«Dal calcio al bar…»

Paolo Baldieri e il coraggio di cambiare mestiere

«Mi sono ritirato a trentadue anni, fra Roma e Lecce le mie soddisfazioni professionali. Non avevo più stimoli, mi sono ricostruito una vita. D’accordo con mia moglie e i miei figli ho lasciato la capitale e trasferito in Salento. Affascinato da Paolo Rossi, poi da Falcao e Conti, ma soprattutto dalla pesca e dal caffè e dal gelato…». Storia di un’ala veloce come poche, leale con se stesso e gli altri

Essere onesti con se stessi, poi con chi ti sta intorno. Questo è stato in campo e fuori dal perimetro di gioco Paolo Baldieri, attaccante, fulmine di guerra di una Roma scudettata, poi di un buon Lecce, una squadra e una città che col tempo lo hanno sedotto del tutto. Dopo aver abbandonato il calcio, si è dedicato al suo passatempo preferito, la pesca, poi alla compravendita immobiliare, infine il commercio. Come a dire “non si vive di solo calcio” e, se si sta bene con se stessi, ci si può meglio relazionare anche con gli altri. Lascia prima la Roma, poi la città. Come accade il più delle volte ai calciatori professionisti, in questo caso porta con sé l’intera famiglia. Moglie e figli, nonostante fossero legati alla capitale dove lo stesso Paolo aveva compiuto i primi palleggi da promessa a professionista, lui nativo di Ladispoli. Bella, esemplare la sua storia raccontata in rete, ai siti new.italia-24.com, ilposticipo.it, goal.com e via di questo passo. Una storia utile a chiunque, specie quando per dieci brillantissimi anni sei stato sotto i riflettori e ad un certo punto si «spengono le luci e tacciono le voci». Insomma, c’è vita anche dopo i trenta. E se hai la testa sulle spalle, come Baldieri, le cose vengono più facili anche quando riponi la maglietta nel cassetto.

L’onestà, innanzitutto. «A trentadue anni non mi sentivo più utile alla causa, o meglio non ero più completamente soddisfatto». Sarà stata una velocità che cominciava a battere appena un colpo a vuoto, un calcio che cominciava a cambiare, Paolo incassa un «Ma sei matto?» dalla moglie. In realtà avrebbe potuto giocare ancora due, anche tre anni, magari limitando il suo raggio d’azione. «Volevo essere sempre al top, nella Roma di Liedholm, non ero titolare, ma quando entravo davo fastidio agli avversari, non ce n’era per nessuno, ero così veloce che i difensori diventavano matti».

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QUELLA VOLTA PAOLO ROSSI…

Poi, dopo il fascino esercitato da un piccolo-grande Paolo Rossi che all’Olimpico fulmina la “magica” con tre sberle, la voglia di provarci. «Il bello di non vivere proprio nella capitale, ma in una cittadina ad un soffio dalla Città eterna, è quello di disporre spazi, campetti, giocare anche tre partite in un solo pomeriggio: così è stato, dunque Liedholm, gli allenamenti con Falcao, Conti e Di Bartolomei, i migliori insegnanti di calcio».

A Lecce diventa una bandiera, ricambia l’affetto dei tifosi salentini. «Tanto che finita la carriera, dopo aver giocato qualche annetto qua e là, decido che Lecce doveva diventare il mio quartier generale: rispetto alla capitale, trovo questa città a misura d’uomo, la mia famiglia ha condiviso».

Scelta coraggiosa, racconta Baldieri. «Volevo dedicarmi alla pesca, cosa che ho fatto per tre anni: farlo con la canna è una sfida ad armi pari e poi ti aiuta a riflettere, in una sola parola, a crescere. Mi dedico alla compravendita di immobili, una volta ristrutturati li rivendo, poi il mercato registra una flessione e penso al commercio».

E IL CORAGGIO DI CAMBIARE GIOCO

(Wikipedia)

(Wikipedia)

Uno che è veloce nel gioco e nel pensiero, ci mette un amen a cambiare “fascia”. Mercato immobiliare a singhiozzo? Bene, ecco un esercizio nel quale si può gustare un bel gelato, sorseggiare un buon caffè. «Ricomincio – spiega Baldieri – sono il primo a dare l’esempio, a ordinare io tavoli, a scaldare la macchina del caffè, a far partire la macchina per fare un gelato che sia il top”. Ossessionato dalla perfezione e dall’onestà. Il gelato e il caffè devono essere il meglio, come quando scendeva sulla fascia con i colori giallorossi della Roma in una ventina di gare importanti e oltre un centinaio con quelli del “suo” Lecce. “I miei figli hanno condiviso la mia scelta, mi seguono, sono fiero di aver insegnato loro che il lavoro e l’onestà pagano: per arrivare al massimo mi allenavo scrupolosamente, quando ho pensato che non potevo più fare strappi e dare metri ai difensori, mi sono guardato intorno, dato un periodo di riflessione e ricampionato il mio futuro, non più con le scarpette, ma con la testa e con il cuore: il commercio e la città giusti».

Oggi Baldieri è un commerciante attivo, rispettato, stimato. Un esempio per i suoi ragazzi, ma anche per la sua clientela con la quale si ferma a parlare di quello che è stato il calcio e quello che poteva essere. Uno che si è cucito sul petto uno storico scudetto di cose da raccontare deve averne a non finire. E poi, se finissero le storie di calcio, ci sarebbero ancora quelle di vita. La pastura, la canna, gli ami da usare, gli immobili, le case una consulenza che non si nega a nessuno. E il gelato. «Se il cono e il gusto sono invitanti, ci sta un peccato di gola…».

«Le mie due vite…»

Frida Bollani Magoni, grande talento

Cieca fin dalla nascita ha coltivato la sua passione per la musica. «Merito di papà e mamma, Stefano Bollani e Petra Magoni, due grandi musicisti», dice. «In un’altra famiglia, forse, avrei faticato di più, ma alla fine così doveva essere così è stato…»

 

Un sorso d’acqua e “Carol of the bells”, “Blackbird”, “Over the rainbow”. Altro sorso d’acqua, “Moon river”, “Holy night”, “Amazing grace”. Poi, tre note. «La conoscete questa?». Inequivocabile, la gente la riconoscerebbe fra mille. E’ “Caruso” di Dalla, il pubblico risponde con un grande applauso.

Frida Bollani Magoni, figlia d’arte. Papà è Stefano Bollani, compositore, pianista, fantasista; mamma è Petra Magoni, fra le più celebri interpreti jazz, prima fan di sua figlia Frida. Petra è la sua ombra, si sbraccia per l’intero concerto di Taranto. Location originale, Frida ha voluto quella e solo quella: la Concattedrale Gran Madre di Dio.

«Tenere concerti nelle chiese, nella Concattedrale Gran Madre di Dio, in questo caso – ci dice Frida – è un’esperienza nuova all’interno di un tour natalizio in tutta Italia, in particolare in Puglia e felicissima di aver fatto ascoltare un repertorio nella maggior parte nuovo: canzoni natalizie in luoghi, le chiese, nei quali ero stata impegnata in passato solo con dei cori: in questo progetto, pianoforte e voce, trovo un’acustica straordinaria e un pubblico che in parte mi conosceva e che spero abbia potuto apprezzare il mio impegno anche in una chiave sperimentale».

