Via da una “non vita”

Muzi, senegalese, ventiquattrenne, in Italia da quattro anni

«Vorrei fare il meccanico a tempo pieno. Ora faccio un po’ da carrozziere e un po’ da elettrauto. Nel mio Paese niente lavoro, a malincuore ho lasciato mamma, fratello e sorella. Le torture in Libia, in cambio di soldi per la libertà. E se non arrivava il riscatto, affondavano una lama tagliente in una spalla…»

«Dovessi scegliere un lavoro, non avrei dubbi: voglio fare il meccanico: lo facevo nel mio Paese, con buoni risultati, non vedo perché non potrei farlo anche qui». Muzi, ventiquattro anni, senegalese, mamma, sorella e fratello lasciati a casa, prova a togliersi dalla pelle una delle tante storie che abbiamo raccontato in queste pagine di vita vissuta. «Ero alla disperazione completa, senza lavoro, rappresentavo una bocca in più da sfamare, con piccole attività saltuarie: io, mamma, sorella e fratello facevamo quello che potevamo fare, diciamo che era un “non vita” ed è da lì che sono scappato da qualcosa che mi faceva somigliare a una pianta che vegeta: sta lì, cresce se le danno l’acqua, appassisce un giorno dopo l’altro se hanno deciso che non è più utile, non abbellisce più, non ha più ragione d’esistere…».

Ricorda la fuga dal suo Paese. C’è povertà. «Ci fosse stato lavoro a sufficienza – riprende Muzi – non avrei avuto difficoltà a restare: i primi tempi che qui, a Taranto, vedevano un viso nuovo, un nero che non passa inosservato, se non altro per il colore della sua pelle, dovevo spiegare che la mia fuga era stata una scelta obbligata: gli italiani, me lo insegnano, quando cento anni fa sono partiti per l’America, hanno lasciato a malincuore l’Italia; lasciare il proprio Paese per tentare una nuova avventura, una vita che non sai come si evolverà, non piace a nessuno: gli italiani come i senegalesi, ma aggiungo anche i maliani, i nigeriani, gli ivoriani, se non fossero stati costretti dalla fame ad andare via, non avrebbero mai lasciato i propri affetti per cercare fortuna altrove…».

Immagine-per-servizio-meccanicaADDIO, MAMMA…

«Sono partito dal mio Senegal, dove ho lasciato mamma, vedova, un fratello e una sorella. Il mio viaggio, in teoria, non sarebbe così lungo se sulla strada non avessi incontrato imprevisti anche di una certa gravità. Pochi giorni per attraversare Mali, Burkina Faso e Niger, sei mesi per tornare un uomo libero. I guai cominciano in Libia, sei mesi da prigioniero: fermato, come miei connazionali, dal solito pretesto documenti non del tutto chiari: con questa motivazione mi hanno aperto le porte di una prigione, che tutto sembrava, fuorché una prigione: pane e acqua, come tanta altra, come me, fermata con i pretesti più curiosi; io e gli altri “fermati” dovevamo stare fermi e zitti, buoni in un angolo: ci era consentito telefonare a casa per chiedere quei soldi necessari che mi permettessero di essere rilasciati: insomma, documenti insufficienti, ma se avessi mostrato qualcosa come duemila dinari, quelle “carte” di punto e in bianco sarebbero state perfette…».

Mentre attende un posto da meccanico, Muzi. «Lavoro saltuariamente da un meccanico, un elettrauto e un carrozziere. Non che mi sia fatto un nome, ma comincio a muovermi con una certa disinvoltura: molte delle marche sulle quali mi sono allenato in Senegal qui non esistono da tempo, ma va bene anche così: non mica volevo diventare subito il meccanico di riferimento della Ferrari?

Foto Gazzetta.it

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FORZA FERRARI!

Dalle mie parti la Formula 1 è solo rosso-Ferrari, non esistono altre scuderie, ricordo alla vigilia di ogni Gran premio, mi organizzavo con gli amici: auto e calcio sono le mie due passioni, ma l’amore per le quattro ruote è insuperabile. Spero che quest’anno sia quello buono perché la squadra di Maranello torni ad essere la numero uno nel mondo».

Ci tiene, Muzi, a far sapere che nonostante il peggio sia passato, conserva ancora brutti ricordi nell’anima e sulla pelle. Scopre le spalle, non realizzi subito. Pensi che siano tatuaggi o segni impressi da una tribù. «Quando i miei aguzzini si stancano a riempirmi di botte, non erano ancora arrivati i soldi, passavano alla tortura: impugnavano un coltello e affondavano la lama, a volte anche passata sul fuoco per renderla rovente. Era il loro sistema per provocarti dolore fisico e mentale, metterti paura».

A casa ha lasciato mamma, un fratello e una sorella. «Papà l’ho perso da piccolo, avrò avuto tre mesi; sento spesso i miei familiari, anche solo per salutarci, chiedere come stanno e dire come sto io qui, in Italia: cerco un lavoro fisso, ma non mi lamento e non appena avrò imparato meglio l’italiano, mi darò da fare ancora di più».

«Jail, mio marito vive!»

Latifah, nigeriana, il suo racconto, le ore drammatiche in mare

«Imbarcati su un gommone, ci rovesciammo in acqua. Lo persi subito di vista: eravamo una sessantina, ci salvammo appena in dieci. Volevo farla finita anche io, fui salvata in tempo. Adesso aspetto un bambino a cui darò il suo nome, non l’ho mai dimenticato: insieme sognavamo la libertà»

Si chiama Latifah. La incontro per strada, un pomeriggio, richiamato dalle urla che lancia all’indirizzo di un suo connazionale, presumo. L’uomo, un giovanottone di almeno un metro e ottanta, non appena sente alzare il tono delle grida della donna alza il passo e fa perdere le sue tracce. Svolta al primo angolo, si dilegua.

Latifah, nome che non ho bisogno di appuntare. E’ identico a quello di una nota cantante tunisina. La ragazza, che dice di avere trent’anni, incinta, è scossa, si ferma un attimo davanti a un bar. Entra nell’esercizio, si siede. Francesco, il titolare, le porta intanto una bottiglietta d’acqua. «Calma…», le dice, «Calma, ha il pancione, è incinta, non deve agitarsi…».

Il tono cordiale dopo qualche istante mette serena la donna. Parla inglese, ma anche l’italiano. «Non ce la faccio più – spiega – aspetto un bambino, ho perso mio marito Jaili quattro anni fa mentre fuggivamo dalla Nigeria per l’Italia: una volta nel vostro Paese avremmo deciso cosa fare, restare, chiedere assistenza, oppure proseguire per la Francia o la Germania in cerca di lavoro…».

La scomparsa dell’uomo ha fatto cambiare i piani di Latifah. «Eravamo giovani di belle speranze – dice la donna – sognavamo una vita diversa, libera, rispettati fra gente rispettosa, invece tutto è finito durante una notte: non erano ancora arrivate le prime luci dell’alba, quando il mare cominciò ad agitarsi, da tre giorni viaggiavamo a vista con un gommone che poteva portare sì e no venti persone: eravamo una sessantina, occhio e croce».

Foto Repubblica

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UN GOMMONE, FACEVA ACQUA

Il gommone non solo imbarcava acqua, veniva sbattuto da onde alte un palazzo di dieci piani, era anche sprovvisto di giubbotti, salvagenti o altri strumenti di salvataggio. «Una sciagura, quando siamo saliti a bordo di quello che un tizio faceva passare per scafo, abbiamo capito che dovevamo rivolgerci al Cielo perché tutto andasse bene: fra il restare in Libia, correre il rischio di finire nelle mani di qualche banda senza scrupoli, tentare la carta della fuga e il sogno della libertà, io e mio marito non ci abbiamo pensato su due volte: siamo saliti a bordo; un uomo raccoglieva da tutti, i soldi di carta senza contarli, più che fidarsi aveva un piano intesta».

