Forza Mia, Colin e Laurent!

Diventeranno ciechi, ma i genitori li portano in giro per il mondo

«Non mostrerò loro un elefante in un libro, ma li condurrò a vedere un vero elefante, per colmare la memoria visiva con le immagini più belle che posso trasferire loro», dice mamma Edith. Rilascia una dichiarazione alla CNN, insieme con il marito Sebastien con il quale ha dato fondo ai risparmi. «Porteremo i piccoli in giro per il mondo sperando che nel frattempo la scienza trovi una soluzione». Anche noi incrociamo le dita con loro

Foto Zazoom

Foto Zazoom

«Ho pensato: “Non le mostrerò un elefante in un libro – ha raccontato la donna alla Cnn –, la porterò a vedere un vero elefante, e colmerò la sua memoria visiva con le immagini migliori e più belle che posso”». E’ uno degli attacchi di un articolo pubblicato dal Corriere della sera e scritto da Alessandro Vinci, un collega che mostra, come pochi, come si fa il mestiere di giornalista. Meglio, di cronista, di un giornalista che prende nota, scrive senza esasperare il lettore per portarlo al pianto: lo fa in punta di penna, certamente non come farebbe certa televisione. Sarebbe sciocco, però, dire che siamo rimasti insensibili alla storia di Mia, Colin e Laurent, tre ragazzi affetti da retinite pigmentosa, l’anticamera del buio totale, la cecità. La mamma, Edith, che nel frattempo, ha assorbito la tripla mazzata, si è lasciata andare in una intervista rilasciata alla CNN, una delle tv americane più importanti e più seguite nel mondo. Le fa bene parlarne, ma ogni volta che racconta la sua storia fa bene alla gente, l’umanità che la circonda. Quella che si accapiglia per una sciocchezza, per una fila al supermercato, per non avere avuto la precedenza alla guida di un’auto. Ecco, Edith ci ha fatto un dono: ci ha aperto gli occhi sul mondo. Un mondo fatto di piccole cose quotidiane, come aprire gli occhi e vedere la luce del giorno, il sorriso di un bambino.

E, allora, Vinci racconta di un lungo viaggio intorno al mondo, che mamma Edith e papà Sebastien stanno compiendo per fare assorbire ai loro tre figli sfortunati quanta più bellezza possibile. “Dolci ricordi di famiglia – riporta il Corriere della sera – da accumulare prima che il buio prenda il sopravvento”. Quando ai coniugi canadesi Edith Lemay e Sebastien Pelletier è stato consigliato di riempire di «ricordi visivi», prosegue il racconto struggente, la loro secondogenita Mia, oggi undici anni, hanno ritenuto che ci fosse un solo modo valido per farlo: partire tutti insieme per un’avventura indimenticabile.

«MOSTRERO’ UN ELEFANTE VERO»

Riprendiamo la frase di apertura. «Ho pensato: “Non le mostrerò un elefante in un libro – spiega Edith alla Cnn – ma la porterò a vedere un vero elefante. E colmerò la sua memoria visiva con le immagini migliori e più belle che posso”».

Alla piccola, che ha iniziato a soffrire di problemi agli occhi già all’età di tre anni, era stata infatti appena diagnosticata una retinite pigmentosa, rara condizione genetica che determina la perdita progressiva della vista fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla cecità totale. E la stessa sorte è poi toccata tre anni fa a due degli altri tre figli della coppia: Colin (7 anni) e Laurent (5 anni), che avevano iniziato a manifestare gli stessi sintomi. Unico a “salvarsi” il secondogenito Leo (9 anni), risparmiato dalla malattia per una mera questione di fortuna. «Non c’è niente che si possa davvero fare», riprende il Corriere riportando l’intervista franca, ma dolorosa della donna, che ha spiegato come purtroppo non esistano ancora una cura né un trattamento efficace per far fronte alla patologia.

«COME PROGREDIRA’?»

«Non sappiamo quanto velocemente progredirà – ha aggiunto – ma ci aspettiamo che Mia, Colin e Laurent diventino completamente ciechi entro la mezza età». Che coraggio, pronunciare una simile frase che a chiunque, e non solo per chi sia genitore, pesa come un macigno. Insomma, dal responso dello specialista in poi, la decisione di Edith e Sebastien nel dare fondo ai propri risparmi e, senza perdere tempo, di partire per un anno insieme ai quattro figli.

Ma, prima di tutto, la lista di desideri. Mia ha espresso il desiderio di andare a cavallo, mentre il piccolo Laurent voleva tanto bere un succo sul dorso di un cammello. Originariamente previsto per il 2020, il viaggio ha così potuto avere inizio dall’aeroporto di Montreal lo scorso marzo, una volta allentatasi l’emergenza Covid. Prima tappa: la Namibia. Poi è stata la volta di Zambia, Tanzania e Turchia. Attualmente i sei si trovano invece in Mongolia, dopodiché sarà la volta dell’Indonesia.

Foto Wikipedia

Foto Wikipedia

ZAMBIA, TANZANIA, TURCHIA…

«Ci stiamo concentrando sui paesaggi – ha spiegato sempre alla Cnn papà Sebastien, parole tradotte e riportate da Alessandro Vinci sul Corriere – ma anche sulla fauna e sulla flora. Abbiamo visto animali incredibili in Africa, ma anche in Turchia e altrove. Stiamo cercando di far vedere ai nostri figli cose che non avrebbero mai visto a casa e di far vivere loro esperienze incredibili».

A dimostrare pubblicamente questo giro del mondo, gli scatti condivisi dalla famiglia sugli account Instagram e Facebook «Le monde plein leurs yeux» («Il mondo riempie i loro occhi»). E non mancano neppure preziose lezioni di vita: «Non importa quanto sarà dura la loro esistenza – ha affermato Edith – ma volevo mostrare loro che sono fortunati anche solo ad avere l’acqua in casa e a essere in grado di andare a scuola ogni giorno con bei libri colorati».

Ancora da definire gli ultimi Paesi da visitare prima del rientro a Montreal. Quel che è certo è che ogni momento verrà assaporato con la massima intensità. Il finale della storia, perché un genitore non si piega mai, nemmeno davanti alla scienza, è una frase di speranza alla quale ci uniamo anche noi. Deve essere così. «Speriamo che la scienza trovi una soluzione – ha dichiarato papà Sebastien – non ci resta che incrociare le dita perché questo possa accadere». Così anche noi incrociamo le dita: forza Mia, Colin e Laurent!

«Le mani in tasca, canto»

Botta e risposta con Riccardo Cocciante

Da “Margherita” a “Io canto”, fino a “La Bella e la Bestia”. E adesso, a settantasei anni, vive la sua quarta età autorale. A Taranto al campo Mazzola, poi al Fusco. Una lunga storia di emozioni, in tv e nei teatri

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

«Taranto, una città bellissima, accogliente: qui c’ero già stato, ma non per qualche giorno; stavolta ho fatto le prove con l’orchestra insieme con il Maestro Leonardo De Amicis, un direttore straordinario senza il quale un concerto per sezione ritmica, quella mia abituale, e l’Orchestra della Magna Grecia, sarebbe stato complicato da realizzare».

Riccardo Cocciante, in città, dopo le prove dei suoni, quello che viene chiamato “sound-check”, incontra la stampa. Disposto a raccontare qualsiasi cosa. Le domande, secche, cominciano proprio dall’accoglienza e da come ha trovato Taranto. E lui, l’artista con più riconoscimenti al mondo per “il musical del secolo”, “La Bella e la bestia”, risponde.

