«Rispetto per i diritti umani»

Mondiali di calcio, la Germania, le bocche “cucite”

«Ci hanno impedito di parlare». «Questa non è una posizione politica: i diritti umani non sono negoziabili», sostiene la Federazione tedesca. Tutto comincia con le minacce della Fifa al portiere Manuel Neuer, che voleva indossare una fascia a favore dei diritti Lgbtq. Da quel momento in poi, l’inferno

neuer-fascia-di-capitano-fifaTutti, nessuno escluso, allineati sul campo per la foto di squadra. Non la solita, tutta sorrisi, stavolta c’è una differenza, sostanziale. I calciatori della Germania posano per i fotografi con una mano a tappare la bocca, come a dire «Ci hanno impedito di parlare». In breve: «Ci hanno negato il più elementare dei diritti: esprimere un giudizio in piena libertà».

La Nazionale tedesca nella gara contro il Giappone ha utilizzato la tradizionale foto ufficiale con un deciso segno di protesta. In segno di protesta contro la decisione della Fifa, la Federazione internazionale di calcio, di vietare la fascia arcobaleno con la scritta “One love”, che avrebbe dovuto indossare il capitano Manuel Neuer. Proprio Germania, al debutto al Mondiale era stata tra le più decise nel voler difendere la propria scelta a favore dei diritti Lgbtq. I media tedeschi si erano interrogati sull’ipotesi che Neuer potesse andare contro lo stop, ma il portiere indossa la fascia Fifa, “No Discrimination”.

Così la Federcalcio tedesca con un tweet condiviso da milioni di internauti ha accompagnato la foto dei giocatori della nazionale con la mano sulla bocca prima della partita col Giappone. «Con la fascia del capitano abbiamo voluto dare l’esempio dei valori che viviamo in Nazionale: “Diversità e rispetto reciproco. Sii forte insieme ad altre nazioni”. Non si tratta di un messaggio politico: i diritti umani non sono negoziabili. Questo dovrebbe essere ovvio. Purtroppo non lo è ancora. Ecco perché questo messaggio è così importante per noi. Bandirci dalla benda è come bandire le nostre bocche».

football-3471307_1280«AL MIO SEGNALE…»

«Era un segnale, un messaggio che volevamo lanciare. Volevamo trasmettere il messaggio che la Fifa sta invece mettendo a tacere». E quel messaggio scatena l’inferno (mediatico). E’ l’opinione del tecnico della Germania, Hansi Flick, che ha messo per qualche istante da parte le preoccupazioni per la sconfitta col Giappone. Il tecnico è tornato a parlare del veto della Fifa alla fascia “One Love” e dell’iniziativa dei suoi giocatori che prima della partita si sono coperti la bocca durante la foto pre-partita, un gesto che secondo l’attaccante Kai Havertz, è stata la cosa giusta da fare. Intanto, la Federcalcio tedesca (Dfb) si è mossa per capire se sia legale la minaccia della Fifa di sanzionare i giocatori che indossino la fascia “One Love”. «La Fifa – dichiarano i vertici della Federazione calcistica tedesca – ci ha impedito di utilizzare questo simbolo in favore della diversità e diritti umani e lo ha fatto minacciando serie sanzioni sportive, senza specificarle. La federcalcio federale sta verificando se questa azione della Fifa fosse legale».

Alla Bild, uno dei giornali tedeschi più autorevoli, uno dei rappresentanti della Federazione tedesca ha aggiunto che sulla questione è stato interessato il Tribunale arbitrale dello sport, augurandosi che il capitano della Germania, Neuer, possa indossare la fascia “One Love” per la seconda partita della sua squadra, domenica 27 novembre contro la Spagna.

«Brava Italia!»

Plauso dall’Europa per l’impegno del nostro Paese nell’accoglienza-migranti

Respinto l’appello della Francia, che intendeva lasciare al nostro governo l’intera gestione delle quattro navi Ong giunte in questi giorni. Da Berlino a Lussemburgo: «Sta facendo, e bene, la sua parte: continueremo ad attenerci al meccanismo di solidarietà nei confronti di quei Paesi che permettono l’approdo di migranti salvati in mare», la risposta

hand-663726_960_720«Componiamo un quadro che permetta di trarre le conseguenze – erano state le parole di ieri del ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin – dell’atteggiamento italiano». Tradotto dal politichese internazionale: «Germania, Olanda, Paesi dell’UE, lasciamo che la questione-migranti se la sbrighi l’Italia, da sola!».

In questi giorni, è storia di lunedì scorso a volere essere precisi, non si è parlato che di “migranti da isolare”. Come fossero un pacco da porre momentaneamente in un angolo in attesa di “nuove”, e non esseri umani, bambini, affamati, in condizioni igieniche gravi, qualcuno anche senza vestiti addosso, per non parlare di quanti avevano (e hanno) problemi di salute. La Francia, intesa come governo, alla fine sconfessata anche da se stessa, dal suo Paese, dall’autorevole Le Figaro e dalle più autorevoli testate giornalistiche transalpine, ha fatto marcia indietro. Si è chiarita, ha provato a rimescolare le carte, a confondere le idee, ma alla fine davanti all’evidenza dei fatti e alla magra figura, ha dovuto fare marcia indietro. Sconfessata. Sbugiardata. Spubblicata.

APPELLI FRANCESI RESPINTI

Dunque, come hanno scritto quotidiani e periodici italiani, da Corsera al Secolo, Da Repubblica al Giornale, dall’Espresso a Panorama, sono caduti nel vuoto gli appelli della Francia per isolare l’Italia dalla questione-migranti. Ma è accaduto quanto il governo francese non si aspettava: alla su richiesta di sospendere l’atteggiamento solidale circa l’accoglienza dei migranti, sono arrivate immediate le risposte negative da Berlino e Lussemburgo, che hanno manifestato a chiare lettere di non prendere lontanamente in considerazione l’opzione di respingimento o lasciare nelle sole mani dell’Italia l’accoglienza.

In particolare, di grande importanza si è rivelata la risposta della Germania. Berlino ha chiarito alla Francia che continuerà a rispettare il patto di solidarietà sui migranti, ma ha anche riconosciuto al nostro Paese che «l’Italia sta facendo la sua parte: ha accolto tre delle quattro navi tre delle quattro navi Ong al centro delle discussioni di questi giorni».

bundestag-2463231_960_720RISPOSTE DALLA GERMANIA

L’agenzia di stampa italiana più autorevole, l’Ansa, nei giorni scorsi ha subito interpellato il Ministero dell’Interno tedesco a proposito della richiesta francese. «Continueremo ad attenerci al Meccanismo di Solidarietà nei confronti dei Paesi che permettono l’approdo di migranti salvati in mare. Questo vale espressamente anche per l’Italia, che ha permesso lo sbarco di tre navi», ha sottolineato un portavoce del ministero. Stessa, ferma risposta dal ministero degli Esteri lussemburghese, competente per l’immigrazione: «Non intendiamo sospendere la nostra partecipazione: continueremo a mostrare solidarietà. Inoltre, auspichiamo che Francia e Italia riescano a risolvere molto presto la controversia (in realtà l’Italia sarebbe danneggiata dall’atteggiamento del governo francese, ndr), in modo tale che, come europei, alla fine si possa avere un’unica posizione, un’unica risposta europea».