La donna e il marito lo capirono quasi subito. «Si era rivolto a un ragazzo che faceva passare per il conducente dello scafo – ricorda Latifah – ma ripeteva troppe volte, “Tranquilli, fidatevi!”; comprendemmo che non era un navigatore esperto una volta in mare aperto: non aveva i soldi con cui pagarsi il viaggio e in cambio della traversata senza scucire danaro sarebbe stato disposto a portarci dall’altra parte del Mediterraneo…».

I problemi cominciarono il giorno dopo. «Avevamo appena lasciato Tripoli – riprende la donna – quando il ragazzo, un imbecille, tanto da prestarsi al gioco di quell’assassino che ci aveva messo nelle sue mani e a bordo di una imbarcazione così insicura che dopo due ore dalla partenza, cominciava ad imbarcare acqua: non avevamo secchi con i quali raccogliere l’acqua che penetrava; non era tanta, ma usavamo due bidoni e dei camicioni, con questi ultimi raccoglievamo l’acqua e poi li stringevamo in mare: pensavamo che questo sacrificio durasse un giorno, al massimo due giorni…».

Foto Blog di Viaggi

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MARE IN TEMPESTA

Invece, non andò così. «Una violenta tempesta rovesciò il gommone, tutti in mare, la maggior parte travolti dalle onde, finiti sott’acqua: restammo a galla non più di una decina, aggrappati a ciò che restava dell’imbarcazione, lontani gli uni dagli altri; io urlavo il nome di mio marito: “Jaili! Jaili!”, nessuna risposta, fui assalita dalla disperazione, volevo farla finita, farmi inghiottire io stessa dal mare, quando alle prime luci dell’alba noi superstiti, stanchi e impauriti, sentimmo il motore di una imbarcazione italiana che faceva sentire la sirena: mi sembrava di assistere quasi a uno di quei film nei quali arrivano i soldati accompagnati da uno squillo di tromba».

Le urla, il pianto, la creatura che nascerà a giorni. «Quell’uomo che si è allontanato è il mio compagno, non è un cattivo elemento, trova solo lavori saltuari e mi aveva chiesto soldi: abbiamo anche discusso sul bambino che nascerà e che rappresenterà un peso anche dal punto di vista economico: è stato uno sfogo, il mio, lui ha capito che aveva esagerato e si è allontanato chiedendomi scusa; non vedo l’ora di mettere il mio cucciolo al mondo: lo chiamerò Jail, come mio marito, perché quell’uomo con il quale sognavo una vita migliore non l’ho mai dimenticato».

«Quel tiro al bersaglio…»

Simba, trentadue anni e una fuga infinita

«I nostri carcerieri ci dicevano che eravamo liberi: ci facevano scappare e poi ci piantavano un colpo di arma da fuoco alla schiena. Con tre amici una corsa notturna fino in spiaggia, poi finalmente un gommone. Quattro fratelli e due sorelle rimasti in Guinea, un giorno spero di riabbracciarli»

«Vedere gente morire dal vero una dietro l’altra, come fosse un film di guerra o una delle guerriglie rappresentate in quei film sul narcotraffico, è l’esperienza peggiore che potessi vivere e, purtroppo, l’ho vissuta davvero». Simba, trentadue anni, guineano, ha una gran voglia di raccontarsi e raccontare una tragedia vissuta sulla sua pelle. Lui, testimone della cattiveria di militari che quasi scherzavano con esseri umani come fossero davanti a un tiro a segno, ha negli occhi, e mai lo dimenticherà, le scene di quei cecchini. «“Correte!”, urlavano a quei poveracci che non potevano riscattare la loro libertà e dopo poche decine di metri gli piantavano una, due, tre pallottole alla schiena: ti rendi conto? Immagina di correre verso la libertà, hai le ali ai piedi, pensi di essere fuori tiro o magari di averla scampata, che ecco, arriva il primo colpo forte, secco: vedi un uomo indifeso, inerme, in ginocchio perché sta perdendo le sue forze e a quel punto l’esplosione di un secondo colpo e un istante dopo, la testa di quel poveraccio che si apre in due, come una noce di cocco!».

«Ne avevo visti morire davvero tanti, anche a causa della guerra civile, perfino militari, ma in quel modo disumano mai». Prosegue nel suo racconto, Simba. «E la mamma, il papà, la moglie, i fratelli di quelle povere vittime, chi li avviserà? Venivano lasciati lì in campagna, senza un minimo di rispetto per la loro anima; c’erano anche quelli che facevano di peggio: urlavano “La volpe! La volpe!”, conoscendo uno degli sport praticati un tempo in Inghilterra: la caccia alla volpe; consisteva nel mettersi in uno dei mezzi di cui disponevano e andare alla caccia di quei due, al massimo tre che erano riusciti a sfuggire al tiro al bersaglio; il più delle volte li stanavano e ammazzavano, ce ne accorgevamo dai colpi di arma da fuoco e dalle facce sorridenti e soddisfatte dei nostri carcerieri, segno che quei poveracci non avevano avuto scampo».

Foto Corriere CE

Foto Corriere CE

ERA SOLO L’INIZIO

Non è finita, le sofferenze proseguono. «Ho perso – spiega il trentaduenne guineano – quando perdi i genitori, la guida sicura del tuo futuro; mamma e papà li persi uno dietro l’altro, a causa di malattie che difficilmente potevano essere debellate: non potevano curarsi, le cure costavano tanto, ciascuno di loro voleva che fosse l’altro a salvarsi, fino a quando venne a mancare papà, mentre la mamma entrò in un lungo mutismo, fino a farsi travolgere dalla sua malattia e “andarsene”, raggiungere papà».

Vorrebbe tornare in Guinea, Simba. Nel suo Paese ha lasciato quattro fratelli e due sorelle, tre di loro sposati. «Ho un desiderio grande: tornare da loro, riabbracciarli tutti insieme, ma anche loro non se la passano bene; qualche settimana fa in due momenti diversi ho sentito un fratello e una sorella, non avevano notizie dagli altri da giorni, ma spero sia solo un problema di comunicazione

Foto Redattore Sociale

Foto Redattore Sociale

QUEI RASTRELLAMENTI…

Torna sulle scene cui ha assistito suo malgrado. Scatta la ribellione, che viene soffocata non solo dai militari, ma anche da un esercito civile: non venivano pagati dal governo, ma si capiva che erano autorizzati a razziare qualsiasi cosa. «Ho visto rastrellamenti: armi in pugno entravano in casa sfondando la porta; ti prendevano per i capelli, uomini e donne non facevano distinzione, per trascinarti in una prigione per sottoporti a torture di varia natura: psicologica e fisica con un finale che il più delle volte era sempre lo stesso, con una sola rara eccezione: la fuga; se eri svelto e riuscivi ad eludere i tuoi carcerieri dandotela a gambe levate, era la tua salvezza, altrimenti colpo alla schiena…».

«Sparavano a ripetizione – riprende Simba che a stento articola le ultime frasi – il tiro al bersaglio di cui ti dicevo: non più le voci dei miei compagni, erano stesi a terra, in pozze di sangue, ormai privi di vita; la mattina alle cinque, spesso al cambio turno, ti svegliavano, non ti davano il tempo di realizzare cosa stesse accadendo: aprivano le baracche nelle quali ci avevano chiusi e ci dicevano di correre: “Oggi è il vostro giorno fortunato!”, ci urlava il più cattivo di tutti, perché “Vi diamo l’occasione di farla franca, andare via da qua: ma, badate bene, che o approfittate adesso o non approfittate più, perché non ci sarà una seconda occasione..”».

