«Ho ripreso a vivere!»

Patrick e il suo lavoro con “Costruiamo Insieme”

Operatore, da circa tre anni è impegnato come operatore. Fuga dal Ghana, muratore in Libia da muratore, carrozziere in Italia, finalmente un’attività che gli ha restituito il sorriso. «Cinque fratelli, mamma che sento spesso, ho vissuto momenti drammatici, le bande ti svuotavano le tasche e la testa…»ARTICOLO Storie - 3«Sono felice da circa tre anni, in tutto questo c’entra il lavoro trovato con “Costruiamo Insieme”: ho attraversato l’Africa, ho visto ammazzare gente perché non aveva danaro per pagarsi la libertà!». E’ uno dei tasselli del racconto drammatico di Patrick, ghanese, ventinove anni, cristiano, che per fortuna ha avuto un lieto fine. Un posto di lavoro, una prospettiva che può cambiarti la vita, in senso fisico e psicologico. «Sono passato attraverso un lavoro di muratore in Libia – dice Patrick – quando quel Paese, ai tempi di Gheddafi, per noi che venivamo da zone in cui c’erano persecuzioni politiche e focolai di guerra civile, rappresentava la salvezza: il lavoro, a fronte del quale il titolare dell’impresa – piccola o grande che fosse – ti pagava, uno stipendio non esagerato, comunque accettabile: insomma, non morivi di fame; poi è successo quello che non ti aspetti, la scomparsa del Colonnello, del lavoro e il valore del denaro che non è più lo stesso».

Cominciano le rappresaglie, i civili, fra questi bande di ragazzini, si armano e aggrediscono qualsiasi cosa si muova. «Sparavano a vista – ricorda Patrick – un po’ per metterti paura, un po’ perché eri il bersaglio mancato: alzavi le braccia in segno di resa, svuotavi le tasche e mentalmente pregavi che lasciare le tue ultime risorse in danaro potesse salvarti la vita; a volte era così, altre volte no: ho visto morire sotto i miei occhi gente che avevo appena conosciuto; un dolore straziante, e non perché pensavi che potesse capitare a te – questo lo avevi già messo in conto dal momento della crisi libica, un “Si salvi chi può!” – ma perché ognuno di noi era ostaggio di un grilletto sul quale premeva il dito di un ragazzino, quasi giocasse a fare il cattivo, come in un film, un videogioco».ARTICOLO Storie - 2VERNICIATORE, IN GHANA E IN ITALIA, POCO DENARO…

Un passo indietro, qualche anno prima. Un villaggio del Ghana, un segno tribale sul viso. «Questo me lo hanno fatto a un mese dalla nascita – sorride – è il segno di appartenenza alla mia comunità, forse non è venuto bene, tanto che mi hanno lasciato un segnaccio, ma serve a distinguermi dagli altri connazionali e a riconoscere i “fratelli”; a proposito di fratelli, veri: io ne ho due, con me tre, e tre sorelle, sei figli in tutto; mio padre non c’è più, aveva settantatré anni quando è scomparso a causa di una malattia curata male: lì non abbiamo medicinali che ci permettano di combattere sintomi che qui, invece, si debellano con una semplice cura; ho mamma, però, la sento spesso: ci facciamo le solite domande, io le chiedo come stia, lei mi chiede come me la stia passando, poi tocca al resto della famiglia che, però, sento meno».

Patrick aveva un buon lavoro in Ghana. «Lavoravo in una autocarrozzeria – racconta – ero abbastanza bravo, a giudicare dai complimenti che mi faceva il padrone dell’officina, mi occupavo della verniciatura di qualsiasi cosa riparassimo e mettessimo di nuovo su strada: il lavoro era tanto, i soldi erano pochi; una volta andato via dal mio villaggio, non senza dispiacere – perché togliere le proprie radici dal tuo passato suona come una ritirata – ecco la Libia: “Vedrai, lì un lavoro lo trovi di sicuro: abbandonai il sogno di carrozziere e mi detti ai lavori nell’edilizia, in Libia costruivano tanto: facevo lavori in muratura, anche qui me la cavavo bene; evidentemente quando le cose cominciano ad andare bene, ecco l’inversione, succede qualcosa: morto Gheddafi il Paese si indebolisce, la zona in cui lavoravo e abitavo comincia a desertificarsi; non ci sono più negozi, il cibo scarseggia, molti lasciano le abitazioni, vanno via, restare lì diventa pericoloso».ARTICOLO Storie - 1LIBIA, LA CRISI E UNA SECONDA FUGA

Dunque, il viaggio per l’Italia, settembre 2014. «Non c’era altro da fare: indietro non potevo più tornare, come facevo, rischiavo seriamente; mi toccava pensare all’Italia, per arrivare qui da voi occorrevano soldi per pagare il viaggio: qualche risparmio lo avevo salvato dalle scorribande di quei briganti; mi imbarco su un gommone, eravamo in novantasette, tutti stretti uno all’altro: inesperto l’uomo alla guida a quell’imbarcazione di fortuna; l’impressione che avevamo dopo tre giorni di mare era che fossimo più o meno sempre allo stesso punto, fino a quando non arriva il primo colpo di fortuna: veniamo avvistati dalla nave “Mare Nostrum”; saliamo a bordo, salvati e rifocillati, ci accompagnano nel porto di Taranto: mi mandano al quartiere Paolo VI, poi al Bel Sit».

Un primo posto di lavoro, poi il secondo colpo di fortuna. «A nero – ride, riferendosi al colore della sua pelle – in una carrozzeria, l’intera giornata, qualche volta tutta la settimana, una faticaccia: cinquecento euro al mese, non ce la facevo più, avevo le tasche vuote; questo, fino a quando non arriva il secondo colpo di fortuna della mia vita: “Costruiamo Insieme” mi propone un lavoro da operatore: oltre al dialetto ghanese, conosco l’arabo, l’inglese e, ovviamente, l’italiano; da due anni e sette mesi ho ripreso a vivere felicemente: forse si vede anche dal sorriso, mia madre se n’è accorta, quando parliamo dice che è come se fossi rinato; vero, la mia vita è cambiata, ho negli occhi e nel cuore il dolore della morte, della guerra e della nostalgia, ma adesso ho ripreso a vivere».

«Casa mia è qui!»

Boubaker, libico, operatore, la cooperativa come una famiglia

«Abbandonato gli studi da geologo, ho preso al volo l’occasione: un contratto con “Costruiamo Insieme”. Fuggito dal mio Paese, dopo Gheddafi solo bande armate che ammazzano per soldi. Tre giorni in mare, poi Taranto: ospite a Martina Franca, a lavoro a Bitonto»

Trentadue anni, libico, dall’estate di tre anni fa in Italia, da dieci mesi operatore con “Costruiamo Insieme”. Boubaker, musulmano, libico di Bengasi, si racconta per noi. Per aiutarci a conoscere meglio una delle tante storie che hanno per protagonisti ragazzi arrivati nel nostro Paese in qualsiasi modo e per motivi diversi. Ogni storia è diversa dall’altra, anche quando vengono dallo stesso Paese e si sono imbarcati nello stesso viaggio della speranza per l’Europa. Esiste sempre qualche elemento, anche un solo dettaglio che fa da moltiplicatore nei racconti e nei sentimenti dei ragazzi, fuggiti per mille ragioni, ma diventati operatori per un solo motivo: la loro cifra umana espressa prima di diventare “uno di famiglia”. Uno che sa fare bene il suo mestiere, sa mediare, trovare nella sua mente e nelle sue parole l’argomento giusto per convincere un qualsiasi ospite del Centro di accoglienza, perché all’interno del CAS esistono regole da rispettare.