Poi spiega il suo progetto estivo. «Ho grande rispetto, ammirazione per chi riempie gli stadi, ma credo che come gli attori che hanno fatto cinema e tv, un bel giorno sentano il richiamo del teatro, cioè confrontarsi con un pubblico raccolto, vicino, con performance “umane”, tornare al “corpo a corpo” con la gente sia una cosa che molti artisti dovrebbero tornare a fare perché una cosa così dà grande emozione: per scelta, questa estate, ho voluto fare concerti in location mirate, che mi dessero modo di tenere ogni sera un incontro con il pubblico».

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

GIA’ STATO A TARANTO…

Riccardo Cocciante era già stato a Taranto in passato. Due interviste, prima e dopo il concerto. Fine anni Settanta, campo sportivo “Mazzola”; inizio Anni Ottanta, teatro Fusco. Stavolta è tornato sulla Rotonda del Lungomare insieme con l’Orchestra della Magna Grecia. Per l’artista di “Bella senz’anima” ha diretto il Maestro Leonardo De Amicis. L’occasione è la terza edizione del MediTa Festival.

Torniamo a Cocciante. Ce ne sarebbe una terza di intervista, giocata fuori casa, Hotel Sheraton di Bari. Di mezzo un discografico e mille raccomandazioni. Ma anche qui, Cocciante dimostra di essere Cocciante. Non si formalizza. Quando un artista come lui, che ha scritto, tanto per citarne qualcuna, “Margherita”, “Bella senz’anima” e “Poesia”, dice «Sono io che devo ringraziare voi, per il lavoro che fate e lo spazio che mi date», cosa si può aggiungere. E poi, in via di confidenze. Rivisto su Youtube il duetto “Poesia”, un bianco e nero con Ornella Vanoni in uno dei grandi spettacoli serali della Rai, Cocciante rivela.

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

«Una bella storia quella – racconta – che in pochi conoscono: avevamo appena provato, Ornella artista immensa, non aveva avuto bisogno di ripassare quella canzone, “Poesia”; disse di partire con l’orchestra e cantare insieme: a un certo punto – ci troviamo di fronte ad una interprete come poche – mentre canta comincia ad emozionarsi; mi emoziono anch’io, l’abbraccio e continuiamo, io e lei con i lucciconi, presi dalla canzone e da un’atmosfera straordinaria, irripetibile. A fine registrazione, “Riccardo, rifacciamola, mi vergogno, mi sono emozionata come una bambina…”; e io, “Ma no, Ornella, lasciamola così, è di una bellezza senza pari, un’artista come te che ha il coraggio di emozionarsi dove la troviamo?”. La convinsi: avevo ragione, quei quattro minuti sono stati consegnati alla storia proprio per quei momenti di grande emozione».

QUESTIONE DI FEELING

Questione di feeling. «Ecco, ho questa fortuna, stabilisco subito grande empatia, grande sentimento: con Mina, stessa cosa, anche se in studio una canzone puoi rifarla quante volte vuoi; ma con la Tigre – non si scappa – è sempre buona la prima; insieme abbiamo cantato “Questione di feeling” e poi “Amore amore”, due sue grandi interpretazioni».

Campo Mazzola, era il ’79, arrivavano i grandi artisti. Cocciante era uno di questi. Aveva promesso l’intervista prima del concerto e così fu. Nagra in spalla, lo accompagnai con un pugno di domande fino alla scaletta che lo divideva dal palco. Dovetti desistere, un faro si accese sul cantante e sul sottoscritto, che incassò la sua buona dose di fischi, come se il ritardo fosse stato causato dall’intervistatore. Ma andò bene, su quella vecchia audiocassetta tante parole e fischi sul filo di lana.

«Ho sempre amato questo lavoro – ha sempre spiegato Cocciante – ho un grande rapporto con il mio passato, anche se nel tempo ho cambiato abito, per scherzo ho indossato giacca e cravatta: volevo cantare anche con altri toni l’amore assoluto e con Mogol ci stavamo provando. Alla luce del successo, posso dire che il pubblico apprezzò, anche se poi i ragazzi che si erano persi la prima parte della mia produzione nei concerti invocavano “Margherita” e “Bella senz’anima”, una cosa che mi fa sentire fiero, orgoglioso di aver scritto insieme con Marco Luberti pagine straordinarie della canzone non solo italiana, “Quando finisce un amore”, “Poesia”, “L’alba”…».

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

TERZO TEMPO DELLA VITA

L’altra intervista, teatro Fusco nell’82. Dietro le quinte c’è un giovane Luca Barbarossa, apre i concerti di Cocciante, festeggia il suo compleanno, offre da bere, ci scappa il brindisi. Siamo agli sgoccioli dall’inizio del concerto, dentro Barbarossa, applauditissimo con la sua “Roma spogliata”. «Forse è meglio che l’intervista la facciamo a fine concerto». Aggiudicato. Applausi a scena aperta, il bis. “Margherita” cantata a cappella, pubblico ammutolito. Emozioni a catena. «Nelle canzoni c’è tutto il mio stato d’animo, una timidezza quasi paralizzante che chi fa un mestiere come il tuo avverte subito. Lo stesso il pubblico. Da ragazzo urlavo quasi avessi bisogno di farmi ascoltare, come quando cantavo “Bella senz’anima”». Ma “Margherita”. «Ho lo spartito a vista, a casa, sul pianoforte: stropicciato, scarabocchiato, con tutte le correzioni fatte in corso d’opera: quella canzone resta un momento straordinario della mia vita artistica…»

Oggi Cocciante, settantasei anni, dopo una terza giovinezza, quella del musical del secolo, “La Bella e la Bestia” (Bella, Il tempo delle cattedrali), si appresta ad entrare nella terza età cantautorale. E come allora, canta, le mani in tasca canta.

«Duecento euro al mese!»

Yuri, ventitré anni, chef a pochi soldi

«Fino a giugno scorso ho faticato anche ottanta ore a settimana, oggi finalmente ho un altro contratto. Al mio ex datore di lavoro non è andata giù che mi “licenziassi”: mi ha dato del “traditore”, come se lo avessi ferito. Sogno un ristorante tutto mio, ma adesso sotto con antipasti, primi e secondi piatti»

bonus 200 euro foto ansa2-2Ha ventitré anni, ora un contratto decoroso, ma prima di arrivare a tirare un sospiro di sollievo, ha dovuto soffrire. E tanto, perfino a duecento euro al mese, cifra alla quale non vogliamo nemmeno pensare, considerando che alcuni nostri ventenni vantano sui social serate sfrenate a duecento, trecento euro. Fra le sofferenze, oltre ad incassare una mensilità che non sta in cielo, né in terra, ha dovuto sentirsi dare del «traditore». Pensateci bene, il titolare o chi per lui, che lo ha liquidato con l’ultimo “stipendio”, mentre gli consegna quel pugno di euro a fare pure il risentito. Ci vuole coraggio. Certo, mai quanto quello di Yuri.

Ventitré anni, scrive Fanpage.it in una notizia scovata da Gabriella Mazzeo, Yuri sarebbe «uno dei giovani che non vogliono lavorare» secondo imprenditori accorsati che non perdono occasione di dare addosso ai ragazzi, dicendo loro che non sanno sacrificarsi.