E l’occasione era sempre la stessa. «Un gioco sporco, tremendo, vigliacco – racconta con le lacrime agli occhi quel ragazzone di trentadue anni – ti dicevano che eri libero e tu li guardavi, poi facevi un passo, ti guardavi alle spalle e provavi a camminare, sempre più velocemente, non appena cominciavi a correre – una cosa che non dimenticherò mai – prima lunghe risate, poi colpi di arma da fuoco esplosi da quei fucili che imbracciavano con grande disprezzo nei nostri confronti».

Foto Corriere.it

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SCENE DI DOLORE

Le scene a cui Simba ha assistito una volta fuggito in Libia. «Le armi in assoluto, cosa peggiore l’uomo non poteva inventarsi – spiega Simba – senza parlare dei più giovani, degni di quegli assassini più grandi privi di scrupoli: per loro imbracciare un fucile era un gioco, a volte avevano appena dieci, forse undici anni, con quelle armi in pugno si facevano rispettare; avevano già dimostrato che le nostre vite non contavano niente, sparando e ammazzando, così nessuno gli si avvicinava, nemmeno pensando di poterli disarmare: erano una intera tribù».

Finalmente un raggio di sole. «La vita, direi – conclude Simba – dopo essere fuggito di notte con altri tre miei compagni, verso una spiaggia da dove, sapevamo, sarebbero partiti dei gommoni: i nostri carcerieri ci avevano affidato per tre giorni a un signore, proprietario di una piantagione: riuscimmo ad aprire la baracca e a scappare, non sapendo in realtà da che parte andare: il rischio era che potessimo trovarci in campagna piuttosto che in spiaggia; uno di noi sapeva orientarsi con le stelle: fosse vero o meno, ci portò davvero in spiaggia; lì cominciammo ad avere paura che le nostre informazioni fossero sbagliate, quando in lontananza scorgemmo gruppi di decine e decine di persone: gli corremmo incontro, mettemmo insieme quello che avevamo e lo consegnammo a un tipo che ci fece accomodare su un gommone: poteva ospitare trenta, massimo quaranta passeggeri, salimmo in centoventi; una decina li perdemmo durante un viaggio lungo tre giorni, fino a quando non incrociammo una nave mercantile: l’equipaggio ci ospitò a bordo. L’Italia, la nostra salvezza…».

«Meglio morire in mare…»

Tano, guineano, il suo dramma e quello dei suoi compagni di viaggio

«In Libia, sottoposto a un lavoro duro, era come se morissi ogni giorno. Ho visto persone ammazzate, poi seppellite a pochi metri dal mio giaciglio. Attraversare una distesa d’acqua infinita mette paura, ma meglio affrontare il buio e l’imprevisto che essere trattati come schiavi…»

La storia è sempre la stessa. E questo nonostante siano passati anni dai primi sbarchi di extracomunitari nei nostri porti. Con gli italiani, anche più ostili, sopraffatti invece da una ondata popolare di umanità e solidarietà nazionale, avrebbero dovuto farsene una ragione. E, invece, nonostante tutto, ecco che tornano a farsi spazio, qualora fossero state definitivamente sotterrate, frasi offensive. Offensive, aggiungiamo noi, più per chi le pronuncia che per chi è oggetto delle stesse.

Cosa dicono ancora certi italiani. «Arrivano nel nostro Paese, ci rubano il lavoro e il pane, qualcuno insidia le nostre donne, e talvolta ci rubano anche quelle; la maggior parte di questi sono terroristi, ladri, prostitute e spacciatori; gli immigrati mettono in tasca, grazie a uno Stato italiano generoso, quaranta, anche cinquanta euro al giorno: se non è uno scandalo questo!». E non è finita, il delirio, davanti a un caffè al bar, e con post sui tanti social, prosegue. «Sapete dove alloggiano? Ve lo diciamo noi: in alberghi a cinque stelle, con tanto di vasca per idromassaggi e mi risulta che si lamentino pure». Che coraggio quei pochi italiani, mai a metterci la faccia, ma a consegnare ai social a una telefonata ad un programma radiofonico piuttosto che televisivo. Mai assumersi in prima battuta una responsabilità, una paternità. Invece, lancio della pietra e mano nascosta, come nelle migliori tradizioni

Invece, lasciatecelo dire, non è così. Non tutti gli italiani sono uguali. Intanto non sono così cattivi, tranne le solite, dolorose eccezioni, dando per scontato, come diceva il grande saggio Ennio Flaiano, “la mamma dei cretini è sempre incinta”.

Foto Avvenire

Foto Avvenire

«AFFRONTARE IL MARE, UN DRAMMA…»

Molti lo fanno, altri anche per mancanza di tempo, non ci pensano nemmeno. Non pensano a quali drammi, uno dietro l’altro, in modo diverso, ogni extracomunitario affronti l’addio al suo paese. «Affrontare il mare di notte – ci dice Tano, ventuno anni, guineano – è qualcosa di terribile, penso a quanti fratelli non conoscessero nemmeno cosa fosse una distesa immensa, infinita come il mare; terribile, il mare aperto, perché sei su un’imbarcazione che non è una nave da crociera, bensì quella che gli italiani chiamano “bagnarola”, per dire che imbarca acqua da tutte le parti; non sai quanto durerà quel tuo viaggio da una costa all’altra: puoi aver consultato tutte le carte di navigazione, cellulari con le app che ti spiegano come sarà il tempo per le prossime ventiquattro ore, ma quando sei in mare aperto, bene, lì comincia il dramma; lo avverti, secco, sulla tua pelle, ti manca il fiato, a chi è debole di stomaco subentra la paura del viaggio e della morte, perché tutti sappiamo quanti fratelli africani ci hanno rimesso la pelle durante il viaggio della speranza».

Tano, arriva dalla Guinea, ha raggiunto la Libia passando per il Gambia, dopo settimane di viaggio nel deserto. «Quei giacigli sui quali dormivo quando ero in Libia, erano pieni di insetti: avevamo già pagato il viaggio, ma in attesa che fosse organizzata la traversata dovevamo lavorare per i padroni del posto: senza alcun compenso, come fossimo schiavi; c’era chi, stanco, si rifiutava di lavorare ancora e allora per lui giù botte: ho visto morire gente davanti ai miei occhi e dover seppellire i cadaveri non molto lontano da dove dormivo con i miei compagni: alla fine, come potete capire, essere arrivati in Italia, un Paese bello e rispettoso, è stato il mio primo sogno realizzato».

Foto Nigrizia

Foto Nigrizia

«DALLA GUERRA ALLA SCHIAVITU’»

Fuggire da un Paese nel quale c’è una guerra civile, arrivare in un altro Paese, la Libia, dove l’accoglienza non è proprio fra le prime dieci cose che tengono a mente quanti lì vi abitano. «La fuga dalla Guinea, poi dalla Libia, dove non è possibile restare: puoi passare dalla padella alla brace, cioè da una banda armata che ti fa prigioniero e chiede un riscatto in denaro, a militari che ti sottopongono a fatiche su fatiche con il miraggio di lasciarti, prima o poi, andare via, libero… Il mare, di notte, rappresenta un pericolo costante: sembra di vivere dentro un film dell’orrore, dal buio può sbucare una nave che ti investe e ti spazza via senza accorgersene, oppure una balena che non volendo ti ribalta, i pescicani che ti girano intorno e dei quali avverti quelle pinne dorsali che non promettono mai niente di buono. E’ buio, non vedi nemmeno il tuo compagno di fuga a un metro, come fai, allora aspetti l’alba e preghi; preghi anche che il sole del mattino non sia così violento, altrimenti sarebbe come passare da un incubo all’altro…».

