Altra morte sul lavoro

Incidente al Porto mercantile di Taranto

A rimetterci la vita, nella mattinata di martedì, Massimo De Vita. Stava svolgendo attività di movimentazione quando è stato travolto durante le operazioni di carico-scarico di pale eoliche. Documento dei sindacati che annunciano uno sciopero nella mattinata di mercoledì. L’intervento dell’arcivescovo Filippo Santoro, la puntualizzazione di Acciaierie d’Italia

A distanza di poco meno di un anno è il secondo lavoratore che nel porto di Taranto perde la vita durante le operazioni di carico-scarico di pale eoliche. A perdere la vita nella mattinata di martedì 22 marzo è stato Massimo De Vita, quarantacinque anni, tarantino. Strappato all’affetto dei suoi cari, stando alle prime informazioni, l’operaio specializzato era intento a svolgere operazioni di movimentazione. L’uomo, che non ha avuto il tempo di realizzare come evitare quanto gli stava accadendo in quegli istanti fatali, è stato schiacciato e ucciso da un grosso telaio in ferro ribaltatosi durante le operazioni di movimentazione a terra di un carico di pale eoliche danneggiate sbarcato poco prima da una nave. Per il lavoratore, purtroppo, non c’è stato scampo.

Secondo quanto trapelato da fonti bene informate, le pale eoliche erano state sistemate in una zona provvisoria, a terra, nella quale si sarebbe svolto il posizionamento dei telai in ferro. Per motivi in via di accertamento, uno di questi telai si è ribaltato travolgendo lo sfortunato operaio. Massimo De Vita è uno degli operai presi in carico dall’Agenzia per il lavoro portuale dopo la messa in liquidazione della Taranto Terminal Container. De Vita era stato assegnato alla Compagnia portuale per svolgere lavori di movimentazione con la qualifica di operaio specializzato seguiti da una ditta d’appalto.

Foto Avvenire

Foto Avvenire

ACCIAIERIE NON C’ENTRA

Con riferimento alla morte di De Vita, Acciaierie d’Italia in una nota precisa di non avere alcun coinvolgimento nelle operazioni che hanno condotto all’incidente, né direttamente né tramite attività svolte da appaltatori per conto di Acciaierie d’Italia. L’azienda ha comunicato, inoltre, di non avere in gestione lo sporgente numero 4-Lato Ponente del porto di Taranto, la zona in cui ha perso la vita l’operaio quarantenne.

L’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, non appena informato sull’accaduto ha così commentato la notizia: «Apprendo con sgomento dell’incidente mortale avvenuto al Quarto sporgente del porto, la mia paterna vicinanza alla famiglia del giovane operaio Massimo De Vita; questa terra continua ad immolare lavoratori, vite umane sacrificate al profitto lì dove il lavoro dovrebbe essere occasione della promozione della dignità umana e di emancipazione sociale; mi unisco all’appello accorato già lanciato da Papa Francesco: basta morti sul lavoro. È importante dare dignità all’uomo che lavora ma anche dare dignità al lavoro dell’uomo, perché l’uomo è signore e non schiavo del lavoro».

Nella stessa mattinata, stavolta al secondo sporgente, durante le operazioni di scarico nel porto di Taranto, gestito da Acciaierie d’Italia, si è verificato un altro incidente, per fortuna senza vittime. Lo ha comunicato la stessa Acciaierie d’Italia, precisando che non si segnalano danni alle persone operanti nell’area.

Foto Repubblica

Foto Repubblica

PROCLAMATO SCIOPERO NAZIONALE

Intanto, Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno indetto per mercoledì 23 marzo, lo sciopero nazionale di un’ora ad ogni fine turno o prestazione di lavoro di tutti i lavoratori dei porti ed il suono delle sirene, alle ore 12. Questa manifestazione, si legge in un comunicato sindacale congiunto, si terrà in segno di lutto a seguito dell’incidente sul lavoro costato la vita a un operaio, Massimo De Vita, schiacciato da un grosso telaio in ferro durante lavori di movimentazione di pale eoliche al porto di Taranto.

Filt Cgil, la Fit Cisl e Uiltrasporti che si stringono al dolore dei familiari di Massimo De Vita, ricordano che circa un anno fa, il 29 aprile, Natalino Albano perse la vita nel tentativo di sfuggire ad una pala eolica che precipitò dopo essersi sganciata dall’imbracatura della gru che la stava sollevando. L’incidente di martedì mattina riaccende tristemente i riflettori sugli elevati rischi del lavoro portuale. Secondo le tre organizzazioni sindacali, occorre rimettere al centro la parola sicurezza nell’agenda delle istituzioni ministeriali e del Governo, a partire dalla emanazione dei necessari provvedimenti di aggiornamento del decreto legislativo 272/99, ripetutamente sollecitati.

