«Guardare il cielo, la mia libertà!»

Lamine, ivoriano, sogna di fare il meccanico. Picchiato per soldi, in cerca dei suoi diritti. Fa il muratore, spiega “buiacca”, “fuga” e la felicità.

WhatsApp Image 2017-11-02 at 17.50.15Pacche sulle spalle, sorrisi e lunghi abbracci. Per fare una breve chiacchierata il protagonista della nostra storia, viene apposta al Centro di accoglienza straordinaria di “Costruiamo insieme”, in via Cavallotti a Taranto. E’ qui che incontra un po’ di amici, una decina forse. «Riabbracciare i mei connazionali», dice Lamine, diciannove anni a gennaio prossimo, ivoriano, «è come una festa!».Ha un sorriso e una parola per tutti, il giovanotto appena tornato da lavoro, con zainetto e sulla testa un cappellino rosso. Gli stessi colori della “Ferrari”, l’auto di Formula uno che sfreccia sui circuiti di tutto il mondo. Fare il meccanico è il chiodo fisso di Lamine, ma non per il Cavallino di Maranello, quell’obiettivo lo considera fuori dalla sua portata. Vola basso. «Mi accontenterei di riparare camion; ho da sempre in mente i motori, anche quando ero in Costa d’Avorio: studiavo, tanto, volevo imparare la meccanica, essere come il medico per il paziente…». Si aiuta a gesti, come se aprisse il cofano di un’auto. «Visitare un veicolo, vedere cosa non va e poi rimetterlo in cammino, sulla strada…».

Costa d’Avorio, Lamine perde il sorriso. «Penso con affetto alla mia terra, mia sorella, più piccola di me; mio fratello, appena più grande di me: sarebbe bello un giorno riabbracciarli, ora però devo pensare al mio futuro; incerto per gli italiani, figurarsi per chi, come me, qui è appena arrivato».

Faccio il muratore, ma la meccanica…

Cosa fa da qualche mese, Lamine. «Muratore, ma sto imparando: ha presente la “buiacca”, la “fuga”?». Indica i mattoni della stanza in cui stiamo chiacchierando. In particolare le righe. Spiega con scrupolo la tecnica. «Voglio imparare, tutto e in fretta, non so pensare a starmene senza fare niente, voglio guadagnare quel poco da mettere insieme e pensare di fare il meccanico, un giorno…». E se non facesse il meccanico, nessun dramma. «Anche il muratore va bene, ho colleghi splendidi, quattro in tutto, grande affiatamento: il sogno che inseguo è il lavoro, meccanico o muratore va bene comunque».

Insistiamo sulla Costa d’Avorio. «Avevo perso papà e mamma, uno dopo l’altro a causa di malattie per curare le quali occorrevano tanti soldi: senza quelli, i soldi, dalle mie parti non fai molta strada, non sopravvivi; guadagnare non è un’ossessione, ma per noi – come dite voi – è un’assicurazione sulla vita: i soldi sono medicine, cure, cose con cui combattere anche una sciocca malattia che, non curata, diventa il peggiore dei castighi…».

Dura la vita senza genitori. «Fino a quando è stato possibile sono rimasto con mia zia, sorella di mia madre; non era, però, la stessa cosa; discutevamo spesso, anche su argomenti banali che, d’un tratto, diventavano montagne da scalare». Per quanto ne sapeva, la libertà era comunque in un’altra parte del mondo. «Per me il mondo è Taranto, davvero, è qui che sono arrivato direttamente con una imbarcazione: non conosco il resto dell’Italia, qui resterei a vita…». Come meccanico. «Magari!», sorride Lamine. «Ma la vita non è necessariamente realizzare un sogno», insiste, «fare la cosa che più ti piace fare e guadagnare: la vita significa essere libero, sapere che non c’è solo gente che ti odia e ti picchia con i motivi più assurdi, come è capitato a me».

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Nove mesi di sofferenza, poi finalmente Taranto

Una viaggio lungo nove mesi. «Non finiva mai, passavo da un’auto a un bus: non appena avevo un po’ di soldi guadagnati in Algeria con il lavoro di muratore, mi compravo un “pezzo di strada”, un biglietto per viaggiare: pensavo alla mia libertà come a un diritto, una “protezione internazionale”».

Nove mesi di viaggio, il lavoro in Algeria, le botte in Libia. «Non distingui i buoni dai cattivi – racconta – quelli con la divisa qualche volta sono come quelli senza: fanno valere la loro autorità e, in nome di una giustizia che evidentemente non conoscono, ti trattano come carne da macello: quasi un mese da recluso in Libia». Tira un palmo indietro la sedia sulla quale è seduto, indica le ginocchia, i fianchi, poi i gomiti. «Mi hanno picchiato qua, qua e qua… Non finivano mai, in quei momenti rivolgi lo sguardo al Cielo nella speranza che le tue preghiere vengano ascoltate da qualcuno e che quella tortura finisca…».

Lo scopo sempre lo stesso. «Il denaro – conferma Lamine – quello che avrei guadagnato con il sudore della fronte per mesi loro volevano intascarlo in un istante: quel che è peggio, è che io quei soldi non ce li avevo davvero!».

Alla fine l’imbarcazione, il viaggio per l’Italia. «Taranto non sapevo nemmeno dove fosse prima che ci arrivassi, ma oggi la considero la mia terra, la mia casa». Nessuna paura in mare. «Cosa poteva capitarmi di peggio? Ero stato prigioniero, picchiato, privato delle cose più semplici: parlare, domandare educatamente, tenere la testa alta, guardare il cielo… questa è la mia libertà: poco importa che un giorno faccia il muratore o il meccanico!».