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    Foto Aurelio Castellaneta

ANIMA ALLE CANZONI

Frida affascina, dà anima alle canzoni. Ai brani originali, come alle cover che il pubblico accompagna in coro o tenendo il ritmo battendo le mani. In questi giorni anche il settimanale del Corriere della sera, “7”, ha dato copertina e profondità alla sua sensibilità in un bell’articolo di Silvia Avallone.  «Mamma mi è di grande aiuto in tour – spiega Frida – è lei che si occupa del trasferimento da una città all’altra, del sound-check, dei rapporti con la stampa, cose alle quali non ero abituata, almeno non professionalmente: adesso ci sto facendo l’abitudine, ma Petra – così chiama mamma… – è insostituibile». Come non crederle. Scherza Frida dal palco. Non può lasciarsi andare in una battuta che subito Petra, in fondo alle due ali di banchi, le risponde a voce alta. «Chi conosce questa canzone?», interroga Frida. «Iooo!», urla Petra. E’ un incoraggiamento costante, come quello del pubblico, che non solo riconosce i brani in scaletta, ma interagisce scandendo il ritmo con le mani e con i cori.

Frida Bollani Magoni, ha diciassette anni. E’ cantante e pianista, compositrice, figlia d’arte. Sono stati i suoi genitori, riconoscendone qualità e sensibilità non comuni, ad averla incoraggiata nel coltivare una già spiccata inclinazione per la musica. Tutto questo nonostante una malattia congenita che ha reso Frida cieca fin dalla nascita. Come raccontato da mamma Petra, è stato chiaro fin dalla più tenera età che la figlia avesse un talento straordinario.

«Studio e suono – ha raccontato – buona parte della settimana la dedico alla scuola, il week-end, se possibile, ai concerti: non so stare senza musica. Come tutti, alla mia età, ho amici e compagni di scuola, fra me e loro nessun ostacolo…».Frida 3 - 1

     Foto Aurelio Castellaneta

«LA MIA STRADA ERA SEGNATA»

Che fosse una in gamba, Frida, lo si è visto durante il concerto tarantino organizzato dall’ICO Magna Grecia che ha ospitato la giovane artista toscana nella rassegna orchestrale 2021-2022. Ha spirito da vendere, non si pone problemi a parlare della sua cecità. «Ringrazio i geni sballati – ha dichiarato a Silvia Avallone – ma anche al talento che ho ereditato dai miei genitori: in un’altra famiglia forse avrei faticato di più, ma alla fine così doveva essere così è stato…»

Quanti applausi per la sua personale versione de “La cura” di Franco Battiato o “Hallelujah” di Leonard Cohen. E per gli inediti “I’ll miss you” e “Christmas again”, fino a un ricco medley strumentale di canzoni di Natale. Ha appena finito di cantare, ha la gola secca Frida. Stende un mano, cerca nel vuoto la sua bottiglietta d’acqua, che arriva puntuale. Ci pensa mamma Petra, anche a contenere la gente che attende la sua ragazza per complimentarsi, dirle, urlarle «Brava!». Farle sentire tutto l’affetto e la stima per uno straordinario talento. «La mia strada era segnata fin da quando ero nella culla – dice Frida – mi dicono a che mentre i miei cantavano a e suonavano io sgambettavo, un segno anche quello, la musica è la mia casa…»

«Fuga dalla violenza»

Kouamé, ventisette anni, ivoriano, si racconta

«Ho lavorato in Libia, risparmiato e comprato il viaggio per l’Italia. Mio padre assassinato a bastonate, una esecuzione davanti a testimoni. Mi piacerebbe restare qui, ma di sicuro non tornerei mai indietro»

 

«Mi chiamo Kouamé, ho ventisette anni, vengo dalla Costa d’Avorio, Africa occidentale, sono musulmano, parlo francese e sto imparando l’italiano: sarei rimasto volentieri a casa mia, ma una serie di tragedie si sono abbattute sulla mia famiglia: mio padre morto, restano mamma e due miei fratelli, più piccoli: papà ci ha rimesso la pelle, nemmeno ammazzato da un governativo: è stato un conoscente che durante un litigio è andato giù duro, prima con legnate, poi con sassate…». Sembra uno di quei film che raccontano la storia primordiale, l’uomo che non ha ancora compiuto i primi passi verso la civiltà: morte tua, vita mia. «Ma più di qualche litigio nel mio Paese si risolve in modo violento: l’esercito interviene solo per evitare assembramenti, focolai di proteste, perché non si riempia la piazza e cento non diventino mille, diecimila e via così…».

Ha il chiodo fisso della democrazia Kouamé, come dargli torto. Dalle sue parti “democrazia” è una parola bella quanto “mamma”. «E’ lei che ti ha dato la vita – dice il ventisettenne ivoriano – e i primi insegnamenti, il rispetto del prossimo, della gente, della vita umana: anche se uno non la pensa come te, va rispettato comunque; non deve avere avuto lo stesso tipo di educazione l’assassino di mio padre, visto che la discussione è degenerata al punto tale che quel matto furioso ha stretto in pugno la prima cosa che gli è capitata fra le mani, un bastone pesante, e ha cominciato a picchiare mio padre alle spalle, alla nuca, ai fianchi, nonostante fosse stramazzato al suolo».

 

PAPA’, AMMAZZATO…

Qualcuno ha visto la scena, l’ha raccontata in giro, qualche altro gli ha suggerito di farsi gli affari propri. «Ma a noi è giunta, raccontata a tratti, l’intera storia: l’aggressore si è accanito contro quel corpo inerme, steso davanti ai suoi occhi, quasi volesse mettere in scena un agguato, come se mio padre fosse stato colpito da più uomini, ecco perché dopo le bastonate sono arrivate le sassate, presumo anche dopo che mio padre aveva reso l’anima al Cielo…».

Una storia archiviata dalla polizia locale come “Omicidio commesso da ignoti”. Al plurale, come a sostenere quella messinscena era stata una mossa diabolica, vincente per quell’assassino. Qualsiasi fosse stato il motivo della discussione, ricorrere alla violenza è da bestie.

«Senza mio padre – spiega Kouamé – ho trovato lavori saltuari, scuola nemmeno a parlarne, nel mio Paese se non hai i soldi sei meno che niente: lì ci sono milioni di poveri, pochi ricchi, è l’ingiustizia sociale; c’è chi non ha il denaro per mangiare anche una sola volta al giorno, chi invece se la gode e i soldi li getta perfino nel water; così ho salutato mamma e i miei due fratelli e sono partito per la Libia, lavoravo in una impresa di pulizie dal mattino presto fino a pomeriggio, senza un attimo di sosta; una volta smesso, dopo aver mangiato qualcosa al volo, mi dedicavo a radere aiuole e pulire i giardini di chi aveva bisogno di manodopera: un anno e mezzo di questa vita, i soldi ben nascosti addosso, infine l’incontro con un mediatore che mi presentò a uno scafista e il lungo viaggio dalla Libia all’Italia…». Ricorda come se fosse ieri, Kouamé. «In realtà non era proprio uno scafista, ma il proprietario di un gommone, che aveva più riparazioni che persone a bordo, e parlo di quasi un centinaio di profughi come me: rispetto a quello affrontato da migliaia di africani, il mio viaggio non è stato così pericoloso; avvistati in mare da una nave mercantile siamo stati scortati sulle coste della Sicilia, da lì in Puglia…».

