«Che impegno, la politica…»

Abdullahi, somalo, consigliere comunale

Rifugiato, eletto con oltre mille preferenze. «Lavoro per l’integrazione, rafforzare il dialogo interculturale e interreligioso. Sogno percorsi di educazione nelle scuole e diffondere politiche di buon vicinato. In alcune zone non è facile essere nero e dire “Voglio rappresentarti”

 

Bella la storia di Abdullahi, sbarcato tredici anni fa a Lampedusa. Passato attraverso quel percorso che molti suoi fratelli in arrivo dal continente africano hanno compiuto, lui ha fatto di più. Ha imparato la lingua italiana, questo per accorciare le distanze fra sé e gli italiani con i quali, dice lo stesso Abdullahi, non ha mai avuto discussioni sui temi razziali. Poi ha trovato un lavoro, prima saltuario, poi da mediatore, a fare da interprete per i suoi connazionali e quanti, neri come lui, arrivavano dall’Africa. Infine, la cittadinanza onoraria prima, la nazionalità italiana poi. E con quest’ultima, la possibilità di esprimere la propria opinione politica attraverso il voto. E, perché no, candidarsi. Rappresentare le minoranze, ma anche gli stessi italiani, quelli che si sono allontanati dalla politica, non hanno più fiducia dei propri rappresentanti,  «tanto sono tutti uguali…». E invece, lui, il somalo arrivato in Italia tredici anni fa, non solo fa attività sociale, scrive libri, si spende per il prossimo, ma sostenuto, incoraggiato da un sacco di amici, si candida pure. E la cosa bella è che Abdullahi viene anche eletto in Consiglio comunale. A Torino, millecentododici preferenze.

Bene ha fatto, dunque, con la solita puntualità a raccontare la sua storia la redazione del “ilfattoquotidiano”. Abdullahi sbarca nel giugno del 2008 a Lampedusa. Con lui, somalo, altri connazionali. Sette mesi di viaggio attraverso l’Africa, per essere poi trasferito a Settimo Torinese, nel Centro accoglienza della Croce rossa italiana.

 

«PRIMA IMPARA L’ITALIANO…»

«Primo obiettivo – spiega alla redazione del noto quotidiano – imparare l’italiano e lavorare; qualche anno dopo sono arrivate altri miei connazionali». Giunto in Italia prima di loro, Abdullahi viene coinvolto come interprete. «Non solo, volevo migliorarmi, così ho fatto il corso di mediatore interculturale: l’inizio di un percorso…».

Comincia così, spiega il giornale online diretto da Peter Gomez (Marco Travaglio firma quello cartaceo) il suo impegno per favorire l’integrazione degli stranieri, ma anche per far conoscere la vita dei migranti agli italiani. Qualcosa di talmente impegnativo che sette anni fa il Comune di Settimo Torinese conferisce al giovane somalo la cittadinanza onoraria. Atto simbolico, si legge nella motivazione, per premiare «il forte senso civico che si traduce in impegno concreto svolto a favore della comunità».

Cinque anni fa arriva, poi, la cittadinanza vera. E co questa, tutti i doveri e i diritti che ne conseguono, come votare e candidarsi. Collabora con un’associazione come animatore sociale negli istituti superiori e nei due anni successivi, siamo nel 2018, dopo aver promosso il Festival dell’Europa solidale e del Mediterraneo, fonda un’associazione della quale entrano a far parte altri rifugiati come lui. Fra gli obiettivi: lavorare per l’integrazione, rafforzare il dialogo interculturale e interreligioso, realizzare percorsi di educazione nelle scuole e diffondere politiche di buon vicinato. «Siamo in dieci – spiega a “ilfattoquotidiano” – cinque ragazze e cinque ragazzi, nati in continenti differenti: primo progetto, dare a cinquanta ragazzi provenienti da trenta Paesi diversi l’abbonamento ai musei di Torino; un modo per far conoscere loro il posto dove in cui vivono. Questo piccolo, significativo strumento serve a coinvolgerli, a non allontanarsi, piuttosto a vedere un futuro: ogliamo rendere Torino una città capace di far sentire tutti cittadini del posto».

Lo scorso anno sembra quello buono. Dopo i dodici anni trascorsi in Italia, potrebbe tornare a visitare la sua famiglia e i suoi amici in Somalia, ma la pandemia ferma il suo viaggio. Nonostante quel grave contrattempo, lo stesso 2020 arrivano altre soddisfazioni: pubblica il suo libro “Lo sguardo avanti” e riceve dalla Commissione europea il premio “Alterio Spinelli”, «per la sua attività di sensibilizzazione».

Nei mesi scorsi arriva la decisione di candidarsi con il centrosinistra. E’ la sua prima campagna elettorale. «Ho fatto soltanto un incontro pubblico – racconta – per il resto, ho preferito incontrare la gente sui trasporti pubblici o alle fermate. Approfittavo dei pochi minuti di attesa. In alcune zone non è facile essere nero e dire “Voglio rappresentarti”, ma non ho subito attacchi di stampo razzista. Ascoltavo i problemi e le proposte dei cittadini, ero lì e la gente si apriva. Ne ho ascoltate di tutti i colori».

 

«NO STRANIERI PER SEMPRE»

Per questo Abdullahi promette di impegnarsi per le periferie, le politiche giovanili e l’inclusione. «Ci sono molte case vuote e inutilizzate – le parole del neoconsigliere comunale – che potrebbero avere un utilizzo sociale con accordi tra privati e l’Amministrazione; bisogna potenziare le linee che collegano i quartieri periferici, soprattutto la sera, e rendere accessibili più facilmente ad anziani e disabili alcuni tram molto vecchi».

C’è poi un altro tema su cui poi vorrebbe lavorare. «Non si può essere stranieri per sempre. La composizione della nostra città è chiara: una grandissima percentuale dei residenti viene da altre città, regioni o Stati. A Torino abbiamo circa trentottomila persone nate all’estero e iscritte all’anagrafe elettorale – conclude Abdullahi – e una parte dell’astensionismo riguarda anche queste persone e i loro figli; molti non hanno mai votato, non sanno chi votare o non conoscono gli schieramenti, oppure sono delusi dalla politica; ecco: aumentare la loro partecipazione è uno degli obiettivi che mi pongo. È un compito difficile, ma dobbiamo lavorare molto e dare spazi di protagonismo alle associazioni di migranti e della diaspora. Ne ho già parlato col sindaco e tornerò a parlarne ancora, a breve…».

«Marocchino!»

Hassan, spiega come essere tolleranti

«Mio figlio Ali, nato in Italia, ogni tanto tornava da scuole in lacrime. Gli ho insegnato a sorvolare, tanto prima o poi si stancheranno gli dicevo. E’ andata così, due compagni gli hanno chiesto scusa, il più ostinato è diventato il suo miglior amico: sono ragazzi…»

 

«Marocchino, sei un marocchino!». Ali, dieci anni, figlio di Hassan, quarantuno anni, nigeriano, da una ventina in Italia, torna a casa e scoppia a piangere. Prova a non farsene accorgere dal papà. Sta piangendo, ma nonostante la sua giovane età, il piccolo studente, che parla correntemente l’italiano e il francese, ha un moto d’orgoglio. “Non voleva farsene accorgere – spiega Hassan – anche se non nascondo che quando cercai di confortarlo stringendolo al mio petto e spiegandogli che si trattava solo di ragazzate, lui cercò di liberarsi con uno strattone violento: lo capisco, ci sono passato anche io, chiunque abbia un colore di pelle vicino al nero, per qualche ragazzetto è “marocchino”».

