«Grazie per l’accoglienza»

Anatolii Vasylkivskyi, direttore dell’Orchestra di Kiev

«Fare musica: non abbiamo alternative, mettiamo il nostro cuore in ogni nota; suoniamo per i nostri familiari, per la gente che ci ascolta e per tutto il popolo ucraino che sta soffrendo», dice il portavoce dell’ensemble bloccato in Italia dalla guerra dichiarata dalla Russia. Concerto a Taranto, nella chiesa di Sant’Antonio di Padova

«Fare musica in queste condizioni è molto difficile, ma non abbiamo alternative». Cordiali, un sorriso accennato, la voglia di incontrare subito il pubblico per sentire l’abbraccio solidale. Sabato sera nella chiesa Sant’Antonio di Padova a Taranto, l’esibizione della National Chamber Orchestra Soloists di Kiev, l’ensemble di diciotto elementi bloccato in Italia dallo scorso 24 febbraio, lo stesso giorno in cui l’artiglieria russa ha invaso il territorio ucraino.

E’ stata una grande emozione, più volte sottolineata da lunghi applausi, alla presenza di un pubblico che ha mostrato grande sensibilità e generosità. Presenti, fra gli altri, l’arcivescovo, Monsignor Filippo Santoro, e il prefetto di Taranto, Demetrio Martino. L’invito ufficiale alla National Chamber Orchestra di Kiev è stato rivolto da Confindustria Taranto, Orchestra della Magna Grecia, Arcidiocesi e Comune di Taranto, in collaborazione con Ministero della Cultura e Regione Puglia.

«E’ molto difficile essere qui, per noi – ha dichiarato Anatolii Vasylkivskyi, direttore della National Chamber Orchestra Soloists di Kiev, a nome dei musicisti ucraini – in quanto il nostro Paese da più di due settimane è in guerra; siamo molto preoccupati per le nostre famiglie e il nostro popolo; quando siamo partiti, la situazione era abbastanza tranquilla, non potevamo immaginare che le forze russe avrebbero puntato Kiev e altre città: invece è successo; fare musica in queste condizioni è molto difficile, ma al momento non abbiamo alternative, vogliamo onorare questo impegno (il concerto, ndr), raccogliendo tutte le nostre forze, mettendo tutto il nostro cuore in ogni nota di questo concerto: suoneremo per i nostri familiari, per voi e per tutto il popolo ucraino che sta soffrendo; attraverso la musica vogliamo lanciare un messaggio di pace e condividere la speranza e l’auspicio che questa guerra si fermi immediatamente». Un breve comunicato, toccante, letto dal Maestro Enzo Di Rosa, oboista, da giorni impegnato insieme con l’orchestra ucraina che sta portando in tournée il messaggio “La musica che unisce”.

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

«PRONTI AD OSPITARE PROFUGHI»

«Ci siamo mobilitati, solidali – ha dichiarato l’arcivescovo, prima del concerto – con il popolo dell’Ucraina che sta soffrendo terribilmente, con due milioni e mezzo di persone in fuga da case abbattute da un attacco tanto inatteso quanto brutale; ci uniamo al Santo Padre, Papa Francesco, che invita chiunque a fare qualsiasi cosa per ottenere la pace, mediante un dialogo nel quale si faccia invito a deporre le armi; il concerto dell’Orchestra ucraina è un momento di arte, cultura, riflessione, che apre il cuore alla solidarietà e alla speranza; un invito, inoltre, a chi può farlo, a mettere a disposizione case per l’accoglienza dei profughi, attività che la Diocesi ha cominciato a svolgere, dando disponibilità ad ospitare intere famiglie, bambini, donne; in molte parrocchie si cerca di fare altrettanto, coordinati dalla Caritas; è un momento atroce e proprio per questo deve vederci tutti attivi nella solidarietà, pregando perché cessi al più presto la barbarie provocata dalla guerra e regni la pace».

«SITUAZIONE GRAVE»

«Questa grave situazione – ha detto Piero Romano, direttore artistico dell’ICO Magna Grecia – la sentiamo affine alla nostra sensibilità, tanto che abbiamo inteso sostenere immediatamente i nostri amici, i musicisti ucraini, con due concerti; uno a Taranto, uno a Matera; tutto ciò è stato reso possibile grazie alla disponibilità di Confindustria Taranto, del suo presidente Salvatore Toma, dell’Arcidiocesi di Taranto e dell’arcivescovo Monsignor Filippo Santoro e del Comune di Taranto, che hanno affiancato l’Orchestra Magna Grecia a sostegno di questa causa; preziosa anche in questo caso la vicinanza del Ministero della Cultura e della Regione Puglia. Il secondo evento ha avuto luogo a Matera, nella Chiesa del Cristo Re, con il patrocinio dell’Arcivescovado e del Comune di Matera, in collaborazione con Ministero della Cultura e Regione Basilicata; oltre ad un biglietto simbolico, abbiamo istituito una raccolta di fondi confidando sulla generosità di pubblico, sponsor e altri imprenditori; ciò per consentire ai musicisti ucraini di superare l’attuale emergenza e poter tornare in Ucraina a riabbracciare le famiglie in difesa della libertà».

I diciotto musicisti della National Chamber Orchestra Kyiv Soloists bloccati in Italia intendono riabbracciare al più presto le proprie famiglie (isolate da qualsiasi tipo di comunicazione). Unica strada percorribile per i musicisti, continuare a suonare per sostenersi economicamente e finanziarsi il viaggio di ritorno in Ucraina. I circuiti bancari del loro Paese, infatti, attualmente risultano essere bloccati per qualsiasi tipo di operazione.

