; via gli auricolari e stop alla musica. Ascoltano rap «a palla», direbbero i nostri ragazzi. Altro passaggio, spegnere il cellulare. Per quanto dica il nuovo orientamento del Ministero, a proposito del ritorno all’uso dello smartphone in classe, per ora è bene prestare attenzione all’invito del docente.«Ragazzi – dice l’insegnante – abbiamo due ore di studio, mettete sotto il banco quanto può essere oggetto di distrazione, auricolari e cellulare per intenderci, e prestate attenzione alla lezione».

Sul banco, i ragazzi stendono il primo segnale di buona volontà: un quaderno. Qui scriveranno gli appunti utili per dare inizio all’anno scolastico. «A questa nostra prima avventura», dice un iscritto al corso di alfabetizzazione. “Avventura”, risvolto positivo per come viene riferito. Loro, ivoriani, senegalesi, maliani, somali, che di “avventure” ne hanno già trascorse. Prima, la fuga dal proprio paese, chi da miseria, chi dalla guerra; poi il viaggio della speranza a bordo di zattere o imbarcazioni di fortuna. L’alfabetizzazione, dunque, vista come un’altra scialuppa di salvataggio che i ragazzi invocano a un Paese ospitale.

Nei banchi dell’aula accanto, chi il corso di alfabetizzazione lo aveva frequentato con risultati brillanti lo scorso anno scolastico. Oggi è seduto fra i banchi. Attende la prima lezione, quella che porterà a fine corso con l’esame per conseguire il titolo di scuola media. La campanella suona, la porta dell’aula si chiude. E’ ufficialmente iniziato il loro anno scolastico. L’ultimo saluto è degli operatori. Lasciano gli studenti in buone mani. «Buon lavoro, ragazzi!».