Non è sempre così. «Vero, adesso la storia sta cambiando, nel tempo io e i miei connazionali, ma in buona sostanza i miei fratelli venuti dall’Africa con la voglia di lavorare e inserirsi nella società, accettando regole e usanze del Paese, abbiamo avuto modo di farci apprezzare; certo venti anni fa, con le prime folate e i primi ingressi in Europa era complicato spiegarci che le nostre intenzioni era miti e non avevamo nessuna intenzione di rubare loro lavoro e donne…».

 

SEMPRE LA SOLITA STORIA…

Solita storia, Hassan. «Un tempo – puntualizza – ora tutto è passato, non dobbiamo dimostrare più niente: abbiamo voglia di lavorare e, se il caso, lo richiedesse, anche qualche sacrificio; io stesso, una volta arrivato in Italia, per un tozzo di pane, raccoglievo pomodori e angurie: gratis, in cambio di un giaciglio sul quale dormire e una razione di cibo».

Quel tempo, per fortuna, è passato. «Non è più così, gli episodi che vanno sui giornali sono isolati, lo stesso quelle vicende che mettono di fronte i ragazzini che si offendono pesantemente e, talvolta, se le danno di santa ragione: succede dappertutto, qui si dice “Sono ragazzi…”, ecco sono ragazzi, ovunque i bambini prima, i giovanotti poi, ovunque, se le sono suonate di santa ragione, così è bene non generare odio su odio: è successo, basta, magari gli stessi ragazzi che oggi offendono, domani si pentiranno di aver pronunciato quelle frasi».

Bravo Hassan, lo sa Ali, che sei un genitore modello? «Quello che ho sofferto io non voglio che accada anche a mio figlio sotto forma di altra sofferenza: io partii a venti anni da casa, la mia Nigeria, il dolore nel cuore, su un gommone: con me, in un mare in tempesta, un centinaio di ragazzi, chi nigeriano, chi maliano, chi marocchino; da dieci anni non torno nel mio Paese, ho sempre la sensazione che sia pericoloso, mia moglie e i miei figli, perché nel frattempo ne ho avuto un altro, Samuel, otto anni, non vogliono che parta: ho una parte del mio cuore lì, quel che resta della mia famiglia, una mamma che si dibatte fra mille problemi, con un marito che non ha più, perso tre anni fa, dopo una lunga malattia».

 

«ALLA FINE SI STANCANO…»

Tutto spiegato ad Ali. «Sì, non è stato facile spiegarglielo – dice Hassan – come non è stato semplice farlo capire a uno dei professori con cui sono andato a parlare: gli insegnanti provano a mettere pace, a spiegare: la soluzione che suggeriscono il più delle volte è una sola: non farci caso. Certo, dovrebbero sapere che ad un ragazzino certe frasi fanno più male che ad uno in età, ma è così che va, non mi preoccupo più di tanto, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno: la tolleranza a lungo andare paga, chi gioca a sentirsi superiore alla fine si stanza e comprende che siamo tutti uguali, che qualcuno è nato nel posto sbagliato, fra una caccia alle streghe e una guerra civile».

«Ali è cresciuto nella testa, io e la sua mamma siamo orgogliosi di lui; i compagni di scuola hanno capito che con quella frase offendevano più se stessi, la loro intelligenza che non un ragazzo indifeso che aveva il solo “torto” – vogliamo chiamarlo così? – di avere una pelle di un altro colore. Un paio gli hanno chiesto scusa, il terzo, quello che sembrava il più ostinato, è diventato uno degli amici più cari di Ali, meglio di così. Ci vuole tolleranza, basta insistere, come fosse un loop, hai presente, un martello, alla fine uno abituato a dare sberle si stancherà nel versi porgere l’altra guancia: sono cristiano, come l’intera famiglia, il Signore ci ha lasciato un grande insegnamento e noi siamo felici di averne fatto una ragione di vita».

«Voglio diventare grande!»

Tani, dieci anni, nigeriano, il più piccolo campione di scacchi

«Voglio diventare il più giovane Grand Master di sempre», dice il ragazzino ex senzatetto fuggito con la famiglia per sottrarsi alle violenze nel suo Paese. «Tra un anno, al massimo due, diventerò campione». E i suoi, che facevano mestieri umili, ora sono cresciuti professionalmente. E danno i soldi raccolti per aiutare tanti altri homeless a migliorare la qualità della vita.

 

Annusando un po’ la storia del piccolo-grande Tani, dieci anni e mezzo, già campione di scacchi, pare di trovarsi, con le debite proporzioni nella sceneggiatura di “Scoprendo Forrester”. Lì un giovanottone nero aveva il dono della scrittura e si imbatte in un Premio Pulitzer, interpretato da Sean Connery. Chi è meno giovane, invece, ricorderà “Erasmo il lentigginoso”, ragazzetto-prodigio in matematica con un papà apprensivo e stupito con la faccia di James Stewart.

Bene, pare che adesso, a proposito di film e sceneggiature americane, anche la storia di Tani possa diventare un film, magari una saga del piccolo re degli scacchi. Ci avrebbe pensato Steven Conrad, uno che quando scrive sa andare dritto al cuore della gente. Sua, infatti, è la sceneggiatura di “La Ricerca della Felicità”, struggente storia interpretata da un grande Will Smith e da un piccolo, Jaden Smith, suo figlio nel film e nella vita di tutti i giorni. Pare che Conrad stia adattando per il cinema il libro “My name is Tani…e credo nei miracoli” (per il mercato italiano questo titolo è una furbata…) scritto dai genitori di Tani, che di cognome fa Adewumi. Tani è bimbo profugo, arrivato negli Stati Uniti dalla Nigeria Nigeria. Appena tre anni fa era un senzatetto,  ora è un “National Master”, praticamente laureato in…Scacchi.

 

COMINCIA A SETTE ANNI…

Tani aveva iniziato a giocare a sette anni. «Voglio diventare il più giovane Grand Master di sempre», diceva e scommetteva, con i compagni e con papà e mamma, «tra un anno, al massimo due». E non lo diceva, convinto, solo ai suoi genitori. Lo diceva in giro, a costo di rimetterci quell’adorabile faccino. La stessa cosa, scrive l’agenzia Ansa, Tani l’ha dichiarata, pari pari,  a Nicholas Kristof, giornalista del New York Times che di Tanti ne aveva scritto già due anni fa. Il record appartiene ad un giocatore di scacchi russo di  trent’anni anni, che al riconoscimento ci era arrivato a dodici anni.