Al netto dei suoi annetti, chef in un ristorante di lusso, in Veneto, Yuri pare che qualche sacrificio lo abbia fatto. Sui social ha raccontato la sua pessima esperienza nelle cucine di un locale rinomato nel quale si pagano “coperti” e conti salati .

«MI SONO FATTO FORZA…»

«Per i primi quattro mesi – ha spiegato Yuri su un social – ho deciso di accettare un contratto ridicolo: 16 ore part-time, nonostante il mio monte ore settimanale si aggirasse intorno alle 80». Imbarazzante.

«Ho stretto i denti, mi sono fatto prendere dalla novità: il posto mi piaceva e, alla fine, ho acconsentito anche alle condizioni del titolare». Condizioni che, evidentemente, non sono migliorate in seguito. Da gennaio a giugno di quest’anno, a Yuri il titolare riconosce 100, 200 euro al mese. Da non crederci. E invece.

«Una situazione inaccettabile – scrive Fanpage.it – nel frattempo la stessa passione che mi ha accecato per sei mesi senza una busta paga, mi ha portato a cercare lavoro altrove. Provate a immaginare la faccia del titolare quando gli ho detto che me ne sarei andato via: mi ha risposto che “si sentiva tradito, preso per i fondelli e che i giovani sono inaffidabili”».

Progetto-di-una-cucina-per-ristorante_render-di-internoSI CHIUDE UNA PORTA…

Si chiude una porta, si apre – per fortuna – un portone. «Finalmente ho un contratto che viene rispettato – spiega Yuri – e uno stipendio decoroso, ma non posso dimenticare la brutta esperienza appena conclusa».

Secondo quanto raccontato dal giovane, il titolare del locale aveva promesso un’assunzione a tempo pieno dopo i primi mesi di prova. «Ha detto che avrebbe pagato interamente il mio lavoro: io ero lo chef, mi affidava l’intera cucina, ma avevo l’impressione che si approfittasse di me. A giugno, invece di stabilizzare la mia posizione, mi ha proposto un contratto “a chiamata”: a quel punto ho deciso che era finita».

Yuri, che adesso ha un lavoro decoroso e uno stipendio dignitoso, sogna di aprire un ristorante dove insegnare l’arte della cucina. Forza Yuri!

ADDIO ALL’ULTIMO GENTLEMAN

Enzo Garinei, scomparso a novantasei anni, una vita dedicata al “tavolaccio”

«Amo questa terra, gli occhi delle donne del Sud», ci aveva confessato anni fa in una lunga intervista rilasciata a “Costruiamo” dal grande attore romano, una statura umana straordinaria. «Palcoscenico, cinema e tv: Pietro, mio fratello, e Sandro Giovannini, star del “Sistina” e delle commedie musicali. Gino Bramieri, un grande. Totò e le due anime, attore e principe». Non aveva paura dell’età. «Vivo alla giornata, penso a Peppino, Fabrizi, Taranto, Modugno e Manfredi che “lassù” stanno allestendo lo spettacolo più bello del mondo».

Claudio Frascella

E’ scomparso Enzo Garinei, uno dei volti più noti dello spettacolo. Aveva novantasei anni, mi piace immaginare che non ne avvertisse il peso. L’ultima volta che lo avevo sentito, due anni fa, mi aveva dato questa impressione. Benedico la tecnologia moderna. Quando mi permettevo di indirizzargli un augurio, come nel caso della sua ultima grande interpretazione, la voce di Dio fuori campo in “Aggiungi un posto a tavola”, spesso inconsapevolmente mi richiamava. Questione di tastini, che non finirò mai di ringraziare. Sentire la sua voce, soprattutto il suo tono era musica per chiunque amasse lo spettacolo. «Mi scusi, mi è scappata la telefonata: giacché ci sono, glielo dico a voce: grazie, grazie, grazie, tre volte grazie per i suoi messaggi di stima, mi riempiono il cuore di gioia». Quell’inatteso colloquio aveva avuto il potere di illuminarmi la giornata, e si scusava anche, pensavo. Un inimitabile gentleman sul palco e nella vita. L’ultimo incontro risale a un po’ di anni fa. Lo avevo conosciuto nel foyer dell’Orfeo, durante una conferenza stampa. Nell’occasione lo avevo invitato a raggiungermi a Publiradio, l’emittente che dirigevo, per parlare in diretta di qualsiasi cosa avesse fatto. Raggiunse il piazzale Bestat in taxi. Diciannovesimo piano, fu accolto dai sorrisi di Paolo D’Andria e Gisberto Nicoletti, radiofonici di lungo corso. Questo, per dire, che la sua infinita attività aveva avuto il potere di affascinare generazioni.

SIGNORI SI NASCE…

Novantasei anni e non sentirli, mi piace ancora immaginare. Settanta e più spesi sulle tavole dei palcoscenici italiani. Tra un impegno e l’altro: il cinema, i film con Totò, poi Sordi, Celentano, Pozzetto, Tomas Milian, Bud Spencer e Terence Hill; la rivista e le commedie brillanti; la tv con Bramieri e Vianello. Spalla ideale, generoso comprimario, fratello di Pietro, della Premiata ditta “Garinei e Giovannini”, come dire la commedia musicale italiana (Rinaldo in campo, Rugantino, Aggiungi un posto a tavola). Enzo Garinei era uno che amava il teatro e questo angolo d’Italia.

«Il teatro è galantuomo», attaccò l’ultima volta che ci sentimmo per sbaglio, parlando del lavoro che tanto gli aveva dato in fatto di soddisfazioni professionali. Affascinato dalla Puglia, confessava che il lavoro, complicato dal covid da oltre un anno, «è stato sempre ripagato dall’affetto del pubblico». Anche doppiatore, tono riconoscibile e familiare, è stato la voce fuori campo (“Dio”) nell’ultima edizione di “Aggiungi un posto a tavola”. Così, approfittai e gli chiesi un’intervista per “Costruiamo Insieme”, la cooperativa che sul suo sito dà spazio a storie straordinarie, da qualsiasi punto queste si leggano. E se la storia di Enzo Garinei non è straordinaria…

Di episodi, anche legati al nostro territorio me ne aveva raccontato più di uno. «Brindisi, aeroporto. Quella sera in scena a Casarano, non sapevamo come risolvere il problema di spostamento: telefono in albergo, al “Silver”, per chiedere informazioni. Risponde un signore gentile, che mi rassicura in un attimo. In aeroporto, poco dopo, arriva un’auto. A bordo del mezzo, proprio l’uomo della reception, che aveva appena staccato dal lavoro. Dunque, nessun taxi da chiamare, accompagna personalmente in albergo me e i miei colleghi. Non c’è alcun verso di fermarsi in una stazione di servizio perché io possa ricambiare un gesto così gentile, non so con un “pieno”».

Un bel gesto. «Non finisce qui, all’indomani lo stesso signore ci riaccompagna in aeroporto. Cosa volete che vi dica: benedico questo lavoro, la gente che va a teatro, che quasi come un debito di riconoscenza compie gesti così affettuosi. “Il nostro è solo un modo per ricambiare quanto ha fatto e farà per noi”, mi dicono spesso, e io vado fiero di tutto questo».