Via da paura e sortilegio

Antoine, guineano, ventuno anni, si racconta. «Papà morto a causa di un sortilegio. Studiavo, mi sono inventato muratore»

IMG-20171026-WA0018L’orologio al polso indica le 10.10. Pomeriggio, sul Lungomare, due passi dal Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti, seduti davanti a un cappuccino. Antoine, ventuno anni, parla francese (un operatore fa da interprete). Arriva dalla Guinea dopo un viaggio di due anni. A casa ha lasciato mamma, due fratelli e una sorella. Il papà, dice serio, «è stato vittima di un sortilegio».

L’orologio fermo alle dieci e dieci. Antoine spiega l’equivoco delle lancette. «E’ scarica la pila – dice – non ho idea quanto possa costare sostituirla, ma esistono cose più importanti in questo momento: le ricariche telefoniche, quelle sono più importanti rispetto al conoscere l’ora esatta; sentirmi con mamma e i miei fratelli, questo è importante».

Importante. Un aggettivo torna spesso nei ragionamenti di Antoine. Come lo scappare dal proprio Paese, dove una querelle tra famiglie improvvisamente potrebbe avere risvolti di una faida.«Questione di terreni – entra nello specifico – di proprietà di mio padre, morto a causa di una“malattia satanica”: i parenti dicono che quei terreni non spettano a noi e gridano vendetta; vivevo nel terrore, per questo motivo ci picchiavamo senza esclusione di colpi».

Papà vittima di una malattia satanica…

Malattia satanica. «A mio padre fecero un sortilegio, gli augurarono il peggio, tanto che presto si ammalò e morì». Non dà altre spiegazioni all’accaduto. Perdere il papà in modo misterioso per Antoine è stato l’elemento principale ad avere scatenato i risentimenti familiari. Il viaggio per l’Italia, un calvario. «Due anni per arrivare qui – dice – attraverso Algeria e Libia; in Guinea studiavo, ma una volta lontano da casa per guadagnare quei pochi soldi da mettere da parte ho dovuto inventarmi un mestiere, così in Algeria mi sono improvvisato muratore». Quel periodo, una scuola di sopravvivenza. «Ero ospite in una famiglia, mangiavo e dormivo lì, mi avevano preso subito a benvolere: “quando e se avrai i soldi – questo il patto non scritto – ripagherai la nostra ospitalità”; avevo trovato una seconda famiglia, in Africa spesso funziona così: abbiamo poco e quel poco è di tutti, a volte anche di chi sta peggio di noi; dopo aver ripagato la loro generosità, sono andato via, dovevo alleggerire quella famiglia della mia presenza e riprendere il mio viaggio verso una terra più ospitale, la mia fuga per la libertà era appena cominciata».

Algeria, poi Libia. «Si parla tanto di razzismo – sottolinea ancora Antoine – ma anche in Africa non c’è da stare
allegri, io stesso durante il passaggio da un Paese all’altro sono stato vittima di sassaiole, il colore della mia pelle era il bersaglio preferito di gente che si armava di pietre e le scagliava con violenza contro me e gli altri miei compagni per farci scappare: qualcuno nella fuga veniva colpito, momenti drammatici, impossibile dimenticarli».

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Aggrapparmi a un sogno…

In Italia per aggrapparsi a un sogno. Antoine dà l’idea afferrandosi a una ringhiera del Lungomare.«Voglio completare i miei studi, poi viaggiare, girare il mondo per trovare un posto accogliente che mi prometta un futuro: voglio apprendere il più possibile, imparare meglio l’italiano e rendermi utile alla società».

Un sogno per volta. «Gioco al pallone, il mio idolo è Cristiano Ronaldo, certamente non per quello che guadagna, ma per come gioca al calcio; prima completo gli studi, poi penso a giocare, credo di saperci fare con il pallone fra i piedi».

Storia delle lancette bis, altro piccolo equivoco. Gli chiediamo quanto sia alto. «Un metro e settanta – argomenta alzandosi dalla sedia – centimetro più, centimetro meno!». Anche qui le cose non stanno come sembra, Antoine è molto più alto. Alassane, l’operatore del Centro di accoglienza straordinaria traduce a paroleIMG-20171026-WA0022 e gesti la nostra perplessità. «Credetemi, qualche anno fa ero un metro e settanta!». Avanziamo una ipotesi, l’ultima volta l’altezza l’avrà misurata minimo dieci anni fa. In piedi, infatti, supera il metro e ottanta, il ragazzo guineano può ambire a un provino con la “sua” Juventus. «Dybala, un giocatore mostruoso!». Non ha fretta, il pallone di cuoio che nel suo Paese prendeva a calci anche a piedi nudi, può attendere. «Prima lo studio, senza quello – mi hanno insegnato – non vai da nessuna parte e io sogno di muovermi, avere un futuro migliore; possibilmente una vita non violenta, a questa dalle mie parti ti abitui da bambino».

«Quelle cicatrici, un dolore incancellabile» Michael, nigeriano, la fuga, le torture, la libertà.