Infine, anche l’Olanda ha fatto sapere che non intende sospendere la sua partecipazione al meccanismo di solidarietà per la redistribuzione dei migranti, al quale partecipa, però, non con i ricollocamenti, ma con l’erogazione di finanziamenti.

«No allo sfruttamento dell’Africa»

Papa Francesco al “Corriere della sera”

«Paesi africani non sono padroni del proprio sottosuolo: dipendono ancora dalle potenze colonialiste, così è un’ipocrisia risolvere il problema dei migranti in Europa», dice il Pontefice. «Se vogliamo porre fine a questo grave tema, aiutiamo la gente nel suo stesso Paese», aggiunge. «Il Governo italiano non può fare tanto senza l’accordo con l’Europa, che scarica le responsabilità sulle sole Italia, Cipro, Grecia e Spagna»

pope-5519251_960_720Il nuovo governo, la guerra e le armi vendute che alimentano il conflitto, i migranti e la posizione dell’Europa che lascerebbe «a Cipro, Grecia, Italia e Spagna la responsabilità di tutti coloro che arrivano sulle spiagge». Papa Francesco incontra la stampa, fa gli auguri al nuovo premier, Giorgia Meloni, prima donna a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglia, la condanna dell’Iran ancora ostile al sesso femminile.

Il Pontefice interviene su più punti, tutti condivisibili. Alla Meloni, il ringraziamento per l’incoraggiamento: nelle sue parole saggezza e carità; la Russia e il conflitto in Ucraina: è terza guerra mondiale, quando gli imperi si indeboliscono hanno bisogno di fare guerra per sentirsi forti; sull’Iran: una società che cancella le donne dalla vita pubblica si impoverisce.

E poi, altro argomento che ci sta a cuore: i migranti. Sul Corriere della sera, come su altri quotidiani, pubblicano una bella conversazione con Papa Francesco. Gian Guido Vecchi, autore dell’intervista, introduce l’argomento: quattro navi al largo della Sicilia. A bordo centinaia di donne, bambini, uomini, in difficoltà. Non tutti possono sbarcare.

«MIGRANTI, VANNO ACCOLTI»

«Il principio è che i migranti vadano accolti, accompagnati, promossi e integrati – dice il Pontefice – e non si possono fare questi quattro passi, il lavoro con i migranti non riesce ad essere buono; ogni governo dell’Unione europea deve accordarsi sul numero di migranti può ricevere, diversamente sono solo quattro i Paesi che ricevono i migranti: Cipro, Grecia, Italia e Spagna, i più vicini per i migranti del mare, e la vita va salvata. Oggi il Mediterraneo è un cimitero, forse il più grande del mondo. “Hermanito”, un libro spagnolo, narra di un ragazzo africano che, seguendo le tracce del fratello, arriva in Spagna. Ha subito cinque schiavitù prima di imbarcarsi. Molta gente, racconta, viene portata di notte alle barche: se non vogliono salire, però, sparano loro e li lasciano sulla spiaggia. La schiavitù di quella gente, il rischio di morire in mare. La politica dei migranti va concordata fra tutti i Paesi. Non si può fare una politica senza consenso. E l’Unione europea su questo deve prendere in mano una politica di collaborazione e di aiuto, non può lasciare a Cipro, Grecia, Italia e Spagna la responsabilità di tutti i migranti che arrivano sulle spiagge. La politica dei governi fino a questo momento è stata di salvare le vite, questo è vero».

pope-1248270_960_720«PIANI DI SVILUPPO»

«Credo che questo governo abbia la stessa politica – conclude Sua Santità – e abbia fatto già sbarcare i bambini, le mamme, i malati, da quello che ho sentito, almeno l’intenzione c’era. Ma l’Italia, questo governo, non può fare nulla senza l’accordo con l’Europa. La responsabilità è europea. E poi io vorrei citare un’altra responsabilità europea rispetto all’Africa. Una delle grandi donne statiste, Angela Merkel, ha detto che il problema dei migranti va risolto in Africa. Ma se pensiamo l’Africa con il motto “l’Africa va sfruttata”, è logico che la gente scappi da quello sfruttamento».

L’Europa deve cercare di fare dei piani di sviluppo in Africa. «Pensate che in Africa alcuni Paesi non sono padroni del proprio sottosuolo che ancora dipende dalle potenze colonialiste. È un’ipocrisia, risolvere il problema dei migranti in Europa: no, andiamo a risolverlo anche a casa loro. Lo sfruttamento della gente in Africa è terribile, per questa concezione. Il primo novembre ho avuto un incontro con studenti universitari dell’Africa, ma questi studenti hanno una capacità, una intelligenza, uno spirito critico, una voglia di andare avanti ma a volte non possono per la forza colonialista che ha l’Europa nei loro governi. Se noi vogliamo risolvere il problema dei migranti definitivamente, risolviamo i problemi dell’Africa, aiutiamo l’Africa».

«Mi dia del “lei”, presidente…»

Aboubakar Soumahoro, primo giorno in Parlamento del sindacalista appena eletto deputato

Il caso rientra, Giorgia Meloni si scusa. Ma l’ex sindacalista mostra conoscenza della Costituzione e ribatte: «Evidentemente le viene spontaneo rivolgersi con il “tu”, ma avremo modo di confrontarci sui braccianti, e non solo su quanti svolgono questo lavoro sottopagato e hanno il mio stesso colore di pelle». Due anni fa il neodeputato di origini ivoriane aveva dato vita alla “Lega Braccianti” diventando portavoce della comunità “Invisibili in movimento”.

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«Visto che mi ha dato del tu, contravvenendo alle regole istituzionali spero che questo possa essere prodromica ad un confronto personale sui temi che ci stanno reciprocamente a cuore».

Il neo onorevole Aboubakar Soumahoro, originario della Costa d’Avorio, non le manda a dire al nuovo presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che corregge in occasione della fiducia incassata alla Camera dei deputati (235 voti favorevoli e 154 contrari). La puntualizzazione durante la replica che ha preceduto le dichiarazioni di voto. Giorgia Meloni si rivolge a Soumahoro, per rispondere all’intervento che il nuovo parlamentare ha fatto durante il dibattito.

La neopresidente, al debutto inciampa daccapo. Storpia il cognome di Soumahoro, poi si rivolge al deputato di Alleanza Verdi e Sinistra dandogli del “tu”. «Al collega Soumahoro – dice Giorgia Meloni – voglio dire che tutti ci sentiamo allievi della storia, sai? Altrimenti saremmo ignoranti del presente». Queste le parole pronunciate dal presidente del Consiglio. Dopo la puntualizzazione di Soumahoro, le scuse, non prima di un altro inciampo. «Non ho dato del “tu” a nessuno. Ah, era il “sai”… Sì, avete ragione, errore mio, calmi… Succede nella vita di sbagliare, l’importante è riconoscerlo e chiedere scusa».

«RICORDA GRAMSCI?»

