Gucci, sfilata in Puglia

Parata di stelle del jet-set a Castel del Monte

Serata indimenticabile dedicata alla stagione Resort 2023. La fortezza costruita intorno al 1240 da Federico II di Svevia, Imperatore del Sacro romano impero, a Castel del Monte a fare da suggestiva location. Fra i presenti, la modella thailandese Davikah Hoorne, le attrici Dakota Johnson ed Elle Fanning, la cantante Lana Del Rey, gli attori Blake Lee e Jodie Smith. Circolano anche i nomi di altri noti testimonial Gucci: Jared Leto, Harry Styles e gli italiani Alessandro Borghi e Achille Lauro

Dopo gli spettacoli di Chanel a Montecarlo, e Louis Vuitton, a San Diego, lunedì sera è stata la volta dell’attesa sfilata di Gucci, dedicata alla stagione Resort 2023. Il programma per poche centinaia di candidati, è stato rappresentato nel cuore della Puglia, in una cornice a dir poco straordinaria: Castel del Monte. Come ha riportato il settimanale “Io Donna”, l’ambientazione è medievale, sicuramente unica nel suo genere. Questo splendido scenario, ha raccontato sul suo portale il popolare settimanale, ha fatto da sfondo ad una collezione stratificata e complessa, ricca di riferimenti e citazioni.

Ma cosa è accaduto a Castel del Monte, qui in Puglia, una regione ormai al centro dei pensieri chic e della voglia di “vacanzare”? Bene, lunedì sera, come ha puntualmente riportato il sito “Il Post”, è stata presentata “Cosmogonie”, la nuova collezione dell’azienda di moda italiana Gucci disegnata dal direttore creativo Alessandro Michele. La fortezza costruita intorno al 1240 da Federico II di Svevia, Imperatore del Sacro romano impero, a Castel del Monte a fare da suggestiva location. La roccaforte che ispirò la forma della biblioteca ottagonale del film “Il nome della rosa”, il grande romanzo di Umberto Eco, si trova proprio qui, vicino Andria. Così bella e affascinante, a tratti misteriosa, la fortezza è a ragione considerata Patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Foto Sky

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SITI, RIVISTE, QUOTIDIANI

All’evento, come documenta “Il Post”, erano presenti più o meno trecento invitati tra cui i Maneskin. Nel videodocumento trasmesso sui canali social di Gucci, la collezione dedicata ai filosofi Hannah Arendt e Walter Benjamin, trovando una particolare affinità con quest’ultimo per la capacità di scovare e assemblare citazioni lontane da loro: un’operazione simile a quella di Alessandro Michele, direttore creativo, che ha accostato forme degli anni Quaranta e Cinquanta, gorgiere elisabettiane, perle, mantelli, pelli tribali, gioielli ispirati a quelli dei matrimoni berberi, jeans decorati con pietre e velluti scuri e luccicanti.

Come sempre, indica “Il Post”, gli abiti erano gender fluid (pensati cioè per corpi femminili e maschili senza connotazioni di genere). Indossati da modelli e modelle, gli abiti saranno in vendita tra sei mesi. Castel del Monte inaccessibile a chi è senza invito: ogni invitato è associato a un numero corrispondente a una stella, adottata da Gucci in suo nome “per attraversare il cosmo”. Un risvolto diverso, quello che imprime a questa Grande Festa, il quotidiano Repubblica nell’edizione pugliese con un articolo a firma di Anna Puricella, giornalista attenta alla movida di casa nostra.

Foto Corriere della Sera

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PUGLIA, IRRESISTIBILE

Puglia irresistibile, scrive, per chi ci mette piede per la prima volta, e con lo smartphone in mano immortala cene in luoghi mozzafiato, campagne, città e monumenti, dal centro di Ostuni alla Cattedrale di Trani. L’hanno fatto modelli, modelle e giornalisti arrivati nella regione per Gucci, e c’è chi è più discreto e chi no.

C’erano i Maneskin, reduci dall’Eurofestival di Torino, che hanno pubblicato il video sulle loro pagine mentre sono a cena a Trani. Cosa dire di Grotta Palazzese, storico ristorante di Polignano a Mare ricavato in una grotta e con affaccio sull’Adriatico: la modella thailandese Davikah Hoorne, le attrici Dakota Johnson ed Elle Fanning, ma anche la cantante Lana Del Rey, gli attori Blake Lee e Jodie Smith. Fra gli invitati intorno ai quali era tutto era un top secret (relativo, considerando i social rivelatori…), altri noti testimonial Gucci: Jared Leto, Harry Styles, gli italiani Alessandro Borghi e Achille Lauro.

«Quattro calci di gioia!»

Francois, ivoriano, da più di un anno in Italia

«Un viaggio lungo e tormentato. Recluso e picchiato, poi dato in affidamento per mesi: ero diventato un essere che solo col lavoro poteva pagarsi la libertà. Quando un bel giorno mi dissero che potevo andar via, non prima di aver ricevuto l’ultima “lezione”»

«Quattro caffè, da portar via, grazie…». Il barista riempie i bicchierini di carta e li copre con piccoli coperchi. Lui, dopo aver tirato fuori gli spiccioli, pagato e chiesto lo scontrino, che qualcuno quasi sicuramente gli chiederà, sistema i caffè come fossero una pila alta una ventina di centimetri ed esce dal bar. Si chiama Francois, ivoriano, una trentina d’anni, spiega il titolare dell’esercizio. «Operai che stanno facendo lavori nelle vicinanze – aggiunge il barista – gli assegnano gli incarichi più singolari, non solo l’acquisto di caffè, ma generi di conforto, dai panini ad articoli di gastronomia d’asporto, perfino le sigarette anche se queste non rientrano nel

la categoria di quanto commestibile, anzi…». Il signore che ci parla di Antoine è un virtuoso, ricorda quel ragazzo, cliente da un po’ di giorni, per una prima frase pronunciata in italiano, ma con un chiaro accento francese: «“Che il Cielo ti benedica, amico mio…”, mi disse il primo giorno: perché tanto entusiasmo? Lo avevo trattato con rispetto: questi ragazzi non chiedono altro, vengono da zone di guerra, Paesi dove sono in corso guerre civili e la vita è sempre più legata al grilletto di una pistola o di un fucile».