IMG-20171019-WA0025«Che Dio ti benedica, fratello!». Ci vuole poco per guadagnarsi una sincera stretta di mano di Michael, nigeriano, ventinove anni. Da cinque mesi in Italia, parla inglese, ma già comprende qualcosa di italiano. Anche lui è fuggito da un Paese, la Nigeria, nel quale, comunque vada, fra militari, miliziani e bande armate, corri sempre il rischio di prenderle. Di brutto e senza una apparente giustificazione. Sfuggi alle intenzioni degli uni e ti ritrovi accerchiato da quelle degli altri. E quando non hai scampo, ti raggomitoli e invochi pietà, sperando che ti sentano. Calci e pugni, mentre gli altri aggressori tengono le armi puntate contro. E se non bastasse, anche colpi con il calcio di una pistola, di un fucile per provocarti ferite. Una mattanza. «Purtroppo non è diverso in altri Paesi africani – spiega davanti a un normale caffè, a dispetto di quanti dicono che la nostra “tazzina” sia forte per i loro gusti – spesso hai la sensazione che, come ti muovi, le buschi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, tre mesi prigioniero».

Non ha memoria del sorriso. Lo ha perso nel tempo. «Mio padre è stato ucciso durante la guerra civile – racconta Michael – a casa ho lasciato mamma e un fratello; il mio viaggio rispetto a quello di altri ragazzi africani è durato cinque mesi, tre dei quali li ho trascorsi in una prigione in Libia».Non esistevano giorno e notte, durante la prigionia i carcerieri ti svegliavano, spiega, e giù calci, ovunque capitasse. In faccia, sui fianchi, nelle parti basse, sulla schiena. «Ti svegliavano e, a modo loro, ti rinfrescavano la memoria: ti ricordavano che la tua vita apparteneva al grilletto della loro pistola; sveglia brusca e solita storia: “devi chiamare i tuoi familiari, farti mandare soldi, altrimenti ti ci rispediamo noi a casa, ma un pezzo per volta!” ».

Foto Michael

Un sorriso…

Non solo non sorride, Michael. Gli si riempiono gli occhi di lacrime quando gli chiediamo di ricordarci un episodio violento. «Non saprei da dove cominciare – dice, ci fa sentire a disagio, la domanda però è già partita – ci picchiavano a sangue, a qualcuno facevano saltare i denti, solo perché non capiva quello che dicevano: come se non gli riconoscessi il potere di vita o di morte su te; pensi ai chilometri che hai fatto scappando, agli affetti lasciati alle spalle senza voltarti indietro, perché tra gli stati d’animo che ti passano per la mente quello più forte è la paura».

Il ventinovenne nigeriano ha le braccia raccolte sul tavolino del bar. Nonostante i cinque mesi in Italia, comprende il senso delle domande, anche se a darci una mano c’è Alassane, operatore del Centro di assistenza straordinario “Cavallotti”. Si fa coraggio, Michael, alza la maglia su polsi e braccia. «Queste sono cicatrici – sembrano provocate da sigarette accese, coltelli – ognuna di queste ha un volto, l’espressione bestiale di un carceriere: non sai cosa gli stia passando per la testa e desideri una sola cosa, che quella lenta agonia finisca, in un modo o nell’altro; i soldi da casa non arrivano e non c’è alternativa alla morte sicura che non sia la fuga».

Per gli aguzzini la vita ha un costo, miserabile come i loro sentimenti. «Cinquecento dinari libici – dice – più o meno trecento euro, tanto vale la tua vita in quel momento, perché per loro sei già una spesa: un tozzo di pane e un po’ di acqua, talvolta sporca, ogni giorno; lo stomaco brontola, ti si chiude e se non hai la forza di risolvere in un modo o nell’altro, pagamento del riscatto o fuga, non hai altra scelta che una lenta agonia…».

Un pianto…

Piange, fissa dentro la tazzina, Michael. Giureremmo che è un accenno di sorriso quando parla di sogni. «Mi piacerebbe fare l’idraulico – confessa – un mestiere che facevo nel mio Paese, me la cavavo bene, non ho gli attrezzi, ma se un domani avessi risparmi sufficienti comprerei i primi attrezzi».

Non sa che in Italia la categoria degli idraulici è fra quelle più invidiate. «I soldi non contano – spiega – sono insignificanti rispetto al valore della vita, non sempre sono il tuo lasciapassare per la libertà: trovi un ragazzino con un fucile che un giorno ha deciso di esercitarsi al tiro al bersaglio, ti svuota le tasche e poi ti dice di correre…No, i soldi rispetto alla vita, alla libertà, sono meno che niente!».

L’Italia per Michael. «Questo Paese mi fa sentire un uomo libero, protetto, per questo dico che la libertà per noi è quella che in Italia chiamano lotteria». E Taranto. «Amo l’aria fresca, passeggiare sul Lungomare, guardare l’orizzonte e sognare interminabili bracciate a nuoto, io che il mare l’ho vissuto per giorni interminabili prima di sbarcare sulle vostre coste: il mare, per me, è il profumo della libertà!».

«Voglio fare il commesso a Milano» Il sogno di Ouattara, dopo l’incubo di un amico “freddato” da banditi

La storia di Ouattara, l’accento sulla terza “a”. Conta poco, scherza lo stesso ragazzo, ventiquattro anni, ivoriano. Parla francese: «L’importante è poterla raccontare la mia di storia». E’ un film. Uno dei tanti, se un giorno ci fermassimo a chiedere ad ogni ragazzo ospite del Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti. Quanti soggetti cinematografici, purtroppo non sempre a lieto fine.

Dunque, il film di Ouattara. E’ drammatico. Tiene in mente una sequenza che non dimenticherà mai. Fosse un lungometraggio sarebbe un estratto da un lungometraggio di Oliver Stone o Michael Cimino. La scena, una delle tante irruzioni in una casa, in Libia, terra di passaggio verso la libertà. Lì, il giovane ivoriano, condivide quel piccolo vano con altri ragazzi. Muratori come lui. Come lui, mettono da parte pochi risparmi, spiccioli. Finiscono in un cassetto, dentro al quale ripongono soldi e sogni.

