Coronavirus, guardia alta

Invito alla prudenza, da Milano a Taranto

Si moltiplicano casi e raccomandazioni su tutto il territorio. Asse medico Lombardia-Lazio. Settantadue nuovi casi in Puglia, cinque nella nostra provincia. Gli applausi agli agenti di Polizia di stato e quattromila mascherine regalate al Comune da un negozio gestito in città da cinesi.

ITALIA – In Italia si contano oltre 26mila malati di coronavirus (tremila in più rispetto al giorno prima) cui si aggiungono i circa 3mila guariti e i 2.500 decessi. Lo ha dichiarato il Commissario all’Emergenza, Angelo Borrelli, in un incontro con la stampa. Balza subito all’occhio una crescita di 3.500 unità rispetto a quella diffusa ventiquattro ore prima.

Prosegue, intanto, l’attività di alleggerimento degli ospedali della Lombardia con il coordinamento della Cross, la Centrale remota operativa di soccorso sanitario: 50, tre in più di ieri, sono i pazienti trasferiti in altre strutture regionali.

Intanto la Farnesina, l’unità di crisi, informa che sono 90 i voli per oltre ottomila italiani che intendono tornare in patria. L’intera rete diplomatico-consolare è al lavoro per comunicare informazioni utili ai connazionali e agevolarne il ritorno.

Fra le notizie che circolano in queste ore, il ponte Lombardia-Lazio. E’ partito, infatti, un elicottero dell’Ares 188, attraverso il sistema di Protezione Civile, per trasferire due pazienti Covid-19 dalla Lombardia a Roma per assistenza in terapia intensiva. Lo ha reso noto noto l’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, attraverso “Salute Lazio”, il canale Facebook dell’Ente regionale.

PUGLIA – E veniamo alla Puglia. Sono 72 i nuovi casi di contagio da coronavirus rilevati nella nostra regione con due i decessi nella Bat. Lo ha reso noto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sulla base delle informazioni del direttore del dipartimento Promozione della Salute, Vito Montanaro. Effettuati, nel frattempo, 327 test in tutta la regione per l’infezione da Covid-19 Coronavirus, di questi: 255 sono risultati negativi e 72 positivi. I casi positivi sono cosi suddivisi:26 in provincia di Bari; 1 nella Bat; 10 nel Brindisino, 29 nel Foggiano, uno in provincia di Lecce e cinque in quella di Taranto. Salgono a 320 i casi positivi registrati in totale, 18 i decessi.

TARANTO – Cinque, si diceva, i casi nella provincia di Taranto: uno a Massafra, uno a Crispiano, uno a Lizzano e due medici di base a Manduria. Sale così a diciassette il bilancio complessivo registrato in tutta la provincia ionica.

Nel frattempo è cambiato il sistema di raccolta dati in Puglia, che sarà basato su un’unica piattaforma alimentata dai dati imputati a ciascuna delle Asl e che tiene conto anche dei cambi di unità operativa.

In ambito industriale, ArcelorMittal e le organizzazioni sindacali Fim, Fiom, Uilm, Usb ed Ugl hanno firmato un verbale di accordo che riguarda le misure di contenimento adottate dall’azienda per contenere i rischi di contagio da Coronavirus all’interno dello stabilimento siderurgico di Taranto, in applicazione degli ultimi Dpcm e delle direttive del Ministero della Salute. Le parti hanno convenuto di introdurre ulteriori iniziative temporanee e, in particolare, «la previsione di una riduzione dei volumi produttivi», che comporterà una presenza di lavoratori pari «a circa 3800 unità, cioè meno del 50% dei lavoratori in forza».

UDIENZE VIA SKYPE

Buone notizie dai Tribunali di Brindisi e Taranto, tra i primi in Puglia, tra i primi a celebrare via Skype le prime udienze di convalida degli arresti in carcere eseguiti in flagranza di reato. E’ quanto avvenuto dopo che sono entrate in vigore le sospensioni e le nuove misure per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Con i software dedicati al sistema giustizia, il gip ha potuto connettersi con i detenuti in carcere, dotato di una postazione, mentre gli avvocati si sono collegati alla conferenza da una postazione loro dedicata nel palazzo di giustizia.

E per finire, due episodi leggeri, di colore, come si dice. Per alleggerire la tensione a proposito dei numeri da Covid-19. Il primo, ancora ieri riportato da giornali, ma anche da testate “on line” e diversi blog, mai così attivi come in questi giorni: gli applausi a due agenti della Polizia di Stato. Momento di grande solidarietà avvenuto in via Laclos, all’altezza di via Minniti. Una “volante” con i lampeggianti accesi ha sostato per uno dei tanti controlli della serata. Alcune persone uscite sui balconi, verosimilmente per rappresentare uno dei tanti flash-mob organizzati nella serata, hanno iniziato ad applaudire. A questi applausi, ben presto si sono uniti, spontanei, quelli di altri tarantini affacciatisi ai loro balconi incuriositi per quanto stava accadendo. «Grazie di cuore, per tutto quello che state facendo: sentirvi così vicini è incoraggiante», ha esclamato una signora all’indirizzo dei due rappresentanti delle Forze dell’ordine.

4.000 MASCHERINE !

Infine, il bel gesto di “Happy Shopping”, un esercizio commerciale gestito da cittadini di nazionalità cinese a Taranto, che ha donato al Comune di Taranto 4mila mascherine chirurgiche. Sul pacco consegnato all’Amministrazione, il seguente messaggio: “Alla città di Taranto che ci ospita 4000 pezzi mascherine chirurgiche. Forza Taranto, Forza Italia, Forza Cina”.

Non si è fatta attendere la risposta del sindaco Rinaldo Melucci. In una nota, infatti, il primo cittadino «ringrazia di cuore» i proprietari dell’esercizio commerciale, spiegando che «le mascherine sono state distribuite a donne e uomini impegnati nell’affrontare questo particolare momento: è un dono che giunge gradito e giunge da chi conosce bene il peso di questa emergenza, e che ha eletto a seconda casa il nostro territorio».

Coronavirus, tocca al Sud

Sei casi accertati fra Taranto e provincia

Puglia terza, con 129 casi.  Prime Campania e Sicilia. Incubazione tra i quattro e i sette giorni. Gli assembramenti, una sciagura. I danni provocati dai “mega aperitivi”Nel fine-settimana il picco.

 Non si ferma la diffusione del coronavirus in Italia. Secondo il bilancio di oggi della Protezione civile, diffuso dal commissario per l’emergenza coronavirus Angelo Borrelli, in totale sono 14.955 i malati di coronavirus, 2.116 in più di ieri, mentre il numero complessivo dei contagiati (comprese vittime e i guariti) ha raggiunto i 17.660. Numeri e notizie forniti da Silvio Brusaferro, dell’Istituto superiore di sanità (Iss) in conferenza stampa alla Protezione civile.