Lo aspettiamo il giorno seguente, puntuale, arriva Francois, magro, capelli ricci, non lunghi, un’acconciatura più o meno “rasta” se ci abbiamo azzeccato. «Vediamoci più tardi, ora sto lavorando, amico…». Parla bene, bella la sua cadenza francese in un italiano più che approssimativo, quando risponde alla domanda sulla possibilità di conoscere la sua storia e raccontarla ai nostri amici.

Foto Pot Europa

Foto Pot Europa

CAFFE’ AI “COLLEGHI”

Eccolo intorno all’ora di pranzo. Sceglie dei tramezzini, li porta ai colleghi, torna e sceglie anche il suo, accompagna il panino con una spremuta d’arancio. Da più di un anno in Italia, sui trent’anni, sfodera un sorriso accattivante. Fuggito da un Paese, la Costa d’Avorio, nel quale, restando lì fra militari, miliziani e bande armate, corri sempre il rischio di prenderle di santa ragione. E sempre senza un vero motivo. Sei sfuggito a un gruppo di malintenzionati, pochi minuti ti ritrovi accerchiato da altri.

E quando non hai scampo, ecco una gragnuola di calci e pugni, mentre un pugno di complici dell’aguzzino tengono le armi spianate sulla tua faccia. «E’ una storia che si ripete in molti Paesi africani – dice Francois – hai, netta, la sensazione che, come ti muovi, le buschi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, dove sono stato prigioniero per più di qualche mese».

«Ho perso mio padre, morto in un conflitto, in piena guerra civile – riprende – a casa ho lasciato la mamma e due sorelle; per compiere il viaggio per arrivare in Italia, ci ho messo sei, forse sette mesi, ho perso il conto: una parte di quel periodo l’ho trascorsa in Libia, un tugurio, più che una prigione».

«Quei mesi li ricordo bene, purtroppo, durante la prigionia mi svegliavano, a qualsiasi ora: calci, pugni, mi colpivano anche con il calcio di una pistola o di un fucile, ovunque capitasse: sul volto, alle spalle, sulle gambe, nelle parti più delicate. «E mentre te le suonavano, ti ricordavano che la tua vita gli apparteneva e l’unica cosa che poteva liberarti era il riscatto che avrebbero dovuto pagare i miei familiari, che in realtà non avevo: già mamma e le mie due sorelle avevano i loro problemi, figurarsi mandarmi soldi perché i miei carcerieri mi restituissero la mia libertà…».

Foto IlGiornaledelCibo

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«L’ITALIA PER ME…»

Cosa rappresenta l’Italia per Francois. «Qui mi sento un uomo libero, protetto, per questo dico che la libertà è il bene più prezioso che un uomo può avere in dono dalla vita: amo il mare, il sole, l’aria fresca, passeggiare, sognare interminabili nuotate».

Il ragazzo ivoriano si fa coraggio. «Vedi, queste sono cicatrici, provocate con lame di coltelli o da sigarette spente per divertimento: a me dicevano di non fiatare, mentre mi torturavano, altrimenti mi avrebbero ammazzato, perché non sapevano che farsene di uno che piangeva, perché piangere non è da uomini: da non crederci, ecco perché una volta arrivato in Italia, ho cominciato a piangere di gioia per smettere solo il giorno dopo».

Per i carcerieri di Francois, la vita ha un prezzo. «Mille dinari libici, duecento euro per intenderci: tanto valeva la mia vita in quelle settimane, perché per loro io ero già un peso: pane e acqua avevano un costo, mi ripetevano».

Come se la cavò, Francois. «Visto che non potevo farmi mandare soldi da casa, mi affidarono a un signore che aveva bisogno di manodopera nel suo giardino, in casa: l’uomo aveva rispetto, non urlava, non mi picchiava, al contrario di quei carnefici che, come fossi una bestia, mi accompagnavano sul posto di lavoro e la sera venivano a prendermi: mesi così, poi finalmente a qualcuno venne in mente che potevo andare via. Mi rifilarono quattro calci, uno dietro l’altro, li prendevo e piange, ma di gioia: ero un uomo libero e scappavo, scappavo, scappavo…».

Pastori abruzzesi e lupi convivenza sostenibile

Terra delle Gravine, percorsi a impatto zero sulla natura

 Riportare equilibrio fra uomo, fauna e flora. Massima tutela anche per gli allevatori. Cambio di mentalità sulla biodiversità. In quattro aziende affidamento gratuito di cuccioli. Questa pratica ha abbassato le predazioni del 100%. Gli interventi di Fabrizio Quarto, sindaco di Massafra, e Lorenzo Gaudiano, biologo

Mettere al sicuro il bestiame dagli assalti di lupi nella Terra delle Gravine. Il progetto, sicuramente virtuoso, è frutto della collaborazione tra le Istituzioni locali e l’Università di Bari con l’obiettivo di porre fine contro lupi e allevatori, e soprattutto dimostrare che una convivenza sostenibile è davvero possibile.

«Sono stati inseriti cani pastori abruzzesi all’interno delle aziende colpite – dice Fabrizio Quarto, sindaco di Massafra – fin dall’inizio abbiamo sostenuto la bontà di un progetto che ha visto le Istituzioni al fianco dei produttori e dell’Università: oggi, finalmente, possiamo manifestare gli esiti positivi di uno studio che da un lato garantisce la tutela degli animali e dall’altro quella degli allevatori».

Massafra è il comune capofila del progetto che indica lo stato di avanzamento di un importante progetto che sta mettendo fine a un problema antico che sino ad oggi aveva visto l’uomo contro i lupi.