Bergoglio, Fatima e…

Il pontefice interviene sul conflitto scatenato dalla Russia

Sono lontani i tempi in cui papa Giovanni XXIII intervenne per evitare che l’ex URSS piazzasse missili a Cuba. Lo stesso le preghiere di Paolo VI per il cessate il fuoco in Vietnam. Secondo il quotidiano Libero, non è più «il Bergoglio più dei movimenti popolari che lancia slogan rivoluzionari»

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Russia da consacrare e Terza guerra mondiale. Come dire: apocalisse imminente. E’ una sintesi da prendere con le molle, però. Come molti dei discorsi che partono dalle stanze del Vaticano, una volta centro del mondo. Altre volte, ago della bilancia nella politica internazionale. Basti pensare ai filmati in bianco e nero che circolano di Giovanni XXIII a pregare per scongiurare il terzo conflitto mondiale fra Stati Uniti (presidente Kennedy) e Unione Sovietica (presidente, o meglio, “segretario generale del partito”, Krusciov) a causa dei missili intercettati nell’ottobre del 1962 mentre venivano trasferiti dall’URSS a Cuba. A quelle più frequenti di papa Paolo VI perché cessasse la guerra nel Vietnam del Nord, con gli Stati Uniti nella metà degli Anni Sessanta a sferrare attacchi al popolo vietnamita a causa del presunto incidente del Golfo del Tonchino (gli americani sostennero a lungo di essere stati aggrediti).

Papa Francesco, secondo il quotidiano Libero, che nei giorni scorsi ha scritto sull’intervento del pontefice, che non sembrerebbe più «il Bergoglio dei movimenti popolari che lancia slogan rivoluzionari sostenendo i limiti della proprietà privata, il diritto degli sfruttati a ribellarsi». Di colpo, scrivono, sia pure con il suo modo dolce e familiare di parlare, sarebbe identico a quei pontefici degli ultimi cento anni.

Foto Comunione e Liberazione

Foto Comunione e Liberazione

DESTRA, SINISTRA E…

Destra e sinistra, politicamente parlando. La sinistra, è il punto di vista di Libero, lo ritiene il suo leader mondiale per la dottrina sociale. Da destra lo si critica esattamente per questo stesso motivo. Francesco si era rivolto ai giovani, aveva definito la Madonna «influencer» per compiacere i giovani, mentre adesso non esita a ricalcare il messaggio di Fatima. A Fatima la Madonna aveva chiesto espressamente questa consacrazione della Russia, in unione a tutti vescovi, altrimenti avrebbe diffuso «i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte».

Vengono in mente le parole, che un grande pontefice, diventato poi santo, Giovanni Paolo II usò meno di quarant’anni fa, e precisamente nell’84. «O Madre degli uomini e dei popoli – diceva il papa – Tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al Tuo Cuore: abbraccia con amore di Madre e di Serva del Signore, questo nostro mondo umano, che Ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli. In modo speciale Ti affidiamo e consacriamo quegli uomini e quelle nazioni, che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno».

Foto Vatican News

Foto Vatican News

FELTRI E LO SPIRAGLIO

Insiste, su quello che sarebbe uno stile sostanzialmente diverso da parte di Sua Santità, Libero. «Ora Francesco precisa (a proposito di Russia e Ucraina): la nostra Russia e la nostra Ucraina. Non è in ritardo. Ma è l’ultima ora probabilmente. Benedetto XVI, che scelse il nome di Benedetto anche in onore del predecessore con il medesimo nome, visitò imprevedibilmente Fatima nel maggio 2010. Pregò e pregò. Poi sostenne due cose con i giornalisti: che il famoso e cosiddetto terzo segreto non aveva esaurito la sua minaccia, ma che comunque alla fine “la misericordia è più forte”».

Chiosa, il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, con una sorta di post-scriptum: nel frattempo «..c’è stata una videochiamata tra Francesco e il patriarca Kirill di Russia: buon segno».

«Ferite che bruciano»

Sunday, nigeriano, la fuga, le torture, la libertà

«I soldi non hanno valore, se hai imparato che la vita è appesa al grilletto di una pistola. Mio padre ucciso, ho lasciato mia madre e una sorella. Le coltellate, le ferite e il mare, il senso di libertà. E se un giorno facessi il meccanico…»

