Addio, direttore

Clemente Salvaggio, aveva guidato il Corriere del giorno

Le vicende del “Corriere”, la scelta di una professione. Calciatori e presidenti, un esercizio di memoria straordinario nell’ultima intervista rilasciata al sottoscritto. Un sorriso impareggiabile, la battuta pronta, il mestiere di coach per fare di un giornale un vera squadra

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Non c’è più Clemente Salvaggio, uno dei più grandi giornalisti tarantini. Colonna del Corriere del giorno, è scomparso lunedì 18 luglio a ottantotto anni. Da eccellente cronista qual era, aveva contribuito a scrivere la storia di una città che ha vissuto momenti alterni in fatto di benessere. Primo squillo il Dopoguerra, a seguire l’industria siderurgica, infine una prima flessione, con una generazione che cominciava ad abbandonare i luoghi d’origine, qualcosa che aveva provocato grande dolore a un tarantino verace come lui (nonostante i natali toscani, a Livorno infatti c’era solo nato…).

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GRAZIE, TI DEVO UN “MESTIERE”

Chi scrive lo aveva conosciuto a metà degli Anni Settanta nella sede del “Corriere” di via Di Palma (ora, al suo posto, l’Archivio di Stato). Nello stesso stanzone-redazione, Vincenzo Petrocelli, altro grande del passato. Nonostante la giovane età, era stato Salvaggio a iniziarmi al giornalismo. Primo compito: i campionati di calcio minori, a seguire il Torneo dell’Amicizia in notturna a Fragagnano. Era da lì che si cominciava. E io, iniziai per non fermarmi più (gli sarò grato in eterno)

Fra le firme di quel tempo, Riccardo Catacchio, Peppino Catapano, Narciso Bino, Nino Botta, Paolo Aquaro, Peppino Tripaldi, Luigi Ferrajolo, Franco Cigliola, Cataldo Acquaviva. Breve chiusura, trasferimento del giornale in piazza Dante, infine piazza Immacolata. Salvaggio era stato direttore di un giornale scritto, più avanti nel tempo, da colleghi come Antonio Biella e Luisa Campatelli, diventati a loro volta direttori, Silvano Trevisani, Mino Ianne, Mario D’Anzi, Vito Traetta, Roberto Raschillà, Pierpaolo D’Auria, Maurizio Masoni, Marcello Di Noi, Ettore Raschillà, Michele Tursi, Angelo Di Leo, Annalisa Latartara, Fulvio Paglialunga, Nicola Savino, Antonio Bargelloni e altri ancora.

“SAL” IN ESTREMA SINTESI

 Infine, un esercizio di memoria, i “suoi” calciatori. «Silvestri, grande attaccante, realizzava trenta, quaranta gol a campionato, con Schillaci e Bellucco formava una linea d’attacco irresistibile; Castellano e Petagna, invece, coppia straordinaria di centrocampo. 956A4383-03DD-4D75-A70A-6C9B1A7822D6C’era anche Tedeschi, tarantino, grande portiere; Tonino De Bellis, tarantino anche lui, terzino con i controfiocchi; gli attaccanti Tortul e Virgili: il primo vestì le maglie di Sampdoria e Triestina, l’altro di Fiorentina e Torino…». Dai Sessanta agli Ottanta. «Napoleoni, Jannarilli, Casini, Biondi, Selvaggi, il compianto Iacovone, De Vitis, Maiellaro». Infine i presidenti del “suo” Taranto. «Di Maggio, Fico, Carelli, Pignatelli, Fasano. Bei momenti. In un paio di campionati di serie B avevamo accarezzato anche il sogno di lottare per la serie A: a uno di questi dissi “Presidente, regalaci la serie A, anche un solo anno!”. E lui, guardandomi di traverso, “Dino, tu i tarantini li conosci meglio di me: non si accontentano del solo profumo del massimo campionato». Chi fu quel presidente, non lo sapremo mai. Ciao, direttore.

Claudio Frascella

«Matrimoni di lusso e paghe da fame»

Due camerieri, marito e moglie, fuggiti alla prima occasione

«Non era più il caso di restare», dicono Fabio e Annamaria, due ragazzi che se ne infischiano dell’anonimato. «Cosa possono farci, ora: non appena abbiamo ricevuto una raccomandata per un posto fisso a scuola, abbiamo lasciato tutto e venuti “su”, al Nord: altra storia…». Un uomo anziano. «Zero contributi e niente pensione, la più grande sciocchezza che io abbia commesso è stato lavorare a nero e non reclamare i miei diritti»

Foto Investire Oggi

Foto Investire Oggi

In queste settimane, sollecitati dal nostro direttore, prima per il Domenicale, successivamente per rispondere al nostro lavoro, dunque, approfondire su un tema che sta a cuore a molti giovani, ci siamo lanciati alla scoperta di nuove storie. Abbiamo, per esempio, intervistato ragazzi che dietro un nome fittizio ci hanno confessato di un lavoro a cinque euro al giorno, tanto da intitolare il servizio “Generazione cinque euro”. C’è da vergognarsi, ragazzi che lavano le scale; lavorano in un esercizio di gastronomia da asporto, qualche volta al banco, il più delle volte in cucina (durante la pausa: bottiglietta d’acqua e metà porzione di un qualsiasi “piatto” a proprie spese); chi, invece, lavora in un ristorante. Chi ebbe il coraggio di confessarci – perché molti non lo fanno, temono il licenziamento o il timbro di “infame” – è, purtroppo, in ottima compagnia. A decine le storie di gente incontrata per strada, al ristorante. Si capisce dall’espressione che hanno questi ragazzi. «Si vede, dotto’?», anticipa Antonio, quando avverte solidarietà, «è da stamattina che sto in piedi, non ho avuto il tempo di andare a casa: stasera, se tutto va bene, mi faccio una doccia e metto i piedi a bagno: ti coprissero di soldi, almeno, alla fine sei tu che ci rimetti».

Il ragazzo, ventitré anni, è veramente arrabbiato. «Ho tutti contro, perfino mio padre», dice, «secondo lui devo farmi le ossa, fare esperienza, solo così potrò avere mercato un domani, ma non credo più alla befana…». Frasi brevi, fra una portata e l’altra. Abbassa il tono della voce, si guarda intorno, per vedere se il titolare sta guardando o il caposala si sta avvicinando. «Ci sono le telecamere, abbiamo subito una rapina mesi fa, così dopo quanto accaduto hanno installato un servizio di controllo: i rapinatori si portarono via anche le nostre mance, andassero al diavolo anche loro! Capisco la disperazione, ma pescare nel contenitore delle mance, portarci via una manciata di euro, che vergogna…».