«Mai capitato episodi degni di nota – dice Boubaker, cartellino da operatore mostrato con orgoglio – dovessi andare a pescarne uno, ma è poca cosa, direi quanto successo a Bitonto: un ragazzo, inutile dire la nazionalità – si tratta comunque di giovani, siamo tutti uguali – a cui prese la voglia di ascoltare musica ad altissimo volume; gli era venuta così, come può accadere in un momento di euforia: andai nella sua stanza, lo invitai ad abbassare il volume, mi spinse, ma finì lì; gli spiegai che l’integrazione passa attraverso il rispetto degli spazi che non appartengono solo a noi: tenere alto il volume di una radio significa invadere anche lo spazio di un nostro “fratello” a due passi, nella stanza accanto, a riposarsi, leggere un libro, studiare…».Storie Foto Articolo 01A UN PASSO DALLA LAUREA…

Studiare, Boubaker in Libia è arrivato a un passo dalla laurea. Sei mesi ancora e sarebbe diventato geologo. «Per ora l’idea della laurea la tengo in un cassetto, non c’è fretta: studiare, laurearmi in Geologia mi serviva per trovare lavoro, oggi il lavoro l’ho trovato con “Costruiamo Insieme”, i libri possono aspettare». Almeno quelli universitari. «Qui ho conseguito la terza media, adesso sgobbo per il biennio con il quale prendermi un altro titolo di studio: se la geologia può aspettare, non posso dire la stessa cosa degli studi scolastici in Italia; mi servono per maturare in fretta, mostrare il massimo impegno nel processo di integrazione in questo Paese nel quale non mi sento di passaggio; ecco perché considero gli studi universitari qualcosa che potrò completare a tempo debito: lavorare e studiare riempie la giornata, è impegnativo, ma necessario».

Via dalla Libia, lui stesso libico. Via da un Paese al quale molti africani guardavano come occasione della vita. «Non sono scappato senza un motivo, quando c’era Gheddafi era un’altra cosa, sentivi la presenza dello Stato, eri tutelato dalle leggi; dal 2014 non c’è più controllo, chiunque, anche un ragazzino, con un’arma in pugno si sente così forte da disporre come meglio crede della tua vita: hai soldi, va bene, li consegni senza fare tante storie; non hai nulla in tasca, c’è il rischio che quel bambino cresciuto talmente in fretta da diventare spietato, ti pianti un proiettile in piena fronte, dunque fine della storia, fine dei tuoi progetti».

Addio alla famiglia, i propri cari. «Addio a papà e mamma, quattro fratelli, tre sorelle; praticamente impossibile sentirli tutti, così sento mamma che li informa il resto della famiglia: chiedo come stiano lei e i ragazzi, che fortunatamente oggi vivono in una zona meno a rischio, anche se ormai la Libia è sotto assedio da parte di bande che hanno un solo scopo: prendersi tutto e subito».Storie Foto Articolo 02…ORA STUDIA “ITALIANO”

Ma Boubaker quel coraggio lo ha preso a due mani e si è imbarcato. «Partenza dal porto di Tripoli, comunque lì vicino, e via in mare aperto. Non a bordo di un gommone, ma di una imbarcazione sulla quale eravamo qualcosa come 450 anime! In realtà non sapevo quanti fossimo, ma l’ho chiesto più avanti ai nostri salvatori, una nave militare non italiana a bordo della quale parlavano italiano, inglese, francese, presumo una nave della quale facevano parte rappresentanti dell’Unione europea in missione nelle acque del Mediterraneo».

Tre giorni di mare. «Uno su quell’imbarcazione di fortuna, due a bordo della nave; mi incuriosì sapere in quanti avessimo viaggiato su quella che i militari ribattezzarono “bagnarola” o qualcosa di simile; “Eravate 450!” mi dissero, ecco soddisfatta la mia curiosità, avevamo viaggiato stretti, incollati l’uno all’altro come fichi secchi in scatola: ma eravamo arrivati a Taranto, direttamente, porto italiano!».

Prima di diventare operatore, Boubaker è stato ospite di strutture di accoglienza. «Sono stato a Martina Franca, prima esperienza con l’accoglienza, poi dieci mesi fa l’occasione di lavoro della mia vita: operatore con “Costruiamo Insieme”, a Bitonto, poi a Taranto; conosco arabo e inglese, perché le lezioni all’università erano impartite in inglese; parlo, naturalmente, italiano, che ormai considero la mia seconda lingua: mi esprimo nella vostra lingua, come studio nella vostra lingua, voglio provare a bruciare le tappe, raggiungere altri traguardi negli studi in Italia». La Geologia può attendere.

«”Costruiamo”, la mia salvezza»

Eshebor, nigeriano, operatore

«Sono fuggito dalle persecuzioni militari. Finito in galera, picchiato, mostrato come un esempio da non seguire. Ospite del Centro di accoglienza della cooperativa, oggi lavoro e guardo sereno al mio futuro»

«Da tre anni in Italia, uno da operatore di “Costruiamo Insieme”, grande esperienza umana: faccio rispettare le regole del vivere civile agli ospiti del Centro di accoglienza; con loro ho un ottimo rapporto, capiscono che è il mio lavoro e qualsiasi cosa dica io o i miei colleghi è solo per il loro bene, che poi è anche il nostro, essendo anche io, come loro, un africano».

Eshebor, nigeriano, ventidue anni, cristiano, scuote la testa. Le domande non farebbero al suo caso, se non fosse che da più di un anno, prima di diventare operatore all’interno della cooperativa sociale tarantina, si è puntualmente collegato al sito di “Costruiamo” per leggere storie raccontate da suoi connazionali e “fratelli” provenienti da altri Stati del continente africano. «Non pensavo arrivasse il mio momento – dice Eshebor – ma adesso sono felice di raccontare la mia storia con lieto fine: un impegno di lavoro con “Costruiamo Insieme”, che significa avere una buona base di partenza per guardare con più fiducia a un futuro fino a qualche tempo fa più nero della mia pelle» .

Sorride Eshebor, un sospiro di sollievo. Come se stesse avvolgendo per noi la pellicola di un film autobiografico. Uno di quei soggetti drammatici dei quali spesso si occupa una cinematografia indipendente. Film in cui si vedono uomini in fuga, tanti, senza una meta e che si fanno largo fra una vegetazione che non sai nemmeno cosa possa nascondere. «Solo che lì, in Nigeria – Eshebor ci riporta alla realtà – non era un film, era un reality: lì ti sorvegliano, ti seguono, ti picchiano, ti gettano in una prigione a pane e acqua, quando ti va bene…».Eshebor articolo 01PAUSA, OCCHI LUCI, RIPRENDE IL RACCONTO

Una pausa, gli occhi lucidi, riprende a raccontare. «Ma adesso tutto questo è finito, sono in Italia, lontano da una guerra etnica che quando pensi stia per finire riprende vita da un focolaio che sembrava ormai contenuto: è dura, ma arrivare qui, in un Paese ospitale come l’Italia e trovare un lavoro in qualità di operatore, è stato come un sogno; ho conosciuto tanti ragazzi che, come me, avrebbero potuto svolgere le mie stesse mansioni, ma alla fine hanno scelto me, dunque mi ritengo fortunato…».

Le qualità umane, sono state queste la spinta nell’assegnazione di un lavoro delicato, fatto di relazioni, ma anche di regole, si diceva, da far rispettare. «Nel mio Paese, la Nigeria, è in corso da tanto una guerra etnica, il Governo prova a far rispettare le leggi con grande severità: la mancanza di democrazia mi ha spinto fino a qui; ma attenzione, non sono fuggito alla prima rappresaglia, io ho contestato i sistemi con i quali i militari provavano a far rispettare regole severe; quando c’era da scendere in piazza non mi tiravo indietro, insieme con i miei amici contestavo civilmente le azioni con cui i militari ci mettevano a tacere: sono stato sorvegliato, fermato, arrestato, picchiato, sbattuto in prigione, non per molto: una volta sottoposto a una generosa razione di calci e pugni, venivo rilasciato perché diventassi un esempio per quanti la pensavano come me».