IMG-20171012-WA0035Ma ecco la violenza. Si stacca dallo schermo, l’immaginario diventa cruda realtà. Banditi con il volto coperto, fanno irruzione in casa. Armi in pugno. «Accade quasi tutti i giorni – prova a ricostruire un dramma consumato in pochi istanti – non riusciamo a mettere da parte la paga settimanale, che puntuale arriva gente senza scrupoli, volto coperto, a rovesciarci le tasche e prenderci quelle poche risorse economiche: non opponiamo resistenza, a che vale, meglio starcene buoni; ci chiedono i nostri magri guadagni, gli spieghiamo che abbiamo subito una rapina qualche giorno prima».

Non finisce qui, purtroppo. «Ci passano in rassegna – spiega Ouattara – uno per volta: ci mostrano le loro reali intenzioni con inaudita violenza, mi portano la pistola alla tempia; urlano ai miei amici: se non diamo loro tutto il denaro fanno fuoco: facciamo quello che ci chiedono; tutti, tranne uno, Ali, un amico del Mali: non ha soldi, non gli credono, gli sparano un colpo in pieno petto, ucciso sul colpo!».

Ecco da dove fugge Ouattara. Dalla violenza quotidiana. Parte da Adijan, capitale della Costa, tredici mesi di lavoro per arrivare finalmente in Italia e scorgere il primo barlume di speranza. «Mamma ha un negozietto di abbigliamento – dice – io l’aiuto, quell’attività però non consente di sfamare una intera famiglia; a una certa età si diventa un peso». Un fardello anche la voglia di crescere, imparare, andare a scuola. «Dieci anni, sempre sui libri, in Italia dove c’è cultura a non finire, voglio imparare ancora tanto, a cominciare dalla lingua del vostro Paese per confrontarmi meglio con la gente del posto». Taranto gli piace, ma saranno i vestiti, non di gran moda, abiti da indossare tutti i giorni, che ripone a posto nel negozietto di famiglia, che il suo obiettivo è un altro. «Milano, capitale della moda – dice orgoglioso Ouattara – lì ho già degli amici: non per fare lo stilista, ma trovare un posto di commesso, in un negozio di abbigliamento sarebbe il massimo; penso a quanto sarebbe bello mandare a casa le mie foto da una delle vie del centro di Milano». Via Montenapoleone, per esempio. Capitale della moda e dei ricchi di mezza Europa. Milano se la gioca con Parigi. «Mio cognato è in Francia; mia sorella, più grande, trentuno anni, aspetta momento e denaro utili per raggiungerlo: non è facile, sarebbe però l’occasione per ricongiungerci, riabbracciarci, stare insieme qualche giorno nella massima serenità e provare a dimenticarci miserie e tragedie non solo di un Paese, ma di un intero continente».

IMG-20171012-WA0029Il viaggio di Ouattara verso la libertà. «Parto da casa con pochi spiccioli – ricorda – arrivato in Mali, i soldi finiscono; il viaggio prosegue con un signore: “Mi pagherai con il lavoro, sai fare il muratore?”, la fame mi ha spinto a imparare in fretta; una settimana di lavoro, poi resto con il mio benefattore per mettere insieme altri soldi: trovo casa, divido l’affitto con altri ragazzi in cerca della stessa libertà, subisco di media una rapina a settimana; ogni volta mi tocca ricominciare, tanto che per rastrellare i soldi necessari per il viaggio ci ho messo tredici mesi; alla fine, però, arrivo in Italia: voglio imparare la vostra lingua, sto facendo esperienza; il dialetto tarantino ha qualcosa in comune con il francese, spero di compiere passi importanti per poi partire e raggiungere i miei amici».

Non c’è ancora il lieto fine, ma Ouattaua che ha un nome al quale ci si abitua, un cognome che sembra un codice fiscale (sorride quando glielo facciamo notare), ha già scritto parole importanti di un capitolo della sua vita. Ora vuole coronare il suo sogno, farsi un selfie in un negozio nel centro di Milano. Volesse il cielo, la stessa attività nella quale ha trovato un lavoro da commesso. «Chiedo molto, lo so, ma se non fosse così non sarebbe più un sogno!»

“Una famiglia e un buon lavoro” Il sogno di Cristian, nigeriano, ventitrè anni

IMG-20171005-WA0006Dieci mesi. Tanto è durato il viaggio di Cristian, nigeriano, ventitré anni. Il tempo, tanto, per mettere insieme i soldi necessari per il viaggio. Non senza qualche brusco e doloroso imprevisto. «Sono partito dal mio paese – racconta, assistito da un interprete del “CAS Cavallotti” di Taranto – non è stato semplice affrontare il lungo viaggio per l’Italia: il mio obiettivo era raggiungere l’Europa, fuggire dalla miseria e dalle restrizioni del governo; alla fine ce l’ho fatta».

Cristian, sarà cattolico. «Certo, cattolico, non è un caso che i miei mi abbiano dato questo nome; sapeste quante volte mi sono rivolto al Signore in quei lunghi dieci mesi…». Taranto, Italia, Europa. Uno dei principali obiettivi che il ventitreenne ragazzo arrivato dalla Nigeria, si è posto. «Trovare un buon lavoro, dove “buono” sta per dignitoso: non ho paura di svolgere lavori di fatica, anche i più umili, purché ci sia il rispetto della persona; poi, se riuscissi a realizzare questo mio sogno, vorrei sposarmi e mettere su una famiglia».