Allora, Tano, perché è partito. «Così, perché affrontare il mare in condizioni disumane – spiega – rischiando una morte atroce, pare sia l’unica alternativa: viaggi nel deserto, la prigionia nei lager in Libia dove viene perpetrata una violenza inaudita, con la corruzione di ufficiali dell’esercito libico in qualche modo pappa e ciccia, si dice, con le organizzazioni criminali; per non parlare di quanti, familiari, amici, anche semplici conoscenti sono morti letteralmente inghiottiti dal mare».

Una volta salvi, gli immigrati collaborano con polizia e magistratura. Fanno nomi, danno numeri di telefono degli scafisti, indicano le città e i porti da cui sono partiti, mostrano i filmati girati di nascosto nel corso della traversata.

«Posso dire finalmente – conclude Tano – di avercela fatta, di aver trovato la mia occasione, adesso tocca a me farmi apprezzare, mostrare la voglia che ho di lavorare, mettere insieme del denaro per poi proseguire il viaggio verso altri Paesi nei quali vivono e lavorano miei connazionali: una cosa mi ha in segnato questa brutta esperienza: meglio morire in mare che restare, per esempio, in Libia: in mare muori una volta sola, in quel Paese è come se morissi almeno una vota al giorno».

Giuseppe Cataldo, da Lizzano alla Nasa

Una grande storia, fatta di studio e sogni, coronata dal successo

Direttore della protezione planetaria, guida un team che progetterà tutti i sistemi di sicurezza. Gli studi ai Politecnici di Milano e Torino e in Francia, all’Institut Supérieur de l’Aéronautique et de l’Espace di Tolosa. Studente, ha vinto un concorso per l’Accademia americana. Fra i suoi impegni futuri: l’esame dei campioni prelevati da Marte

Ma che storia la storia di Giuseppe Cataldo, trentasei anni, non una ma più lauree raccolte in giro per l’Europa e poi negli Stati Uniti, dove è capitato non per caso, ma per intuizione. Cataldo non è un giovane qualunque, ma uno degli uomini di punta della Nasa. Uno di quegli ex ragazzi che ti scatenano l’orgoglio di appartenenza, uno di quegli esempi di come si possa sognare anche in una cittadina di diecimila abitanti come Lizzano, in provincia di Taranto, ed arrivare a capo di uno dei progetti miliardari della Nasa. Non una qualsiasi organizzazione di studi, ma la Nasa, National Aeronautics and Space Administrations, agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale degli Stati Uniti. I sentimenti e le emozioni, il percorso di studi compiuto da Giuseppe Cataldo, sono stati ripresi in un interessante articolo pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno che bene ha fatto ad indicare una dei maggiori studiosi pugliesi più impegnati al mondo. Detto che gli americani non fanno regali e promuovono solo quelli capaci, mai i raccomandati (o segnalati, se preferiti), perché è qui che si fa la differenza, ecco che lo studioso partito da Lizzano si racconta al quotidiano pugliese che in queste settimane ha ripreso con successo le sue pubblicazioni, unendo la tradizione del cartaceo alla modernità dell’informazione “on line”.

Dunque, parte il racconto. “Dalle stelle che guardava da bambino durante i campi scout, nei boschi di Lizzano dove è nato, a quelle osservate dal «James Webb Space Telescope», la più potente «macchina del tempo» mai progettata per scoprire finalmente le origini dell’universo e studiare la composizione chimica dell’atmosfera dei pianeti fuori dal nostro sistema solare, che potrebbero forse ospitare qualche tipo di vita”.

Foto Il Piccolo

Foto Il Piccolo

QUESTA E’ LA STORIA…

E’ l’incipit della storia sulla quale il quotidiano si orienta immediatamente. E lo stesso Cataldo ad intervenire e raccontarsi. Un percorso non semplice, fatto di scelte, talvolta coraggiose, altre volte ambiziose. Viene segnalato lo sforzo congiunto tra le agenzie spaziali americana, europea e canadese che ha richiesto dieci miliardi di dollari di investimento.

Giuseppe, trentasei anni, parte da una cittadina di diecimila abitanti, si diceva, per arrivare alla Nasa, giovanissimo, ancora prima di laurearsi in Ingegneria aeronautica al Politecnico di Milano, realizzando il primo sogno che coltivava fina da bambino.

Aveva ventitré anni, era il 2009. Oggi è l’unico italiano ad avere ricevuto tre riconoscimenti importanti per la realizzazione del telescopio «Webb», rispettivamente per il contributo essenziale al progetto, per i risultati in fase di collaudo e per l’innovazione nei modelli matematici. Praticamente la conferma di trovarci al cospetto di un genio. Gli esami che non finiscono mai, si infittiscono di sfide, come quella, accettata, nella veste di direttore della protezione planetaria inversa. Giuseppe sarà alla guida del team che progetterà tutti i sistemi di sicurezza necessari a portare sulla Terra i campioni prelevati da Marte e a isolarli durante l’analisi, senza che un’eventuale presenza di microrganismi alieni contamini il pianeta.

Non prima del 2027 l’inizio della missione, quando i campioni da porre sotto analisi arriveranno almeno sette anni dopo. Giuseppe Cataldo arriva alla Nasa dopo aver compiuto gli studi ai Politecnici di Milano e Torino e in Francia, all’Institut Supérieur de l’Aéronautique et de l’Espace di Tolosa. Ancora studente, ha vinto un concorso bandito dall’Esa per la Nasa Academy e dopo aver conseguito le lauree, nel 2010, è tornato nell’Agenzia aerospaziale americana dove lo aspettavano un ufficio al Goddard Space Flight Center, una borsa di studio messa in palio dal Nobel John Mather, lo scienziato a capo di «Webb», e la possibilità di frequentare in simultanea il MIT di Cambridge.

Foto Repubblica

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GIUSEPPE, UNA FAVOLA

«Ho sempre desiderato studiare astrofisica – ha raccontato Cataldo – i miei genitori mi hanno sostenuto senza riserve, anche se questo significava trasferirmi a Milano. Dopo la maturità al liceo scientifico-tecnologico “Oreste Del Prete” di Sava, uno dei primissimi in Italia, mi iscrissi alla Statale. Proprio di fronte c’era la residenza Torrescalla di Fondazione Rui, che mi piacque subito: fortunatamente riuscii a entrare e a ottenere una borsa di studio per merito, poi confermata per 4 anni. Pensavo che nel mio futuro ci fosse la ricerca pura, invece un incontro di orientamento con un universitario che frequentava il quarto anno di ingegneria aerospaziale al Politecnico cambiò la mia vita: l’entusiasmo, la passione con cui ci parlò della missione, purtroppo fallimentare, dello Space Shuttle Colombia mi conquistarono. Ecco cosa volevo fare: progettare, costruire, sporcarmi le mani come mi avevano insegnato mio padre e mio nonno, entrambi meccanici. Presa la decisione, occorreva trovare la maniera per cambiare ateneo e facoltà senza perdere l’anno».

Ecco l’importanza della Fondazione Rui, scrive la Gazzetta del Mezzogiorno. La Fondazione gestisce dodici Collegi universitari di merito che non forniscono solo vitto e alloggio, ma anche progetti formativi personalizzati: lezioni interdisciplinari del progetto JUMP-Job University Matching Project, incontri di orientamento con professionisti, serate e incontri con ospiti. «La vita in residenza e la dimensione comunitaria e internazionale, insieme alle iniziative di volontariato, fanno il resto», aggiunge.

I collegi di Milano, Roma, Bologna, Genova e Trieste, sono accessibili a tutti grazie ad agevolazioni sulla retta che raggiungono il 90% dei residenti, borse di studio e convenzioni con le università. «Gli incarichi in residenza sono determinanti – spiega – io al terzo anno sono stato nominato Direttore Studi e questo mi ha fatto crescere moltissimo sotto il profilo della leadership: dovevo coordinare l’attività di una trentina di tutor, tra cui me stesso, studenti più avanti negli studi che aiutano gli altri a dare il meglio, a mantenere la rotta anche nei momenti di fatica e di difficoltà. Ero uno scout, avevo già avuto la responsabilità di guidare dei gruppi, ma quell’investitura ha accelerato moltissimo la mia realizzazione personale».

