«CONSEGNE A DOMICILIO: UN VERO LAVORACCIO»

Trentasette anni, dalla pandemia in poi fa il rider

«Mi tocca la partita Iva, non posso concedermi il lusso di una febbre. Se non produco niente soldi. Posso sfamarmi d’aria, ma ai miei figli non deve mancare nulla. Colpa dell’algoritmo e di una concorrenza spregiudicata»

pexels-photo-7706574Trentasette anni, due figli e una voglia di spendersi, lavorare, spezzarsi la schiena – come lascia intendere lui stesso in una lunga intervista rilasciata al Gazzettino – pur di non far mancare nulla alla sua famiglia. Sardo, da anni gira il Friuli, si sposta a seconda delle sedi che gli assegnano per svolgere uno dei lavori più faticosi che questo inizio di Millennio potesse destinare a un essere umano: quello del rider. Vale a dire il ciclista che consegna a domicilio qualsiasi tipo di vivanda ordinata per telefono. Il cliente chiama, gli risponde un centralino e non sa, il più delle volte, da dove gli arriverà la consegna. Talvolta si tratta di chilometri, ma di questo l’ordinante è ignaro. Questo è il lavoro del rider: consegnare in tempi brevi, ovunque sia la destinazione, l’ordinazione che il cliente ha comunicato a un centralino.

Trieste, Pordenone, Udine, Gorizia, sono le città nelle quali il trentasettenne di origine sarda ha lavorato. Non si danna, il papà che è in lui. E si capisce, quando si racconta. Parte subito con una dichiarazione da padre responsabile: «Io posso anche mangiare pasta e aria, ma i miei figli no, non se ne parla nemmeno: una cosa simile non la permetterei mai».

riderSPERANZE NEL CASSETTO…

L’ex giovanotto di belle speranze che è in lui, lo ha lasciato una volta diventato papà una, due volte. Come altri suoi colleghi italiani, fa in qualche modo concorrenza a un vero esercito di fattorini stranieri e studenti. «Ma, attenzione, rispetto a quest’ultima categoria, lodevole, perché molti ragazzi si autofinanziano gli studi – puntualizza – non faccio il rider per arrotondare: questo lavoro lo faccio per sopravvivere. Senza lo stipendio di mia moglie riuscirei neppure a sbarcare il lunario».

Maledetta pandemia. E’ da lì che nasce tutto. Le attività, principalmente i ristoranti, chiudono. Il personale, in larga parte, deve reinventarsi. «Cercavo lavoro, non potevo stare a pensare troppo, serviva una decisione veloce: così ho preso la bicicletta e ho cominciato a portare il cibo a domicilio».

«La mia nuova attività, senza un vero contratto – perché lavoro con partita Iva – comincia da Trieste: di brand impegnati nel servizio a domicilio ne ho conosciuti tanti». Entra – scrive il Gazzettino – in una delle categorie più svantaggiate, quella legata solo al trillo dell’algoritmo: è questo che decide dove devi andare e in quanto tempo devi arrivare alla porta del cliente. Insomma, in buona sostanza: zero tutele, zero protezioni.

Rider, tra corse record e stipendi minimi. Chi sono i 600 fattorini del Fvg che consegnano cibo a domicilio. Centosessanta euro a settimana, confessa il rider. «Ecco perché senza mia moglie non ce la farei: il lavoro, a tratti, è tremendo. Sono sempre sulla strada, non ci sono soste: pioggia, bora, freddo non ti danno tregua. E’ la forza di volontà ad aiutarmi, diversamente getterei la spugna: ma devo farlo per i miei due figli. I clienti? Ci chiedono di essere sempre più veloci, di correre di più».

305.0.968192025-kPJC-U314013477695433DD-656x492@Corriere-Web-SezioniDANNO E BEFFA

Incidenti sul lavoro, anche quelli. Ne segnala uno in particolare. «Dicembre, pioggia incessante, il mio impermeabile non reggeva: per farla breve, sono finito contro una macchina, tanto che al proprietario ho dovuto anche pagare i graffi che avevo provocato al suo mezzo. Per non parlare dei danni a bicicletta e impermeabile».

C’è qualcosa che contraria più di altro il trentasettenne rider. «Il mio non è un lavoro autonomo – conclude – la verità è che siamo governati da un’applicazione che decide tutto: se sono stanco, devo lavorare; se ho la febbre, devo lavorare. Non ho “malattia”, né un giorno libero: se mi servisse un solo giorno di riposo o per svolgere una qualsiasi cosa personale, nessuno mi paga. Per non parlare competizione con gli altri rider: una follia, tutto per prendere l’ultima consegna».

E’ così che va. La concorrenza porta sempre più i brand ad abbassare l’asticella, non solo in termini di prodotti, ma anche di tempi di consegna. Il guadagno sulla qualità è passato in cavalleria, oggi a scandire l’attività di un’attività è la quantità. Il tempo è più che denaro. E poi, contro l’algoritmo, non puoi farci niente. E pensare che questo sistema doveva esserci d’aiuto per ottimizzare qualsiasi attività: evidentemente è l’indole dell’uomo, usare qualsiasi beneficio solo per un tornaconto personale.

GUIDO, MEGLIO DI UNA ROCKSTAR

Eccellenza italiana, tarantino, venti anni, studioso conteso in tutto il mondo

«Quando parliamo di risultati scolastici, mi corre l’obbligo di ringraziare anche Fondazione Rui, che mi ha assegnato una cospicua borsa di studio», dice il giovane studioso. Diplomatosi al liceo scientifico “Aristosseno” di Taranto, si è segnalato per i suoi studi sulla biologia sintetica. Oggi, a Milano, frequenta il Politecnico e il Collegio di Merito Torrescalla.

guidoContinua a far parlare di sé, Guido Putignano, tarantino, venti anni, “giovane eccellenza italiana” premiato per le ricerche nella biomedicina. Tornano a scriverne siti e quotidiani autorevoli come Fanpage.it e La Gazzetta del Mezzogiorno. A proposito del Premio. «Un riconoscimento quello per le ricerche nella biomedicina – si legge nella motivazione – che nasce dall’impegno del ventenne tarantino nel campo della biologia sintetica e della intelligenza artificiale».

Siamo, dunque, a livelli elevatissimi se anche la stampa nazionale e internazionale, le scuole più importanti del mondo, si occupano degli studi che Putignano svolge quotidianamente.

Il giovane studioso, appena ventenne, è già una “Eccellenza italiana”. Non è un caso che lo studente di ingegneria biomedica sia stato stato premiato a Roma per le sue ricerche in biologia sintetica. Questa la motivazione per il riconoscimento assegnato ogni anno ad alcune fra le personalità italiane nel mondo: «Un’eccellenza degli studi e della ricerca, uno straordinario punto luce per il Paese chiamato a fare costellazione, con l’obiettivo di premiare l’Italia del merito».