La National Chamber Orchestra Kyiv Soloists, solista Enzo Di Rosa, primo oboista nell’Orchestra di Santa Cecilia, nella Chiesa di Sant’Antonio di Padova a Taranto ha eseguito musiche di Tommaso Albinoni, Myroslav Skoryk, Maxim Berezovsky, Vivaldi, Rota, Morricone e del pugliese Bellafronte, presente nella chiesa di Sant’Antonio di Padova a Taranto, la sera del concerto.

«Non fate gli scapoloni!»

Papa Francesco al simposio internazionale sul sacerdozio

«Non cadete in tentazione. Senza amici e preghiera diventa un peso insopportabile. Dove funziona la fraternità e ci sono legami di vera amicizia. È possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria»

Simposio internazionale. Fra temi e titoli principali: «Per una teologia fondamentale del sacerdozio, cosa ci si può attendere nell’attuale contesto storico, dominato dal dramma degli abusi sessuali perpetrati da chierici?». Nell’Aula Paolo VI apre i lavori papa Francesco. È un discorso che colpisce subito per le parole con cui introduce il suo intervento. «Non so se queste riflessioni – dice Sua Santità – siano il “canto del cigno” della mia vita sacerdotale, ma di certo posso assicurare che vengono dalla mia esperienza: troppo spesso abbiamo dato dell’obbedienza un’interpretazione lontana dal sentire del Vangelo». L’obbedienza, spiega il papa, in una cronaca puntuale di Domenico Agasso per La Stampa, non è un attributo disciplinare ma la caratteristica più profonda dei legami che ci uniscono in comunione: obbedire significa imparare ad ascoltare e ricordarsi che nessuno può dirsi detentore della volontà di Dio, e che essa va compresa.

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

CONFRONTARSI CON GLI ALTRI

Secondo papa Francesco questo atteggiamento di ascolto permette di maturare l’idea che nessuno è il principio e il fondamento della vita, ma ognuno deve necessariamente confrontarsi con gli altri. «Le vicinanze possono provocare ogni tentazione di chiusura, di autogiustificazione e di fare una vita “da scapolo”, o da “scapolone” – e quando i preti si chiudono, si chiudono, finiscono “scapoloni” con tutte le manie degli “scapoloni”, e questo non è bello. Questa vicinanza invita, al contrario, a fare appello ad altre istanze per trovare la via che conduce alla verità e alla vita».
Nel suo lungo intervento sul tem dell’obbedienza, che prima fa sorridere e un attimo dopo scuote i presenti, papa Francesco passa dall’idea di “scapolone” a quella di celibe che senza amici sarebbe un peso insopportabile. «Dove funziona la fraternità sacerdotale e ci sono legami di vera amicizia, lì è anche possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria. Il celibato è un dono che la Chiesa latina custodisce, necessita di relazioni sane, di rapporti di vera stima e vero bene che trovano la loro radice in Cristo: senza amici e senza preghiera il celibato può diventare un peso insopportabile e una controtestimonianza alla bellezza stessa del sacerdozio».

SACERDOTI, INVIDIA, BULLISMO

Il Papa parla anche delle molte crisi sacerdotali che hanno all’origine proprio una scarsa vita di preghiera, una mancata intimità con il Signore. «Senza l’intimità della preghiera – spiega Francesco – della vita spirituale, della vicinanza concreta a Dio attraverso l’ascolto della Parola, la celebrazione eucaristica, il silenzio dell’adorazione, l’affidamento a Maria, l’accompagnamento saggio di una guida, il sacramento della Riconciliazione, senza queste “vicinanze” concrete un sacerdote è, per così dire, solo un operaio stanco che non gode dei benefici degli amici del Signore».
Tra i sacerdoti si annida invidia, qualche episodio di bullismo. Non di quelli che si raccontano quotidianamente, ma qualcosa di simile. Per tendere alla fraternità occorre imparare la pazienza, che è la capacità di sentirci responsabili degli altri, di portare i loro pesi, di patire in un certo senso con loro.
«L’invidia è tanto presente nelle comunità sacerdotali. Non tutti i sacerdoti sono invidiosi, no, ma c’è la tentazione dell’invidia a portata di mano. Stiamo attenti, dall’invidia viene il chiacchiericcio. Ci sono forme clericali di “bullying”. L’amore fraterno non cerca il proprio interesse – dice Sua Santità – l’amore vero si compiace della verità e considera un peccato grave attentare alla verità e alla dignità dei fratelli attraverso le calunnie, la maldicenza, il chiacchiericcio»

Ex Ilva, interviene l’Onu

Un documento di ventuno pagine condanna il siderurgico

Non sarebbe rispettata la salute dei cittadini che abitano nelle vicinanze dell’acciaieria. È uno dei luoghi, è scritto, fra i più degradati in Europa. Operazioni di bonifica in grave ritardo.

Foto TGcom24

Foto TGcom24

C’è il rapporto Onu sull’ambiente a proposito di quanto provocato al territorio dallo stabilimento siderurgico di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia. L’ex Ilva, riporta il documento, sarebbe tra i luoghi più degradati in Europa occidentale.
Riprende il documento il Corsera, accostando l’area industriale tarantina alle peggiori zone inquinate del mondo a causa di insediamenti industriali.
Il diritto a un ambiente salubre, viene riportato nel rapporto in questione, potrebbe essere garantito solo se si limitasse l’utilizzo di sostanze tossiche che colpiscono le persone più vulnerabili.
Evidentemente ciò non accade a Taranto, dove le operazioni di pulizia e bonifica dovevano iniziare nel 2021 ma sono state rinviate al 2023, con azioni dei diversi governi che permettono all’impianto di funzionare non tenendo conto neanche della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo con la quale l’Italia, nel 2019, è stata condannata per aver violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare di alcuni cittadini».