A scendere in piazza sempre meno contestatori. «Eravamo diventati – spiega Eshebor – una compagnia di giro, sempre meno ci spostavamo da un quartiere all’altro, un numero insignificante e la gente, presa dalla paura, ormai evitava di ascoltarci: era successo quello che il potere costituito voleva, eravamo cioè rimasti in pochi e facile preda dei militari, così l’unica via per la sopravvivenza diventò la fuga».

Fugge passando dal Niger. «Altra esperienza complicata, lì ero sorvegliato: non sono mai stato picchiato, né andato in carcere, una vita difficile però; mi trasferii in Libia, qualche mese a lavorare come muratore e imbianchino, mai tirato indietro davanti a un qualsiasi lavoro che sapessi fare: avevo risparmiato un dinaro dopo l’altro, dovessi fare un confronto con l’ero, direi che avevo messo insieme qualcosa come tremila euro, soldi che mi permettessero di pagare il viaggio dalla Libia all’Italia».Eshebor articolo 02FINALMENTE IL MARE, UNA NAVE MILITARE ITALIANA…

Finalmente una imbarcazione e il mare. «In centoventi – ricorda Eshebor – alla ricerca di libertà e rispetto umano, che poi sono le cose più belle per le quali non dovresti lottare: non lo dico io, lo dicono le scritture religiose; il viaggio dura poco rispetto a quanto mi hanno raccontato miei connazionali: dopo tre ore in mare, siamo stati issati a bordo da una nave militare italiana, che ci ha accompagnati direttamente nel porto di Taranto; due anni ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, infine l’occasione della mia vita: la proposta di collaborazione».

Gli è capitato di vedere qualche nero davanti a bar o supermercati. «Bisogna conoscere le storie di ognuno dei ragazzi – giustifica in qualche modo Eshebor – non mi sento di condannare chi fa queste cose, anche se io non lo avrei mai fatto; questo mi ha insegnato mio padre – la mamma non ce l’ho più – e questo metto in pratica, un lavoro anche faticoso, ma mai chiedere l’elemosina davanti a un esercizio commerciale, la vedo una cosa di umiliante, ma non mi sento di condannare senza conoscere le storie di ognuno di loro. Magari dalla mia posizione sembra più semplice parlare, ho un bel lavoro e sto tranquillo, ma se non avessi avuto la fortuna di stare con “Costruiamo Insieme” mi sarei attivato per trovare un’altra attività, qualcosa che fosse dignitoso…».

Papà, anche un fratello rimasti in NIegria, la mamma purtroppo non c’è più. «Ci sentiamo spesso al cellulare – conclude Eshebor – quando mi sentono si rasserenano, la situazione nel mio Paese è in piena confusione, guardo indietro e nonostante la nostalgia credo di aver fatto la scelta più saggia: non so come sarebbe andata a finire: ho studiato, conseguito un titolo di studio, oggi lavoro, sono felice».

«Sconfitti i problemi»

Awal, beninese, ventotto anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

In Italia per caso, aveva nella testa mille preoccupazioni. «Con il lavoro che mi ha dato la cooperativa, in un attimo ho cancellato molti pensieri. Cinque anni lontano dal Benin, ho lavorato in Algeria e Libia. Qui esiste rispetto ed educazione, ma non vorrei passare per ruffiano…»

«Con un posto di lavoro, di colpo i problemi diventano più piccoli, di colpo il peso delle domande diventa leggero…». Storia di un ragazzo felice, passato attraverso una fuga, lunga, i sacrifici e un sole che, un giorno, ha cominciato a vedere dalle prime luci dell’alba, dopo una lunga notte fonda. «Qui sto bene da matti, lavoro, ma la cosa più bella, fra le altre, è il rispetto del quale godo ogni giorno che il Cielo manda in terra: chi organizza il nostro lavoro, ogni volta che chiede una qualsiasi cosa si rivolge a me e ai colleghi con un “Per favore…”; prima di allora avevo sentito miei connazionali e altri ragazzi, africani come me, che lavorano altrove, in tutta Italia: il trattamento a loro riservato non è, quello che si dice, dei migliori».

Awal, ventotto anni, operatore, viene dal Benin. Nel suo Paese, Africa occidentale, che confina con Togo, Nigeria, Niger e Burkina Faso, ha lasciato due sorelle e la mamma. Un fratello è in Algeria, titolare di una piccola attività nel campo dell’abbigliamento. Si dice soddisfatto del suo lavoro di operatore a “Costruiamo Insieme”. Di più. «Sono felicissimo, penso si veda…». Un sorriso panoramico, denti bianchissimi, in netto contrasto con la sua pelle nera, scura come la notte. Sul suo viso, spiccano anche gli occhi, un po’ malinconici, un po’ sorridenti. Quando parla del suo Paese, della sua fuga, si incupisce. «Non conosco gente – dice – nel mio Paese come altrove, in Africa, che scappi dalla propria terra perché sta bene; se andiamo via un motivo ci sarà: viviamo male,  c’è chi ha forza e coraggio, come me, perché alla fine è un salto nel vuoto, non sai cosa possa riservarti un viaggio infinito, e allora va via; altri, loro malgrado, restano, perché hanno paura, non sanno cosa possa riservargli una fuga».AWAL IMMAGINE 03Adesso sorride, Awal. Vuole spiegare meglio. «Molti pensano che veniamo in Italia – riprende – o nel resto d’Europa, perché vogliamo vivere nella massima assistenza, non lavorare e farci mantenere da un qualsiasi governo ospitale: non è così. Personalmente ho sempre lavorato, cercato lavoro ovunque andassi e io sono passato anche attraverso l’Algeria, lavorato per qualche mese con mio fratello: avrei potuto restare con lui, dove mangia una famiglia, uno in più, per giunta parente, non è un problema, l’ospitalità è sacra; ma io volevo andare via dall’Africa, quando ho preso la decisione più importante della mia vita, scappare, mi sono posto quale obiettivo lasciare il mio Continente».

L’Italia non era la sua destinazione. «Sono arrivato qui per caso, non sapevo come si stesse in Italia: cercavo un Paese che mi desse un’occasione di lavoro; con “Costruiamo Insieme” ho trovato ospitalità e una mansione che svolgo con grande scrupolo».

Via dal Benin. «Un viaggio lungo – ricorda per noi Awal – sono andato a trovare mio fratello, che ha un’attività di abbigliamento: confeziona abiti, fa un po’ il sarto, un po’ il commerciante di vestiti; non è come qui, in Europa: la fabbrica fa confezioni e negozi vendono vestiti e tutto il resto… Lavora molto, sono stato un po’ con lui, ho messo da parte i soldi necessari per proseguire il mio viaggio e arrivare in Europa. Ma non era finita, di mezzo c’era ancora la Libia. Avevo fatto un corso da saldatore, così ho cominciato a fare questo lavoro, sei mesi pieni: guadagnavo ancora qualcosa da mettere da parte e pagarmi finalmente il viaggio decisivo, quello che mi avrebbe portato intanto qui, in Italia…».AWAL IMMAGINE 01Una imbarcazione, novantadue imbarcati. Incredibile come i ragazzi ricordino perfettamente il numero di passeggeri che prendono posto su un gommone di fortuna o un barcone. Ma c’è una spiegazione. «Semplice: ti informano uno, due giorni prima, tu aspetti solo il tuo turno: quando tocca a te, come gli altri fortunati, cammini su un pontile stretto, sotto gli occhi di tutti, comincia la conta: uno…due…tre…». E’ così. «Novantadue imbarcati, a mezzanotte, mare e cielo di un solo colore, nero, l’uomo alla guida dell’imbarcazione munito di bussola e telefonino: dopo dodici ore di mare eravamo a bordo di una nave militare italiana, sani e salvi; arrivammo ad Agrigento. La sosta in Sicilia è durata, quattro, forse cinque giorni fino a quando non siamo stati trasferiti a Taranto in un Centro di accoglienza, che non era quello in cui opero oggi. Dopo un po’, “costruiamo Insieme”, il CAS con cui sono stato prima ospite, poi operatore. Ho studiato, conseguito il mio titolo di studio; non mi sono fermato qui, voglio mettere insieme tutte quelle tessere del mosaico che mi permetteranno di guardare con serenità al mio futuro e risolvere il resto dei problemi che mi sono portato dietro; poca cosa rispetto a quelli che avevo trascinato via dal mio Paese: ora ho da dormire, mangiare, il mio lavoro, i miei risparmi, la mia vita sociale, penso sia più di un buon inizio…».AWAL IMMAGINE 02Sorride, Awal. Glielo facciamo notare. Condivide. «Questo sorriso lo sfodero da un anno, sarà una coincidenza, ma da quando lavoro con “Costruiamo Insieme” ho un approccio diverso con la vita, con gli altri, non voglio nascondere la mia felicità: penso di aver compiuto un grande salto, ma non mi riferisco allo stipendio, mi piace mettere al primo posto il rispetto e l’educazione che hanno tutti nei miei confronti; per me è un grande insegnamento, ho imparato io stesso quanto siano importanti questi due aspetti nel vivere civile: educazione e rispetto. Bene qui esistono tutti e due…».