«Ciao, amico mio!». Ci metti un attimo a strappare un sorriso a un ragazzo che ne ha passate davvero tante. «Vorrei ridere, piuttosto che sorridere», ci dice, «ma con una guerra in corso a due ore dall’Italia non hai lo spirito giusto: le guerre sono la peggiore cosa che l’Uomo – e sottolineo l’Uomo – potesse inventarsi per farsi del male; lo dico da profugo, da fuggitivo, io che sono scappato dalla Nigeria, un Paese che amo, ma che se non sei allineato con i poteri forti, sei destinato a vivere nelle sofferenze». Sunday, nigeriano, trent’anni, da quattro in Italia, parla un discreto italiano. «E come gli italiani comincio ad aiutarmi nei discorsi a furia di gesti: questo amo degli italiani, che provano in tutti i modi a farsi comprendere, anche se sei straniero e non parli una sola parola della loro lingua: mi è successo i primi tempi, c’era chi per farsi capire alzava il tono della voce, urlava quasi, e si aiutava compiendo gesti…». Quando è arrivato in Italia parlava solo inglese, oggi, dicevamo, Sunday, vanta un buon italiano. Fuggito dalla Nigeria, un Paese nel quale fra militari, miliziani e bande armate, rischi comunque di fare un pieno di bastonate sempre. «E senza giustificazione: sfuggi a uno di loro e ti ritrovi al centro di una mattanza con altri che ti hanno preso sulla punta del naso: riempiono così le loro giornate; ti fermano, ti chiedono i documenti, pur non essendo militari, con lo scopo di metterti le mani in tasca e di svuotartele di quei pochi soldi che hai guadagnato in un lavoro faticoso, ma sempre sporco».

Prosegue Sunday, spiega che quando non hai scampo, c’è solo una soluzione: rannicchiarti e invocare pietà, sperando che si muovano a compassione. «Difficile, ti riempiono di calci e pugni, mentre i compagni ti tengono sotto tiro. E se le legnate non ti hanno fatto ancora uscire il sangue dalla testa, insistono, con il calcio di una pistola, di un fucile per provocarti: lo scopo è, comunque, provocarti ferite».

Foto La Repubblica

Foto La Repubblica

AFRICA, DOLORE OVUNQUE

La situazione non è tanto diversa in altri Paesi africani. «Sono perseguitato dalle botte, forse perché me le merito, non so – sorride Sunday, aiutandosi a gesti, indicando ferite su un braccio, un ginocchio – spesso hai come la sensazione che, come ti muovi, le prendi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, dove sono stato prigioniero per molti mesi, non ricordo quanti: volevano che un mio parente pagasse il riscatto, alla fine ci rimettevano acqua e un pugno di riso al giorno, così mi hanno cacciato a calci da quella prigione: avevo paura che avessero fatto una scommessa su me, farmi allontanare e giocare al bersaglio; succede anche questo: la vita vale meno di niente».

Ricorda il passato, il trentenne nigeriano. «Papà, ucciso durante la guerra civile: a casa sono rimasti mamma e una sorella; il viaggio per arrivare qui, in Italia, è durato mesi: forse tre di questi passati nella prigione libica».

Giorno e notte non esistono. «Durante i mesi da recluso, gli aguzzini ti svegliavano e giù calci: ovunque capitasse, il più delle volte nello stomaco e nel bassoventre, dove il dolore è infernale, come se stessi esalando l’ultimo respiro: la tua vita era appesa al grilletto di una pistola; al mattino, solita sveglia, brusca: “Chiama i tuoi familiari, convincili a farti mandare soldi, sennò domani non ti svegli: mi mostravano la pistola o un fucile, come se ti indicassero la morte durante il sonno…».

Sunday, un altro momento di inaudita violenza. Gli occhi pieni di lacrime, come se lo stesse rivivendo per noi. «Picchiavano me e gli altri compagni con una violenza mai vista: con un calcio a un prigioniero fecero saltare i denti davanti e solo perché non capiva la loro lingua, quello che gli dicevano. Poi la fuga, quella libertà che odora di paura, perché mentre ti hanno restituito la vita, a qualcuno di quelli potrebbe venire in mente di togliertela un istante dopo con una palla nella schiena: ne ho visti morire così, non facevano in tempo a gioire, che nel gioco perverso di chi ha potere di vita e morte su dei poveracci come noi, qualcuno premeva il grilletto e ti lasciava disteso lì, alla mercé di topi, sciacalli, altre bestie…».

«SIGARETTE SPENTE SULLA PELLE»

Sunday, si fila il giubbotto, alza una maglia e mostra un braccio, pieno di ustioni cicatrizzate. «Sigarette accese spente sulla pelle, come se fossimo posacenere; coltelli con la lama rovente o talmente affilata da farsi largo nella pelle come se affondasse nel burro: ogni ferita è il volto di uno dei carcerieri; in quei momenti non sai cosa gli stia passando per la testa: non sai cosa gli stia passando per la mente e allora, da non crederci, ma bisogna trovarsi in quelle circostanze, non aspetti altro che la morte ti sottragga a un dolore talmente forte tanto da pregare che la facciano finita».