Ma Aboubakar, giacché c’è, ribatte dando una piccola lezione in fatto di conoscenza, mostrando di aver studiato la storia più di altri presenti nell’emiciclo del Parlamento. Così il neoeletto in Alleanza Verdi e Sinistra, riprende: «Visto che anche la Presidente Meloni è “scolara della Storia”, come diceva Gramsci, si ricorderà – fa attenzione a porre l’accento sul “lei” – che durante lo schiavismo e la colonizzazione i “neri” non avevano diritto al “lei”, riservato a quanti venivano considerati “civiltà superiore”».

Non finisce qui, Aboubakar, rincara. «Evidentemente quando un underdog incontra un under-underdog viene naturale dare del tu». Il riferimento è al passaggio del discorso programmatico in cui la presidente del Consiglio si è definita una underdog, espressione inglese con la quale si definisce un atleta, oppure una squadra, dato per sfavorito secondo i pronostici.

Ecco l’aggancio all’incipit iniziale, riportato da Annalisa Cangemi nella sua puntuale cronaca svolta per fanpage.it (che vi invitiamo a visitare), che riprende il chiarimento “parlamentare” dei giorni scorsi: «Presidente, visto che mi ha dato del “tu” – ha detto Aboubakar – contravvenendo alle regole istituzionali, mi auguro che questo possa essere prodromica ad un confronto personale sui temi che ci stanno reciprocamente a cuore». “Prodromica”, bella stilettata. Alzi la mano chi, senza tanto pensarci sopra, sappia cosa significhi questo aggettivo. In realtà è il primo segnale di un’insofferenza. «A buon intenditore…», avrà pensato, l’ex dirigente dell’Unione sindacale di base. Il riferimento è ad uno dei temi che stanno a cuore a proposito dei diritti dei braccianti. E non solo di quelli dal colore della pelle diverso dal bianco, tanto per intendersi.

crates-2815435_960_720«ERRORE MIO, CALMA…»

«Ah, era il “sai” – si era corretta, però, Giorgia Meloni – avete ragione, errore mio, calma: succede nella vita di sbagliare, l’importante è riconoscere un errore e chiedere scusa». Vero. Scuse accettate, anche se Aboubakar non nasconde un certo disappunto, del resto: «Presidente, del resto io le ho dato del “lei”, forse avrebbe dovuto fare anche lei così con me: ma non pensiamoci più, avremo modo di confrontarci su temi sui quali spero ci troveremo d’accordo». Il riferimento è, tanto per cominciare sullo sfruttamento dei braccianti agricoli. «Giurare fedeltà alla nostra Costituzione – aveva sottolineato Aboubakar – significa avere anche rispetto sui valori dell’uguaglianza e della giustizia sociale: non sta a me ricordarvelo, ma sappiate che ogni articolo della Costituzione ha dietro centinaia di giovani morti per la Resistenza».

«Voglio dare rappresentanza politica agli invisibilizzati – aveva detto in campagna elettorale Aboubakar – la Carta costituzionale deve materializzarsi nel miglioramento degli esseri viventi in termini di dignità e felicità intesa come felicità collettiva». Dopo una ventennale militanza nell’Usb, Aboubakar Soumahoro due anni fa aveva dato vita alla “Lega Braccianti” diventando portavoce della comunità “Invisibili in movimento”. Alle recenti Politiche è stato eletto nella lista composta dall’alleanza tra Europa Verde e Sinistra Italiana.

«Ebraismo e socialismo…»

Furio Biagini spiega il suo libro “Torà e libertà”

«Entrambi mirano alla creazione di un mondo futuro nel quale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo deve essere definitivamente abolito», spiega il docente. «Le due cose però hanno in comune la critica al potere costituito, al pensiero unico e, dunque, entrambi si battono contro i limiti e le imposizioni del pensiero unico», sostiene lo scrittore. «L’ebraismo rifiuta sudditanza, gerarchia, repressione e oppressione», afferma Annalisa Adamo, moderatrice e promotrice dell’incontro

20221020_184405Giovedì sera nella libreria Ubik in via Nitti a Taranto, si è svolto uno degli incontri all’interno del programma “#Ante Litteram” di quest’anno, dedicato ad esponenti di rilievo della cultura e della società. E’ toccato ad Annalisa Adamo, presidente di #Ante Litteram (già assessore agli Affari generali, Ambiente e Legalità del Comune di Taranto), tornare a dialogare con Furio Biagini, scrittore e docente di Storia Contemporanea e dell’Ebraismo nell’Università del Salento. Insieme hanno presentato il libro “Torà e libertà”, studio sulle affinità elettive tra ebraismo e socialismo libertario.

«Ho trovato all’interno dell’ebraismo – ci ha detto l’autore – delle affinità fra pensiero socialista e libertario; attenzione, non il marxismo, almeno non nelle sue versioni più libertarie, e il pensiero ebraico, dal punto di vista ideologico; per fare un esempio, si parte dal sabato piuttosto che dal giubileo, che vanno incontro a una visione del sociale come quella del socialismo: entrambi mirano alla creazione di un mondo futuro nel quale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo deve essere definitivamente abolito».

Facessimo un distinguo fra ebraismo e socialismo. «Il socialismo è una ideologia che nasce sulla fine del Settecento – riprende Biagini – ha le sue radici nell’illuminismo, nel pensiero illuminista e contemporaneo; l’ebraismo è una fede religiosa che risale a secoli fa, al monoteismo. Le due cose però hanno in comune la critica al potere costituito, al pensiero unico e, dunque, entrambi si battono contro i limiti e le imposizioni del pensiero unico. La Torre di Babele ne è un esempio: se avessero parlato tutti la stessa lingua sarebbe stato un mondo che mirava a trasformarsi nel Divino, a sostituirsi ad esso, che invece interviene sparpagliando tutti in ogni angolo del mondo, in buona sostanza: è la diversità che rende ricchi».

20221020_185003EBRAISMO E ANARCHISMO…

«Ebraismo e anarchismo, dunque – dice Annalisa Adamo – due concezioni apparentemente opposte: la prima una tradizione religiosa fondata sull’obbedienza della legge, la seconda una filosofia politica basata sulla libertà da ogni dominio; tuttavia, espliciti legami sotterranei esistono tra queste due espressioni politiche, religiose e culturali».

Il libro, attraverso una lettura personale dell’autore sui testi biblici, esplora relazioni profonde. Dalla Torà fino ai fervori chassidici, l’ebraismo afferma con forza il rifiuto di ogni relazione umana basata sulla sudditanza, sulla gerarchia, nonché sulla repressione e l’oppressione. «Dalle polemiche contro il potere politico dei profeti – prosegue la moderatrice dell’incontro – all’esplosione dell’energia creativa del chassidismo, il pensiero ebraico è ricco di spunti anarchici che si ritrovano nelle moderne utopie rivoluzionarie, soprattutto nelle tendenze libertarie e antiautoritarie, con la loro idea della assoluta libertà umana e del rifiuto di qualsiasi potere centrale autoritario. Si potrebbe compendiare il contenuto di questo libro con una frase di Thomas Jefferson: La ribellione ai tiranni è obbedienza a Dio».