Sei sono i casi accertati di Coronavirus nella provincia di Taranto. Si tratta dei quattro casi di Torricella, del dipendente tarantino di una ditta di Massafra e di un anziano di Taranto con patologie pregresse. Questi ultimi due pazienti erano transitati dal reparto di Medicina del Ss. Annunziata prima di essere trasferiti al reparto infettivi dell’ospedale Moscati.

ETA’ MEDIA DEI MORTI: 80,3 ANNI

Con le cartelle cliniche dei deceduti, i medici vanno approfondendo i dati sulla mortalità: i pazienti morti con il coronavirus hanno una media di oltre 80 anni, 80,3, per la precisione; le donne sono solo il 25,8%. L’età media dei deceduti è molto più alta degli altri positivi. Il picco di mortalità è nella forbice 80/89 anni. Il numero di morti tra gli ammalati, dunque, è più elevato tra gli over 80.

I morti per coronavirus, si diceva, sono 1.266, 250 in un solo giorno. Nella giornata di ieri l’aumento era stato di 189 decessi. Tra i deceduti, due hanno 39 anni: uno con un tumore e l’altro con una serie di tipologie di disturbi.

Dai dati della Protezione civile risulta che il contagio stia prendendo piede anche al Sud. In Campania si registra il maggior numero di casi (220 contagiati), seguono Sicilia (130), Puglia (129), Abruzzo (89), Sardegna (42), Calabria (38), Molise (17) e Balisicata (10).

WEEK-END, SI TEME IL PICCO

È verosimile aspettarci casi in questo weekend a causa dei comportamenti assunti lo scorso fine settimana. L’incubazione è tra i quattro e sette giorni. In questi giorni abbiamo assistito ad assembramenti, specie in quella che è la moda del momento: i mega aperitivi, luoghi dove probabilmente il virus ha circolato. Una parte di quelle persone nei prossimi giorni probabilmente mostrerà una sintomatologia. È un’ipotesi, vedremo le curve, nella speranza di essere smentiti dai fatti. Da qualche giorno gli italiani hanno compreso che comportamenti di questo tipo vanno evitati. L’impressione è che adesso si siamo consapevoli in modo più diffuso. Fino a una settimana fa, con ogni probabilità, si pensava che il coronavirus fosse un problema di alcune parti d’Italia e non di altre. L’epidemia al Sud, dunque, potrebbe partire adesso. Vedremo in questo week-end.

Covid-19, raccomandazioni di igiene contro il virus

Per prevenire il contagio e limitare il rischio di diffusione del nuovo coronavirus è fondamentale la collaborazione e l’impegno di tutti a osservare alcune norme igieniche. Nel Dpcm pubblicato in Gazzetta ufficiale il 4 marzo è chiesto a scuole, università e uffici pubblici di esporre le seguenti misure di prevenzione igienico sanitarie, e ai sindaci e alle associazioni di categoria di promuoverne la diffusione anche negli esercizi commerciali (dalle farmacie ai supermercati).

Le raccomandazioni

Lavarsi spesso le mani.
Si raccomanda di mettere a disposizione in tutti i locali pubblici soluzioni idroalcoliche per il lavaggio delle mani.
Evitare il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute.
Evitare abbracci e strette di mano.
Mantenimento, nei contatti sociali, di una distanza interpersonale di almeno un metro.
Igiene respiratoria (starnutire e/o tossire in un fazzoletto evitando il contatto delle mani con le secrezioni respiratorie).
Evitare l’uso promiscuo di bottiglie e bicchieri, in particolare durante l’attività sportiva.
Non toccarsi occhi, naso e bocca con le mani.
Coprirsi bocca e naso se si starnutisce o tossisce.
Non prendere farmaci antivirali e antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico.
Pulire le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol.
Usare la mascherina solo se si sospetta di essere malati o se si presta assistenza a persone malate.

Perché le raccomandazioni di distanziamento

L’Istituto superiore di sanità (Iss) sottolinea che queste misure di distanziamento sociale “hanno lo scopo di evitare una grande ondata epidemica, con un picco di casi concentrata in un breve periodo di tempo iniziale che è lo scenario peggiore durante un’epidemia per la sua difficoltà di gestione”. “Nel caso del coronavirus – spiega l’Iss – dobbiamo tenere conto, inoltre, che l’Italia ha una popolazione anziana, peraltro molto più anziana di quella cinese, e bisogna proteggerla il più possibile da contagi. Le misure indicate dalle autorità quindi vanno seguite nella loro totalità”.

Consulta il primo piano dell’Istituto superiore di sanità

 

Scarica l’opuscolo 
http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_443_allegato.pdf

 

Raccolta degli atti recanti misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19

LINK Raccolta degli atti emanati dal Governo
https://www.gazzettaufficiale.it/attiAssociati/1/?areaNode=13

Giustizia sociale

Dibattito a più voci in difesa delle fasce deboli

Interventi autorevoli. Studenti, extracomunitari, collaboratrici familiari dell’Est. Una risposta ad ogni domanda. L’impegno del CPA, Centro per l’istruzione agli adulti e la disponibilità del “Pacinotti”.

Si torna a parlare di sociale, a più voci, alla luce del progetto promosso nei giorni scorsi, quando ancora non circolava il decreto della Presidenza del Consiglio sulla sicurezza sanitaria e sulla conseguente chiusura delle scuole in via precauzionale. Nei giorni scorsi, in occasione della Giornata mondiale della giustizia sociale organizzata nell’Aula magna dell’Istituto scolastico “Pacinotti” di Taranto si è svolto un interessante dibattito che aveva per tema “Uguaglianza, rispetto, libertà, onestà (URLO)”. Presenti tutti gli attori utili al dibattito. Da rappresentanti di Asl, Unicef e Regione, medici, legali, una sociologa, un teologo, un assistente sociale, coordinatore  di un Centro di accoglienza. C’è anche una componente sindacale, che non guasta mai, considerando che i ragazzi, le fasce deboli hanno sì bisogno delle indicazioni giuste, ma anche di assistenza. Il poco sì, ma garantito, che non a caso viene liquidato con la locuzione “minimo sindacale”.

Non mancano i ragazzi, gli studenti delle scuole superiori invitati dal CPA, il Centro provinciale per l’istruzione agli adulti, diretto da Oronza Perniola, e con sede in corso Vittorio Emanuele II a Taranto, che organizza il convegno a più voci. Introducono ai lavori, i docenti scolastici del CPA, Alessandra Picaro, ideatrice del progetto, e la vicepreside Daniela Meli.  E, non ultimi, anzi, tutt’altro che ultimi, in quanto attivi anche nel corso del dibattito, ragazzi extracomunitari, provenienti da Paesi africani, e donne dell’Est, impegnate nei lavori domestici e nell’attività di badanti. Fra i diversi interventi, fioccano slide, video e domande. Ai quesiti, dopo il loro intervento, rispondono i diversi ospiti messi in relazione fra loro per animare il confronto.