Fine della conversazione. Si alza, Awal. Fa un passo indietro. «Scusa, mi rileggi l’ultima parte degli appunti?», domanda. “Rispetto, educazione: altrove non è la stessa cosa”, gli rileggiamo. «Non è forse meglio cancellare? Altrimenti sembra che lo abbia detto apposta e qui, come dite voi, passo per un “ruffiano”…». Awal, tranquillo: è bello così. La gente, i connazionali, gli altri ragazzi di pelle nera, che ci leggono devono sapere che esiste gente rispettosa. Gente amica. Il ragazzo venuto dal Benin, oltre a educazione e rispetto ha imparato la discrezione. E a non essere “ruffiano”, come dice lui. Ma anche gli altri devono sapere. Gli italiani stessi devono saperlo.

«Felice, finalmente!»

Bakari, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Per la prima volta ho avvertito la sensazione di gioia. Quando mi hanno chiesto di salire “a bordo” della cooperativa, ho capito di colpo cosa significassero libertà e serenità. Quattro anni lontano da casa, due anni di lavoro, Guinea, Libia e Italia, Taranto. Prima Gioia del Colle, poi il ritorno, il lavoro!»    

«Collaboro dall’aprile dello scorso anno con “Costruiamo Insieme”, mentirei se non dicessi che da allora è cambiata la mia vita: vedo tutto con occhi diversi, insomma sono sereno rispetto ai primi anni lontano da casa, tristi e pieni di nostalgia: perché se la mia vita è ricominciata nell’aprile 2017, la mia storia fatta di fughe, sempre da qualcosa, è cominciata nel 2014…».

Sorride Bakari, venticinque anni, gambiano, cinque fratelli rimasti a casa. Papà e mamma, purtroppo, non ci sono più. Capelli lunghi e ricci, dita lunghe e affusolate, le usa per sistemarsi il cartellino di cui va orgoglioso, quello con su scritto “operatore”. E’ un ragazzo solare, modalità che ha cominciato ad accarezzare, fino ad appropriarsene, a partire da quel giorno quando a “Costruiamo Insieme”, proprio come avevano fatto con lui militari italiani che gli avevano prestato soccorso, gli hanno dato il “Benvenuto a bordo!”. «“Bakari, sei uno di famiglia!”, ho gioito, ma per realizzare, rendermi conto che fosse tutto vero, ci ho messo un po’ di giorni, settimane: avevo un lavoro, da quel momento potevo cominciare a guardarmi intorno, provare a osservare il futuro con maggiore tranquillità, non avevo più la fretta di girare per città e paesi in cerca di un lavoro, anche saltuario: nel frattempo, qualche volta avevo sentito qualcuno lasciarsi sfuggire frasi non sempre ripetibili – mai risposto – nonostante le parole a volte facciano più male di un pugno sferrato allo stomaco».BAKARI articolo 1Bakari, è passata. Adesso è diverso, quel cartellino appeso a un laccetto è quasi un lasciapassare per la felicità, come ci spiegherà. Spegne per un attimo il sorriso, il discorso si fa serio, torna malinconico. «Lontano da casa – spiega – era già un tormento, come il girare a vuoto in cerca di futuro, ovunque andassi una volta fuggito dal Gambia, il lavoro non era per sempre: era per un giorno, una settimana. Nel 2014 sono arrivato in Guinea, dovevo darmi da fare, avevo messo a frutto un lavoro che a casa mia avevo soltanto visto eseguire: quello di falegname, così ho imparato presto a fare mobili, belli anche, ma non era un lavoro stabile, avevo la sensazione che quella storia finisse da un momento all’altro, tanto valeva darsi fretta e spezzarsi la schiena, tirare fuori soldi da quella attività e mettere insieme il denaro per pagarmi il viaggio per l’Italia…».

Passaggio obbligato, la Libia. «Un mese di attesa – ricorda – senza persecuzioni, senza che nessuno ci svuotasse le tasche o strappasse soldi dalle mani: con altri, interessati come me alla fuga dall’Africa, aspettavo pazientemente notizie per trovare un’imbarcazione per il viaggio; finalmente ci avvisarono e partimmo per l’avventura; non sapevamo dove quel lungo tratto di mare ci avrebbe condotti, chi poteva saperlo: potevamo trovare altre navi che ci avrebbero ricondotto al punto di partenza, scaricati chissà dove, usati come schiavi: un viaggio verso l’ignoto…».BAKARI articolo 2Imbarcati in novantatré. Novantaquattro con Bakari. «Un colpo di fortuna – racconta – era appena un giorno che viaggiavamo verso non sapevamo quale destinazione, quando incontrammo la nave giusta, una nave militare italiana che prestava soccorso nel Mediterraneo, che il Cielo l’assista: salimmo a bordo, altri tre giorni di mare, ma assistiti in tutto dall’equipaggio della nave».

L’arrivo a Taranto. «Sbarcammo direttamente in città: insieme ad altri fui assegnato al Centro di accoglienza di Gioia del Colle, stavo per compiere un primo passo verso un futuro meno complicato di quello che avevo conosciuto prima in Gambia, poi in giro per l’Africa, dalla Guinea alla Libia; parlo inglese, francese e italiano, mandinka, wolof, fula, tutte lingue del mio Paese, questo mi ha aiutato molto: infatti, hanno cominciato a chiamarmi come interprete, poi a conoscermi, fino a quando non sono arrivato a Taranto e a “Costruiamo Insieme”; è qui che mi hanno visto all’opera: non pensavo che la mia passione per le lingue potesse diventare un lavoro…».

Prima che incontrasse “Costruiamo Insieme”, Bakari aveva fatto altri lavori, non solo il falegname. «Lavoravo in campagna, facevo di tutto e non mi tiravo indietro davanti a niente. Piantavo e raccoglievo, caricavo e scaricavo il raccolto, ogni mattina sveglia alle cinque, in piedi e di corsa nei campi, chiunque a questo punto può immaginare quanto sia stato felice che la cooperativa che mi aveva prima accolto, mi stesse chiedendo di lavorare come operatore: ora che ricordo, quando mi è stato chiesto cosa provassi in quel preciso istante, ho usato per la prima volta una parola italiana: felicità; ecco, felicità: di colpo mi sono sentito bene, stavo assaporando in pieno il significato di libertà e serenità insieme, perché cosa sono serenità e libertà se non una grande felicità!».