Foto La Stampa

Foto La Stampa

DIRITTI UMANI IGNORATI

La notizia, scrive il Corriere della sera, viene ripresa da una sintesi del rapporto di ventuno pagine scritto dal relatore speciale delle Nazioni Unite, David R. Boyd, sugli obblighi in materia di diritti umani relativi al godimento di un ambiente sicuro, pulito e sostenibile, d’intesa con il Relatore speciale Marcos Orellana sulle implicazioni per i diritti umani della gestione e lo smaltimento di sostanze e rifiuti pericolosi.
Il rapporto annuale, intitolato “Il diritto a un ambiente pulito, salubre e sostenibile: ambiente non tossico” è stato approvato dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu il 12 gennaio 2022.

Cosa significa. La produzione di acciaio derivante da sessant’anni di funzionamento dell’impianto a ciclo integrale, alimentato ancora oggi a carbone, secondo gli esperti delle Nazioni Unite ha compromesso la salute dei cittadini e violato i diritti umani per decenni, provocando un grave inquinamento atmosferico. I residenti che vivono nelle vicinanze dell’impianto «soffrono – è riportato nella sintesi – di malattie respiratorie, cardiache, cancro, disturbi neurologici e mortalità prematura».

Foto Acistampa

Foto Acistampa

UNA CITTÀ SOFFERENTE

È una conferma autorevole di un’istituzione internazionale di quanto i tarantini vivono e soffrono sulla loro pelle da decine di anni nei quali sono stati statisticamente provati gli aumenti di patologie e decessi collegabili all’inquinamento atmosferico e agli agenti nocivi presenti nell’ambiente.
Il rapporto dell’Onu, riprende il Corsera, sollecita i governi a realizzare interventi che portino a un inquinamento zero per impedire non solo il deterioramento dell’ambiente, ma anche gravi diseguaglianze sociali che portano a zone del mondo in cui diritti, come quello alla salute, sono compromessi proprio a causa del degrado ambientale e della presenza di siti contaminati in comunità svantaggiate.
Lo scorso ottobre, il Consiglio per i diritti umani ha adottato la risoluzione 48/13 nella quale, per la prima volta, si riconosce a livello globale «il diritto umano a vivere in un ambiente pulito, sano e sostenibile».

Coppa d’Africa, zampata dei Leoni

Senegal vittoria contro l’Egitto nella competizione continentale

Non bastano i tempi regolamentari, né i supplementari. Decidono i rigori, l’ultimo è di Mané (che in gara ne aveva sbagliato uno), che ha la meglio su Salah, suo compagno di squadra nel Liverpool. Il presidente del Senegal, Macky Sall, ha subito dichiarato festa nazionale per celebrare lo storico risultato (sfiorato nel 2002 e nel 2019). In centomila festeggiano anche in Italia

Fonte Repubblica.it

Foto Repubblica.it

Che festa in Senegal, il Paese pieno di grandi talenti del calcio conquista per la prima volta la Coppa d’Africa battendo 4-2 l’Egitto ai rigori dopo una partita e tempi supplementari senza reti. Il pubblico appassionatosi alla competizione continentale ha dovuto aspettare due ore per avere il responso finale non senza grandi palpitazioni. Così dopo il penalty calciato da Sadio Mané, una delle perle del Liverpool, è scoppiata la gioia. Non solo, si diceva, nello stadio di Yaoundé (Camerun), bensì in tutto il Senegal e un po’ dappertutto, dove insomma la comunità senegalese è presente. I vincitori della Coppa d’Africa hanno festeggiato come hanno potuto, con strumenti e attrezzi per fare un chiasso assordante e liberare la gioia, e naturalmente canti e balli. In un paio di edizioni il Senegal ci era andato vicino, ma l’altra sera sul podio, meritatamente, ci è salita lei. Onore al grande Egitto di Salah.

Macky Sall, presidente del Senegal, ha subito dichiarato festa nazionale per celebrare lo storico risultato che ha consentito di portare la Coppa Dakar. Il presidente che avrebbe dovuto visitare le Comore alla fine di un viaggio che lo ha portato in Egitto ed Etiopia, ha cancellato l’ultima tappa per dare personalmente il benvenuto ai vincitori.

Fonte Eurosport

Foto Eurosport

FINALMENTE LA RIVINCITA!

Dopo le due sconfitte nelle finali del 2002 e del 2019, quindi i Leoni del Senegal hanno vinto la loro prima Coppa d’Africa. L’Egitto, che vanta sette titoli, stavolta ha dovuto piegarsi alla forza degli avversari. Alla fine ha avuto la meglio la nazionale guidata da Aliou Cissé, 4-2 grazie anche alle trasformazioni del “napoletano” Koilibaly e all’“inglese” Manè, che aveva sbagliato un rigore in apertura di partita. Ironia della sorte, Manè ha alzato la Coppa davanti al compagno di squadra del Liverpool, l’egiziiano Momo Salah, che avrebbe voluto trionfare anche con la sua Nazionale dopo aver conseguito numerosi titoli in Inghilterra con i Reds.

Il Senegal alla vigilia della Coppa era fra le squadre che godevano i favori dei pronostici. Una rosa completa, con fior di top player: il portiere del Chelsea Mendy, il difensore del Napoli, Koulibaly, il centrocampista del Paris Saint Germaine, Gueye, gli attaccanti Mané e Dieng. Una gara molto tattica, con il Senegal con più possesso palla e l’Egitto a puntare sulle ripartenze di Salah. A fine gara e supplementari, la soluzione dal dischetto: premiata la squadra che aveva più voglia di vincere.

Intanto, le agenzie di stampa informano un episodio di cronaca. A Torino, una volante della polizia è stata accerchiata, presa a calci e costretta ad allontanarsi da decine di (falsi) tifosi del Senegal. L’episodio potrebbe essere collegato a gruppi di malviventi che non vogliono la presenza delle forze dell’ordine nel quartiere Barriera di Milano. L’episodio verificatosi domenica sera a Torino riguarda, però, poche persone, che saranno sicuramente perseguite a termini di legge. E’ bene ricordare che Italia i senegalesi sono più di centodiecimila ed hanno festeggiato in altro modo.