 

«PRIMA IL RISPETTO!»

La democrazia è il chiodo fisso di Kouamé. Come dargli torto. «Qui vedo che il Natale viene celebrato come la Festa delle feste, in Costa d’Avorio qualcosa che gli assomiglia per importanza è il Tabaski, la Festa del sacrificio: per qualche giorno vestiamo tutti allo stesso modo, mangiamo le stesse cose, perché in quei momenti dobbiamo essere tutti uguali, così insegna il Profeta…». Il futuro di Kouamé. «Mi dedico a lavori saltuari, rinnovo contratti, ora come addetto alle pulizie, talvolta come elettricista, tanto che me la cavo con gli impianti, ho fatto una buona scorta di esperienza in Libia: una parte del guadagno lo spedisco a casa, uno dei  miei due fratelli studia, spero faccia quel percorso che non ho potuto compiere io a causa della morte di papà. Per il resto, non mi dispiacerebbe restare in Italia, qui mi sento come a casa, inserito nel tessuto sociale; non riuscissi a restarci dovrò prendere in considerazione l’ipotesi di andare via, ma certamente non tornare più al mio Paese: una volta che hai assaporato la bellezza del rispetto, la democrazia, non puoi nemmeno lontanamente pensare di tornare indietro, uno degli ultimi insegnamenti di mio padre…»

«Cattivo per contratto»

Ciro, quarant’anni, napoletano, il suo esordio a Taranto

«Girai con Lina Wertmuller “Io speriamo che me la cavo”». Dopo cinema e fiction, è diventato uno dei protagonisti di “Gomorra”. «Il mio impegno di attore mi obbliga a rivestire talvolta i ruoli di “malamente”: ma se non ci fossi io, i “buoni” chi li noterebbe?». Lina Wertmuller, Paolo Villaggio, i vicoli, il mare, la gente…

 

«La mia città viene disegnata in modo negativo, ma credo che tutto sommato anche questo faccia parte del gioco: se non ci fossero i cattivi che vengono sconfitti, non ci sarebbero buoni vincenti che hanno la meglio». Napoli, sempre affascinante, disegnata un po’ come gli pare, a registi e sceneggiatori, è più bella di come la disegnino. E allora, Ciro Esposito, quarant’anni, da venti sulla breccia, traccia il profilo della sua carriera e della sua città.

Da “Io speriamo che me la cavo” a “Gomorra”. Nel film di Lina Wertmuller con Paolo Villaggio girato in parte a Taranto, era il bambino ribelle Raffaele Aiello. Nella quarta e quinta stagione della serie televisiva è il luogotenente del boss camorrista ‘O Maestrale. Gli spettatori più attenti si sono accorti della somiglianza del protagonista: il volto, infatti, è quello di Ciro Esposito, attore napoletano, quarant’anni, che ha esordito sul grande schermo quando aveva solo 10 anni nel film della regista scomparsa nei giorni scorsi.

Curiosa la storia di Ciro. Parte in qualche modo da Taranto. «Era un periodo un po’ così, a Napoli, così – per quello che ricordi, avevo nove anni – ci trasferimmo in Puglia, quartier generale la città dei Due mari, che aveva similitudini con la mia città». Altri tempi, concordai una serie di interviste con la Wertmuller, Villaggio e i ragazzi-alunni del film, fra questi Esposito, che ci colpì per intraprendenza. Inutile, la regista anche quella volta ci aveva visto bene. Intervistai Villaggio, chiacchierammo tre ore nella hall, dalle cinque alle otto di sera, quelle ore passarono in fretta, ma questa è un’altra storia. Le altre interviste a cura di Walter Baldacconi e Giovanni Matichecchia, che con particolare attenzione curò quelle ai giovanissimi attori del cast. Studio 100, all’epoca, si era presentata come fosse una corazzata.

 

HOTEL PLAZA…

Quella volta, il piccolo Ciro Esposito, già vivace, interpretava Raffaele Aiello, un ragazzetto vivace diretto dalla grande Lina Wertmuller, partner Paolo Villaggio. Alloggiavano all’Hotel Plaza, nel cuore di Taranto, vista piazza Garibaldi. «Tutti noi ragazzini, una quindicina, eravamo seguiti dai genitori, diversamente non avremmo potuto spostarci: fu un’idea di Lina e della produzione, a Napoli il costo del film sarebbe aumentato in modo esponenziale, magari sarebbe venuto più di qualcuno a raccomandarsi, chiedere lavoro, allora l’unico sistema era quello di preparare le valigie e venire a Taranto: ero coccolato da Lina e da Villaggio; lei sorrideva, mi dava consigli, non appena dava il ciak, massimo rigore; a me sembrava un bel gioco, non pensavo ancora potesse  diventare il mio lavoro, invece è andata proprio così: oggi sono nel cast di “Gomorra”, non perdo d’occhio il teatro, che amo assai, ma non dimentico gli inizi».

Ricorda Taranto e la trama. «Una bellezza, i vicoli della Città vecchia, le barche, il mercato, ricordavano quelli di Napoli: qualcuno mi spiegò anche che un tempo esisteva una via commerciale che via-mare univa le due città, Porta Napoli. Ero un ragazzo un po’ monello, ne combinavo di tutti i colori, ma poi come spesso accade fra due elementi così distanti, come un insegnante rispettoso e un alunno vivace, tutto si risolve: i due si avvicinano poco per volta, fino a quando ai due protagonisti devono separarsi…».

 

LINA E PAOLO, DUE GRANDI

Lina, una macchina da guerra. «Potrei dire che mi ha insegnato la metà del mio lavoro, nonostante la tenera età e sul set la prendessi un po’ alla leggera: non voleva che giudicassi quell’esperienza come un lavoro, Lina voleva che mantenessi quella spensieratezza e quella “scugnizzeria”, perché di lì a poco avremmo girato e non andava bene che mi calassi nel personaggio: dovevo essere spontaneo, un “Raffaele Aiello” che per difendersi attaccava, un teppistello dal cuore d’oro, tanto che la scena finale – voluta da una straordinaria regista – è rimasta nella storia: io sul ciclomotore che seguo il treno sul quale il mio maestro, Villaggio, finito l’anno scolastico torna a casa sua».

Villaggio, un po’ orso. «Schivo, riservato – corregge Esposito – me lo godevo nelle scene in cui ci trovavamo soli e non con tutti gli altri miei compagni di classe: quando mi parlava aveva lo stesso tono che assumeva in scena, ci ho pensato tempo dopo; parlavamo, parlavamo e parlavamo prima delle riprese, ma lui era già entrato nel personaggio e mi provocava quasi, perché parlassi come fa un ragazzino vivace, insomma come “Raffaele Aiello”» .