Fra questi, Giuseppe Stasolla, presidente del Comitato consultivo misto Asl Taranto; Marco del Vecchio, dottorando di ricerca; Ignazio Galeone, assistente sociale, coordinatore CAS; Tiziana Magrì, referente Neet Equity Unicef; Agnese Curri, referente regionale Save the children; Carmine Iannelli, psicanalista; Consuelo Manzoli, docente di Storia e Teologia delle religioni; Francesca Negro, Segreteria territoriale Fai-Cisl Taranto e Brindisi. In veste di moderatore, Claudio Frascella, giornalista in rappresentanza della cooperativa “Costruiamo Insieme”.I GIORNI Giustizia 2 - 1L’incontro scorre in fretta. Ci sarebbero diversi punti di domanda cui dare risposta. Il dibattito si anima quando gli studenti, interessati ai temi dell’incontro, trascurano per un paio di ore cellulari e social. E’ uno dei ragazzi più attivi ad intervenire e parlare di uguaglianza. Nelle sue considerazioni, più volte indirizza lo sguardo ai ragazzi extracomunitari che partecipano anche allo scambio di vedute. “Siamo uguali – dice lo studente – fare oggi un distinguo sul colore della pelle, mi pare una follia; anacronistico, per dirla con quelli che parlano bene: spesso mi sono sentito più vicino per vedute sociali, fratello – per vicinanza – a un ragazzo africano, che non ad uno dei miei compagni di classe, con i quali non sempre certe idee coincidono: forse sbaglio, o magari sbaglia un compagno, motivi di educazione, mi pare più intransigente, ma l’importante è aprire un dibattito piuttosto che chiudersi a ricco”.

A ruoli praticamente invertiti, interviene un extracomunitario. “In Italia mi trovo bene – dice il ragazzo africano, molto applaudito – cercavo accoglienza, ma soprattutto rispetto, cosa che ho trovato in ognuno dei miei insegnanti, dei miei compagni di classe: vi invito a fare tesoro di una parola che ha un peso enorme quando ti viene a mancare; qui, come nel resto d’Europa, tante volte sorvolate, date per scontato che è una cosa che vi spetta: il rispetto; prima di arrivare qui, in Italia, essere accolto, aiutato a studiare, a frequentare le aule di una scuola e fare i primi corsi di formazione, ho passato i miei guai, fra guerre civili e fughe dalla prigionia: non molti sanno che con grandi sacrifici e lavoro molti miei fratelli neri, impegnati come me nei campi, hanno staccato il loro biglietto per l’Italia su uno di quei gommoni sui quali stavamo stretti come sardine a rischio della vita”.

Chiede consiglio a uno dei relatori, il giovane africano. Si scambiano i rispettivi numeri telefonici. Un intervento di una badante, chiede informazioni legali. Anche in questo caso, il tema principale della discussione viene rimandato ad un incontro in uno studio legale. Materia delicata l’inquadramento di una delle tante donne che vengono dai paesi dell’Est. “Facciamo lavori – dice la donna – che non sempre i figli dei nostri assistiti vogliono fare; ci trattano bene, ma vorremmo una maggiore tutela”. E qui arrivano domande delicate su permessi di soggiorno o “assunzioni” sulla parola, il più delle volte suggellate da una stretta di mano”.

L’incontro meriterebbe maggiore approfondimento e non è detto che sia necessario un altro evento simile, una “giornata mondiale”. La giustizia sociale è uno dei cardini della democrazia, è messa in campo quotidianamente. Pertanto, ogni giorno, e non in occasione di un evento, è buono per tornare a riparlarne in modo più approfondito.

«Chi fa da sé…»

Carlo Buccirosso, attore, autore e regista

All’Orfeo con “La rottamazione di un uomo perbene”. «Pochi gli autori in circolazione, non mi andava di aspettare. Serietà, attori bravi, una direzione attenta, efficace e il pubblico ricambia. Al “Manzoni” di Milano e in tv sono arrivato in ritardo: ma ho saputo attendere il mio turno. E senza raccomandazioni…»

Carlo Buccirosso, attore napoletano, oggi anche autore e regista. Ottimi risultati nella scrittura come nella regia, firma “La rottamazione di un uomo perbene”, lavoro teatrale andato in scena al teatro Orfeo di Taranto all’interno della rassegna teatrale a cura dell’Associazione “Angela Casavola” con la direzione artistica di Renato Forte. Ruolo importante riveste la nostra cooperativa sociale, “Costruiamo Insieme”, che per il secondo anno consecutivo ha voluto affiancare un cartellone teatrale importante.

Dunque, Buccirosso. Già intervistato lo scorso anno, stavolta si è concesso in regime di esclusiva per sito, canale youtube e web radio di “Costruiamo Insieme”. Estremamente discreto, l’attore, nonostante un abbassamento della voce a pochi minuti dall’andare in scena, si è concesso volentieri alle nostre domande, un fuoco di fila. Interrogativi ai quali ha saputo rispondere da par suo, attore brillante, amato dal pubblico che privilegia il cinema, ma oggi apprezzato anche dalle platee televisive e teatrali. Applausi a scena aperta e abbraccio ideale al pubblico che ha assicurato il “tutto esaurito”, nonostante l’allarmismo lanciato per il coronavirus. Pubblico tarantino che ha risposto massicciamente all’invito a teatro, un interesse ricambiato da un lavoro di alto livello.

Attore, autore, regista. Buccirosso, quale dei tre ruoli ritiene sia il più impegnativo?

«Sicuramente quello di autore, considerando che ogni anno mi tocca scrivere qualcosa di nuovo, cercare dentro di me, oppure avvertendo quel tema che, in qualche modo,  il pubblico vorrebbe che tu portassi in scena. Poi c’è pubblico e pubblico, a volte esigente, altre volte distratto…».

Lei questa sensazione l’avverte sul palco, qual è il suo sensore?

«Sensori negativi: i telefonini accesi, verso i loro possessori lo scorso anno ho cominciato una battaglia che oggi continuo imperterrito; il messaggio che viene letto prima dell’inizio dello spettacolo sta funzionando; invito il pubblico a non chattare, non a tenere il telefonino spento – nessuno lo spegnerebbe – perché diversamente ci sarebbe da vergognarsi; significa mancare due volte di rispetto: a se stessi, per aver acquistato i biglietti e, invece, aver scelto una poltrona di teatro per dedicarsi al social; si manca di rispetto anche agli attori in scena ai quali non si presta la giusta attenzione – da “lassù” ce ne accorgiamo – e solo il mestiere ci aiuta a non distrarci e ripagare la fiducia a quella parte di pubblico che, invece, è lì a seguire lo spettacolo».

L’esigenza che l’ha spinta a scrivere per conto suo cose che poi si è cucito addosso con risultati importanti.