«Prima della Shoah – spiega in un suo intervento Biagini, spesso sollecitato dalle domande dalla platea – il sionismo era una minoranza all’interno del mondo ebraico tanto che, per esempio, solo il 25% degli ebrei polacchi sosteneva il movimento nel periodo compreso tra le due guerre mondiali. Per la maggioranza degli ebrei era un movimento utopico politicamente pericoloso. Socialisti e bundisti si opponevano ai suoi obiettivi in nome dell’internazionalismo proletario e lo consideravano un movimento reazionario che divideva la classe operaia e minava la lotta per i diritti di tutti gli oppressi, tra i quali includevano anche gli ebrei della diaspora».

20221020_184223STATO EBRAICO, LA DIASPORA

Gli ebrei pienamente assimilati definivano la loro ebraicità esclusivamente in termini religiosi e non etnici. «Temevano che la nascita di uno Stato ebraico – sostiene il docente – mettesse in discussione i diritti recentemente conquistati. Allo stesso tempo gli ebrei ortodossi credevano che la rinascita di uno Stato ebraico nella terra dei padri dovesse attendere la venuta del Messia. Dopo la Shoah e la creazione del moderno Stato d’Israele, l’opposizione ebraica al sionismo gradualmente andò scomparendo. Una parte consistente degli ebrei religiosi vide nelle realizzazioni pratiche del sionismo il compimento delle promesse divine mentre i socialisti, critici verso i principi ideologici del movimento, in pratica, iniziarono a sostenere, di fatto, lo Stato d’Israele. Col tempo solo pochi gruppi ebraici restavano fortemente antisionisti, in particolare, alcuni settori della estrema sinistra, associazioni marginali come l’American Council for Judaism, fondato nel 1942 da alcuni rabbini reform, ma soprattutto gli haredim, letteralmente coloro che tremano, in riferimento al versetto di Isaia 66, 5: “Ascoltate la parola dell’Eterno, voi che tremate alla sua parola”, o ultra-ortodossi secondo la definizione preferita dai media, e la piccola formazione, ma ben visibile e rumorosa, dei Neturei Karta, in aramaico i Guardiani della città».

L’incontro nella libreria Ubik di Taranto è stato organizzato da “#Ante Litteram” in collaborazione con l’Associazione Italia-Israele sezione “Alexander Wiesel” (Bari), il Comitato per la Qualità della Vita, la Fondazione Rocco Spani onlus, il Crac Puglia Centro di ricerca arte contemporanea.

“COSTRUIAMO”, BUON COMPLEANNO!

Non solo accoglienza

Corsi di formazione e impegno sociale in nove anni di attività. Abbiamo imparato e insegnato rispetto. Unito le nostre forze e svolto opera di inclusione

DSC_6227Buon compleanno, “Costruiamo”. Buon compleanno, presidente. Sembra ieri, ma il tempo è passato. Non invano, fortunatamente. Ciò significa che nel nostro piccolo, che poi tanto piccolo non è evidentemente, di cose ne abbiamo fatte. Da nove anni, la nostra cooperativa sociale è attiva nell’accoglienza. Dove per “accoglienza” non significa solo fornire un pasto e un tetto a gente, famiglie, in fuga da zone di guerra e da persecuzioni politiche. Decine di ragazzi, per esempio, sono stati impegnati (qualcuno lo è ancora) a più riprese con mansioni diverse all’interno delle nostre strutture; qualcuno ha compiuto scelte di vita, incoraggiate da noi stessi, quando lo scopo per il quale si allontanavano, partivano o ripartivano per tornare a casa, era condivisibile.

Molti dei “nostri” ragazzi, oggi, vivono e lavorano nella nostra provincia, nella nostra regione. Buon segno, se questo significa che da noi, con impegno, considerando i tempi, si può costruire un futuro, costruire una famiglia. Anche sfidando di chi ha spesso avuto preclusioni nei confronti di tanti ragazzi, uomini e donne, che sono diventati negli anni una risorsa per il nostro Paese.

Molti dei risultati raggiunti da “Costruiamo”, li abbiamo raggiunti in stretta collaborazione con le istituzioni. A cominciare dall’affiatamento raggiunto in breve con le diverse Prefetture delle province pugliesi. Insieme con le associazioni di categoria e le amministrazioni locali e regionali, abbiamo presentato progetti, molti dei quali hanno avuto un seguito, con i benefici per i nostri fratelli (non ci piace usare il verbo “assistiti”). Abbiamo organizzato Corsi di formazione che hanno licenziato grandi professionalità, istituito Corsi di italiano e di integrazione con il nostro tessuto sociale. Uno dei principali obiettivi della cooperativa è stato il rispettare il bagaglio culturale e il credo religioso di ognuno di loro. Un argomento da non sottovalutare, se si pensa che a seconda delle estrazioni politiche e religiose, occorreva quotidianamente far rispettare il regime alimentare con menù diversi (anche quando i ragazzi avevano le stesse origini).

Gara-natale-04-1-969x650RISPETTO, ANZITUTTO…

Per essere chiari, il nostro presidente, Nicole Sansonetti, si è speso con i ragazzi soprattutto su un principio di base: il rispetto. Lo stesso riconosciuto alle diverse estrazioni ospitate nelle nostre strutture. Rispetto. Le scelte svolte in questi anni, sono state precise, anche nei dettagli, per evitare che un certo malcontento provocasse risentimento nei vicini, nei cittadini – pochi in verità – che guardavano con sospetto l’arrivo di extracomunitari sul nostro territorio.

Insieme con i ragazzi abbiamo svolto un lavoro attento e certosino. Abbiamo spiegato loro le tradizioni cittadine, il carattere di quanti avrebbero quotidianamente incontrato nel visitare la città, al bar, recandosi al lavoro. E’ stato un lavoro (chiamiamolo così solo per brevità) che nel tempo ha portato i suoi frutti. Molti dei nostri ragazzi, merito del loro impegno, lavorano in esercizi e attività del territorio. Se oggi un ragazzo nero sorseggia un caffè o si siede accanto a noi in pizzeria, e la sua presenza passa inosservata, perché è la cosa più normale al mondo, bene, un po’ di merito è anche nostro.

Senza prevaricare usi e costumi, abbiamo illustrato loro le nostre abitudini, il nostro modo di vestire – che non deve essere visto come modello, beninteso – e di ragionare, ascoltando rispettosamente e ribattendo con argomentazioni anche opinioni anche diametralmente opposte. Abbiamo posto piccole regole del vivere quotidiano, subito rispettate dai nostri ragazzi e apprezzate dai nostri vicini. E’ stato fatto un importante lavoro di inclusione sociale, tanto che se un cittadino, un turista si aggira dalle parti di una delle nostre strutture non si accorge affatto che quella, come altre, ospitano extracomunitari.

C’è chi si è sposato, ha invitato amici conosciuti nella struttura. Nella nostra chat fioccano saluti e auguri da tutto il mondo e per i motivi più disparati. Dagli sposalizi alle nascite, tanto da farci sentire ancora più vicini, perfino “zii” dei più piccoli. Ecco qual è stato l’impegno in tutti questi anni da parte di “Costruiamo”. Fare in modo che il “normale” fosse solo normale. Che il colore della pelle non fosse mai stato un elemento di divisione, ma di condivisione. Imparare e, se fosse stato possibile, insegnare. Vivere insieme, come i tasti bianchi e neri di un pianoforte, come ricordava una delle canzoni soul – canzoni “dell’anima” – più famose al mondo.

