«Sono il re della cucina»

Waseem, chef di “Costruiamo Insieme”

Pakistano, ventuno anni, imbattibile dietro i fornelli. «Non preparo solo riso speziato con pollo, mi diverto a preparare tanto altro. Ho patito la fame, poi il contratto con la cooperativa: mi è scoppiato il cuore di gioia!». Un mese in marcia, dall’Iran alla Turchia, senza toccare cibo e acqua. WASEEM articolo 01Nella sede di “Costruiamo Insieme”, c’è una cucina a pieno regime. Fra fornelli e pietanze, chef e collaboratori. Ragazzi che hanno imparato il mestiere a casa propria, altri che con la massima applicazione, hanno imparato che le ricette non sono tutte cipolla e peperoncini. Esiste altro. Certo, da queste parti gli ospiti preferiscono riso speziato con pollo. Ma anche per i ragazzi che fra i fornelli mescolano tradizione e integrazione, dopo aver replicato pietanze prelibate, vogliono far circolare la fantasia. Dunque, “piatti” non lontani dai loro menù, ma ogni tanto è bene cambiare. «Anche per una soddisfazione professionale, non ho studiato e  seguito corsi nel mio Paese per preparare un solo piatto; poi, per dirla tutta, connazionali e ospiti del Centro di accoglienza non ci metterebbero molto a dire che so cucinare solo riso speziato con pollo!».

E’ Waseem, lo chef di “Costruiamo Insieme” con il suo contratto di lavoro firmato con la cooperativa – cosa che gli ha fatto scoppiare il cuore di gioia – ad anticipare qualche buontempone. Ventuno anni, pakistano, magro, un principio di barba e sorriso, quando può si smarca dall’italiano. «Lo comprendo perfettamente, ma se non è proprio necessario parlarlo preferisco ascoltare; quando non comprendi la loro lingua, gli italiani ti si rivolgono aiutandosi, sforzandosi nel farsi capire con il sistema più antico: a gesti; è questa una delle prime cose che ho imparato quando, due anni e mezzo fa, sono arrivato in Italia: parlare quando necessario e interpretare i gesti, fino ad oggi mi sono trovato bene». Anche alla presenza del connazionale Idrees, che fa da interprete, Waseem è prudente. «Sono arrivato in Italia – racconta – da Gujrat, una importante città del Pakistan dove ho lasciato praticamente tutti i miei affetti: papà, mamma, quattro fratelli e una sorella».
WASEEM articolo 02Dal suo Paese all’Italia, il passo potrebbe sembrare breve. Sicuramente tribolato. Parla poco, ma riflette molto Waseem. «Sono passato attraverso l’Iran per proseguire per la Turchia: sono Paesi complicati, per carattere ci vuole molto poco a fare in modo che qualcuno di questi ti prenda sulla punta del naso e ti faccia male».

Un mese di viaggio. «Sono stato senza mangiare per almeno una settimana, non è facile convivere con la fame: oggi che quell’esperienza è lontana, i miei colleghi, gli amici, quasi mi prendono in giro: “Ti sei infilato in cucina – scherzano – e da lì non esci più!”, quasi avessi paura di una “ricaduta”, cioè un incontrollato attacco di appetito. Il viaggio, un mese, sì: la cosa brutta di quella esperienza è la sensazione di camminare su uno strapiombo, come se la mancanza di forze da un momento all’altro possa farti precipitare nel vuoto; ho camminato un mese senza un attimo di sosta, senza sapere quanto sarebbe durato quella penitenza: una settimana, un mese, un anno, chi poteva saperlo. Poi in una settimana, dormendo ovunque capitasse, senza toccare cibo, pensando che il giorno dopo sarebbe stato quello giusto e che avrei messo qualcosa sotto i denti».
WASEEM articolo 3Potenti mezzi della tecnologia. «Sento e vedo spesso i miei parenti, stanno tutti bene, sono felici di sapermi in salute e con un lavoro importante: a differenza di quanto dicono parenti ai miei connazionali, papà e mamma, ma anche i fratelli, non mi chiedono di tornare: “Stai bene lì, figliolo? E, allora, resta in Italia”; non sapevano dove fosse Taranto, ora anche loro conoscono questo angolo dell’Italia, un Paese accogliente, una città bella dal punto di vista umano. In Pakistan ho studiato, ma avevo voglia di diventare chef, tanto che ho fatto un corso di sei mesi. Certo, posso fare biryani, riso speziato con pollo, da mattina a sera, bendato e con un braccio dietro una spalla, ma ho studiato e imparato tanto altro che sarebbe un peccato non metterlo in pratica: insomma, cucino africano e non solo».

Spegniamo per qualche istante i fornelli, torniamo alla storia personale di Waseem. «Un mese in cammino, la fame, la sete, poi finalmente Istanbul, centro industriale e culturale della Turchia. Una volta arrivato lì, ho contattato qualcuno che fosse a conoscenza di chi stava organizzando un viaggio per attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Italia: mano in tasca, via le ultime risorse di cui disponevo e via, in cinquantasette a bordo di una imbarcazione; paura in mare aperto, fino a quando siamo stati avvistati e accolti da un’altra nave che ci ha trasferito all’hotspot di Taranto. Sono rimasto qui, ho lanciato un appello, raccolto da “Costruiamo”: grazie alla cooperativa ho un lavoro, posso pagare il fitto di casa e dedicarmi alla cucina. Ma non solo a base di riso speziato e pollo!».

 

«La mia felicità!»

Demba, ventitré anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

«L’Italia è la mia casa, un giorno andrò a trovare i miei familiari, ma poi tornerò qui. Parlavo cinque lingue, ora con l’italiano ho imparato anche a conoscere tanti ragazzi. Colpi di fucile e pistola, le bombe e i conflitti mi hanno spinto a fuggire».Senegalese di nascita, gambiano di adozione, italiano per vocazione.

«Sono andato via dal Senegal, per poi tornarci, ho vissuto tre anni in Gambia, poi girato altri Paesi africani, infine l’Italia, che oggi considero a tutti gli effetti la mia casa».

Demba, ventitré anni appena, senegalese di nascita, gambiano di adozione, italiano per vocazione. Come se avesse fatto almeno due volte il giro del mondo prima di arrivare in Italia. Qui risiede da quattro anni e quattro mesi, ha trovato il suo lavoro con “Costruiamo Insieme”. E’ operatore anche grazie alla sua applicazione e alle sue conoscenze: parla più che “mastica”, sei lingue, tre europee, tre dialetti arabi, utili se vuoi vivere, indispensabili se vuoi sopravvivere.