«Ho capito che se non me le scrivevo io, cose importanti – come dice lei – non me le avrebbe date nessuno; poi perché non vedo in circolazione tanti autori in grado di scrivere lavori teatrali degni di questo nome; idem per ciò che riguarda le sceneggiature cinematografiche; così mi è venuta voglia di provare e penso di esserci riuscito con risultati lusinghieri, direi: non penso di aver preso scivoloni con le commedie scritte finora; questione di ingredienti: intanto la serietà, buoni attori, una storia che reggesse, una regia efficace, costumi e scenografie importanti che non tutti, oggi, possono vantare».

Lo scorso anno ha detto della tv: solo oggi si è accorta di me, peggio per lei.

«Mi hanno già proposto una seconda serie dello sceneggiato “Imma Tataranni – Sostituto procuratore” interpretato insieme con Vanessa Scalera. Mi sono trovato bene con il regista, Francesco Amato, molto simile a me: scrive molto bene – ha partecipato lui stesso alla sceneggiatura – ed è un regista che lavora molto sugli attori, come provo a fare io, rispettando e amando le risorse a disposizione».

Un bel mettersi in discussione. Come fa un attore come lei a ritoccare un registro attoriale, trasformandosi da comico ad artista con sfumature più contenute, sostanzialmente ironiche?

«Questione di misura. E’ questo l’aspetto fondamentale, il non andare oltre, riuscire a tenerti nel perimetro del personaggio al quale stai dando carattere».

Ha nobilitato il ruolo di “spalla”. Qual è il ruolo che le ha dato maggiori soddisfazioni tanto da averle dato una spinta talmente decisiva da affrontare, oggi, un impegno non duplice, ma triplice, visto che è attore, autore e regista.

«Peppino De Filippo era una grande “spalla”, parlandone con il massimo rispetto riusciva a diventare protagonista al cospetto di artisti come Eduardo e Totò; in tv, al cinema, esiste un controcampo: quando ti inquadrano e tu non parli, devi utilizzare la sola espressione del viso; è la tua occasione, devi metterla a frutto».

Non ci ha detto il ruolo decisivo.

«Al cinema, ho interpretato Paolo Cirino Pomicino ne “Il Divo” diretto da Paolo Sorrentino; il ruolo mi ha dato autostima più che popolarità – quella già ce l’avevo – mi mancava però compiere un salto, misurarmi con un banco di prova importante e senza prova d’appello; non nascondo di aver vissuto momenti di grande preoccupazione, riuscendo alla fine a piegare anche gli ultimi dubbi».

E’ arrivato con le sue gambe al “Manzoni” di Milano chiudendone la stagione lo scorso anno.

«Adesso vorrebbero che la prossima Stagione teatrale l’aprissi, un segnale importante; in teatro spesso le raccomandazioni hanno il loro peso, ma tutto quello che ho raccolto lo devo alle mie capacità e non alle buone relazioni, ci ho messo un po’ più di tempo, ma alla fine ce l’ho fatta; mettiamola così: la meritocrazia nel nostro Paese va a passo di lumaca, diciamo che ho saputo aspettare il mio momento».

«Peccati di gola…»

In Puglia, Brescia-D’Aquino-Sardo-Lanfranchi

“Belle ripiene” all’Orfeo. Pro e contro: il successo e la dieta minacciata. «Abbiamo raggiunto livelli di affiatamento esagerati, dopo due stagioni ci sarà un seguito», dicono le quattro attrici. “Costruiamo Insieme”, sponsor e intervista esclusiva.

“Belle ripiene”, commedia e cucina insieme, al teatro Orfeo. E’ uno dei titoli di punta della ventottesima Stagione artistica firmata dall’Associazione culturale “Angela Casavola” con la direzione artistica di Renato Forte. In scena quattro stelle del cinema e della tv: Tosca D’Aquino, Rossella Brescia, Samuela Sardo e Roberta Lanfranchi. “Costruiamo Insieme” è sponsor ed esclusivista dell’intervista rilasciata dalle attrici prima dello spettacolo.

Due primedonne faticano a stare sullo stesso palco, figurarsi quattro. O no?

«Vero, di solito in due è un inferno – ridono le quattro attrici prestate alla “cucina teatrale” – noi, insieme, forse perché addirittura quattro, abbiamo superato l’esame a pieni voti; non solo la seconda stagione, forse ce ne sarà una terza…». «Ringraziando il cielo – dice Tosca D’Aquino – possiamo dire che, invece, è un paradiso; c’è complicità fra noi, evidentemente va oltre lo spettacolo, siamo amiche nella vita e questo fa sì che ogni sera non solo la rappresentazione decolli nel modo giusto, ma viaggi a ritmi elevati, puntuali, con quell’affiatamento che solo chi va in perfetta sintonia anche lontano dalle tavole del palcoscenico, può avere: quest’armonia il pubblico la sente…».

Che spettacolo è, a proposito di partenza: a fuoco lento, appena rosolato?

«Il bello di questo spettacolo – dice Samuela Sardo – è che fin dalle prime scene si ride tanto; infiliamo una battuta dopo l’altra, tanto che non registriamo un solo “down”, un momento di stanca; uno spettacolo cotto a fiamma alta, volendo restare nella metafora: anzi, c’è il rischio di scottarsi».

Rossella Brescia, ha giocato in casa, prima Martina Franca, poi Taranto. Dalla “prima” ad oggi, quante battute avete infilato in corso d’opera?

«Non possiamo svelare tutti i nostri segreti – dice l’attrice martinese – però tante, ogni sera è uno spettacolo nuovo, ci piace sia così: tutte le volte riusciamo a sorprenderci e divertirci, dando il massimo sulla scena; credo sia il sistema per creare nuove alchimie, armonia fra noi; anche ieri sono venute fuori delle cose che non avevamo mai fatto e anche stasera, domani, accadrà la stessa cosa».

La bontà del progetto che vi ha convinte a convivere e divertirvi sulle scene.

«L’ingrediente principale è Massimo Romeo Piparo – il commento della Sardo – grazie a lui è possibile realizzare questa ricetta ogni sera. Di successo. Poi ci mettiamo un po’ di peperoncino, che non guasta mai – e Tosca è il peperoncino – io amalgamerei il tutto con olio extravergine d’oliva, che poi è la signora Brescia…». «E una ripassata – interviene Roberta Lanfranchi – alla Sardo in padella, no?».  «Io sono vegana – ribatte l’interessata – dunque ci metterei tutto ciò che è salutista…».I GIORNI Belle ripiene - 1L’uomo va ancora preso per la gola?

«Nella vita reale sì – il punto di vista della D’Aquino – adoro cucinare, sono capace di servire qualcosa di appetitoso a tavola; anzi aborro – passatemi il termine – sentire alcune mie amiche che con grande disinvoltura dicono di essere incapaci di fare un uovo al tegamino: qualcuna fra noi, per esempio…».

Qual è l’aspetto più divertente del lavorare in quattro?