Foto Pugliain

Foto Pugliain

A LIZZANO, SPESSO

Qualcuno a Lizzano dice di averlo intravisto. Scappa a trovare i suoi genitori, fa un po’ di vacanza, assapora il verde e i vigneti, la costa, il mare che da queste parti non ha eguali. Di questo ragazzo-prodigio ne parlavano già diversi anni fa. Non erano in molti a dare peso alla storia. Qualcuno, forse, pensava che quel coraggio giovane fosse a tempo, che alla fine a Giuseppe sarebbe arrivata quella botta di nostalgia e al girare il mondo avrebbe preferito restarsene a casa, creandosi un futuro rispettabile, ma mai così importante. Il nostro, oltre all’italiano parla e scrive correntemente l’inglese e il francese. Non chiosiamo la sua storia con un “…da non crederci”. Intano perché crediamo fermamente che tutto possa accadere e che i sogni vadano inseguiti, accarezzati, sostenuti, unico sistema per vederne concretizzare almeno uno, importante. E’ la sintesi della storia di Giuseppe Cataldo, lizzanese, che da piccolo faceva voli con la mente e, alla fine, anche se è solo l’inizio, è davvero volato negli Stati Uniti, destinazione Nasa, per diventare uno degli uomini di punta dell’Agenzia aerospaziale americana.

«Viva l’Italia!»

Kadiatou, venti anni, guineano, la fuga il viaggio fino al nostro Paese

«Amavo studiare, la morte dei miei genitori mi ha cambiato la vita. Schiavo di uno zio che mi maltrattava, decisi di andare via. Un lungo viaggio, un lavoro in Libia, i soldi per pagarmi il viaggio verso la libertà e il rispetto»

«Ho studiato dieci anni nel mio Paese, la Guinea; questo fino a quando è stato possibile, poi, ad un certo punto, non ho avuto più le certezze di qualche tempo prima tanto che ho dovuto abbandonare, non senza grande rimpianto, gli studi e la mia terra: verso un mondo sconosciuto, diverso, con la speranza che fosse più accogliente e rispettoso…».

Kadiatou, venti anni, guineano. Non è il primo, né l’ultimo ad arrivare in Italia da quel Paese. Dallo scorso settembre la Guinea è ripiombata in un governo militare, che ha imposto ai cittadini gravi restrizioni. Insomma, in Guinea si vive quotidianamente un conflitto, da quello civile a quello politico. E se dalle nostre parti esiste un confronto civile, basato sui ragionamenti, sul reciproco rispetto delle idee, lì è un’altra cosa. «Devi essere d’accordo sempre e solo esclusivamente con il Governo, che ti sorveglia, come se ti avesse installato addosso una telecamera: le telecamere sono gli occhi dei vicini, dei delatori, quelli che spesso raccontano una realtà di comodo per trarne vantaggi, talvolta nemmeno di carattere economico: il dramma sta proprio lì, la tua parola non vale quanto quella di chi ti ha denunciato, e ti ritrovi nell’occhio del ciclone senza saperne nulla, indicato come uno che svolge attività antigovernative…».

Kadiatou, regolare permesso di soggiorno, esprime il suo pensiero. In Italia da poco più di due anni, parla bene l’italiano. «Penso di avere un dono – spiega chiaro, senza fraintendimenti – le lingue le imparo subito e l’italiano è una di quelle che più mi affascinano: in Guinea studiavo il francese, per una decina di anni ho frequentato la scuola. Fino a quando è stato possibile: credo di avere la vocazione per lo studio, sono assetato di conoscenza e voglio imparare, imparare, imparare; assorbire, se possibile, quanto più possibile».

Foto RedattoreSociale

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PARTIRE, UN DRAMMA

«Abbandonare casa è stato come vivere un dramma: un distacco che non auguro a nessuno, mi incoraggiava l’unica cosa che mi spingesse a fare questo tipo di scelta: la mancanza di un’alternativa; fossi rimasto in Guinea non so come sarebbe andata a finire: avevo perso i miei genitori, nessuno più poteva assicurarmi lo studio».

«Mamma era morta, mio padre si era risposato, ma non era cambiato molto, lui mi garantiva l’accesso allo studio: vedermi seduto fra i banchi mi faceva sentire bene, ripetere la lezione che l’insegnante aveva appena spiegato mi inorgogliva: “Kadiatou, mi dicevo, vuoi vedere che diventi uno importante?”». Un medico, un insegnante, un commerciante, come il papà. «Ecco il dramma: un brutto giorno mio padre, chiusa l’attività si stava ritirando a casa quando fu fermato da due brutti ceffi che gli intimarono di mollargli l’incasso; papà aveva pochi spiccioli, quella giornata da dimenticare: testimoni hanno sostenuto che mio padre si difendeva come poteva, a mani nude: non gli credettero, così uno dei due dopo averlo minacciato gli sferrò una coltellata al petto: trasportato di corsa nel presidio sanitario più vicino dopo due ore morì».

E con la morte del papà, per Kadiatou si spense anche il sogno di diventare “qualcuno”. «Cominciai ad andare saltuariamente a scuola, ma non ero più lo studente-modello di qualche tempo prima: studiavo poco perché lavoravo per mio zio, fratello di mio padre, che evidentemente non era la stessa cosa; mio padre mi sgridava, mi diceva come andava fatto un lavoro, mio zio no: non pensava nemmeno cosa fosse una domanda».

Foto Avvenire

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DOLORE INFINITO

«Qualsiasi cosa gli chiedessi sembrava fosse un rifiutarmi all’obbedienza, così botte, schiaffi, calci, perfino ustioni provocate con una lama rovente, nemmeno fossi una bestia a cui imponi un marchio! Volevo continuare gli studi e mio zio, di questo, non voleva sentirne nemmeno lontanamente parlare: da qui il proposito di abbandonare qualsiasi cosa, fare fagotto e andare via».

Attraversa Guinea, Mali, Algeria, fino alla Libia, Kadiatou. «In Libia trovo lavoro, anche se non proprio quello che cercavo: in una masseria o qualcosa di simile, accudisco animali per qualche mese, il tempo materiale di guadagnare un po’ di soldi e finalmente mettere insieme di che pagarmi il viaggio per l’Europa».

«Salii a bordo di una grossa barca piena di ragazzi, uomini, donne e bambini, un centinaio in tutto: tunisini, marocchini e guineani. Stavamo un po’ stretti, ma a quel punto a chi importava più, ci eravamo imbarcati per la libertà. Partiti di notte da una spiaggia, qualcuno non era mai stato in mare: c’era chi stava male, vomitava. Il viaggio di notte era illuminato dalla sola luna».

Kadiatou non sapeva dove erano diretti, aveva intuito che sarebbero andati in Europa, ma lui aveva in testa un unico obiettivo: ritrovare serenità e continuare gli studi. E finalmente, una mattina, al primo sole, la costa. Non sapeva ancora da che parte stesse indirizzando quel barcone il comandante. Era l’Italia.