Foto Cofcommercio.it

Foto Cofcommercio.it

INTERNET E FANPAGE…

Abbiamo dato un’occhiata su internet. Purtroppo, è sempre questo angolo d’Italia a rimetterci la faccia, nonostante imprenditori accettino la sfida del rilancio del Sud. C’è concorrenza sleale, mancano i controlli, il mercato lo fanno i prezzi. «Non capisco come pratichino certi sconti – ci diceva, settimane fa, il presidente di Confcommercio, Leonardo Giangrande – quando vi assicuro che gestire un’attività ha costi proibitivi ed altri, gente che evidentemente che se ne infischia delle regole, fanno una politica dannosa per se stessi e per gli altri: gente a nero, pagata male, servizio approssimativo, cibi non proprio al top per tenere i prezzi bassi; tanto, questo è il ragionamento che non condividiamo, in estate stanno a pensare al mare, alle spiagge…».

Ma c’è anche la storia di Fabio. Ha scritto a Fanpage.it, sito che ha spesso posto l’accento con molta attenzione, ai tempi del lavoro. Anche noi usiamo nomi fittizi, perché nessuno si sente al sicuro. La parola del cronista che sa tenere il segreto professionale non basta. Così Fabio scrive che «anche io, come molti del Sud ho dovuto emigrare al Nord per lavoro; l’ho fatto a malincuore, ho lavorato diversi anni come cameriere in ristoranti di lusso – e da queste parti ce ne sono tanti… – in cui si tenevano grandi eventi come matrimoni e comunioni: firmavo una busta paga di milleduecento euro ma ne guadagnano appena quattrocento e la cosa peggiore è che tutto mi sembrava maledettamente normale».

Foto Matrimoni.com

Foto Matrimoni.com

STORIE DI TUTTI I GIORNI

Quante storie simili. Ma non c’è fine alla vergogna. Un uomo anziano. «Io e mio marito camerieri per passione, ma ora quel lavoro è una rovina per la nostra famiglia; per lavorare ho ignorato tutti i miei diritti: ho settantuno anni e sono senza contributi senza pensione».

Una Puglia ricca di queste aziende, sale per ricevimenti, complessi eleganti che ostentano uno sfarzo incredibile, ma dietro le loro facciate si consumano drammi umani di lavoratori sfruttati che solo a pensarci fanno venire i brividi.

«Quando andava bene – riprende Fabio, parlando della sua esperienza – lavoravamo per i matrimoni dalle nove del mattino a poco prima di mezzanotte: tutti i giorni tranne uno e mezzo a settimana: milleduecento euro al mese per un totale di più di settanta ore settimanali e per un compenso di meno di quattro euro l’ora. Vi rendete conto? Zero ferie pagate e con tutti i compensi accessori calcolati sulla base di 40 ore e quindi ridotte di circa la metà».

«Passavamo tutto il tempo in piedi, vestiti con giacche e cravatte per molte ore sotto il sole che lì, al Sud, supera i quaranta gradi: mia moglie in questa attività ha riportato vertebre schiacciate da questo lavoro, io anche ho cominciato a rovinarmi la schiena. Poi, per fortuna, ho ricevuto una chiamata dalla scuola, un posto in un istituto comprensivo al Nord, e siamo letteralmente fuggiti, senza pensarci due volte. A noi è andata bene…».

Non solo fanpage.it . Anche noi facciamo informazione, teniamo vivo l’interesse nei confronti dei ragazzi extracomunitari, quelli che lavorano nei campi, ma anche del sociale, dei nostri stessi ragazzi che subiscono la spregiudicatezza di chi si fa passare per imprenditore. Finalmente si parla di queste storie, finalmente qualcuno si interessa.

«Potrei raccontare mille episodi – conclude Annamaria – di una certa sudditanza, ricatti giornalieri, continue vessazioni e corruzione, politica, all’interno di queste attività: le paghe basse e gli orari assurdi sono solo la punta del male, sotto c’è, purtroppo, tanto altro ancora. Sarebbe bello che qualcuno cominciasse a scavare…».

Premio Strega a Mario Desiati

Lo scrittore martinese vince il più prestigioso premio per la letteratura

Quarantacinque anni, è entrato a far parte dell’Albo d’oro con Dacia Maraini, Umberto Eco, Primo Levi, Alberto Bevilacqua, Natalia Ginzburg, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Dino Buzzati, Mario Soldati, Alberto Moravia, Cesare Pavese ed Ennio Flaiano. Quasi da subito il favorito, l’autore ha dedicato la vittoria a due conterranei scomparsi: Mariateresa Di Lascia e Alessandro Leogrande

Foto La Repubblica

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Con 166 voti sui 537 totali lo scrittore martinese Mario Mario Desiati ha vinto il Premio Strega 2022 con il romanzo “Spatriati” (Einaudi). Nella cerimonia di votazione svoltasi nella serata del 7 luglio al “Ninfeo di Villa Giulia” a Roma, trasmessa in diretta su RaiTre, movimentata da un improvviso temporale, Desiati ha conseguito il primo posto della classifica anche grazie ai voti, tra gli altri, dei giudici cosiddetti Amici della domenica. Desiati, che ha dedicato la vittoria a due conterranei scomparsi, Mariateresa Di Lascia e Alessandro Leogrande, era sembrato quasi da subito il favorito. Ma ha dovuto battere la concorrenza di ben altri sei autori e autrici (quest’anno eccezionalmente in finale non la tradizionale cinquina, ma un gruppo di sette scrittori).

Dopo Desiati, secondo posto per Claudio Piersanti con “Quel maledetto Vronskij” (Rizzoli) e terzo per Alessandra Carati con “E poi saremo salvi” (Mondadori). A seguire, Quarta con 62 posti è arrivata Veronica Raimo (“Niente di vero”, Einaudi), vincitrice del premio Strega Giovani e Strega Off. A seguire, Marco Amerighi (“Randagi”, Bollati Boringhieri), Fabio Bacà (“Nova”, Adelphi) e Veronica Galletta (“Nina sull’argine”, Minimum Fax).

“Spatriati”, si diceva, aveva convinto fin dalla sua uscita (aprile dello scorso anno), tanto il pubblico quanto la critica. Protagonisti della storia, due personaggi in qualche modo irregolari, irrequieti, opposti: Francesco e Claudia. Lui insicuro, lei ribelle, si conoscono tra le aule del liceo di Martina Franca e crescono poi legatissimi, bruciando la loro giovinezza tra aneliti incompiuti e slanci inaspettati di vitalità, sperimentando poi fluidità e sessualità in una Berlino liberatrice ma anche accentratrice.