«“Costruiamo”, la mia casa»

Adnan, operatore, si racconta

«In Italia per studiare da ingegnere elettronico, a coronare il mio primo sogno ci ha pensato la cooperativa sociale. Fortunato rispetto ad altri ragazzi che vedono l’Italia come occasione di vita. Assisto i ragazzi nelle pratiche, i permessi di soggiorno e, se possibile, nel trovare un lavoro»

Avrebbe voluto fare l’ingegnere, un progetto che non ha abbandonato del tutto, ma con un contratto con “Costruiamo Insieme” ha coronato un suo primo sogno. «Avere un posto di lavoro come operatore, uno stipendio sul quale contare, è fondamentale: nel mio recente passato, proprio la mancanza di soldi per finanziarmi gli studi ha rallentato il mio percorso formativo». Adnan, ventisette anni, tre fratelli rimasti in Pakistan, chi a studiare, chi con famiglia a lavorare, racconta la sua vita di ragazzo che guarda all’Occidente come occasione di lavoro e una vita fatta di soddisfazioni.

«Come molti miei coetanei – dice Adnan – passavo tempo documentarmi su internet, una volta al computer consultavo siti e occasioni di studio, più che di lavoro, a quello – mi dicevo – ci avrei pensato a tempo debito».

Adnan, una cartellina sotto un braccio, la posa per qualche minuto, il tempo di una breve chiacchierata. Custodisce una serie di documenti richiesti alle autorità per conto dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”. Torniamo per qualche istante in Pakistan, davanti a un pc, quello schermo che il ragazzo con in testa un mare di sogni consulta ogni giorno. «E’ proprio in uno di questi approfondimenti che nasce la passione per l’elettronica: nel mio Paese avevo già compiuto un primo ciclo di studi, per completare il mio percorso avrei dovuto proseguire altrove questa mia passione».ADNAN articolo 01Dal computer, a un lungo viaggio, all’arrivo in Italia. «Destinazione Torino, primo passo l’iscrizione al Politecnico: molto bello frequentare l’università, impegnarsi negli studi, c’era però un “ma” con il quale i miei progetti proprio non riuscivano a combinarsi; non era sufficiente, infatti, che lavorassi in un fast-food: per iscrizione, libri e frequentazione universitaria ci volevano soldi, molti soldi; ho studiato un anno, dato esami, avevo imboccato la strada giusta, ma gli studi di ingegneria vanno affrontati con il massimo impegno: dovevo studiare di più e lavorare meno, ma se non lavoravo di più non avevo soldi a sufficienza per garantirmi lo studio, insomma come dite da queste parti era il classico cane che si mordeva la coda».

Fino a quando non ha preso una decisione, saggia, considerando che uno dei suoi sogni lo ha temporaneamente riposto nel cassetto. «C’è un tempo per qualsiasi cosa – spiega Adnan – anzi mi ritengo molto fortunato rispetto a miei connazionali o altri ragazzi che sono arrivati in Italia, o comunque in Europa, con la prospettiva di un posto di lavoro; lavorare per “Costruiamo Insieme”, per me, è un sogno, e non lo dico per compiacere chi mi ha dato questa occasione per guardare più serenamente al mio futuro: faccio un lavoro che mi ripaga in termini di soddisfazioni, molto utile ai ragazzi che incontro, ma si sentono smarriti in un altro Paese o non sanno quali passi compiere per garantirsi un permesso di soggiorno e trovarsi un lavoro».

Adnan, non dispensa solo documenti. E’ prodigo di consigli. «In questo lavoro ci metto l’anima – riprende – lo avverti sulla tua pelle che i ragazzi con i quali ti relazioni hanno bisogno di te, una parola di speranza. Così provo a consolarli quando si sentono giù di morale, do qualche consiglio quando mi chiedono quali passi compiere, con loro ho stabilito un rapporto umano, ma non sono il solo, qui, a provare a risolvere problemi. Non ho una banca-dati, ma se si prospetta l’occasione di un lavoro, sento che qualcuno ha bisogno di ragazzi di buona volontà, ecco, io segnalo loro questa possibilità».ADNAN articolo 02Lo stesso operatore, ci raccontava, ha compiuto un primo percorso. «Ho fatto il cuoco, mi sono inventato questo mestiere: ci vuole voglia di imparare e applicazione, posto che trovi qualcuno disposto a insegnarti; questi miei primi insegnamenti mi sono serviti nel lavorare speditamente in un fast-food; preparare panini e “piatti” con una certa velocità mi è servito molto; intanto a tenere sveglia la mente, lavorando con passione e mai facendo le cose in automatico: anche un solo toast va fatto con impegno».

Adnan, padrone dell’inglese che parla correntemente, ha imparato di corsa anche l’italiano. «Anche questo grazie a “Costruiamo Insieme” – dice il ventisettenne pakistano – in due anni ho perfezionato dizionario e pronuncia; ora parlo italiano e inglese, leggo e scrivo arabo; parlo altre lingue, dialetti della mia terra, urdu, panjabi, hindi e altro ancora; tutto, nella vita, torna utile, lo stesso gli studi svolti prima nel mio Paese, poi quelli appena arrivato in Italia».

A proposito del Politecnico. «Sette anni fa sono partito dal mio Pakistan, un viaggio programmato e non di fortuna: sono arrivato in Italia perché il mio obiettivo era la laurea in Ingegneria elettronica; mi sono dunque iscritto al Politecnico di Torino, fatto il primo anno di studi, poi fermato per i motivi già spiegati: non riuscivo a lavorare tanto e, allo stesso tempo, studiare materie che richiedono massimo impegno e concentrazione; spero di avere solo rinviato quest’altro mio sogno. Il primo, trovare un posto di lavoro, avere autonomia e dignità, l’ho raggiunto: grazie alla cooperativa con la quale sono impegnato da due anni».

Addio agli studi, nemmeno a parlarne. «Se potessi continuare a lavorare e studiare da queste parti, sarei felicissimo: proverò a comprendere se gli esami già svolti al Politecnico di Torino possa trasferirli ad una università vicina, Bari per esempio; intanto proseguo nel mio percorso per “Costruiamo”, la mia casa…».

«Orgoglio e soddisfazione»

Samba, gambiana, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Ho trovato un Paese ospitale e rispettoso, amici e compagni di lavoro splendidi. L’impegno con la cooperativa mi ha aiutato ad alleggerirmi del peso della nostalgia. Ho lasciato a casa, mia madre e mio fratello, praticamente la mia famiglia. Mi manca Bitonto, ma appena posso torno lì»

«Anche per me, come per i miei connazionali, far parte della squadra di “Costruiamo Insieme”, è motivo di orgoglio e soddisfazione».

Samba, ventisei anni, madre gambiana, la sua stessa nazionalità, padre senegalese, un fratello, rimasto a casa, non nasconde neanche un po’ la gioia di essere arrivata in Italia, solito viaggio tribolato, e di avere trovato dopo alcuni mesi di ambientamento un posto di lavoro all’interno della cooperativa sociale che l’aveva già ospitata in un Centro di accoglienza.

Un viaggio non molto semplice, con la paura nel cuore e negli occhi. Quegli stessi occhi che, oggi, quasi parlano. Volendo interpretarli, esprimono felicità. Samba è arrivata in un continente del quale aveva solo letto, sentito parlare. In pochi mesi è diventata un elemento importante di quella che lei stessa chiama “squadra”. Tracce di malinconia. Non fa piacere dover lasciare il proprio Paese, il Gambia nel mio caso. «Ma quando si presentano problemi non semplici da risolvere, sei chiamata a compiere una scelta dolorosa: e non importa se per la maggior parte a fare i bagagli e lasciare alle proprie spalle storia e radici, siano in buona parte uomini; anche a te, donna, tocca prendere una decisione, coraggiosa, impacchettare quelle tue poche cose, soprattutto i tuoi affetti, e tentare l’avventura».Samba articolo 02VIAGGIO AVVENTUROSO

Ecco, il viaggio avventuroso. «Pur sforzandomi, non riesco a trovare una parola facilmente traducibile che possa dire quale sia stato il tragitto, tormentato, dal mio Gambia fino a qui, in Italia. Non sapevo, infatti, cosa mi aspettasse “là fuori”: parlo da ragazza gambiana che non ne poteva più di stare in un Paese in continuo conflitto, a fare ragionamenti non sempre condivisi o condivisibili, specie per una donna: alla fine, a malincuore, ho preso una decisione: sana o sbagliata, me lo avrebbe detto quel viaggio che avevo nella mente da tempo».