«Partecipare, un atto di fede»

Franco Pignatelli, decano della Processione dei Misteri

«Una tradizione cominciata nel Dopoguerra con papà Luigi, il “cavaliere”». «Andare in processione deve essere devozione, non ostentazione», osserva Angelo Lecce

Dal Dopoguerra ad oggi, fatta eccezione per un paio di anni, fra una troccola portata nella processione dell’Addolorata e una nei Misteri, Franco Pignatelli ha proseguito nella tradizione di famiglia nel rispetto del simbolo della Settimana santa, la statua di “Gesù morto”. Con il benestare dei confratelli, puntualizza. «Le ultime parole papà – ricorda con profonda emozione – le rivolse alla mamma, furono una raccomandazione: “…Dì a Franco, la statua di Gesù morto!”». Il papà di Franco era Luigi Pignatelli, noto in città come “il Cavaliere”, presidente del Taranto in una delle più brillanti e appassionate stagioni calcistiche della squadra rossoblù.

Nel suo studio in via Cavallotti 70, pieno centro cittadino, c’è anche Angelo Lecce. Con lui, più di una volta, è stato “sotto” la statua di “Gesù morto”. «Ringrazio i confratelli del Carmine – precisa Pignatelli – che più di una volta mi hanno autorizzato a prendere, insieme ad altri, le sdanghe di “Gesù”: negli ultimi anni avevamo assistito a gare per l’aggiudicazione dei simboli non sempre rispettose del periodo di crisi, lungo purtroppo, che sta attraversando la città; a cose fatte, ho ritenuto giusto fare ricorso a una gara ragionata quasi una forma di riconoscenza nei confronti della mia famiglia che ha sostenuto la Confraternita con grande passione anche nei momenti di crisi».

“SCATTI” A RAFFICA

Franco Pignatelli mostra foto incorniciate e appese nel suo studio. «Don Angelo Monfredi, l’avvocato Cosimo Solito, Fulvio Santovito e Salvatore Fallone; io da piccolo, pantaloncini corti; e qui – indica una delle tante foto – il Cavaliere, immancabile; molti ricordano la sua fede per le processioni, Città vecchia e Borgo, come quella per Sant’Antonio, santo al quale era molto devoto: anche gli ultimi anni papà è stato sempre presente, i titolari delle varie attività facevano quasi a gara a offrirgli una sedia per riposarsi durante i Sacri riti che lui seguiva passo dopo passo…».

Una Taranto d’altri tempi. «Gli Anni 70 – osserva Pignatelli – erano quelli del boom economico della nostra città, il siderurgico, l’indotto, i negozi; una Taranto in grande salute, con la voglia di partecipare in concreto alle tradizioni, per dare grande importanza a uno dei momenti più sentiti dai tarantini».

Angelo Lecce, uno dei confratelli con cui Pignatelli è stato «sotto la statua». «Da più di venti anni – spiega Lecce – partecipo alla Processione dei Misteri: puntualizzo, non è un fatto di prestigio come potrebbe pensare qualcuno, ma un atto di fede: facciamo attenzione quando parliamo dei nostri Riti, la partecipazione deve essere sempre devozione e non ostentazione; non è la prima volta che prendo parte alla Processione dei Misteri con Pignatelli, mi auguro non sia nemmeno l’ultima: l’auspicio è che il Signore ci dia la forza per dare il nostro contributo alle tradizioni».

Schermata-2021-03-05-alle-15.31.58MA UNO “SCATTO” PAGATO CARO

Non è andata, però, sempre liscia se così si può dire. «Ricordo nell’82, una gara forse rimasta nella storia, quando un paio di confratelli fecero di tutto per farci concorrenza: padroni di fare offerte, ma non giocare al rialzo quasi fosse un dispetto; papà, “U’ Cavaliere”, ci restò molto male, non sapeva darsi pace, s’interrogava su quell’atteggiamento ingiustificato, stavamo parlando di voti, penitenza, chiesa; mi colpì una sua espressione: “A nuje?!”, come a dire “Siamo stati sempre corretti, non abbiamo mai ostacolato nessuno e qualcuno vuole quasi prendersi gioco di noi?”».

C’è un altro episodio. Franco Pignatelli lo ha rimosso, non vorrebbe tornarci sopra. «Ma sì, più avanti tutto è stato chiarito – argomenta – accadde nel 2007, anche stavolta finì sui giornali: quell’anno la gara era stata accesa, come accade raramente; prendemmo ancora una volta “Gesù Morto”, ma anche qui con una concorrenza inspiegabile tanto da spingere in alto l’aggiudicazione; purtroppo non finì lì, a porte chiuse: chi aveva lanciato la gara, ma aveva perso, seguì la Processione quasi con fare provocatorio».

Da qui, la reazione. «Che non dovrebbe esserci – giustifica – ma commisi l’errore di “chiamare” la sdanga, qualcuno che mi sostituisse per qualche istante sotto la statua; eravamo in via Di Palma, chi aveva giocato al rialzo non si stava comportando correttamente, sguardi, sorrisini, poco rispetto per chi faceva penitenza, pregava; da lì, il parapiglia: ebbi un anno di sospensione, come nell’82; ma, ripeto, questo non dovrebbe mai accadere e di questo mi sono pentito amaramente, con il Signore e con la Confraternita…».

Per concludere. «Diamo spazio – conclude Pignatelli – anche agli altri confratelli, scelta dovuta a un normale turnover; detto questo, ho prestato giuramento tanto alla congrega del Carmine quanto a papà mio: fin quando Dio vorrà parteciperò alla Processione dei Sacri misteri con il massimo rispetto».

«Sono qui per voi…»

Yuri, russo, aiuta Nazar e Alina, due coetanei ucraini

«Che ne direste di venire a giocare a rugby?». Paolo Ricchebono, già campione nazionale di palla ovale, ha rivolto l’invito ai ragazzi. Passa a prenderli a casa, perché quei ragazzi vanno subito inseriti in una storia che possa riavvicinarli a una vita normale

Quando leggiamo notizie come queste, non possiamo che farci assalire da un sano orgoglio nazionale e lasciarci andare un «Che il Cielo assista sempre questo Paese!». Il Paese in questione, una volta tanto è il nostro, assalito da mille emergenze, da una politica spesso in contrasto con se stessa. Ma dal punto di vista umano, diciamocelo, un Paese secondo a nessuno. C’è una bella storia, una delle tante, riportate dall’agenzia Adnkronos ed è quella di tre ragazzini, due ucraini e un russo.

Nazar, otto anni, Alina sette, sono due cugini. Oksana, mamma di Nazar, lavora in Italia, dove è arrivata qualche tempo fa, ospite di una famiglia genovese a cui si affeziona subito. Quattro anni in Italia, il lavoro da contabile, soddisfacente, tanto da poter mandare una parte dei suoi soldi ai sui cari. Il suo sorriso viene smorzato da una notizia che non avrebbe mai voluto sentire. Arriva a metà febbraio, la sua Ucraina è stata invasa dall’esercito russo. A quel punto la donna non ci pensa su due volte, il suo pensiero è rivolto ai piccoli, alla loro salute. Chiama in Italia, la famiglia che l’aveva ospitata e le chiede aiuto. Non solo per lei e i suoi ragazzini, ma anche per altri. Vuole salvare da quel disastro che, giorno dopo giorno, non promette niente di buono, anche gli ospiti di un orfanotrofio. Vuole portarli in Italia con lei. La famiglia della quale era già stata ospite si attiva, trova una soluzione. Così Oksana torna in Italia, non più come collaboratrice, ma come mamma di Nazar e zia di Alina, come angelo dei ragazzini dell’orfanotrofio di Kiev. Con i due cuginetti, anche la nonna, la mamma di Oksana, che non voleva lasciare la sua città, ma che alla fine si è fatta convincere.

Foto Wikipedia

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QUELL’ESPRESSIONE UN PO’ COSI’…

A Genova comincia a circolare la storia, fino a quando non giunge a un certo Paolo, che non è poi un Paolo qualunque, senza offesa per chi porta questo nome. Paolo è Paolo Ricchebono, già campione d’Italia con la Mediolanum, insieme tanto per capirci, di giocatori come Dominguez, Cuttitta, Campese. Senza tanti giri di parole, Ricchebono va a meta: «Nazar, Alina, che ne direste di venire a giocare a rugby?».

