Lamine, ivoriano, sogna di fare il meccanico. Picchiato per soldi, in cerca dei suoi diritti. Fa il muratore, spiega buiacca, fuga e la felicità.
Pacche sulle spalle, sorrisi e lunghi abbracci. Per fare una breve chiacchierata il protagonista della nostra storia, viene apposta al Centro di accoglienza straordinaria di Costruiamo insieme, in via Cavallotti a Taranto. E qui che incontra un po di amici, una decina forse. «Riabbracciare i mei connazionali», dice Lamine, diciannove anni a gennaio prossimo, ivoriano, «è come una festa!».Ha un sorriso e una parola per tutti, il giovanotto appena tornato da lavoro, con zainetto e sulla testa un cappellino rosso. Gli stessi colori della Ferrari, lauto di Formula uno che sfreccia sui circuiti di tutto il mondo. Fare il meccanico è il chiodo fisso di Lamine, ma non per il Cavallino di Maranello, quellobiettivo lo considera fuori dalla sua portata. Vola basso. «Mi accontenterei di riparare camion; ho da sempre in mente i motori, anche quando ero in Costa dAvorio: studiavo, tanto, volevo imparare la meccanica, essere come il medico per il paziente
». Si aiuta a gesti, come se aprisse il cofano di unauto. «Visitare un veicolo, vedere cosa non va e poi rimetterlo in cammino, sulla strada
».
Costa dAvorio, Lamine perde il sorriso. «Penso con affetto alla mia terra, mia sorella, più piccola di me; mio fratello, appena più grande di me: sarebbe bello un giorno riabbracciarli, ora però devo pensare al mio futuro; incerto per gli italiani, figurarsi per chi, come me, qui è appena arrivato».
Faccio il muratore, ma la meccanica
Cosa fa da qualche mese, Lamine. «Muratore, ma sto imparando: ha presente la buiacca, la fuga?». Indica i mattoni della stanza in cui stiamo chiacchierando. In particolare le righe. Spiega con scrupolo la tecnica. «Voglio imparare, tutto e in fretta, non so pensare a starmene senza fare niente, voglio guadagnare quel poco da mettere insieme e pensare di fare il meccanico, un giorno ». E se non facesse il meccanico, nessun dramma. «Anche il muratore va bene, ho colleghi splendidi, quattro in tutto, grande affiatamento: il sogno che inseguo è il lavoro, meccanico o muratore va bene comunque».
Insistiamo sulla Costa dAvorio. «Avevo perso papà e mamma, uno dopo laltro a causa di malattie per curare le quali occorrevano tanti soldi: senza quelli, i soldi, dalle mie parti non fai molta strada, non sopravvivi; guadagnare non è unossessione, ma per noi come dite voi è unassicurazione sulla vita: i soldi sono medicine, cure, cose con cui combattere anche una sciocca malattia che, non curata, diventa il peggiore dei castighi ».
Dura la vita senza genitori. «Fino a quando è stato possibile sono rimasto con mia zia, sorella di mia madre; non era, però, la stessa cosa; discutevamo spesso, anche su argomenti banali che, dun tratto, diventavano montagne da scalare». Per quanto ne sapeva, la libertà era comunque in unaltra parte del mondo. «Per me il mondo è Taranto, davvero, è qui che sono arrivato direttamente con una imbarcazione: non conosco il resto dellItalia, qui resterei a vita ». Come meccanico. «Magari!», sorride Lamine. «Ma la vita non è necessariamente realizzare un sogno», insiste, «fare la cosa che più ti piace fare e guadagnare: la vita significa essere libero, sapere che non cè solo gente che ti odia e ti picchia con i motivi più assurdi, come è capitato a me».

Nove mesi di sofferenza, poi finalmente Taranto
Una viaggio lungo nove mesi. «Non finiva mai, passavo da unauto a un bus: non appena avevo un po di soldi guadagnati in Algeria con il lavoro di muratore, mi compravo un pezzo di strada, un biglietto per viaggiare: pensavo alla mia libertà come a un diritto, una protezione internazionale».
Nove mesi di viaggio, il lavoro in Algeria, le botte in Libia. «Non distingui i buoni dai cattivi racconta quelli con la divisa qualche volta sono come quelli senza: fanno valere la loro autorità e, in nome di una giustizia che evidentemente non conoscono, ti trattano come carne da macello: quasi un mese da recluso in Libia». Tira un palmo indietro la sedia sulla quale è seduto, indica le ginocchia, i fianchi, poi i gomiti. «Mi hanno picchiato qua, qua e qua Non finivano mai, in quei momenti rivolgi lo sguardo al Cielo nella speranza che le tue preghiere vengano ascoltate da qualcuno e che quella tortura finisca ».
Lo scopo sempre lo stesso. «Il denaro conferma Lamine quello che avrei guadagnato con il sudore della fronte per mesi loro volevano intascarlo in un istante: quel che è peggio, è che io quei soldi non ce li avevo davvero!».