Il piccolo nigeriano sta bruciando le tappe. E fa  più notizia il fatto che Tani quando si è avvicinato alla scacchiera viveva con la famiglia in un quartiere per senzatetto. Un anno dopo, il piccolo era già campione dello stato di New York avendo battuto coetanei di famiglie benestanti ed addestrati nelle più costose scuole della città. Gli americani che in queste cose sono campioni di generosità, avevano risposto al New York Times donando 250mila dollari in favore della famiglia insieme a un appartamento con anno di affitto pagato. Praticamente un film.

«Quando penso a come eravamo, dove siamo oggi grazie al mio piccolo Tani, e dove speriamo di arrivare, penso sia frutto di un miracolo», la mamma del piccolo che aveva lavorato come donna delle pulizie e oggi, si è diplomata da infermiera. Il padre di Tani, ai tempi del quartiere dei senzatetto, lavapiatti e autista, oggi è agente immobiliare.

 

…A DIECI E’ CAMPIONE!

Non è finita, sentite questa. La famiglia di Tani, scappata dalla  Nigeria per sfuggire alla violenza di Boko Haram, ha usato i fondi raccolti per loro per dar vita a una fondazione che aiuterà altri senzatetto. Se non è solidarietà da libro “Cuore” questa…

Con una certa indipendenza economica, hanno ingaggiato un Grand Master, che allena il figlio tre volte alla settimana. Perché Tani, uno che ha visto “La Regina degli Scacchi”, vuole migliorare ancora. La “Regina”, in programma su Netflix, la conoscono tutti: è un’orfanella estranea al giro dei tornei ma presto si rivela uno straordinario talento. «Sembro io, in tutto e per tutto», ha esclamato il ragazzo venuto dall’Africa. Dopo la prima vittoria a New York, erano state molte le scuole private gli avevano offerto un posto, ma la famiglia ha preferito tenere Tani nel sistema pubblico che ha subito capito il suo talento.

C’è un problema, ora. Tani potrebbe diventare un campione mondiale, ma, c’è un “ma”. E’ un immigrato e ciò impedisce a Tani di viaggiare e, dunque, prendere parte a competizioni internazionali. La famiglia ha chiesto asilo per “motivi religiosi” e c’è il forte rischio che il ragazzo-prodigio al suo ritorno non possa essere riammesso negli Stati Uniti. Gli americani tifano per lui, come noi del resto. Ma questo è un altro pezzetto del film a lieto fine del piccolo fenomeno della scacchiera.

«Sadiki, sei proprio tu?»

Muzi, gambiano, dalla disperazione a un abbraccio infinito

«Salvo, nonostante gli avessi tirato un morso disperato. In un mare in tempesta, quel fratellone mi allungò il suo bidone vuoto al quale aggrapparmi. Non avevo più forze, lui ne avrebbe avuto ancora per venti minuti, forse mezz’ora. Le acque agitate avevano inghiottito centotrenta dei centosessanta passeggeri di una imbarcazione che faceva acqua. Pensavo non ce l’avesse fatta, quando nel centro di Taranto…»

 

«Salvo per un morso!». Detta così può sembrare un’esagerazione, invece la storia di Muzi, giovane gambiano, salvato da Sadiki, guineano, è tutta vera. Dal dramma al lieto fine, se non fosse che nei loro cuori battono anche quelli di centotrenta fratelli neri ingoiati da un mare in tempesta e un imbarcazione che faceva acqua da tutte le parti. E non da principio, bensì nel bel mezzo del viaggio.

Muzi, il lieto fine. «Per quello c’è tempo – ci aveva raccontato non senza una certa emozione – la storia è lunga e complicata, un brutto film nel quale la gente che urla e affoga in mare aperto è vera, non sa nuotare, non trova un bidone, una tavola, un gommone al quale aggrapparsi per sfidare le onde del mare aperto alte quanto un palazzo: di notte il mare è un inchiostro, ad ogni onda perdi di vista i tuoi compagni di viaggio, poi li rivedi, provi a contarli e all’appello ne manca sempre qualcuno: una disperazione, hai l’impressione di morire ogni minuto, come se stessi vedendo te al prossimo doloroso giro».

Esattamente quattro anni fa. «Partiamo dalla costa libica – ricostruisce Muzi – ognuno di noi si era svuotato le tasche da quei pochi soldi che aveva rimediato con lavori saltuari: meglio che niente, lavorare, anche faticando come fossimo bestie da soma, che non cadere fra le mani di uomini in divisa – che fossero militari o qualcosa di simile, non potrò mai saperlo – che ti sbattono in un capannone e ti ci chiudono dentro, per picchiarti e convincerti che se vuoi avere salva la pelle è meglio che ti metta in contatto con la tua famiglia e chieda loro i soldi del riscatto».

 

MIO GRANDE EROE!

Dunque, la partenza. «Oggi non posso dire nemmeno di essere stato sfortunato, visto che me la sono cavata grazie alla generosità di un vero fratello, Sadiki, che mi allungò un bidone al quale mi abbracciai per galleggiare: stavo per andare a fondo, non avevo più forze per tentare altre bracciate, provare a nuotare, quando vidi questo ragazzone che invece di tenersi stretto a quel salvagente di fortuna, senza pensarci due volte mi allungò quel bidone, la mia salvezza. E pensare che mentre mi sentivo trascinato a fondo, gli tirai un morso disperato, quasi volessi aggrapparmi alla vita con le mani, i denti. Per fortuna, interpretò quel morso come un gesto disperato e non di sfida…».

Il dramma, i pianti, le urla strazianti. «Purtroppo non era un film, quelle erano urla vere che venivano ingoiate da un mare che non perdona: partimmo in centosessanta, più o meno, almeno in centotrenta ci avevano rimesso la vita: in alto mare quella “bagnarola” cominciò ad imbarcare acqua, entrava da tutte le parti, per giunta scoppiò anche una camera d’aria laterale; da quel momento non si capì più niente: avete presente “Si salvi chi può!”? Ecco, proprio così, chi non sapeva nuotare rimaneva su quello che restava dell’imbarcazione che poco per volta scompariva fra le acque agitate; gli altri, in mare, fra le braccia qualsiasi cosa potesse tenere a galla, bidoni, camere d’aria, qualsiasi cosa…».

Sadiki, lo aveva perso di vista. «Pregavo per me e per lui, per quanto avesse un fisico robusto, quelle onde che ti sbattevano a venti, trenta metri di distanza, non poteva avere tanta autonomia; fu un istante, forse era lui, magari volevo fosse lui, volevo si salvasse: vedevo l’unico sorriso di incoraggiamento fra tutti quei volti segnati dalla disperazione, mi piaceva pensare fosse Sadiki quel ragazzone tutto muscoli che mi passò un istante accanto, anche lui abbracciato a un bidone vuoto con un pollice infilato in un foro».

 

 

UN BEL GIORNO, IN CITTA’…

Tratti in salvo. «Pescatori libici che ci aiutarono a tornare a riva, ma senza consegnarci ai militari: sarebbe stata la fine; aspettammo un’altra imbarcazione, questa volta andò meglio, sbarcammo in Sicilia. Di Sadiki avevo perso le tracce e ogni speranza che si fosse salvato…».