Sanremo, grazie per Vasco

Un festival diventato un ponte fra due edizioni di Domenica in

Canzoni col contagocce, affermano personaggi e non successi internazionali. Il più popolare rocker italiano racconta il suo intervento doppio. «Raccolsi l’invito di Gianni Ravera, il patron, che aveva capito tutto: da lì ebbe inizio tutto…»

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

Parte il Festival di Sanremo. Vi risparmiamo banalità e luoghi comuni. Non siamo TV Sorrisi e canzoni, la rivista che da anni, come desiderava il direttore dei direttori, Gigi Vesigna (tre milioni di copie vendute ogni settimana) pubblica la foto d’insieme dei partecipanti alla più popolare kermesse canora. Colpa o merito di Baudo, punti di vista, se ci siamo ritrovati la rassegna canora (un tempo vetrina del meglio, o pressappoco, della canzone italiana) in versione extralarge. Era abbandonata al suo destino, quando Superpippo, prima di essere dimissionato perché considerato “nazionalpopolare” dall’allora presidente Rai Enrico Manca, andò prima da Berlusconi (contratto principesco), per poi abbandonare la concorrenza sfiduciato dagli ex colleghi. Da un Festival che durava mediamente tre giorni, Baudo si inventò formule sempre diverse fino a trascinare la rassegna a fare da ponte a due puntate di “Domenica in”. Uno stillicidio. Si alzarono gli ascolti, Sanremo diventò una sorta di “Fantastico”, le canzoni diventarono una cornice. A farla da padrone, superospiti – anche italiani, che si guardavano bene dal partecipare alla gara – fra presentatori, attori, cantanti, star internazionali, calciatori, perfino Premi Nobel. Insomma, non un Festival, ma tutta un’altra cosa.

Nello sfogliare le centinaia di articoli apparsi sulla stampa e sui siti, ci piace segnalare un articolo di Cristiano Sanna (Tiscali), che dà una diversa lettura, meglio una stesura, rispetto al resto dei colleghi. Certo, il sito che offre condizioni interessanti per quanti navigano su internet, scrive altro a corredo della partenza di Sanremo, come è giusto che sia. Ma è l’angolazione che dà al suo intervento, rispolverando una partecipazione (anzi due, “Vado al massimo” la prima, “Vita spericolata” la seconda) proprio alla passerella canora scrivendo nientemeno che di Vasco Rossi.

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

«COME SE AVESSI ACCETTATO…»

“Tutti lo vogliono anno dopo anno – scrive Sanna – e lui rifiuta, ogni volta: sono passati quarant’anni di una lunga, ironica vendetta che in occasione dell’edizione numero 72 di Sanremo si gioca tutta sul filo della suspense”. Vasco ha accanto due amici, Guido Elmi e Maurizio Lolli, ma anche i due chitarristi Maurizio Solieri e Massimo Riva. Con un po’ di impegno è possibile intervistarlo, anche per tre ore di seguito, come accadde al sottoscritto (è tutto custodito su due C90, le audiocassette di un tempo). Una lunga chiacchierata che, forse, potrebbe essere lo spicchio di un prossimo programma di Raidue (vedremo…). Vasco, in un angolo a pochi metri dalla reception dell’albergo Oreinte di Bari, confessò di tutto e di più. Senza freni. Canzoni, lavoro, desideri, giornalisti e attori che lo avevano offeso pesantemente. Le sue risposte, mai banali, anche se erano le quattro del mattino, non suonarono mai come offesa.

Corre voce che Amadeus stia premendo per averlo a sorpresa, avanza Sanna in una ipotesi. Non illude, puntualizza, “anche stavolta sarà buco nell’acqua”. Vasco Rossi ha rimesso piede all’Ariston nel 2005 come super ospite e questo pare abbia chiuso definitivamente il cerchio.

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

GENNAIO ’82, BUONA LA PRIMA

Data spartiacque per il buongusto italico e la concezione di canzonetta popolare. Vasco si presentò a Sanremo col suo reggae “Vado al massimo” e per tutti sembrò che lui andasse malissimo. Aria di chi è lì per caso e totalmente disinteressato di come stare in scena e di fronte alle telecamere finale col microfono che avrebbe dovuto riconsegnare, messo in tasca e poi da lì caduto mentre lui si allontanava, con boato audio in diretta.

Quando lo vide con la Steve Rogers Band a Domenica In, ricorda il giornalista ripreso da Tiscali, Nantas Salvalaggio scrisse su Oggi: «Vasco Rossi… Un bell’ebete, anzi un ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumé dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto”… Un vero artista, anche quando interpreta uno “zombie”, un barbone da suburra, un rottame umano, ci mette quel lievito che ti ripaga dalla bruttura del fango, dell’orrido che contiene il personaggio. Invece, quello sciagurato di Vasco era orrido-nature, orrido-allo-stato-brado”…».

Pesante Salvalaggio. Ma anche la risposta che dette al sottoscritto, perché la riportassi sul Corriere del giorno, il quotidiano con cui lavoravo all’epoca, e sulle frequenze di Studio 100 Radio, emittente importante del Sud e da me diretta, non fu una semplice passeggiata di salute.

Infatti, ricorda il collega nel suo puntuale intervento, “quando il signor Rossi tornò a Sanremo due anni dopo mostrò di non essersi scordato il signor Salvalaggio: “Meglio rischiare che finire come quel tale che scrive sul giornale”. E Salvalaggio: “Uno splendido esempio di drogato, è diseducativo fare apparire un tossico in televisione”.