Migrants arrive at the Italian port of Augusta in Sicily. They are greeted by Save the Children staff whilst awaiting processing by Italian authorities.

Migrants arrive at the Italian port of Augusta in Sicily. They are greeted by Save the Children staff whilst awaiting processing by Italian authorities.

UN SITO, MILLE SERVIZI

Un altro elemento nel quale la cooperativa si è spesa e che il presidente ha subito incoraggiato, è stata la costruzione di un sito. Non fatto di notizie raccolte qua e là, ma un “giornale” quotidiano che raccontasse il territorio e si confrontasse con l’esterno, il mondo. Un sito che raccontasse, amico per amico, le storie dei nostri ragazzi. Chi fossero, da dove venissero e cosa li avesse obbligati alla fuga in cerca di vita. Attraverso rappresentanti del nostro territorio, abbiamo fatto conoscere le nostre abitudini: il sociale, lo sport, la politica. Questo non ha fatto altro che accorciare le distanze.

Abbiamo assistito insieme ad eventi sportivi, concerti, “prime” al cinema. In qualche occasione abbiamo anche incassato qualche piccola, ma insignificante delusione. Ma senza fare drammi, anzi ripartendo con maggiore impegno per dimostrare che la ragione è sempre più forte di qualsiasi forma di ignoranza.

A testimoniare il nostro lavoro e quello dei ragazzi, ci sono le cifre. Negli ultimi cinque anni, per esempio, milleottocento giorni di lavoro, circa mille servizi (seicentoventiquattro articoli; trecentododici interviste, audio e video compresi). Un lavoro alla portata di chiunque voglia farci visita o ripercorrere tappe significative del nostro-vostro impegno. Per un sito, un canale youtube, abbiamo registrato numeri davvero considerevoli (ventimila visualizzazioni per Red Canzian!), a dimostrazione che il lavoro svolto professionalmente e rivolto a uno scopo sociale, alla fine paga. Bisogna solo avere pazienza, è questa la nostra forza.

«Produco sì, ma negli States»

Federica, affascinata dal cinema, ha dovuto trasferirsi in America

Selezionata insieme con altri giovani promettenti, si è finanziata gli studi alla Columbia, dove si è laureata e ha finanziato un primo “corto”. «Sono stati sufficienti duemila dollari, avessi dovuto farlo in Italia avrei dovuto aprire una società con un capitale di quarantamila euro. Capite quanto sia complicato produrre progetti qui, a casa mia?»

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Anche stavolta è una storia che torna dall’America, Stati Uniti, dove un sogno, il “sogno americano” è sempre possibile. Magari non come un tempo, ma se hai la stoffa, lì, negli States, ti accolgono a braccia aperte. Ti danno un’occasione, se sai coglierla al volo puoi diventare un altro italo-americano che ha fatto la fortuna del Paese più ospitale e controverso al mondo. Insomma, se ci sai fare, e sei, per così dire, affascinato dal cinema come la nostra Federica, bene, allora anche tu puoi coltivare il tuo sogno.

Della storia della nostra conterranea e di altri ragazzi promettenti, se n’era occupato qualche anno fa Il Fatto quotidiano, giornale fondato più di vent’anni fa da Marco Travaglio, insieme a colleghi come Peter Gomez, Marco Lillo, Bruno Tinti e Antonio Padellaro. Stavolta torna sul luogo più che del misfatto, sul terreno sul quale Federica, come alcuni suoi amici e colleghi, ha coltivato il suo sogno: quello di produttrice indipendente.

«UN PUGNO DI DOLLARI»

E’ così che Marco Vesperini domenica scorsa ha pubblicato un servizio nel quale tornava a parlare di Federica, Federica Belletti. Per noi Federica, così la sentiamo più vicina. Una di noi che ha realizzato uno dei nostri sogni. In America, Mecca del Cinema dicono, la “nostra” ha cominciato a camminare con le sue gambe, investendo su se stessa. In Italia realizzare uno dei suoi progetti costerebbe una fortuna, negli Stati Uniti, confessa a Vesperini, può costare anche appena duemila dollari.

«Qui, se vuoi metterti in gioco – spiega – come produttrice indipendente non occorrono cifre astronomiche per realizzare un progetto cinematografico. In Italia impossibile chiedere sostegno con fondi pubblici». Ha ragione da vendere la neo-producer italiana. E’ un percorso molto articolato. Bisogna raccomandarsi a qualcuno, così molti giovani non rischiano.

Federica, marchigiana, da poco superati i trenta, ha coronato il suo sogno americano, lavora a New York. Ilfattoquotidiano.it – come scrivevamo – aveva raccontato la fase precedente alla sua partenza: figurava fra una ventina di studenti selezionata in tutto il mondo dall’università newyorkese per il corso di “film producing”. Per pagarsi la retta del primo anno, le servivano subito ottantamila euro, somma che aveva deciso di raccogliere online. «Vorrei anche su progetti italiani – ha dichiarato – storie, vicende da raccontare non mancano, specie quelle storie che hanno un indirizzo femminile». Lo scorso anno, con altre coetanee, ha pubblicato un’antologia sulle donne rivoluzionarie della sua regione, le Marche: “Più diritti per streghe malvagie”.

cinema-5069314_960_720«FOSSI RIMASTA QUI?»

Federica ha di che essere orgogliosa, ha raccolto riconoscimenti e critiche lusinghiere, come ricorda, puntuale Vesperini nel suo reportage per Il Fatto Quotidiano. «Con Alies Sluiter, nelle vesti di regista, siamo riuscite a portarci a casa un buon risultato scaturito da un festival importante svoltosi in Nuova Zelanda: intanto ci siamo qualificate con la prospettiva di una nomination: è la politica dei piccoli passi, uno per volta…».

La laurea l’ha conseguita alla Columbia University. «Una tesi, la mia, è diventata cortometraggio: persone di nazionalità - è la trama – si trovano a condividere lo stesso spazio durante una tempesta ad Atene. Refuge, questo il titolo del “corto”, è stato notato anche dalla rivista The New Yorker, che ha deciso di pubblicarlo: il coronamento di un lungo lavoro a cui tengo molto».

«Qui – conclude Federica – è più facile fare impresa: qui con duemila dollari apri una società e realizzai un lungometraggio. In Italia ? Devi avere una società registrata come s.r.l. con quarantamila euro di capitale in partenza». Qual è il compito di una produttrice. «Avere un sesto senso, avere fiuto, scoprire una storia, svilupparla con uno sceneggiatore di tua fiducia e a quel punto mettere insieme una squadra, trovare gente professionale per realizzare il prodotto finito, infine fare in modo che il film arrivi di fronte ad una platea».

E, in Italia? Per il momento meglio non pensarci. Intanto perché trovare un finanziamento per aprire una società a responsabilità limitata è un problema. Meglio partire?