Guido-Putignano-InstagramA TARANTO IL DIPLOMA

Putignano diplomatosi al liceo scientifico internazionale “Aristosseno” di Taranto, nonostante la sua giovane età si segnala per i suoi studi sulla biologia sintetica e la medicina rigenerativa nel campo della longevità e dei nuovi farmaci.

Si trasferisce a Milano dove frequenta il Politecnico e il Collegio di Merito Torrescalla di Fondazione Rui. A diciannove anni Guido Putignano risulta il più giovane vincitore del “Premio Italia Giovane”, riconoscimento assegnato a chi si è distinto nel campo della ricerca e stimolare al tempo stesso chi intende seguirne le orme, condividendo esperienze e percorsi di talenti straordinari.

Gli studi di Guido hanno inizio a sedici anni con l’obiettivo di migliorare, se possibile, la vita a quanta più gente possibile. Dopo aver conseguito la maturità al Liceo scientifico internazionale “Aristosseno” di Taranto, oggi il giovane studioso frequenta Ingegneria biomedica al Politecnico di Milano risultando fra gli studenti con la media più alta dell’intero Ateneo.

«Quando parliamo dei risultati scolastici – dice Guido Putignano – mi corre l’obbligo di ringraziare anche il Collegio di Merito Torrescalla di Fondazione Rui, che mi ha assegnato una cospicua borsa di studio e mette a disposizione degli ospiti un metodo molto efficace di supporto allo studio e di formazione interdisciplinare. Altra grande ricchezza della vita in residenza risiede nell’opportunità continua di scambio con i compagni di studio e di straordinarie relazioni di amicizia: ciascuno di noi è spinto a dare il meglio di sé aiutando gli altri e contribuendo a costruire un ambiente stimolante e di crescita».

GUIDO_PUTIGANO_PREMIOECCELLENZA_ITALIANA_2022I-1666028435759.jpeg--taranto__il_20enne_guido_putignano_nominato__il_piu_influente_in_italia__in_scienze_biologiche_«IMPEGNO E SODDISFAZIONI»

A proposito del suo ultimo riconoscimento. «L’impegno è stato tanto – confessa il giovane studioso – ma in questo Premio un po’ ci speravo. Mi sono avvicinato all’intelligenza artificiale, all’ingegneria biomedica e alla tecnologia esponenziale perché già a sedici anni ho capito che volevo essere utile agli altri, migliorare la vita di più persone possibili attraverso nuovi farmaci. Così mi sono messo in contatto con enti no-profit e organizzazioni internazionali come il “World Economic Forum”, partecipando a meeting online con esperti del settore biomedicale che adesso sono i miei punti di riferimento».

«In questo modo – conclude Putignano – ho avuto sempre maggiori responsabilità nella ricerca. Il lockdown dovuto alla pandemia poteva rappresentare una battuta d’arresto, invece sono riuscito a sfruttarlo per ampliare ancora di più, attraverso il web, i miei contatti internazionali. In futuro vorrei lavorare nel campo della biologia sintetica e creare nuovi farmaci per la medicina di precisione». L’auspicio è che in un prossimo futuro le sue ricerche possano raggiungere risultati fino ad oggi inimmaginabili. Considerando, per giunta, l’attività nel campo della bioingegneria che può offrire contributi importanti al miglioramento della qualità della vita.

«Nutella, che tentazione…»

Francesco Basile, tarantino, Executive creative director di Ogilvy Italia

Lavora per una delle agenzie pubblicitarie più importanti d’Europa, studia e promuove brand italiani che fanno il giro del mondo. «Mi piacerebbe che dopo un anno di lavoro, la mia agenzia fosse soddisfatta del mio lavoro». E di quello della sua collega Lavinia Francia, che gli propone di condividere una prima campagna per Emergency. «Missione compiuta…»

Giuseppe-MastromatteoCome sfondare nel campo della pubblicità, conoscendo perfettamente tutti gli step che portano a una comunicazione della quale si diventa padroni non a caso. Francesco Basile, tarantino, giovane ma con alle spalle già una solida esperienza, più che scoprirsi è stato scoperto dalla Ogilvy Italia. Lui ha mostrato di conoscere la materia, tanto da aver preso parte, oggi in modo ancora più significativo, alle campagne di brand famosi in tutto il mondo, fra questi Nutella e Campari. Due dei tanti marchi curati dall’agenzia Ogilvy che forniscono un autorevole passaporto al “made in Italy”.

Oggi, Francesco, compie un passaggio deciso in avanti. Da poco è Direttore creativo-esecutivo di Ogilvy Italia presieduta da Giuseppe Mastromatteo, presidente e chief Creative Officer. Insieme con Francesco, a rivestire sempre il ruolo di Direttore creativo-esecutivo, una brillante Lavinia Francia. E’ lei che fa scoccare la scintilla collaborativa con il primo lavoro condiviso per conto di Ogilvy: Emergency. Detto, fatto, e, soprattutto, missione compiuta.

«Abbiamo iniziato un anno e mezzo fa – dice Francesco, interpretando anche il pensiero della collega – mettendo insieme stili e background per raggiungere i nostri obiettivi comuni così da dare soddisfazione a Ogilvy». La scelta è stata sicura: non necessariamente assumere una figura esterna, bensì premiare l’impegno di chi conosce l’azienda e ha voglia di crescere con essa. Il rapporto con “Mastro”, come viene affettuosamente chiamato il presidente, non cambia. Si fa più stretto, forse.

roberta-la-selva-600x400CON I VERTICI, TUTTO OK

«Rapporto con Mastromatteo – prosegue Basile – non cambia tanto, considerando che avevamo un rapporto costante; il nostro, “Mastro” compreso, in realtà era già un terzetto per capire i progetti che stavamo affrontando: siamo una estensione in termini di testa e braccia: ogni progetto, oggi, ha sei occhi; affrontare tempestivamente domande ed eventuali problemi è più semplice».

A domanda precisa. Su quale possa essere il primo bilancio di un anno di lavoro. «Ci piacerebbe sapere – la risposta di Francesco – che il mio impegno e quello di Lavinia abbia funzionato e che la nostra agenzia sia ampiamente soddisfatta del nostro lavoro». Già copywriter e art director in Ogilvy Italia, Lavinia Francia e Francesco Basile, si diceva, sono stati nominati a inizio settembre direttori creativi esecutivi dell’agenzia.

«Bello vedere crescere talenti all’interno dell’agenzia e con essi l’energia che anima Ogilvy tutti i giorni», dice Giuseppe Mastromatteo, presidente e chief creative officer di Ogilvy Italia. «Francesco e Lavinia incarnano la visione multidisciplinare che stiamo portando avanti e hanno già dimostrato quanto questa visione possa portarci lontano», aggiunge Roberta La Selva, chief executive officer di Ogilvy.

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«Francesco Basile e Lavinia Francia sono due professionisti dal background diverso e complementare, animati dalla stessa passione e voglia di superarsi, che contribuiranno ad arricchire la visione creativa dell’agenzia e che nel nuovo ruolo sapranno portare nuova ispirazione ai team e ai clienti», ha aggiunto Mastromatteo.