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

VASCO II, IL RITORNO

Determinanti, comunque, i due anni a Sanremo. Vasco ha fatto un lungo post su Facebook nell’occasione dei quarant’anni di “Vado al massimo”. «Ci andai – scrive Vasco – perché Gianni Ravera, il patron del Festival mi offriva la platea nazionale della televisione garantendomi soprattutto la libertà di fare quello che volevo. Geniale Ravera, aveva capito che la musica nell’aria stava cambiando e che io rappresentavo il nuovo. Per questo accettai l’invito e ci andai. Ci andai da solo, perché nessuno dei miei fidati collaboratori di allora, leggi Guido Elmi in primis, volle accompagnarmi, non ci credevano. Io, invece, sapevo bene quello che facevo. Avevo già scritto canzoni come “Albachiara”, “La noia” (la prima provata a casa di Curreri, la seconda la sua preferita, parole di Vasco, registrate, ndc), “Jenny”, “La nostra relazione”, “Colpa d’Alfredo”, “Siamo solo noi”. “La platea nazionale mi serviva, certo. Ma quello che volevo io soprattutto, era sbalordirli, provocarli, scuotere in loro un’emozione, dissacrare quel palco con ironia e provocazione.

Poi fu Vita spericolata e un decollo inarrestabile. Ero certo che avrei colpito e, nel bene o nel male affondato, chi dalla platea del teatro a quella della tv, mi guardava (anche se pochi allora dichiaravano di guardare il festival, in realtà tutti mi avevano visto..). Più che una sfida, quei tre minuti di esibizione, lo spazio di una canzone, rappresentavano per me un’occasione unica per farmi notare da più gente possibile. Della gara, a me, non m’importava nulla e tantomeno di vestirmi “elegante”, io avevo il mio look da concerto, jeans e giacca in pelle. Ricordo che dietro le quinte mi guardavano tutti come se io fossi un alieno».

Grande, unico Vasco. E un “grazie” a Sanremo, che difficilmente seguirò (sei giorni equivalgono ai domiciliari…), per averci regalato quelle due schegge matte di un grande rocker.

«Per non dimenticare»

Giorno della Memoria, abbiamo raccolto numerose dichiarazioni

«Dobbiamo combattere ogni germe di razzismo, antisemitismo, discriminazione e intolleranza», ha dichiarato Sergio Mattarella, presidente della Repubblica. Papa Francesco ha avuto una lunga e affettuosa conversazione, di circa un’ora, con la scrittrice Edith Bruck. Gli interventi di presidente del Consiglio, Senato e Camera, della senatrice Liliana Segre, lei stessa vittima dell’olocausto, dei rappresentanti della politica italiana.

Foto tratta da internet

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In occasione della Giornata della Memoria il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un suo intervento ha dichiarato che «questa ricorrenza non ci impone solamente di ricordare i milioni di morti, i lutti e le sofferenze di tante vittime innocenti, tra cui molti italiane, ma ci invita a prevenire e combattere, oggi e nel futuro, ogni germe di razzismo, antisemitismo, discriminazione e intolleranza. A partire dai banchi di scuola. Perché la conoscenza, l’informazione e l’educazione rivestono un ruolo fondamentale nel promuovere una società giusta e solidale. E, come recenti episodi di cronaca attestano, mai deve essere abbassata la guardia».

«Nel pomeriggio della Giornata della Memoria, a Casa Santa Marta, Papa Francesco ha avuto una lunga e affettuosa conversazione, di circa un’ora, con la signora Edith Bruck, a poco meno di un anno dalla sua visita nell’abitazione della scrittrice a Roma», rende noto la Sala stampa vaticana. «Entrambi – prosegue la nota – hanno sottolineato il valore inestimabile della trasmissione ai più giovani della memoria del passato, anche nei suoi aspetti più dolorosi, per non ricadere nelle stesse tragedie».

Non solo Papa Francesco o il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Giornata della Memoria, come ogni anno, si celebra per non dimenticare le vittime dell’olocausto (dai 15 milioni ai 17 milioni di vittime, dal 1933 al 1945, fra queste sei milioni di ebrei). Fra dichiarazioni agli organi di stampa, a radio e tv, note e comunicati resi alle agenzie, fra queste, l’Agenzia Ansa, la Cooperativa Costruiamo Insieme ha raccolto le testimonianze di alcuni rappresentanti la politica italiana.

Foto tratta da internet

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DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO…

«Oggi ricordiamo l’orrore dell’antisemitismo – lo ha asserito il presidente del Consiglio, Mario Draghi – e rinnoviamo il nostro impegno collettivo a contrastare ogni tentativo di cancellare la memoria. Ricordare è impegno per il presente, fondazione per il futuro».

«Il Giorno della Memoria è l’occasione per rinnovare con forza il comune impegno a combattere l’indifferenza – ricorda Liliana Segre, senatrice della Repubblica e superstite lei stessa dell’olocausto – è stato il vero complice dei misfatti della Shoah (lo sterminio degli ebrei, vittime del genocidio nazista, ndc)».

«Solo attraverso il ricordo delle atrocità subite da milioni di ebrei, di bambini, donne e uomini senza colpa, possiamo tenere viva la consapevolezza degli errori del passato e delle devastanti conseguenze che hanno prodotto», ha dichiarato il Presidente del Senato, Elisabetta Casellati.

«Il valore e il senso della Giornata che celebriamo – data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz – risiede nella conservazione e nella trasmissione, soprattutto alle generazioni più giovani, della memoria, che è qualcosa di tanto prezioso e allo stesso tempo fragile», scrive in una nota il Presidente della Camera, Roberto Fico.

«Roma è stata segnata dalla guerra e dagli stermini del nazismo e non dimentica. Anche per questo è oggi una città orgogliosamente universale, che fa della libertà, della democrazia, della fraternità, del contrasto al razzismo e all’antisemitismo i suoi valori fondamentali», ha dichiarato Roberto Gualtieri, sindaco della capitale.