«Abbiamo trovato – spiega Quarto – percorsi a impatto zero sulla natura, e dunque ecosostenibili, per riportare un equilibrio doveroso tra noi e la fauna e la flora che ci circondano; questo progetto segna un cambio di mentalità sulla tutela della biodiversità».

foto TarantoBuonaSera

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DALLA PARTE DEI LUPI

Perseguitato dal Medioevo e a rischio estinzione dai primi Anni Settanta, di recente si è registrata una inversione di tendenza con la riconquista da parte dei lupi dei propri spazi. Il lupo, negli anni, ha fatto i conti con pregiudizi e paure, tanto che solo tardivamente si è capito quanto sia importante la sua tutela.

Nel territorio delle Gravine dell’arco ionico tarantino conoscono perfettamente il problema. Qui da sei anni è in corso un’azione di ricerca e di studio sui lupi, con lo scopo di salvaguardare una figura fondamentale nell’ecosistema e che determina un equilibrio a cascata sulle altre componenti faunistiche del territorio.

«Abbiamo riscontrato almeno tre nuclei riproduttivi nel parco Terra delle Gravine – spiega Lorenzo Gaudiano, biologo conservazionista – due dei quali sono stanziati nelle parti occidentale e orientale, mentre il terzo, di più recente caratterizzazione, è situato ai confini settentrionali».

È proprio l’estrema adattabilità e capacità di sfruttare le più disparate risorse nutritive di alcuni gruppi che porta i lupi a spingersi nelle vicinanze delle aziende agricole e di allevamento presenti nell’area, causando non pochi grattacapi per gli allevatori. Negli “interventi per la tutela e valorizzazione della biodiversità terrestre e marina”, contenuti nel POR Puglia 2014-2020, i comuni di Massafra, Crispiano e Statte, coadiuvati dall’Oasi WWF Monte Sant’Elia, hanno inserito anche un aiuto da offrire agli allevatori del posto per difendere il bestiame dagli attacchi del lupo.

Foto LaTerradiPuglia

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E DEGLI ALLEVATORI

«Sono tantissime le aziende che insistono sul territorio – prosegue Gaudiano – alcune con radici antiche e che vantano razze di elevato valore conservazionistico come il cavallo murgese, la vacca podolica: non certo un’economia di sussistenza; le predazioni dei lupi qualche anno fa si erano fatte frequenti, tanto da essere seguite da stampa, radio e tv: durante i primi tavoli con le associazioni di categoria c’era molta conflittualità, poi tutti hanno convenuto che fare rete è fondamentale».

La soluzione al fenomeno è arrivata dalla fauna stessa. In quattro aziende è stato portato a termine l’affidamento gratuito, da parte delle istituzioni locali, di mute di pastori abruzzesi, nati e cresciuti a stretto contatto con gli animali da allevamento, tanto da sentirli come parte del proprio nucleo familiare, il che ha permesso loro di difenderli attivamente. In altre realtà questa pratica ha abbassato le predazioni del 100% e anche nella Terra delle Gravine il trend è stato identico.

«Attraverso il nostro lavoro in circa trenta aziende del territorio – le parole di Gaudiano – siamo riusciti a far abituare l’uomo alla presenza del lupo pur difendendo i propri capi di bestiame dai suoi attacchi. La nostra campagna di sensibilizzazione ha dato i suoi frutti: i cani inseriti a loro volta si sono riprodotti, così da affidare i cuccioli ad altre aziende, con un’ottima trasmissione di know-how e buone pratiche».

Politica locale, associazioni, agricoltori e allevatori tutti dalla stessa parte per risolvere insieme due problemi nel modo più naturale possibile.

È possibile una convivenza sostenibile tra uomo e lupo. Il lupo più è ramingo e più si avvicina alle greggi lasciate allo stato brado o semibrado, ma l’intervento dei cani potrebbe convincerlo a stanziarsi nelle zone ricche di naturalità e in cui la catena alimentare verrebbe rispettata senza danni per agricoltori e allevatori.

Nozze, come in una fiaba

A Monopoli si sposa Luigi Ammaturo, giovane petroliere

Puglia attrattore sempre più “fatale”. Tre giorni di festeggiamenti. Molti i noti presenti al momento del “sì”. Ospite le cantante Elodie. La sorella dello sposo quattro anni fa nella basilica di San Francesco di Paola in piazza Plebiscito, con Andrea Bocelli ad intonare l’Ave Maria, con ricevimento nella Reggia di Caserta

Non c’è che dire, la Puglia è l’attrattore numero uno, per bellezza, ideale per starsene rilassati in una delle località suggestive con vista mare, verde o collina. Dove caschi caschi, in Puglia caschi bene. Non parliamo delle location che possono ospitare feste “senza fine”, dai compleanni a sposalizi sontuosi. Perfino da nababbi, considerando che gli sceicchi hanno spesso impegnato la Puglia per le loro feste, è il caso di dire, dalle Mille e una notte.

Dunque, ultima coppia di sposi che è venuta a convolare “a giuste nozze” nella nostra regione, a Monopoli per essere precisi, quella formata l petroliere Luigi Ammaturo e Laura La Marca.

Una cattedrale, già bella di suo, ha ospitato sposi e amici per il fatidico “sì”, pronunciato appena sabato pomeriggio. Lui, figlio d’arte, papà petroliere napoletano, è noto anche per i suoi contatti con numerosi personaggi del mondo dello spettacolo. La Basilica di Monopoli è stata arricchita da un trionfo di rose bianche e ortensie che decoravano già la scalinata esterna per poi proseguire all’interno della chiesa.

Foto Repubblica

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QUANTI VIP!

Tra gli invitati non sono mancati volti noti del mondo dello spettacolo, a cominciare da Elodie. La cantante, come testimoniano si è esibita sulle note di alcuni suoi celebri brani incantando i presenti. Oltre a lei, presenti anche numerosi personaggi del mondo dello sport e dello spettacolo. Fra questi, Luca Toni, ex calciatore e campione del mondo nel 2002 con la Nazionale del 2006. Ad accompagnarlo, sua moglie, la modella Marta Cecchetto. Diversi volti noti del programma “Uomini e Donne” di Maria De Filippi, come l’ex corteggiatrice Giulia Latini.