I due nuovi direttori creativi esecutivi oggi affiancano proprio il presidente dell’agenzia nella guida del reparto creativo. Si interfacceranno, tra gli altri, con Armando Viale, creative director di Ogilvy Italia. Riconoscenti per l’attestato di fiducia e di stima, Francesco e Lavinia si sono detti entusiasti. «In particolare per di avere la possibilità di confrontarsi con tanti clienti di respiro nazionale e internazionale, di guidare un team ricco di capacità e di ambizione, di collaborare con tantissimi professionisti provenienti da diversi ambiti della comunicazione, di contaminare con la creatività ogni suo aspetto e ogni opportunità di business».

LOLLO’, ADIEU!

Gina Lollobrigida e quel giorno a Taranto

L’attrice scomparsa nei giorni scorsi tagliò il nastro della Nuova Sem, locale storico della città. Affascinata dal lungomare e dall’accoglienza. Cronaca di un giorno speciale, fra politici e aneddoti

Gina Lollobrigida-11Addio a Gina Lollobrigida, scomparsa lo scorso 16 gennaio, legata per un breve tratto della sua e della nostra storia, a Taranto. Un legame, all’apparenza formale, che diventa affetto sincero non appena la grande attrice, anche fotografa di alta classe, mette piede in città.

Addio a una grande star del cinema. Per tutta l’Italia “la barsagliera” di “Pane amore e fantasia”, per i francesi “Lollò”, per via di un affascinante decolleté che a Hollywood farà ammattire più di qualche star del cinema.

Sabato 30 aprile del 1988. Alla grande attrice che, fra gli altri film interpretò non a caso “La donna più bella del mondo”, viene proposta l’inaugurazione de “La Nuova Sem”. I locali, appena due anni prima, sono stati acquistati dal dott. Amerigo Senatore, titolare della clinica San Camillo. E’ il sindaco di allora, Mario Guadagnolo, a convincere il medico all’acquisto dell’immobile che aveva chiuso i battenti il 29 ottobre del 1984. Solo un paio di formalità da espletare: fare di via D’Aquino una zona pedonale e convincere gli eredi Semeraro e Messinese a cedere “a titolo gratuito” il nome di uno dei ritrovi storici della città (l’altro era stato il Caffè Greco). Missione compiuta: il primo cittadino a un “centro off limits” ci aveva già pensato un paio di anni prima; nessun problema per il blasone. Avanti tutta.

gina lollobrigida avvocato 1TAGLIO DEL NASTRO

Taglio del nastro della Nuova Sem. Al mattino c’è anche il sottosegretario Gaetano Gorgoni. L’invito all’evento è stato esteso anche a presidente della Regione, a parlamentari, ai sindaci delle principali città pugliesi. E’ presente il pittore Remo Brindisi, autore insieme con Walter Scotti dei quadri che abbelliscono le sale dei nuovi locali. Oltre al bar, servizio ai tavoli, una sala da thè, un “free flow” (ristorazione libera), ristorante, piano bar, sale ricevimento, convegni e incontri di lavoro.

Periodo concitato quello sul finire degli Anni Ottanta. La città non vuole perdere il suo simbolo. Senatore compie un’altra richiesta alla Sodexho (nel tempo, la società francese che ha raggiunto un accordo sulla gestione dei locali rinuncerà all’“h”). Anzi, giacché c’è, il medico di richieste ne avanza due: ad inaugurarla deve essere una star del cinema, possibilmente Gina Lollobrigida, dalla quale è letteralmente affascinato e, per una “serata fra amici”, gradirebbe la presenza di Bruno Martino, grande autore e cantante confidenziale. Il popolare crooner è stato l’interprete della prima canzone che Senatore aveva dedicato alla futura moglie: “Odio l’estate”. Trattative non semplici, anzi piuttosto laboriose.

Ma va tutto va bene. Interviene l’attrice Maria Sorrento che conosce personalmente Gina Lollobrigida e il suo agente. Qualcuno è scettico, la Sorrento, dimostra carattere: è disposta a giocarsi qualsiasi cifra sulla presenza della “bersagliera” a Taranto. Tira fuori il blocchetto degli assegni a dimostrazione di un primo accordo che avrebbe raggiunto con la madrina della Nuova Sem. Non c’è bisogno di formalizzare. Va tutto come pronosticato dalla stessa attrice, qualcuno le porge le scuse. Maria Sorrento accompagna personalmente la Gina nazionale nella doppia inaugurazione, la prima alle 11.00, riservata a politici e istituzioni, la successiva, alle 15.00, per la città. E’ quest’ultimo – non se ne abbiano a male le autorità del tempo – il momento più bello. E’ un’intera città che applaude una stella del firmamento cinematografico.

GN4_DAT_35332258.jpg--gina_lollobrigida_e_la_puglia__nascita_di_una_diva«BELLA CITTA’, DAVVERO…»

«Proprio una bella città – sussurra la Lollobrigida – quel lungomare, poi, ce ne fosse uno così a Roma, la gente diventerebbe matta…». Basterebbe questo per sentirsi gratificati. La Lollò ha un fascino intatto. Indossa un un tailleur beige, una camicetta rossa, un fiocco che fa pendant e raccoglie sulla nuca capelli rossi. Degni della Fata Turchina interpretata nel “Pinocchio” televisivo di Luigi Comencini con Nino Manfredi.

Non finisce qui. «Mi sembra di passeggiare sulla Croisette…», aggiunge. E’ il boulevard che costeggia il litorale di Cannes, dove l’attrice è stata più volte ospite in più di un’occasione. «Questi tappeti che fanno da guida fino all’ingresso dei nuovi locali, poi, emozionano: li avranno studiati per La Nuova Sem, non per me…». E, invece, come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Ai tarantini sta a cuore il locale storico della città che rischiava la chiusura (purtroppo avverrà qualche anno dopo), ma anche la stessa Gina Lollobrigida. L’attrice, poi, ha un’immagine di statura internazionale, così se un giorno dovesse trovarsi a parlare con colleghi e altre personalità di una città bella, che l’ha stupita e accolta come si conviene a una star, non avrà problemi ad indicare fra le sue preferenze anche Taranto. E parlarne bene, lungomare e centro cittadino pedonale compresi.

gina-lollobrigida-woman-of-straw-supplied-by-photos-inc-still-publicationxinxgerxsuixautxonl«CONNERY, FASCINO E RISPETTO»

Mi tocca scrivere un pezzo di colore per il Corriere del giorno, approfitto del momento. Come dicono a Milano, la butto lì. Approfitto mentre visita i locali, la seguo con una targa che le consegnerà Guadagnolo. “E’ una grande attrice – provo a blandirla – ma anche la bellezza ha avuto il suo ruolo…”. «Quella, la bellezza, la bruci nei cento metri, poi svanisce: la carriera è una maratona, oltre alla presenza devi saper fare il tuo mestiere». Il sindaco stringe un po’ di mani, si intrattiene a distanza.