A SPASSO PER TARANTO

Garinei, ama passeggiare per le strade delle nostre città. «In provincia ci sto da dio; se il teatro non è molto distante dall’albergo in cui alloggio, esco e faccio lunghe passeggiate: amo guardare le vetrine, entrare in un bar, fare colazione e scambiare due chiacchiere con la gente; poi gli occhi delle donne di qui non li trovi tanto facilmente in giro: esprimono bellezza e solarità».

Attaccare con un argomento è un’impresa. Da dove cominciare? Proviamo con Totò. «Il mio debutto nel cinema risale a “Totò le Moko”, poi tanti altri film. Ho interpretato anche una gag che molti ricorderanno in “Totò cerca moglie”: io con la mia fidanzata e i suoi genitori, praticamente miopi, tutti con occhiali e lenti spesse. Quando Totò partiva con le sue proverbiali improvvisazioni le risate scappavano anche durante le riprese, già un primo segnale di quello che sarebbe diventato un film di successo. Una grande scuola la sua. Con Totò dovevi stare sempre in campana, ti rovesciava un copione come un guanto e dovevi seguirlo con mestiere».

Totò e il Principe de Curtis, dicono che fossero diversi. «Grande attore sulla scena, uomo riservato nel privato, lontano da pettegolezzi quando appendeva al chiodo bombetta e marsina. Un esempio su tutti: non si è mai saputo per chi avesse scritto “Malafemmena”, se per sedurre Silvana Pampanini o per perdonare la moglie Franca Faldini per la sofferenza che gli aveva provocato prima di cedere alla sua corte spietata. A Cinecittà, accompagnato dal suo autista, non appena metteva piede sul set e indossava gli abiti di scena, Totò diventava un altro: si trasformava nel grande attore comico che tutti conosciamo. Parlo al presente, perché Totò vive nelle cose che ha fatto».

Direttore artistico del “Sistina”, a Roma, nella capitale aveva aperto una scuola di recitazione (“Ribalte”). «Un tempo arrivavano folate di ragazzi e ragazze. Mi auguro tornino a credere nel teatro, perché è da lì che parte tutto. I miei ragazzi me li trovo ovunque, sono cresciuti professionalmente, diventati star del teatro e della tv. Quando li incontro faccio loro sempre la stessa raccomandazione: se fate la tv ma amate il teatro, dovete decidervi, il contatto con il pubblico è fondamentale: tornate a misurarvi con “il tavolaccio”».

VECCHIA GUARDIA

Quando i giornalisti pongono più o meno le stesse domande. «Penso di essere uno dei superstiti di una vecchia guardia. Capisco il lavoro dei cronisti. Ripeto spesso, e lo dico sinceramente, non ho paura della morte: tanti colleghi mi hanno solo preceduto. Gli stessi Pietro Garinei, mio fratello, e Sandro Giovannini, il mio grande amico Gino Bramieri. Penso a Totò e Peppino, Fabrizi e Taranto, Modugno e Manfredi. Penso che “lassù” stanno allestendo lo spettacolo più bello del mondo. Per quanto mi riguarda, faccio programmi a scadenza solo per il giorno dopo, per il domani; il dopodomani lo vedo già un po’ più distante».

Gino Bramieri. «Gino, un fratello. Grandissimo attore, uomo di enorme statura. L’ho assistito nel suo ultimo tratto di vita, nel ’96, con la morte nel cuore: il Premio alla carriera a lui intitolato, consegnatomi a Taranto dal direttore artistico Renato Forte, è uno dei riconoscimenti che conservo con maggiore affetto. Di premi ne ho vinti, molto importanti anche, ma Gino… Gino è una cosa difficile da spiegare».

A lui lo univa e lo divideva la passione per il calcio. «Lui tifoso dell’Inter, io della Lazio. Ricordo nel ’64 lo spareggio Bologna-Inter per lo scudetto. Andammo all’Olimpico insieme: io, lui e Pietro, mio fratello. Purtroppo per lui, vinse il Bologna 2-0. Io, non la davo a vedere, ma tifavo più che per il Bologna, per Fulvio Bernardini, allenatore dei rossoblù, ma romano come me. Bernardini era stato calciatore della Roma, ma nel passato anche della “mia” Lazio. Alla sconfitta Gino reagì lanciandomi un’occhiataccia, come a dire: “anche tu…”».

Una delle ultime commedie portate in scena a teatro, “Facciamo l’amore” di Arthur Miller. Compagni di viaggio, fra gli altri, Gianluca Guidi e Lorenza Mario. «Non lo dico per piaggeria: sono stati splendidi. Fra le proposte che mi sono piovute addosso generosamente, con un pizzico di sano egoismo ho sempre scelto la più indicata per me: il lavoro, lo spessore del personaggio, ma soprattutto loro, i miei compagni di viaggio. Guidi è un attore brillante, un regista sapiente e generoso, la Mario una showgirl completa. Quella commedia si apriva con un mio lungo monologo, che mi aveva dato grandi soddisfazioni. Ma, attenzione, non sono un monologhista, amo il botta e risposta, il dialogo serrato, incalzare e attendere. Spalla si nasce e io, modestamente, lo nacqui…».

«Fischio al razzismo»

Mustapha, primo arbitro nero in Terza e Seconda categoria

«Nel calcio non ero nemmeno una promessa, allora ho pensato di seguire un corso online». Storia di un ragazzo gambiano, arrestato in Libia e fuggito su una imbarcazione per trasferirsi in Italia. «Ho trovato accoglienza, un lavoro da elettrauto e i consigli di amici che mi hanno spinto a provare ad essere io a far rispettare le regole». «Sogno Serie A, Champion’s, Coppa d’Africa e conoscere Koulibaly»

Foto Oggi.it

Foto Oggi.it

Il calcio italiano ha il primo arbitro migrante. Si chiama Mustapha, origini gambiane. La sua storia, come tante, comincia con una fuga dalla disperazione. La gioia di aver trovato, forse, un po’ di serenità, quando invece si risveglia da un sogno per ritrovarsi a lungo recluso in una prigione in Libia, con un solo pasto al giorno, quando i suoi carcerieri se ne ricordano. Mustapha ha visto uomini e donne morire sotto ai suoi occhi durante il viaggio della speranza. Spesso, nella fuga, Mustapha pensava che uno di quei corpi dispersi nel mare o abbattuti sotto ai suoi occhi, con colpi di arma da fuoco, potesse essere il suo.

Da ragazzino coltiva la passione per il calcio. «Mi piaceva prendere il pallone a calci – racconta – come tanti miei coetanei, ma non ero quello che si dice un profilo in prospettiva: gli altri si impegnavano, quasi su quel perimetro improvvisato, dovesse cominciare il nostro riscatto di chi ha sofferto a lungo; io me la cavavo, ma non sarei mai diventato un campione come, per esempio, Barrow, uno degli elementi di punta del Bologna, che ho conosciuto, oppure Koulibaly: sogno di arbitrare una loro gara, anche se parto da lontano; la serie A è un miraggio, figurarsi la Champions – considerando Koulibaly in Europa con il Chelsea – però sognare non costa niente».

RISCATTO SOCIALE

Il calcio, lo sport più popolare al mondo, viene visto come strumento di riscatto sociale. Uno su mille, quando va bene, ce la fa, prova a salire i gradini del riscatto sociale. Specie quando sei all’estero, sei stato accolto come migrante e, nel caso di Mustapha, dimostri che vuoi essere “uno di qua”, un italiano, accettando le regole entrando in punta di piedi e di fischietto nella società che lo ha accolto.