«Sono scappato da una, due guerre, ho lavorato sotto colpi di pistola e fucile, bombe che fischiavano ed esplodevano spesso a pochi metri…». Terribile quello che dice Demba. «Ho dovuto conviverci fin da piccolo, ho sempre desiderato una casa – io che ho abbandonato il mio Paese per poi tornaci e dal quale scapparci daccapo – ora ce l’ho, come la serenità che ho ritrovato con la cooperativa con la quale svolgo la mia attività di operatore: un lavoro che mi fa stare bene e, nello stesso tempo, non mi allontana dalla mia storia, da un recente passato; le storie dei ragazzi con cui mi relaziono ogni giorno, sono le mie storie, talmente terribili e simili al mio vissuto, che è come se quotidianamente facessi un passo indietro e le rivivessi, dal dolore dei conflitti alla gioia di aver lasciato alle spalle un grave malessere».DEMBA articolo 01Demba, arrivato in Italia, ha subito manifestato un sentimento nascosto da dolore e fughe. «La felicità, non sapevo cosa fosse questo sentimento a causa di una infanzia sofferta: ho quasi subito rinunciato alle mie radici; nato In Senegal, all’età di dodici anni con la famiglia mi sono trasferito in Gambia, dove ho vissuto tre anni; a quindici sono tornato nel mio Paese di origine, poi Mali, Burkina, Niger, Algeria, Libia, infine Italia, ma non tutto in un lampo…».

Felice sì, ma ci voleva un passo deciso. «Parlavo bene l’inglese, anche il francese; l’arabo, dal wolof al mandinka, proseguendo con il fula; mi mancava l’italiano, essenziale per stringere le prime amicizie con la gente del posto, così mi sono impegnato come un matto: gli amici italiani si sono moltiplicati, come le lingue che parlo oggi, sei in tutto, per ora…».

Demba, la sua odissea. «Tornato in Senegal, a quindici anni, pensavo che il conflitto avesse i giorni contati o almeno fosse stato circoscritto: illusione. Appena tornati, io, i miei due fratelli, le due sorelle e mio padre, ci trovammo di fronte anche problemi familiari – come spesso accade dalle nostre parti, le guerre civili provocano conflitti etnici e religiosi – avevano accelerato il processo di fuga. Io il primo ad andare via, in Mali, piccoli lavori per tre mesi, qualche giorno in Burkina, lo stesso in Niger; un lavoro più stabile, se così vogliamo chiamarlo, l’ho trovato in Algeria, dove ho fatto il muratore: non mi sono mai tirato indietro di fronte alla fatica; poi la Libia, un anno, a lavorare in un supermercato, nonostante anche lì ci fosse un conflitto: con le bombe, le esplosioni quasi avevo ci convivevo, fino a quando il pericolo non ha preso consistenza e cominciato a fare davvero paura».DEMBA articolo 02Il senso di liberazione per Demba arriva quando si fa concreta una via di fuga. «Ci siamo imbarcati in sessanta, circa tre giorni in mare, una paura tremenda: una volta al largo il gommone si è fermato, il motore che lo spingeva verso la libertà è andato fuori uso, segno del destino? In quel momento ti domandi cosa possa accadere ancora: sei a poche bracciate da un sogno e di punto in bianco, ti viene a mancare l’ultimo colpo di reni; in balia delle onde non ci restava che rivolgerci al Cielo, prendersela con quel poveraccio che ci aveva accompagnati fino a quel momento ed era nelle nostre stesse condizioni, era del tutto inutile».

Invece, ecco l’aiuto inatteso. «Avvistiamo una imbarcazione maltese che in breve ci viene incontro; l’equipaggio ci invita a salire a bordo, ci accompagna a Malta; da lì il trasferimento in Sicilia, l’arrivo a Palermo, infine Taranto, l’hotspot nel porto cittadino».

Da quattro anni e quattro mesi in Italia, il lavoro di operatore a “Costruiamo Insieme”. «Amo questo lavoro, intanto perché mi fa stare bene, mi fa sentire utile al prossimo; poi perché, dicevo, mi ricorda ogni giorno da dove vengo: solo chi ha memoria riesce a vivere sereno e con affetto verso il prossimo; devo molto alla cooperativa, al presidente e al direttore, a quanti hanno creduto subito che fossi una persona della quale potersi fidare per il compito di operatore».

Ora il desiderio. «Proprio in virtù di quanto dicevo, non ho dimenticato le mie origini, il mio Senegal: è lì che un giorno voglio tornare per riabbracciare i miei, ma poi tornare di nuovo in Italia, perché ormai è questa casa mia!».

«Rispetto delle regole»

Francesca, operatore di “Costruiamo Insieme”

«L’empatia prima di tutto, quando hai stabilito un rapporto con i ragazzi, tutto è più facile. Una volta compreso che l’amica e l’addetto all’accoglienza sono due cose diverse, il rapporto fila liscio. Anche i più esuberanti comprendono quanto sia utile avere riguardo nei confronti del sistema»

«Il primo colloquio, quattro anni fa, dal giorno seguente “affiancamento”, poi, una volta appresi i diversi compiti da svolgere, ero al lavoro in piena autonomia». Francesca, laurea in Scienze dell’educazione e della formazione, da quattro anni con “Costruiamo Insieme”, confessa l’empatia a prima vista. «Mi avevano suggerito di provare a contattare la cooperativa, inviare una mail con referenze e titoli di studio; sono stata chiamata subito, in ventiquattro ore, minuto più minuto meno, era in struttura».

Francesca è il sorriso di “Costruiamo”. Quando è al lavoro, se non è impegnata con un registro all’ingresso di una delle strutture della cooperativa, sicuramente è alle prese con un addobbo, un cartoncino, un cartellone, un albero di Natale. Ha uno spiccato senso del complemento d’arredo, qualsiasi cosa può essere più bella, basta metterci un po’ di fantasia. Fare accoglienza a partire dall’ingresso, colori e piccoli elaborati a testimoniare l’obiettivo principale della missione: l’integrazione. Far stare bene i ragazzi venuti dall’Africa. «Come se stessero a casa loro – puntualizza Francesca – non che sia la stessa cosa, ma provare a creare un ambiente il più possibile familiare, che non sia freddo…».FRANCESCA articolo 02Prima della sua esperienza con “Costruiamo”, un passo indietro. «Ho studiato, dire “sgobbato” è un parolone: di sicuro studiare materie avvincenti e affascinanti, rende tutto più facile; vengo da diverse esperienze, ho fatto servizio civile, assistenza a tossicodipendenti ai domiciliari; non riesco a starmene ferma: spendermi per la società e per il prossimo la vedo anche come una missione, il lavoro che ho cominciato a fare più avanti, dimostra che anche certe cose se non le fai con il giusto approccio e con altrettanto amore, diventano solo un compitino freddo e distaccato».

Altra materia, un corso affascinante. «Criminologia, nella vita tutto torna utile; si mettono in relazione una serie di insegnamenti, a cominciare dalla condotta proseguendo con il controllo dei comportamenti; non è uno studio semplice, ma se hai vocazione anche il difficile assume un altro aspetto per diventare successivamente materia utile per qualsiasi lavoro».