La Lollobrigida ha lavorato con Sinatra, Lancaster, Curtis, Bogart, Connery. “Signora Lollobrigida, continuano a farle la corte, ma fra gli attori di Hollywood chi ammira?”. Lei, elegante, col sorriso. «Mi sta facendo un’intervista?». “Confesso, sono un giornalista, coordino l’evento, ma sono un appassionato di cinema: era una mia curiosità”, giustifico. «Sean Connery, ma non solo per la bellezza, come attore e come persona, grande rispetto sul set…». Fine delle trasmissioni. Per un giornalista è un po’ come per un investigatore avere indizi importanti. C’è tutto per fare un grande servizio.

A cura della redazione

«Rispetto per la donna!»

VALENTINA/“Differenza Donna” interviene a difesa del “sesso debole”

«In tv non si possono far passare concetti in cui l’uomo deve sopraffare con gesti e fisicamente la propria compagna». Nell’occhio del ciclone un programma televisivo, ma bisognerebbe preoccuparsi anche di altre fasce d’ascolto in cui viene messo alla gogna chi non ha strumenti di difesa. Caso segnalato all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom)

DSC_2074-1-002Televisione, maneggiare con cura. Fare tv, non è per tutti. Maria De Filippi, finita con il suo programma “C’è posta per te” in una gogna mediatica forse un po’ esagerata, è una che la tv non solo sa farla, ma conosce anche le dinamiche che portano a dibattiti che cominciano sui social e puntualmente finiscono sui giornali, da quelli online ai cartacei. Cosa ne scaturisce, e Nostra Signora degli Ascolti lo sa perfettamente: che la trasmissione beneficia di una pubblicità gratuita. Che sia un bene o un male, questo sarà assodato più avanti, anche se una conduttrice come la De Filippi, così amata e così scaltra, ne uscirà come sempre vincitrice. E’ la tv, bellezza, avrebbe detto il Bogart del film “L’ultima minaccia”, e tu non puoi farci niente.

Dunque, consideriamo in questo angolo di “Storie”, quanto segnala l’ottimo “Open”, giornale online fondato da Enrico Mentana: le tv dovrebbero avere più rispetto dei più deboli. Pertanto non è un processo al programma più seguito di Canale 5. Ce ne guarderemmo bene, del resto non siamo l’Aldo Grasso di “TeleVisioni” (Corriere della sera). E’ solo il punto di partenza per porre l’indice sulla tv in generale, come cioè certe cose andrebbero gestite. Detto che gli attriti nei programmi televisivi sono spesso voluti, istigati da autori e conduttori, diciamo che l’episodio accaduto nella prima trasmissione dell’anno di “C’è posta per te”, è il pretesto per parlare di comunicazione. Per fare sensazione, potremmo titolare “Comunicazione, questa sconosciuta”. E, invece, la conosciamo talmente bene, che molti approfittano dei malintesi per fare ascolti e aprire dibattiti. Accade di solito alle trasmissioni che nessuno si fila: buttarla in caciara è l’ultimo tentativo per far conoscere la propria esistenza, prima della chiusura per ascolti bulgari.

maria_de_filippi_amici_2021_ufs.jpgTV SUL BANCO DEGLI IMPUTATI

Dunque, parliamo della tv sul banco degli imputati. La trasmissione finita nell’occhio del ciclone inscenerebbe «misoginia senza un intervento da parte della conduttrice». La segnalazione è da parte di “Differenza Donna”, organizzazione non governativa, che segnala la puntata del programma della De Filippi (7 gennaio), protagonista una coppia romana e un «matrimonio interrotto», il loro, all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom).

Per l’Organizzazione “Differenza Donna” che da luglio 2020 gestisce il 1522 (numero nazionale antiviolenza e antistalking attivato dal Dipartimento per le Pari Opportunità), la trasmissione avrebbe «divulgato una relazione sentimentale connotata da sopraffazione, denigrazione e mortificazione dell’uomo sulla donna, rappresentando una dinamica misogina delle relazioni in assenza di qualsivoglia intervento correttivo da parte della conduttrice».

Valentina, questo il nome della protagonista del racconto, aveva chiesto l’intervento della trasmissione per riconquistare il marito, Stefano, dopo averlo tradito, convinta, pare, di essersi innamorata di un altro uomo.

E’ il racconto che precede la decisione di lasciarsi ad aver provocato nel pubblico, e poi in rete, reazioni critiche sulla relazione «tossica» – così viene definita dalla Ong – tra i due. Una relazione e un modus operandi comunicativo sul quale anche, udite udite, anche Chiara Ferragni e Fedez avevano potato un commento. «Per noi è la tossicità fatta a persona», avevano dichiarato in un video. Valentina in trasmissione aveva raccontato di aver fatto qualsiasi passo per dimostrare «di essere perfetta come moglie, mamma e come donna di casa: lavavo pulivo stiravo badavo ai figli, li crescevo e facevo trovare tutte le sere un pasto caldo a mio marito».

c38ce6b0-9404-472c-9958-ba4f2c8edd7b«VESSATA DA QUATTRO ANNI»

Da quattro anni a questa parte, però, secondo Valentina, suo marito Stefano avrebbe iniziato a trattarla male, dandole dell’«incapace, della stupida, nonché della persona inutile». Tutto ciò anche davanti ad estranei. Il marito sarebbe arrivato addirittura a dire alla donna: «Impara a fare subito quello che ti dico». Nel programma si raccontano altri episodi in cui il marito sminuisce Valentina davanti ai figli. A causa di un parcheggio sbagliato, addirittura, le avrebbe tirato addosso il seggiolone della bambina. Nonostante questi episodi, però, Valentina si sarebbe rivolta alla trasmissione televisiva per ricucire il rapporto con il marito e convincerlo a tornare a casa.

Una vicenda, quella di Valentina e del marito, come segnala “Differenza Donna”, se aderente alla realtà sarebbe stato un fatto di per sé grave. Perché, in particolare, la tv avrebbe «riprodotto e legittimato in un vasto pubblico, quale è quello di un programma di prima serata del sabato, trattamenti inaccettabili che configurano se abitualmente riprodotti nelle relazioni, reati molto gravi che offendono beni giuridici di rango costituzionale». Questa la denuncia, alla quale ci associamo. “Differenza Donna” fa bene a trattare episodi che danneggiano il sesso cosiddetto debole, ma noi ci permetteremmo di allargare il campo anche alle trasmissioni serali che usano le fasce deboli strumentalmente, per scopi populistici e politici. Insomma, le altre Ong, le altre categorie, si facciano sentire. E se sono già presenti, alzino il tono – come fanno spesso in studio e nei collegamenti esterni gli ospiti… – per chiedere il sacrosanto rispetto di chi non ha gli strumenti per farlo.