I due sposi hanno voluto fare le cose in grande, tanto da festeggiare l’evento per tre giorni di seguito. La sera prima del matrimonio, pare abbiano organizzato una cena elegante a Masseria Torre Maizza. Questo per una ristretta cerchia di amici. Banchetto nuziale, invece, al Castello di Pettolecchia, vicino Fasano. Giorno dopo appuntamento con gli ospiti a Borgo Egnazia, altra location di lusso. Inutile aggiungere che gli ospiti, professionisti dei social, hanno postato su Instagram diverse “storie”. Solo grazie a quanto postato dagli invitati è stato possibile ricostruire la sontuosa “tre giorni”. Una celebrazione tra fiori in abbondanza, candele e giochi di luce, così come mostrato sui social anche da Virginia Stablum e Giulia Latini, ex corteggiatrici di “Uomini e Donne”. Tavola apparecchiata con grande attenzione ai dettagli ed estrema ricchezza. E per omaggiare gli sposi, anche la cantante Elodie, che ha cantato alcuni suoi successi affascinando una straordinaria platea di ospiti.

Foto Weddings.it

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DA ELODIE A BOCELLI

La famiglia Ammaturo, raccontano le cronache, non è nuova all’organizzazione di matrimoni così sfarzosi. Quattro anni fa si è sposata Angela, sorella di Luigi. Per lei, però, cerimonia a Napoli, nella basilica di San Francesco di Paola in piazza Plebiscito. Ad intonare l’Ave Maria per gli sposi in quell’occasione, una vera e propria star: Andrea Bocelli, con ricevimento svoltosi nella Reggia di Caserta.

Luigi Ammaturo, napoletano d’origine, si diceva, ha seguito le orme del padre, anche lui petroliere, membro della società Ludoil. Luigi si è fatto conoscere dal pubblico per alcune sue relazioni. Prima di compiere il grande passo con Laura La Marca, era stato fidanzato con Giulia Salemi (attualmente compagna di Pierpaolo Pretelli). All’epoca, cioè due anni fa, la “gieffina” aveva appena concluso la sua relazione con il tarantino Francesco Monte.

«Chiamatemi “direttrice”, please»

Beatrice Venezi, la scalata alla direzione di un’orchestra

Non è semplice, per una donna, avere ragione di un ambiente spesso sessista. «Chi ha ambizioni in questa passione ed è una donna, deve dimostrare sempre qualcosa in più rispetto all’uomo. Un giorno un pèrimo violino mi ha mancato di rispetto, l’ho messo a posto, i colleghi orchestrali sono venuti a porgermi le scuse a causa della leggerezza con la quale mi si era rivolto»

Dicono che il fascino aiuti, così come la bella presenza. Qualità che semplificherebbero l’ascesa in qualsiasi lavoro dove c’è da rappresentare se stessi, mostrarsi in pubblico, anche per le sole pubbliche relazioni. C’è stato, forse, esiste tutt’ora l’idea di un tempo, dove l’altezza era “mezza bellezza”, oppure l’aspetto gradevole semplificava eventuali rapporti di lavoro.

Come in tutte le cose, però, esiste anche una, due, tre, controindicazioni così da fare della bellezza un bagaglio ingombrante. In un bell’articolo-intervista di Edoardo Semmola, apparso in questi giorni sul Corriere fiorentino, leggiamo per esempio di come una direttrice d’orchestra, brava e di bella presenza, abbia dovuto fare ricorso a tutto il suo carattere per mettere in chiaro certe attenzioni che un musicista, più spigliato di altri, le aveva dedicato.

Foto Corriere.it

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Beatrice Venezi, a 25 anni era la più giovane direttrice d’orchestra d’Italia (“direttrice”, secondo la collega Gianna Fratta che tiene in particolar modo al sostantivo “direttore” declinato al femminile). «In un attimo diventi celebre – spiega a Semmola – specie se vai al Festival di Sanremo: visibilità ma anche tantissime critiche quando venne fuori la voce che volevo farmi chiamare “direttore” e non “direttrice”, oltre alle osservazioni sessiste. Per non parlare della decisione di partecipare a un programma “pop”: non ti perdonano l’aver “contaminato” la purezza di una musica elevata rispetto alla cosiddetta “leggera”: insomma, si mette in moto la macchina della cattiveria e della malafede».

Differenza di genere. «Al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano non godevo delle stesse occasioni che, invece, offrivano ai colleghi maschi. Circolavano le solite battute sessiste del tipo “E’ una donna, cosa volete che faccia?”, oppure che non potessi indossare abiti femminili come se dovessi per forza somigliare a un uomo: forse gli insegnanti, non volendo, provano a creare piccole copie di se stessi. Del resto non esistevano ancora modelli femminili a cui in qualche modo ispirarsi».

Foto Informatore Coop

Foto Informatore Coop

Ha diretto all’estero, ma l’Italia è un passo indietro. «Qui, da noi, sembra si faccia cultura solo se si rimane seriosi, guai a ridere o divertirsi: all’estero, in Francia per esempio, dove ho diretto, non è così. Nonostante il mio percorso virtuoso, nell’ambiente accademico mi additano ancora come se fossi un “prodotto commerciale” di intrattenimento, come se fossi un bluff. Questo in Italia, all’estero è un’altra cosa».

Le prove, prima del debutto. «Con alcuni primi violini non ci si intende subito – ha spiegato Beatrice Venezi a Semmola del “Corriere Fiorentino” (sul sito la lunga, interessante intervista) – quelli che sognano di fare i direttori e non ci riescono: due anni fa un violinista di nome, di un’orchestra importante, si rivolse a me in modo paternalistico come a dire: “Non ti preoccupare, ci penso io, sono un uomo e sono più grande di te”. Avrei voluto reagire, ma un direttore non deve mai scendere allo stesso livello di un provocatore, anche perché l’autorità non si dimostra alzando la voce: il fatto che io abbia mantenuto la calma mentre lui cercava di provocarmi probabilmente lo ha fatto uscire dai gangheri: si è alzato e se n’è andato: ho continuato a lavorare con gli altri che sono venuti a scusarsi per lui».