Il primo impegno di Francesca con “Costruiamo Insieme”. «Agli inizi ho cominciato ad occuparmi dei minori non accompagnati; con gli sbarchi di qualche anno fa erano diversi i ragazzi, anche piccoli, che arrivavano in Italia anche senza i genitori; occorreva dare loro la massima assistenza, ognuno di questi aveva un suo vissuto: non era semplice, lo studio mi ha aiutata, ho subito applicato sul campo quanto avevo imparato studiando sui libri; è una immersione totale nella tua coscienza e nel prossimo, comprendi quanto sia utile e bello impegnarsi per dei piccoli che non sanno a cosa vadano incontro, se non al senso di libertà: parliamo di percezione, poi occorre comprendere cosa sia per loro la libertà, essere felici…».FRANCESCA articolo 01Una cosa le è balzata subito agli occhi. «Lo stile di vita – confessa Francesca – quella è la prima cosa, lì è cominciata la mia “missione”, fare il possibile perché i piccoli comprendessero quanto fosse importante accettare consigli e che ognuno di noi, io e loro, doveva fare il suo: io, compiere passi in avanti nei loro confronti; loro la stessa cosa avvicinandosi al nostro di mondo. Una volta compreso che la vita è fatta di compromessi, sei già a metà del compito. Non possiamo cambiare il nostro vissuto per compiacerli, non saremo onesti nei loro confronti: una volta lasciato il Centro di accoglienza, devono sapere che “là fuori” c’è un mondo, delle regole, anche gente diffidente, ragazzi che prima di rivolgere loro un saluto vogliono capire, attività che possono anche offrire un lavoro, ma a certe condizioni…».

E’ come se spiccassero il volo. «Cerco di inquadrare i ragazzi, per noi stessi italiani la vita può riservare sorprese, così è bene che sappiano che abbiamo uno stile di vita diverso, che l’aspetto principale è il rispetto delle regole; fino ad arrivare ad uno degli argomenti più articolati: la donna; l’approccio con una donna –  devono sapere – non è semplice e non perché le ragazze di qui siano complicate: i nostri ragazzi, per natura, sono espansivi, così bisogna far capire loro che a una esuberanza innata va posto un freno. Dunque, bisogna prima spiegarglielo, ripeterglielo se il caso lo richiede: una volta assimilate certe regole, tutto va nel senso di marcia giusto».
FRANCESCA articolo 03Dovesse giudicarsi, Francesca. «Mi sforzo di far capire ai ragazzi, che non devono confondere i due ruoli: quello di amica e quello di operatore. Mi spiego, qualcuno mi vede come una “carabiniera”, come si dice da queste parti: una intransigente, che non sorvola su nulla, a costo di sembrare antipatica; anche questo è un passaggio che i ragazzi hanno perfettamente compreso: nella vita penso di essere sostanzialmente disponibile, uso toni morbidi, ma il lavoro mi impone certi ruoli: devo essere pignola, far rispettare regole e, fra queste, quelle sulla disciplina dalle quali è bene non prendere mai le distanze, neppure di un solo centimetro. Poi alla distanza, i ragazzi comprendono: il mio modo di essere traspare dal mio carattere, solare, sorridente; sorridere è il primo passo verso la soluzione di un qualsiasi problema; mai farsi prendere dall’ansia: le cose vanno risolte con la massima serenità».

Un’attestazione di affetto. «Detto che sono soddisfatta del mio lavoro all’interno di “Costruiamo Insieme”, del riscontro quotidiano nel mio impegno verso il prossimo, con i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza c’è grande empatia; qualche volta mi tocca far ragionare qualcuno più di altri, ma la soddisfazione è tutta in una frase: “E Francesca, dov’è?”, insomma quando non ci sono gli manco…».

«Questa è casa mia!»

Allul, sudanese, quarantadue anni, operatore

«Dallo scorso giugno la mia vita è cambiata grazie a un contratto con la cooperativa. Venivo da esperienze da dimenticare e un viaggio lungo anni. Saldatore a sedici anni, sono scappato per via di una guerra civile. In Libia, altro conflitto e otto anni fa, l’ultimo viaggio, a Lampedusa, poi Taranto»

Allul è un maratoneta, da sempre. Vanta medaglie e trofei da riempire scaffali. Ha quarantadue anni, parla e scrive arabo, corre fin da piccolo. E’ dovuto anche scappare. Qualche anno fa dal suo Sudan, dove è nato. Imparare a mettere chilometri sotto le scarpe e alle sue spalle gli è servito. Si è impegnato nel percorso complicato della vita, fra Paesi, sentieri e vicoli, accoglienze disinvolte e lavoro non retribuito.

Ora Allul vive sereno, il suo inseparabile zainetto in spalla. Non si sa mai, ci fosse un terreno sterrato sulla sua strada, ci mette un attimo a tirare fuori tuta e scarpette per riprendere a correre. Come Dustin Hoffman nel “Maratoneta” di John Schlesinger. Il dolore, non solo fisico, finalmente alle spalle. Il volto, nero, scuro per mille motivi. Su molti di questi, Allul sorvola. Nel tempo è diventato saggio. Lo aiuta un’espressione del volto e un gesto con una mano, come a volersi gettare alle spalle episodi neri come la sua pelle. Ricordarli fa solo male. Per uno che vuole guardare avanti, sereno, è meglio non pensarci. Il miglior “outing”, non pensarci più.

«La svolta, nel giugno dello scorso anno, quando Nicole Sansonetti, presidente di “Costruiamo Insieme”, mi propose di collaborare con la sua cooperativa». Allul veniva da una delusione dopo l’altra, quando finalmente arrivò l’occasione buona. Quella che avrebbe potuto dargli serenità. «Più del lavoro, mi colpì la frase con la quale mi avanzò la proposta: “Questa è casa tua!”; felice e commosso in un colpo solo, fino ad allora non avevo mai avuto la forza di pensare a un Centro di accoglienza, a una città come Taranto, a un Paese bello come l’Italia, come “casa mia”».STORIE Articolo 01AMORE E RICONOSCENZA

Sorride, poi si fa serio. Quasi temesse che il messaggio arrivi incompleto. Riconoscenza e dichiarazione d’amore sbucano dal profondo del suo cuore. «Per tre anni, sbattuto come quell’imbarcazione in mare aperto che otto anni fa mi portò a Lampedusa; ho lavorato altrove, ma il mio impegno quotidiano di operatore non mi veniva riconosciuto, in termini economici come in termini professionali: un disastro; ecco perché quando mi aprii al presidente e lei mi rispose, secca, con quella frase, il mondo intorno a me cambiò in un attimo, capii cosa significasse essere felice».

Finalmente sereno. «Dal giugno dello scorso anno; la mia vita fino ad allora era stata un’odissea: nato in Sudan dove da cinquant’anni è in atto una guerra, una volta in Libia, dopo tre anni, altro conflitto civile e fuga; mi chiedevo cosa avessi fatto di male per sentirmi perseguitato; la mia professione, saldatore, l’avevo svolta a partire dall’età di sedici anni, prometteva bene: la mia era una terra in via di sviluppo, cresceva, si espandeva; costruzioni, edifici si perdevano a vista d’occhio, poi gli interessi di pochi hanno soffocato quelli di un intero Paese…».

Il lavoro con “Costruiamo”. «Fatto di organizzazione: appello, accoglienza, carta d’identità e documenti per i ragazzi, possono sembrare pura routine, invece è come un lavoro teatrale: anche se la commedia è la stessa, quando cambiano gli interpreti, cambia in qualche modo anche il risultato; ogni ragazzo ha una sua storia, un suo vissuto, uno non ha lo stesso carattere dell’altro, così devi lavorare per far comprendere ad ognuno di questi qual è ruolo che la vita ci ha assegnato…».STORIE Articolo 02FUGA DAI CONFLITTI CIVILI

Non fa una grinza il paragone. Sentiamo, ora, che interprete è Allul. «Saldatore a sedici anni, ho sempre lavorato, non fosse stato per le guerre civili in Africa diventate una costante; nove fratelli, me compreso, sento spesso mia madre e il resto della famiglia; mio padre l’ho perso circa tre mesi fa, non sono potuto tornare per l’ultimo saluto, per me – come per altri miei connazionali – tornare a casa è un problema serio; ma un giorno conto di tornarci, anche se “casa mia” è ormai qui».