Di lui nei giorni scorsi ne ha scritto Ciro Troise, che per il Corriere del Mezzogiorno ha mostrato grande fiuto. Un articolo ripreso dalla Gazzetta dello sport (stesso gruppo editoriale), ma anche dalle agenzie. La storia di Mustapha sembra sotto gli occhi di tutti, ma la differenza la fa il cronista che ci si tuffa, entra con tatto nella vita di un ragazzo che ha sofferto le pene dell’inferno nell’attraversare il Mediterraneo. E riesce a farsi raccontare una storia con pochi sorrisi e tanti momenti drammatici.

Mustapha Jawara, dunque, è il primo arbitro di calcio migrante d’Italia. Non sono in molti ad intraprendere la carriera di arbitro, intanto perché è una figura odiata, capro espiatorio di tifosi e calciatori che quando vedono soccombere la squadra per cui tifano o giocano, provano a scaricare le colpe sull’arbitro. E Mustapha non è solo un arbitro, è un nero, dunque uno dei bersagli preferiti da quanti, ignoranti, non trovano di meglio che sfogarsi contro un direttore di gara.

Foto Gazzetta.it

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GAMBIA, LIBIA, ITALIA…

Mustapha è arrivato dal Gambia su un barcone affollato in uno dei tanti viaggi della speranza, dove il confine tra la morte e il sogno di dare una svolta alla propria vita è molto sottile. «Conservo nella mente e nel cuore quel viaggio: ho attraversato tante difficoltà, ho visto amici morire davanti ai miei occhi e vi assicuro che fa molto male. Due anni e mezzo! Tanto ci ho messo per raggiungere l’Italia dopo la fuga dalla Libia, Paese nel quale sono stato arrestato, ancora non so per quale motivo. Ci picchiavano di santa ragione, senza motivo, ci davano da mangiare una sola volta al giorno; non era solo un esercizio di sopravvivenza, ma anche di preghiera: mi rivolgevo al Cielo perché raccogliesse le mie suppliche affinché quella prigione fatta di stenti e torture finisse, prima o poi…».

Una volta in Italia, Mustapha arriva a Mondragone, provincia di Caserta; poi Polla, nel Cilento, la sua seconda terra. Nel suo paese, il Gambia, Mustapha aveva coltivato la passione per il lavoro da elettricista. E proprio a Polla Mustapha trova lavoro in un’azienda di ricambi auto. Ma, attenzione, anche la vita, come l’arbitraggio, ha delle regole: prima il dovere, poi il piacere perché l’arbitraggio deve essere visto e interpretato come una passione. Così quel ragazzo gambiano si allena dopo il lavoro, si applica come un matto: a settembre vuole essere in campo per la sua seconda stagione da direttore di gara. Il debutto, non lo dimenticherà tanto facilmente, è avvenuto lo scorso novembre in un torneo Under 15, per proseguire con Under 17 fino alle gare di Terza categoria e Seconda categoria. Lì cominciano i dolori, intesi come paure. In queste categorie trovi ragazzi svegli, anche troppo, sanno come si sta in campo e come ci si avvantaggia con astuzia, compiendo falli sugli avversari e invocando calci di rigore talvolta inesistenti.

Foto Sky

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«CHE ANSIA LA PRIMA VOLTA!»

Ma Mustapha apre gli occhi. Il debutto in Terza. «Non nascondo di avere avuto un po’ d’ansia, soprattutto nel primo tempo, poi poco per volta mi sono rilassato. Ho provato la strada del calcio giocato, ma sinceramente non era per me: fra le mie conoscenze, Barrow del Bologna, un ragazzo che si è fatto apprezzare e rispettare in serie A». La scelta dell’arbitraggio. «Riconosco questa passione sbocciata in un lampo, a Massimo Manzolillo, della sezione di Sala Consilina. Poco prima del lockdown decisi di seguire online un corso per arbitri, superandolo a pieni voti».

Un desiderio che ha coltivato fino a qualche settimana fa. «Avrei voluto conoscere Koulibaly, anche se non dispero: è andato al Chelsea, magari lo incontro in Champion’s o in Coppa d’Africa. Due sogni: arbitrare Napoli-Juventus e la finale di Coppa d’Africa. C’è una cosa che ho imparato in Italia: sognare non costa niente. Coronare questo sogno, tornare da direttore di gara nel mio Continente, riabbracciare i miei cari e i miei amici che mi potrebbero rivedere non in veste di calciatore, ma da arbitro, il direttore di gara che fa rispettare le regole. Ecco, questa è una cosa che mi ha fatto subito innamorare dell’Italia: il rispetto delle regole, nel campo di calcio e nella vita. Comportati bene e sarai rispettato, come lavoratore e come arbitro».

Ciao, Vittorio

Il nostro ricordo di De Scalzi, leader dei New Trolls

«Abbiamo molte similitudini con la vostra città: il mare, il porto mercantile, perfino il siderurgico…», diceva. «Non ricordo altri abbracci così appassionati nei confronti miei e dei miei vecchi compagni. Dobbiamo tanto al grande Luis Bacalov e, oggi, all’Orchestra della Magna Grecia che mi ha invitato a ricordare un compositore immenso». Concerti all’Alfieri e in un teatro-tenda in viale Magna Grecia. Gli ultimi “sold out” all’Orfeo e all’Arena Villa Peripato

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

di Claudio Frascella

Addio a Vittorio De Scalzi, scomparso domenica scorsa a settantadue anni. La cooperativa “Costruiamo Insieme” non dimentica. Il suo sorriso, il suo abbraccio, l’accoglienza di quattro nostri ragazzi che si videro proiettati in un teatro, l’Orfeo di Taranto, nella celebrazione di due miti insieme: Luis Bacalov, direttore principale dell’orchestra della Magna Grecia per dodici anni, uno dei più grandi compositori ed arrangiatori, Premio Oscar per la colonna sonora del film “Il Postino”.

Entusiasti di assistere a spettacoli teatrali, quando si è trattato di applaudire vere star della musica leggera e del rock, i “nostri” si sono spellati le mani tanto era l’entusiasmo nell’assistere al “Concerto Grosso” dei New Trolls portato in scena dall’Orchestra della Magna Grecia in una delle Stagioni orchestrali di successo. Era andata talmente bene quell’esperienza, che il direttore artistico dell’ICO, il Maestro Piero Romano, invitò daccapo il gruppo musicale di Vittorio De Scalzi, fra i protagonisti del cartellone Magna Grecia Festival promosso dal Comune di Taranto insieme con l’assessorato a Cultura e Sport.

Ci sono artisti che si legano, più di altri, a una città. Per mille motivi. Per affinità, magari perché le sue radici le ha affondate in una città portuale. Poi, come Taranto, negli Anni Sessanta aveva ospitato un siderurgico, l’allora Italsider, che nella Città dei Due mari, era di casa, così Genova, città di De Scalzi, aveva fatto altrettanto con “lo stabilimento”.

Capitano di una squadra di lungo corso, Vittorio De Scalzi, come dire “la storia dei New Trolls”, è stato più volte a Taranto: perché, ci spiegò, quando ami lo fai a tempo pieno. In una rassegna l’occasione era stata la celebrazione di un grande della musica italiana, Luis Enriquez Bacalov, Oscar per la colonna sonora dell’ultimo Massimo Troisi, “Il Postino”. Bacalov su invito del direttore artistico dell’Orchestra della Magna Grecia, Romano, aveva rivestito per dodici anni il ruolo di direttore principale dell’ICO, tanto da volersi perfino trasferire a Taranto.