Ma il bravo Ciro Esposito, negli anni, si diceva, si è distinto in ruoli diversi. Alunno scavezzacollo proveniente da una famiglia difficile, appunto, in «Io speriamo che me la cavo», il quarantenne attore napoletano ha poi recitato in numerosi film e anche in tante fiction italiane: «Don Matteo», «Un posto al sole estate», «Un’altra vita», per poi arrivare a «Gomorra», nel ruolo di Raffaele, braccio destro di ‘O Maestrale, più o meno trent’anni dopo l’esordio.

«Via le stampelle!»

Rashid, torturato, non camminava più sulle sue gambe

Trentatré anni, nigeriano. Aveva rifiutato di prendere il posto del papà stregone. Un’assemblea aveva deciso di fare “giustizia”. «La fuga con mia madre, l’acquisto di un visto, l’arrivo in Italia, una serie di operazioni e, finalmente dopo quindici anni, i primi passi…». Lavora saltuariamente, sogna un visto per ragioni umanitarie. «Tornassi a casa, per me sarebbe la fine», dice

 

«Grazie all’Italia ho gettato via le stampelle sulle quali dovevo appoggiarmi per camminare: la mia vita è di quelle vissute sul filo del dolore e della persecuzione», dice Rashid, nigeriano di trentatré anni. Almeno la metà di quegli anni vissuti pericolosamente, li ha trascorsi su due gambe malconce, torturate, percosse, spezzate, perché dalle sue parti se non fai come ti dicono rischi la vita.

«E per me era meglio morire che essere sottoposto a torture quotidiane, appeso a testa in giù e malmenato con qualsiasi cosa alle ginocchia: quando sei in quelle condizioni pensi a mille cose, anche ad estraniarti da quel corpo, talmente forti sono quei colpi e quei dolori…». Rashid non riesce a raccontare di getto la sua storia. Si ferma, porta le mani al viso, asciuga quelle lacrime di umiliazione più che di dolore. Riparte nel racconto. «In quelle condizioni pensi anche che sia meglio la tortura che il morire: poi quegli aguzzini infieriscono con tale impeto e cattiveria sul tuo corpo, un giorno, una settimana, un mese, tanto che a quel punto pensi che quella storia non finirà mai se non quando sarai morto: e, allora, meglio farla finita, subito!».

Perché tanta violenza. C’è una storia che noi, per cultura, non comprendiamo, anche se la nostra cronaca è piena di violenze efferate. E allora, Rashid prova a spiegarcela. Ci sono cose che per lui fanno parte di una certa normalità. «Mio padre era al capo di una setta religiosa, di quelle che seguono in molti; a capo viene eletto, a sensazione, l’elemento più carismatico, chi ha dialettica, sa predicare, riesce a persuadere e convincere altra gente ad entrare nella setta, perché quella comunità è la migliore, non teme nulla…».

 

UNA SETTA, I RITI…

Ma c’è un “ma” nella vita del trentreenne nigeriano. «Mio padre muore e secondo regole non scritte, il suo primo erede maschio deve subentrargli in tutto e per tutto: officiare i riti, impartire ordini e penitenze, esercitando pieno controllo; io che ho studiato un po’ ho sempre avuto riserve su quei rituali, anche perché spesso sfociavano in una violenza inaudita; e più studiavo e più mi rendevo conto di quanto assurdo fosse il ruolo di mio padre. Il mio genitore muore, i suoi riti non hanno funzionato su se stesso, toccherebbe a me prendere il suo posto, lo decide un’assemblea; chi si rifiuta viene sottoposto a torture fino a quando non si arrende e riveste il ruolo di quella comunità».

Non ci resta che fuggire. «Con mia madre preparo la fuga, ci procuriamo un visto che non costi molto: non abbiamo molti risparmi, il mio obiettivo è l’Europa, arrivare qui e farmi operare: cammino con l’ausilio di due stampelle, mi reggo appena, ho le ossa rotte, le conseguenze di quelle torture potrebbero complicarsi al punto tale che potrei morire nel giro di poco tempo». In Nigeria, cure, nemmeno a parlarne. «L’unica è la via di fuga: mamma si ferma prima, io proseguo per l’Italia. Chiedo asilo, vengo portato in ospedale dove un’equipe di medici mi opera immediatamente: ricordo la sala operatorio, le voci del personale medico – io che l’italiano lo masticavo già bene… – che si interrogava su come avessi fatto a sopravvivere in quello stato e sottoposto a ferite così gravi da far temere che non potessi camminare più sulle mie gambe».

 

ITALIA, UGUALE MIRACOLO

E, invece. «Via le stampelle, adesso cammino lentamente, avverto dolori, ma non sono più lancinanti come un tempo: per chi ha sopportato torture come le mie, stare oggi in queste condizioni è come se fosse una passeggiata di salute; se c’è qualcosa che bruttissima quella esperienza mi ha insegnato è lo stringere i denti: adesso va meglio, perché non poteva che essere così».

Rashid, la riconoscenza per l’Italia, il sogno di restare qui, con un lavoro. «Svolgo lavori con una società che si occupa di pulizia, per me un’attività leggera, mi muovo lentamente, ma colleghi e datore di lavoro sono soddisfattissimi di quello che faccio; c’è un solo problema, il contratto è saltuario e temo che questo possa incidere per chiedere il permesso di residenza: spero che, nel frattempo qualcosa accada, e che questo incubo che dura da almeno quindici anni finisca una volta per tutte. Di certo, un po’ grazie alla mia testardaggine, ma soprattutto grazie all’Italia e ai medici italiani, possa richieder la protezione umanitaria: se tornassi in Nigeria per me sarebbe la fine».

«Da restare senza fiato»

Dayo, somalo, la fuga dalla Somalia, un’operazione delicata

«Non avevo il diaframma, un’equipe medica italiana mi ha restituito il respiro. I miei genitori pensavano fosse la paura del conflitto civile a farmi stare male. Invece, non era così: fuggito dal mio Paese, arrivai in Algeria, poi in Libia. Non avevo più soldi, chiesi di ospitarmi in ospedale: ero allo stremo delle forze, mi sentivo morire…».

 

«Mi mancava il respiro. Proprio così, non riuscivo a respirare bene, era una cosa che mi portavo dietro fin dalla tenera età: i miei genitori dicevano che era dovuto a uno stato d’ansia peggiorato a causa della guerra civile scoppiata nel mio Paese, la Somalia: un esercito contro l’altro, governativo contro opposizione…».