Cinquecento, anche seicento dinari libici. «Tanto vali in quel momento: per loro sei una spesa, un pugno di riso, un pezzo di pane e un po’ di acqua, anche sporca, ogni giorno; se i soldi non arrivano sei destinato a una lunga agonia, fino a quando la bocca dello stomaco non ti si chiude e, allora, è la fine».

Un desiderio. «Vorrei fare il meccanico – dice Sunday – sono stato sempre affascinato dalle auto e dai motori: in Nigeria spesso aggiustavo camion, furgoni, moto, era una festa quando dovevo mettere mano a un’auto; qui ho lavorato saltuariamente in un’officina, quando stavo per trovare la mia strada è arrivato il covid e ogni sogno è svanito».

Foto Taranto Guide

Foto Taranto Guide

IL DENARO NON COSTA UNA VITA

Il valore del denaro. «Non conta, dopo che sei scampato alla morte qualsiasi tipo di lavoro va bene: qualcuno ne approfitta, ma la maggior parte ha rispetto per me, i miei connazionali, i fratelli africani: è questo il bello dell’Italia, la maggior parte della gente ha grande rispetto per te, ha il senso dell’ospitalità: non c’è molto lavoro, per un certo periodo ho anche lavato le scale, ma qualcuno si è lamentato che quel lavoro lo facesse un nero, in uno stabile non mi volevano».

Sunday ci lascia una “cartolina”. «Quando mi capita di passare davanti al Lungomare di Taranto il mio cuore batte forte, il mare per me è la vita: l’ho sempre amato, fra un viaggio in mare o uno sulla terra ferma, non avrei dubbi: mare tutta la vita, nonostante il mio viaggio per l’Italia sia durato a lungo; non avevo soldi, uno di quelli che si occupa del trasporto per mare, da me non volle niente: imbarcarne uno in più su un totale di un centinaio di persone, non gli pesava, così mi fece segno di salire a bordo. Onde da paura, poi finalmente una nave mercantile che ci prese a bordo, poi la Sicilia da lontano e, finalmente, la libertà. Ecco, il mare, così grande, è come la libertà, un desiderio immenso».

«Grazie per l’accoglienza»

Anatolii Vasylkivskyi, direttore dell’Orchestra di Kiev

«Fare musica: non abbiamo alternative, mettiamo il nostro cuore in ogni nota; suoniamo per i nostri familiari, per la gente che ci ascolta e per tutto il popolo ucraino che sta soffrendo», dice il portavoce dell’ensemble bloccato in Italia dalla guerra dichiarata dalla Russia. Concerto a Taranto, nella chiesa di Sant’Antonio di Padova

«Fare musica in queste condizioni è molto difficile, ma non abbiamo alternative». Cordiali, un sorriso accennato, la voglia di incontrare subito il pubblico per sentire l’abbraccio solidale. Sabato sera nella chiesa Sant’Antonio di Padova a Taranto, l’esibizione della National Chamber Orchestra Soloists di Kiev, l’ensemble di diciotto elementi bloccato in Italia dallo scorso 24 febbraio, lo stesso giorno in cui l’artiglieria russa ha invaso il territorio ucraino.

E’ stata una grande emozione, più volte sottolineata da lunghi applausi, alla presenza di un pubblico che ha mostrato grande sensibilità e generosità. Presenti, fra gli altri, l’arcivescovo, Monsignor Filippo Santoro, e il prefetto di Taranto, Demetrio Martino. L’invito ufficiale alla National Chamber Orchestra di Kiev è stato rivolto da Confindustria Taranto, Orchestra della Magna Grecia, Arcidiocesi e Comune di Taranto, in collaborazione con Ministero della Cultura e Regione Puglia.

«E’ molto difficile essere qui, per noi – ha dichiarato Anatolii Vasylkivskyi, direttore della National Chamber Orchestra Soloists di Kiev, a nome dei musicisti ucraini – in quanto il nostro Paese da più di due settimane è in guerra; siamo molto preoccupati per le nostre famiglie e il nostro popolo; quando siamo partiti, la situazione era abbastanza tranquilla, non potevamo immaginare che le forze russe avrebbero puntato Kiev e altre città: invece è successo; fare musica in queste condizioni è molto difficile, ma al momento non abbiamo alternative, vogliamo onorare questo impegno (il concerto, ndr), raccogliendo tutte le nostre forze, mettendo tutto il nostro cuore in ogni nota di questo concerto: suoneremo per i nostri familiari, per voi e per tutto il popolo ucraino che sta soffrendo; attraverso la musica vogliamo lanciare un messaggio di pace e condividere la speranza e l’auspicio che questa guerra si fermi immediatamente». Un breve comunicato, toccante, letto dal Maestro Enzo Di Rosa, oboista, da giorni impegnato insieme con l’orchestra ucraina che sta portando in tournée il messaggio “La musica che unisce”.