Foto Fanpage

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ORGOGLIOSI DI MARIO

C’è più di un motivo per andare orgogliosi del successo registrato l’altra sera, il 7 luglio scorso, dallo scrittore martinese Mario Desiati, vincitore del Premio Strega con il titolo “Spatriati”. Quarantacinque anni, originario di Martina Franca (Taranto), in precedenza aveva pubblicato, fra gli altri, i seguenti titoli: “Il libro dell’amore proibito” (Mondadori 2013) e “Mare di Zucchero” (Mondadori 2014). Per Einaudi, “Candore” (2016) e, appunto, “Spatriati” (2021). Per rendere l’idea del Premio più ambito nella letteratura italiana, insieme al Premio Bancarella, prima di Desiati avevano vinto, andando a ritroso, Sandro Veronesi, Margaret Mazzantini, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Pietro Citati, Goffredo Parise, Umberto Eco, Primo Levi, Alberto Bevilacqua, Giovanni Arpino, Natalia Ginzburg, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Carlo Cassola, Dino Buzzati, Elsa Morante, Mario Soldati, Alberto Moravia, Cesare Pavese, Corrado Alvaro e Ennio Flaiano. Solo per citarne alcuni. Dopo la vittoria al Premio Strega 2022, Desiati partirà per un tour di incontri che lo porterà a Lonato del Garda, Roma, Vieste, Isola d’Elba, Lecce, Cortina e Benevento, mentre la sua storia attende di avere una nuova vita, dato che i diritti del romanzo sono stati acquistati da Dude per realizzarne un film.

Il premio, conferma una nota del Premio Strega, è stato consegnato da Giuseppe D’Avino, presidente di “Strega Alberti Benevento”, azienda che fin dalla prima edizione sostiene l’organizzazione del riconoscimento letterario.

DIRETTA SU RAITRE

La serata, trasmessa in diretta televisiva da RaiTre, è stata condotta da Geppi Cucciari. Il seggio di voto è stato presieduto da Emanuele Trevi, vincitore del Premio Strega 2021. Sono intervenuti Giovanni Solimine e Stefano Petrocchi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Bellonci, Lorenzo Tagliavanti e Pietro Abate, rispettivamente presidente e segretario generale della Camera di Commercio di Roma, la cui azione da sempre è finalizzata a creare un contesto territoriale dall’alto livello di vitalità creativa e culturale: un’azione che si concretizza nel sostegno alle più importanti iniziative culturali come il Premio Strega.

Nel corso della cerimonia Flavia Mazzarella, presidente di BPER Banca, ha consegnato agli autori finalisti un riconoscimento speciale. Si tratta della scultura del giovane artista ucraino Taras Halaburda, allievo dell’Accademia di Belle Arti di Sassari, vincitore della quinta edizione del concorso di idee indetto da BPER Banca per la creazione di una scultura ispirata al mestiere di scrivere e all’importanza della promozione della lettura. L’opera realizzata è una macchina da scrivere in bronzo con i tasti che riportano la scritta Premio Strega.

La giuria del Premio è composta da 400 Amici della domenica a cui si aggiungono 220 voti espressi da studiosi, traduttori e intellettuali italiani e stranieri selezionati da oltre 30 Istituti italiani di cultura all’estero, 20 lettori forti e 20 voti collettivi espressi da scuole, università e gruppi di lettura, tra cui i circoli costituiti presso le Biblioteche di Roma.

Foto Il Riformista

Foto Il Riformista

GIURIA E TOUR PROMOZIONALE

Tra i nuovi giurati, entrati quest’anno fra gli Amici della domenica, gli scrittori Andrea Bajani, Donatella Di Pietrantonio, Claudia Durastanti, il giornalista e scrittore Giovanni Grasso, la giornalista e scrittrice Simonetta Sciandivasci, Teresa Cremisi e Roberto Colajanni, rispettivamente presidente e direttore editoriale della casa editrice Adelphi, Francesco Anzelmo, direttore editoriale della Mondadori, e Chiara Sbarigia, presidente di Cinecittà.

Mario Desiati è già stato ospite venerdì 8 luglio a Lonato del Garda (Fondazione Ugo da Como). Il suo breve tour di presentazioni del libro vincitore del Premio Strega, proseguirà in diverse località italiane particolarmente attive sul territorio nella promozione della lettura: martedì 12 luglio a Roma, Letterature Festival (Stadio Palatino); venerdì 22 luglio a Vieste (Festival Il libro possibile); venerdì 29 luglio a Marciana Marina (Isola d’Elba); domenica 7 agosto a Lecce (Chiostro degli Agostiniani); sabato13 agosto a Cortina (Una montagna di libri); da giovedì 25 a mercoledì 31 agosto, prenderà parte a Benevento Città Spettacolo.

La LXXVI edizione del Premio Strega è stata promossa dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e da Liquore Strega con il contributo della Camera di Commercio di Roma e in collaborazione con BPER Banca, Media Partner Rai, sponsor tecnico IBS.it.

Caldo-killer

La Puglia sfiora i 40 gradi

Due anziani turisti hanno perso la vita sulle spiagge del Salento. Nonostante i soccorsi solleciti, per i due uomini non c’è stato niente da fare. Ma l’ondata di calore non accenna a diminuire. In queste ore potrebbe registrarsi una nuova impennata della colonnina di mercurio

Lunedì, causa il caldo-killer, due anziani turisti hanno perso la vita su due spiagge del Salento. La calura che avvolge l’Italia e, in particolare, la Puglia non accenna a diminuire. Martedì, in Italia, su 27 città, 23 hanno registrato il bollino arancione. Ad altre due, Palermo e Perugia, è stato assegnato il bollino rosso, mentre Genova e Torino sono state segnalate come “gialle”. La situazione pare possa peggiorare mercoledì 29 e giovedì 30.

Colpa dell’anticiclone rovente, dicono, una cosa è certa: il nostro Paese è stretto nella morsa di un caldo torrido, africano diremmo con il dovuto rispetto per i nostri ragazzi che, sicuramente, hanno una maggiore resistenza se sottoposti ai raggi perpendicolari del sole.

La Puglia, insieme con Abruzzo, Marche, Emilia Romagna, Campania e parte della Sicilia (Catania e Messina) da arancioni passeranno a rosse nella giornata di mercoledì 29 giugno. Anche Sardegna, Lazio, Toscana e Calabria da arancioni diventerebbero rosse, restando nelle stesse condizioni anche giovedì 30. Massima allerta, si diceva, per Perugia e Palermo che sono e resteranno rosse per tutti e i tre giorni.

spiaggia-pittulongu-hdDUE VITTIME IN SPIAGGIA

Intanto ricordiamo che l’altro giorno, questa ondata di calco, ha fatto due vittime sulle spiagge salentine. Nei due casi si tratta di anziani turisti: il primo decesso lunedì alle 11,30 a Torre dell’Orso, su un tratto di spiaggia libera antistante lo specchio d’acqua conosciuto come le “Due Sorelle” (i due faraglioni). Il primo anziano che ha perso la vita, un settantunenne originario di Latina, arrivato in Salento per un periodo di vacanze. L’uomo che ad un tratto ha accusato un malore a causa del caldo, si è accasciato sulla sabbia quando la colonnina di mercurio aveva superato trentasei gradi. Il turista è stato immediatamente soccorso dai bagnanti che hanno assistito alla scena, allertando subito i soccorsi. Per l’uomo, apparso subito in condizioni gravi, poco dopo non c’è stato niente da fare.