Foto tratta da internet

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…AI PARTITI

«Senza memoria l’umanità è condannata a ripetere gli errori e gli orrori della storia. Ma la memoria non accompagnata dall’impegno quotidiano contro tutte le forme di antisemitismo e intolleranza rischia di essere un monumento fragile». Questo il pensiero di Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione.

«Presidiare ogni spazio della società, comprese le piazze virtuali – consegna attraverso i social il suo pensiero Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio – e riempirlo con la sostanza umana, il dolore, il vuoto insopportabile lasciato da tutte le donne, gli uomini, le bambine e i bambini portati via dalla Shoah. Per questo, la Regione Lazio lancia un nuovo portale e un podcast, destinato in particolare alle nuove generazioni».

«È nostro dovere ricordare affinché gli orrori del passato non si ripetano mai più. Trasmettiamo alle nuove generazioni l’importanza della libertà e del rispetto. La memoria va coltivata ogni giorno», ha riportato su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

«Un omaggio a tutte le vittime della Shoah. Un momento di condivisione nazionale contro ogni tipo di violenza, odio e discriminazione. Una tragedia umana che ha scavato un solco della memoria, da non oltrepassare mai più». Lo scrive su Twitter Antonio Tajani, Coordinatore nazionale di Forza Italia. «Perché l’atroce follia assassina non si ripeta mai più. #giornatadellamemoria». Lo scrive il leader della Lega, Matteo Salvini.

«Taranto sotto controllo»

Dopo l’episodio criminoso in città, summit in Prefettura

Alla riunione presieduta dal prefetto Demetrio Martino, sono intervenuti il questore Massimo Gambino, i Comandanti provinciali Gaspare Giardelli (Carabinieri) e Massimo Dell’Anno (Guardia di Finanza). Nota di merito e Attestato ufficiale da Palazzo di Città per i due agenti feriti nel conflitto a fuoco

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

Seduta del Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica nella Prefettura di Taranto. A presiederla, il prefetto Demetrio Martino. L’incontro si è svolto all’indomani del violento episodio nel corso del quale sono stati feriti due agenti della Polizia di Stato. L’uomo che aveva esploso una decina di colpi di pistola contro dei rappresentanti le Forze dell’Ordine, è stato tratto in arresto. Prefetto e componenti il Tavolo convocato, hanno espresso solidarietà al Questore di Taranto manifestando enorme apprezzamento agli agenti della Polizia di Stato, per impegno, professionalità e generosità a garanzia della sicurezza di tutti i cittadini, nonché per avere con sollecitudine individuato ed arrestato il responsabile dell’episodio criminoso. Nell’occasione il Prefetto ha rivolto personalmente espressioni di stima e gratitudine nei confronti degli agenti di Polizia rimasti feriti inseguito alla violenza manifestata dal soggetto che avrebbe agito sotto l’effetto di stupefacenti.

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

Quanto accaduto ha posto in evidenza la necessità all’impegno massimo di due dei fenomeni di rilievo che si manifestano nell’ambito del controllo del territorio: spaccio e uso di stupefacenti, e la disponibilità di armi da fuoco. Dall’approfondimento della situazione di contesto e nel prendere atto dell’intensa e continua attività messa in campo dalle Forze dell’Ordine, nel Tarantino come dimostrano i ripetuti e lusinghieri risultati conseguiti nelle iniziative di prevenzione e repressione, si è condivisa l’esigenza di rafforzare ulteriormente le azioni di prevenzione generale per contrastare con maggior forza le attività criminali in argomento.

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

CONTRASTO A TRAFFICO E SPACCIO

In conseguenza, si è valutata positivamente l’utilità operativa di interventi di “alto impatto”, in aggiunta ai servizi di prevenzione già in atto, anche mediante il potenziamento delle attività info-investigative, e l’ausilio delle componenti di specialità delle Forze dell’Ordine, per realizzare azioni mirate al contrasto del traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e con particolare attenzione al sequestro delle armi illegali detenute nel territorio provinciale.

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

Alla riunione svoltasi in Prefettura sono intervenuti il Questore Massimo Gambino, i Comandanti Provinciali Gaspare Giardelli (Carabinieri) e Massimo Dell’Anno (Guardia di Finanza).

Il commissario straordinario del Comune di Taranto, prefetto Vincenzo Cardellicchio, dopo poche ore dall’evento di una gravità inaudita e che solo per una pura fatalità non si è concluso in modo ancor più tragico, si è subito messo in contatto con il questore Massimo Gambino per avere maggiori informazioni sul grave episodio e sullo stato di salute dei due Aaenti coinvolti, esprimendo loro la solidarietà dell’intera città.

«L’episodio delittuoso nella sua dinamica – riporta la nota di Palazzo di Città – è testimonianza della protervia e della ferocia con cui agiscono i criminali, ma anche della rapidità di risposta della Questura e della altre Forze di Polizia, tutte immediatamente allertate ed intervenute, dello sprezzo del pericolo con cui gli Agenti della Polizia di Stato hanno assolto ai loro compiti e soprattutto della pericolosità dell’impegno quotidiano richiesto a tutti gli Operatori della Sicurezza e che vede centinaia di donne e uomini in divisa impegnati di giorno e di notte ed ancor più in tutte le giornate e le occasioni per noi è le nostre famiglie più liete e festose».

Foto Francesco Manfuso

Foto Francesco Manfuso

«EPISODIO ISOLATO»

Il prefetto Cardellicchio ha inoltre disposto che con delibera immediatamente esecutiva, su conforme avviso del prefetto Demetrio Martino, che ai due agenti feriti venga tributato un “Attestato di Gratitudine” a nome loro ed idealmente per questa occasione esteso a tutti i colleghi di tutte le Forze di Polizia anche della Polizia Locale impegnati sul territorio comunale. Non appena gli agenti feriti riprenderanno sevizio il riconoscimento in questione verrà loro personalmente consegnato dal Commissario straordinario del Comune di Taranto.