Alla fine limbarcazione, il viaggio per lItalia. «Taranto non sapevo nemmeno dove fosse prima che ci arrivassi, ma oggi la considero la mia terra, la mia casa». Nessuna paura in mare. «Cosa poteva capitarmi di peggio? Ero stato prigioniero, picchiato, privato delle cose più semplici: parlare, domandare educatamente, tenere la testa alta, guardare il cielo questa è la mia libertà: poco importa che un giorno faccia il muratore o il meccanico!».

Lorologio al polso indica le 10.10. Pomeriggio, sul Lungomare, due passi dal Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti, seduti davanti a un cappuccino. Antoine, ventuno anni, parla francese (un operatore fa da interprete). Arriva dalla Guinea dopo un viaggio di due anni. A casa ha lasciato mamma, due fratelli e una sorella. Il papà, dice serio, «è stato vittima di un sortilegio».
e gesti la nostra perplessità. «Credetemi, qualche anno fa ero un metro e settanta!». Avanziamo una ipotesi, lultima volta laltezza lavrà misurata minimo dieci anni fa. In piedi, infatti, supera il metro e ottanta, il ragazzo guineano può ambire a un provino con la sua Juventus. «Dybala, un giocatore mostruoso!». Non ha fretta, il pallone di cuoio che nel suo Paese prendeva a calci anche a piedi nudi, può attendere. «Prima lo studio, senza quello mi hanno insegnato non vai da nessuna parte e io sogno di muovermi, avere un futuro migliore; possibilmente una vita non violenta, a questa dalle mie parti ti abitui da bambino».
«Che Dio ti benedica, fratello!». Ci vuole poco per guadagnarsi una sincera stretta di mano di Michael, nigeriano, ventinove anni. Da cinque mesi in Italia, parla inglese, ma già comprende qualcosa di italiano. Anche lui è fuggito da un Paese, la Nigeria, nel quale, comunque vada, fra militari, miliziani e bande armate, corri sempre il rischio di prenderle. Di brutto e senza una apparente giustificazione. Sfuggi alle intenzioni degli uni e ti ritrovi accerchiato da quelle degli altri. E quando non hai scampo, ti raggomitoli e invochi pietà, sperando che ti sentano. Calci e pugni, mentre gli altri aggressori tengono le armi puntate contro. E se non bastasse, anche colpi con il calcio di una pistola, di un fucile per provocarti ferite. Una mattanza. «Purtroppo non è diverso in altri Paesi africani spiega davanti a un normale caffè, a dispetto di quanti dicono che la nostra tazzina sia forte per i loro gusti spesso hai la sensazione che, come ti muovi, le buschi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, tre mesi prigioniero».
Ma ecco la violenza. Si stacca dallo schermo, l’immaginario diventa cruda realtà. Banditi con il volto coperto, fanno irruzione in casa. Armi in pugno. «Accade quasi tutti i giorni – prova a ricostruire un dramma consumato in pochi istanti – non riusciamo a mettere da parte la paga settimanale, che puntuale arriva gente senza scrupoli, volto coperto, a rovesciarci le tasche e prenderci quelle poche risorse economiche: non opponiamo resistenza, a che vale, meglio starcene buoni; ci chiedono i nostri magri guadagni, gli spieghiamo che abbiamo subito una rapina qualche giorno prima».
Il viaggio di Ouattara verso la libertà. «Parto da casa con pochi spiccioli – ricorda – arrivato in Mali, i soldi finiscono; il viaggio prosegue con un signore: “Mi pagherai con il lavoro, sai fare il muratore?”, la fame mi ha spinto a imparare in fretta; una settimana di lavoro, poi resto con il mio benefattore per mettere insieme altri soldi: trovo casa, divido l’affitto con altri ragazzi in cerca della stessa libertà, subisco di media una rapina a settimana; ogni volta mi tocca ricominciare, tanto che per rastrellare i soldi necessari per il viaggio ci ho messo tredici mesi; alla fine, però, arrivo in Italia: voglio imparare la vostra lingua, sto facendo esperienza; il dialetto tarantino ha qualcosa in comune con il francese, spero di compiere passi importanti per poi partire e raggiungere i miei amici».
Dieci mesi. Tanto è durato il viaggio di Cristian, nigeriano, ventitré anni. Il tempo, tanto, per mettere insieme i soldi necessari per il viaggio. Non senza qualche brusco e doloroso imprevisto. «Sono partito dal mio paese – racconta, assistito da un interprete del “CAS Cavallotti” di Taranto – non è stato semplice affrontare il lungo viaggio per l’Italia: il mio obiettivo era raggiungere l’Europa, fuggire dalla miseria e dalle restrizioni del governo; alla fine ce l’ho fatta».
In Italia da solo, con amici o familiari, Cristian spiega. Senza tanti giri di parole. «Solo – riprende – completamente solo, con tutti quei momenti di debolezza e nostalgia che ti assalgono quando non hai accanto qualcuno che condivida la tua stessa sofferenza: pensavo agli amici, anni spensierati, lunghe passeggiate, a quando scherzavamo sulle cose più insignificanti».