I mestieri di Cristian, un ragazzo al quale, si diceva, non fa paura nulla, specie dopo aver superato il deserto. Un passo per volta. «Impegni faticosi ne ho affrontati, poi giunto in Libia mi sono occupato di lavori di pulizia; è lì che ho messo insieme il denaro utile per affrontare il viaggio e arrivare finalmente in Italia».

Non è andato tutto liscio, dieci mesi sono tanti. Non vorrebbe parlarne. Compie uno sforzo, quasi a voler rimuovere dalla memoria un’aggressione, la più violenta. «In pieno deserto sono stato vittima di un agguato, accerchiato da una banda di uomini senza scrupoli; prima strattonato, poi picchiato ripetutamente e alleggerito di quei pochi soldi che avevo portato via da casa. Poi, finalmente, Libia, lavoro e soldi per comprare il biglietto per la libertà».

IMG-20171005-WA0007In Italia da solo, con amici o familiari, Cristian spiega. Senza tanti giri di parole. «Solo – riprende – completamente solo, con tutti quei momenti di debolezza e nostalgia che ti assalgono quando non hai accanto qualcuno che condivida la tua stessa sofferenza: pensavo agli amici, anni spensierati, lunghe passeggiate, a quando scherzavamo sulle cose più insignificanti».

Nostalgia anche per i familiari rimasti in Nigeria. «Li sento spesso, non tutti i giorni: la prima telefonata al mio arrivo sulle coste italiane è stata per loro: “Tutto bene!”, ho esclamato, sono finalmente arrivato, il peggio è passato».

Altra nostalgia. Sorride Cristiano. «Mi manca la “girlfriend”». Parla in inglese, il giovane nigeriano, si aiuta a gesti nel confessare questa sua ultima, umana debolezza. La sensazione è che si stia alleggerendo di un peso trascinato per lungo tempo. «Vorrei coronare il mio sogno: sposarmi e vivere in Italia, se possibile».

Mettere su famiglia, avendo un «buon lavoro». Fra dieci, venti anni, ci chiediamo, e gli chiediamo, cosa insegnerebbe, racconterebbe ai suoi figli di questa sua “avventura”. «Una grande solitudine, l’incertezza del futuro, il trovarmi in costante contatto con il pericolo; ma non per mettergli paura, piuttosto per insegnargli ad amare anche le più piccole cose: ecco, vorrei che i miei figli un giorno sapessero tutto questo e che farò l’impossibile perché tutto questo un giorno non accada a loro».

Ussumane e il primo giorno di scuola

«Sì, sarò bravo a scuola, non come te». Sorride Ussumane. Ha scoperto che non sono mai stato un genio nel rendimento e nel comportamento nei miei anni di scuola e così mi saluta prendendomi in giro. «Studierò così avrò la serenità di dedicarmi anche al calcio».

Il suo primo giorno di scuola alla Colombo inizia con entusiasmo. Non è un ragazzo esuberante Ussumane, ma il suo sorriso trasmette la positività del suo animo: « Sono un po’ spaventato ed emozionato allo stesso tempo: la scuola è importante, ma non solo per imparare la lingua che per noi è noi fondamentale, ma anche perché mi aspetto che offra l’occasione di fare anche esperienze nuove. Visitare posti nuovi, scoprire realtà che non conosco sono avventure che se vissute insieme ai compagni di classe possono essere ancora più entusiasmanti».

Ussumane ha compiuto 18 anni il 2 settembre scorso, qualche giorno prima del suo campione: Luka Modrić, il centrocampista del Real Madrid che di anni, però, il 9 settembre ne ha compiuti 27. «Anche io gioco a centrocampo e mi ispiro a lui perché il suo modo di giocare è semplice, pulito, come dovrebbe essere quello di un centrocampista. Iniesta? Sì, è un fenomeno, ma Modrić  è meglio». È arrivato in Italia il 30 settembre dello scorso anno: il suo viaggio è iniziato a Gabú qualche mese prima. «Perché sono partito? Problemi familiari. Litigavo con il mio fratellastro. Le cose sono andate avanti pertanto tempo fino a quando il 2 giugno 2016 dopo l’ennesimo scontro ho capito che era meglio andar via». Il suo viaggio lo ha portato in Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger dove ha lavorato per un mese nell’edilizia e infine in Libia: «Ci sono stato per 4 mesi e sì, prima che tu me lo chieda, sono stato in prigione, ma non pensare che ti possa descrivere quei momenti: c’ho provato altre volte, ma è troppo difficile da raccontare». In Italia è arrivato dopo il salvataggio di una nave della Marina militare: con altre 110 persone attraversava il Mediterraneo su un barca piccolissima: «il viaggio è stato terribile, ma non solo quello in barca. Tutto il viaggio è terribile. Se oggi potessi parlare con i ragazzi della mia terra direi loro di non partire. Sì, lo so che le condizioni di vita nel nostro Paese non sono facili, ma i rischi del viaggio sono troppo alti per tentare. Mi sento molto fortunato a essere qui».

Nel suo Paese ha studiato per 5 anni e poi ha iniziato a fare l’agricoltore, ma il sogno della campagna probabilmente è rimasto in Africa: Ussumane vuole studiare e giocare a calcio. Da qualche tempo si allena con la Africa United Talsano e tra poco inizierà il campionato: «non vedo l’ora – dice sorridendo – come per la scuola anche lì darò il massimo. Diventerò un grande calciatore». Si ferma sorride e poi aggiunge: «non come te». Scoppiamo a ridere entrambi. Anche Mady, l’operatore che ci aiuta a comunicare ride. Intorno a noi il sole riscalda la mattina di un settembre insolito e improvvisamente pieno di avventure da iniziare. Ussumane saluta, si allontana e continua a sorridere.