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

«PRONTI AD OSPITARE PROFUGHI»

«Ci siamo mobilitati, solidali – ha dichiarato l’arcivescovo, prima del concerto – con il popolo dell’Ucraina che sta soffrendo terribilmente, con due milioni e mezzo di persone in fuga da case abbattute da un attacco tanto inatteso quanto brutale; ci uniamo al Santo Padre, Papa Francesco, che invita chiunque a fare qualsiasi cosa per ottenere la pace, mediante un dialogo nel quale si faccia invito a deporre le armi; il concerto dell’Orchestra ucraina è un momento di arte, cultura, riflessione, che apre il cuore alla solidarietà e alla speranza; un invito, inoltre, a chi può farlo, a mettere a disposizione case per l’accoglienza dei profughi, attività che la Diocesi ha cominciato a svolgere, dando disponibilità ad ospitare intere famiglie, bambini, donne; in molte parrocchie si cerca di fare altrettanto, coordinati dalla Caritas; è un momento atroce e proprio per questo deve vederci tutti attivi nella solidarietà, pregando perché cessi al più presto la barbarie provocata dalla guerra e regni la pace».

«SITUAZIONE GRAVE»

«Questa grave situazione – ha detto Piero Romano, direttore artistico dell’ICO Magna Grecia – la sentiamo affine alla nostra sensibilità, tanto che abbiamo inteso sostenere immediatamente i nostri amici, i musicisti ucraini, con due concerti; uno a Taranto, uno a Matera; tutto ciò è stato reso possibile grazie alla disponibilità di Confindustria Taranto, del suo presidente Salvatore Toma, dell’Arcidiocesi di Taranto e dell’arcivescovo Monsignor Filippo Santoro e del Comune di Taranto, che hanno affiancato l’Orchestra Magna Grecia a sostegno di questa causa; preziosa anche in questo caso la vicinanza del Ministero della Cultura e della Regione Puglia. Il secondo evento ha avuto luogo a Matera, nella Chiesa del Cristo Re, con il patrocinio dell’Arcivescovado e del Comune di Matera, in collaborazione con Ministero della Cultura e Regione Basilicata; oltre ad un biglietto simbolico, abbiamo istituito una raccolta di fondi confidando sulla generosità di pubblico, sponsor e altri imprenditori; ciò per consentire ai musicisti ucraini di superare l’attuale emergenza e poter tornare in Ucraina a riabbracciare le famiglie in difesa della libertà».

I diciotto musicisti della National Chamber Orchestra Kyiv Soloists bloccati in Italia intendono riabbracciare al più presto le proprie famiglie (isolate da qualsiasi tipo di comunicazione). Unica strada percorribile per i musicisti, continuare a suonare per sostenersi economicamente e finanziarsi il viaggio di ritorno in Ucraina. I circuiti bancari del loro Paese, infatti, attualmente risultano essere bloccati per qualsiasi tipo di operazione.

La National Chamber Orchestra Kyiv Soloists, solista Enzo Di Rosa, primo oboista nell’Orchestra di Santa Cecilia, nella Chiesa di Sant’Antonio di Padova a Taranto ha eseguito musiche di Tommaso Albinoni, Myroslav Skoryk, Maxim Berezovsky, Vivaldi, Rota, Morricone e del pugliese Bellafronte, presente nella chiesa di Sant’Antonio di Padova a Taranto, la sera del concerto.

Un battito d’ali…

Figlie e compagne benestanti contro la guerra

Il vento potrebbe cambiare, le “colombe” spazzano i “falchi” e i propositi del “governo di pochi”. La parte più moderna dell’oligarchia, in particolare quella al femminile, si ribella alla politica sanguinosa. Potrebbe essere l’inizio di una svolta. L’atteggiamento spiazza il Cremlino, che però prosegue nell’invasione dell’Ucraina. Corsera percorre un sentiero sfuggito a molti

Foto HuffPost Italia

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Non tutti, viva il Cielo, la pensano come Putin. La Russia si sarebbe sentita minacciata dall’Occidente che aveva aperto una via a poche centinaia di chilometri da Mosca, con il Patto Nato. Questo potrebbe essere stato un tema di discussione, l’apertura di un dibattito internazionale, quando Biden – non ancora presidente degli Stati Uniti – vent’anni prima aveva ammonito l’espansione indiscriminata di Paesi sempre più vicini all’Europa occidentale, e sempre più lontani dal centro dell’Unione sovietica di un tempo. Invece, il presidente russo ha scagliato le sue armate contro l’Ucraina e un popolo inerme, in fuga minacciato da bombardamenti quotidiani che mietono vittime, fra uomini, donne e, soprattutto bambini, come nel caso dell’ospedale pediatrico nel quale hanno perso la vita decine di persone, fra queste, diversi piccoli. Questo difficilmente il mondo lo dimenticherà.