Il secondo tragico epilogo ad Otranto, sulla spiaggia del Voi Alimini Resort. A perdere la vita un settantasettenne originario della provincia di Vicenza, ma residente da tempo in Piemonte. Non appena fatto il suo ingresso in acqua, l’uomo ha accusato un malore. Subito i bagnini della struttura si sono attivati per praticargli i primi soccorsi, del tutto inutili in quanto per l’anziano la situazione cardiaca era compromessa. All’arrivo tempestivo del 118, per il settantasettenne non c’era più nulla da fare. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri della stazione di Otranto insieme ai militari della Guardia costiera.

Offerta-senior-Hotel-President-1440x670-1ANZIANI, FATE ATTENZIONE!

E’ bene ricordare che ad accusare i disagi maggiori in un periodo di così grande calura ed a subirne le tragiche conseguenze sono quasi sempre soggetti anziani e fragili. Secondo quanto affermato dal direttore del pronto soccorso del “Vito Fazzi”, intanto, pare che la Costa adriatica più frequentata non sia del tutto coperta dai presidi di ambulanze estive,

Martedì 28, la temperatura massima a Bari, per esempio, è stata di 37 gradi. Se Taranto ha raggiunto i 38 gradi, Foggia ha sfiorato i 40, Lecce i 39 e Barletta i 37. Mercoledì 29, le temperature dovrebbero oscillare fra i 36 e i 39 gradi, con l’eccezione di Brindisi che potrebbe fermarsi a 34.

“Benny”, cuore di Taranto

Medaglia d’oro ai Mondiali di nuoto per Benedetta Pilato

Trionfa a Budapest. Rimonta da urlo nei 100 rana ai Mondiali 2022. «Stracontenta e soddisfatta del mio lavoro e del mio percorso», le prime parole della campionessa mondiale. «E’ l’emblema della comunità ionica, la trasformazione di un territorio che riparte dai più giovani»

Gara di quelle indimenticabili per Benedetta Pilato, la nuotatrice tarantina che ha vinto la medaglia d’oro nei 100 rana ai Mondiali 2022 di Budapest. “Benny” ha chiuso in 1’05″93 con una seconda vasca da sogno e firmando una rimonta meravigliosa. Nella prima vasca era quarta, pensate a quale sforzo si sia sottoposta per recuperare bracciate alle sue avversarie. Seconda la tedesca Anna Elendt, terza la lituana Ruta Meilutyte.

Gara complicata quella della diciassettenne tarantina, anche se Benedetta ha conservato le energie per il finale toccando per prima il muretto. Lontane dalle prime la giapponese Reona Aoki, la svedese Sophie Hansson, la cinese Qianting Tang e la britannica Molly Renshaw.

L’azzurra, stando alla disamina tecnica fornita dagli esperti, è riuscita a non farsi risucchiare dal ritmo delle avversarie piazzando sul finire le bracciate risolutive. Alla Duna Arena Benedetta, appena risalita dalla piscina non è riuscita a trattenere le lacrime dall’emozione. Mentre lo speaker provava a chiederle come si sentisse, “Benny” è esplosa in un pianto liberatorio dopo aver compreso quale fosse l’impresa appena compiuta.

Foto RaiNews

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MINORENNE MONDIALE

L’Italia non aveva mai avuto una campionessa del mondo minorenne. Fino a prima della conquista dell’oro da parte della nuotatrice tarantina, la più giovane iridata del nuoto era stata Novella Calligaris che il 9 settembre 1973 aveva vinto gli 800 a 19 anni ancora da compiere, registrando in quell’occasione il primato del mondo. Benedetta Pilato, prima del successo iridato di Budapest, era già diventata l’atleta italiana più giovane a conquistare una medaglia (argento) nei 50 rana ai Mondiali di Gwangju a soli 14 anni. In quell’occasione aveva anche superato il record che deteneva la lituana Ruta Meilutyte nel 2013 (aveva 16 anni). A sedici anni, il 22 maggio dello scorso anno, la campionessa della rana italiana era diventata anche la più giovane primatista mondiale della storia italiana.

«Era la mia prima finale mondiale nei 100 rana – ha detto a caldo “Benny” – e già ero contenta di averla raggiunta; aver vinto, poi, è stato davvero sorprendente».

Foto FanPage

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STRACONTENTA!

«Prima della gara – rivelato ai microfoni di Sky sport – piangevo di gioia per Ceccon che mi ha fatto rivivere le sensazioni provate quando ho stabilito il record mondiale e adesso eccomi qua con l’oro al collo. Sono stracontenta e soddisfatta del mio lavoro e del mio percorso. Sto crescendo anche se resto sempre la più piccola della squadra, quindi me la godo. Siamo una nazionale fortissima. Siamo uniti, vinciamo, sembra venire tutto facile».

Infine, le parole del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci. «La comunità ionica – ha detto il primo cittadino del capoluogo ionico – manda un grandissimo abbraccio al suo gioiello, Benedetta Pilato. È veramente un momento particolare per la storia di Taranto, lei è l’emblema della trasformazione che la nostra comunità, a partire dai più giovani e a partire dallo sport, sta compiendo: il nostro impegno lo rinnoviamo con lei, con tutti i giovani della sua generazione per l’impiantistica sportiva della città che si sta rinnovando in vista dei Giochi del Mediterraneo. Forza Benny, auguri e complimenti!».

«Generazione cinque euro!»

Ogni giorno una mortificazione

Tre storie, tre ragazzi, che hanno anche vergogna di avere accettato pochi spiccioli. Lavano le scale, servono ai tavoli, stanno in cucina. E le mance? Spariscono anche…

Generazione cinque euro. Al solo pensarci, viene il sangue ai polsi. E bene fa qualche quotiodiano autorevole a riportare alcuni casi che sfiorano l’incredibile. C’è la Gazzetta del Mezzogiorno, per esempio, che riporta i casi di tre ragazzi che, alla fine, preso un po’ di coraggio, vuotano il sacco.

Altro Incorvaia e Rimassa, ispiratori del film “Generazione mille euro” diretto da Massimo Venier, il regista preferito da Aldo Giovanni e Giacomo e dalla Gialappa’s. Purtroppo, in questo caso, c’è poco da ridere. Poche le occasioni di lavoro che offre Taranto, specie ai giovani. Se questi non proseguono negli studi, avendo alle spalle famiglie con possibilità economiche per affrontare corsi universitari, nella propria città non hanno un grande futuro.