Patrick, evita polemiche

Lo studente egiziano, tifoso del Bologna, si scaglia contro la Juventus

«Non hanno smesso di pagare», ha scritto alludendo alla squadra bianconera e Calciopoli. Nella sua posizione, da arrestato in Egitto e ancora in attesa di giudizio dal tribunale del Cairo, avremmo evitato di offendere una passione con frasi moralizzatrici. Come se la sofferenza autorizzasse a bacchettare chiunque su qualsiasi argomento. A partire dal calcio, che in un Paese come l’Italia va sempre maneggiato con cura

«Hai ragione. Se vieni incolpato di qualcosa, evidentemente è vero. Giusto o no, Zaki?»; «Chissà quanto sei costato alla Farnesina, serviranno più rate che per Locatelli»; «Beh, almeno hai fatto capire che sei un uomo qualunque. Uno che si aggrappa alle minchiate, altro che paladino…magari visto quello che hai passato un poco più di rispetto e di morale la dovresti avere»; «Se non era pe’ i soldi degli juventini stavi ancora al gabbio zio». Questi alcuni commenti dei tifosi bianconeri in risposta a un post sopra le righe pubblicato sulla sua pagina Facebook da Patrick Zaki, lo studente egiziano trasferitosi a Bologna, ma tratto in arresto nel suo Paese di origine mentre faceva visita ai suoi familiari.

Non sono mancati anche i commenti di tifosi juventini che hanno saputo dividere i due diversi mondi, sport e politica, criticando chi aveva attaccato il ricercatore tirando in ballo questioni ben più grandi. E anche coloro che hanno risposto polemicamente ma soltanto in ambito sportivo, come è giusto che sia.

Insomma, lo sport, dicono, unisca. Ma il calcio, che pure dovrebbe far parte della stessa cultura, quella sportiva, come abbiamo letto divide. E in modo violento, pure. Non conosce limiti, barriere. Certo, uno come Patrick Zaki, egiziano trasferitosi a Bologna, avrebbe potuto evitare in un momento delicato come il suo certi commenti. Non sono state offese pesanti le sue, ma provocazioni che personalmente gli avremmo caldamente sconsigliato. Ma, evidentemente, a lui queste cose divertono – come scrive su uno dei suoi social – e, allora, ecco una lunga serie di commenti, molti dei quali, sia chiaro, inaccettabili. Ma, ripetiamo, essendo diventato, suo malgrado, personaggio pubblico, noi caro Patrick avremmo sorvolato. Poi, padronissimo di scrivere, sempre nel perimetro della massima educazione, quello che gli pare, comprendendo che sui social accade di tutto, anche beccarsi commenti sopra le righe. Così, da intellettuale, deve comprendere che lo sfogatoio social può diventare una sorta di sassaiola.

Foto Repubblica

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PATRICK, CHI E’…

Ma chi è Patrick Zaki. Zaki è un attivista egiziano, trentuno anni, ha fatto parte dell’associazione per la difesa dei diritti umani, con sede al Cairo. Nell’autunno del 2019 stava frequentando un master universitario in studi di genere all’Università di Bologna.

Il 7 febbraio 2020, tornato in Egitto per fare visita ai parenti, dopo l’atterraggio all’aeroporto del Cairo è stato arrestato dagli agenti dei servizi segreti. Solo il 7 dicembre 2021, al termine della terza udienza, il tribunale ne ordina la scarcerazione, che potrà rimanere in libertà per la restante durata del processo. La scarcerazione è stata eseguita il successivo 8 dicembre.

Dopo un commento sulla gara di calcio tra Juventus e Bologna, si diceva, lo studente egiziano è stato sommerso da una pioggia di insulti. Non è finita, Patrick, proprio come un “ultrà”, è tornato a replicare: «Due cartellini rossi – ha scritto – stanno ancora pagando. Forza Bologna». «Ho deciso di commentare – ha spiegato – la partita tra Bologna e Juventus, dicendo qualcosa che credo sia molto normale tra i tifosi di calcio di tutto il mondo. Mi sono trovato di fronte a decine di insulti e aggressioni, fino all’odio. Non mi dispiace avere regolarmente discussioni accese con i tifosi di diverse squadre, amo il calcio e apprezzo questo tipo di divertimento. Tuttavia, quando ho scoperto che la gente sperava che io tornassi in prigione e fossi messo a tacere, mi ha davvero colpito come il discorso d’odio possa essere innescato così facilmente. Sinceramente non capisco come questa escalation sia stata così rapida e perché dopo due anni di silenzio, vengo attaccato dalle stesse persone che una volta mi sostenevano, solo perché ho detto la mia opinione sulla partita. Non volevo offendere nessuno con le mie parole e accetto il diritto di ogni persona di esprimere la propria opinione, spero solo che le persone mi lascino esercitare il mio diritto fondamentale di dire la mia opinione su una partita», ha aggiunto.

Foto Virgilio.it

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NO ALLE BACCHETTATE

Non difendiamo i tifosi della squadra bianconera, ma a qualcuno, forse, non sarà andata giù quella sorta di moralizzazione, tipica di chi è convinto che la verità sia solo da una parte. Ma sentiamo ancora Zaki. «In un mondo pieno di ogni sorta di censura da parte di vari attori – continua – io scommetto sempre sulla gente per proteggere i diritti di libertà di parola degli altri anche se non sono d’accordo. Se non posso dire la mia opinione sul calcio senza essere attaccato, non sono sicuro di come dovrei recuperare la mia voce in questioni più importanti. Eppure, amo tutti i tifosi di calcio e capisco che a volte il nostro amore per la nostra squadra ci rende un po’ sulla difensiva, ma io traccio la linea per attaccare la vita personale di qualcuno e augurare cose cattive su di loro. Alla fine, voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno sostenuto in qualsiasi momento e quelli che ancora mi sostengono, voi riaccendete la mia fede nell’umanità. Forza Bologna», la conclusione del post. Ecco perché gli consigliamo di impegnarsi su cose, come ritiene lo stesso studente egiziano, «molto più importanti che non su una gara di calcio». Quello di cui questo Paese non ha bisogno, sono i moralizzatori, i bacchettatori “a prescindere”. Non esiste cosa più bella della libertà, così anche il rispetto della passione altrui. Alla prossima, perché abbiamo la sensazione che la cosa non finisca qui.