Per Paolo il rugby è la sua vita. Ama allenare i ragazzini, e anche quei due ragazzini, benché uno maschietto e l’altra femminuccia, non possono che fare al caso suo. Fa di più, va a prenderli a casa. Deve fare subito, la terapia deve essere da urto, quei ragazzi con ancora nelle orecchie il rumore delle bombe, vanno subito inseriti in una storia che possa quantomeno riavvicinarli a una vita normale: vanno inseriti in una squadra. La lingua non è un problema, anche perché Paolo, uno tosto, ha già fra le mani la soluzione: un ragazzo russo, gioca nell’Under 17, si chiama Yuri. «Lui il mio asso nella manica, il gancio giusto per questi due ragazzi smarriti: ero convinto che avrebbe dato loro tutto l’aiuto possibile».

Paolo porta i piccoli ospiti al campo. Ci sono le presentazioni, i due sembrano un po’ spaesati, capiscono solo quei sorrisi, meno quello che gli altri ragazzi si stanno dicendo fra loro. Fino a quando non sentono una lingua familiare, uno che si rivolge loro parlando in russo: è Yuri. «Ciao ragazzi, sono Yuri e sono qui per aiutarvi». Gli occhi di Nazar si spalancano e diventano luminosi, quelli di Alina ancora di più: la sorpresa più inaspettata e per questo la più bella.

Foto AbruzzoWeb

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RUSSI E UCRAINI, INSEPARABILI

«Ora sono diventati inseparabili – racconta, fiero, Ricchebono – a loro tre non interessa nulla chi sia russo e chi ucraino: Yuri, naturalmente, è diventato il loro punto di riferimento, a lui piace sentirsi così, sapere di essere utile e loro si fidano ciecamente di quel ragazzone». Racconta ancora Ricchebono. «Non serve ricamarci troppo sopra – aggiunge – si chiama umanità, ed è esattamente come dovrebbe essere».

I due ragazzini di Kiev vogliono tornare a casa. Anche se piccoli, sanno che per il momento non possono farlo, lì a casa loro sparano, lanciano le bombe, pare non abbiano pietà di niente e nessuno. I ragazzi, intanto, hanno ricominciato a fare scuola, in Dad (Didattica a distanza). La maestra dei due ragazzi, da Kiev, ha deciso di non interrompere l’insegnamento e in un modo o nell’altro le lezioni andranno avanti. Attraverso lo schermo, anche se sotto le bombe, separati ma vicini. Il rugby, nel frattempo, comincia a diventare familiare: Nazar è un bell’atleta, il più alto della sua Under 9; Alina è agilissima, anche lei la più alta della squadra. Hanno cominciato a correre, a dribblare, a fare slalom, a scappare. Fortuna che questo è un gioco, un campo da rugby, che insegna come schivare i colpi, ma anche a far capire cosa sia stare insieme, uniti, fare squadra.

«Che pasticcio la vita…»

Zaki, nigeriano, un papà e due fratelli in Nigeria

Venticinque anni, racconta la fuga in mare, le notti insonni, nascosto in Libia perché i miliziani non lo portassero in prigione. «Il mio più grande desiderio? Riabbracciare mio padre, i miei due fratelli, mamma purtroppo non c’è più: sarebbe bello ci ritrovassimo qui, in Europa, vivere in Africa è un vero tormento».

«Un gran pasticcio!». Tutto questo è la guerra, ler persecuzioni, la fame, la fuga. Tutto questo, per Zakiyyah, questo il suo nome pere esteso, è «un gran pasticcio!». In realtà usa un’altra frase, una delle espressioni più care dalle nostre parti che amiamo accorciare in una sola battuta un concetto, specie se si vuole andare dritti al cuore della questione.

E’ una delle prime cose che il giovanotto di appena venticinque anni ha imparato non appena è sbarcato in Italia. Spiega la crisi dalla quale è scappato, i contrattempi che ha trovato per inserirsi possibilmente in un diverso tessuto sociale, dunque non trova di meglio che questa breve frase. «Un pasticcio esagerato!». E quando le cose vanno ancora peggio, come lo stesso Zaki racconta, la frase, essenziale, che spiega tutto questo disagio, rende meglio l’idea aggiungendo l’aggettivo “grande”. Dunque, com’è la tua vita, Zaki? «…Un gran casino!». E giù a ridere.

«Sono venuto via dalla mia Nigeria quattro anni fa – dice – la città in cui vivevo con la mia famiglia; la situazione era già complicata, sentivamo alle porte delle nostre case le milizie che volevano rispettassimo la volontà del governo: guai opporsi; i miei fratelli, mi dicono, che questa gente se la trovano praticamente in casa, con tutte le difficoltà, gli stenti ai quali la popolazione viene quotidianamente sottoposta».

Foto Sicurezza Internazionale

Foto Sicurezza Internazionale

TREMENDO ANCHE LI’

Dunque, in Nigeria, anche per la famiglia di Zaki è «tutto un gran pasticcio!». «Gli ultimi tempi – prosegue il giovane – avevo vissuto con mio zio; mamma era morta, con papà avevo avuto continue discussioni, così per evitare litigate furiose ho accettato l’ospitalità di mio zio; poi lui è andato via, ha abbandonato casa, i militari li aveva praticamente alle costole, così anche io ho dovuto fare una scelta, dolorosa».

Ma indietro non si torna. «Tornare a casa? Nemmeno a parlarne, avevo compiuto la mia prima scelta, litigare cioè con mio padre e le sue idee; visto che avevo rischiato grosso, tanto valeva proseguire e andare via dal mio Paese: non avevo alternative; andare via, un grande dolore, la sensazione di una sconfitta che brucia tutti i giorni; lasciare i luoghi che ti hanno visto bambino e poi crescere, è quanto di peggio possa accadere a una persona: dopo generazioni sei tu quello che toglie le radici e non dà continuità alla tua famiglia, quello che ti hanno lasciato i padri dei nostri padri…».

«Per fortuna ho ripreso i contatti con la famiglia; con i miei due fratelli, che mi raccontano spesso come vivano la situazione in Nigeria: i militari ce li hanno praticamente in casa, si sentono oppressi; non solo, fanno la fame, come in tutti quei Paesi dove c’è la guerra; quando ci capita di parlare sento nelle loro parole tutta la tristezza del disagio, della paura: e quando sento da settimane quello che accade in Ucraina è come se rivivessi quei momenti».

Il rapporto con papà. «Lo sento – confessa – ci hanno pensato i miei fratelli a mettere pace: sarebbe stato sciocco continuare a mantenere sciocche distanze; non era proprio il caso. Nelle nostre brevi chiacchierate al telefono, i miei fratelli mi spiegano i dolori giornalieri cui la popolazione viene sottoposta: un dolore che si aggiunge ad altro dolore».

Foto Nigrizia

Foto Nigrizia

DESTINAZIONE ITALIA

Il suo viaggio per l’Italia, passando per la Libia. «Sono stato sei mesi lì, mi facevo vedere poco in giro, dormivo dove capitava, per evitare che anche lì miliziani o banditi: se cadevi nelle loro mani, botte e via il denaro dalle tasche, nel caso avessi guadagnato qualche dinaro: nel frattempo ho fatto qualche lavoretto, muratore, specializzato in muri a secco; magari mi capitasse di fare qualcuno di questi lavori qui da voi». C’è un desiderio in cima alla lista. «Dare una mano ai miei fratelli, papà: lasciare a loro la decisione di restare a casa e aspettare tempi migliori oppure affrontare un viaggio sempre pericoloso, a me fortunatamente durato cinque giorni: su un gommone, con altri cento ragazzi, con tanta fame e tanta paura».