In questi giorni sono stati pubblicati diversi articoli a dare voce a questo o quel rappresentante della politica belligerante russa. In un articolo, puntuale, preciso sotto i diversi aspetti analizzati, scritto da Marco Imarisio e pubblicato sul Corriere della sera, si sottolinea che questi, ormai, non sarebbero più “affari di famiglia, ma di un intero Paese”. Sembravano la conseguenza di un’onda emotiva, scrive infatti il Corsera, i primi “No alla guerra” riportati dai social dalle figlie degli oligarchi russi. Oligarchia, “governo di pochi”. Infatti, due delle eredi più celebri, come Sofia Abramovich, nota per postare su Instagram ogni dettaglio della sua vita sontuosa, e poi Elizaveta Peskova, primogenita del potente Dmitry, portavoce di Vladimir Putin, avevano subito fatto marcia indietro, cancellando le tracce della loro presa di posizione sul web. Dunque, non più sfacciatamente per un tenore di vita permesso dal benessere prodotto dai propri congiunti, tutt’uno con i potenti. Ma una posizione più prudente.

Foto AbruzzoWeb

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DOPO IL DISAGIO, I PRIMI “NO ALLA GUERRA”

Dopo il disagio, come scrive Imarisio, adesso altre defezioni illustri stanno trasformando queste piccole e altolocate ribellioni nell’unità di misura del disagio. Non certo della società russa, basta guardare il tenore di vita delle figlie in questione per capire la distanza che le separa dalla vita quotidiana della Russia profonda, ma di quelle élite che devono molto, quasi tutto, al Cremlino.

Quella stessa élite, scrive il quotidiano, che in questi vent’anni di relativa briglia sciolta si sono trasformate in una immagine lussuosa della Russia cosmopolita, che considera ancora Mosca e San Pietroburgo come un affaccio sul resto del mondo al quale sentono di appartenere. Infatti, volendo mettere in fila l’elenco delle defezioni dall’ortodossia putiniana, emerge il legittimo sospetto che si sia davvero aperta una linea di frattura, forse non solo generazionale.

Dunque, l’analisi del Corsera. Non solo padri allineati e muti contro figlie (e qualche figlio) loquaci e dissenzienti. Ma anche giovani che forse – forse, beninteso – parlerebbero a nome e delle loro famiglie, e, sempre forse, utilizzati per mandare un messaggio. Non si spiega altrimenti la lista sempre più lunga dei distinguo via social operati dai giovani rampolli dell’oligarchia russa. E l’ultima definizione va presa in senso esteso. Non solo quella economica, ma anche quella politica.

Foto TeverePost

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COLOMBE CONTRO FALCHI

Legami all’apparenza indissolubili – conclude Imarisio nella sua lunga analisi sul Corsera – sui quali è stata costruita la storia recente della Russia, che oggi alla prova del salto di generazione appaiono meno scolpiti nel marmo di quanto si pensava. In casa di ogni falco sembra annidarsi una colomba. Anche del più rapace di tutti, come può esserlo il ministro della Difesa Sergej Sojgu, l’uomo che ha assecondato e forse incoraggiato la scelta ucraina.

Alexej Stolyarov, marito di Ksenja, la sua seconda figlia, ha risposto agli auguri di compleanno con un messaggio nel quale sostiene che il miglior regalo possibile sarà la pace. Senza ricorrenze da festeggiare, Karina Boguslasvkj ha scritto su Instagram che occorre chiamare «i nostri cari, “compagni”, “amici”», chiunque possa porre fine «a questa tragedia». Sembra quasi un messaggio all’indirizzo di a papà Irek, deputato di Russia Unita e amico personale di Putin. “Se son colombe, un giorno fioriranno”, auspica Imarisio. Anche dalle parti del Cremlino.

Insomma, secondo il Corsera, se son colombe – riprendendo il concetto appena espresso – sorvoleranno il Palazzo della “politik”, scacciando dalla testa dei guerrafondai “a prescindere”, qualsiasi proposito sanguinoso, con un solo battito d’ali.