Gli piaceva la Città vecchia. Quando passeggiava nell’Isola, Bacalov segnava spesso il passo. Si fermava, alzava il capo, fissava porte e portoni, alla ricerca di uno di quei cartelli con su scritto “Vendesi”. Voleva comprare casa in Città vecchia.

Foto Aurelio Castellaneta

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NEW TROLLS, «GRAZIE»

Bacalov, fra i tanti meriti, aveva avuto anche quello di aver rivestito di musica barocca un gruppo musicale che già tanto aveva dato alla musica leggera italiana a partire dalla metà degli Anni Sessanta, fino ai primi Settanta: i New Trolls. Genovesi, come De André, che per loro aveva scritto i testi di “Senza orario senza bandiera”, album-debutto; come Gino Paoli, nato a Gorizia, ma genovese da sempre; come Luigi Tenco, uno dei cantautori più amati di quei tempi e prematuramente scomparso; come Paolo Villaggio, impiegato in una ditta dell’indotto-Italsider di Genova, che aveva costruito “Fantozzi”, il suo personaggio più famoso.

Bacalov e i New Trolls, mai divisi. «Io e i miei compagni di un tempo dobbiamo molto a Bacalov – ci aveva ricordato Vittorio De Scalzi, che cantava e suonava piano e flauto – era stato lui ad avere la geniale intuizione nell’arrangiare “Concerto grosso”, mescolando la musica barocca, quella seria, al rock progressivo: un milione di copie vendute! Con i New Trolls realizzammo un secondo album, ci difendevamo più che bene dagli attacchi della musica pop che incalzava a suon di 45 giri».

Prima il rock, poi il pop. «Prima della svolta collaborammo in studio e in tour con Ornella Vanoni, ai tempi di “Io dentro, Io fuori”: era il 1977, suonammo anche a Taranto». Teatro Alfieri, la Vanoni ebbe un enorme successo. Anche i New Trolls, all’epoca, avevano un loro appeal. «Fra il primo e il secondo spettacolo, durante una passeggiata in centro, cos’era via D’Aquino?, bene, fummo letteralmente assaliti da uno stuolo di fans: con uno slancio di affetto mai visto bloccarono perfino il traffico. Al pop arrivammo immediatamente dopo – proseguì De Scalzi – obbligati dalla bella vita che ci aveva riservato la popolarità di “Concerto grosso”; pensate come eravamo matti: avevamo guadagnato così tanto da montarci la testa, viaggiavamo su “Ferrari” e “Maserati”, difficile rinunciare a certi capricci; avevamo belle voci, ci facemmo due conti, così incidemmo “Aldebaran” e “New Trolls”, l’album della barchetta, e canzoni come “Quella carezza della sera” e “Che idea” che spopolarono».

Foto Aurelio Castellaneta

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TARANTINI CHE PASSIONE!

Se ne accorsero anche i tarantini. «Per merito loro finimmo sul New York Times: era il 1979, eravamo da mesi in classifica. Gli organizzatori del nostro concerto a Taranto, affittarono il teatro-tenda di Nando Orfei che per l’occasione sospese gli spettacoli del suo circo: purtroppo gli operai impegnati quel giorno, pochi in realtà, montarono il palco in ritardo, così invece di due spettacoli fummo costretti a farne uno solo, a tarda sera. La gente rimasta fuori, con in mano il biglietto, era infuriata, la polizia faceva quello che poteva, quando Orfei ordinò ai suoi collaboratori di fare uscire gli elefanti: quei bestioni schierati all’ingresso scoraggiarono la gente e tutto rientrò».

Lo spettacolo andò in scena. «Facemmo un solo concerto, gente seduta sui gradini e appesa ovunque, dai pali ai tiranti del teatro-tenda; le agenzie di stampa ripresero la notizia pubblicata su un giornale locale (Corriere del giorno, ndr) e finimmo dritti su quotidiani e riviste musicali di tutto il mondo: “Nemmeno gli elefanti del Circo Orfei fermano i fans dei New Trolls!”, titolò il giornale: bella pubblicità. Ripensandoci, ci andò di lusso che non ci scappò il ferito. Taranto, però, la ricorderemo anche per i concerti al teatro Alfieri a metà Anni Settanta e al Tursport, momenti indimenticabili. Come indimenticabile, per i New Trolls, è stato Luis Bacalov al quale riconosceremo sempre buona parte del nostro successo». Nemmeno a dirlo, dopo un “sold out” invernale al teatro Orfeo, idem in estate nell’Arena Peripato. Ciao, Vittorio.

«Ricomincio da me…»

Andrew e Federica, si licenziano per dedicare più tempo a se stessi

Uno il più alto dirigente di un fondo d’investimento, l’altra una giornalista del Tg1. «Volo in Australia, a godermi la famiglia e le spiagge infinite del mio Paese», dice lui. «Una scelta laboriosa, ma ora non ho più alcun tipo di pressione, produco abiti: sono passata dalla “prima serata” e dalle rubriche dei motori al mercatino: felicissima». Storie da Messaggero e Fanpage

Foto Youtube

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Un Ceo, Chief executive officer, in pratica un dirigente con gli stessi poteri dell’Amministratore delegato, e una giornalista del TG1, si licenziano per vivere nella massima serenità il resto della vita.

E’ la scelta di Andrew Formica, cinquantuno anni, e Federica Balestrieri, quarantasette. Ceo il primo, giornalista la seconda. Scelta coraggiosa in un momento in cui non c’è più la certezza e la solidità nei posti di lavoro. Coraggiosa fino a un certo punto dirà qualcuno, considerando che i due soggetti in questione prima di prendere la decisione della loro vita, ci hanno pensato e ripensato, prima di mollare tutto e dedicarsi a se stessi, alla propria famiglia.

Le storie di Andrew e Federica, le hanno raccontate in questi giorni due organi d’informazione. Uno più tradizionale, il Messaggero (Andrew), l’altro meno formale, brillante, con un seguito importante quanto il quotidiano romano, Fanpage.it (Federica).

Andrew, cinquantuno anni, padre di quattro figli si dimetterà dal suo incarico di una società milionaria per volare in Australia. Motivo lampante: «Voglio stare in spiaggia senza fare nulla». Dunque, da massimo dirigente di uno dei più importanti fondi di investimento britannici, Jupiter and Management, a “disoccupato felice” su una spiaggia nella sua nativa Australia.

Foto Sky

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«MI GODO SPIAGGIA E MARE»

«Voglio solo sedermi in spiaggia e non fare niente; non sto pensando a nient’altro», ha spiegato alla stampa inglese. Si dimetterà a ottobre dopo meno di quattro anni di mandato da massimo dirigente di un fondo di investimento che gestisce qualcosa come sessantacinque miliardi di sterline in risparmi. Un ruolo, il suo, per ricoprire il quale ha guadagnato oltre cinque milioni di sterline.

Insomma, Andrew ha deciso che è il momento di cambiare vita, fare le valigie e godersi al massimo la vita familiare e le spiagge del suo paese d’origine, l’Australia. “A spingermi in questa decisione – ha spiegato il Ceo dimissionario – sono stati soprattutto motivi familiari e la volontà di stare accanto ai miei genitori anziani».