«Artem, ma che fai?»

Quindici anni e il saluto nazista durante l’inno di Mameli

Russo, campione di kart, corre con licenza italiana, dal podio sfodera braccio teso e sorriso in un gesto eloquente. Il suo team lo licenzia in tronco: «Ci vergogniamo profondamente per il comportamento del nostro pilota: meditiamo il suo licenziamento»

Due volte la mano sul cuore, poi il braccio teso. E’ un inequivocabile riferimento al saluto nazista. A compierlo è un giovane pilota russo, Artem Severyukhin, kartista di quindici anni, al quale verrà anche da ridere mentre compie quel gesto fuori da ogni grazia, ma è un atteggiamento talmente spregevole da essere condannato senza “se” e senza “ma”.

La sceneggiata, il giovane Artem, la interpreta mentre viene intonato l’inno nazionale italiano. Il video della doppia, infelice performance – scrive Il Messaggero – diffuso da Nexta tv, emittente di opposizione bielorussa, che trasmette dalla Polonia, fa esplodere il caso mediatico. Difficile cercare di capire cosa sia passato per la testa del biondo kartista, che corre con licenza italiana (da qui l’esecuzione dell’inno di Mameli) per “Ward Racing”, un team svedese. Un gestaccio, non c’è altra parola, un saluto nazista mentre l’esercito di Putin continua a mietere vittime su vittime con lo scopo di «de-nazificare», così dicono, l’Ucraina.

Tutti questi elementi vengono manifestati a Portimao (Portogallo), dopo la gara di kart vinta da Severyukhin. Ma la storia non finisce lì. Anzi, è solo il primo passaggio di una bufera conduce dritto al licenziamento anche del team svedese che segue il giovanissimo pilota russo e dall’annuncio dell’Aci (Automobile club Italia) di provvedimenti, a cominciare dalla revoca della licenza di guida concessa nel nostro Paese.

Foto Urban Post

Foto Urban Post

QUINDICI ANNI, UNA FOLLIA

Il quindicenne pilota di kart paga salato quel braccio teso, che ha attirato l’attenzione della Federazione internazionale dell’automobile (che organizza, fra gli altri, il “Karting European Championship”), dell’ACI provocando grave imbarazzo in Svezia. L’ACI vede in quel gesto compiuto da Artem un comportamento deplorevole con un procedimento disciplinare d’urgenza che all’autore della guasconata potrebbe concludersi con il ritiro della licenza.La posizione del “Ward Racing”, il team svedese, è ancora più dura sui social: «Ci vergogniamo profondamente per il comportamento del nostro pilota, tanto da meditare in queste ore di porre termine al suo contratto per le gare, non ritenendo più possibile continuare a collaborare con lui».

Dura, pertanto, la condanna nei termini più netti possibili del gesto, che non rappresenta in alcun modo punti di vista e valori di “Ward Racing”, che ricorda al suo giovane pilota, ma anche agli strumenti di comunicazione che ospita tre famiglie ucraine. «Siamo orgogliosi del nostro Paese – riporta in un articolo Il Messaggero, che racconta l’intera vicenda – che ha preso la storica decisione di inviare armi all’Ucraina per combattere contro l’esercito russo».

Foto Corriere.it

Foto Corriere.it

COME IVAN KULIAK

Non è il primo grave atto consumato da un giovane russo diventato di colpo popolare grazie ad attività sportive. La posizione assunta dal biondo kartista ci riporta a quella del ginnasta russo Ivan Kuliak. Kuliak, come Severyukhin, rischia la squalifica di un anno dalle competizioni per aver indossato, durante la premiazione della gara di Coppa del mondo di ginnastica in Qatar di inizio marzo, la canottiera con al centro una “Z”, lo stesso simbolo che i militari russi hanno dipinto sui loro mezzi corazzati e da trasporto con i quali hanno invaso l’Ucraina. Non si può parlare di una leggerezza. Si tratta di atti sicuramenti studiati e sostenuti da ragionamenti, se poi queste provocazioni vengono manifestate davanti a milioni di persone. Gesti di grave follia, specie se a compierli sono dei ragazzi, che dovrebbero pensare ad altro, ad allenarsi per esempio; a socializzare con altri coetanei per alzare il livello intellettuale condannando qualsiasi regime totalitario e, soprattutto, invasioni ed eccidio di popolazioni civili indifese. Lo sport è un’altra cosa.

TEMPI DURI PER I DURI…

Costa caro lo schiaffo di Will Smith a Chris Rock in tv

La notte in cui gli veniva assegnato il primo Oscar come migliore attore, il “Man in black” ha rovinato la sua carrierona. Espulsione dall’Accademy e una produzione Netflix bloccata. Muccino, suo amico: «Una carriera cestinata in quindici secondi!». E l’attore: «Accetterò qualsiasi conseguenza, le mie sono state azioni scioccanti, dolorose e imperdonabili»

«Accetterò qualsiasi conseguenza, le mie sono state azioni scioccanti, dolorose e imperdonabili». E’ il cuore di un ragionamento affrontato da Will Smith più o meno a caldo, dopo quel gesto pesante quanto sconsiderato: un ceffone in diretta, davanti a centinaia di milioni di telespettatori, quando la sera stessa sta per essere certificata con la consegna del suo primo Oscar. Il conduttore, anche lui nero, Chris Rock, una raffica di battute, qualcuna evitabile, ne fa una di cattivo gusto proprio sulla moglie di Smith che ha una alopecia («…con quella pelata potrebbe interpretare il secondo capitolo di Soldato Jane»). Da qui la reazione sproporzionata dell’attore, seduto a pochi metri dal presentatore. Will Smith si alza, arriva a un passo da Chris Rock al quale rifila una forte sberla, di quelle con cui andare stesi per terra. Rock, impassibile, resta in piedi, incassa con un sorriso e una esclamazione («Wow!»), guarda il suo aggressore andare a sedersi e prosegue la serata. Non proprio come se nulla fosse accaduto. Da qui l’idea del provvedimento di espulsione per condotta violenta.