Invece, un bel giorno. «Centro di Taranto, via D’Aquino: vivevo a Martina Franca, ospite di una comunità, quando decisi di farmi una passeggiata in città insieme con alcuni amici miei: fu un attimo, incrociai altri ragazzi che venivano dalla parte opposta. “Ma sei tu? Proprio tu?”, e lui: “Sì, io, proprio io, Sadiki!”. Non conoscevo ancora il nome del mio salvatore, me lo stava rivelando in quel momento. E’ l’abbraccio più caloroso che abbia mai dato e avuto, scoppiammo a piangere: ci staccavamo un attimo, ci guardavamo in faccia e ci riabbracciavamo, e ogni volta l’abbraccio era più forte: sotto la stretta di Sadiki c’era da restare senza fiato».

Un pianto a dirotto e liberatorio, la storia aveva avuto almeno un lieto fine. «Mi chiamo Muzi! Ci scambiammo il numero di cellulare, ci giurammo che non ci saremmo mai più persi di vista: gli devo la vita. E pensare che tutto era cominciato con un morso disperato…».

«Il calcio, il mio riscatto»

Aboubakar Diaby, ventuno anni, ivoriano

«A quindici anni andai via dal mio Paese, ma fui truffato. Persi soldi, fui sequestrato: i miei genitori pagarono il riscatto. Ho fatto il muratore, partito per la Sicilia mi videro giocare: un provino, un tecnico, una squadra più importate, infine il Taranto. Sogno di indossare la maglia della Nazionale e fare un gol da dedicare a mamma…»

 

«Sono felicissimo, è un grande momento per me, non so come spiegarvi: avrò modo di farlo quando mi sarò goduto questa gioia in pieno». Il Taranto, la squadra nella quale gioca anche lui, è stato appena promosso in serie C, campionato professionistico. Aboubakar Diaby, ventuno anni, ivoriano, piange a dirotto per la commozione. C’è felicità e riscatto in quelle lacrime. Bacia il terreno di gioco, la maglia, abbraccia compagni e dirigenti. Il direttore sportivo Francesco Montervino, che lo ha fortemente voluto in maglia rossoblù; il presidente Massimo Giove, che ha dato carta bianca al “diesse” tarantino e che a sua volta ha ricambiato la fiducia assicurando una categoria più appropriata a una piazza come Taranto. Stringe forte Giuseppe Laterza, il tecnico che gli ha trovato la posizione giusta in campo. Il gioco passa dalla sua tecnica e dalla sua forza. Diaby ci ha messo poco a diventare un beniamino dei tifosi. Ha fatto diversi gol lo scorso anno, ne ha messo a segno uno in una gara importante come quella con il Palermo, serie C, campionato professionistico.

Ma torniamo al suo «poi vi spiego». C’è la sua storia in quel pianto a dirotto e quelle mani schiacciate sul viso a coprire le lacrime. Aboubakar Diaby, una pertica, un fisico straordinario, ha una storia da raccontare. E che storia. Come tanti ragazzi della sua età, talvolta più giovani, altre più grandi. Quella di un giovanotto che a quindici anni prova a dare una svolta alla sua vita. Non è facile andare via dalla sua Costa d’Avorio, dove anche “Abou” è una bocca in più da sfamare, e tentare la fortuna in un Paese vicino.

 

QUESTA E’ LA STORIA…

Questa è la storia di un ragazzone amatissimo a Taranto, si diceva, non solo dai tifosi della squadra di calcio, ma anche dalla gente comune. Qui sono tanti i ragazzi neri che circolano per strada, a qualsiasi ora. All’alba li vedi in bici, si dirigono nelle vicine campagne, a raccogliere pomodori, frutta e ortaggi, sotto un sole che picchia duro. Anche a mezzogiorno, spingere un carrello pieno di pacchi, fra generi alimentari e prodotti da sistemare negli scaffali; oppure nel pomeriggio, mentre aiutano un anziano bisognoso di assistenza; uscire dalla porta sul retro di un ristorante dopo aver rimesso a posto tavoli e sedie.

Sono i nostri ragazzi, africani che in poco tempo hanno cominciato ad entrare a far parte del tessuto sociale della città. Pagano il loro soggiorno con l’unica moneta che conoscono: il lavoro. Non si tirano indietro davanti a niente, se c’è da faticare non battono ciglio, si rimboccano le maniche e sotto col lavoro. Ecco perché Diaby e i suoi “fratelli” sono rispettati e amati. Diaby si è aperto al taccuino di un sito fra i più autorevoli del calcio, “gianlucadimarzio.com”. Fabrizio Caianiello, cronista, commentatore sportivo pugliese fra i più preparati, in queste settimane ha portato alla ribalta la storia del ragazzo ivoriano. E noi gliene siamo particolarmente riconoscenti.

«Mio padre – racconta Diaby – che ora non c’è più, ammazzato da una malattia che non perdona, voleva che studiassi, mentre io cercavo di conciliare studio e pallone: dalle mie parti quello che non manca è proprio lo spazio; non ci saranno magliette dello stesso colore per fare tornei o società che possano seguirti e darti una mano a crescere e, magari, a tentare a fortuna, ma di campi di calcio improvvisati ce n’è tanti. Così io provavo a sognare: l’unica cosa che dalle mie parti non costa niente».

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Archivio fotografico Aurelio Castellaneta

 

VIAGGIO, TRUFFA, LIBERTA’…

Papà Diaby fa il genitore, irreprensibile, prova a dare buoni consigli al suo figliolo amorevolmente caparbio, che intanto cresce, in altezza e nel fisico. E nella tecnica. Certo, è ancora acerbo, «ma il pallone cominciava a fare quello che dicevo io: lo colpivo e andava dritto nell’angolo, all’incrocio, alle spalle del portiere; alzavo le braccia, esultavo, mi dimenavo come fanno i grandi campioni visti in tv».

Non è stato facile convincere papà. «Devo a un suo amico che mi vide giocare, se il mio genitore si convinse e mi iscrisse ad una scuola-calcio: a patto che continuassi a studiare. Accettai, ovviamente, ero felice di averlo convinto che, forse, il mio futuro potesse passare da un campo di calcio…».

Ma non ci sono osservatori in Costa d’Avorio. Almeno non di quelli che fanno di un giovanotto promettente una stella. Anzi, c’è un gaglioffo, quello sì. «Mi promise un provino, mi chiese di imbarcarmi ed aspettarlo in Libia: meglio se gli avessi lasciato quei soldi che avevo messo da parte con grandi sacrifici. Cosa vuoi che ne sappia un ragazzo di quindici anni…».

 

…E UN SOGNO

Il sogno diventa incubo. «Arrivato in Libia vengo posto sotto sequestro, due mesi rinchiuso in una prigione, maltrattato, fino a quando i miei carcerieri non intascarono i soldi del riscatto dai miei: una volta libero cominciai a fare il muratore. Lavoravo per un maliano, mi prese a benvolere, fu lui stesso a suggerirmi di partire per l’Italia e non tornare in Costa d’Avorio dove la situazione non era delle migliori. Mio padre, purtroppo, non c’era più, aveva perso la sua personale battaglia con quel male che non perdona. Sbarcai in Sicilia, lì ripresi a vivere…».