Al corrente sulla sua decisione, l’azienda. «Formica – ha commentato l’azienda – è sempre stato molto chiaro con il Consiglio di amministrazione sul fatto che i suoi piani a lungo termine avrebbero comportato il trasferimento nella sua nativa Australia con la sua famiglia: ha sentito che era il momento il momento giusto per cedere la guida dell’azienda e noi abbiamo preso atto della sua decisione».

Di altro tenore, anche se riconducibile alla voglia di godersi la vita non alla Terza età, ma ancora prima. Quando cioè è possibile dedicarsi del tempo al netto dello stress che un lavoro quotidiano e sotto pressione, come quello di giornalista del Tg1, può provocare. Federica aveva quarantasette anni – ha scritto Fanpage.it – quando ha deciso di licenziarsi dalla Rai dopo ventitré anni di servizio. Oggi ha cambiato completamente vita e nell’intervista rilasciata uno dei siti più cliccati in assoluto, confessa di non essersi pentita della sua scelta.

Foto Motorsport

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«DA UN SOGNO ALL’ALTRO»

«Ho avuto l’opportunità di fare il lavoro che sognavo, la giornalista sportiva – spiega Federica – dunque raccontavo la Formula 1, poi per sette anni ho condotto “Pole Position”, programma di punta della Rai sui motori; ho conosciuto tantissime persone e mondi differenti. Ero diventata popolare, mi chiamavano “la donna dei motori”, poi, ho scelto di andare al TG1, ho curato rubriche di moda, mi sono occupata degli speciali».

Cos’è cambiato. «A un certo punto – spiega – ho capito che avevo fatto tutto quello che avrei potuto fare in Rai. Ho pianto notti intere, un travaglio psicologico enorme. Sentivo che se fossi rimasta ancora, avrei perso tempo prezioso: c’era troppo mondo da vedere, troppe cose da fare, mi sentivo legata a un posto fisso, a impegni fissi, a un capo che mi diceva cosa dovevo fare, così ho detto basta e mi sono licenziata».

Era una scelta senza ritorno. «Essere libera, rilassata, non più schiava del lavoro, così mi sono detta: rinuncio a tanti soldi ma acquisto un’autonomia per me fondamentale per essere serena, altrimenti la sensazione è quella degli schiavi, magari di lusso perché guadagni tanto: ma che te ne fai dei soldi, se non hai tempo per spenderli e sei sempre stressato?».

Inizialmente Federica si è dedicata al volontariato, successivamente nel corso di un viaggio in India ha trovato la sua strada. «Avevo una vaga idea di produrre qualcosa – racconta – Ho comprato dei tessuti, li ho portati da un sarto e abbiamo fatto un pantalone, una gonna, una giacca e un vestito: quattro capi, moltiplicati per cinquanta pezzi in tutto. Tornata in Italia, ho invitato delle amiche e li ho venduti in un pomeriggio. Ho capito che piacevano e da lì ho dato il via alla mia attività, navigando a vista giorno per giorno, vendendo capi nei mercatini, poi è arrivato l’e-commerce. Mi capita di essere stanca, ma lo stress, la negatività, l’ansia che un lavoro si porta dietro, non ci sono più».

«Grazie al mio angelo custode»

Sonia, viva per miracolo alla sciagura della Marmolada

«Avevo visto il ghiacciaio malmesso», ha dichiarato alla stampa, ma nulla faceva presagire che potesse venire giù e mietere vittime. «Dovevo andarci, ero stata in escursione il giorno prima, poi all’ultimo momento ho rinunciato». Infine, «non voglio aggiungere altro, devo solo ringraziare la buona stella che mi ha trattenuto “quaggiù”»

«E chi ti dice sia una sfortuna?». Soleva dirlo il grande Eduardo De Filippo, uno dei più grandi del nostro teatro, filosofo e anche drammaturgo, specie nel periodo in cui cominciò ad osservare “le voci di dentro”, insieme con Luigi Pirandello con il quale si confronterà spesso nella seconda parte della sua attività autorale. «Mi sarebbe tanto piaciuto seguire il gruppo nell’escursione sulla Marmolada, accidenti!», potrebbe essere stata una delle frasi di disappunto di qualcuno che avrebbe voluto seguire quella cordata superiore alla decina di persone. Invece, eduardianamente: «E chi ti dice sia una sfortuna?».

E’ andata così. Al momento di scrivere, sono nove le vittime certe (poche ore fa rinvenuti i resti di due altri escursionisti) della spedizione sulla Marmolada che ha tinto la neve di rosso-sangue. Il distacco di un ghiacciaio precipitato verso valle con spinta e potenza esagerate, ha provocato numerose vittime. In questi giorni, si confortano i parenti delle vittime, si prova a capire come possa essere accaduta una sciagura simile, se non ci fossero stati nel frattempo segnali che lasciavano intuire che prendere quella strada che portava alla morte, poteva essere molto rischioso.

PERICOLO SOSPESO NEL VUOTO

Qualcuno non era un professionista, fra loro c’erano guide di grande esperienza. Dunque, togliamoci di mente la domanda che da giorni rimbalza da un giornale all’altro, da un tg a un radiogiornale: inesperti sì, ma sprovveduti nemmeno a parlarne. Dunque, una donna, viva per miracolo, Sonia Bonizzi, in questi giorni ha raccontato alla stampa, dal mattino al Messaggero, proseguendo con Vanity Fair, la sua storia. Viva per miracolo, sì. Avesse anche lontanamente intuito il pericolo, Sonia avrebbe scoraggiato i compagni. Quel ghiacciaio, appena ripercorso con la memoria ha sicuramente qualcosa di inquietante, ma non tale da lasciar presagire un pericolo mortale.

Dunque, Sonia. Non ha ringraziato buon senso o fortuna, come ha riportato Il Mattino. La donna ha chiamato in causa la propria buona stella, per la scelta di non salire in Marmolada domenica mattina. Ha fatto un post pubblicato sul proprio profilo Facebook, nella stessa serata di domenica. «Oggi devo ringraziare il mio angelo custode», il testo pubblicato sul social media. Sonia ha subito scritto anche ai molti che le chiedevano informazioni e poi alle telefonate dei giornalisti, fra queste quella di Maurizio Ferin.

ERANO QUASI LE NOVE…

«Ieri mattina ero proprio lì sotto, poco prima delle 9. È da tanto che voglio salire in Marmolada – ha risposto Sonia – Affronto spesso queste montagne, sabato ero andata sul Sassongher, quasi a quota 2700 metri, una vetta delle Dolomiti di Gardena, sopra Corvara».

E invece. «Già dal parcheggio, ad Alba di Canazei, si notavano le condizioni del ghiaccio. Un ghiaccio come mai si era visto prima. Non almeno in questa parte dell’anno: di solito appare così a fine stagione». Altra riflessione resa al cronista del quotidiano napoletano. «Guardando in alto, anche dopo la tragedia, la parte destra sembra poter venir giù. Infatti hanno chiuso tutto. Lo scorcio che si vede, in cima, è impressionante».