L’ADDIO A BENEDETTO XVI

Giovedì l’addio a Joseph Ratzinger

In Vaticano, capi di Stato di Italia e Germania. Ma anche politici e rappresentanti di altre religioni intervenuti da tutto il mondo. Duecentomila fedeli in tre giorni hanno tributato l’ultimo saluto al papa emerito scomparso a novantacinque anni. Papa Francesco: «E’ stato un grande maestro di catechesi», la folla a gran voce «Santo subito!»

pope-2073854_960_720E’ andato via con la stessa discrezione con cui ha gestito il suo pontificato, tracciando nei suoi interventi talvolta anche severi linee-guida in momenti in cui la fede sembrava come si stesse disorientando. Benedetto XVI, fra i meriti, ha avuto di sicuro quello di richiamare a sé i fedeli, per poi consegnare con le sue storiche dimissioni, un popolo nella mani sapienti del suo successore, papa Francesco.

Deceduto lo scorso 31 dicembre all’età di novantacinque anni, il papa emerito Benedetto XVI, si era dimesso nel 2013 dopo un pontificato di otto anni. Giovedì 5 gennaio si sono svolti in Vaticano i suoi funerali.

Preghiera e commozione, prima che il feretro del papa emerito Benedetto XVI lasciasse il sagrato di San Pietro, papa Francesco si è avvicinato per porre una mano sulla bara.

La salma di Benedetto XVI è stata tumulata nelle Grotte vaticane, nel posto che anni prima lui stesso aveva scelto. La basilica vaticana ha riaperto i suoi battenti lo stesso giovedì pomeriggio, ma non sarà ancora possibile visitare le Grotte vaticane per vedere la tomba di papa Joseph Ratzinger. Si attenderà il completamento dei lavori, difficile che prima di domenica i fedeli potranno tributare l’estremo saluto al papa emerito.

pope-benedict-xvi-84230_960_720GIOVEDI’ MATTINA L’ADDIO

Nella mattinata di giovedì sono giunti a San Pietro Roma, da tutto il mondo, politici, capi di Stato e rappresentanti religiosi sono arrivati per dare l’ultimo saluto a Benedetto XVI. Fra gli altri, erano presenti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la premier Giorgia Meloni e l’ex premier Mario Draghi.

Da una prima stima, pare che i fedeli intervenuti alle esequie fossero cinquantamila circa. Prima della conclusione del rito, la folla di fedeli ha scandito più volte “Santo subito!”, a sottolineare l’affetto che Benedetto XVI, discreto, ma importante, aveva avuto nell’arco dei suoi otto anni di pontificato.

Dalle prime luci del mattino di giovedì, sventolano bandiere tedesche. Non appena il protocollo lo consente, ecco la corsa per trovare un posto a sedere. Un primo blocco davanti alla chiesa è già tutto pieno, mentre tanta altra gente sta arrivando dopo i rigorosi controlli che daranno accesso a piazza San Pietro per tributare l’ultimo saluto a papa Ratzinger.

Un interminabile applauso accoglie a Piazza San Pietro l’arrivo del feretro di Benedetto XVI. Dalle prime luci dell’alba migliaia sono già migliaia e migliaia i fedeli che parteciperanno poche ore dopo ai funerali del papa emerito.

st-peter-1128858_960_720UN OMAGGIO DURATO TRE GIORNI

Sono state almeno duecentomila in tre giorni i fedeli che hanno reso omaggio a Ratzinger, la cui salma è rimasta esposta per settantadue ore all’interno della Basilica, simbolo della cristianità. Una coda umana senza fine di fedeli, ma anche di turisti, come quella cui si è assistito nella mattinata di giovedì, quando cioè papa Francesco ha presieduto le esequie per rendere l’ultimo saluto al suo predecessore.

«E’ stato un grande maestro di catechesi», aveva detto papa Francesco nell’Aula Paolo VI, dove mercoledì aveva tenuto la tradizionale udienza generale. «Il suo pensiero acuto e garbato – aveva proseguito – non è stato autoreferenziale, ma ecclesiale, perché sempre ha voluto accompagnarci all’incontro con Gesù».

A celebrare il rito, il decano del Collegio cardinalizio, il cardinale Giovanni Battista Re. Più di mille i giornalisti accreditati, mentre tremilasettecento sono stati i sacerdoti presenti alle esequie. Presenti le delegazioni ufficiali di Italia e Germania ma anche altri Capi di Stato.

Fra gli striscioni esposti, uno fra gli altri, in lingua tedesca: «Danke Benedikt», a sottolineare la presenza massiccia di fedeli tedeschi intervenuti a San Pietro per tributare gli applausi e l’ultimo saluto a Ratzinger. Dopo la Messa esequiale, le spoglie di Benedetto XVI sono state trasferite nelle Grotte vaticane, nella tomba che fu di Giovanni Paolo II. Una traslazione delle sue spoglie con la tumulazione nel luogo che lui stesso, si diceva, aveva indicato.

«La mia storia fra le dita…»

Dodi Battaglia, “Nelle mie corde – Canzoni e sorrisi”

Successo per lo spettacolo teatrale scritto con il regista Fausto Brizzi. «Lasciai la fisarmonica abbagliato dal suono della chitarra. “Atlantis” degli Shadows e “Foxy Lady” di Hendrix mi hanno cambiato la vita. Gli assoli con i Pooh, i tour, gli studi, i mei preferiti. Le mie lauree: Honoris causa a Matera e la Dodicaster, un “regalo” della Stratocaster, come Clapton, Satriani, Beck…»

di Claudio Frascella

Con Battaglia«Adolescente, suonavo benissimo la fisarmonica che mi avevano regalato all’età di quattro anni, entrai in un negozio di strumenti musicali nel centro di Bologna e sentii il brano che mi cambiò la vita». Il pezzo che folgorò Dodi Battaglia: “Atlantis” degli Shadows. «E’ quello che voglio fare nella mia vita: suonare la chitarra, mi dissi; potrei dire che abbandonai a malincuore la fisarmonica, ma non è così, la scelta fu convinta, un amore al primo ascolto». E quel brano, Battaglia, settant’anni superati, più che una storia un’enciclopedia alle spalle, lo ripropone nel suo nuovo spettacolo, un successo: “Nelle mie corde – Canzoni e sorrisi”. Uno spettacolo non solo teatrale che nasce dall’incontro con il popolare regista Fausto Brizzi, fan di Battaglia e dei Pooh. «Abbiamo cominciato a pensare a qualcosa che non fosse il solito spettacolo, preso appunti, poi stesa e allargata un’idea dietro l’altra: e poi, perché non ci mettiamo un elemento di disturbo? Qualcuno che faccia incursioni, provi anche a spiazzarti, in fondo sei un musicista che ha scritto e fatto delle robe che la gente canta e suona da più di cinquant’anni: aggiudicato; ma non un attore, non un uomo, ecco: una ragazza, sveglia, irriverente se vuoi, che talvolta – quando ci vuole – arrivi anche a prenderti per i fondelli, dandoti del “lei”, chiamandoti “Signor Battaglia…”: tutti gli indizi portavano ad Eleonora Lombardo, la mia compagna di viaggio teatrale, aggregatasi a tutte le mie chitarre sulle quali metto mano durante lo spettacolo».