Insomma, tempi duri per un duro come Will Smith. E’ così che la star hollywoodiana di “Bad boys”, “Independence day”, “Men in Black”, “Alì” e tanto altro ancora, ora dopo ora sta perdendo fiducia e vicinanza dei colleghi. Non solo, ma anche credito e spazio nel mondo produttivo. Se l’Academy dovesse confermare la sospensione o l’espulsione di Smith dal “club” per lui sarà notte fonda. Potrebbe non avere nemmeno più proposte per uno spot pubblicitario.

Foto Ladonna.it

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PUNTUALE “IL FATTO”

In un ottimo articolo de Il Fatto Quotidiano, viene ripreso un passaggio di “Hollywood Reporter” (insieme con “Variety” il giornale cinematografico americano più importante). Potrebbe risultare un caso, scrive HR, ma a Smith è appena saltato un film (“Fast and loose”) un thriller nel quale Smith sarebbe dovuto essere l’interprete principale. La produzione Netflix pare fosse in fase avanzata, spiega HR, ma ad un certo punto all’agente dell’attore è stato comunicato che il progetto per ora è in stand-by. Coincidenza, ma sicuramente non un buon segno. “Fast and loose” era stato bloccato pochi giorni prima della Notte degli Oscar, ma forse dopo quanto accaduto, Netflix ha fermato la preproduzione di “Fast and loose”. Nonostante la statuetta appena vinta da Will Smith, avrebbe impreziosito e pubblicizzato in maniera esponenziale la serie tv. Ma negli Stati Uniti su certe cose sono intransigenti.

Uno dei personaggi di spicco del cinema, Silvio Muccino, che ha diretto Smith in due film, come riporta Il Fatto Quotidiano, è intervenuto con un lungo e affettuoso post, non privo di un’analisi e una riflessione. Come dovrebbe essere quando si è amici. Dunque, nessuna frase fatta, massima solidarietà o parola simili. Solo una riflessione, come si dice, ad alta voce.

Foto Corriere.it

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CARO AMICO TI SCRIVO…

«Ho scritto a Will – racconta il regista italiano – lo immagino devastato. E mi sembra ancora impossibile che tutto ciò sia successo veramente, a lui?! A Will?! Non c’è momento in cui non mi chieda come stia. Sotto la gogna del mondo intero. Una vita intera dedicata a diventare una stella del firmamento con rigore, studio, disciplina, serietà, professionalità. E quindici secondi per polverizzare tutto, perché questo è successo».

«Lui che ragiona sempre così attentamente su tutto – prosegue Muccino – non ha senso quello che gli è accaduto, però è accaduto, è irreversibile, incancellabile, e lui ne è l’unico responsabile. E io che a Will ho voluto e voglio bene davvero, non riesco a fare pace col fatto che si sia fatto saltare in aria così, senza motivo, con l’Oscar che sapeva, era nell’aria, lo aspettava a distanza di minuti». Non ci sono scuse che tengano. Si fosse violentemente sentito offeso dalla battuta di Will Rock, avrebbe potuto dare mandato ai suoi legali, trascinare il comico in Tribunale. Ma la violenza fisica, quella proprio no. Ci spiace Will, quella sberla così forte e assordante è come se te la fossi data da solo cento volte. Fa male a noi, che ti adoriamo come attore, figurarsi a te, in questo momento.

Ciak, dirige Riondino

Set e casting a Taranto, da lunedì 4 a venerdì 8 aprile

Debutto dell’attore tarantino dietro una macchina da presa. Confermato l’amore e l’impegno per la sua città. Produzione alla ricerca di attori e attrici (non minorenni) disponibili per piccoli ruoli e figurazioni speciali, originari di Taranto e provincia

Foto Avvenire

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Michele Riondino e Taranto, un amore infinito. Come il suo impegno per la sua città, nel manifestare contro l’inquinamento da acciaio e costruire su solide basi un Primo Maggio, per dirla tout-court, politicamente scorretto. Contro quello televisivamente superato e in doppiopetto realizzato dalla Rai e durante il quale non sempre è possibile parlare di problemi ambientali per non recare disturbo al manovratore.

Detto questo, veniamo alla notizia. Michele Riondino debutta da regista e sceglie come location la sua città, ma anche di fare un certo numero di selezioni per allestire un cast per il suo esordio da cineasta. Non solo parole, ma fatti. Riondino, nonostante qualcuno gli avesse consigliato di trattare l’acciaio del quale vive la sua città con la massima cura, è andato avanti per la sua strada. Talmente bravo come attore, da infischiarsene anche se a qualcuno fosse venuto in mente di mettere qualche sasso sulla sua strada per farlo inciampare. Invece, carriera comunque folgorante, conferma in serie televisive di successo e avanti così, come il suo Primo Maggio tarantino.

Foto Repubblica

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DEBUTTO TARANTINO

Ma occupiamoci, ora, dell’ultimo step che riguarda la sua carriera: quello in veste di regista. Michele Riondino dirigerà a Taranto il suo primo film. Prodotto da Palomar SpA con Bravos Srl. Inizio riprese previsto per metà maggio. In questi giorni l’annunciato casting, la selezione cioè di attori e aspiranti attori per interpretare un ruolo nell’esordio registico del nostro concittadino. La produzione è alla ricerca di attori e attrici (non minorenni) disponibili per piccoli ruoli e figurazioni speciali, originari di Taranto e provincia, ma anche di Brindisi e provincia, della Valle d’Itria e Bassa Lucania. Non solo per tratti somatici, ma anche per tono, passionalità e accento meridionali.