Che viaggio si immaginasse, Samba, ce lo racconta a tratti. L’epilogo sì, anche perché va ogni oltre più rosea previsione. «Non pensavo che una volta in Italia – spiega l’operatrice di “Costruiamo” – avrei trovato un lavoro che mi aiutasse a tracciare un percorso sereno per il mio futuro in un Paese bello come e ospitale come l’Italia. Il rispetto, poi, altra cosa importante, che purtroppo cominciava a mancare nel mio Paese, il Gambia: insieme con la libertà, il rispetto è una risorsa fondamentale della vita: le due cose, insieme, sono doni di grande valore».

Samba e la “sua” Italia. «Da due anni in questo Paese – spiega – non ci ho messo molto ad ambientarmi, anche grazie alla voglia di apprendere in fretta: l’italiano l’ho imparato subito, ospite in uno dei Centri di accoglienza di “Costruiamo insieme”: in qualità di ospite, non ho mai avuto la sensazione di essere un numero, uno dei tanti extracomunitari ospiti di un CAS; gli operatori avevano grande rispetto nei confronti degli ospiti, offrivano a tutti la massima assistenza; oggi, precisamente da un anno e cinque mesi, questo lavoro lo svolgo io: proprio sulla scorta della mia esperienza in qualità di ospite, ho imparato come ci si muove nei confronti del prossimo».Samba articolo 03GAMBIA, LIBIA, FINALMENTE ITALIA

Non vorrebbe parlarne, lo comprendiamo. Ma le chiediamo, se possibile, uno strappo alla regola. «Il viaggio dal Gambia fino alla Libia – racconta Samba – è durato sei mesi; una volta lì, non avendo soldi per pagarmi il viaggio, ho dovuto adattarmi: così ho fatto la badante, mi sono presa cura del prossimo, una cosa che evidentemente mi è tornata utile anche nel lavoro che svolgo qui, con “Costruiamo”, da circa un anno e mezzo».

Finalmente il viaggio. «Partenza da Tripoli, mentre i ragazzi facevano i muratori, i giardinieri, i meccanici, io mi sono inventata un mestiere: così anche io ho staccato il mio biglietto per l’Italia». Ricorda l’imbarco. «Eravamo in 115 sull’imbarcazione, solo cinque donne, in balia di un mare che faceva impressione per quanto fosse sconfinato: alla fine, una nave ci ha fatti salire a bordo, ci ha rifocillati e accompagnati verso l’Italia e le autorità italiane».

La sua famiglia. «Sento spesso mia madre e mio fratello, sono loro quello che resta della mia famiglia: la loro felicità nel sapermi serena e con un lavoro, qui in Italia, mi rende tutto più semplice; ho nostalgia, ma mi pesa meno se penso di aver trovato anche qui una famiglia, gli operatori di “Costruiamo Insieme”, con cui ho un ottimo rapporto». A proposito di nostalgia. «Provo nostalgia anche di amici e colleghi di Bitonto, dove sono stata ospite e operatore: la vita ti mette davanti a delle scelte, il dolore è sicuramente un’altra cosa, se penso a quanti nella traversata del Mediterraneo verso la libertà, non potranno mai raccontarlo, ma non posso nascondere che ragazzi e ragazze di Bitonto mi mancano; ma anche a questo c’è rimedio, appena posso vado a trovarli, lì ho ancora casa: il peggio è passato, oggi guardo serena il mio futuro».

«“Costruiamo”, una famiglia»

Sillah, ventuno anni, operatore

Da quattro anni in Italia, viene dal Gambia, dal giugno dello scorso anno contratto con la cooperativa sociale. «Da allora è come se fossi a casa, ho lavorato in pizzerie e ristoranti, buone esperienza, ma…una polmonite a causa della neve spalata per ore e ore, ma ho già dimenticato. Adesso ho un motivo per pensare al futuro». 

«In prima linea come operatore con “Costruiamo Insieme” dal giugno dello scorso anno, sto facendo una grande esperienza umana: stabilisci con gli ospiti del Centro di accoglienza un bel rapporto, anche di amicizia: le regole da rispettare, però, sono la cosa principale cui sono richiamati i ragazzi». Sillah, gambiano, ventuno anni, in Italia da quattro, è l’espressione solare della cooperativa. Ha un sorriso per tutti, anche se poi, cartellino di riconoscimento a vista, quando si tratta di fare il proprio lavoro diventa fra i più intransigenti. «Basta far comprendere che se fai rispettare le regole interne alla struttura, lo fai anche per il loro bene e tutto fila liscio: nel tempo ho coltivato rapporti umani e di amicizia, questo è uno dei tanti aspetti positivi di questo lavoro».

Operatore con “Costruiamo Insieme”, come coronare un sogno. «Dal punto di vista umano, la cosa bella è che non sei un numero, uno dei tanti, ma sei uno di famiglia: coinvolto nelle attività, non solo quelle di controllo che alla fine sarebbero pura routine».

Sillah ha dimestichezza con l’italiano, lo parla correntemente, ma parla anche inglese, arabo. Anche mandinka e wolof, dialetti: il primo del suo Gambia, l’altro del Senegal. Ma come si evince dalla chiacchierata, comprende anche il francese senza alcuno sforzo. «Amo dire le cose come stanno, al francese ci sto facendo l’abitudine, ma prima di diventarne padrone, voglio compiere ancora un pezzetto di strada: poco per volta, ho appena ventuno anni e, se il Cielo lo vorrà, di tempo per imparare altro ne avrò».SILLA Articolo 01Dimestichezza con l’italiano, ma anche con uno degli aspetti più complicati del nostro sistema: la burocrazia. «Basta entrarci, capire come muoversi e tutto risulta più facile: sì, la burocrazia i primi tempi rappresentava quasi un freno a mano – so di cosa parlo, ho preso la patente qui in Italia… – occorreva fare strade e percorsi apparentemente senza via d’uscita, ma basta entrare nel meccanismo, avere la giusta dose di pazienza e il gioco è fatto». Sorride anche il giovanotto venuto dal Gambia. Non vuole essere frainteso, puntualizza. «Sono arrivato in questo Paese quattro anni fa – spiega – avevo solo una gran voglia di rendermi utile, è stato amore a prima vista con l’Italia: ho subito fatto amicizia con tanti ragazzi tarantini, spesso quando non lavoro usciamo insieme, cinema, pizzeria, cose così…».

Tanta la voglia di inserirsi nel mondo del lavoro. «Non volevo – come si dice – , ero disposto a qualsiasi sacrificio, anche andando oltre, e se avete tempo vi spiego cosa intendo; ho lavorato a Crispiano e Martina, poi Taranto, in una pizzeria, in un ristorante, sapevo che dovevo farmi in quattro, dimostrare in qualche modo la mia riconoscenza ad un Paese che mi aveva accolto a braccia aperte».