Otto anni fa, coraggio a due mani. «Imbarcato il 6 agosto del 2011, con tre miei amici ero già andato via dal Sudan; in mare fummo salvati da una nave mercantile maltese, per essere trasferiti successivamente a Lampedusa, da lì in poi, solo la provincia di Taranto, nei Centri di accoglienza di Manduria e Palagiano, poi in città; ero uno degli ospiti, una prima esperienza come operatore mi aveva lasciato l’amaro in bocca…».

Poi, finalmente, il sereno, “Costruiamo Insieme”. «Casa mia!».

Silvia, «Anima e cuore»

Silvia, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Devi spenderti con amore, avvicinarti a un mondo nuovo. Conoscerli attraverso occhi che non hanno avuto adolescenza. Parlano dei genitori lontani dei loro consigli e le loro raccomandazioni. Adoro fare tutto questo, felice di andare ogni giorno al lavoro»Silvia ARTICOLO 03«O lo fai con amore, oppure meglio lasciar perdere!». Silvia, operatore di “Costruiamo Insieme” dal 2016, racchiude in una sola battuta il suo pensiero sul lavoro svolto per la cooperativa sociale in questi tre anni. «Non è un lavoro come tanti altri, di routine: la cosa principale richiesta è la massima sensibilità; questa, infatti, non puoi improvvisarla: o ce l’hai nel tuo dna altrimenti è meglio cedere il passo a chi in tutto questo può metterci l’anima».

Anima e cuore, è una costante nel confronto. Conosciamo Silvia per il suo modo di spendersi dentro e fuori il perimetro dell’accoglienza. Fossimo in un Valtur, lei sicuramente sarebbe il “capovillaggio”. Per come riesce ad animare qualsiasi iniziativa lanciata da presidente e direttore. I suoi video nella chat di “Costruiamo” sono diventati virali. I progetti più belli vengono sostenuti dai suoi messaggi ironici, tesi a sensibilizzare colleghi e ragazzi.

Torniamo a tre anni fa. «Mi sono trovata a “Costruiamo” casualmente; incontrai il presidente, Nicole Sansonetti, toccammo diversi argomenti sui quali ci trovammo in perfetta sintonia: da lì in poi è stata collaborazione, stretta: mi sono occupata del Centro di accoglienza per minori all’interno dei CAS; non è un caso dicessi che una cosa va fatta bene, non ci sono “se” o “ma”: se non ami il prossimo, in questo caso i bambini, meglio passare il testimone a qualcuno che ci mette cuore e amore».SILVIA ARTICOLO 02 - 1Dunque, i minori. «Basterebbe incrociare lo sguardo di uno di questi giovani accolti in questi anni da “Costruiamo”: sguardo smarrito, in cerca di un abbraccio, di una coperta, un giaccone, qualcosa da mettere sotto i denti, perché il viaggio della speranza è l’unica cosa a cui aggrapparsi; qualcuno è arrivato con i genitori, altri da soli: papà e mamma, a malincuore, li hanno messi su un barcone che si spingeva al largo in cerca di un futuro dignitoso; ecco lo spirito con cui io e i colleghi abbiamo sempre accolto e seguito questi ragazzi».

Un lavoro sostanzialmente nuovo. «Sono stata sempre spinta dalla curiosità – dice Silvia – dal conoscere altre culture, che puoi anche non condividere, ma che è necessario conoscere per capirne le dinamiche; oggi quei minori sono diventati maggiorenni, stanno con noi, hanno i loro documenti e cominciano a vivere una nuova vita con nostra somma soddisfazione».

Fra le altre, una soddisfazione. «Avere abbattuto una certa diffidenza; ma, attenzione, non a spallate, ma con un impegno quotidiano nel quale provare a dare, tanto, e avere anche poco; quel poco, giorno dopo giorno si è trasformato in tanto, così da diventare un sicuro punto di riferimento per qualsiasi scelta, piccola o grande che fosse: sembra che si stia parlando di grandi sistemi, e forse in qualche modo lo è, ma provate a pensare per qualche istante a ragazzi che fino a qualche tempo fa vivevano in un villaggio, rischiavano quotidianamente la vita, non avevano tempo per pensare ad altro che non fosse la lotta alla sopravvivenza: non un solo giorno, ma trecentosessantacinque giorni l’anno, per anni e anni, a mangiare pane e disagio; oggi per loro sono diventata una mamma a cui affidare problemi in cerca di una soluzione».
SILVIA ARTICOLO 01 - 1In questo dare-avere, un insegnamento dei ragazzi. «Ognuno prega per la sua religione, il suo dio, non ci sono mai stati dibattiti vivaci sul “questo è meglio…”; mi sono avvicinata al loro credo, cercare di capire in cosa consistesse, per esempio il ramadan, periodo nel quale chi è di fede musulmana si sottopone a momenti di astinenza; i ragazzi hanno visto in questo mio gesto una mano tesa nei loro confronti; per contro, nel periodo della Santa Pasqua hanno voluto conoscere le nostre tradizioni, ho parlato loro dei Sepolcri, della Settimana Santa, li ho avvicinati – come si leggeva un tempo sui nostri testi scolastici – ai nostri usi e costumi; tutto questo perché mi sentissero più vicina al loro mondo: penso di esserci riuscita, ma è solo l’inizio, questo processo di avvicinamento deve proseguire, del resto basta un episodio di intolleranza letto su internet o visto alla tv a farci perdere terreno in un attimo».

Silvia, mamma adottiva. «E’ quello che sento, se non ci fosse questo sentimento nei confronti dei ragazzi, questo sarebbe un vero lavoro, invece penso debba essere più un atto di affetto nei confronti del prossimo: oggi non mi vedrei a fare altro, talmente mi sono spesa e compenetrata in questo impegno; è bello sentirli, quando cercano di spiegarti il senso di educazione ricevuto: “…Mamma diceva così, papà si raccomandava per questo e quello…”; non bisogna mai perdere di vista la madre di tutte le motivazioni: questi ragazzi non hanno vissuto adolescenza e infanzia serene; ogni volta che ci si avvicina al loro mondo, bisogna ripetersi mentalmente questo concetto, una ferita profonda che può rimarginarsi solo con il tempo».

Quando parla del suo impegno quotidiano, Silvia lo fa con lo stesso entusiasmo dei primi giorni. «Adoro fare tutto questo, ogni giorno sono felice di andare al lavoro!».

«Questo lavoro a vita!»