«Tanti: ci divertiamo – secondo Rossella Brescia – a volte ci scappa la risata in scena, perché vengono fuori cose che funzionano alla grande; le memorizziamo e riproponiamo già la sera dopo; ci divertiamo a fare questo spettacolo, la gente questo lo avverte e quando usciamo da teatro ce lo dice».

«Effettivamente – completa il pensiero Tosca D’Aquino – questo è uno spettacolo – a differenza di un classico – nel quale se non fossimo così coese, amiche, complici, non si potrebbe fare».

E’ una comodità cucinare sulle scene, assaggiare pietanze: a fine spettacolo non siete costrette ad andare di corsa al ristorante a causa della fame.

«Certo – dice la Brescia – non solo per noi, ma anche per i fortunati che assaggiano i nostri piatti in teatro, perché recitiamo e cuciniamo; è il bello di questo spettacolo: ti diverti e puoi anche mangiare, dunque non sempre c’è bisogno di fare ricorso al dopo-teatro».

Una di voi che non conosceva un dolce, una pietanza e lo ha apprezzato grazie all’insistenza di una collega.  «Io in realtà cucino – dice Roberta Lanfranchi – ma ammetto: prima di cominciare lo spettacolo non conoscevo il bocconotto; ora, grazie a Rossella, conosco e spesso mi faccio tentare da questo dolce, più che invitante…».

Dopo questo tour de force, vi metterete a dieta?

«Non metta il dito nella piaga – sorride la D’Aquino – siamo partite in quest’avventura magrissime, ma oggi è un disastro: l’Italia è tutta bella, si mangia bene dappertutto, per non parlare della Puglia; ovunque andiamo è un continuo invito ad assaggiare le specialità del posto; a tavola ci portano un sacco di prelibatezze, chi ci segue sui social, Instagram in particolare, sa perfettamente che apprezziamo e il peccato di gola è sempre dietro l’angolo…».

Progetti per il futuro. Ancora insieme o daccapo single?

«Con Tosca D’Aquino e Roberta Lanfranchi – dice Samuela Sardo – io avevo già fatto teatro, a noi si è unita Rossella così da formare un quartetto fantastico; possiamo anticipare che potrebbe esserci qualcosa di simile, un seguito a quanto realizzato in queste prime due stagioni avendo raggiunto un affiatamento non indifferente: questa commedia, “Belle ripiene”, possiamo dirlo, ha avuto un successo inatteso, pertanto credo non finisca qua».

Come ha reagito il pubblico alle vostre performance?

«Eduardo diceva: ecco il baratro, ecco l’attore – conclude Tosca D’Aquino – dunque, si apre il sipario e non sai cosa ti attende, specie le prime volte: è un’incognita; in prova ci divertivamo molto e che la cosa funzionasse l’abbiamo verificata sul campo; come diceva la Sardo, lo spettacolo ha superato ogni più rosea aspettativa: ci sono cose che funzionano e la gente stessa ti premia, così penso sia legittimo augurarsi che un progetto che ha generato un affiatamento incredibile, abbia un seguito».

«Se ballo da solo…»

Renato Ciardo, dalla Rimbamband al monologo

«Devo tutto a mia moglie e al tormentone “Ciaddì”. Il mio primo pubblico: i ragazzini che trascinarono i genitori in teatro. Dai Quarryman, coverband dei Beatles, agli Abbey Road Studios, con papà Gianni, che mi ha trasferito tempi comici e una massima…»

Renato Ciardo, ospite di “Cabaret al Tarentum”, la rassegna a cura dell’Associazione “Angela Casavola” con la direzione artistica di Renato Forte e il sostegno in veste di sponsor della cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”.

Titolo dello spettacolo del “Rimbamband” a tempo pieno, “Solo solo”.

«Un’idea di mia moglie – risponde Ciardo – le è venuto in mente cinque anni fa, il ragionamento non faceva una grinza: considerando che tu “Canti, suoni, scrivi e reciti, perché non ti metti anche in proprio?”. E’ nato così “Solo solo”, contenitore di esperienze che ho raccolto in tutti questi anni: contrappunto le mie passioni vintage con aspetti moderni dell’intrattenimento».

Cavalli di battaglia?

«Ce ne sono, i primi che mi vengono in mente: Bruno Lauzi, Nico Fidenco, Mino Reitano, Tony Dallara. Qualcuno si interrogherà come un “ragazzo” di quarantasei anni sia cresciuto a pane e Lauzi; un po’ perché papà ascoltava queste cose ai tempi, un po’ perché sono rimasto affascinato dalla musica e dalle voci di artisti inossidabili, così eccomi qua e la gente – da non crederci, ma a me dovete credermi… – non solo gradisce, ma partecipa, canta, risponde ai miei inviti, alle mie affettuose provocazioni che rivolgo dal palcoscenico».

Totò direbbe: Ciardo, Ciardo, Ciardo, questo nome non mi è nuovo. Per giunta legato al nostro territorio.

«Certo, Gianni Ciardo – mio padre – non è solo un attore e cabarettista, a Taranto ha fatto anche l’assessore, ai tempi della Giunta De Cosmo; ricordo quel periodo, avendo la delega allo spettacolo papà fece suonare anche me e il mio gruppo di allora, i Quarryman, coverband dei Beatles…».

Papà, all’epoca, aveva in testa un’idea meravigliosa.

«Far venire a Taranto Paul Mc Cartney – secondo Ciardo jr. – ma non esistevano risorse economiche sufficienti e non se ne fece niente, così l’ex Beatles rimase solo un sogno; mi risulta, però, che Mc Cartney verrà a breve in Italia, a Napoli e Lucca, una buona occasione per applaudire uno dei miei miti».
I GIORNI CIARDO - 1 (1)Dunque, quell’estate Taranto si accontentò dei Quarryman.

«Bella formazione, bei ricordi, anche importanti, se vogliamo. Con i miei compagni partecipai ad uno dei Beatles Day che si tengono ogni anno a Brescia; ci andò bene, vincemmo e girammo per due anni l’Italia con uno spettacolo di Romy Padovano dedicato a John, Paul, George e Ringo: “Eppy”…».

Non c’è uno, senza due.

«Sempre a un Beatles Day vincemmo viaggio e registrazione agli Abbey Road Studios; quando papà seppe questa cosa s’intestardì, “Devo venire pure io!” e si aggregò, dunque foto sulle strisce pedonali famose e quant’altro. Aneddoto: quando entrammo negli Studios ci mostrarono un pianoforte al quale avevano suonato George Martin, mitico produttore dei Beatles, John Lennon, Ray Charles e tanti altri, papà non resistette alla tentazione, si sedette e accennò “Enza”, uno dei suoi cavalli di battaglia: aveva realizzato un sogno».

Detto di Ciardo papà, diciamo Rimbamband.

«Un progetto che ha compiuto tredici anni, entrato in punta di piedi, nel tempo l’idea è maturata al punto tale che non solo sopravvive al tempo, ma con Raffaello, Francesco, Vittorio e Nicolò, siamo praticamente diventati una famiglia».