Dayo, che in italiano potrebbe essere paragonato al nostro Felice, prova a raccontare la sua storia. Una paura continua, quella di un respiro profondo, mai assecondato come succede a una persona normale. Spesso chi gode di ottima salute non si ferma a riflettere sul normale che per altri è uno stato eccezionale. Ci vengono in mente ore e ore di educazione fisica a scuola, prima della pandemia. Il professore che scandisce la marcia. Studenti in fila, scarpette da ginnastica e via, prima a passo d’uomo, poi di corsa, uno stop, inspirare ed espirare. Qualcosa che Dayo, quell’inspirare ed espirare, non aveva mai assaporato. Anzi, il suo status lo metteva quotidianamente di fronte a uno spettro, una malattia terribile, di quelle da giorni contati. Una diagnosi che prima o poi gli sarebbe stata fatale. Ma tutto è bene quel che finisce bene. «Fino a un certo punto, però: in Italia ho risorto in parte i miei problemi di salute, ma metti che non trovassi lavoro, una delle condizioni essenziali per restare qui, da voi, mi ritroverei a fare i conti con il rimpatrio e con la mia Somalia ancora in conflitto. E, purtroppo, con i due eserciti in lotta fino all’ultimo sangue a darsele di santa ragione e a non fare sconti a chi si trova a passare dalle parti di un conflitto».

 

QUEL RESPIRO AFFANNATO

Ma andiamo per gradi. Passo indietro, malattia e respiro affannato. «Avevo undici anni quando è scoppiato il conflitto interno fra due eserciti: chi dalla parte del governo, chi contro, insomma i “ribelli”, quelli che non hanno mai condiviso la politica di chi governa considerata violenta. Adolescente, avevo paura che uno di quei colpi sparati da un esercito o dall’altro mi centrasse e, a casa, mi aspettassero inutilmente: mi accorsi che scappando avevo bisogno di riprendere fiato, proprio non ce la facevo. Ho convissuto con questa patologia, così l’hanno chiamata i medici, per anni. Per i miei genitori a provocarmi la cattiva respirazione erano ansia, paura, preoccupazione: tutto mi sarebbe passato non appena certe cose in Somalia si sarebbero aggiustate; anche io mi sarei giovato dalla fine delle ostilità…».

Inspirare ed espirare. Inspirazione, quando il diaframma si contrae; espirazione, quando il diaframma si rilassa. «Purtroppo da visite appena più accurate ho scoperto di essere nato senza il diaframma, avete presente il muscolo che permette ai cantanti di emettere note basse e alte anche in modo prolungato? Bene, io che non ho mai avuto ambizioni da cantante, dunque non compiere virtuosismi legati a questo benedetto diaframma, dovevo sottopormi al più presto ad un intervento chirurgico».

Purtroppo per Dayo nella sua Somalia, non ci sono cure, né ospedali. «Magari gli ospedali ci sono pure, lo stesso i medici bravi, ma in quegli anni nessuno specialista avrebbe potuto dare retta a un ragazzino con la mia patologia: le corsie erano piene di morti e feriti: i primi portati via in barella e seppelliti non lontano; gli altri, i feriti, adagiati anche due per volta sullo stesso letto».

 

CHIEDO ASILO (E LAVORO)

Un atto di coraggio. «Avevo fatto qualsiasi lavoro pur di mettermi da parte un po’ di soldi e pagarmi un viaggio per fuggire prima in Algeria, poi in Libia e lì imbarcarmi per l’Italia e vedere se da voi sarebbe stato possibile curarsi e, con questo, trascorrere una vita decorosa, senza sussulti, senza paura e, soprattutto, senza avere nelle orecchie colpi di fucile o di pistola…».

Finalmente l’Italia, dopo uno di quei “viaggi della speranza”. «Nel trasferimento dalla Libia all’Italia, mi sono ritrovato senza più soldi in tasca: avevo paura e fame; una faceva passare l’altra, ma alla fine mi feci coraggio, mi rivolsi ad un ospedale dove si presero cura di me. Non eravamo in pandemia, mi fossi trovato in questa emergenza per me, come per chiunque altro, sarebbe stato un problema: mi presero in cura; qualche specialista, con l’aiuto di un interprete, mi chiese come avessi fatto a sopravvivere in quelle condizioni: per il personale medico diventai un paziente da curare e allo stesso tempo un caso da studiare».

Poi il miracolo. «Hanno compiuto un intervento delicato, ma alla fine mi hanno restituito il respiro. Ora ho un’altra necessità: trovare un lavoro che mi salvi una seconda volta; non avessi la fortuna di trovarlo, mi toccherebbe tornare indietro, nel mio Paese e cominciare tutto daccapo: una cosa è certa, le condizioni che ancora insistono nel mio Paese, mi toglierebbero di nuovo il respiro».

«Ho parato la distrofia!»

Astutillo Malgioglio, “numero uno” nel sociale

Lunedì diventa Cavaliere della Repubblica. Premiato per il suo impegno a favore dei bambini affetti da distrofia. Centinaia di gare da professionista, ma il suo pensiero dopo gli allenamenti andava ai suoi pazienti. Un giorno, il suo compagno all’Inter, Jurgen Klinsmann, colpito dal suo straordinario lavoro gli staccò un assegno di settanta milioni di lire…

 

La storia di Astutillo Malgioglio è una grande storia. Lui stesso, sua moglie Raffaella, sono grandi. E bene fanno a raccontarne le gesta, in questi giorni, quotidiani come il Corriere della sera e Il Fatto, che riprendono la nomina dell’ex portiere di Roma, Lazio e Inter, a Cavaliere della Repubblica «per il suo costante e coraggioso impegno a favore dell’assistenza e dell’integrazione dei bambini affetti da distrofia».

E come se avesse parato cento rigori tutti d’un fiato. Anzi, Astutillo, che ai collezionisti di figurine e ai più attenti “ascoltatori” di calcio, non passa inosservato quantomeno per un nome singolare, quello più impegnativo. Un pallone afferrato con le unghie e con i denti, e sferrare un calcione a una ipotetica sfera per allontanare il più lontano possibile una sciagura come la distrofia muscolare.

La storia di Astutillo. Straordinaria. Prima che ne parli lui stesso, attraverso dichiarazioni rilasciate alla stampa, è bene fare un passo indietro. Uno che gioca al calcio, in squadre professionistiche, è baciato dalla fortuna. Intasca stipendi importanti, potrebbe vivere nel lusso, ma al nostro eroe, quello dello scialacquare danaro non fa per lui. Viene folgorato da una, due, tante storie di persone sfortunate. Continua a fare il suo mestiere, a parare, ma la sua testa dopo il campo è ad una palestra, quella che ha visitato e gli cambierà la vita.

 

UN “GRAZIE”, AL PRESIDENTE…

Dunque, l’onorificenza al Merito che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella conferirà lunedì 29 novembre all’ex portiere di Roma, Lazio e Inter Astutillo Malgioglio. Astutillo Malgioglio ha sessantatré anni, ha giocato anche con Brescia, Pistoiese, per terminare il percorso sportivo all’Atalanta. Ma il portiere spesso scosso da opinioni esecrabili di tifosi, dirigenti e compagni di squadra, nel sociale raccoglie i successi più importanti della sua vita. Poco riconosciuto dal mondo del calcio, finalmente il Quirinale lo premierà per il suo impegno costante e coraggioso a favore dell’assistenza e dell’integrazione dei bambini affetti da distrofia.