Quel “cervellone” in fuga, da Lizzano…

“L’Espresso” e il nostro Giuseppe Cataldo, scienziato della Nasa

«Ho studiato a Sava, torno appena posso, ma sono stato subito affascinato dai programmi spaziali». Direttore della protezione planetaria inversa, è l’unico italiano ad aver ricevuto tre riconoscimenti prestigiosi: l’“Early Career Public Achievement Medal”, il “Group Achievement Award” e l’“Engineering Award”. Se non è una grande soddisfazione questa

rocket-launch-67643_960_720Quel cervellone in fuga dall’Italia. Meglio ancora, da Lizzano. Da quella provincia ionica arida per i suoi figli, se non con quanti hanno scelto quello che un tempo era un “posto sicuro”. Barattare un diploma, che fosse di un istituto tecnico, un tempo – si diceva – “arte e mestieri”, con un sogno: quello di riuscire a sfondare nel proprio territorio, ma anche nel proprio Paese, per male che andasse.

La storia di Giuseppe Cataldo per larghi tratti l’abbiamo raccontata a suo tempo, qui sulle “colonne” di Costruiamo insieme. Oggi se ne accorge, in senso buono, non rivendichiamo la primogenitura, ce ne guarderemmo bene, il settimanale “L’Espresso”. Una delle riviste più seguite, che riesce comunque a registrare numeri importanti nonostante il cartaceo non se la passi bene (ma c’è anche di che abbonarsi al pdf, ve lo suggeriamo, costa meno e non dovete fare ricorso a una mappa per la caccia al tesoro in cerca della più vicina edicola). Il settimanale dedica al nostro conterraneo Giuseppe Cataldo un servizio importante. Trentasette anni, non una ma più lauree raccolte in giro per l’Europa e poi negli Stati Uniti – scrive “L’Espresso” – dove è capitato non per caso, ma per intuizione.

Oggi è uno degli uomini di punta della Nasa. Un ex ragazzo che scatenano l’orgoglio di appartenenza, un esempio di come si possa sognare anche in una cittadina di diecimila abitanti come Lizzano, in provincia di Taranto, ed arrivare a capo di uno dei progetti miliardari della Nasa.

Non una qualsiasi organizzazione di studi – insiste il settimanale di BFC Media – ma la Nasa, National Aeronautics and Space Administrations, agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale degli Stati Uniti.

Sentimenti, emozioni di un ex ragazzo, che per i suoi concittadini resta, a pieno titolo, un golden boy. Uno al quale è stato affidato un progetto miliardario (non in lire…).

Quello di Giuseppe non è un percorso semplice. Fatto di scelte, a volte coraggiose, altre volte ambiziose. E’ lui a dirigere lo sforzo congiunto tra agenzie spaziali: americana, europea e canadese, impegnate in un progetto che ha richiesto dieci miliardi di dollari di investimento.

LIZZANO, SAVA, WASHINGTON!

Partito da Lizzano, cittadina in provincia di Taranto, diecimila abitanti, Giuseppe arriva alla Nasa. Giovanissimo, addirittura prima di laurearsi in “Ingegneria aeronautica” al Politecnico di Milano, realizzando il primo sogno che coltivava fina da bambino.

Ventitré anni, era il 2009, oggi unico italiano ad avere ricevuto tre riconoscimenti importanti per la realizzazione del telescopio «Webb» (per il contributo essenziale al progetto, per i risultati in fase di collaudo e per l’innovazione nei modelli matematici). Praticamente un genio. Gli esami che non finiscono mai, si infittiscono di sfide, come quella, accettata, in veste di Direttore della protezione planetaria inversa. Giuseppe sarà alla guida del team che progetterà tutti i sistemi di sicurezza necessari a portare sulla Terra i campioni prelevati da Marte e a isolarli durante l’analisi, senza che un’eventuale presenza di microrganismi alieni contamini il pianeta.

Non prima del 2027 l’inizio della missione, quando i campioni da porre sotto analisi arriveranno almeno sette anni dopo. Giuseppe Cataldo arriva alla Nasa dopo aver compiuto gli studi ai Politecnici di Milano e Torino e in Francia, all’Institut Supérieur de l’Aéronautique et de l’Espace di Tolosa. Ancora studente, ha vinto un concorso bandito dall’Esa per la Nasa Academy e dopo aver conseguito le lauree, nel 2010, è tornato nell’Agenzia aerospaziale americana dove lo aspettavano un ufficio al Goddard Space Flight Center, una borsa di studio messa in palio dal Nobel John Mather, lo scienziato a capo di «Webb», e la possibilità di frequentare in simultanea il MIT di Cambridge.

«GRAZIE PAPA’, GRAZIE MAMMA»

«Ho sempre desiderato studiare astrofisica – ha raccontato Cataldo – i miei genitori mi hanno sostenuto senza riserve, anche se questo significava trasferirmi a Milano. Dopo la maturità al liceo scientifico-tecnologico “Oreste Del Prete” di Sava, uno dei primissimi in Italia, mi iscrissi alla Statale. Proprio di fronte c’era la residenza Torrescalla di Fondazione Rui, che mi piacque subito: fortunatamente riuscii a entrare e a ottenere una borsa di studio per merito, poi confermata per quattro anni. Pensavo che nel mio futuro ci fosse la ricerca pura, invece un incontro di orientamento con un universitario che frequentava il quarto anno di ingegneria aerospaziale al Politecnico cambiò la mia vita: l’entusiasmo, la passione con cui ci parlò della missione dello Space Shuttle Colombia – purtroppo non andata a buon fine – mi conquistarono. Capii subito cosa volessi fare da grande: progettare, costruire, sporcarmi le mani come mi avevano insegnato mio padre e mio nonno, entrambi meccanici. Presa la decisione, occorreva trovare la maniera per cambiare ateneo e facoltà senza perdere l’anno».

Dell’importanza della Fondazione Rui, scrisse mesi fa la Gazzetta del Mezzogiorno. La Fondazione gestisce dodici Collegi universitari di merito: non fornisce solo vitto e alloggio, ma anche progetti formativi personalizzati: lezioni interdisciplinari del progetto JUMP-Job University Matching Project, incontri di orientamento con professionisti, serate e incontri con ospiti. Al quotidiano barese Giuseppe Cataldo aveva raccontato: «La vita in residenza e la dimensione comunitaria e internazionale, insieme alle iniziative di volontariato, fanno il resto».

«Gli incarichi in residenza sono determinanti – spiegava alla Gazzetta – io al terzo anno sono stato nominato Direttore Studi e questo mi ha fatto crescere moltissimo sotto il profilo della leadership: dovevo coordinare l’attività di una trentina di tutor, tra cui me stesso, studenti più avanti negli studi che aiutano gli altri a dare il meglio, a mantenere la rotta anche nei momenti di fatica e di difficoltà. Ero uno scout, avevo già avuto la responsabilità di guidare dei gruppi, ma quell’investitura ha accelerato moltissimo la mia realizzazione personale».

the-white-house-1623005_960_720«TORNO QUANDO POSSO»

Non spesso, ma Giuseppe a Lizzano torna appena può. Scappa a trovare i suoi genitori, fa un po’ di vacanza, assapora il verde e i vigneti, la costa, il mare che da queste parti non ha eguali. Di questo ragazzo-prodigio ne parlavano già diversi anni fa. Non erano in molti a dare peso alla sua storia. Qualcuno, forse, pensava che quel coraggio trovato dal giovane fosse “a tempo” e che, alla fine, Giuseppe sarebbe stato assalito da quella botta di nostalgia e che fra il girare il mondo e restarsene a casa, avrebbe preferito la seconda ipotesi. Creandosi un futuro sì rispettabile, ma mai così importante.