Francesco, operatore, parla dei ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza

«Volevo insegnare, in realtà ho imparato». Una laurea in Scienze dei Beni culturali, che chiude volentieri in un cassetto. «Il colore della pelle, sciocco preconcetto. Non invadono, ma fuggono: da un malessere e dalla fame, da bastonate e proiettili che sibilano a tutte le ore»

«Ho conseguito una laurea in Scienze dei Beni culturali, ma farei questo lavoro a vita!». Francesco, trentacinque anni, da un anno e mezzo con la cooperativa “Costruiamo Insieme”, non ama compiacere chi lo ascolta. Ama piuttosto il confronto su qualsiasi latitudine. Tralasciamo il discorso politico. Conosciamo qual è la sua posizione, l’appassionata difesa dei suoi amici nordafricani. Proviamo, invece, a conoscere un ragazzo maturo, che al suo primo colloquio di lavoro, ha compreso in un attimo quale fosse il suo futuro.

«Di questo devo ringraziare presidente e direttore di “Costruiamo” – dice Francesco  – hanno subito creduto in me, nonostante venissi da una preparazione culturale che, forse, non aveva punti di contatto con il lavoro che avrei affrontato a partire dall’ottobre del 2017. Dico forse, perché poi, evidentemente avendo, loro, una visione più completa mi avevano giudicato idoneo a svolgere il ruolo di operatore all’interno della cooperativa».Francesco Articolo - 1Un altro mondo, Francesco non si nasconde dietro un dito. «I miei genitori sono docenti, hanno studiato e insegnato, fin da piccolo, che il colore della pelle è solo il pregiudizio degli sciocchi: solo un ignorante può pensare di essere superiore a un suo simile solo perché meno “abbronzato…”». Sorride. E’ il tono giusto, disinvolto, per ribadire certi aspetti. Non è il caso di infliggere sciabolate, basta il fioretto, magari solo per un senso di difesa. «Se attacchi – riprende Francesco – hai perso la partita, vai su un terreno sul quale gli altri, quanti hanno preconcetti sui nostri ragazzi – permettetemi di usare un possessivo, sento come fossimo una sola famiglia – ti vogliono condurre, e non è il caso: troppi veleni, troppe banalità e considerazioni tanto al chilo, senza sapere di cosa in realtà stanno parlando».

Il peccato originale. «Il preconcetto, sbagliano nel considerare questi ragazzi come “invasori”: qualcuno pensa che una mattina, i nostri fratelli africani, si sono svegliati e hanno deciso di fare un giro a largo; invece, i ragazzi non invadono, ma fuggono: da malessere, ignoranza, bastonate senza pietà, proiettili che sibilano ad ogni ora del giorno e della notte; fuggono dalla fame e sognano una prospettiva umana, fatta sì di sacrifici – dove mettiamo radici e affetti cui hanno dovuto rinunciare? – ma anche di lavoro e un futuro finalmente libero e non condizionato».

Francesco e la sua esperienza all’interno di “Costruiamo Insieme”. «Vengo dai Centri per l’accoglienza e Centri per il rimpatrio, nel Barese, zona della quale sono originario; volevo spendermi al massimo per questo lavoro e quando ho chiesto strumenti con i quali insegnare ai ragazzi, ho avuto la massima collaborazione da parte della struttura: sono tornato sui libri, ho studiato, mi sono confrontato con una strada completamente nuova; ho cominciato a tenere corsi di alfabetizzazione, seguito dai miei “allievi” con la massima attenzione: perché questi ragazzi, ecco cosa sfugge a molti, vogliono imparare subito abbattere distanze e pregiudizi; vogliono spiegarsi, raccontarsi come meglio possono».Francesco Articolo - 2L’insegnamento e le emozioni di questo lavoro. «La cosa più bella è la partecipazione, l’educazione e l’impegno con cui ti rivolgono domande: quando imparano la minima nozione che ho provato a trasmettergli, per me è una grande soddisfazione; capisco quando i “miei” mi parlavano di soddisfazione professionale, di missione in questo lavoro; la magia della creazione, di un segno, una lettera, una parola, infine una frase e un ragionamento più articolato. E, mi ripeto, non è solo merito del mio impegno, ma la forza di volontà di decine di giovani che vogliono integrarsi, restare qui, sentirsi italiani, rendersi utili al prossimo».

I ragazzi imparano e insegnano. «Insegnano ogni giorno qualcosa, ma un’idea complessiva puoi fartela solo se vivi a stretto contatto con loro per diventare uno di loro; bene, il prestito bibliotecario è stato un successo: sembra un dettaglio, invece è un sensore di quello che i ragazzi vogliono fare e, sostanzialmente, imparare e trasmetterti; le prime scelte erano indirizzate a storie semplici, perché la conoscenza della nostra scrittura, parole e frasi entrassero automaticamente nel linguaggio di tutti i giorni; poi letture di scienze, infine la geografia, in particolare sull’Africa: comprendere da dove venissero e quale fosse il nostro punto di vista sui loro Paesi: bene, anche qui abbiamo da imparare; i libri di scuola ci raccontano altre storie dalle quali siamo distanti anni-luce…».

Altro insegnamento. «Mi hanno aiutato a comprendere la diversità culturale, il loro essere cristiani, ortodossi, musulmani; un altro mondo verso il quale dovremmo cominciare a fare un passo; di più: un viaggio».

«Le mie due famiglie…»

Haroon, pakistano, trentatré anni, operatore

«Moglie, tre figli, ho realizzato il mio futuro con “Costruiamo Insieme», dice “cavallo veloce”. «A diciannove anni, prima a Dubai poi in Libia, come tecnico di sistemi di allarme; tornato a casa, ho conseguito un titolo di studio, l’equivalente fra geometra e ingegnere… Nel 2016 l’occasione della mia vita con la cooperativa».

«Mi sento in famiglia e io, che di famiglia ne ho già una, so bene di cosa parlo…». Haroon, “cavallo veloce” nella sua lingua, pakistano di trentatré anni, ha chiaro il concetto. Da due anni e mezzo, operatore di “Costruiamo Insieme”, infatti sa perfettamente di cosa parla. «Grazie alla cooperativa ho potuto pensare a realizzare il mio sogno, ho moglie e figli, guardo al futuro con più serenità». Parla e osserva con discrezione il suo orologio da polso, guarda l’ora. «Abito e lavoro a Martina Franca – spiega – i primi tempi qualcuno aveva una certa diffidenza nei confronti miei e della mia famiglia: ci vedeva come se fossimo invasori…». Ma Haroon è veloce, come se fosse un cavallo di razza. Ha studi, carattere e voglia di integrarsi. Ci mette davvero poco a farsi conoscere. «Accettare? Non è una bella cosa da dire, diciamo che sono riuscito ad allacciare i primi rapporti con quelli che avevano qualche riserva mentale nei miei confronti: qualcuno, più avanti, mi ha spiegato che una ventina di anni prima erano arrivati stranieri da altri Paesi, non dall’Africa, né dal mio Pakistan, e che quelle esperienze non le hanno mai considerarle positive…». HAROON articolo 01BASTA SAPERLO, MA PRIMA GLI EMIRATI…

Basta saperle le cose, informarsi, spiegarsi. Mostrare di avere voglia di stare sul territorio nel rispetto reciproco. «Non puoi pretendere siano gli altri a portarti rispetto – dice Haroon – se non sei tu il primo a mostrare la stessa disponibilità nei confronti del prossimo: ci ho messo poco, oggi ho un ottimo rapporto con la gente del posto, ho considerato il periodo di ambientamento come una cosa fisiologica, normale; io e mia moglie non siamo andati a vivere in un’altra città, ma in un altro Paese, dunque altra mentalità, altre abitudini, oggi mi sento italiano a pieno titolo…».