Cosa ti avvicina, cosa ti allontana dalla “Rimba”?

«Mi avvicina  la forza che ognuno di noi ha e mette al servizio del compagno e, sostanzialmente, della squadra: suono batteria, chitarra, contrabbasso, pianoforte, canto, imito, recito; mi allontana il fatto che dopo una decina di giorni in tour, per fortuna in tutta Italia, ho voglia di tornare a casa, riabbracciare la mia famiglia».

“Solo solo”, lo spettacolo.

«L’idea degli spettacoli, dicevo, nasce con mia moglie che scrive i testi con me: “Ciaddì”, titolo di una canzone-tormentone e uno spettacolo, è stata la spinta per fare delle cose anche per conto mio. Questa canzone colpì per primi i più piccoli, tanto che furono questi il mio primo pubblico, fecero quello che si dice oggi gli endorser: più che spingere i genitori ai miei spettacoli, li trascinarono…».

Cifra stilistica.

«I miei miti, la musica Dallara e compagnia; per la comicità, Woody Allen, Gene Wilder, l’indimenticato Massimo Troisi. Qualcosa la devo anche a papà Gianni, lui mi ha trasferito tempi comici e una massima che condivido in pieno: per fare questo lavoro occorre farsi in quattro, svegliarsi e lavorare migliorare e migliorare. E quando sei convinto di esser arrivato al massimo, all’indomani ripartire, come se non avessi fatto ancora niente. In poche parole, devi farti il mazzo: non esistono altre scuole se non la fatica».

«Teatro, una magia»

Renato Forte, attore e regista in “Ce no’ se uaste…”

«Ogni volta accade il miracolo, chi è in scena avverte la partecipazione del pubblico, si carica e rende al massimo. Bino Gargano, il nostro più grande autore, le sue commedie un patrimonio straordinario. Angela Casavola, la nostra più grande attrice». In scena, Rapetti, Ferrulli e un pugno di debuttanti. Successo al teatro Orfeo.

Teatro Orfeo di Taranto, ventottesima Stagione teatrale dell’Associazione “Angela Casavola”, stesso nome della compagnia che ha portato in scena “Ce no’ se uaste, no’ s’aggiuste” di Bino Gargano, con Renato Forte nella duplice veste di attore e regista. “Costruiamo Insieme” per il secondo anno consecutivo è partner della rassegna in programma nel teatro di via Pitagora a Taranto. Ad ogni appuntamento una intervista esclusiva. Ultima rappresentazione, in ordine di tempo, la commedia di Gargano, anche lui ricordato con uno dei suoi lavori più divertenti.

Con Renato Forte, che è anche direttore artistico della Stagione teatrale, parliamo intanto del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’attrice Angela Casavola, scomparsa durante le prove proprio di una commedia di Gargano. «Angela, a mio avviso, è stata la migliore interprete del teatro dialettale tarantino; abbiamo voluto portare in scena una commedia che la nostra compagnia non proponeva da oltre dieci anni: un lavoro non semplice da rappresentare a causa dei molti andirivieni sul palco, tutto viene giocato su tempi stretti. Commedia molto comica con una tematica per alcuni versi ancora attuale: un matrimonio non condiviso dai genitori, nonostante i due fidanzati vogliano coronare il loro sogno d’amore».

Come si fa a motivare una squadra di attori, fra artisti di esperienza e, più o meno, debuttanti?

«Tre veterani, il sottoscritto, nella duplice di attore e regista, Pino Rapetti e Domenico Ferrulli, poi qualcuno più ferrato e tre debuttanti per ruoli comunque impegnativi: Cosimo Scarci, Teresa Tuzzi, Anna Prunella, Maria Letizia Buttaro e Nicola Palumbo; un lavoraccio, specie sul piano emozionale, considerando “deb” che esordiscono in un teatro Orfeo, settecento spettatori, un battesimo del fuoco».I GIORNI Renato ForteVentottesima Stagione teatrale. Qual è il rapporto con il pubblico?

«E’ stato sempre molto affettuoso, con la scrittura di Bino Gargano si è voltato pagina rispetto a un teatro popolare che prevedeva tematiche oggi obsolete; autore e scrittore di talento, Gargano nel suo percorso autorale aveva compiuto un lavoro di modernizzazione, non solo nei temi, ma anche nel dialetto, meno stretto e più “parlato”. E’ stata questa la grande intuizione di Bino, tanto che già quarant’anni fa il pubblico affollava le Stagioni teatrali del Comune e dell’allora Italsider».

“‘A rote”, “Noblesse oblige”, “‘U cuggione d’a regina” e altro ancora. Quanto è importante salvaguardare questo patrimonio?

«Adesso tocca ai giovani custodirlo, il teatro popolare tarantino non può e non deve morire: purtroppo oggi ci sono pochi autori. Con la prematura scomparsa di Bino non esiste più il costante confronto fra chi scrive e gli attori, ai quali va spiegata, insegnata la meccanica teatrale che prescinde dalla stessa scrittura: può esserci una grande scrittura che non assolve alle necessità del teatro che ha le tempistiche e che solo registi di esperienza possono mediare prima e portare in scena poi».

“Ce no’ se uaste…”, la dinamica articolata cui si riferiva. Qual è la commedia che vorrebbe portare in scena, che rappresenta una vera sfida?

«Se parliamo delle commedie di Gargano, dunque commedie dialettali, sicuramente quella che a detta di tutti è il suo grande capolavoro: “‘A rote”, la ruota, il suo fiore all’occhiello. Ai tempi della critica a Taranto – quando ce n’era ancora una – questa commedia agrodolce fu paragonata a “Umberto D”, capolavoro di Vittorio De Sica; ha tempi comici, ma spiega anche il dramma degli anziani, tema sicuramente ancora attuale, che Gargano scrisse da par suo. “‘A rote” andrebbe sicuramente riproposta e interpretata, perché no, dai giovani».

Diceva Eduardo in “Uomo e galantuomo”: questa sera il pubblico reagirà. Il grande attore, autore e regista napoletano sottolineava questa espressione con grande ironia. Che tipo di reazione si aspetta un attore-regista che porta in scena un lavoro teatrale così impegnativo come “Ce no’ se uaste, no’ s’aggiuste”?

«Non abbiamo potuto fare molte prove a causa di impegni di ciascuno di noi, però nella prova generale aperta al pubblico, gli attori hanno avuto modo di caricarsi: chiunque vada sul palco, veterano o debuttante che sia, sente il respiro del pubblico, ed è in quel momento che avviene una osmosi fra palcoscenico e sala, l’attore si carica e sul palco rende al massimo; certo, il teatro popolare risulta più semplice: essendo comico, scatta più volte la risata, che poi è il termometro del gradimento; l’attore avverte la partecipazione della platea e porta a casa il risultato».