Tutto accade nel ’77. Convinto da amici, Malgioglio fa visita a un Centro per bambini cerebrolesi. «Mi impressionò la loro emarginazione – racconta al Fatto Quotidiano – l’abbandono, il menefreghismo della gente; fu un’emozione fortissima, un pugno nello stomaco. I miei genitori si sono sempre impegnati nel sociale e mi avevano già insegnato il rispetto e la solidarietà verso gli altri, ma quel giorno tutto mi apparve chiaro».

Parallelamente al calcio, il portiere porta avanti gli studi e si laurea in Medicina ed è il 1980. Azeglio Vicini, grande tecnico della Nazionale, lo vuole nell’Italia Under 21, vice di Giovanni Galli. Quella chiamata potrebbe cambiargli la vita professionale, ma lui, Astutillo, ha nella testa calcio e sociale: parla con la moglie Raffaella. Ecco perché grande anche lei. Le mogli, le compagne dei calciatori spesso sono distratte dalla vita mondana, non hanno troppo tempo per guardarsi intorno. Raffaella si guarda dentro. Così, insieme con il marito decide di studiare una soluzione per quei bambini. «Acquistammo i macchinari e aprimmo a Piacenza un centro per la riabilitazione motoria dei bambini. Chiamai la palestra “Era77”, dalle iniziali del nome di mia figlia Elena nata nel 1977, di mia moglie Raffaella e del mio. Offrivamo terapie gratuite ai bambini disabili. Li aiutavamo a camminare, a muoversi da soli».

Per lui la vita non è solo una palla di cuoio. «Quello pensa agli handiccapati anziché parare», gli dice qualcuno. «In tutta la carriera – risponde a queste provocazioni – non ho mai saltato un allenamento: ero uno di quelli che si definiscono “professionisti esemplari”».

 

…E A LIEDHOLM, ERIKSSON E TRAP

Dopo un’esperienza al Brescia, lo chiama la Roma. Niels Liedholm, tecnico svedese, un signore, lo autorizza ad usare la palestra di Trigoria per assistere i suoi ragazzi. Seguirà l’esempio di Liedholm anche Eriksson, tecnico di Roma e Lazio. Nella capitale, purtroppo, una certa frangia di tifosi lo contesta aspramente. «Se stai sempre con gli handicappati, quando pensi al pallone?», gli rimproverano. La storia con la Lazio finisce male.

Finalmente arriva l’Inter di Giovanni Trapattoni. Cinque anni felici. «Con gli ingaggi dell’Inter rinnovai la palestra con attrezzature all’avanguardia; i ragazzi venivano da tutta Italia per fare rieducazione nel mio centro: allenamento al mattino ad Appiano, al pomeriggio lavoro nel mio Centro, a fare terapia con i disabili. Dicevano che questo impegno mi distraeva, invece a me dava una carica straordinaria». Un giorno porta con sé un compagno di squadra, Jurgen Klismann, che resta impressionato dal lavoro e dalla passione che Astutillo mette con i suoi ragazzi. Il grande attaccante di Inter e Germania gli staccherà un assegno da 70 milioni di lire.

Finita una carriera brillante, per mancanza di fondi chiude la sua palestra. «Offrivo assistenza gratuita, e il denaro per un’idea del genere, l’unica possibile, non lo avevo più, così ho regalato i macchinari; finché ho potuto, raggiungevo i pazienti a domicilio». «Ma ora ho ripreso ad aiutare gli altri, sempre con mia moglie Raffaella e sono molto felice – ha dichiarato al Corriere della Sera – di mettere a disposizione la mia e la sua esperienza. Io ho sempre usato le mani, il Signore mi ha dato questo talento e continuo a farlo…».

Oggi, scrive Corsera, Malgioglio è ancora in attività. L’ex portiere, Cavaliere della Repubblica, sviluppa progetti di sporterapia e continua a battersi per l’integrazione nello sport fra disabili e normodotati. Roba da presidente, altro che cavaliere.

«Rifarei tutto daccapo!»

Mohammed, somalo, condannato a centoquarantadue anni

«Abbandonato in mare aperto da trafficanti turchi insieme con altri trentatré migranti, mi sono messo alla guida dell’imbarcazione», dice. Intervento della Guardia costiera greca, condotto a riva, prima fermato poi arrestato. Secondo il giudice, applicata la legge: chi è alla guida del mezzo è colpevole. Nonostante otto testimoni  stiano dalla parte del giovane, c’è attesa per l’appello. Il caso finisce sul “Corriere”. E con questo, altri quarantotto casi simili. 

 

Mohammed, somalo, condannato a centoquarantadue anni. Un processo che non dura più di tre quarti d’ora, come il tempo di una gara di calcio. Gli avvocati d’ufficio, come spesso accade, si rimettono alla clemenza della Corte, che applica la legge secondo un criterio unico, unilaterale. L’uomo era alla guida dell’imbarcazione, per chi lo ha prima fermato e poi arrestato, Mohammed è accusato di traffico internazionale di esseri umani. Lui, invece, era alla guida di quella imbarcazione con altri trentatré migranti perché abbandonato in mezzo al mare su quella “carretta” dai veri trafficanti, dei turchi che hanno collaudato un sistema remunerativo: acquistano una barchetta a motore, si fanno pagare dal numero più alto possibile da gente disperata, la stipano sull’imbarcazione e l’abbandonano al largo. Da quel momento i poveracci sono in balia di se stessi, a meno che qualcuno non prenda il coraggio a due mani, afferri il timone e, a motore acceso, si diriga verso la spiaggia amica più vicina.

Così ha fatto Mohammed che di esseri umani ne ha salvati trentatré. Fermato dalla Guardia costiera greca, insieme con la barca da lui guidata, non è stato scortato a riva. Il fermo è stato subito tradotto in arresto, processo per direttissima, condanna di centoquarantadue anni. Da non crederci. Accusa e condanna sono stati già impugnati da deputati che altro non fanno che far rispettare i diritti umani.

Lui, Mohammed non si sconfessa. Rifarebbe tutto daccapo. «Non ci penserei su due volte», ha dichiarato davanti al giudice. «Si trattava di salvare la mia vita e quella di altre trentatré persone, per questo dico che rifarei tutto esattamente quello che ho fatto».

 

DICEMBRE SCORSO…

Dicembre 2020. Hanad Abdi Mohammed, somalo, sale sul barcone che deve trasportarlo insieme ad altri “passeggeri” dalla costa turca in Grecia non pensa minimamente cosa sta per accadergli. «Una volta abbandonati in mare aperto al nostro destino dai trafficanti turchi, sono stato subito assalito dalla paura di annegare; tutto immaginavo, che io e la gente a bordo saremmo stati trattenuti per essere identificati, assistiti dopoun viaggio simile, ma non che fossi arrestato».

Cos’era accaduto. Al largo dell’isola di Lesbo i trafficanti turchi avevano abbandonato quel catorcio, uno dei tanti acquistati a quattro soldi, nelle mani dei migranti. Mohammed, non ci aveva pensato su due volte. Aveva afferrato il timone e si era messo alla della bagnarola. Il giovane somalo viene assalito dalla paura, ma l’istinto di conservazione fortunatamente è più forte, così si mette alla guida dell’imbarcazione malconcia.