E “lei”, Battaglia, la corregge? Le dice, giacché ci siamo, mi dia pure del “dottore”? Ne ha i titoli.

«La laurea Honoris causa – sorride Battaglia, pensando al “lei”, ma anche al titolo di studio – è una delle mie più grandi soddisfazioni, non solo professionali: prima mi chiamavano “Maestro”, non mi voltavo, sarebbe stato un eccesso di presunzione, al massimo rispondevo: “Maestro sarà lei!”; in realtà quel “pezzo di carta” – come la mia generazione chiamava il titolo di studio – è stato il coronamento di una carriera, una soddisfazione che non ha pari, se non l’amore che provo verso figli e nipoti, incommensurabile».

Battaglia 1Cosa succede sul palcoscenico?

«Quello che accade ogni benedetta sera, da sessant’anni: non vorrei più scendere, mi piacerebbe suonare all’infinito, quelle tavole sono la mia vita, ma mi tocca: mi aiuta la leggerezza con la quale insieme a Fausto, uno come me, battuta acuta, fulminante, mi ha preso le misure confezionandomi un abito di scena che non fosse un “corpo a corpo”, seppure interessante, con una, due, sessanta chitarre, che poi è il punto di partenza di questo progetto che sta andando come un treno: “Le mie 60 compagne di viaggio. Le chitarre di Dodi Battaglia”, un libro che mi ha aperto questo nuovo orizzonte».

Battaglia, le fa più effetto la laurea o che la Stratocaster le abbia dedicato una chitarra, cosa accaduta a pochi nel mondo?

«Mettiamola così: anche la Dodicaster è una laurea, chitarre sono state dedicate ad Eric Clapton, Joe Satriani, Jeff Beck, parliamo di chitarristi che hanno fatto la storia e non solo quella, ma la laurea, la laurea con tanto di esame e discussione a suon di accordi al Conservatorio “E.R. Duni” di Matera è davvero un’altra cosa. Detto questo, non datemi del “lei”, ma non chiamatemi nemmeno “dottore”, ci ho messo una vita ad annullare le distanze fra musicista e pubblico: sono e resto Dodi, Dodi Battaglia».

Quanto c’è dei Pooh, Facchinetti, D’Orazio e Canzian, nello spettacolo “Nelle mie corde”?

«Tanto, è il mio mondo, non me ne sono mai staccato: certo che dedico spazio alle cose che ho fatto con i miei compagni, i miei “amici per sempre”, ma giacché ci sono, entro con tutto me stesso nello strumento che è stato il compagno di viaggio della mia vita: la chitarra; ne imbraccio una dietro l’altra, ognuna una sua storia, ognuna un suono, a partire dalla Eko Anni 60 che suonai al concerto di Jimi Hendrix: che incoscienza, salire sullo stesso palco con un mito e non averne ancora idea; “Foxy lady” l’ho suonata anche io, mi dicono bene, ma lui l’aveva pensata, studiata, eseguita da par suo, come solo una leggenda può fare».

NMC Dodi Battaglia 2Quali sono gli assoli della sua vita?

«Intanto dico “Parsifal”, prendo un attimo di tempo, ci penso: l’assolo de “La mia donna”, ma anche “L’altra donna”, poi “Uomini soli”; ecco, quest’ultima, ancora oggi, la sento eseguita da chitarristi bravissimi, ma bravi, bravi, bravi, ma manca sempre qualcosa, forse perché sono pignolo; senza “forse”: sono pignolo».

Le sue dita suonano in un altro modo. Basta sentire le collaborazioni con Vasco.

«Se un collega, un amico nel caso di Vasco, mi invita in studio, devo per forza metterci qualcosa di mio, così credo che i miei assoli in “Una canzone per te”, “Toffee” e “Va bene così” siano perfettamente riconoscibili, sul riproducibili avrei qualche riserva, insomma vale il discorso che facevo su Hendrix, fra le mani dell’autore ha il suono giusto, è quello, punto».

Dodi Battaglia verticale stampaTorniamo allo spettacolo. Senza svelare troppe sorprese.

«Intanto è da vedere e sentire, allo stesso modo, perché una cosa è raccontarlo, un’altra è stare in poltrona e assistere al racconto di una vita: i tour, tanti, dunque i concerti; gli studi di registrazione, come un pezzo scritto in un modo può anche cambiare fisicamente; perfino i Caraibi, dove andammo a realizzare uno dei nostri album più fortunati: “Tropico del Nord”; ci sono aspetti, però, che tutte le sere mi rendono felice: gli applausi del pubblico, i sorrisi che percepisci, le risate che scatenano in platea i dialoghi fra me ed Eleonora, il “guastatore” ufficiale di “Nelle mie corde”; ogni volta è una grande soddisfazione, tutte le volte hai la sensazione di aver fatto la cosa giusta, qualcosa che ha il potere di rigenerati sera dopo sera».

Con Brizzi, grande feeling.

«Ci abbiamo messo un attimo ad entrare in grande empatia e non solo perché è uno che ha sempre apprezzato il mio lavoro e quello dei Pooh: è un “cazzaro” come me, penso che se ci fosse ancora D’Orazio, tutti e tre insieme sapremmo quando ci siederemmo a un tavolo, ma non quando ci alzeremmo, se non con le mandibole indolenzite causate delle risate. Ci siamo messi subito al lavoro, alla fine è venuto fuori lo spettacolo che avevamo in mente e il bello è che la gente, tutte le sere, condivide la nostra idea di racconto e di emozioni».

Aggrappati a un sogno

Fuga dalla miseria per tre nigeriani

Per undici giorni hanno viaggiato appesi al timone di una petroliera. Dalla Nigeria alla Spagna, alla ricerca dell’occasione della vita. Accolti, mostravano evidenti sintomi di disidratazione e ipotermia. Trasferiti in ospedale hanno ricevuto assistenza medica. Qualificati come “clandestini”, piuttosto che “richiedenti asilo” rischiano di tornare a casa

pexels-photo-40642Pare non sia un primato. Ma tre uomini che viaggiano aggrappati per undici giorni al timone di una petroliera, non l’avevamo ancora sentita, né letta o commentata. E, invece, al peggio non c’è fine. Proprio così. Perché se è vero che la fuga dei tre nigeriani in fuga dalla miseria, rappresenta un’impresa, è anche vero che – al momento di scrivere – le autorità spagnole che hanno tratto in salvo questi tre uomini, pare stiano per rispedirli a casa, bollandoli non come “richiedenti asilo”, ma come “clandestini”. Insomma, quando stai per stupirti, ecco che arrivano – non richiesti – altri elementi per stupirti ancora di più.

E’ la legge, dice qualcuno, e abbozza l’ennesimo video per postarlo posta sui social (ma quando lavorano ‘sti politici?). Purtroppo – aggiunge lo stesso, con falsa mestizia e tono dispiaciuto da somigliare più a una parodia da avanspettacolo – anche se le autorità spagnole avessero voluto fare uno strappo, avrebbero aperto un “caso” e, allora, via all’apertura delle frontiere.