«Collaboriamo Insieme»

Carmine Passarelli, manager dei supermercati “Pascar”

«Abbiamo progetti legati alla coltivazione di prodotti per i nostri supermercati. Servizi e massima qualità, dare il meglio significa crescere. Centocinquanta dipendenti, mercato in espansione per coprire in modo ragionato l’intera provincia. Comunicazione e acquisti dei prodotti locali per una ricaduta economica sullo stesso territorio»

Carmine Passarelli, manager e portavoce della catena di supermercati “Pascar” è ospite della nostra rubrica “Con parole mie”. Con la sua attività commerciale in continua espansione, si incrocia spesso con “Costruiamo Insieme”. Sponsor di stagioni di teatro e di cabaret e, prossimamente, con la nostra cooperativa stabilirà un accordo di collaborazione.

“Costruiamo Insieme”, non è un caso.

«Assolutamente sì, uno dei nostri slogan “Pascar è di tutti!”, dunque è già aperta al sociale, all’integrazione e con “Costruiamo Insieme” abbiamo dei progetti interessanti in cantiere, legati alla coltivazione di alcuni prodotti che saranno venduti nei nostri supermercati – dunque una collaborazione stretta – perché di questa nuova forma di collaborazione se ne avvalga il territorio».

La comunicazione, come sceglie le sue campagne pubblicitarie?

«Le “campagne” intanto devono possedere una base innovativa, avere la capacità di stupire in pochi istanti. Si parte da un concetto comune, un messaggio attuale che però abbia caratteristiche originali, immediate».

Un investimento indirizzato allo spettacolo, per interessare lo spettatore medio.

«Da anni investiamo parte del ricavato nel territorio sul quale siamo presenti. Essere partner della Stagione teatrale al teatro Orfeo e della rassegna di cabaret al Tarentum dell’Associazione culturale “Angela Casavola”, è un modo con il quale ringraziare la città e, allo stesso tempo, promuovere la cultura».Passarelli 01Ha parlato di territorio, su quali aree è presente “Pascar”?

«Taranto, San Giorgio Jonico, Grottaglie, Crispiano e Statte, l’obiettivo è quello di proseguire con una copertura ragionata l’intera provincia».

Quanto è facile e complicato, allo stesso tempo, fare impresa sul nostro territorio?

«Si fa impresa con una certa fatica, occorrerebbe possibilmente un contatto più stretto con le Forze dell’ordine, in quanto lo stesso territorio sul quale fai attività commerciale ti “debilita”, per usare un eufemismo; la provincia registra talvolta problemi di carattere sociale che rischiano di turbare la quiete dei ragazzi che lavorano ogni giorno per assicurare alla clientela massima professionalità, dunque servizio e qualità».

Fra dipendenti e collaboratori, quanto personale è impegnato nella catena di supermercati “Pascar” e quanto avverte il peso di numerose famiglie?

«Abuso di un concetto a volte utilizzato in modo improprio: posso però assicurare che siamo una famiglia, anche se oggi per questione di numeri, possiamo considerarci una famiglia allargata: ovviamente se il collaboratore è felice, questa sua positività la trasmette alla clientela; al nostro personale imponiamo – nel vero senso della parola – di fare tassativamente sei settimane di ferie l’anno; a mesi alterni deve “staccare” dalla routine quotidiana, stare con la propria famiglia, ricaricare le batterie e tornare sul posto di lavoro ancora più motivato.

Circa centocinquanta sono i collaboratori quotidianamente impegnati nelle nostre attività, dunque altrettante famiglie che possono contare su uno stipendio più che decoroso. Il discorso è semplice, riconducibile a uno dei principali dogmi del commercio: se il cliente è soddisfatto, l’azienda cresce».
Passarelli 04Stando in prima linea con i beni di consumo, quale idea si è fatto, cosa dice il territorio: sofferenza, speranza, ripresa, va bene?

«Non basta offrire un servizio dignitoso, è necessario essere al passo con i tempi; vero è che le vendite nei supermercati raccontano più di ogni altro lo stato di salute di un territorio: gli ultimi sei mesi ci dicono che c’è stato un incremento nelle vendite, sicuramente dovuto anche al reddito di cittadinanza che ha invogliato quanti ne godono ad acquistare beni di consumo; è risaputo che quello degli alimentari è il settore più interessato dai numeri in crescita. Cifre già confortanti, raccontano di un gennaio ulteriormente positivo, nonostante il primo mese dell’anno si dice sia quello più spento, venendo dalle festività natalizie nel corso delle quali si registra una impennata nelle vendite: rispetto allo scorso anno in gennaio abbiamo chiuso con un 12% in più».

Cosa acquistano i tarantini?

«Sempre più beni del territorio, dalle mele di Martina Franca all’uva di Grottaglie, la gente è sempre più attenta alla propria salute, dunque al benessere».

La sua stessa attività si è fatta promotrice dei prodotti del territorio.

«“Pascar” è un’attività tarantina, ha i colori rossoblù nel suo brand e contribuisce ad alzare il prodotto interno: vendiamo e acquistiamo i prodotti della nostra terra, mozzarelle, biscotti, frutta del territorio, sicuramente contribuiamo a far crescere le aziende presenti sul territorio, così che queste possano proseguire nella loro politica di investimenti assumendo personale del posto: dunque, facciamo attenzione a dove facciamo la spesa e cosa acquistiamo; non per fare del facile nazionalismo, ma se acquistiamo prodotti locali, da Mottola a Noci, sempre per fare un esempio, avremo una ricaduta economica: diamo una mano alla crescita del territorio e contribuiamo alla creazione di nuovi posti di lavoro».

«Vedo buio»

Alberto Patrucco, ospite di “Costruiamo Insieme”

«Ho la vaga certezza che, di questi tempi, usciti dal tunnel, se ci andrà bene riemergeremo in una zona d’ombra…».   Il popolare comico nei nostri studi. Dopo dieci anni, a Taranto, per uno spettacolo teatrale. «Mi ispiro al grande Brassens,  l’ho tradotto e gli ho dedicato due album»

 Alberto Patrucco, da Zelig a Colorado Café passando per il Maurizio Costanzo Show e Ballarò, fino ad entrare nei nostri studi, per essere uno dei protagonisti della rubrica “Con parole mie”. E’ stato ospite di “Cabaret al Tarentum”, che ci vede fra i maggiori sostenitori della rassegna con gli ospiti in cartellone in esclusiva sui nostri strumenti di comunicazione, sito, webradio e canale youtube.

Patrucco, promotore del pessimismo comico.