Poco incoraggianti i dati sui nostri giovani, dalla nostra provincia al resto del Sud. Le ultime stime Istat a livello provinciale fornite da Confcommercio Taranto, confermano: il tasso di occupazione giovanile fino ai 24 anni è del 9,5% (in Italia 16,8%); quello di disoccupazione, sempre fino ai 24 anni è, invece, del 39,4% (in Italia del 29,4%). Secondo Svimez, negli ultimi quindici anni sarebbe scomparsa dal Sud una città grande come Napoli, mentre una analisi dell’Ufficio Studi su Economia ed occupazione al Sud, certificherebbe che il Pil pro-capite resta sempre la metà di quello delle regioni del Nord. E, per finire, sarebbero mediamente centocinquantamila gli studenti, molti pendolari, che ogni anno per scelta emigrano dal Sud al Nord (30% del totale).

pulizia-del-condominio-1VERGOGNA E NOMI DI FANTASIA

Generazione cinque euro, si diceva. Entriamo in partita. Nomi di fantasia, ma storie purtroppo vere, una dietro l’altra. I ragazzi, ancora sul mercato a condizioni “meno svantaggiose”, chiedono il minimo sindacale: la privacy. Orari da non crederci: lavoro da cameriera in un ristorante, dalle sette del mattino all’una dopo la mezzanotte; su e giù per le scale, dalle sei a mezzogiorno. Non proprio una passeggiata di salute. Per cinque euro o, in alternativa, un pacchetto di sigarette. Di solito, il motivatore senza scrupoli: «Meglio che startene a casa, senza far niente!». Sfruttatori con un coraggio da dieci e lode, forse perché quei ragazzi che stanno “senza far niente” non sono i loro figlioli.

Dunque, cinque euro. Compenso giornaliero di ciascuno dei tre ragazzi che ci racconta la sua storia di lavoro sottopagato. Assicurazione, nemmeno a parlarne. In caso di controllo, la giustificazione: «E’ in prova, oggi è la sua prima volta!» (e forse anche l’ultima…). Chi lava le scale, chi fa la cameriera in un ristorante; chi, infine, è impegnato in una attività di gastronomia.

Da perderci il sonno, ma anche chili. «Venti in due anni!», dice Valentina, collaboratrice in un esercizio che prepara primi e secondi da asporto. «Non dormivo la notte, per gli orari e il trattamento cui ero sottoposta; poi, le umiliazioni quotidiane, nelle parole e nei gesti: insistevo però, volevo dimostrare ai miei genitori che il lavoro non mi nauseava, che pur di sentirne il sapore amaro, avrei accettato qualsiasi trattamento». E gli amici. «Bravi a dirmi di abbandonare, perché non si può accettare qualcosa di simile: “Ma come fai?”, mi dicevano. Non c’erano e non ci sono alternative, dunque bere o affogare».

Young asian woman hates getting stressed waking up early 5 o'clock,Alarm clockDALLE CINQUE DEL MATTINO

«A casa, senza un piano B, se non il primo ciclo di studi portato a compimento; poi, proseguire, avendo le risorse economiche, o trovare un’alternativa», confessa Aldo, impegnato per mesi in un’attività che si occupava della pulizia di condomìni sparsi in città. «In giro c’era poco o niente, allora, accettai la proposta di quella ditta di pulizie: non dovevo pagare lo scotto del noviziato; cosa vuoi che sia – mi dicevo – tenere una scopa fra le mani, mescolare detersivo e acqua in un secchio, spezzarsi la schiena a strigliare gradini e pianerottoli, talvolta in stabili senza ascensore: una vitaccia; il tutto, sei giorni a settimana, dal lunedì al sabato, alla modica cifra di duecentocinquanta mensili; quei soldi, tutti insieme in biglietti di taglio medio, per far sembrare lo “stipendio” una cifra onorevole: chi mi consegnava quella misera somma di solito aveva l’espressione di chi in quel momento ti stava quasi arricchendo».

E al ristorante, niente orari. «Patti chiari, diceva il ristoratore: qui si sa quando si entra, non si sa quando si esce…». Bel coraggio anche questo tipo. «Ma andava così», spiega Antonella, con tanto di magone. Avrebbe voluto ribaltare i tavoli, far volare le posate, in quei momenti mandare al diavolo il datore (parolone!). «Ho resistito due anni – spiega – dalle sette del mattino a dopo la mezzanotte, quando andava bene, altrimenti si chiudeva anche più tardi».

Le mance. «Altra storia: un giorno seguii un tavolo con una cinquantina di persone, lascio immaginare il lavoro, l’andirivieni dalla cucina; piatti diversi fra loro, ma farli arrivare nei tempi e nei modi giusti per evitare lamentele; fine serata: i presenti lasciano sul tavolo un euro a testa, cinquanta euro complessivi di mancia; arriva il titolare, li raccoglie, li prende, diciamo così, in custodia: “Poi li metto insieme con le altre mance, nel salvadanaio del personale”; mai rivisti quei soldi, né io, tantomeno i miei colleghi».

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Valentina non fa più parte della “Generazione cinque euro”, ma racconta altro ancora. «Provo un certo imbarazzo – dice – se penso alla vigilia e alle festività, quando il titolare faceva una sorta di appello: “Chi non ha impegni con le famiglie, può venire qui, a lavoro, il giorno di festa lo trascorriamo insieme!”; come se l’ambiente di lavoro fosse una seconda famiglia, sarebbe autorizzato a pensare qualcuno, invece niente di tutto questo; compravo un tramezzino e una bottiglietta d’acqua in una di quelle macchinette che fanno servizio ventiquattr’ore al giorno, con il titolare che recitava quasi la parte dell’offeso per quella mia scelta; un giorno, bontà sua, mi disse di prendermi qualcosa da mangiare fra quanto rimasto in cucina, quasi mi rimbrottò a causa della sola melanzana scelta: “La conosci la roba buona!”. Volevo sprofondare, lo avessero saputo i miei genitori… Ecco, i miei venti chili persi appartengono a quel periodo: se lo raccontassi in giro, tranne i “miei”, nessuno mi crederebbe».

«Un collega ci accompagnava con un furgoncino da un condominio all’altro», ricorda invece Aldo. «Con il dovuto rispetto per chi fa il mestiere più antico del mondo, mi sembrava di essere una prostituta: il conducente sostava nel furgoncino, fumava una, due sigarette e, alla fine, si assicurava che avessimo fatto bene il nostro lavoro: così, tutte le mattine, sei giorni a settimana, dal lunedì al sabato, fino a quando non ce l’ho fatta più e me ne sono andato». Anche la “liquidazione” da romanzo. Il titolare dell’impresa di pulizie: «Mi dispiace, ma sai quanti ne trovo che stanno a casa senza far nulla e che aspettano solo una chiamata?». «Cosa rispondi a uno che ti dice così – la reazione composta del ragazzo – e non ha nemmeno la coscienza di provare a raddoppiarti un seppur misero compenso per non lasciarti andare?». Conclude Aldo. «E’ così che va, purtroppo storie simili alla mia e di altri ragazzi come me, ce ne sono, basta avere il tempo di cercarle e la voglia di scriverle. Naturalmente dopo che uno abbia avuto il coraggio di raccontarle».