NESSUNO “STRAPPO”

“Ma va?”, aggiungiamo noi. Questa la posizione secondo qualche politico, che dimentica che l’Italia ha accolto intanto settantamila extracomunitari e Germania e Francia ne hanno preso in carico solo poche decine. Dunque, sarebbe stato più corretto urlare all’omologo spagnolo: “Ma se ti prendessi in carico questi tre poveretti che hanno fatto un viaggio lungo le coste atlantiche – appollaiati, senza dormire su un morbido materasso, avvolti in una calda coperta, con colazione, pranzo e cena puntuali – un viaggio lungo undici giorni e undici notti abbracciati al timone di una petroliera, per caso va a pallino l’intera economia del tuo Paese!?”.

Ma proviamo a raccontare la storia, come la descrivevano notiziari e stampa non appena venuti a capo della vicenda. Dunque: tre migranti sono rimasti aggrappati per undici giorni e undici notti al timone di una petroliera, la Alithini II, arrivata alle Canarie dalla Nigeria. A salvare i tre uomini, il Servizio di soccorso marittimo spagnolo.

Una nave che ha attraversato l’Oceano Atlantico, un viaggio terrificante già per chi sta a bordo di una imbarcazione che riempie e svuota greggio. Figurarsi i tre appollaiati all’esterno della petroliera. Gli uomini, trovati a bordo della Alithini II nel porto di Las Palmas, mostravano evidenti sintomi di disidratazione e ipotermia, tanto da essere immediatamente trasferiti nell’ospedale dell’isola per ricevere assistenza medica. Secondo il sito web “MarineTraffic”, la nave battente bandiera maltese era partita da Lagos (Nigeria), il 17 novembre per attraccare a Las Palmas (Spagna) lunedì 28 novembre.

pexels-photo-11390779ANCHE IN PASSATO…

Come dicevamo, non è la prima volta che vengono trovati migranti che provano come via di fuga da un Paese ormai invivibile per le fasce sociali più deboli. I tre non sono stati i primi a viaggiare aggrappati al timone di una nave commerciale con destinazione le Isole Canarie, nonostante queste modalità presentino gravi rischi. Giorni fa il Fatto aveva ricordato come un anno fa un ragazzo nigeriano di quattordici anni era stato intervistato dal quotidiano spagnolo El Pais dopo essere sopravvissuto per due settimane nel timone di una nave.

Anche il quattordicenne era partito da Lagos. Non è la prima volta, lo conferma l’agenzia Efe che ricorda almeno in altri due casi, migranti cioè che sono riusciti a raggiungere le Canarie attraverso questo percorso così pericoloso.

«Io, condannato al manicomio»

Pino, sessantaquattro anni, trenta vissuti da recluso

«Avevo nove anni e tanta fame, mangiai un tozzo di pane, provai a rimediare: mia madre non me lo perdonò». Una brutta storia, priva di affetto e piena di carte bollate. Un risarcimento che non gli restituisce l’affetto e un’infanzia perduta

pexels-photo-8693379Potrà mai perdonarci, Pino, per i suoi trent’anni, chiuso in manicomio senza che avesse disturbi mentali? In quei manicomi, poi, dove il personale non aveva problemi a picchiare i pazienti e, quando questi manifestavano insofferenza, a legarli al letto. Roba da manicomio. Il tribunale gli ha riconosciuto cinquantamila euro quale risarcimento e lui, stanco anche di dover farsi riconoscere più che un indennizzo, le scuse legittime, alla fine ha accettato quella cifra. Ha trovato un avvocato, Serenella Galeno, che rispetto ai colleghi non solo ci ha messo professionalità, ma anche l’anima. Ce li immaginiamo quegli avvocati che si sono smarcati da un simile incarico: «Causa lunga, troppe carte da compilare, scale di tribunale e chissà se, alla fine, riusciremo mai a venirne a capo!». Ecco perché un “grazie”, a Pino per aver accettato le scuse di questa società, e al suo avvocato, dobbiamo proprio tributarlo. Ci alleggeriamo la coscienza, ma le nostre scuse non cancelleranno mai quei trent’anni in cui Pino è stato trattato da pazzo, in manicomio, quando pazzo non lo era mai stato.

Ci sarebbe una terza storia, l’accenniamo appena. Pino, lì dentro, ci finisce all’età di nove anni, da bambino: la mamma lo punisce, non va a trovarlo, non chiede nemmeno come stia, lo dimentica. Tanto, avrà pensato quella mamma che mamma non è, di figli ne ho altri cinque. Quante punizioni ha subito, Pino. Scusaci, scusaci, scusaci.

Di questa storia se n’è occupata Simona Berterame. L’ha ripresa per Fanpage, puntuale come sempre nello scovare piccole, grandi storie e per trattarle con tatto e discrezione.

TUTTO COMINCIA NEL ’67…

Pino viene rinchiuso in manicomio il 12 dicembre del 1967. Ha nove anni, è un bambino senza patologie. Accade a Girifalco, paesino calabro noto per aver ospitato un manicomio per quasi cento anni. Tutto comincia nella disperazione più pura: il tentativo di furto di un pezzo di pane. Pino non ha il papà, in compenso ha una mamma molto severa, è l’ultimo di sei fratelli. Una mattina di quel freddo dicembre Pino viene mandato dalla mamma a comprare il pane. Nel tornare a casa, la fame gioca un brutto scherzo. Il morso a quel tozzo di pane gli cambierà totalmente la vita.

«Mangiai tutto il pane appena preso al mercato – racconta Pino a Fanpage.it – mia madre mi avrebbe riempito di botte, perciò sono tornato indietro per provare a rubare un filone ma sono rimasto chiuso nel negozio e la mattina dopo mi hanno beccato».

La polizia comunica alla madre di Pino che lo porteranno via: la donna non andrà mai a trovarlo in manicomio. Quel bambino, letteralmente abbandonato, invocherà per un a vita l’affetto. Non incontrerà mai una volta nemmeno i fratelli, tutti più grandi di lui. Pino da evitare, condannato una seconda volta. Dallo Stato, che lo risarcirà con poche decine di migliaia di euro, e dai suoi “cari” che lo eviteranno come fosse un appestato.

Eppure, Pino è solo un bambino. Non ha patologie, ma gran parte della sua vita sarà costretto a trascorrerla rinchiuso in un manicomio: cose da pazzi! La sua cartella clinica, perfino, riporta una diagnosi che lo scagionerebbe in quattro e quattr’otto: carenza affettiva, ricoverato per ragioni umanitarie.

«Ho tentato di scappare ma non c’è stato verso – confessa a Fanpage – lì ti picchiavano, sono stato anche legato al letto solo perché mi ribellavo; da bambino mi mettevo a guardare le persone passare da dietro le grate delle mie finestre e pensavo: guarda che bello lì fuori…».

sanatorium-4160287_960_720UNICO AL MONDO

Il suo è un caso giudiziario unico al mondo, un paziente internato in manicomio che chiede di essere risarcito per gli anni di vita persi. Non fosse per un lieto fine, anche se gravemente in ritardo, la storia di Pino ricorda in alcuni tratti “Dov’è la libertà…?” con Totò diretto da Roberto Rossellini. Un uomo ingiustamente condannato viene rilasciato dopo tanti anni, ma trova un mondo cambiato, i suoi cari che lo canzonano.