Ben, le biciclette e il futuro da riparare – 2parte

Effettivamente, il mezzo per spostarsi utilizzato dai migranti è prevalentemente la bicicletta: per raggiungere il posto di lavoro, regolare o irregolare che sia, per raggiungere il centro della città, semplicemente, per spostarsi. Mi torna in mente il fatto che sia stato proprio Fabio, all’inizio dell’esperienza modugnese, circa due anni fa, a proporre un corso sulla sicurezza stradale che, in realtà, ha poi tenuto in struttura all’indomani di un brutto episodio capitato ad un ospite del centro che tornava in struttura dopo una giornata di lavoro nei campi. E quando si esce al buio delle tre e mezzo del mattino e si torna, sempre al buio, alle sette della sera, soprattutto in inverno, se usi la bicicletta per spostarti è opportuno prendere qualche precauzione. Ma è solo un pensiero, quasi uno sfogo, rivolto a quanti, senza avere cognizione di causa, si chiedono e chiedono cosa facciano in realtà le tante persone che lavorano nelle strutture di accoglienza.

Ma torniamo a Ben ed alla nostra chiacchierata che, superata la diffidenza iniziale, sembra proseguire in discesa. “Ok – dico – pensiamo allora alla possibilità di mettere in piedi una ciclofficina! Ma se l’idea ti piace ti devi rendere parte attiva del progetto. Noi potremmo lanciarlo, proporlo, supportarlo, ma siamo lontani dal modello assistenzialistico. Avrai visto come lavoriamo. Garantiamo i servizi e siamo sempre disponibili a pensare e progettare insieme un futuro possibile per tutti, ma ognuno deve assumere una responsabilità, si deve rendere parte attiva e, soprattutto, ci deve credere!”.

Chi mi conosce sa che se mi innamoro di una idea divento un fiume in piena e, guardando Fabio che deve tradurre, mi rendo conto che è il caso di allontanarmi con la scusa di andare in bagno. Ritorno dopo qualche minuto incrociando lo sguardo di Ben che mi guarda stranito, quasi sorpreso o non sicuro della traduzione di Fabio.

Chiede: “Avete deciso di darmi una opportunità? E perché proprio a me?”. Rispondo che chi si adopera, in qualsiasi attività, e dimostra la voglia voler fare deve essere considerato una risorsa da valorizzare, che merita una opportunità per mettersi in gioco. Che parte del nostro lavoro, forse quella più importante, consiste nel sostenere le persone, non solo i migranti, a pensare, immaginare, costruire un futuro.

Ben continua a guardare Fabio chiedendo con lo sguardo se scherzo o parlo sul serio.

E Fabio, a questo punto mi ruba il mestiere: “Sai che tante persone che lavorano per la Cooperativa con un regolare contratto sono ex ospiti delle strutture di accoglienza?” dice rivolgendosi a Ben. Ben comincia a fidarsi un po’ di più e gli spiego che in Italia ci sono delle regole da rispettare, che sono il fondamento sul quale far reggere una idea e costruire opportunità. Gli chiedo quale è la sua idea sull’ipotesi di fondare una Associazione di Promozione Sociale che magari possa avere come nome “Costruiamo Insieme… Opportunità” e lui ride, è una idea che gli piace ma, in maniera decisa, spiega che il suo primo obiettivo è studiare, imparare l’italiano. “Certo –dice- gestire una ciclofficina aperta a tutti non solo mi piacerebbe ma mi metterebbe anche nelle condizioni di relazionare con gli italiani e faciliterebbe l’apprendimento della lingua”.

Ridiamo insieme sul fatto che io non conosco l’inglese, nonostante lauree e master e ho bisogno di Fabio per comunicare: è un problema reciproco. Anche negli ospedali e nei pubblici uffici è difficile incontrare qualcuno che conosca più lingue! Ben ride ancora e dice che parlo male di me e del mio Paese. Chissà in che luogo ultracivilizzato pensava di essere arrivato e, a me, viene di sorridere amaramente al contrario: nelle strutture di accoglienza non esistono ostacoli di comunicazione, neanche quando incontri i dialetti di regioni africane delle quali non conosci neanche l’esistenza.

Dopo aver trascorso un bel pomeriggio, il congedo è triste: Ben ha ricevuto l’esito negativo dalla Commissione Prefettizia alla richiesta di soggiorno. Il 27 settembre, fra qualche giorno, avrà il risultato dell’Appello. Se anche questo dovesse essere negativo, noi avremmo lavorato a vuoto e, soprattutto, verrebbe negata una opportunità, una possibilità ad un ragazzo che davvero merita un futuro migliore. Se strutture di accoglienza e operatori non fossero solo un cuscinetto sul quale scaricare quella che “chiamano” accoglienza, ma diventassero filtri utili a decidere il futuro delle persone forse qualcosa cambierebbe e Ben potrebbe diventare una risorsa per il territorio, trasformandosi da un fascicolo aperto negli Uffici Prefettizi in una persona che, a soli 21 anni, ha tanta voglia di realizzare i suoi sogni e insegue i suoi obiettivi.

Se in fase di Appello qualcuno avesse la decenza di riconsiderare il diniego, avremmo una bottiglia pronta da stappare ed una bottega da aprire.

Speriamo la prima di tante altre! E speriamo con Ben!