Foto Francesco Manfuso

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Infine, una dichiarazione del questore di Taranto, Massimo Gambino, che ha reso dopo l’incontro con la stampa ad Enzo Ferrari, direttore di TarantoBuonasera. «Si è trattato di un episodio isolato – ha dichiarato il questore – che poteva capitare ovunque, quindi non ascrivibile a situazioni più complesse. La riposta della Polizia è stata immediata, è inevitabile però che tra i cittadini si sia diffuso il timore che questa non sia una città sicura. Proprio l’episodio di sabato scorso è sintomatico della capacità di controllo del ter-ritorio da parte delle forze dell’ordine. La nostra pattuglia era lì perché aveva ricevuto una segnalazione e aveva prontamente individuato la persona che era stata segnalata. Così come i Falchi sono prontamente intervenuti dopo la sparatoria catturando il responsabile. Taranto – ha assicurato il questore – è sottoposta al quotidiano controllo del territorio da parte di tutte le forze di polizia. Ovviamente ognuno preferirebbe avere un poliziotto sotto casa, ma il nostro impegno è massimo».

La scomparsa di David Sassoli, presidente dell’Unione europea

Addio al volto del’Accoglienza

Deluso dai Paesi dell’UE nei confronti dei profughi alla ricerca di riparo da guerre civili, persecuzioni politiche e fame. «Non una sola nazione si è fatta avanti per offrire accoglienza ai richiedenti asilo». Vicedirettore del Tg1, era ricoverato nel reparto di Oncoematologia dell’Istituto di Aviano. Colpito da un tumore del sangue si era sottoposto a un trapianto di midollo

Deluso. Non c’è aggettivo così elegante che lo stesso avrebbe utilizzato, rispettoso della correttezza dialettica, a proposito del totale disinteresse dei Paesi dell’Unione europea nei confronti dei profughi (con particolare riferimento a quelli afrghani) che cercavano e cercano riparo da guerre civili, persecuzioni politiche e fame. Purtroppo in questi giorni abbiamo dovuto dire addio al volto dell’accoglienza, quello di David Sassoli, giornalista e, nel momento in cui è venuto a mancare, presidente del Parmaneto europeo.

«Per avere una vera politica di sicurezza e di difesa comune – aveva ripetuto – dobbiamo anche fare un passo avanti ambizioso e prendere in considerazione il voto a maggioranza qualificata nel Consiglio ogni volta che sia possibile». Una posizione netta, senza “se” e senza “ma”, alla faccia dei cerchiobottisti che spesso trattano con le opposizioni. La posizione di Sassoli, già vicedirettore del TG1, era stata netta. Deluso dalle conclusioni del Consiglio Affari interni, l’organo deputato alle politiche comuni e di cooperazione dell’Unione Europea, aveva segnalato una imbarazzante anomalia, come il vedere Paesi fuori dall’Unione europea farsi avanti per offrire accoglienza ai richiedenti asilo afghani, senza assistere ad un solo Paese membro fare altrettanto. Nessuno, aveva indicato Sassoli senza prenderla larga, ha avuto il coraggio di offrire rifugio a coloro ancora in pericolo di vita. Aveva invitato a non far finta che la questione afghana non ci riguardasse, in quanto avevamo condiviso obiettivi e finalità.

Sassoli era ricoverato nel reparto di Oncoematologia dell’Istituto Tumori Friulano ad Aviano. Era stato colpito da un tumore del sangue e sottoposto a un trapianto di midollo. Per questo motivo lo scorso 26 dicembre era stato trasferito proprio ad Aviano: le sue condizioni si erano aggravate dopo un’ultima ricaduta durante il periodo di Natale («sono stato colpito da una brutta polmonite da legionella», confessò a novembre).

Molti “no vax” hanno compiuto speculazioni hanno speculato persino sulla sua morte. Lo staff di Sassoli aveva anche risposto indignato al solito sciacallaggio a proposito di deliranti malevolenze su Covid e altro diffuse in rete, ma rispettando la volontà dello stesso Sassoli a non replicare, inasprire i toni. Era intervenuto seccamente, però, Enrico Mentana, direttore del Tg La7, che senza mezze misure aveva definito questi leoni da tastiera e social, fabbricatori di fake news «ignobili esseri, vigliacchi» che attribuivano la scomparsa di Sassoli alla terza dose di vaccino.

Del giornalista dal grande spessore umano, ci restano le sue parole. «Una voce europea – diceva – forte e comune sulla scena internazionale è più che mai necessaria: l’Europa deve prendere il suo posto, far sentire la sua voce, definire i propri interessi strategici anche nel quadro dell’Alleanza Transatlantica, per poter svolgere un’azione di stabilizzazione, di pace e di sviluppo insieme ai nostri partner in un quadro multilaterale».

Una priorità che per il presidente «va di pari passo con la necessità di avanzare insieme verso una vera politica di sicurezza e di difesa comune, senza la quale rimarremo dipendenti dalla buona volontà delle grandi potenze e ci esporremo alle minacce dei regimi autoritari».

«Una vera Europa geopolitica – sosteneva l’ex presidente dell’Unione europea – dovrebbe iniziare alle nostre frontiere, con i nostri partner, con i nostri amici più vicini: penso in particolare ai paesi dei Balcani occidentali, verso i quali abbiamo una responsabilità storica. Qualsiasi ritardo ed esitazione rischia di fare il gioco di altre potenze. Avere un continente stabile, pacifico, democratico e prospero porterebbe immensi benefici a tutti i cittadini europei».