Scortato dalla Guarda costiera turca, arrivato a terra, Mohammed viene tratto in arresto con l’accusa di traffico internazionale di esseri umani. Tanto che, in primo grado, viene condannato a centoquarantadue anni di prigione.

«È una sentenza ingiusta e crudele», ha spiegato al Corriere della Sera il deputato greco di Syriza Stelios Kouloglou, dopo aver fatto visita a Mohammed in carcere sull’isola di Chios in compagnia di una delegazione di eurodeputati. «Nonostante la situazione, l’ho trovato calmo e lucido», spiega ancora al cronista del Corriere. Per arrivare a questa sentenza, entra nel merito, «i giudici si sono basati su una legge greca del 2014, articolo 30 della legge 4251/2014chi prende il timone è considerato un contrabbandiere e riceve una condanna a 15 anni per persona trasportata e l’ergastolo per ogni persona morta durante il viaggio».

Kouloglou prosegue. «All’imputato sono stati forniti inizialmente avvocati d’ufficio che non hanno studiato il caso e non gli è stata fornita un’appropriata assistenza nella traduzione durante gli interrogatori». L’udienza dura quarantacinque minuti, dopo un’ora e mezza di Camera, ecco il verdetto scioccante: Hanad Abdi Mohammed, cittadino somalo, è condannato a centoquarantadue anni per traffico internazionale di esseri umani. Il giudice avrebbe solo applicato la legge.

 

“CORSERA” PUNTUALE

Ma il Corriere della Sera nel suo ampio, esaustivo servizio apparso in questi giorni, segnala che il caso di Mohammed non è l’unico caso. Secondo un rapporto reso noto un anno fa da una ong tedesca, sono stati individuati altri quarantotto casi solo fra Chios e Lesbo. Anche in questi casi gli imputati non hanno tratto alcun profitto dal contrabbando.Nella prigione di Chios sono reclusi due giovani afghani, anche loro condannati a pene esemplari: cinquant’anni di prigione, sulla base della stessa accusa.

Incredibile, se si pensa che uno di questi ha viaggiato con moglie incinta e un figlio: quale trafficante farebbe una cosa del genere, fa notare il deputato. C’è anche il caso di un siriano di ventotto anni, scrive il Corriere, in prigione ad Atene e condannato a cinquantadue anni ad aprile dopo aver attraversato la Turchia con sua moglie e tre figli. Un altro afghano è stato accusato per la morte del figlio durante la traversata, a seguito di un incidente provocato da uno speronamento. Solita modalità, sostengono le associazioni per i diritti umani.

La condanna di Mohammed, poi sarebbe aggravata dal fatto che due donne sono annegate durante la traversata incriminata. E tutto questo, nonostante otto migranti presenti sulla stessa imbarcazione hanno testimoniato come il trafficante turco che li aveva trasportati per un tratto li avesse abbandonati alla vista  della Guardia costiera turca, che a sua volta avrebbe spinto la barca ad entrare in acque greche.

 

SOLITA PRASSI

La modalità, secondo Syriza Stelios Kouloglou sarebbe sempre la stessa: accusare, cioè, i migranti per cercare di fermare il flusso. Un sistema, secondo gli esperti, che oltre a violare i diritti umani non funziona. La pratica di “processare i migranti per traffico di migranti”, scrive il Corriere, è iniziata nel periodo della crisi del 2015-2016, quando più di un milione di rifugiati hanno attraversato la Grecia. «E si è intensificata – dicono osservatori – da quando la Turchia all’inizio del 2019 ha smesso di far rispettare un accordo raggiunto con Bruxelles nel 2016 per fermare il flusso e rimpatriare tutti coloro che riescono a entrare illegalmente in Grecia che non hanno diritto alla protezione dell’Unione Europea». Difficile per la Grecia, ma anche per l’UE, cooperare con la Turchia per reprimere il traffico. La Grecia, da parte sua si giustifica sostenendo che i suoi tribunali sono equi e che ha l’obbligo di sorvegliare i propri confini.

Negli ultimi due anni, secondo gli avvocati che difendono Mohammed e altri sui quali pendono lo stesso tipo di condanne, le accuse vengono mosse senza prove reali. Senza contare che nei confronti dei veri trafficanti di esseri umani non viene fatto niente. Attualmente recluso, attende con speranza l’appello.

«Ho messo le tende!»

“Mimmo”, una vita fra mille lavori, poi a Taranto ha messo famiglia

«Sono stato con Nando Orfei, smontavo e rimontavo per il suo circo. Poi le giostre, in uno studio veterinario, con un autodemolitore, infine con un’azienda che si occupa dei mezzi Amat. Sposato da circa trent’anni, ho tre figli, mai un episodio di intolleranza. Sono musulmano, amo gli italiani, ho grande rispetto dei compagni di lavoro, odio le bugie»

 

Mohamed, egiziano, cinquantotto anni, sposato da ventinove con un’italiana, tre figli. «Per gli amici è Mimmo, forse perché Mohamed è complicato? Ma puoi metterci anche il cognome, Rokn, non ho problemi: non devo soldi a nessuno…». Ride, Mimmo, una vita «avventurosa», così la definisce, vissuta fra mille espedienti. «Mi piaceva cambiare lavoro, conoscere gente – prosegue con il suo sorriso contagioso – insomma, non stare mai in un posto per più di qualche settimana».

Così si spiegano le tante esperienze che lo hanno visto impegnato in attività di montaggio e smontaggio, per esempio. Di tendoni da circo e giostre, per dirne un paio. Una vita di episodi, da farne un romanzo. Leonardo Sciascia si sarebbe ispirato per una delle sue “storie semplici” (e avvincenti), perché Mimmo quando si racconta lo fa con dovizia di particolari. «Non ho niente da nascondere, non mi piace stare tanto in un posto. Non fosse stato per Taranto, forse, stare ancora in giro a fare uno dei tanti mestieri che amo: non mi sono mai scoraggiato, ho affrontato la vita sempre con il sorriso».

Ma andiamo per ordine. «Sono arrivato in Italia nell’84, non da profugo, ma da studente di Giurisprudenza al secondo anno di università che si era stancato di stare sui libri: qui non ho potuto proseguire gli studi, troppa differenza fra le nostre e le vostre leggi, anche se la conoscenza mi ha aiutato nel tempo; sono di quelli che imparano l’arte e la mettono da parte…».

 

ROMA, MILANO, BARI…

Cosa ha spinto Mimmo, così giovane, a lasciare il suo Paese. «L’avventura, conoscere un altro Paese e viaggiare, anche fra tante esperienze: a me è sempre piaciuto guadagnarmi il pane con il sudore; se fossi riuscito a unire il viaggio con un guadagno, seppure modesto, per me sarebbe stato l’ideale».