Mai pensare di sapere già tutto. «Mi impegnavo, apprendevo in qualsiasi Paese andassi, il mio obiettivo era imparare per poi tornare a casa, in Pakistan, e utilizzare gli studi per essere utile alla mia gente». Più o meno metà dei suoi trentatré anni, Haroon li ha impegnati in altre esperienze, sempre lontano da casa. «Da quasi quattro anni vivo in Italia, ho un lavoro grazie alla cooperativa “Costruiamo Insieme”, che non finirò mai di ringraziare per l’occasione che mi ha dato; oggi ho moglie e tre figli: primogenita femminuccia, gli altri due sono nati a Martina Franca; la mia signora fa l’estetista, mi dicono sia molto brava, lavora senza con questo trascurare i nostri figlioli».

Una storia, quella del giovane operatore pakistano cominciata più di qualche anno fa. Fissa ancora l’orologio, riprende il racconto. «A diciannove anni – prosegue – hai voglia di fare tutto e subito, mettere insieme un bagaglio di esperienza tale per poi tornare a casa; così mi trasferii a Dubai, negli Emirati Arabi, dove lavorai per quattro anni in un’azienda che si occupava di sistemi di allarme, un bel lavoro, anche se volevo studiare e crescere professionalmente. Tornai, dunque, in Pakistan e conseguii un titolo di studio equiparabile a un diploma fra geometra e ingegnere. Finiti gli studi, altra occasione di lavoro, sempre nell’impiantistica dei sistemi di allarme: stavolta in Libia, altri quattro anni, il governo di allora incoraggiava lo sviluppo, fino a quando non scoppiò la guerra civile e di colpo diventò tutto più complicato; difficile trovare di che sfamarsi, avevano dato alle fiamme l’aeroporto, distrutto buona parte delle vie di collegamento, non potevo più tornare indietro, cioè in Pakistan; unica soluzione: l’imbarco, sperare che oltre il Mediterraneo ci fosse un’altra occasione di lavoro; il lavoro, il mio chiodo fisso; non amo l’assistenza, le cose devo guadagnarmele con il sudore della fronte, il massimo impegno: sposato nel 2013, sentivo sulle mie spalle anche il peso della famiglia».HAROON articolo 02LA LIBIA, LA GUERRA CIVILE, L’ITALIA

Dunque, il viaggio. «Mi informai, c’era qualcuno che stava organizzando un viaggio per l’Italia, occorrevano soldi, misi mano a quelle poche risorse economiche rimaste e ci imbarcammo: eravamo in centoventi, più o meno famiglie siriane, pakistane… Dieci ore in mare, poi all’orizzonte una nave militare italiana; l’equipaggio ci prese a bordo e ci accompagnò all’hot spot di Taranto: fummo ospitati per qualche mese fra Martina e Taranto, infine il passaggio al Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, quando un bel giorno – come vuoi definirlo il giorno che imprime una svolta alla tua vita… – un mio connazionale mi presenta il presidente della cooperativa, Nicole Sansonetti; un colloquio, la sensazione di aver fatto una buona impressione e dall’ottobre del 2016 il mio lavoro da operatore; parlo diverse lingue: italiano, inglese e arabo le principali, poi pastum, urdu, panjab…».

Operatore, massima professionalità. Svelato lo sguardo ripetuto al suo orologio da polso. «Devo tornare a Martina, devo essere lì intorno alle 17; devo muovermi prima, metti che sulla strada mi imbattessi in qualche imprevisto». Professionale, Haroon, “cavallo veloce” ma prudente. «Una delle due famiglie mi attende, mi ritengo molto responsabile: affetto e stima puoi solo guadagnarteli con il massimo impegno, come operatore a “Costruiamo Insieme”; come marito e genitore fra le mura domestiche».

«Mi chiamano “mamma”!»

Federica, tarantina, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Conoscere mondi diversi ha sempre esercitato grande fascino. Ragazzi straordinari, imparano le nostre regole, ma ci insegnano anche tanto. Prima avvertivano smarrimento, oggi si sono integrati»FEDERICA 01«Se amo questo lavoro? Da morire!». Due brevi frasi, espressioni tipiche di chi a Sud ha la passione e risponde senza un minimo dubbio. Due colpi, dritti al bersaglio. Federica, operatore all’interno di “Costruiamo insieme”, li lascia partire senza pensarci due volte.

Federica, tarantina, ha da poco messo piede negli “enta”. Per molti dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza curati dalla cooperativa sociale, lei è la “mamma”. «Come fossero dei neonati – dice – è una delle prime parole in italiano che imparano e io sono orgogliosa di aver guadagnato sul campo questa loro fiducia; per loro, “mamma” non significa solo “genitore”, anche se ne avvertono, e tanto anche, la mancanza: è, invece,  il massimo valore che possano attribuire a una persona con cui aprirsi liberamente. Ti vedono come qualcuno disposto ad ascoltarli in qualsiasi momento, qualcosa a cui aggrapparsi – lontani migliaia di chilometri da casa – per risolvere un problema, talvolta piccolo, ma ingigantito dall’informazione che per chi non conosce bene l’italiano inevitabilmente  assume contorni a prima vista preoccupanti».

Così scatta la domanda e solo “mamma” può rispondere. «Per loro ogni operatore di “Costruiamo”  è un qualcosa cui fare riferimento ad ogni occasione e noi siamo qui, disponibili a spiegare problemi ed eventuali soluzioni che questi richiedono». Ma ci sono anche i contrattempi, fare da tutore a volte complica le cose. «Basta comprendere che non sei tu l’oggetto del loro disappunto; certo, raccogli il loro sfogo, ma le cose basta spiegarle con calma e tutto diventa più semplice; i disappunti: documentazione, domande, richieste d’asilo, carta d’identità, codice fiscale, tanto per intendersi; per loro arrivare in Italia è stato come fare un salto nel buio, tante cose – la burocrazia in primis – non le conoscevano; adesso stanno prendendo una certa familiarità con le documentazioni varie; e se prima a manifestare disagio erano in dieci – faccio un esempio – adesso sono solo un paio, per giunta aiutati dai loro connazionali che spiegano l’iter con il sorriso di chi con il burocratese oggi ha una certa confidenza».FEDERICA 02INSEGNIAMO L’ITALIANO, IMPARIAMO LA TOLLERANZA

«Quando posso – prosegue Federica – aiuto ad aggiornare documentazioni varie, faccio da responsabile di segreteria, tengo brevi corsi di alfabetizzazione; quest’ultimo compito lo assolvo come fossi una insegnante in tutto e per tutto: vedere i ragazzi prendere appunti sui loro quaderni, seguirti e, a volte, precederti nelle risposte, è una grande soddisfazione; capisco cosa possa significare per una insegnante a tempo pieno vedere sotto i propri occhi il miracolo della scrittura, delle prime parole in italiano, la spiegazione da parte dello “studente” che dimostra quanto la lezione sia andata a buon fine».