Jasha, un italiano al Bolshoi

Jacopo Tissi, etoile a Mosca

Quanto sta accadendo in Ucraina fa porre domande. Ma l’arte prende le distanze dalla politica. In attesa di conoscere gli sviluppi del conflitto e delle trattative di pace sulla strada Russia-Ucraina, ecco la parabola del successo dell’erede di Roberto Bolle. Corriere della sera, Repubblica e la Gazzetta dello sport elogiano le sue evoluzioni

«Dico ai genitori che dubitano: abbattiamo le barriere, un figlio che sceglie l’arte, trova un mestiere speciale, dategli fiducia; i ragazzi che non hanno la fortuna di avere il sostegno dei genitori, devono credere ancora di più in sé stessi e cercare il supporto di parenti e amici. Il cammino è lungo». Così, Jacopo Tissi, italiano, etoile del Bolshoi, al Corriere della sera, per spiegare quanto sia complicato farsi strada nel mondo della danza classica, in apparenze tutta applausi e lustrini. E invece, minimo duecento rappresentazioni l’anno. Dovesse mollare, anche in un momento così critico – inutile nascondersi che la guerra sferrata dalla Russia contro l’Ucraina fa porre al grande ballerino più di una domanda – ce ne sarebbero dieci, cento, disposti a prendere il suo posto, a qualsiasi costo. Anche a costo di ulteriori sacrifici.

Per Jacopo bellezza e presenza non sono sufficienti per diventare una étoile. Occorre essere un vero atleta, prosegue Corsera, e, allo stesso tempo, anche un grande artista, perché la danza è un mix in cui il corpo e la perfezione del movimento sono al servizio dell’arte.

Jacopo Tissi è considerato l’erede di Roberto Bolle, simile a lui per bravura e aspetto fisico che lo rendono perfetto nel ruolo del Principe, una delle figure più ricorrenti in gran parte dei balletti. La sua avventura di étoile di uno dei teatri più importanti al mondo, il Bolshoi di Mosca, era cominciata a gennaio.

Foto corriere.it

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LA BELLEZZA NON BASTA

In numerose interviste Tissi ha ripetuto che «anche se aiuta, la bellezza non è nulla nella danza se non ci sono anche l’ostinazione, la perseveranza e la dedizione totale a questa disciplina: fondamentale deve essere la costanza negli allenamenti e nelle prove». Tissi, al Bolshoi, si è esibito di recente nella “Raymonda” e ne “Il lago dei Cigni”, balletto grazie al quale ha cominciato ad appassionarsi alla danza.

La folgorazione a soli cinque anni. Mentre guarda in tv “Il Lago dei Cigni”, Jacopo ha come una folgorazione. Chiede ai genitori di seguire delle lezioni di danza. La sua famiglia asseconda le sue richieste, lo sostiene, lo incoraggia. Quando il direttore del Bolshoi, a fine dicembre, al termine dello “Schiaccianoci” in cui Jacopo ha interpretato, nemmeno a dirlo, il Principe, ha annunciato che lo avevano eletto a furor di popolo l’étoile del teatro moscovita, i genitori del ballerino italiano erano lì con lui. «Non ti sei mai accontentato – ha ripreso il Corriere della Sera facendo sintesi di una dichiarazione della mamma di Jacopo – delle situazioni comode e hai scelto la strada più difficile: questa la ricompensa che meriti».

Jacopo ha poi dichiarato al “Corriere” quanto sia importante il sostegno della famiglia. «Papà, mamme, non fatevi assalire da dubbi: un figlio che sceglie l’arte trova un mestiere speciale, dategli fiducia». E, ancora: «I ragazzi che non hanno la fortuna di avere il sostegno dei genitori, devono credere di più in se stessi e cercare il supporto di parenti e amici, perché il cammino non è semplice: è lungo».

Foto ilmattino.it

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A UNDICI ANNI ALLA “SCALA”

La sua biografia spiega il percorso intrapreso dal ballerino italiano. Tissi ha preso le prime lezioni da bambino in una scuola di danza privata della sua città, Landriano, in provincia di Pavia, dove è nato nel ‘95. A undici anni è entrato nella Scuola di Ballo del Teatro alla Scala dove nel 2014 si è diplomato con lode. L’anno dopo ha danzato al Vienna State Ballet, diretto da Manuel Legris (che ora dirige la Scala), poi nel 2015-2016 è tornato a Milano, diretto da Makhar Vaziev che nel 2016 lo ha poi portato con sé nella compagnia del Bolshoi, primo italiano a essere scelto per il teatro russo. A Mosca, in pochissimo tempo, Jacopo Tissi è stato promosso da ballerino aggiunto a primo ballerino e poi ha raggiunto il grado più alto, quello di étoile.

La vita di Jacopo Tissi è stata finora scandita da lezioni di danza al mattino con il suo coach personale Alexander Vetrov , poi tante ore di prove per preparare gli spettacoli, che al Bolshoi sono numerosissimi, si balla per duecento giorni l’anno. Anche dopo la fine delle prove, Jacopo restava in sala per perfezionare passi e combinazioni o ripassare la coreografia, lavorare su qualche parte del balletto e studiare il personaggio e farlo proprio. E al di fuori della sala prove studia i personaggi riguardando i balletti del passato e come sono stati interpretati dai più grandi ballerini della storia della danza, poi, ovviamente, cerca di aggiungere qualcosa di suo. Infatti, come ha detto in una intervista a Repubblica, «più che bello e bravo, danzando devi essere speciale. Il che non vuol dire perfetto. Bisogna essere qualcuno che colpisce e resta».