Dopo dieci anni di processi Pino ottiene un risarcimento di 50mila euro per il “riconoscimento della responsabilità dei sanitari per aver eseguito un ricovero illegittimo”. I giudici hanno riconosciuto la sussistenza del “danno non patrimoniale individuabile nella perdita di chance dall’essere inserito in un nucleo familiare”. Pino ha solo perso l’occasione di non crescere in una famiglia circondato da affetto. Questo dice la sentenza, anche se a noi pare una cosa enorme.

Pino è rimasto a Girifalco, vive con una modesta pensione con sua moglie Angela. Fa l’artigiano, ha sessantaquattro anni e sta provando a riprendere in mano la sua vita, anche se tutti gli anni perduti non glieli darà indietro nessuno. «Mi è mancato tutto – ha dichiarato – ma ormai il passato è messo sotto una pietra, non si può tornare indietro». Pino, grazie anche per questa lezione.

«Ricchi e insensibili!»

Emirati Arabi, schiaffo alla povertà

Centosessantunomila euro per quattordici invitati. Più di diecimila euro a testa. Padroni di spendere quello che vogliono, ma forse non di mostrare il proprio status economico mentre c’è gente che non mangia tutti i giorni. Ma ristoratore e commensali si difendono, mentre i follower sui social attaccano senza mezzi termini. «Non solo è un ristorante costoso, è inavvicinabile per il 99,999% della popolazione: Salt Bae, sei stato davvero insensibile a pubblicarlo»

pexels-photo-259249Sia chiaro, chiunque è padrone di spendere, avendone le possibilità economiche, qualsiasi cifra. Si sa, che al mondo ci sono ricchi, non molti, e poveri, la maggior parte. Ma tante volte ai primi, cioè ai ricchi, non guasterebbe un po’ di rispetto per chi non può godere di cene e vini costosissimi, fino a superare un conto di 161mila euro per sole quattordici persone: una media di oltre diecimila euro a testa.

Tutto accade l’altro giorno, come hanno riportato Corriere della sera e Fanpage, quando ristoratore turco, Salt Bae, pubblica su uno dei social del suo locale dalle mille e una notte lo scontrino di una cena di quattordici persone al “Nusr-Et Steakhouse”. Non appena posta lo scontrino, subito la levata di scudo di clienti e fan del locale che non gradiscono il gesto, considerato fuori luogo. Insomma, con tutta la stima e tutto il bene che possano riconoscere e volere a uno dei ristoratori più facoltosi al mondo, non era il caso di fare tutto quel can-can mediatico: c’è gente che soffre, gente che non può mangiare nemmeno una sola volta al giorno, e il ristoratore presenta sui suoi social un conto di 161mila euro per quattordici commensali.

«LA QUALITA’, MAI COSTOSA»

Il cattivo gusto, segnalato dai più, è stato superato quando il ristoratore non soddisfatto della visibilità già ricevuta da quella cena pagata a peso d’oro, ha aggiunto un commento, anche questo a nostro avviso da risparmiarsi: sotto la foto dello scontrino, il commento: «la qualità non è mai costosa».

Il Corriere della sera, con la solita perizia giornalistica, fa un’attenta disamina. Durante la cena i signori seduti al tavolo dei “centosedicimila euro”, hanno consumato: cinque bottiglie di vino rosso Petrus (85.404euro), due di Petrus 2009 Louis XIII (52.562euro) e una di Chateau Margaux (4.072euro), per proseguire con bevande “povere” come una birra Heineken (14euro), un Negroni (19,55euro) e quattro cocktail Virgin mojito (47euro). Ciò detto, il Corsera, nella sua generosa analisi, contesta come eccessivi i 106euro per nove bottiglie di acqua naturale e i 72euro per le sei di acqua frizzante.

Esagerata è sembrata anche la spesa per i singoli piatti: i facoltosi clienti dei quali non è dato sapere l’identità, hanno ordinato due Istanbul steaks ricoperte di foglia d’oro (2.370euro), due Ottoman steaks (1.444euro), due filetti di manzo (1.181euro) e altre 11 bistecche di manzo (1.025euro), proseguendo con cinque porzioni di carpaccio di manzo (314euro), un antipasto di carne cruda affettata sottilissima (295euro), quattro porzioni di patatine fritte (47 euro) e 15 baklava ricoperti d’oro (1.538euro). L’oro, rappresentato con foglie sottili o sottoforma di “condimento”, è una specialità della casa. Giustifica il prezzo delle portate.

Poco meno di trentamila i commenti inoltrati a Sal Bae. «È un conto totalmente folle: sono circa 98 milioni le persone al di sotto della soglia di povertà, qual è lo scopo dietro la pubblicazione di queste cose? Smetterò di seguirti e spero che tutti facciano la stessa cosa: vergognati!», scrivono follower arrabbiatissimi. Qualcuno, davvero contrariato, va giù ancora più duro: «È pura follia: non si tratta nemmeno di buon cibo, questo è solo un prezzo da criminali. Ego allo stato puro!». Questi i primi commenti, tanto per gradire.

pexels-photo-11202308«VERGOGNA!»

Considerando i tempi che attraversiamo, uno fra i tanti commenti è stato decisamente più incisivo: «Non solo è un ristorante costoso, è inavvicinabile per il 99,999% della popolazione: Salt Bae, sei stato davvero insensibile a pubblicarlo».

Sulle pagine di Fanpage, invece, viene a galla il motivo di quella cena così costosa. L’addio alle corse da parte dei piloti di Formula 1 e dei loro più stretti amici, il giorno dell’ultimo Gran Premio svoltosi proprio ad Abu Dhabi, a Sebastian Vettel, leggenda dell’automobilismo. «Quello scontrino pubblicato – riporta Fanpage – è solo spazzatura! Siamo persone normali, non abbiamo ordinato caviale o mangiato con il cucchiaio d’oro: avevamo un menù fisso, alcuni di noi hanno una dieta che richiede particolari accorgimenti, come ovviamente Luis Hamilton, che è vegano».

Tutto è bene quel che finisce bene. Ma tante volte, la foga e il momento concitato al quale si vuole dare giustificazione, fa compiere passi e offese inutili. Non era, infatti, in discussione quello che un pilota di Formula 1 o un altro riccone di passaggio dagli Emirati Arabi, spendesse quanto gli pare per un pranzo o una cena, bensì il buon gusto della discrezione. Ordinare, consumare, chiedere il conto e stop, senza ostentare la propria posizione economica. I nostri vecchi saggi dicevano che quando si mangia, non si parla. Un motivo doveva pur esserci se facevano passare questo insegnamento.