Vista l’epoca di ambientazione del film, spiega la produzione che ha lanciato il casting, è importante che i candidati non abbiano tatuaggi in vista, piercing, tagli e colori dei capelli troppo moderni. Per partecipare occorre inviare dati anagrafici, contatto telefonico, foto (primo piano, mezzo busto e figura intera) e/o un breve video di presentazione agli indirizzi info@afo6.it e castingtaranto22@gmail.com

Verranno prese in considerazione, puntualizza la produzione, solo candidature in linea con le richieste. Per intendersi, non saranno accettate segnalazioni di candidati che abbiano altre caratteristiche. Non potranno, inoltre, partecipare al casting i residenti in altre province e/o regioni. E’ prevista una retribuzione per i selezionati durante la fase di riprese del progetto. I primi incontri si terranno a Taranto nella settimana che va da lunedì 4 a venerdì 8 aprile.

Altra morte sul lavoro

Incidente al Porto mercantile di Taranto

A rimetterci la vita, nella mattinata di martedì, Massimo De Vita. Stava svolgendo attività di movimentazione quando è stato travolto durante le operazioni di carico-scarico di pale eoliche. Documento dei sindacati che annunciano uno sciopero nella mattinata di mercoledì. L’intervento dell’arcivescovo Filippo Santoro, la puntualizzazione di Acciaierie d’Italia

A distanza di poco meno di un anno è il secondo lavoratore che nel porto di Taranto perde la vita durante le operazioni di carico-scarico di pale eoliche. A perdere la vita nella mattinata di martedì 22 marzo è stato Massimo De Vita, quarantacinque anni, tarantino. Strappato all’affetto dei suoi cari, stando alle prime informazioni, l’operaio specializzato era intento a svolgere operazioni di movimentazione. L’uomo, che non ha avuto il tempo di realizzare come evitare quanto gli stava accadendo in quegli istanti fatali, è stato schiacciato e ucciso da un grosso telaio in ferro ribaltatosi durante le operazioni di movimentazione a terra di un carico di pale eoliche danneggiate sbarcato poco prima da una nave. Per il lavoratore, purtroppo, non c’è stato scampo.

Secondo quanto trapelato da fonti bene informate, le pale eoliche erano state sistemate in una zona provvisoria, a terra, nella quale si sarebbe svolto il posizionamento dei telai in ferro. Per motivi in via di accertamento, uno di questi telai si è ribaltato travolgendo lo sfortunato operaio. Massimo De Vita è uno degli operai presi in carico dall’Agenzia per il lavoro portuale dopo la messa in liquidazione della Taranto Terminal Container. De Vita era stato assegnato alla Compagnia portuale per svolgere lavori di movimentazione con la qualifica di operaio specializzato seguiti da una ditta d’appalto.

Foto Avvenire

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ACCIAIERIE NON C’ENTRA

Con riferimento alla morte di De Vita, Acciaierie d’Italia in una nota precisa di non avere alcun coinvolgimento nelle operazioni che hanno condotto all’incidente, né direttamente né tramite attività svolte da appaltatori per conto di Acciaierie d’Italia. L’azienda ha comunicato, inoltre, di non avere in gestione lo sporgente numero 4-Lato Ponente del porto di Taranto, la zona in cui ha perso la vita l’operaio quarantenne.

L’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, non appena informato sull’accaduto ha così commentato la notizia: «Apprendo con sgomento dell’incidente mortale avvenuto al Quarto sporgente del porto, la mia paterna vicinanza alla famiglia del giovane operaio Massimo De Vita; questa terra continua ad immolare lavoratori, vite umane sacrificate al profitto lì dove il lavoro dovrebbe essere occasione della promozione della dignità umana e di emancipazione sociale; mi unisco all’appello accorato già lanciato da Papa Francesco: basta morti sul lavoro. È importante dare dignità all’uomo che lavora ma anche dare dignità al lavoro dell’uomo, perché l’uomo è signore e non schiavo del lavoro».

Nella stessa mattinata, stavolta al secondo sporgente, durante le operazioni di scarico nel porto di Taranto, gestito da Acciaierie d’Italia, si è verificato un altro incidente, per fortuna senza vittime. Lo ha comunicato la stessa Acciaierie d’Italia, precisando che non si segnalano danni alle persone operanti nell’area.

Foto Repubblica

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PROCLAMATO SCIOPERO NAZIONALE

Intanto, Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno indetto per mercoledì 23 marzo, lo sciopero nazionale di un’ora ad ogni fine turno o prestazione di lavoro di tutti i lavoratori dei porti ed il suono delle sirene, alle ore 12. Questa manifestazione, si legge in un comunicato sindacale congiunto, si terrà in segno di lutto a seguito dell’incidente sul lavoro costato la vita a un operaio, Massimo De Vita, schiacciato da un grosso telaio in ferro durante lavori di movimentazione di pale eoliche al porto di Taranto.

Filt Cgil, la Fit Cisl e Uiltrasporti che si stringono al dolore dei familiari di Massimo De Vita, ricordano che circa un anno fa, il 29 aprile, Natalino Albano perse la vita nel tentativo di sfuggire ad una pala eolica che precipitò dopo essersi sganciata dall’imbracatura della gru che la stava sollevando. L’incidente di martedì mattina riaccende tristemente i riflettori sugli elevati rischi del lavoro portuale. Secondo le tre organizzazioni sindacali, occorre rimettere al centro la parola sicurezza nell’agenda delle istituzioni ministeriali e del Governo, a partire dalla emanazione dei necessari provvedimenti di aggiornamento del decreto legislativo 272/99, ripetutamente sollecitati.