Addio, Big Desmond

A novant’anni si è spento l’arcivescovo che sfidò l’apartheid

Premio Nobel per la pace, si era schierato dalla parte dei neri in Sudafrica. «Ci ha lasciato in eredità un Sudafrica liberato», ha detto il presidente Cyril Ramaphosa. «La sua vita per milioni di sudafricani è stata una benedizione: leader, un essere umano straordinario, un pensatore», ha sottolineato la Fondazione Mandela

 

E’ scomparso all’età di novant’anni, il grande Desmond Tutu, Premio Nobel per la Pace. Tutto ricordiamo l’arcivescovo per essere stato in tempi non sospetti il simbolo della lotta all’apartheid in Sudafrica e quel riconoscimento internazionale che aveva meritato con tanto di applausi a scena aperta. I funerali, ha reso noto la sua Fondazione, si svolgeranno a Città del Capo l’1 gennaio.

L’apartheid. Brutta cosa quella politica fatta di estremismi e discriminazione da parte delle minoranze bianche nei confronti dei neri nella Repubblica Sudafricana. Una lotta violenta perpetrata con inaudita violenza, seminando paura e morte, con qualsiasi violenza contro libertà e diritti civili degli indigeni neri, finalmente annientata trent’anni fa.

Desmond, come tutti lo conoscevano, purtroppo non c’è più.  A darne notizia è stato il presidente Cyril Ramaphosa. «La scomparsa dell’arcivescovo emerito Desmond Tutu è un altro capitolo del lutto nell’addio della nostra nazione a una generazione di eccezionali sudafricani che ci hanno lasciato in eredità un Sudafrica liberato».

Premio Nobel per la Pace nel 1984, Desmond Tutu era stato il primo arcivescovo anglicano nero di Città del Capo. Aveva sempre lottato per difendere chiunque fosse oggetto di discriminazioni, vessazioni, atti di violenza, a favore di quanti non avevano diritti. Quante sono state le attività politiche in Sudafrica per abbattere le differenze tra bianchi e neri. Presidente della commissione “Truth and Reconciliation Commission”, Big Desmond aveva il compito di indagare sulla violazione dei diritti umani. Fra le sue pubblicazioni: “Crying in the wilderness” (1982) e “Hope and suffering” (1983), “No future without forgiveness” (1999) e “God has a dream: a vision of hope for our time” (2004). Fu lui l’autore di una delle frasi più famose con la quale sintetizzò la sofferenza del suo Paese agli occhi del mondo: “Rainbow Nation”, nazione arcobaleno.

Nel ricordare la figura di Desmond Tutu è intervenuta, fra le altre, la Fondazione Mandela, che ha definito la sua scomparsa una perdita «incommensurabile, grande più della vita stessa». «Per tante persone in Sudafrica la sua vita è stata una benedizione: leader, un essere umano straordinario, un pensatore».

«Migranti, una risorsa»

Mario Draghi interviene a Montecitorio

«Vanno trattati bene, non è pensabile violare i diritti umani», dice il premier. «Non si può sbagliare sull’accoglienza, altrimenti può diventare un peso: se si fa bene questa gente diventa un valore aggiunto». 

 

«I migranti vanno trattati bene, non bisogna violare i diritti umani: non si può sbagliare sull’accoglienza, se questa si fa bene questi migranti diventano delle risorse». Di questo e altro ha parlato alla Camera il presidente del Consiglio Mario Draghi. E’ intervenuto con una serie di ragionamenti circostanziati, non solo sull’accoglienza, ma anche su altri temi.

Quello dell’accoglienza, come si sa, è un argomento che a noi di Costruiamo Insieme, sta particolarmente a cuore. Quando ne parla il presidente del Consiglio, che invita a riflettere sulla necessità di fare bene accoglienza e che i ragazzi che arrivano in Europa vanno aiutati ad inserirsi perché possono rappresentare una risorsa importante per tutti, allora non possiamo che condividere il suo pensiero.

Un pensiero che proprio ieri nelle pagine di politica ha riportato con la solita puntualità, il Corriere della Sera. “Dal ruolo strategico dell’Ue al caro bollette, dai vaccini al Pnrr – scrive il quotidiano italiano più letto – Mario Draghi interviene alla Camera e nel suo discorso in vista del Consiglio Ue traccia un bilancio della situazione a 360 gradi”.

In particolare il “CorSera” pone l’accento sull’intervento di Draghi a proposito dei migranti, quando ne contesta l’utilizzo come, parole del premier, «strumento di pressione politica internazionale» e la sistematica violazione dei diritti umani che sta avvenendo al confine tra Polonia e Bielorussia.

«I migranti vanno trattati bene – dice infatti Mario Draghi – non è pensabile violare i diritti umani: non si può sbagliare sull’accoglienza; se si sbaglia sull’accoglienza la migrazione diventa un peso maggiore, se si fa bene questi migranti diventano delle risorse».

Draghi ha poi escluso che in sede di Unione europea il tema immigrazione «possa avere come unico punto quello delle migrazioni secondarie», ovvero limitazioni al trattato di Schengen con controlli alle frontiere per impedire il passaggio degli irregolari da uno stato all’altro».

L’Italia, ha assicurato il premier, solleverà la questione chiedendo una «gestione condivisa, solidale, umana e sicura» con la promozione di corridoi umanitari dai Paesi terzi verso gli Stati Ue. «Non è sufficiente che sia solo l’Italia ad attuarli — il pensiero del premier — in quanto serve un chiaro impegno europeo; dobbiamo rafforzare i canali legali di migrazione, allo stesso tempo, serve una gestione condivisa, rapida ed efficace dei rimpatri».

Fra gli altri temi affrontati nell’intervento a Montecitorio, Draghi è intervenuto anche sulla politica espansiva. «La Commissione europea prevede che l’Italia crescerà del 6,2% quest’anno, un tasso superiore a quello dell’Unione europea, pari al 5%. Permangono però elementi di incertezza, come la diffusione della variante Omicron e le pressioni inflazionistiche, legate anche all’aumento dei prezzi dell’energia. A fronte di questi rischi, è giusto confermare una politica di bilancio espansiva per il 2022, che consolidi il sentiero di crescita e punti soprattutto sugli investimenti».