Infine, l’arrivo a Catania. «Ripresi a giocare, fui notato da chi mi ospitava in una casa-famiglia, mi segnalò all’Aci Sant’Antonio, squadra di Promozione, fui preso: l’allenatore Alfio Torrisi, oggi al Paternò, mi dava consigli per migliorarmi. Un bel campionato, arrivarono le richieste, mi chiamò il Licata, dove andai di corsa, con la benedizione del tecnico, per me un secondo padre. Altro bel campionato, infine Montervino, Laterza e il presidente Giove. Lo scorso anno facciamo un bel salto, dalla D alla C, il mio pianto a dirotto, la mia vita che mi passa davanti come fosse un film, drammatico, ma con un lieto fine: pensai a mio padre, mia madre, il mio Paese». I desideri di Abou, infatti, non finiscono qui. Anzi, cominciano da qui. «Un giorno voglio vestire la maglia della Nazionale del mio Paese, fare un gol e dedicarlo a mia madre: è lei, oggi, la mia famiglia; lei e i miei compagni di viaggio, quelli che mi hanno aiutato nel difficile campo della vita e sul rettangolo di gioco».

«Tamin, vivo per miracolo»

Sei anni, origini bengalesi, il piccolo accoltellato a Rimini

A sferrargli un micidiale fendente un somalo di ventisei anni fuori controllo. Pare che il folle abbia agito sotto l’effetto di alcol e droga. «Ringrazio i medici per aver salvato mio figlio, le autorità e le forze di polizia per averci assicurato massima assistenza», ha dichiarato il padre della vittima. Fuori pericolo,  vivo grazie alla divina provvidenza

 

Ha sei anni, si chiama Tamin, il piccolo di sei anni, originario del Bangladesh, accoltellato alla gola sabato scorso sul Lungomare di Rimini. Pare sia fuori percolo, ma per miracolo, spiega il papà che si dà il cambio con la moglie nel vegliare quel bambino, che senza saperlo ha visto la morte in faccia.

Il sindaco della città romagnola, Andrea Gnassi, rimasto in ospedale per buona parte della prima nottata insieme al suo vice, aveva anticipato buone notizie. “L’équipe medica dell’ospedale Infermi – aveva dichiarato il primo cittadino – è intervenuta con un’operazione molto delicata, conclusasi positivamente: al momento le indagini diagnostiche escluderebbero danni ulteriori”.

Tamin, origini bengalesi, è stato operato nella notte all’“Ospedale Infermi”. Si è trattato di un delicato intervento chirurgico per la ricostruzione della carotide, seriamente danneggiata dal fendente sferrato dal ventiseienne. Ora, Tamin, è ricoverato in “Rianimazione” e rimane in prognosi riservata ma non sarebbe più in pericolo di vita.

“L’abbiamo riattaccata – ha detto Salvatore Tarantini, a capo dell’equipe di chirurgia vascolare – il bambino sta bene, ma la prognosi, dopo l’intervento, non abbiamo potuto scioglierla subito perché è un intervento delicatissimo: la carotide porta sangue al cervello; avevamo paura che ci fossero stati danni cerebrali, la tac lo ha escluso e anche la clinica sembra averlo escluso: il piccolo sta benino, risponde agli stimoli”.

 

CINQUE FERITI IN TUTTO…

Il bilancio di sabato 11 settembre a Rimini è di cinque persone ferite tra cui il bambino, figlio di una coppia – si diceva – originaria del Bangladesh che lunedì scorso avrebbe avuto il suo primo giorno di scuola; la folle violenza si è consumata a Miramare nel giorno del ricordo degli attentati terroristici a New York nel 2001. Al bambino, che ha avuto la sfortuna di trovarsi sulla strada dell’aggressore, il ventiseienne somalo ha reciso la giugulare con un fendente. “Una famiglia di persone che ha grande dignità vive ore drammatiche per il figlioletto – ha detto Jamil Sadegholvaad, assessore comunale di Rimini – la loro è una storia di integrazione riuscita”.

Somane Duula, il ventiseienne accoltellatore da due mesi in Italia ospitato dalla Croce Rossa di Riccione. Pima di giungere nel nostro paese, Somane aveva vissuto per alcuni periodi in Europa: Svezia, Danimarca, Germania e Olanda per richiedere lo status di rifugiato. “Il suo agire non è da collegarsi in alcun modo ad ambienti terroristici”, assicurano gli investigatori, anche per fugare un panico che si era diffuso in città, peraltro in una data significativa nella storia del terrorismo internazionale. Per la polizia il giovane era probabilmente sotto gli effetti di alcol o droga.

Duula si trova ora in carcere e dovrà rispondere delle accuse di tentato omicidio, lesioni e tentata rapina. In questi giorni, oltre all’interrogatorio di garanzia dal gip, si è riunito anche il Comitato per l’ordine e la sicurezza, alla presenza della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

 

…QUATTRO SONO DONNE

Oltre al piccolo bengalese, sono tutte donne le altre quattro vittime ferite dal somalo. Per prima cosa, l’uomo ha accoltellato al volto e alla gola le due controllore sull’autobus che lavorano per conto dell’azienda di trasporti Start Romagna. Trasportate al Bufalini di Cesena, alla più grave sono stati assegnati due mesi di guarigione.

Dopo aver accoltellato le due controllore, il ventiseienne somalo ha minacciato l’autista, costringendolo a fermare il mezzo e fuggire  in una traversa vicino alla stazione di Miramare, dove ha colpito una ragazza residente a Pesaro e una pensionata di settantasette anni, all’altezza del Lungomare Regina Elena. Puntando la lama alla gola di chi intralciava la sua fuga, con la polizia addosso, il somalo ha tentato anche di rubare un cellulare ad un automobilista barricatosi all’interno della propria auto.

Il padre di Tamin, ha parlato del gesto improvviso di un folle. Gli inquirenti al momento confermano «l’atto folle e improvviso e uno stato di alterazione del soggetto arrestato», ha spiegato il sindaco Gnassi, rimasto tutta la prima notte in ospedale con i genitori del bambino. “Perché una persona che aveva già dato segni di violenza e di alterazione – s’interroga il primo cittadino –  girava liberamente? Sono stati sottovalutati i segnali precedenti?».

«Il ventiseienne somalo – ha dichiarato il sindaco dopo aver raccolto ulteriori informazioni – è un richiedente asilo, ospitato alla Caritas di Riccione che, salito sul bus in direzione Rimini, nei pressi del Talassoterapico al confine tra i due comuni, ha colpito prima le controllore, poi nel tentativo di fuga ha colpito ancora altre persone, tra queste il bimbo operato d’urgenza».

«In ospedale – prosegue Gnassi – abbiamo trovato una famiglia sconvolta ma che con grande dignità e compostezza ha saputo pazientemente attendere in quelle drammatiche ore; il padre di Tamin lavora in una importante azienda del Riminese e i suoi tre figli sono nati tutti qui; nella notte ci siamo attivati con il datore di lavoro del padre del piccolo e con i servizi sociali del comune di residenza per prestare totale sostegno, solidale e pratico, alla famiglia».