Oltre all’italiano, il nostro scienziato parla e scrive correntemente l’inglese e il francese. Non chiosiamo la sua storia con un «…da non crederci». Intano perché crediamo fermamente che tutto possa accadere e che i sogni vadano inseguiti, accarezzati, sostenuti. Non c’è altro sistema per vederne concretizzare almeno uno e importante. E’ la sintesi della storia di Giuseppe Cataldo, lizzanese, che da piccolo faceva voli con la mente e, alla fine, anche se è solo l’inizio, è davvero volato negli Stati Uniti, destinazione Nasa, per diventare uno degli uomini di punta dell’Agenzia aerospaziale americana.

«Questo telescopio – spiega lo scienziato – cambierà i libri di scienze, ci permetterà di trovare la risposta a tante domande che ancora ci poniamo, scopriremo cose che oggi non riusciamo neanche ad immaginare; ci permetterà di capire le origini dell’universo, l’evoluzione delle prime stelle e galassie, quelle che si sono formate subito dopo il Big Bang. Gli strumenti a bordo sono stati concepiti per studiare la composizione chimica dell’atmosfera di questi pianeti. Riusciremo a capire di cosa sono fatti e soprattutto se possano ospitare qualche tipo di vita».

La Nasa gli ha conferito l’“Early Career Public Achievement Medal”, riconoscimento per il contributo essenziale alla realizzazione del telescopio; a seguire, il “Group Achievement Award” per i risultati raggiunti durante la fase di collaudo; e l’“Engineering Award” per l’innovazione portata nel processo di validazione dei modelli matematici. È l’unico italiano ad aver ricevuto tre premi così prestigiosi. Se non è una grande soddisfazione questa.

«Ci amiamo, anzi no!»

Breve storia (mediatica) di Tony e Sofia

Inghilterra, maggio. Lui, trent’anni, lascia la famiglia; lei, ucraina, ventidue anni, ospite in casa di moglie e figli dell’uomo, porta scompiglio. «Coroniamo il nostro sogno d’amore», dicono alla stampa. Finita l’estate, volano gli stracci, bottiglie d’alcol e fendenti. Come la Guerra dei Roses…

love-story-2204983_960_720«Siamo felici, la nostra vita è un sogno!». E, invece, dopo due mesi: «Polizia, lei beve, impugna un coltello, intervenite: fermatela!». Fa tutto lui, Tony, inglese di trent’anni. L’altra, Sofia, ventidue anni, ucraina. Ma andiamo per gradi.

Niente storie, siamo inglesi. Prendiamo a prestito qualcosa che ha a che fare con uno dei titoli più in voga al cinema nei primi Anni Settanta. In Inghilterra, non solo ci marciano i tabloid, ma la coppia che fa clamore se le dà di santa ragione. Un comportamento poco nobile, poco “reale” diremmo, se non fosse che il trono che fu di Elisabetta è ancora vacante (Carlo III il suo successore). Dunque, un atteggiamento poco british nel quale ci hanno inzuppato un po’ tutti, stampa, radio e tv.

L’amore travolgente fra Sofia e Tony, sbocciato appena qualche settimana fa è già finito. Lei ucraina, profuga; lui inglese, reo di aver lasciato la famiglia e due figli per lei, causa un colpo di fulmine. In quanti modi può finire una storia. Il cinema, il mondo della canzone, lo stesso teatro è pieno di storie, corte e lunghe, tutte custodi di una qualche filosofia. Una di queste, dunque, non una canzone (Insieme a te non ci sto più), né un libro (Del dirsi addio) o un film (Dirsi addio), è accaduta davvero.

DOPO IL COLPO DI FULMINE…

Ma normalmente, dopo la luna di miele mediatica, quando la stampa che ancora non segue le vicende di corte, e si scatena seguendo i due piccioncini, tutto finisce. E nemmeno con quell’appeal tipico del british. Dopo la scintilla, il colpo di fulmine, ecco scoppiato l’odio. Per dare colore alla vicenda, non sono soli giornali ad intervenire, ma anche le forze dell’ordine. Volano gli stracci e la polizia interviene per violenti litigi, sceneggiate e coltelli. Il trentenne inglese che nel maggio scorso aveva lasciato la sua famiglia per rifarsi una vita con la profuga ucraina, appena conosciuta e ospitata in casa, ora bussa a quattrini. Finita l’onda mediatica, sullo sfondo la scomparsa di Elisabetta, le tasche dei due innamorati sono al verde. E non c’è niente che possa ancora inventarsi per catalizzare l’attenzione dei media: è finita. Lui, Tony, è rovinato e in perfetta solitudine. Sofia era scappata a 22 anni durante la guerra di occupazione russa, era stata accolta da Tony e da sua moglie Lorna nella loro casa, a Bradford: una coppia come tante altre, serena, dieci anni insieme e due figli.

Ma giorno dopo giorno, fra una chiacchierata e un tè, nasce fra Tony e Sofia un sentimento incontenibile. Talmente sconvolgente da far prendere a entrambi la decisione di andare a vivere insieme. Subito. E quindi? Fin qui sembra una storia ordinaria. Ma è diventata invece una saga (a puntate) sui tabloid britannici. Alimentata dai social con le loro foto di piccioncini abbracciati, dalle accuse della ex compagna, dalle repliche della nuova coppia. Il tutto a ritmo di pagine stampate, tv, web. Lorna si sfogava. Era piena di rabbia perché il suo gesto di umanità (era stata proprio lei a organizzare con le associazioni l’accoglienza di Sofia) si era trasformato in un disastro per la sua coppia. Raccontava senza riserve anche di quando Tony si intratteneva di notte al piano di sotto con profuga appena arrivata. Dal canto suo Sofia ribatteva:

«Non rovino famiglie», giustificò Sofia. E lui, Tony, preso com’era dalla storia: «Siamo innamoratissimi, voglio passare tutta la mia vita con Sofia: lei è la mia anima gemella, del resto il mio rapporto con Lorna era giunto alla fine».

marriage-2239035_960_720«NON ROVINO FAMIGLIE, CI PROVO…»

I due innamorati si traferiscono in una casetta per conto loro. Inizio di maggio, ecco Tony e Sofia sui social. «Siamo felici, la nostra vita è un sogno!». Dopo due mesi invece: «Non abbiamo più soldi. Fatichiamo a sopravvivere», racconta lui. Tony è rimasto disoccupato: «Avevo un’attività di successo nel settore della sicurezza e contratti con società importanti, tra cui il Servizio sanitario nazionale: da quando i giornalisti e i paparazzi hanno cominciato a inseguirmi molte aziende hanno disdetto l’accordo: ero un personaggio pubblico e il mio rapporto era stato considerato un problema».