Cosa raccontano i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza a Federica. «Tanti episodi, ho la pelle d’oca solo a pensare ad alcuni episodi che mi hanno raccontato: ma la prima cosa che mi viene in mente è la mortificazione: quello che qualcuno di loro prova nel camminare per strada o viaggiare su un bus e sentirsi oggetto di cattiverie gratuite; frasi ingiuriose, che i ragazzi oggetto di battutacce fanno finta di non capire, perché anche questo è il nostro compito insegnare loro ad essere tolleranti, a non accettare provocazioni, a sorvolare; ma, diciamola tutta, gran parte dei tarantini hanno un buon rapporto con i ragazzi, ovunque c’è la cosiddetta voce fuori dal coro, ma basta isolarla, non pensarci».FEDERICA 03GLI SPIRITOSI SI CHIAMANO “MONELLI”

Tra gli ospiti, qualcuno stecca? «In percentuale bassissima, vogliamo chiamarlo “monello”? Quello che mette a dura prova la pazienza risiede in ogni famiglia “normale”, di solito è quello  disposto a polemizzare a qualsiasi costo. Succede, ma tutto è sotto controllo, così se uno eccede in “spiritosaggini”, viene subito contenuto. E sapete da chi? Dai loro stessi connazionali, ma anche dai miei stessi colleghi africani!».

Mosche bianche. «Gran parte è gente adorabile, non sa come sdebitarsi per le attenzioni nei loro confronti, che poi fanno parte del tuo lavoro, perché la nostra è una missione: non puoi fare questo lavoro per un certo numero di ore e per il resto della giornata parcheggiare la tua coscienza; così accade che ogni giorno, all’ora di pranzo qualcuno di loro ti inviti a sederti al suo tavolo, a mangiare; oppure al mattino o nel pomeriggio ti offra un caffè: non pensate mai alla consuetudine, questi ragazzi arrivano da un altro mondo ed è come se qualcuno gli avesse detto: “Bene, metà di tutto quello che avete imparato fino ad oggi mettetelo da parte, da adesso siete in un altro Paese e le regole sono cambiate!”. E’ dura e io e i miei colleghi di “Costruiamo Insieme” aiutiamo i ragazzi ad inserirsi nel nostro tessuto sociale».

«Ciò che sognavo…»

Morena, l’esperienza a “Costruiamo Insieme”

Studi in psicologia, è passata dalla teoria alla pratica. «La diversità fa paura solo a chi non conosce.  Ai ragazzi africani insegno qualcosa, ma da loro imparo anche. Mai porsi condizioni mentali, complicano le relazioni umane. Faccio un lavoro che mi aiuta a crescere, anche sotto l’aspetto professionale» 

«La diversità, come quello che non conosciamo, fa paura: se solo riuscissimo ad affrontare con sensibilità ognuno di quelli che consideriamo, a torto, “problemi”, ce ne gioveremmo tutti». Morena, laureata in psicologia clinica, dallo scorso anno operatrice di “Costruiamo Insieme”, fa il punto della sua esperienza all’interno della cooperativa sociale che la porta quotidianamente al cospetto di realtà che meriterebbero più di una riflessione. Lei lo fa ad ogni occasione. «Faccio, né più né meno, quello per cui ho studiato: rivolgere la massima attenzione all’altro, a chi ci sta di fronte, chiede di essere ascoltato; il colore della pelle preoccupa solo chi ha preconcetti: prima di pronunciarsi su qualsiasi cosa, bisognerebbe approfondire, sempre; non accetto considerazioni tout-court, specie su un argomento delicato come quello dell’immigrazione».

Morena, ventinove anni, vive ad Adelfia, vicino Bari. Da marzo a settembre dello scorso anno si è occupata dei ragazzi ospiti dei Centri di accoglienza straordinaria di Bitonto e Modugno. Seguiva per loro conto le diverse pratiche, dal permesso di soggiorno al codice fiscale. Poi le strutture diventano troppo grandi e impegnative per ospitare poche decine di ragazzi. «Quando i due Centri sono stati chiusi – ricorda l’operatrice – molti di questi ragazzi hanno cominciato a preoccuparsi seriamente; come se stessero per compiere un secondo viaggio, dopo quello in mare, verso l’incognito: sarebbero stati trasferiti al CARA, il Centro di accoglienza richiedenti asilo; lì, da quello che so, esistono tensioni, gerarchie non scritte, episodi di bullismo e nonnismo; anche questo è stato motivo di riflessione per me: ragazzi che avevo conosciuto e manifestavano sensibilità e fragilità non comuni, rischiavano di finire in pasto ad elementi privi di scrupoli».Morena 01Quando si fa questo lavoro, con la giusta partecipazione, non si può restare insensibili a simili svolte. «Mi compenetravo in quello che stavano per affrontare, ragazzi fuggiti da guerre etniche e persecuzioni politiche, che ne avevano viste di tutti i colori, non avevano finito di fare esperienza; ci ripenso ancora, ai saluti, gli abbracci e l’augurarci “buona vita”; io che avrei dovuto avere il giusto equilibrio per gestire anche un doloroso addio, non riuscivo a non emozionarmi, a commuovermi».

Quando si parla di questi e altri episodi, Morena appare misurata. Inutile infilarsi nei meandri della politica, di slogan coniati più per impressionare che per aiutare a comprendere un fenomeno. «Non parlo dei politici, ma non inviterei chiunque a stare un giorno con noi, a farsi un’idea dei nostri ragazzi, del modo in cui si porgono, si muovono, in un contesto nuovo e talvolta ostile».

Un episodio che aiuta a comprendere. «A Modugno, la scorsa estate – ricorda l’operatrice – una di quelle giornate dal caldo insopportabile: ero in auto, quando riconobbi un ragazzo ospite del nostro Centro camminare per strada, sotto un sole cocente; accostai il mezzo, tirai giù il finestrino e gli dissi di salire, lo avrei accompagnato per quel tratto di strada che lo divideva dal Cas: risposta quasi imbarazzante la sua, “Sicura che posso sedermi?”; insomma, era così stupito che facessi una cosa che ritengo normalissima: avere un passaggio in auto, evidentemente, a lui, come ai suoi conterranei, era sembrata una cosa enorme: “Sicura che posso sedermi?”, ci rendiamo conto?».Torniamo al punto di partenza. «Colpa anche nostra – riprende Morena – evidentemente non siamo riusciti ad entrare perfettamente in relazione con i loro sentimenti; se pensano che a qualcuno “pesa” offrire loro un normale passaggio in auto, ma è solo un esempio, qualcosa non va a cominciare dal nostro modo di comunicare; non tutti gli italiani sono così, ma se i ragazzi – che in quanto a sensibilità non sono secondi a nessuno – avvertono forte la discriminazione, evidentemente a sbagliare siamo anche noi: mi ripeto, non dovremmo mai pronunciarci su quanto non conosciamo».Morena 04Chiaro il concetto. «Lo stesso atteggiamento, in molti, lo hanno nei confronti delle altre religioni, come se uno straniero dovesse pregare come meglio fa comodo a noi, incredibile solo il parlarne: fa paura quello che non conosciamo!». Morena, che i ragazzi hanno affettuosamente ribattezzato “Morella”, ha ripreso a parlare anche inglese. «Lo studiavo sui banchi di scuola – dice – con molti di loro, padroni della lingua, ho ripreso a masticare l’inglese, ma anche a parlare “nigeriano”». Pronuncia qualche frase – del tipo “Ciao, come stai?”, “Tutto bene, fratello?” – che un ragazzo nigeriano, accanto a noi, comprende tanto da lasciarsi andare ad un sorriso. I ragazzi e il loro modo di fare. «Non lo scopriamo oggi, ma i ragazzi africani sono solari, espansivi, la loro voglia di starti a stretto contatto fa parte della loro natura, quando si incontrano e parlano fra loro è un continuo gesticolare, spingersi, toccarsi: qui subentra il mio, il nostro di lavoro, far capire che nella nostra società, giusta o sbagliata che sia, esistono linee comportamentali che possono essere interpretate in modo non sempre condivisibile: se per strada fermi qualcuno con un “normale” strattone, rischi il litigio; un altro paio di maniche è, invece, rivolgersi a chiedere una indicazione con un “Mi scusi…”; una volta che hanno compreso certi limiti, che appartengono a un Paese, un modo di pensare, tutto fila liscio…».