Abbiamo tempo, sentiamo a cosa si riferisce quando dice di essere andato “oltre”. «Mi sono trovato bene ovunque sia andato – dice Sillah – tranne in una sola occasione, quando a ritmi di lavoro non indifferenti, dovevo dimenticare l’orologio a casa: ci sta, sono ampiamente riconoscente a chiunque mi abbia offerto lavoro, ma un giorno sono andato a finire in ospedale, proprio a causa della mia generosità e di una certa arroganza del titolare di un ristorante: circa due anni fa, aveva nevicato senza un attimo di pausa tutta la notte; avevo smesso di lavorare dopo la mezzanotte, tavoli rimessi a posto, pulizia e pavimento lustrato come se fosse uno specchio; vado a dormire, al mattino, presto, vengo svegliato di soprassalto: c’era da spalare davanti al ristorante e, soprattutto, sulle tende con sopra decine di centimetri di neve; mi metto con la buona volontà, da solo, senza un attimo di tregua libero il marciapiedi per consentire l’ingresso nel locale, ai fornitori di entrare, alla gente di passare davanti all’attività – perché, mi dicevano, anche questa è pubblicità – liberamente; indossavo solo la giacca da lavoro: sudavo e sentivo freddo, ma spalavo, mi dannavo l’anima perché volevo fare le cose per bene; senza alcun sistema di sicurezza ero a tre metri da terra, un freddo incredibile, considerando la temperatura a zero gradi: sudavo e tremavo; non toccai cibo, volevo che alle cinque del pomeriggio tutto fosse pronto».
Patente-twitter-1024x492Alle cinque del pomeriggio, dopo una lunga serata di lavoro alle spalle, una sveglia al mattino e lavoro, dalle otto del mattino, avrà tirato il fiato. «Niente affatto, alle cinque ho avuto una crisi, letteralmente gelato non riuscivo a parlare, avvertivo la sensazione di uno svenimento: qualcuno doveva accompagnarmi in ospedale; niente, mentre andavo in ospedale, quello che era il mio titolare mi intimò: “Vai a casa, cambiati, fra mezz’ora devi essere di ritorno: andai in ospedale, mi ricoverarono subito, avevo preso una brutta polmonite; non ebbi una sola telefonata dal titolare del ristorante, anche per sapere come stessi: mandò un collega in ospedale per dirmi di ritenermi licenziato. Incassai la delusione, presi le mie quattro cose e andai via, non mi sono mai rivolto a nessuno per avere uno straccio di giustizia, non voglio provocare danni, del resto – mi dicevo – a modo suo anche quel signore per un pezzo di strada mi aveva aiutato e, soprattutto, mi aveva insegnato che il sentiero non sempre è in discesa».

Poi è arrivata “Costruiamo Insieme”. «Avevo capito già tante cose, nonostante la mia giovane età – conclude Sillah – l’occasione con la cooperativa sociale per me è stata pari a un senso di liberazione, mi sono sentito rispettato, gratificato, incoraggiato: rispetto all’ultima esperienza, unica negativa, ho cominciato ad assaporare il vero gusto della vita; il lavoro, attento, preciso, ma anche la libertà di dedicarmi del tempo, coltivare amicizie e dedicarmi alla passione del calcio, io che amo giocare al pallone e seguire le partite dei campionati italiani e stranieri; l’attività di operatore mi offre due occasioni in una: non dimentico da dove vengo, al tempo stesso ho grande riconoscenza a “Costruiamo Insieme” che mi mette in condizione di pensare più serenamente e umanamente al futuro».

«Esperienza umana enorme»

Ndoli, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Grande opportunità di lavoro. Ho conosciuto il pericolo e molti fratelli, oggi lavoro anche per questi. Esistono piccole regole da rispettare e i ragazzi, in questo, mi seguono. Felice di spendermi per il prossimo, le mie preghiere sono state esaudite…». 

«Un mare in tempesta, onde alte dieci, venti metri, chi può dirlo, poi una nave militare italiana  che ci trae in salvo!». «Arrivare in Italia, essere accolto con grande rispetto e, infine, trovare lavoro con la cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”!». Dall’incubo al sogno, Ndoli, ivoriano di trentaquattro anni, ex militare, racconta come è sfuggito a un conflitto civile in Costa d’Avorio per coronare il suo sogno, una vita da costruire con un lavoro da operatore, tutelato da un regolare contratto sottoscritto con “Costruiamo”.

«Sono impegnato da due anni con la cooperativa – racconta Ndoli – è un’attività che mi arricchisce umanamente, il timore era che non ce la facessi a passare dall’essere assistito ad assistere “fratelli” che, come me, avevano scampato qualsiasi barbarie nel loro Paese, ma anche nel passaggio attraverso altre nazioni, rischiando più di una volta la vita».

Non solo un lavoro, Ndoli si aiuta a gesti, cerca di trovare la parola giusta senza inciampare in malintesi. Quasi stesse elaborando con le mani un’opera in creta. Alla fine è soddisfatto della parola trovata. «Ecco, la mia la vedo come una missione – sorride, soddisfatto – uno spendermi per il prossimo, cercare di capire quali siano i problemi che possono avere ragazzi scappati lontano dal oro Paese: in me trovano non solo l’operatore, ma anche un amico, un fratello con il quale confidarsi, del resto il lavoro che faccio all’interno di “Costruiamo insieme” è quello di far sentire i ragazzi come se fossero a casa loro e trovare insieme gli elementi per far ritrovare loro la serenità».NDOLI ARTICOLO - 1Amare il prossimo, Ndoli. Si accende il sorriso. «E’ una delle frasi a cui faccio spesso ricorso – spiega – la tengo sempre stampata in mente, sono cattolico e credo in Dio: spendersi, a costo di rinunce e sacrifici, perché il Cielo te ne sarà grato, ti ricompenserà». Occhi lucidi. Sistema il suo cartellino con foto che scivola sulla sua maglietta. Lo stringe fra le mani, è una conquista, tante volte quella certezza gli sfuggisse. Torna indietro di qualche anno. In Italia da quattro anni, in fuga dal lontano 2011, attraverso Burkina, Niger e Libia, da dove salperà per l’Italia. «Ero militare, in Costa d’Avorio era in atto un conflitto civile, non volevo sparare addosso ai miei connazionali, ammazzarli senza motivo: lamentavano la mancanza di democrazia, libertà, il dono più grande che un essere umano possa avere, non me la sentivo di aprire il fuoco contro i miei fratelli, gente disarmata!».

E’ il marzo del 2014, altro episodio in cui Ndoli viene soccorso dalla fede. «Centotrenta su un gommone, imbarcati alle cinque del mattino, navigavamo a vista, non era facile orientarsi, io avevo una certa dimestichezza con la bussola, ma in mare aperto puoi avere tutte le bussole che vuoi, ma la paura resta comunque tanta: onde alte dieci, venti metri, impauriti, quasi aspettassimo da un momento all’altro il nostro destino: in balia di un mare aperto che faceva paura, in attesa di un’onda più grande che ci avrebbe travolti: ricordo le urla, la disperazione della gente, tutti appesi a un filo di speranza; loro urlavano, io braccia e mani rivolte al cielo, pregavo, pregavo, pregavo: mi davano forza le preghiere, mi ero consegnato nelle mani del Signore, qualsiasi cosa avesse deciso Lui per me, sarebbe stata la cosa giusta».ufogxt9GRbKq6YusS9ezhA_thumb_53-1024x576Ecco un segno del destino. «Onde impazzite, scorgiamo in lontananza non una, ma tre enormi luci, staccate fra loro: non una, ma tre navi, ci avevano avvistati; ogni volta che le onde si alzavano, alte, davanti ai nostri occhi perdevamo di vista le navi: avevamo paura non ci vedessero, non ci soccorressero, invece ci avevano già visti e ci stavano venendo incontro, restava solo capire quale fosse la nave amica, quando con una scialuppa si avvicinarono i militari italiani; non ci avevano affiancati con la nave enorme, avevano già messo in mare una, due scialuppe per trarci in salvo: avevo gli occhi pieni di acqua di mare e lacrime di gioia, eravamo salvi. Di quei momenti ricordo urla, spinte, paura, la gente temeva di restare ancora su quel gommone in balia di una mare sempre più pericoloso: io aiutavo gli altri e pregavo, anche a voce alta, li tenevo fra le braccia, li sostenevo, spingevo sulle scialuppe di salvataggio; fui l’ultimo a salire a bordo, il Signore aveva voluto questo da me: aiutare il prossimo a costo della vita».