“Reddito”, si mette male

Adesso più della metà degli italiani lo boccia

Un quarto manterrebbe il Rdc, mentre il resto sarebbe totalmente indifferente. Due sondaggi, uno di Swg e un altro di Lab210, forniscono percentuali che oscillano fra il 54% e il 62%. Renzi vorrebbe il referendum, ma raccogliere cinquecentomila firme per promuoverlo non è semplice. Ne parla Mentana su La7, ne scrivono Il Tempo e Affari italiani

L’argomento, ripreso dal nostro Domenicale, è ancora di quelli caldi: Reddito di cittadinanza, sì o no? Esistono scuole di pensiero diverse, però più di metà degli italiani sarebbero ormai stanchi di questo “assegno” a pioggia a milioni di italiani. Solo un quarto del campione intervistato sarebbe d’accordo nel continuare a mantenerlo in vita, l’altro quarto francamente se ne infischia. Come foto d’insieme degli italiani non è male. C’è di tutto: gli intransigenti, che ci mettono la faccia; il resto che se la gioca fra un “non sarà quello il male del nostro paese” e, infine, un “vorrei ma non posso”.

Sul tema in questi giorni è intervenuto il quotidiano “Il Tempo”. Sul giornale diretto da Davide Vecchi, l’analisi comincia dal voto di domenica 12 giugno. Come risaputo, si vota in molti comuni per le elezioni amministrative e per i referendum sulla giustizia. Esistono continui sondaggi, uno di questi, costante, è quello di Swg, che ad ogni inizio settimana informa sulle intenzioni di voto ai partiti. Tale sondaggio non può andare in onda – scrive Il Tempo – ma il direttore Enrico Mentana presenta una rilevazione interessante: quella che riguarda un referendum, ancora ipotetico, sull’abolizione del reddito di cittadinanza.

Foto Perugia Today

Foto Perugia Today

ABOLIAMOLO, MA…

La maggioranza degli intervistati sarebbe a favore dell’abolizione del sussidio-totem del Movimento 5 stelle. Il 54% per cento voterebbe “sì”, mentre il 25% sceglierebbe di mantenere il Rdc. Il 21% degli intervistati, invece, non andrebbe a votare o non saprebbe quale segno spuntare sulla scheda.

Referendum ipotetico, si dice. Anche se, questo, sarebbe nei piani di Matteo Renzi. Il leader di “Italia Viva” ha anticipato che dal 15 giugno partirà la raccolta ufficiale di firme per rimuovere il “sussidio grillino” col voto popolare. Politicamente, l’analisi del quotidiano diretto da Vecchi, Renzi su questa iniziativa potrebbe avere sostegno dal centrodestra, a partire da Fratelli d’Italia, anche se c’è chi sospetta si tratti solo di una mossa di comunicazione politica. Due gli ostacoli all’orizzonte: lo scoglio delle cinquecentomila firme, che non è un dettaglio, ma anche i tempi dettati dalla legge in relazione alla scadenza della legislatura. Nelle previsioni più ottimistiche, non se ne parlerebbe prima dell’autunno del 2023.

Foto Il Giorno

Foto Il Giorno

CINQUESTELLE ASSEDIATO

Negli ultimi mesi sono stati sferrati numerosi attacchi da parte di diversi esponenti politici al Reddito di cittadinanza e, ora, anche il sondaggio sarebbe ingeneroso nei confronti dei Cinquestelle. A proposito di sondaggi, c’è quello riportato da Affari Italiani ad essere ancora più impietoso rispetto a quello di Swg. Per “Affari” sarebbe addirittura il il 62% dei cittadini a chiedere che il Reddito di cittadinanza venga cancellato. Lab210, che che ha realizzato il sondaggio, spiega come soltanto il 37,8% degli italiani vuole mantenere la misura assistenziale. E con l’avvicinarsi delle elezioni non starebbe una buona notizia per i grillini e per Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio. Pare, infatti, che la difesa della misura sostenuta dai Cinquestelle ormai non rientri più fra gli argomenti che possano convincere gli elettori a votare il movimento fondato da Grillo.

«Mio nonno di Taranto…»

Sara Pinna, conduttrice veneta e caso mediatico del giorno

Offende in diretta tv Domenico, un piccolo tifoso calabrese. Poi si scusa, pensa che possa essere graziata, lei che ha un congiunto meridionale. E invece casca nel razzismo totale, con una frase infelice. E anche lei, come ricorda Gramellini, cade nel teorema: «Giudicateci da ciò che facciamo, anziché da ciò che diciamo». Anche se non scioglie il dubbio che ciò che dicono assomigli molto di più a ciò che pensano

«Lupi si nasce», dice Domenico, con l’ingenuità del piccolo tifoso che forse pensa di pronunciare una frase di incoraggiamento alla sua squadra e agli altri sostenitori, come lui, del Cosenza. Ma, francamente, non importa per quale squadra faccia il tifo Domenico, è un bambino, il minimo che si possa fare sarebbe sorridergli, sorvolare. Come minimo. Senza porre accenti su una frase a caldo dopo una partita di calcio. I gol si fanno, i gol si prendono. Purtroppo c’è chi fa gli autogol, va leggero e senza tanto pensarci, buca la sua porta. E’ accaduto questo, giorni fa, ad una giornalista, Sara Pinna, che non ha resistito alla provocazione (provocazione?) di un bambino al microfono di un inviato di Tva allo stadio “Marulla”. Da studio, Pinna aveva replicato: «E gatti si diventa: non ti preoccupare che venite anche voi in Pianura a cercare qualche lavoro».

Cara Sara, che risposta è. Fosse stata almeno tecnica, come a dire che forse il Lanerossi più di altre squadre, possibilmente non a discapito del Cosenza, avrebbe meritato la permanenza in serie B.

La notizia la riprendono in molti, a cominciare dal Corriere del Veneto/Corriere della sera che non va troppo sul leggero con la conduttrice veneta. Poi sulla prima del Corriere arriva Il Caffè (amaro, evidentemente) di Gramellini. Ma, fra gli altri, c’è TuttoNapoli, a cui l’affermazione rivolta dalla giornalista veneta al piccolo tifoso calabrese, proprio non va giù. Tant’è che condanna l’uscita dal tenore razzista della conduttrice, che a sua volta provoca reazioni sui social e la risposta polemica del papà del piccolo tifoso del Cosenza.