Il padre del piccolo ha voluto, inoltre, ringraziare medici, poliziotti, Dio, tutti coloro i quali gli si sono stretti intorno in quei momenti durissimi. Sempre con grande dignità. «Per il responsabile di tale violenza – ha concluso il sindaco Gnassi – non si deve chiedere altro che il massimo rigore: non ci può essere alcuna giustificazione o attenuante per quanto fatto: le leggi esistono e vanno applicate, mi rifiuto di commentare qualsiasi speculazione politica in vista delle elezioni».

«Prendiamoci per mano»

«Amin, israeliano, lancia un appello»

Inviato al confine con la Siria, mentre osservava i nemici giocare una partitella di calcio gli balenò un ragionamento. “Una cosa che fa sorridere, perché è un’idea bambina: perché devo combattere ragazzi che, come me, in questo momento sorridono, fanno le stesse cose che io e i miei commilitoni facevamo nelle ore di riposo. Ho vissuto da piccolo in Perù, poi sono tornato in Israele, tre anni di leva a sorvegliare oltre quella linea immaginaria e a riflettere…”. Intanto, ha fondato un social, diffuso un ideale…

 

«Se solo ci fermassimo a pensare un solo minuto al giorno, a quanto siano sciocchi e inutili i conflitti, di qualsiasi natura, avremmo già risolto metà problema”. Amin, israeliano, nato a Gerusalemme, vissuto in Perù e alla maggiore età tornato nel suo Paese, ha in testa un’idea, forse bislacca, forse troppo bambina, insomma semplice, tanto che nessuno si pone mai una simile domanda. “E se smettessimo le armi, qualsiasi proposito di imbruttire il “nemico” che hai di fronte e nel quale il male e combatterlo con più odio?». Questa una delle domande che Amin si pone e che spesso rivolge agli amici sui social.

«So quanto siano forti i social oggi – dice – tanto che potrebbero essere usati per compiere una rivoluzione, smetterla una volta per tutte di spararci addosso perché “io sono meglio di te”, e non la metto sul piano del ragionamento, della discussione per quanto animata possa essere; no, la metto sul piano della forza e questa cosa, fratello, permettimi non va affatto bene».

Amin e il suo outing. «Sboccia quando meno te lo aspetti – spiega – una volta arruolato per il servizio di leva, che in Israele dura tre anni: appena maggiorenne ero tornato nel mio Paese insieme con la mia famiglia; avevamo vissuto per diversi anni in Perù, quando decidemmo di tornare nella nostra terra: succede, le radici in queste scelte hanno un ruolo sicuramente importante». Servizio di leva, primo impegno importante con un’arma fra le mani. «Dopo mesi di addestramento – dice il giovane israeliano – mandano me e la mia compagnia sulla linea di confine; provate a immaginare: me, pacifista nato, con un fucile ad alta precisione fra le mani e, per giunta, sulla linea di confine a sorvegliare i militari dell’esercito siriano, con il pericolo che quell’arma dovessi usarla davvero per ferire o, peggio, ammazzare il nemico che, forse, nemico non era e mi spiego…».

 

AMIN, PAROLE CHE PESANO

Misura le parole Amin, non vuole essere frainteso. Fino a quando ha indossato la divisa, sapeva che doveva rispettare gli ordini, osservare oltre la linea di confine perché ai militari con addosso una divisa diversa dalla sua non venisse in mente di fare scherzi. Fino a quando, galeotto fu un pallone di calcio. «Certo, lo sport più famoso al mondo – dice Amin – che puoi fare con quattro grosse pietre a segnare le due porte e una sfera che puoi prendere a calci anche se non sei un fulmine di guerra». Un giorno era di guardia Amin, attrezzato di binocolo e perfino di telescopio per sorvegliare distanze maggiori. «Cominciai ad osservare un gruppo di militari siriano divisi in due squadre, da una parte una squadra a torso nudo, dall’altra quelli con addosso una maglietta: correvano all’impazzata; un mio collega sorvegliava, io per qualche istante a guardare quella partita, ma forse a fare quanto dovremmo provare a fare un po’ di più tutti: a pensare; pensavo a quei ragazzi non da avversari in un conflitto che non porta mai a nullo di buono, ma ad esseri umani, come me, che di sparare addosso a un altro francamente non gliene frega nulla».

 

UNA RIVOLUZIONE “BAMBINA”

Un ragionamento che sulle prime fa arrossire Amin. «Ma sì, perché è un ragionamento elementare, che potrebbe fare anche un bambino; anzi, sono proprio i bambini, che non hanno idee politiche nella testa, a spiegarci le cose in modo semplice: perché dovrei aggredire uno che in questo momento ride insieme con i compagni, rincorre un pallone che prende a calci? Anche io, quelle volte che mi ritrovo a fare una partitella con amici e commilitoni, ho la stessa spensieratezza, come se non dovesse accadere nulla, perché non puoi avercela con chi mostra la tua stessa serenità, la tua stessa allegria». Magari bisognerebbe lavorare più su quelli che si ostinano a spararsi addosso. «Ma per fortuna sono una minoranza; siamo molti ma molti di più quelli che vogliono deporre le armi, sedersi intorno a un tavolo e prendere a calci anche certi pensieri, certi documenti: pensiamo ai confini, alle espansioni – e, in questo, non mi riferisco a Israele e Siria – senza comprendere che si vive una volta sola e ad ognuno di noi tocca sempre un metro nel quale muoverci, le lunghe distese, il nostro benessere a discapito dell’altro, del nemico, dell’avversario, non va bene: e, allora, proviamo a scendere in campo per un ideale comune, la libertà, giocare insieme a fare i bambini, posto che fare gli uomini il più delle volte porta alla violenza».

Per concludere, Amin. «Mi sto impegnando sui social, io stesso ne ho fondato uno, parola chiave “idealist”: ho ideali da condividere con altra gente, di qualsiasi Paese, qualsiasi latitudine; ecco, conto di arruolarne a migliaia, centinaia di migliaia, per armare di sola pace un esercito sterminato che abbia un unico scopo: deporre le armi e stringersi la mano».

«Laila, per non dimenticare»

Origine marocchina, da venti anni in Italia, vittima di un incidente sul lavoro

«Profondo dolore per la scomparsa della donna; anche il nostro territorio e la nostra comunità vengono rattristati da una morte durante l’attività lavorativa», la parole del vescovo di Modena, Erio Castellucci. Solidarietà ai familiari, ma non è sufficiente l’indignazione del momento: occorre l’impegno di tutti affinché questi drammi non si ripetano

 

Di Laila El Harim, la quarantenne deceduta mentre lavorava nell’azienda di packaging “Bombonette” di Camposanto, in provincia di Modena, ne avevamo scritto all’interno di quello che, in gergo, si chiama “pastone” sulle morti sul lavoro nello scorso agosto. Ci eravamo documentati, seguendo la vicenda sulle pagine del quotidiano il Resto del Carlino, edizione di Modena. Non se ne abbiano a male, gli altri colleghi, ma il giornale emiliano, oltre a stare sul pezzo quotidianamente, ha mostrato passione nel raccontare, mediante gli stessi concittadini, la scomparsa della povera Laila in circostanze drammatiche.