Ndoli e la sua attività con “Costruiamo insieme”. «Una grande avventura umana, grande esperienza e conoscenza: non sono arrivato subito qui, a “Costruiamo Insieme”: sono stato ospite di altre strutture, nessun controllo, stanze sporche… Qui è un’altra storia: ogni giorno controlliamo il numero degli ospiti, facciamo l’appello, pranza, ognuno di loro firma in quanto sotto la nostra responsabilità; esistono regole, piccole, ma che i ragazzi devono rispettare: in camera non si ospita altra gente, non si fuma, non si cucina. Tutelo i ragazzi e il mio posto di lavoro; anche far rispettare le regole è un atto d’amore, far comprendere che la libertà è un dono prezioso e puoi coltivarlo solo con rispetto e amore verso il prossimo».

«Mediatore, grazie “Costruiamo”!»

Abdoulaie, gambiano, ventunenne, dipendente della cooperativa

«Un curriculum, un colloquio: preso! Cercavo lavoro, ma non avevo pensato che la mia conoscenza di arabo, dialetti e altre lingue, potesse diventare un lavoro. Tutto così presto, mi sembra un sogno. Oggi aiuto mio zio al quale devo il riscatto dalla prigionia in Libia e il viaggio su un barcone»

«Un curriculum inviato a “Costruiamo Insieme”, alla ricerca di mediatori, un colloquio nel gennaio dello scorso anno e un mese dopo ero al lavoro…». Abdoulaie, gambiano di ventuno anni, in Italia da quattro anni e quattro mesi, accenna il suo ingresso nel mondo del lavoro grazie alla cooperativa sociale (che non si occupa solo di accoglienza).

«Arrivato in Italia minorenne, sbarcai a Taranto, ma le vicende della vita mi portarono prima in Umbria, dove studiai per conseguire un attestato da meccanico specializzato: tornio, fresa, saldatura, le mie materie e le mie attività».

Non pensava minimamente a fare il mediatore. «Non avevo avuto tempo, la famiglia tarantina con la quale mi sono sempre confrontato, in particolare con Gianni – lo considero un secondo padre – accese, come dire, la lampadina: mi dissero di “Costruiamo”, pochi giorni dopo colloquio e contratto; ero mediatore, figura importante all’interno dei Centri di accoglienza». La conoscenza di inglese, italiano, soprattutto arabo. «Conoscere l’arabo mi è stato utile, come è stato utile alla stessa cooperativa: gli ospiti del Centro spesso parlano poco il francese o l’inglese; i miei stessi connazionali parlano “mandinka”, dialetto gambiano, o i senegalesi parlano “wolof”, così faccio da interprete; chi parla arabo e mastica poco altre lingue, chiede un mio intervento o quello di altri colleghi per motivi diversi; quando non sta bene, avverte dolori o si trova di fronte a un imprevisto, mi chiama, rendermi utile al prossimo mi fa stare bene».Abdullai articolo 03 - 1

LA LIBERTA’ UN DONO DEL CIELO

Passo indietro con Abdoulaie, giovanissimo, appena quattordici anni, ma già spericolato. «La libertà è il dono più grande che il Cielo possa darti, se qualcuno ti impedisce di esprimere un qualsiasi giudizio, diventa un dramma: in Gambia c’era un governo severo, intransigente, un modo di gestire il Paese in modo discutibile: nonostante fossi giovane, facevo solo notare che certe scelte potevano non essere condivisibili; bene, anzi male, anche il solo metterla sul piano del confronto, mi danneggiò: insomma, solo per avere appena alzato il capo per fare un ragionamento molto semplice, sono finito nel carcere minorile: il mio unico torto era stato quello di aver posto domande scomode a chi eseguiva gli ordini per conto di chi, allora, governava».

Eppure papà e mamma, non facevano che ripeterlo al giovane Abdoulaie. «Figliolo, prima o poi ti metti nei guai!». «Avevano ragione – conferma, sorride – ma allo stesso tempo ho capito che, nonostante la mia giovane età, dovevo prendere una decisione, dolorosa lo ammetto, ma come possono essere solo le scelte che ti staccano dalle tue radici e dai tuoi affetti: in Gambia ho lasciato i miei genitori, cinque fratelli, fra questi una sorella, e una parte di me».

Prima il rischio, poi la scelta. «Chi si era ribellato vivacemente al regime – racconta Abdoulaie – l’aveva pagata cara, non solo con il carcere: a migliaia sono letteralmente spariti, non ci sono più tracce, in famiglia temevano facessi la stessa fine; decisi di partire, arrivai in Libia, ma lì non fui tanto fortunato: rispetto ad altri, di pelle nera come me, non avevo trovato lavoro, cosa che mi avrebbe aiutato a intascare un po’ di soldi per pagarmi il viaggio per l’Europa; mi imprigionarono, mi fecero la rivista, non avevo soldi con me: mi misi in contatto con mio zio Alagie, in Angola dove si occupava di commercio, fu lui a farmi rilasciare dietro cauzione, trecento euro, dandomi anche i soldi per pagarmi il viaggio in mare verso l’Italia…». Quattrocento, cinquecento, chissà, tutti su un barcone di grandi proporzioni. «Stretti, incollati uno all’altro: penso che nessuno avesse mai visto una barca così grande e con tanta gente a bordo, ma quando si fugge è così: non stai a pensare a come possa essere un viaggio; ci imbarcammo di notte, all’una, alle cinque del pomeriggio eravamo a bordo di una nave militare italiana in perlustrazione nel Mediterraneo; prima che arrivassero i militari italiani, eravamo stati circondati da imbarcazioni di tunisini, pescatori, chissà: non so perché, ma ci indicavano una rotta sbagliata; sul barcone ci eravamo divisi in due gruppi: chi voleva seguire il loro consiglio, chi, invece, non si fidava e faceva bene».Abdullai articolo 02 - 1

A TARANTO IL 9 GIUGNO, DIFFICILE DIMENTICARLO

Abdoulaie e le altre centinaia di passeggeri, sani e salvi. «Nessun ferito, nessun disperso, il viaggio non era stato lungo, per fortuna, filò tutto liscio, arrivammo a Taranto il 9 giugno 2014; una ventina di giorni in città, affidato a una famiglia tarantina, con loro stabilii subito un rapporto di grande affetto; Gianni, il capofamiglia, e i “suoi” mi presero a benvolere, ma partii per l’Umbria, conseguii prima la licenza media, poi l’attestato da meccanico». Infine incrocia “Costruiamo Insieme”. «Gianni mi disse che a Taranto cercavano mediatori, gente che conoscesse le lingue e potesse essere d’aiuto in qualità di interprete: lui stesso inviò il mio curriculum, dopo tre giorni mi chiamarono, prima il colloquio, subito dopo il contratto, ero un ragazzo felice!».

Si sente spesso con la famiglia. Anche zio Alagie, però, ha avuto un bel ruolo. «Senza la sua mediazione non so come avrei fatto, in Libia se capiti in mani sbagliate è notte fonda: mio zio mi aiutò, pagò riscatto e viaggio in mare; gli dissi che con il mio lavoro gli avrei restituito tutto. “Non preoccuparti, figliolo…”, mi disse; in Angola le cose cominciarono a non andare più bene, anche lì il governo democratico non era più solido come un tempo, così fu zio Alagie a incontrare difficoltà: adesso sono io a dargli una mano…». Il senso della vita, essere utili uno all’altro fa bene. Oggi Abdoulaie, uomo libero, guarda con più fiducia al suo futuro. Anche grazie al suo lavoro di mediatore con “Costruiamo Insieme”.