«Parafrasando il sommo Leopardi, il pessimismo non è cosmico, ma è comico. Mi sembrava un artificio lessicale piuttosto azzeccato. Per dirla con Altan: il pitale lo vedo sempre mezzo pieno; l’idea del pessimismo è quella di non occuparmi di temi non banali – con il massimo rispetto per tutti, dunque per nessuno… – generalmente rappresentati da moglie, suocera, avventure o disavventure domestiche. Comico, visto come mestiere, è un sostantivo che uso a fatica: preferisco cavalcare umorismo e ironia piuttosto che comicità; dunque, spostando i riflettori ci si accorge che c’è dell’altro, una scelta che consente di evitare una certa omologazione e, allo stesso tempo, di interessarmi di altre tematiche – visti i tempi non proprio idilliaci – rivolte più al pessimismo che all’ottimismo; ma attenzione, queste riflessioni hanno il solo scopo di sollecitare risate liberatorie. Come a dire che bisogna far ridere sul serio per non essere comici».

Che rapporto ha con la tv.

«Bellissimo, ma è la tv che non ha un buon rapporto con me. Non ho avversità nei confronti di un mezzo che bisogna vedere, però, come lo riempi».

C’è un programma preferito?

“Oggi lo stand-by, il puntino rosso che appare quando l’elettrodomestico è spento. C’è stato un momento in cui ne ho fatta di tv, conservando la mia caratteristica che non è assimilabile ad altri tratti – assolutamente dignitosissimi – ma in questo momento non ne sto facendo: non nascondo che sento la mancanza di non farne, perché aiuta ad avere visibilità, ma non mi vestirei mai da coniglio o da ortaggio per lavorare, con tutto il rispetto per fauna e vegetazione del pianeta…».Patrucco 02 - 1Georges Brassens, andata e ritorno. Il primo amore non si scorda mai.

«Uno dei poeti più grandi del Novecento al quale ho dedicato due miei album. Credo che il suo mondo sia di insegnamento anche per la scrittura umoristica, poi è uno che ha cambiato il modo di fare canzone. E’ stato l’antesignano dei cantautori, ha aperto la strada a un modo di fare canzoni abbracciando tematiche che non fossero sentimental-ginecologiche e dintorni, spostando invece l’attenzione su altro».

De André è un altro che deve tanto a Brassens.

«Inizialmente De André era un clone di Brassens; gli va però riconosciuto l’aver fatto conoscere il maestro al pubblico italiano, al di là delle traduzioni di opere come “I gorilla”, “Morire per delle idee”, “Le passanti”, “Marcia nuziale”, “Delitto di paese”. “Bocca di rosa”, “La città vecchia”, “La canzone di Marinella”, sono francofone e brassensiane come impostazione: De André quel faro lo ha sempre tenuto presente, diventando a sua volta riferimento per la scuola genovese di cantautori che non comprendeva il solo Paoli: “La gatta”, per esempio, è un brandello di una canzone di Brassens. Ciò detto, Brassens per tutti i cantautori non è stato solo un faro ma un tripudio di luci”.

Patrucco, nella sua satira ce n’è per tutti.

«Sarebbe sciocco fare satira a senso unico: non conosco politici immacolati, tutti fanno tutto pur di amministrarci come gli pare; scendono per strada il giorno di festa, alla vigilia del voto, stringono mani, fanno le solite promesse e al lunedì già non li trovi più: polverizzati. E hai voglia a cercarli…».

Che storia è la sua?

«Mi ripeterò, ma non mi ritengo un comico, vengo dal cabaret metà Anni Settanta. Insieme con un gruppo di “irriducibili” ho cominciato dalle cantine, fatto gavetta che oggi molti non fanno in quanto subito promossi in prima serata sulle reti televisive principali. Buon per loro, lo dico senza alcuna punta d’invidia. Il cabaret non è un genere, è uno spazio: chambre, come dicono i francesi, una piccola stanza. I comici in tv, in quegli anni erano Chiari, Bramieri, Macario, Dapporto. Loro sì che facevano bene la tv; noi, sparuto drappello di teste malsane, facevamo invece cabaret. Provavamo a riempire le cantine, gli spazi che ci ospitavano con qualcosa che avesse un contenuto. Il cabaret è un mondo fatto di parola, aforismi, battute e canzoni. Canzoni, appunto. Io non ho iniziato ciarlando e berciando, ma cantando. Suonavo, pianoforte e chitarra: sparavo facezie, bordate, e cantavo…».

Fare tv, suona quasi come un’offesa.

«Non volevamo cambiare il mondo, a noi stavano bene quei posti, quei sentimenti, quelle intenzioni. Abbiamo resistito parecchio. La tv, dicevo, dà popolarità, ma solo se sei in grado di confermare il tuo tratto, il tuo stile, il pubblico resta in perfetta sintonia con le cose che fai».

Bei tempi quelli delle cantine.

«Non sono un passatista, ma a Milano quelli sono stati anni magici. Non ci abbattevamo nemmeno se qualche sera vedevamo più gente sul palco che pubblico in sala».Patrucco 03 - 1Dalla tv alla libreria, dal teatro al cabaret. Vederla, ascoltare i suoi monologhi, è un po’ come tornare sul luogo della “sciagura”.

«Sciagura, bella questa. Mi piace, però, pensare che si saranno trovati bene, tanto da tornarci. La tv, i giornali, i libri, sono luoghi di appuntamento, con decenza parlando. Se uno si trova bene, torna, sennò gira alla larga».

Georges Brassens, grande poeta e interprete francese, tradotto da lei, parola dopo parola. Un fioretto?

«Solo nelle intenzioni, poi quando si spengono le luci e tacciono le voci, giù sciabolate: badile e piccone. Brassens è uno che faceva grande ironia, le sue canzoni di cinquanta, sessant’anni fa sono buone ancora oggi: “Strofe per uno svaligiatore” o “I rampanti”, per esempio, c’è tanta sostanza e attualità».

Ha ritirato riconoscimenti che stanno fra spettacolo e cultura. Lei si sente di stare fra l’uno e l’altra?

«Non esageriamo, io definisco le mie riflessioni “momenti di pessimismo comico” non a caso. Certamente non amo l’ostentazione del tormentone al gratis; amo ragionare sulle cose e mi piace pensare che anche la gente arrivi a sorridere a una battuta che ha l’ambizione di essere ironica, per ragionamento».

Da dieci anni non era ospite in teatro, a Taranto. Ha un buon rapporto con la provincia ionica, ma sostanzialmente con la Puglia.

«Non sono un animale marittimo eppure quando vengo a fare serate da queste parti mi trovo sempre meglio, perché intanto in Puglia mi sento di casa e credo che queste sia una delle regioni dove faccio un bel numero di spettacoli. Insomma, non so per quale contrappasso geografico, quando vengo da queste parti è come se tornassi a casa: gli amici, il pubblico, la gente che mi segue in tv, trova divertenti i miei spettacoli, i miei monologhi, i miei libri».

Vede sempre buio?

«Come il maestro Brassens, al quale chiedevano perché non si lamentasse e lui rispondeva “…solo perché può peggiorare”, io dico che ho la vaga certezza che, di questi tempi, usciti dal tunnel, se ci andrà bene, ma bene bene, riemergeremo in una zona d’ombra…».

Buio.