Fatte le debite premesse, pare che la procura di Modena avrebbe iscritto nel registro degli indagati il legale rappresentante dell’azienda stessa. Un atto dovuto, se non altro per chiarire come siano andate le cose quel maledetto martedì mattina di agosto, quando Laila fu trascinata e schiacciata da una fustellatrice (un macchinario di grosse proporzioni utilizzato per sagomare il materiale da imballaggio).

Laila avrebbe compiuto quarantuno anni a breve distanza da quell’infausto giorno. Originaria del Marocco, da circa vent’anni risiedeva nel nostro Paese. Ma era nel Modenese, che la donna aveva costruito la sua vita e la sua famiglia, con dentro al cuore il matrimonio con il compagno dal quale  quattro anni fa aveva avuto una bimba. Nel paese in cui viveva, non distante dalla sede dell’azienda, era indicata da tutti persona gentile e solare. Alla “Bombonette” era stata regolarmente assunta pochi mesi fa e, secondo testimonianze, era entusiasta per il lavoro che faceva.

 

 

QUEL MACCHINARIO PERICOLOSO

In seguito ad un documento circostanziato e predisposto dagli ispettori del lavoro di Modena è stato possibile accertare quanto segue: «La dipendente era stata assunta con contratto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato e che aveva iniziato il proprio turno di lavoro presso la sede della ‘Bombonette’ alle 5.50; la fustellatrice a cui lavorava Laila era provvista di un doppio blocco di funzionamento meccanico, purtroppo azionabile da parte dell’operatrice soltanto manualmente e non automaticamente, quanto cioè ha generato un’operazione non sicura cagionandone la morte della donna per schiacciamento», si legge nella relazione. Circa la dinamica dell’infortunio e alla conformità del macchinario, secondo i principi della massima sicurezza tecnicamente possibile, sono state svolte indagini da parte degli ispettori Upg della Usl di Modena. Ulteriore documentazione acquisita sull’organizzazione della sicurezza, verrà esaminata dal direttore dell’Ispettorato del lavoro che ne informerà le istituzioni “per definire, secondo le competenze, le azioni da intraprendere dopo aver stabilito l’esatta dinamica e le relative responsabilità”.

 

IL DOLORE DEL VESCOVO

Sulla tragedia di Camposanto era anche intervenuto il vescovo di Modena, Erio Castellucci. «Condivido questo profondo dolore e sono vicino alla famiglia di Laila El Harim. Purtroppo – riporta una nota della Diocesi di Modena – anche il nostro territorio e la nostra comunità vengono rattristati da una morte sul lavoro, una piaga che pare non si riesca a debellare nel nostro Paese visti i numeri, drammatici, di questo 2021. Ora piangiamo la perdita di Laila, una donna, una mamma: esprimiamo solidarietà ai familiari, con sincerità e commozione, ma questo non basta, come non è sufficiente l’indignazione del momento. Occorre l’impegno di tutti affinché questi drammi non si ripetano».

«Italia, aiutami!»

Omran, collaboratore, rischia la vita

«Temo per la mia famiglia. I talebani stanno girando casa per casa. Vogliono giustiziare quanti hanno aiutato i governi a restituire normalità all’Afghanistan. Siamo un bersaglio, temo per i miei familiari, qualcuno in Italia faccia qualcosa»

 

Quanto dolore. E quanta rabbia, mista a delusione.  Ma anche preoccupazione, tanta preoccupazione per chi è ancora in Afghanistan. Sono alcuni dei sentimenti e delle testimonianze manifestati dalla cinquantina di italiani sbarcati a Fiumicino con uno dei primi voli organizzati dalla nostra Aeronautica. Voli  che stanno trasferendo in Italia connazionali e il maggior numero di collaboratori afgani insieme con le loro famiglie.

«Temo per chi ha lavorato con noi – la drammatica testimonianza di un medico che lavora per l’agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo – e ora rischia di morire; i talebani li stanno cercando casa per casa; lì, purtroppo, ci sono ancora migliaia e migliaia di persone che rischiano la vita: la situazione è gravissima, la comunità internazionale faccia qualcosa e alla svelta, ogni ora che passa diventa fatale per i nostri collaboratori, gente innocente che aveva in testa solo la libertà, la voglia di vivere senza pressioni, costrizioni, ridotte in schiavitù».

«Senza il sostegno dei contingenti militari stranieri – dice Omran, anni di attività con l’Agenzia governativa italiana in Afghanistan – esercito e polizia afghani, nulla possiamo contro gli Studenti coranici: è solo questione di giorni, di ore, la mia collaborazione con gli italiani sta mettendo  a rischio la mia vita e quella della mia famiglia: ti prego Italia, aiutaci!».

 

«PAURA DI RAPPRESAGLIE»

Omran ha lavorato nella cooperazione internazionale in Afghanistan. Fino al 2020 Herat era rimasta al riparo dalle minacce dei talebani, grazie anche alla presenza del nostro contingente militare di base nei pressi dell’aeroporto. Ora, dopo l’abbandono dell’Afghanistan, in alcuni casi frettoloso e senza sicurezza, Herat è praticamente nelle mani dei Talebani.

«Incredibili le rappresaglie a cui stiamo assistendo: quasi non volessero alcun beneficio dall’Occidente, le strade realizzate anche con il contributo della cooperazione italiana vengono fatte saltare; i Talebani cercano di bloccare ogni forma di comunicazione con l’esterno impedendo, per esempio, l’uso di internet. Trovare una connessione è sempre più complicato”. Prosegue il racconto disperato di Omran. “E’ un assedio, temo che le conseguenze saranno durissime. I simpatizzanti dei terroristi, specie di etnia pashtun, si stanno alleando con gli invasori. Mi conoscono, conoscono il mio lavoro e la collaborazione con gli italiani negli ultimi dieci anni: io e i miei familiari siamo in pericolo, a maggior ragione ora che tutti i contingenti stranieri sono andati via».

 

«CHIEDO UN “VISTO”»

E qui sta l’angoscia di un uomo da sempre fedele e operativo nei confronti della cooperazione italiana. Nel corso degli anni Rahgozar ha coordinato tantissimi progetti umanitari nella provincia di Herat collaborando con ong del calibro di Intersos, Cesvi e Gvc. Nel marzo del 2017 era all’opera con Gvc per un piano di rilancio della ruralità in alcuni villaggi poverissimi della provincia di Herat. Era stato lui a tenere le fila e i contatti tra le comunità e l’Aics.