RISPONDE IL PAPA’ DI DOMENICO

La reazione non si fa attendere, documento l’organo di informazione partenopeo. Il genitore di Domenico rivolge su Facebook un post, dal titolo forte “Lettera di un padre a una conduttrice razzista”. «Alla gentilissima Sara Pinna – scrive – sono il papà di Domenico, il bambino che nel post partita Cosenza-Vicenza esultando per la vittoria della sua squadra ha pronunciato la frase “Lupi si nasce”, dietro consiglio del papà. Con la sua risposta, cito Sue parole, “Eh ma gatti si diventa sai? Intanto prima o poi venite in pianura a cercare lavoro” lei ha dimostrato di essere anzitutto poco sportiva oltre che ignorante e con non pochi pregiudizi. Prima di parlare è necessario pensare bene a cosa si dice perché lei non sa, cara Sara Pinna, che Domenico è figlio di due imprenditori calabresi che amano la propria terra e che certamente con non poca fatica dimostrano quotidianamente di voler contribuire per migliorarla e supportarla nel pieno delle proprie possibilità».

«Lei, con la sua qualifica da Giornalista – prosegue il papà di Domenico – dovrebbe ben sapere e dimostrare a coloro i quali si rivolge cosa sono etica e morale: due qualità a lei sconosciute a quanto pare. In ogni caso, qualora nella propria terra mancasse lavoro non ci sarebbe comunque da vergognarsi a cercarlo altrove. Dovrebbe saperlo, perché la storia lo insegna se lei avesse avuto modo di studiarla, che la Padania deve tanto ai meridionali e a molti di loro deve il suo sviluppo dal punto di vista lavorativo».

Chiusura, tono moderato e invito. «La invito, senza rancore, a visitare la Calabria così che possa anche lei capire che terra meravigliosa è e quanta bella gente la abita, noi a differenza Sua, detestiamo i pregiudizi e il razzismo proprio non ci appartiene. Nascere lupi vuol dire amare i colori della propria squadra e supportarla in tutto e per tutto. Nessuno invece nasce ignorante, alcuni ahimè decidono di diventarlo. Vorrei ricredermi e sperare che non sia il suo caso. Il papà di Domenico».

sara-pinna-1229x768CORVENETO: SARA, HA SBAGLIATO!

Interviene anche il Corriere del Veneto, edito dal Corriere della sera. «Lupi si nasce», aveva riversato il bambino nel microfono di Andrea Ceroni, inviato di Tva allo stadio Marulla. Da studio, Pinna aveva replicato: «E gatti si diventa. Non ti preoccupare che venite anche voi in Pianura a cercare qualche lavoro». Il caso, in sordina per qualche giorno, è esploso con la pubblicazione, sullo spazio Facebook del gruppo meridionalista «Movimento 24 Agosto», della lettera firmata dal padre del bambino, in cui Pinna viene accusata di nutrire «l’antico pregiudizio» contro la Calabria e tutto il Sud. Il video della diretta post partita è diventato virale e la conduttrice è finita in croce, via social.

Il Corriere Veneto le pone qualche domanda. Intanto: Sara ha capito di aver sbagliato? «Sì, nell’istante stesso in cui facevo quell’affermazione avevo capito che era fuori luogo».Ha provato a ricontattare il padre e il bambino dello scambio in diretta? «La lettera l’ho letta il giorno seguente, il 21 maggio. E il 21 maggio ho contattato il genitore, mi sono fatta dare il suo telefono e l’ho chiamato: telefonata di cinque minuti e 11 secondi, che ho registrato. Ci tenevo particolarmente a scusarmi con lui e con bambino. Nella telefonata ho detto: “Sono mortificata per quelle parole, che non sono state appropriate. Per la verità andrebbe capito il senso in cui volevo dirle, ma qui è secondario: quel che mi interessa è sapere come sta il bambino”. Questo per quanto mi renda conto benissimo di come, se le cose non vengono manipolate dagli adulti, i bambini siano sereni…».

caffe-amaroUN CAFFE’ AMARO

Ce ne sono tante ancora di cose, ma ci piace chiudere con Il Caffè di Gramellini sul Corriere della sera. Ecco la riflessione del popolare giornalista, che va dritto al nocciolo del tema. Perché la conduttrice-giornalista, chissà per quale motivo, piuttosto che scusarsi subito, aveva tirato in ballo l’esistenza di un nonno tarantino.

«Io contro il Sud? Ma se ho un nonno di Taranto!» giura la conduttrice di una tv vicentina – scrive Gramellini in prima sul Corsera – dopo essere stata trascinata sulla pira dell’indignazione collettiva per una battuta infelice sui meridionali. Sara Pinna – cognome sardo, ma forse la Sardegna non era abbastanza a Sud per fornirle un alibi – si è poi profusa in mille scuse. Perciò ci scuserà a sua volta se useremo il suo avo pugliese – il quasi metafisico “Nonno di Taranto” – per rimarcare il vezzo giustificazionista con cui molti, quando scivolano sulla buccia del politicamente scorretto, cercano di ricucire l’orlo del baratro.

C’è il sovranista antisbarchi che asserisce di avere un genero marocchino simpaticissimo. Il negazionista dell’Olocausto che va sempre in vacanza a Tel Aviv. Il moltiplicatore di battute omofobe che ha un migliore amico gay. E poi ancora il razzistone compulsivo che giura di avere adottato un bambino nero a distanza, il bestemmiatore seriale che organizza la giornata del sorriso in parrocchia, per finire con il contestatore della Nato che ha la colf ucraina. Medaglie al merito non richieste che sembrano suggerire: giudicateci da ciò che facciamo, anziché da ciò che diciamo. Ma non riescono a sciogliere il dubbio che ciò che dicono assomigli molto di più a ciò che pensano.

“Vergogna” sulla pelle

La scritta sul braccio di una cinesina di tre anni

L’episodio accaduto a Roma, in una scuola d’infanzia. I genitori hanno condotto la piccola in ospedale e sporto denuncia. Aperta un’inchiesta per lesioni con l’aggravante dell’odio razziale

Detto che a qualsiasi forma di violenza, verbale o fisica che sia, non si risponde con la stessa moneta, per qualche istante abbiamo pensato ai genitori della piccola cinese nei giorni scorsi tornata da scuola sanguinante con scritto su un braccio – presumibilmente incisa con uno spillo – la parola “Vergogna!”.

La prima cosa da fare è contare fino al classico “dieci”, numero che serve a far sbollire e ragionare. D’impeto? Non vogliamo nemmeno pensarci. Ma la cosa singolare è che a commettere un atto così grave su una piccola di appena tre anni e indifesa, possa essere stato un suo coetaneo. Anche un po’ più grande, uno che sa già leggere e, quel che è peggio a questo punto, scrivere. Non sarà tutta opera del ragazzino, della ragazzina, insomma dell’autore del gesto così crudele da infliggere un dolore corporale e mentale al tempo stesso.

Foto Il Riformista

Foto Il Riformista

E L’EDUCAZIONE DI UN TEMPO?

Ma dov’è l’educazione di un tempo? Pensiamo ai genitori, agli argomenti che affrontano in presenza dei loro figlioli più piccoli, al tipo di educazione che questi trasmettono senza rendersene conto. Ma anche agli strumenti di comunicazione, alle radio, alle tv e, perché no, agli insegnanti. I bambini assorbono come spugne: seguono un ragionamento e, magari, pensano che condividere un pensiero li autorizzi ad eseguire qualsiasi cosa.