Poi i primi agghiaccianti segnali. «Attorno alle 13.30, le 14, ho visto gli elicotteri: in quel momento ho pensato che potesse essere accaduto qualcosa di veramente brutto. Raggiunto il Rifugio Ciampac, le prime dolorose certezze: ci è stato chiesto se avevamo sentito cos’era accaduto». Ed è stato in quel momento che il pensiero è andato all’“angelo custode”, le fa notare il collega. «Frequento questi luoghi da anni. Non posso che ripetere quanto scritto su Facebook, non mi va di parlarne troppo: posso solo ringraziare il mio angelo custode».

«Non chiamatemi eroe!»

Lorenzo, poche parole e una storia breve e “lunga” da raccontare

Ha salvato la vita a una piccola precipitata nel vuoto afferrandola al volo. Lui era lì, di passaggio quando si è accorto che la bimba si stava lanciando nel vuoto. Colpa (e merito) di un tablet che si schianta al suolo. Il ventottenne trevigiano viene attirato da quell’oggetto, alza gli occhi al cielo, stende le braccia e…

«Eroe io? Ma non scherziamo, ho solo fatto solo quello che dovevo!». No, caro Lorenzo, non pensare di cavartela così, con una battuta e quel sorriso di colpo diventato il più cliccato su Internet. Sei un eroe, un eroe dei nostri tempi per dirla con Monicelli che diresse uno strepitoso Sordi, che tutto era tranne un eroe. Pavido, sfuggente, così confusionario che si incartava nonostante avesse ragioni da vendere.

Non capita tutti i giorni di salvare la vita a una bimba che precipita nel vuoto, mentre gioca, dal secondo piano di casa sua afferrandola fra le braccia. Succede in una strada del comune di Treviso. Lui, di passaggio osserva quella piccola che non comprende che sta per compiere un gesto che può costarle la vita: la piccola scavalca il balcone. E lui, Lorenzo, terrorizzato, corre sotto al balcone, si pianta sotto il marciapiedi in direzione della piccola. Le urla: «No, ti prego, non farlo! Ti prego!». Si sa, i bimbi pensano che la vita sia tutta un gioco, non sentono, anzi quasi provano un sottile piacere a far finta di non sentire, pur di non obbedire a un grande. Così, la piccola si lascia cadere nel vuoto, pensa che volare dal secondo piano faccia parte del suo nuovo gioco. Per fortuna, sotto, c’è quel ragazzo che l’afferra saldamente. Da non crederci. Grazie, Lorenzo.

Eppure lui non si sente un eroe, scrive in un lungo articolo Il Resto del Carlino. Così: «Ti prego, ti prego no». Sono le uniche parole urlate a squarciagola con terrore, pronunciate da Lorenzo alla bambina appesa alla ringhiera del balcone. Poi è corso sotto al palazzo con le braccia tese, ha chiuso gli occhi ed è diventato un eroe. La piccola, che ha soli quattro anni, gli è caduta miracolosamente tra le braccia e lui, le ha salvato vita quasi per caso. Una vicenda che ha dell’incredibile, accaduta nel comune veneto, nella zona di Sant’Antonino, a pochi passi dalla ferrovia.

Foto Tribuna di Treviso

Foto Tribuna di Treviso

SALVATAGGIO ECCEZIONALE

Appassionato d’arte, Lorenzo, diventato protagonista di un salvataggio eccezionale, vive nel quartiere trevigiano di San Zeno con i genitori e lavora come addetto museale a Venezia. È stata una frazione di secondo a cambiare il corso degli eventi. La piccola era in bilico sul balcone di casa, in via Sant’Antonino, Lorenzo che passava di lì per andare a riprendere la sua bicicletta, che aveva bucato solo un’ora prima. L’aveva portata lì, a riparare, a due passi da casa della piccola.

Arrivano le tv, per fortuna rilascia un paio di battute. Chi, come noi, fa questo lavoro deve insistere, magari cogliere anche una sola sfumatura. E, allora, Lorenzo, una battuta per la stampa. «Mi chiamano eroe, ma io ho fatto solo quello che dovevo: davanti agli occhi ho ancora l’immagine di quella bambina minuscola appesa con una manina al terrazzo del secondo piano. Continuo a pensare a cosa sarebbe successo se avessi mancato la presa». Proprio vero, ma non vogliamo nemmeno lontanamente pensarci. A quello che sarebbe accaduto se il giovane avesse mancato la presa. Come lui stesso l’avrebbe presa, se la piccola non gli fosse caduta fra le braccia.

È stato il rumore del tablet caduto sull’asfalto ad attirare l’attenzione del giovane, scrive “Il Resto”. La piccola lo aveva tra le mani e le è sfuggito prima di cadere. È stato quello il momento fatale, la svolta che ha cambiato il destino della bambina e di Lorenzo, diventato un eroe all’improvviso e senza volerlo. Il ragazzo con un sorriso contagioso ha alzato gli occhi al cielo e ha visto la bimba aggrappata al terrazzo. Da quel momento in poi, lo scorrere veloce degli eventi, ormai entrati nella storia. Una storia indelebile che nessuno potrà mai cancellare dalla memoria di Lorenzo e, di sicuro, da quella della bambina.

Foto Il Gazzettino

Foto Il Gazzettino

«AVEVO FORATO LA BICI…»

«Verso le 5 del pomeriggio sono tornato al negozio di bici per ritirare la mia “due ruote”, quando ho sentito alle mie spalle cadere un oggetto. Mi giro di scatto, vedo un tablet per terra con lo schermo infranto: alzo gli occhi al cielo e vedo quella piccola, così minuscola, aggrappata con un braccio alla ringhiera del terrazzo».

Figlia di una coppia tunisina, la bambina stava giovando sul terrazzo di casa, sfuggita per un attimo al controllo della baby sitter, che in quel momento si trovava all’interno dell’appartamento. Aveva un tablet tra le mani, che all’improvviso le scivola via. Si infila tra la ringhiera e fa un volo di otto metri. La bambina cerca di afferrarlo, inutilmente. Allora si arrampica sul parapetto, si sbilancia e cerca di evitare la caduta aggrappandosi con le manine alla ringhiera.

Da sempre grande appassionato di arte e cinema, Lorenzo Tassoni è laureato in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale. Al momento lavora come guardasala nello storico Palazzo Venier-Manfrin di Venezia. Il giovane, origini trevigiane, vive a Treviso con la sua famiglia e spera di trovare un posto di lavoro stabile nel settore artistico. Magari il sindaco che lo incontrerà nelle prossime gli proporrà di partecipare a un concorso. Non sappiamo quanto faccia, in fatto di punteggio, “salvare una vita”. Di sicuro per pochi istanti sappiamo quanto ha fatto la paura in quegli istanti. «Novanta, macché, almeno centottanta!». Ringraziamo il cielo e quel giovane che la città non dimenticherà tanto facilmente. I genitori della piccola? Il papà appena arrivato dà un’occhiata alla sua figliola, non è nemmeno spaventata, pensa al tablet. Meglio così. L’uomo abbraccia Lorenzo, lo stritola quasi tanta è la sua riconoscenza. Poi arriva la mamma della piccola, in bici. Vede l’ambulanza, urla disperata, pensa che sia successo qualcosa di irrimediabile. Invece, quello scricciolo, che ha fatto tremare un intero isolato, è lì, gioca con una infermiera. Anche la donna stringe Lorenzo, non sa cosa dirgli. Ci pensa Lorenzo, ormai lo conosciamo. «Non ho fatto niente, solo il mio dovere: non sono un eroe…».