Ben, le biciclette e un futuro da riparare (1^ parte)

Sono arrivato al CAS di Modugno alle 18,30 di sabato. In realtà avevo detto a Fabio, un operatore storico della struttura che mi ha fatto da gancio e mediatore linguistico, che sarei arrivato nel primo pomeriggio per incontrare Ben, un ragazzo nigeriano di 21 anni che mi aveva incuriosito per il fatto di averlo sempre visto adoperarsi ad aggiustare biciclette durante le mie visite al Centro.

Ho avuto una percezione strana appena entrato: Fabio era occupato con le cose che fanno gli operatori e io, nell’attesa che finisse, ho potuto godere di una vitalità che non avevo mai riscontrato, forse anche a causa dei miei orari: un torneo di ping pong auto organizzato, un folto gruppo di ospiti intenti a seguire in televisione le partite di calcio e, in disparte ma nella stessa sala dedicata alle attività, quattro ragazzi seduti ad un tavolo ripetevano le lezioni di lingua italiana.

Fuori, entrando nella struttura, avevo incontrato il solito gruppo di appassionati del gioco della dama.

Sui piani, le stanze era quasi totalmente vuote, fatto che mi ha indotto alla riflessione che finalmente c’è chi vive il territorio e chi ha trovato i suoi spazi in struttura.

Fabio ha terminato le sue cose e mi presenta Ben, che aspetta da un bel po’ senza neanche sapere in realtà cosa dovessimo fare insieme. Tanto è vero che si è tirato a lucido a differenza mia che ho grandi problemi a rinunciare a scarpe da ginnastica e maglietta.

Fatta una valutazione della situazione nel Centro e considerata la presenza di altri operatori, propongo a Ben e Fabio di spostarci in un posto più tranquillo per raccogliere la sua storia, a poche centinaia di metri dalla struttura. Ben non mi conosce ma si fida di Fabio e accetta.

Entrati in macchina per raggiungere il bar più vicino, io e Fabio parliamo delle difficoltà che incombono sulle nostre vite e, nel contempo, guardo dallo specchietto retrovisore il volto di Ben intento a cercare di capire cosa ci stessimo dicendo.

Tranquillo Ben – dice Fabio girandosi verso di lui – non ti portiamo al patibolo!”.

Ridono insieme. Io non capisco e Fabio traduce a me e Ben ride!

Finalmente siamo seduti al tavolo di un bar e chiedo a Fabio di spiegare a Ben il senso di questa intervista e, soprattutto, di spiegarli che dalle storie che raccogliamo vogliamo trarre spunti, idee, per costruire progetti da realizzare insieme.

Ma anche arricchirci dalle loro storie, sapere, conoscere. Allora, iniziamo da lui dicendogli che non mi interessa sapere come è arrivato in Italia perché trafficanti e rotte le conosciamo. Voglio che mi dica qualcosa che non so e perché ha lasciato il suo Paese.

Ufficialmente sono partito dalla Nigeria, in realtà sono scappato da una Regione della Nigeria che si chiama Biafra, che non è lo Stato del Biafra, ma una Regione che combatte da sempre per l’indipendenza dalla Nigeria. Non sono scappato per motivi politici ma per una questione religiosa anche difficile da spiegare. Mio padre era a Capo di un gruppo religioso che praticava una fede che posso definire come una ramificazione del woodoo, una pratica materialista, credevano che gli alberi, le piante, gli oggetti avessero un anima. Io sono cresciuto, al contrario, seguendo il cristianesimo. Ma, dopo la morte di mio padre, i suoi seguaci sono venuti a dirmi che il suo successore dovevo essere io. Non me la sono sentita e l’unica soluzione era andare via.

Ben ha studiato fino alle scuole secondarie con indirizzo scientifico nel suo Paese e lavorava nel settore del’edilizia come piastrellista.

Parlando del suo viaggio verso l’Italia, gli chiedo solo di sapere se in Libia gli è capitato di essere rinchiuso in un campo o in un carcere: “No – mi risponde – una sola volta la polizia ha tentato di prendermi ma sono riuscito a scappare. Ho sentito parlare dei campi e di come trattano le persone che arrestano. A me non è capitato nonostante ho lavorato in Libia per 5 mesi come muratore prima di arrivare in Italia”.

I mezzi e i modi sono quelli già raccontati più volte. Ripeto a Ben che, nonostante le cose interessanti che ha raccontato il nostro intento è diverso, è quello di cercare di costruire opportunità, canali di inclusione, passare dall’accoglienza alla convivenza.

Mentre Fabio traduce, Ben è stupito, perplesso.

Capita la difficoltà, gli pongo una domanda diretta: ”Ho chiesto di parlare con te perché ti ho visto spesso aggiustare biciclette e mi sono chiesto se questo non si possa trasformare in un servizio accessibile a tutti”.

Ho iniziato ad aggiustare le biciclette qui in Italia, nel mio Paese non l’ho mai fatto. Mi sono guardato intorno e ho visto che tutti usano la bicicletta e ho pensato che con le mie competenze avrei potuto aggiustare biciclette per racimolare un po’ di soldi. Così è iniziata questa esperienza e ora vengono tutti da me”.

Jeffang, scacciato dalla sete di potere

Avidità e sete di potere. Co sì tanto da devastare una vita. La storia di Jeffang Foday è la storia di un ragazzo vittima delle ambizioni ostinate dei suoi parenti. Suo nonno era sindaco del villaggio nel cuore del Gambia, dove Jeffang è nato e cresciuto: alla sua morte la corsa alla successione ha aperto una vera e propria guerra tra suo padre e suo zio, fratello del padre. A quest’ultimo non bastava essere solo il sindaco o solo l’imam: l’uomo voleva detenere il potere in modo assoluto.