La parola a Sofia. «I miei genitori ora si vergognano di me, non mi aiuteranno più». I due si erano mantenuti grazie alle interviste a pagamento, fino a quando le “entrate” che derivavano dalle interviste non sono più bastata. «Ho prosciugato le mie carte di credito e ora mi aiuta la mia famiglia», racconta ora il trentenne inglese. Finiti i soldi, finita la storia. Nel peggiore dei modi. In Italia, non sappiamo nel regno dei Windsor, si dice che cominciano a volare gli stracci. Per allontanare Sofia da casa ha dovuto chiamare la polizia. «Beve, non riesce a gestire il suo rapporto con l’alcol e si è lasciata ad andare a gesti vandalici come sferrare coltellate a un muro: fermatela!».

La guerra dei Roses, per dirla con un altro titolo di successo (qualcuno ricorda il film di De Vito con Michael Douglas e Danny De Vito?), continua. E dove se non sugli spazi abituali dove cominciano, proseguono e, forse, finiscono tutti i tipi di contese? Il confronto prosegue sui social. Sofia e Tony si combattono con alle spalle un pugno di sostenitori che hanno sposato, dipende dai gusti, la causa dell’uno o dell’altra. Sono finite le “vacche grasse”, non ci sono più i soldi delle tv e della stampa. Né le prime pagine. Da settimane sono appannaggio dei nuovi reali d’Inghilterra. E questa, se vogliamo, è “sfiga”. Come si dice “sfiga” in inglese, please

«Non licenzio!»

Imprenditore salentino, nonostante il caro-bollette

«Ultima bolletta: un milione di euro!», dice Spiridione Strafino, patron di Royal Salento, fabbrica di gelati di Monteroni (Lecce). «Mandare a casa il personale? Non ci penso nemmeno, piuttosto insieme con loro penso ad una ottimizzazione dei prodotti da rimodulare sul mercato e ad adottare misure energetiche che possano abbattere i costi a quasi la metà di quanto speso finora». Infine, una riflessione: «Perché uno che dà lavoro deve pagare kilowatt pesanti rispetto al consumo casalingo?»

Foto Messaggero

Foto Messaggero

Anche Salento Royal, una delle più note fabbriche di gelato del Sud, con sede a Monteroni (Lecce) finisce nel vortice del caro-bolletta. Stavolta, però, nonostante la somma schizzi alle stelle, triplicando, se non proprio quadruplicando la spesa in fatto di energia, l’imprenditore chiamato in causa accusa sì il colpo, ma non si piange addosso. Non chiude, né tantomeno manda a casa una parte del personale. Per farla breve, non ha alcuna intenzione di licenziare.

Corre ai ripari, questo sì, ma non riduce produzione, né accompagna i suoi dipendenti alla Cassa integrazione o, peggio, al licenziamento. Del resto, l’amministratore della società, Spiridione Strafino, commenta: «Non più di qualche mese fa, con l’aumento della domanda sui gelati di nostra produzione, ho assunto una decina di nuove figure professionali: ovviamente mi sto consultando con i miei collaboratori per comprendere quali strategie assumere e in quale modo poter risparmiare e ottimizzare produzione e costi».

La notizia viene ripresa da numerosi quotidiani e agenzie, fra questi l’edizione barese di Repubblica, con un articolo di Francesco Oliva, che descrive quanto accaduto e riporta le dichiarazioni dell’imprenditore-amministratore di Salento Royal.

BOLLETE PIU’ CHE SALATE

Tutto parte da una bolletta che ai più appare già salata. Causa “costi quadruplicati” Salento Royal ferma la produzione delle vaschette di gelato. Ma l’imprenditore Strafino, spiega Repubblica, non si arrende: «Stiamo realizzando un impianto fotovoltaico e a breve disporremo di un impianto di produzione di energia con grossi gruppi elettrogeni a gasolio: in questo modo risparmieremo il 40% sul costo attuale dell’energia».

Royal, l’azienda salentina produttrice di gelati, riprende l’agenzia Ansa, quest’anno ha pagato una bolletta da un milione di euro per l’elettricità, a differenza dei 300mila euro circa spesi negli anni scorsi per la stagione lavorativa che va da febbraio ad agosto. L’argomento che polarizza l’interesse dei lettori, evidentemente, è la serie di dichiarazioni rese da Spiridione alla stampa, che insiste sulla sua tesi. «Chiusura impensabile; licenziare, poi, è una cosa che non esiste», l’imprenditore ha deciso di puntare sul fotovoltaico e mettere temporaneamente da parte il gelato in vaschetta continuando a produrre formati meno “energivori” e “più remunerativi” dal punto di vista dei costi.

«Il costo dell’energia destinato a crescere dice l’imprenditore – lo ritengo un’anomalia: per la mia casa lo pago 0,26 centesimi a kilowatt; domanda: “perché un imprenditore che dà lavoro e distribuisce ricchezza deve pagarlo quattro volte tanto?”». «Gli altri anni – dichiara all’agenzia Ansa – il costo energetico incideva per il 5%, quest’anno è arrivato al 18-19%: non sempre si riesce a recuperare, è una guerra continua. Per la prima volta siamo dovuti intervenire per ritoccare i costi di alcuni prodotti siamo stati costretti a ritoccarli, mentre il costo della nostra vaschetta è sostanzialmente invariato dal 1984: costava 3.700 lire e oggi costa 1 euro e 90 centesimi».

Foto Telebari

Foto Telebari

«LlCENZIARE, NEMMENO PER SOGNO!»

Si diceva, che anziché licenziare, l’imprenditore ha pensato di ottimizzare i costi energetici della sua fabbrica di gelati, dedicando gli sforzi della sua azienda (cinquantadue dipendenti) alla produzione di gelati mono porzione, meno «energivori» delle vaschette.

In attesa degli aiuti dello Stato, la “Royal” ha inoltre intrapreso la realizzazione di un impianto fotovoltaico ed uno di produzione di energia con gruppi elettrogeni a gasolio, che consentiranno di risparmiare il 40% sul costo attuale dell’energia.

«Il latte e lo zucchero hanno subito l’ennesimo aumento a giugno – spiega ancora a Repubblica Strafino – i produttori di biscotti (dunque, farina, olio) dal primo ottobre aumenteranno i prezzi del 29%». Dal Governo, poi, non arriverebbero le risposte che si attendono da tempo. Anche troppo: «Facciamo esclusivo affidamento – conclude l’imprenditore salentino – stiamo realizzando un impianto fotovoltaico e a breve disporremo di un impianto di produzione di energia con grossi gruppi elettrogeni a gasolio: in questo modo risparmieremo il 40% sul costo attuale dell’energia». E noi? Tifiamo Salento, Strafino e per tutti gli imprenditori virtuosi che invece di demoralizzarsi a causa di queste pesanti docce fredde, riflettono e partono con un contrattacco virtuoso. E, soprattutto, facendo tesoro dei suggerimenti dei collaboratori e senza licenziarne uno che sia uno.