Leggiamo dal Fatto Quotidiano: Roma, bimba cinese di tre anni torna da scuola sanguinante: la parola “vergogna” incisa sulla pelle; la procura di Roma ipotizza il reato di lesioni volontarie aggravate dall’odio razziale. A quanto emerso, l’incisione sarebbe stata eseguita con uno spillo sul braccio.

Questo lo stato dell’arte riportato dal giornale diretto da Marco Travaglio. Sgomenti i genitori della piccola, prosegue il giornale, nel vedere inciso sulla pelle, sembra sul braccio, una scritta in caratteri cinesi (xiu) che significa “vergogna”. Ancora non è noto chi sia stato l’autore dell’aggressione alla bimba, residente alla Garbatella.

Foto Tripadvisor

Foto Tripadvisor

TOCCA ALLA PROCURA

La procura di Roma, nel procedimento aperto gli scorsi mesi, ipotizza il reato di lesioni volontarie aggravate dall’odio razziale. Al momento è iscritto nella lista degli indagati un maestro di scuola ma per gli inquirenti l’uomo avrebbe già dimostrato la sua estraneità ai fatti.

I genitori quel giorno, portandola a casa dalla scuola di infanzia (che ora non frequenta più) hanno subito notato la ferita e portato la bambina in ospedale, dove hanno sporto denuncia per lesioni. A quanto emerso, l’incisione sarebbe stata eseguita con uno spillo. L’indagine è stata affidata alla pm Gabriella Fazi: inizialmente, i magistrati hanno disposto un incidente probatorio, perché la piccola avrebbe indicato il maestro come autore della scritta sulla pelle, ma ne avrebbe parlato bene successivamente smentendo la prima versione dei fatti.

Attualmente quindi, scrive il Fatto Quotidiano, le indagini secondo gli inquirenti, “si stanno muovendo a 360 gradi” e si concentrano sulle persone che a vario titolo sono state in contatto con la vittima il giorno in cui la piccola è stata prelevata da scuola dai suoi genitori.

«Non trovo personale», invece…

Pare che un cartello fosse solo un pretesto

Prima il Corriere di Torino, poi Il Fatto, piombano su un malcostume adottato da esercenti e commercianti. Mentre un titolare lanciava l’appello, il suo personale licenziato si è rivolto alla stampa

Non tutto è oro quello che luccica. Mai fermarsi alla prima impressione, al primo titolo ad effetto della serie “Chiudo per mancanza di personale”. Facile fare un cartello, apporlo sulla porta d’ingresso e scatenare una eco mediatica non indifferente. “In Italia non vuole più lavorare nessuno!”, il primo commento di chi si ferma al solo titolo-civetta. Ma, si diceva, non sempre le cose stanno come sono dipinte. I colori non sono quelli che appaiono al primo sguardo. E, allora, se il titolare di un ristorante denuncia di chiudere il suo locale per mancanza di personale, attenzione, dietro può esserci un’altra storia.

Come quella riportata dal Corriere di Torino (allegato del Corriere della Sera) e ripresa da Charlotte Matteini per Il Fatto Quotidiano, giornale attento più di altri a quei dettagli che, in realtà, fanno la differenza. E che differenza.

«Il Corriere Torino – scrive la giornalista – ha dedicato un articolo al ristoratore che raccontava di essere costretto a interrompere l’attività perché non riusciva ad assumere: tra i commenti al post diffuso sui social dalla testata sono però apparse una serie di testimonianze di suoi ex dipendenti; uno stato lasciato a casa il giorno prima: “Mi hanno detto che avrebbero chiuso una o due settimane per fare dei lavori”. Un’altra sarebbe stata licenziata a dicembre 2021 causa calo del fatturato dell’altro dei due locali dello stesso imprenditore».

Foto Il Giornale Del Cibo

Foto Il Giornale Del Cibo

«CHIUDO BOTTEGA»

«Non riesco ad assumere, quindi chiudo bottega», scriveva su un cartello in bella vista il ristoratore-proprietario di un locale. Raccontava di essere stato costretto a chiudere temporaneamente la propria attività dopo poco meno di sei mesi per mancanza di personale. «Eppure, garantiva il titolare, il menù in busta paga è più che dignitoso: 1.700 euro (netti) al mese, per 12 mensilità, per cuoco e aiuto cuoco, e 1.400 euro per cameriere di sala», riportava l’articolo, rimarcando che a un mese dalla pubblicazione degli annunci nessuno si era presentato per un colloquio.

«Tra i commenti al post diffuso sui social dal Corriere di Torino – specifica Il Fatto Quotidiano – sono però subito apparse una serie di testimonianze che raccontavano l’altra faccia della medaglia: quella dei lavoratori, in questo caso degli ex dipendenti del ristoratore, proprietario di due ristoranti a Torino». «Ho mandato un curriculum in risposta a un annuncio di lavoro pubblicato per l’altro ristorante di Rostagno, Le Fanfaron Bistrot, che cercava un capo partita ai primi di cucina piemontese, ben diverso dal lavorare il pesce come poi sono finito a fare durante la prova – racconta Paolo a ilfattoquotidiano.it – Io avrei dovuto prendere in gestione il locale dopo una settimana di prova in affiancamento, regolarmente contrattualizzata. Prendere in gestione significa che praticamente avrei dovuto fare tutto da solo, dal lavare i piatti alla cucina vera e propria. Il contratto? Un sesto livello del Ccnl dei pubblici servizi, con qualifica di aiuto cuoco».

Foto Roma Today

Foto Roma Today

DIPENDENTI IMBUFALITI

Ma sono vari i dipendenti che hanno pubblicamente contestato il racconto del ristoratore diffuso dal quotidiano, scrive ancora Charlotte Matteini, una donna ha lavorato per oltre due anni in quel locale. Prima del lockdown, scrive, il titolare applicava effettivamente i contratti come da normativa e retribuiva le ore di straordinario che i suoi dipendenti facevano e segnavano timbrando il cosiddetto cartellino: tutto cambia con l’arrivo della pandemia, i dipendenti finiscono in cassa integrazione e il ristorante riapre poco per volta con l’asporto e via via con tutto il resto del servizio al termine del blocco imposto dai decreti dell’allora governo Conte.

Poi, un giorno, ecco il cartello: “Chiudo per mancanza di personale”. Forse lo fa per prendere tempo, magari l’uomo che, alla fine non imprimeva orari insostenibili, non trattava male il personale, sbaglia nella comunicazione. Cosa insegna questa storia: in Italia, c’è chi vuole lavorare, a cominciare dagli stessi dipendenti del ristoratore e, allora, l’idea di prendere ossigeno per rimodulare le due attività, non sia stata proprio il massimo. Auguriamoci che arrivino tempi migliori e, soprattutto, la chiusura temporanea porti consiglio.