Le liti familiari sono col tempo degenerate fino a travolgere la vita del giovane: «Era un giorno di gennaio 2015 quando ho deciso di partire, ma ormai sapevo da tempo che sarebbe finita così».

A soli 16 anni Jeffang inizia il suo viaggio: dal Gambia raggiunge il Mali, ma si ferma solo per un giorno e poi si sposta in Burkina Faso: «durante il viaggio le condizioni erano pessime, ma come se non bastasse l’autobus sul quale viaggiavamo ebbe un incidente. Pochi giorni dopo parte nuovamente per raggiungere la Nigeria: «ho lavorato per un po’ di tempo, ma non so dirti quanto e poi sono partito di nuovo verso Libia: per 8 mesi ho fatto il muratore e ho raccolto i soldi per raggiungere l’Italia». A differenza di tanti altri Jeffang non è mai stato arrestato in Libia e fortunatamente non ha vissuto l’incub delle prigioni libiche: «sono partito da partito da Zabrata con altre 150 persone e dal 31 agosto 2016 sono a Taranto. Sì, ormai è un anno esatto: mi trovo bene qui: nessuno litiga e gli operatori sono davvero bravi».

Oggi sta imparando l’italiano, ma sogna di riprendere gli studi di informatica: «all’inizio mi andrebbe bene qualunque lavoro perché voglio restare qui, ma sinceramente mi piacerebbe trovare il modo di lavorare coi computer: è quello che so fare meglio». Jeffang sorride e torniamo a parlare del su paese e dell’inizio del suo viaggio. Quando ripensa al suo Paese è evidente che abbia nostalgia, ma stranamente non ha rancore per chi l’ha costretto ad andar via: «purtroppo è andata così, mi dispiace, ma non voglio incolpare la mia famiglia. Voglio solo pensare al mio futuro».

Greta: una vita che ridà un senso a una vita

Musa Favour, una ragazza nigeriana di 21 anni ospite del CAS di Bitonto lo scorso 14 luglio ha partorito una splendida bambina che, insieme al marito, hanno chiamato Greta, ovvero “Perla”.
Mentre parlo con Musa, Greta sta facendo il bagnetto accudita da una zia acquisita che Musa definisce sorella: “Ci conoscevamo già in Nigeria da bambine e abbiamo affrontato il viaggio insieme. Siamo scappate, andate via da quel Paese perché la situazione era insostenibile. Nonostante il matrimonio, sono stata costretta a vivere separata da mio marito perché le nostre famiglie non hanno accettato l’unione, la nostra scelta. Lui ha lasciato la Nigeria per primo e adesso è ospite in una struttura a Lecce. In Nigeria faceva il benzinaio ma ora non riesce a trovare lavoro. Quando mio padre ha sposato un’altra donna che non mi ha accettata anche io ho scelto di rischiare per raggiungere mio marito. Ci vediamo ogni 15 giorni e stiamo insieme due o tre giorni. Con la nascita di Greta ora è tutto cambiato. Abbiamo fatto la domanda di ricongiungimento ma aspettiamo ancora una risposta e la Commissione Territoriale ha espresso parere negativo alla mia richiesta di protezione umanitaria”.
Musa non ha mai lavorato, ha conseguito il titolo di scuola secondaria e adesso il suo unico pensiero e Greta: “Quando ero al CARA ho frequentato per un periodo breve un corso di italiano. Sono in Italia da agosto 2016. So che è importante imparare l’italiano anche perché io voglio restare qui, in Italia, con mio marito e mia figlia. Ma ora devo dedicare tutte le mie attenzioni a lei. Voglio dare a lei tutto quello che io non ho mai avuto”.
Condizionato dal maledetto vizio di voler andare oltre le parole, osservo Musa mentre risponde ad Abbas (che non mi abbandona mai!) alle mie domande e capisco che Greta ha ridato un senso alla sua vita.
Non ha ambizioni, non chiede nulla per se: il suo unico pensiero o, meglio, la sua unica preoccupazione è quella di garantire quello che si può riassumere con la definizione di “minimo vitale garantito” per sua figlia.
Me ne accorgo quando le chiedo di parlarmi della sua esperienza in ospedale in occasione del parto: “In Italia i medici, le persone, sono straordinarie. Sono brave. In ospedale è andato tutto benissimo e a Greta volevano tutti un sacco di bene. In Nigeria non è così. Non ti so spiegare la differenza perché è tutto diverso. Non so rispondere a questa domanda”.
Le dico di non preoccuparsi, le spiego che non sono un funzionario della Prefettura e neanche un poliziotto. Sono la solo per raccogliere la sua storia con lo scopo che diventi un patrimonio comune.
Quando Abbas traduce, Musa ride: “La mia storia? –chiede portando la mano alla bocca- Chi potrebbe imparare dalla mia storia? E cosa? Io ringrazio gli italiani per l’accoglienza, per tutto quello che stanno facendo per Greta e per me”.
Musa ha vissuto come normalità ciò che noi chiamiamo aberrazione. Per lei, che è rimasta in Libia 2 mesi prima di partire e raggiungere l’Italia, le violenze quotidiane alle quali ha assistito personalmente di cui sono vittime migliaia di profughi rientrano nella normalità.
Nel frattempo, Greta ha finito il bagnetto e, tutta profumata, accompagnata da Maria, una operatrice del Centro, ci raggiunge nella stanza.
E finalmente il mio dito viene stretto dalla nuova “Perla” di Bitonto.