Nel 1984 parte dal Cairo, arriva a Roma. «Appena atterrato mi trasferisco subito a Milano – racconta – trovo lavoro con il Circo Nando Orfei, mi occupo di montaggio e smontaggio del tendone sotto il quale uno dei circhi più importanti del mondo ospita spettacoli dalle mille e una notte: quanti grandi artisti ho conosciuto! Il titolare del circo, Nando Orfei, un gran signore: rispettoso del lavoro di ognuno di noi, puntuale nel pagarci; e poi i figli, Ambra, Paride e Gioia, gente perbene».

Ma per Mimmo, sei mesi in un posto, o meglio, con una sola attività cominciano ad essere tanti. Ha voglia di avventura, così lascia Orfei e vola alle giostre. «Sono fatto così, devo cambiare, non riesco a stare fermo in un posto, anche se poi, una volta maturo, la vita mi porterà a fare una scelta definitiva: sposarmi e restare a Taranto, dove sono felice…».

Nella girandola dei lavori a breve termine, con le giostre resta impegnato per ben cinque anni. Un primato per Mimmo l’Egiziano. «Ho girato tutta la Puglia, spingendomi quando c’era richiesta in altre località del Sud: dove arrivavano le giostre, giungeva il divertimento, così vedere i ragazzi e i bambini accogliermi con un sorriso non poteva che rallegrarmi».

 

INFINE, TARANTO

Un altro breve stop. Mimmo mette le tende. «Mi sono fermato a Bari, ho lavorato in uno studio veterinario, mi occupavo della toelettatura di animali domestici, lavavo cani e gatti; anche questo lavoro mi piaceva, ho sempre amato gli animali. Poi, dopo un po’, ho detto al veterinario che volevo cambiare aria, fare altre esperienze, così mi sono trasferito a Taranto. Ho lavorato con un autodemolitore, fra i Tamburi e Crispiano. Anche qui, per un po’, poi la scelta definitiva. Sposato nel ’92, quattro anni dopo sono entrato in un’azienda che si occupa della pulizia dei bus Amat. Da quindici anni ho piantato le tende definitivamente, ho una moglie e tre figli, un maschio e due femmine. Ho fatto una scelta di vita, sto bene qua».

Gli amici, Mimmo ha le idee chiare. «Vado d’accordo con tutti – assicura – mai avuto discussioni, avverto forte amicizia e rispetto nei miei confronti; in Italia mi sono trovato subito bene, a Taranto sto da Dio…». Mimmo ha un segnale originale nel suo cellulare. «E’ il canto che avverte l’ora della preghiera: sono musulmano, ho grande rispetto delle religioni altrui». C’è una sola cosa che odia: le bugie. «Quelle proprio non le sopporto, è un atto spregevole: sono l’anticamera del tradimento; per fortuna sono in pochi ad essere così, ma la delusione quando qualcuno fa ricorso alla bugia è davvero grande».

«Moriremo per strada»

David, sudanese, lancia una provocazione

«Siamo senza cibo e senza servizi igienici. Il governo libico ci ha chiesto di tornare nel centro di detenzione: sarebbe la fine per noi,  ecco perché meglio esalare l’ultimo respiro in libertà. Trecento, fra bambini e donne, vivono sotto una tenda, come tutti noi vivono di stenti, ma loro cominciano ad avvertire segni di debolezza. Ma se non verranno a soccorrerci, attenderemo la fine…»

 

Dalla Libia all’Italia. Fa il giro del mondo, passando dall’Europa tutta, la protesta dei rifugiati a Tripoli. A una giornalista della Rai, Angela Caponnetto, una che sta sul pezzo, realizza servizi mai banali, risponde David, sudanese dal piglio risoluto. Sa di cosa parla e cosa vuole, lui insieme con i connazionali e altri profughi. E’ uno dei portavoce della protesta. Nel video realizzato dalla giornalista per Rainews, il ragazzo parla con voce decisa, risoluta. L’emozione di trovarsi davanti a un cellulare che fa da videocamera, non traspare nemmeno un po’. Figurarsi se di fronte alla vita uno possa stare a pensare di stare in tv, visto da milioni di persone. «Se il caso lo richiedesse – dice David – non è un problema: moriremo per strada». Sempre meglio che stare reclusi, il senso della dichiarazione.

Da  un mese quattromila rifugiati spinti nel Centro di detenzione di Gargarish, protestano davanti la sede di UNHCR Libia. La maggior parte sono sudanesi ed eritrei. A tutti è stata riconosciuta la protezione internazionale, ma oltre trecento persone, tra bambini e donne anche incinte, purtroppo vivono per strada. Senza cibo, senza servizi igienici. Chiedono di essere trasferiti in Paesi sicuri.

 

NON SOLO EUROPA…

«Non c’è solo l’Europa – dicono – possiamo anche andare altrove, dove possano ospitarci, purché il Paese disposto ad accoglierci sia sicuro». La modalità è social, i rappresentanti di questa gente accampata in una tenda, senza cibo e servizi igienici, affrontano per la prima volta una diretta. Lo fanno su Facebook, in una conversazione a distanza organizzata da Amnesty Italia e dalla ONG Mediterranea Saving Humans. L’intervista è di Angela Caponnetto.

«La protesta va avanti dall’inizio di ottobre – spiega David – abbiamo solo bisogno di protezione umanitaria e non rientrare più nei Centri di detenzione; in questi giorni stiamo sopravvivendo senza cibo, senza servizi igienici: sempre meglio che tornare nei Centri di detenzione, perché è questo l’invito che ci rivolgono le autorità libiche».

Il timore di David e quello dei suoi connazionali, è sempre lo stesso. Storie simili a quelle raccolte su queste colonne e raccontate dai ragazzi ospiti in un nostro Centro di accoglienza. Infatti, dice il giovane sudanese. «Sapete tutti cosa succede in quelle carceri e quali torture siamo costretti a subire;  se poi, proviamo a partire via-mare e veniamo intercettati dalla Guardia costiera libica, è la fine: ci riportano lì dentro. E tutti sanno perfettamente cosa succede lì dentro… Per questo motivo chiediamo alle autorità internazionali, all’Italia, di farci andare via da qui».

 

RAI, OTTIMO SERVIZIO

La giornalista che firma il servizio per Rai News, si informa, entra in argomento. Non gira intorno al tema. «Quante donne e bambini ci sono per strada? », chiede. «E, soprattutto, quanto tempo pensate di poter resistere ancora?». Perché il tema è questo, come faranno ad andare avanti in quel modo, con cibo, a patto che ce ne sia ancora, e acqua, anche questa una risorsa che scarseggia.

«Sono in trecento – spiega David – fra donne e bambini, vivono sotto le tende, ma in condizioni intollerabili; noi, purtroppo, non abbiamo scelta: resisteremo fino alla fine. Qui, in Libia, viviamo ogni giorno con la stessa paura: essere catturati e riportati in carcere. Io, con la mia gente, proseguirò con la protesta: continueremo a resistere, a protestare chiedendo giustizia, uguaglianza e protezione, finché avremo ancora un alito di vita». Insomma, «finché non avranno ucciso fino all’ultimo di noi, resteremo qui».