«Grazie all’Italia eravamo riusciti a cambiare molte cose qui – prosegue Omran – quanto, purtroppo, sta per essere reso vano a causa dell’abbandono dei contingenti internazionali. Ho paura, mi considero un bersaglio. Ho provato a chiedere aiuto all’Aics di Herat, gestito afghani, ma senza tanti giri di parole mi hanno detto che per me, la mia famiglia, per chi ha collaborato con l’Italia non possono fare niente. Eppure chiediamo solo un visto per lasciare il Paese. Mio padre, molto religioso, che più volte mi aveva consigliato, insistito di non lasciare l’Afghanistan, adesso ha cambiato idea, ora mi esorta di mettermi in salvo con la mia famiglia: spero non sia troppo tardi».

«Con la mia famiglia sono nelle mani degli italiani – conclude Omran – fossi solo potrei provare a superare il confine, ma non è cosa semplice: unica soluzione è ottenere dall’Italia un visto con il quale espatriare a bordo di un aereo; per questo non smetto di fare appelli al vostro Paese: non è un atto di egoismo, mi rivolgo all’Italia anche a nome di quanti sono nelle mie stesse condizioni, non dimenticatevi di noi: aiutateci!».

«Verranno ad uccidermi»

Zarifa, ventisette anni, il sindaco più giovane dell’Afghanistan

Dal quotidiano Il Fatto a Libero, dal Corriere della Sera a Repubblica, è un susseguirsi di reportage che mostrano di avere a cuore il destino di un popolo. E in particolare delle donne, che corrono il rischio di tornare in schiavitù. Le opinioni di donne attiviste che lanciano un appello al mondo: «Non lasciateci sole, altrimenti è la fine»

 

«Forse fino a qualche giorno fa temevo per la mia vita, ora non ho più paura; temo solo per i miei familiari, che mi sostengono in questa protesta passiva nei confronti degli invasori: sono qui, seduta, in attesa che qualcuno arrivi e con il pretesto di fare giustizia mi ammazzi». Così Zarifa, giovane sindaco di una delle città afghane, insediatasi tre anni fa per amministrare un piccolo centro nel quale prima o poi arriveranno le forze talebane. Le stesse che in questi giorni hanno sovvertito il governo e pare abbiano intenzione di ripristinare condizioni che proverebbero qualsiasi libertà alle donne.

Dal quotidiano “Il Fatto” a “Libero”, dal “Corriere della Sera” a “Repubblica”, è un susseguirsi di reportage che mostrano di avere a cuore il destino di un popolo. E’ pericolo Afghanistan. I guerriglieri talebani o esercito che sia, nei giorni scorsi ha avuto la meglio sull’esercito afghano tanto da avere occupato senza trovare grande opposizione dall’esercito locale la capitale Kabul. Questi ultimi avevano bisogno di rinforzi, armi per meglio difendersi dal nemico che avanzava verso la capitale. C’è un report dell’Intelligence americana sottoposto a Biden, presidente USA, nel quale venivano espresse perplessità sull’eventuale resistenza dei militari afghani ad un eventuale attacco sferrato dai Talebani. Biden ha perso appeal con il suo elettorato e, più in generale, con il popolo americano. Trattare con gli invasori, perché questo è quanto scaturirebbe da un vertice nel quale gli Stati Uniti hanno invitato le altre forze presenti al Tavolo per studiare l’opposizione al ricostituito Emirato islamico. Facendo un po’ di conti, a oggi, Siria, Libia, Egitto, Palestina, Iraq, Arabia Saudita e, ora, Afghanistan, hanno in comune una cosa: il disimpegno da parte del governo americano.

 

SOCIETA CIVILE IN PERICOLO

Intanto, in queste drammatiche ore, il sentimento sembra essere uno solo: la società civile dell’Afghanistan teme di essere in grave pericolo. Da quando i talebani hanno preso la capitale Kabul e, più in generale, il potere sull’intero Paese. Le donne, in modo particolare, sono convinte di scivolare daccapo in un inferno senza diritti. In tutto questo, in attesa di una presa di posizione da parte del governo americano, uno dei più autorevoli organi di informazione della Grande mela, il New York Times, ha pubblicato la testimonianza di Zarifa Ghafari, ventisette anni, la sindaca più giovane dell’Afghanistan.

Conosciuta per essere da sempre in prima linea per il rispetto dei diritti delle donne, Zarifa è convinta che il peggio sta per arrivare: «Verranno per le persone come me, mi uccideranno; sono seduta qui, in attesa che arrivino: non c’è nessuno che aiuti me o la mia famiglia. Sto seduta con i miei congiunti, insieme con mio marito. Non posso lasciare la mia famiglia. E anche se fosse, dove andrei?». Zarifa è stata nominata a capo della città di Maidan Shar l’estate di tre anni fa dal presidente Ashraf Ghani, fuggito per mettersi in salvo dai talebani.

«Sono distrutta – ha dichiarato la giovane sindaco – non so su chi fare affidamento, ma non mi fermerò ora, anche se verranno di nuovo a cercarmi: non ho più paura di morire». Nel frattempo i talebani stanno provando a rassicurare la popolazione, annunciando un’amnistia generale per i funzionari statali. «L’Emirato islamico – riporta un documento – non vuole che le donne siano vittime, ma anzi dovrebbero avere ruoli nella struttura di governo, ma in accordo con la Sharia». Insomma, «Voi governate, ma comandiamo noi».

 

L’INCUBO DOPO VENTI ANNI

Inutile girarci intorno, quanto sta accadendo in queste ore pare abbia un solo significato: per le donne afghane è la fine di tutto. Dopo venti anni sono tornati i talebani e con questi la “sharia”, la versione più estremistica della legge coranica che vorrebbe le donne segregate, ignoranti, invisibili. Quando guidarono l’Afghanistan nella seconda metà degli Anni Novanta, fecero piombare l’Afghanistan nel buio più totale. Le donne furono cancellate dalla società, trasformate in tanti fantasmi azzurri come i burqa che dovevano indossare, in schiave sessuali. Furono vietati lavoro e studio, pena la lapidazione. E adesso l’incubo è tornato. Anche Fatima, trentacinque anni, nelle Forze di sicurezza afghane, teme gravi ritorsioni. Non è riuscita a salire su uno degli aerei in partenza da Kabul. «Uccideranno anche me, sanno bene chi ha aiutato gli occidentali; stanno facendo le liste in ogni città delle donne single, dagli 8 ai 45 anni: molte saranno uccise, quelle che saranno risparmiate andranno in moglie ai talebani».

«Veder crollare tutto in un istante è la fine del mondo», ha dichiarato una giovane studentessa, rappresentante delle giovani afghane presso l’Onu. «E’ un incubo per le donne che hanno studiato e che intravedevano un futuro migliore». «La storia si ripete velocemente«», dice Fawzia Koofi, ex vicepresidente del Parlamento afghano.

Non solo resistenza passiva. C’è chi vuole vendere cara la pelle. Chi vuole restare e lottare. «Non servirebbe a nessuno se tutte le donne lasciassero il Paese», ha dichiarato all’emittente britannica Mahbouba Seraj, attivista di lunga data, dicendosi pronta a sedersi a un tavolo con i talebani per cercare di cambiare le cose dall’interno: «Nessuno, né i talebani, né il mondo, né la nostra repubblica, ha mai capito la forza delle donne afghane, quale risorsa siano».