Ha grande dignità, Zaki. Se provi ad offrirgli una colazione, lui, il venticinquenne nigeriano risponde con educazione: «No, grazie come se avessi consumato».

Mani in tasca, fissa il mare. Prova a guardare il sole, le cose che più di altro gli danno il senso di libertà. «Non ti nascondo – ammette – che mi capita di pensare ogni giorno ai miei fratelli, a mio padre: tornare ora a casa sarebbe un problema, il viaggio inverso non serve, mi troverei in piena guerra civile; i miei cari non vogliono saperne, stanno male ma stanno a casa, impossibile farli ragionare».

Zaki trascorre le sue giornate senza affanni. «Faccio due passi, chiedo a qualcuno se ha bisogno di una mano, per lavori in muratura e quando sto male mi faccio coraggio da solo: trovare un buon lavoro e riabbracciare la mia famiglia: è il mio desiderio più grande».

«Sotto una pioggia di bombe»

Storie di ucraini e moldavi, in Italia

Racconti fra paure e pianti. «C’è chi arriva e chi parte: gli anziani, che in passato hanno già dato, si riparano nel resto d’Europa», dicono due badanti. «Non dimenticherò l’abbraccio e il pianto di Maria, che ha lasciato l’Italia per raggiungere il figliolo di venti anni: il ragazzo non ha mai visto una pistola e ora dovrà sparare contro suoi coetanei che, come lui, non sanno cosa sia una guerra»

«Non dimenticherò mai l’abbraccio di Maria, la badante di papà, non appena la situazione in Ucraina stava prendendo una brutta piega: piangeva e spiegava, nel suo italiano, ma soprattutto con i suoi occhi, come fosse possibile che suo figlio, appena ventenne, la testa ancora sui libri, mai vista una pistola in vita sua, fosse stato chiamato a combattere per la patria e sparare contro ragazzi della sua età».

Grazia, modenese, è una delle tante italiane ad aver dato assistenza e lavoro a una ucraina. Maria, una donna diventata, come spesso accade in storie simili, una della famiglia. «Ci siamo strette un istante o un eternità, ricordo però le sue braccia intorno alle mie spalle, mi trasmettevano da un lato tanta forza e dall’altra preoccupazione, tanta preoccupazione: come se Maria in quel momento si stesse aggrappando a una delle poche certezze che le erano rimaste: l’affetto sincero di chi, come me, ma anche altri miei concittadini, e non solo, abbiamo saputo dare a lei e suoi connazionali».

Anche quando prova a spiegare, a dare un senso a qualcosa di disastroso come una guerra, specie di questi tempi, dove basta schiacciare un bottone per fare una strage, Grazia non riesce a trattenere il dolore. «E’ andata via – spiega – quasi corresse a prendersi la sua razione di bombe, comunque a fare la mamma, da scudo al suo ragazzo, poco più di un bambino: è una pazzia, provate a pensare un solo istante ai nostri ragazzi di un qualsiasi liceo, rastrellati da eserciti civili che distribuiscono armi e munizioni?».

Foto La Stampa

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AGI SUL PEZZO

Le agenzie giornalistiche, fra queste l’Agi, che da prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina, sta svolgendo un puntuale lavoro di informazione, documentano queste e altre storie. Cose che non avremmo mai voluto scrivere, specie, come spiegava Grazia, all’alba di un Ventunesimo secolo, nel quale è sufficiente uno schiocco delle dita per radere al suolo un intero Paese.

C’è chi è arrivato da pochi giorni e ha negli occhi ancora le lacrime e sul volto la paura della guerra, spiega l’Agi in un suo reportage. Chi è qui, in Italia, da qualche anno, ma è preoccupato per i propri familiari, bloccati in Ucraina. E, infine, chi cerca di dare loro una mano: italiani generosi che portano medicine e beni di prima necessità nelle parrocchie dove si raccolgono scatoloni pronti per essere inviati a chi ha più bisogno di noi.

«Non parlo bene la vostra lingua, sono arrivata da poco in Italia, ma provo lo stesso a spiegarmi perché la gente sappia: in tutti questi anni la Russia, ovunque abbia messo mani, ha seminato guerra e rovine», racconta una ucraina di sessant’anni. «Conosciamo perfettamente cosa sia il sacrificio, tanto che alla mia età per aiutare i miei ragazzi, la mia famiglia, non appena una mia amica, già in Italia, mi ha prospettato la possibilità di lavorare qui, non ci ho pensato su due volte: un grande dolore lasciare il mio Paese, un grande dolore tornarci; evidentemente la sofferenza fa parte del nostro vivere, o non vivere, quotidiano».

Nella stessa situazione della donna sessantenne, non unica in questa situazione, altre sue connazionali. «La mia famiglia è lì, il mio cuore lì, con loro: mio figlio, mio marito e i miei nipoti», dice un’altra donna, origini moldave, ma da anni in Ucraina, «da quando, cioè, la Russia ha deciso di invaderci daccapo: voi, In Italia, avete avuto notizie in queste settimane, diciamo dallo scorso 24 febbraio, in realtà sono otto anni che si vive nella paura, le bombe erano già all’ordine del giorno: a nulla erano serviti gli appelli del popolo ucraino, non erano in molti a crederci». «Io, moldava – riprende la donna – ho già superato una guerra, con tutto il dolore, la sofferenza che questa ti trasmette: ci siamo trasferiti in Ucraina e ora è accaduta la stessa cosa; i russi sono così, non cambiano: Georgia, Cecenia e, ora, Ucraina…».

Altro giro, altra storia. Una donna, in Italia da poco meno di vent’anni: «Non dormo la notte – dice, anche lei badante – penso alle telefonate con mio marito e i miei figli, quando ci sono i collegamenti ed è possibile parlarci: purtroppo sono sotto le bombe e io vorrei essere lì con loro; se gli accadesse qualcosa e io fossi ancora qui, non saprei perdonarmelo».

Foto RomaIT

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C’E’ CHI RESTA A COMBATTERE

Non tutti riescono a venire in Italia o comunque a fuggire da un Paese sotto assedio. Qualcuna di queste donne ha avuto la fortuna di riabbracciare i familiari. Non c’è stato bisogno di parlare, si sono abbracciati e scoppiati in un pianto liberatorio. «Ma vogliamo tornare presto in Ucraina – dicono – non adesso, consideriamo l’arrivo in Italia come ad un passaggio obbligato in attesa che qualcuno cominci ragionare: non è proprio possibile che oggi si sentano cose così orribili, che niente hanno di umano»

«I miei parenti sono arrivati dalla Polonia in bus – spiega la donna, abbracciando il marito, poco meno di ottant’anni – con lui, mia nuora, un nipotino, un’amica e il suo figlioletto: mio figlio è rimasto lì, deve aiutare; ha ragione, quando dice che alla sua età non si può scappare: se tutti andassero via, chi resterebbe a combattere per riconquistare la libertà?».

Queste le storie raccolte dalle agenzie. L’Agi ce ne racconta tutti i giorni. Storie che toccano il cuore, spiegano un popolo forte, straordinario, che non ha difficoltà nel difendere la propria posizione fino all’ultimo respiro. «Siamo nati per soffrire – dice un profugo, quasi settantenne – e la sofferenza, purtroppo, è l’unica eredità certa che lasceremo ai nostri figli: io stesso avrei potuto fuggire da ragazzo, ma dove sarei andato? In un Paese che non è il mio? E che opinione avrei avuto di me, in fuga costante? Sono nato in un Paese dell’Est sotto l’egemonia di chi vuole impedire a me ed a milioni come me, di sognare un Paese libero; tornerò, potete starne certi: oggi ho accompagnato i miei cari, ma il mio posto è là, sotto quel cielo di bombe!».