Morena e il suo lavoro. «Non potevo chiedere di meglio – torna sulla sua esperienza di operatrice – sono passata dallo studio sui banchi dell’università a quelli della vita, a discutere sui comportamenti umani, non avevo ancora avuto occasione di passare – come si dice  – dalla teoria alla pratica: di questo sarò eternamente riconoscente a “Costruiamo Insieme”».

«Una seconda famiglia»

Ismaila, ventuno anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Ho realizzato un sogno: trovare lavoro in una struttura che fa accoglienza. Il dolore è una realtà che conosco bene, sono scappato dal Gambia, una politica inflessibile. Il viaggio in mare, una nave militare italiana, il porto di Taranto, finalmente a “casa”»

Ismaila, gambiano, ventuno anni, operatore di “Costruiamo Insieme”. «Primo sogno, realizzato», dice. «Trovare un lavoro in una struttura che si occupa di accoglienza non può che riempirmi di gioia: posso contare su un’autonomia economica e svolgere un’attività che mi porta a stretto contatto con realtà che conosco molto bene».

Non solo accoglienza, Ismaila si riferisce all’aspetto umano di storie diverse fra loro, ma molto simili. Ragazzi, come lui, fuggiti da un’Africa povera e arida di politiche democratiche. «Ci sono passato anch’io – ricorda – quando un brutto giorno, ancora giovanissimo, ho dovuto prendere una decisione: lasciare il Gambia, il mio Paese; brutto, perché mi aveva e mi stava riservando ancora dolore: non avevo più papà e mamma, ero diventato subito orfano, lì non c’è assistenza sanitaria, se non hai denaro puoi scordarti qualsiasi tipo di conforto medico».

Niente papà e mamma, pochi familiari. «Ho lasciato lì due miei fratelli, che sento ogni tanto; ci raccontiamo quanto ci accade, io dico della fortuna che ho avuto nell’aver guadagnato subito la stima della cooperativa per la quale oggi lavoro; loro mi raccontano dei sacrifici ai quali devono ancora sottoporsi per andare avanti e vivere una vita dignitosa: non è un bel vivere in Gambia, non è una novità sapere che lì si patisce un grave disagio, aspetto dovuto a una incertezza politica durata fino a poco tempo fa…». Non si sbilancia, Ismaila. In tutti questi anni il suo Paese è stato spettatore passivo di una corsa al potere. Prima un colpo di Stato, poi elezioni democratiche, non senza qualche colpo di coda. Oggi, dopo anni di sofferenza, è stato ristabilito il principio di democrazia.STORIE Articolo - 1UN GIORNO TORNERO’ AL MIO PAESE, FORSE…

«Un giorno tornerò a casa – confessa – ma non ora, in Italia sto bene, è un Paese accogliente, ho un ottimo rapporto con la gente del posto: quello che si dice in giro, l’intolleranza per esempio, in Italia non si avverte; mi ritengo fortunato, per essere arrivato qui, ospitato in un Centro di accoglienza straordinario, ed essermi subito inserito in società trovando un posto di lavoro che mi inorgoglisce».

La fuga di Ismaila. «Via dal Gambia, ho attraversato Senegal, Mali, Burkina e Niger, prima di arrivare in Libia». Il ventunenne gambiano ha stampata in mente la sua cartina geografica. Quella che possiamo osservare in un attimo, colorata, con tanto di confini, Ismaila l’ha vissuta sulla sua pelle. «Mi sono fermato in Libia – riprende – l’unico modo di mettere un po’ di soldi da parte per il viaggio era darsi da fare, mettersi sul mercato, trovare qualcuno che mi aiutasse a trovare lavoro: così ho trovato un impegno giornaliero, in campagna, sei ore al giorno, dalle 8 alle 14… lavoro sodo, sotto un sole che non perdona, ma è una condizione che si supera, basta non pensarci: il segreto sta nel rivolgere il pensiero a quello che un giorno sarebbe stato, una volta messi insieme i soldi per pagare il viaggio per l’Italia…».

Dunque, il tanto sospirato viaggio verso libertà, ma anche l’incognito. «Arrivare sulla sponda opposta all’Africa era comunque un passo avanti rispetto a giorni e giorni di sofferenza; avevo il denaro giusto per staccare il biglietto per l’Italia, una volta lì ne avrei parlato con connazionali e amici: restare o partire par altri Paesi; settantacinque persone su una imbarcazione: non sapevamo quanto sarebbe durato il viaggio, non era scontato che tutto andasse in fretta e bene; non sai mai quale sia il carattere del mare: partimmo con il batticuore, le onde facevano paura, ma per fortuna fu sufficiente un giorno di mare, ci venne incontro una nave militare italiana».STORIE Articolo - 2…QUI STO BENE, MI SENTO A CASA 

Ricorda come se fosse ieri. «L’equipaggio fece salire tutti noi a bordo: era l’ottobre del 2015, arrivammo direttamente al porto di Taranto, fui ospitato in una struttura del quartiere Salinella per un mese, poi passai a “Cavallotti”: parlavo inglese e mandinka, lingua che si parla in Gambia, ma anche in Guinea-Bissau e Senegal, mentre perfezionavo il mio italiano; fu così che da “Costruiamo Insieme” mi chiesero se mi avesse fatto piacere impegnarmi per i ragazzi in arrivo dall’Africa; sarà stato il carattere, il mio essere gioviale, anche nei momenti più critici, ad aver convinto chi mi ha offerto un’occasione che non mi sono lasciato sfuggire».

Infine un pensiero rivolto ai due fratelli rimasti in Gambia. «Loro due sono la mia famiglia, ormai: non ho più papà e mamma, scomparsi giovanissimi; la domanda che mi rivolgono più spesso è su come mi trovo in Italia e se un giorno potrei tornare a casa; sempre uguali le mie risposte: ho nostalgia di loro, del mio Paese, ma in Italia sto bene, un giorno forse tornerò, chi può dirlo». Indipendentemente da quello che sentiamo e leggiamo in questi mesi, l’Italia è un Paese ospitale. «Non ho mai subito gesti di insofferenza, non c’è tutta quell’intolleranza di cui si parla; poi ho trovato lavoro e, oggi, “Costruiamo Insieme” è la mia seconda famiglia».