E il lavoro in palestra. Fondamentale anche quello, almeno due giorni a settimana, e i risultati, sul suo fisico di un metro e novanta centimetri di altezza si vedono tutti.

Foto Il Pendolo

Foto Il Pendolo

IL RUSSO IN PUNTA DI PIEDI

Pendolare per otto anni Jacopo si è mosso tra Landriano e Milano. Niente in confronto a quello che ha dovuto fare quando a venti anni è arrivato a Mosca. Inizio non semplice. Ambientarsi a un inverno particolarmente freddo che noi italiani non possiamo nemmeno immaginare, e abituarsi a un cibo completamente diverso dal nostro, non è stato semplice. Tutto è cambiato, in meglio, non appena ha imparato a parlare russo. Perfettamente integrato a Mosca, Tissi oggi ha tantissimi fan che lo chiamano Jasha perché, dice, «Jacopo? Troppo difficile da pronunciare per un russo». Lì, in Russia, non tutti lo sanno: i ballerini sono delle star al pari dei più grandi atleti e hanno i loro tifosi, esperti di balletto, li seguono e vanno a vederli ovunque ci sia una rappresentazione.

Un elemento su Jacopo ce lo dà ancora un altro quotidiano, sportivo. La Gazzetta dello sport, la voce più autorevole in fatto di calcio e “altri mondi” (pagine che hanno avuto un certo successo fra i lettori della Rosea). Qual è la notizia. Bene, a fare compagnia alla popolare etoile c’è Leo, un volpino, arrivato nella primavera di due anni fa, dopo che Tissi aveva perso Jedy, la cagnolina che gli aveva fatto compagnia per anni.

Nel frattempo Tissi è diventato anche una star del web. Durante la quarantena ha mostrato ai suoi follower la sua giornata-tipo. che Comincia con un caffè, per proseguire con tante flessioni, esercizi alla sbarra, pasti sani ed equilibrati che si sa preparare da solo e relax con qualche lettura. Questo è, oggi, Jacopo Tissi, italiano, stella del firmamento russo che oggi deve vedersela nel rispondere, quando può, a domande a volte anche fuori luogo. Di questo, sempre in questi spazi, ne abbiamo già scritto. Guerra bocciata a prescindere, oggi uno spargimento di sangue, in nome di qualsiasi fede, non solo politica, non solo è fuori luogo, ma è fuori dal tempo.

«Questione di principio»

Anna Netrebko, russa, star della lirica mondiale, diserterà la Scala

«Non è giusto costringere una artista a dare voce alle proprie opinioni politiche e a denunciare la sua patria», aveva dichiarato. «Sono contraria a questa guerra: ho molti amici in Ucraina e la pena e il dolore ora mi spezza il cuore: questo è ciò che spero e per cui prego», aveva aggiunto. Più chiaro di così.

Foto: Il Primato Nazionale

Foto: Il Primato Nazionale

Dopo quanto accaduto al suo collega, il direttore Valery Gergiev, sospeso per non aver preso le distanze dal presidente Putin che nei giorni scorsi ha invaso e bombartadto l’Ucraina, interviene Anna Netrebko. La posizione del soprano russo è netta, anche se per certi versi condivisibile (ma solo per certi versi): non vuole essere costretta a prendere posizione sulla politica del suo presidente. Insomma, l’arte è una cosa, la politica – anche quando ha poco a che spartire con la democrazia, specie spiegata con il fuoco dei carri armati e già duemila vittime civili – sicuramente un’altra.

Insomma, sarebbe una questione di stile. La notizia ripresa dal TGCOM e spiegata agli spettatori delle reti Mediaset, non lascia scampo alle interpretazioni: il soprano russo Anna Netrebko, che avrebbe dovuto ricoprire il ruolo della protagonista del “Macbeth” alla Prima della Scala, attesa al teatro milanese il 9 marzo per “Adriana Lecouvreur”, non calcherà i palchi del Piermarini.

Foto: Milano.zone

Foto: Milano.zone

NIENTE GIRI DI PAROLE

Senza giri di parole e con insospettata personalità, la cantante lo ha spiegato comunicando la sua decisione dal suo profilo Instagram. Intanto definendo fake news le notizie sulla sua assenza legata a motivi di salute. Anche questa una decisione presa con carattere, senza girarci troppo intorno, ha preso – come si è soliti dire – il toro per le corna. Apre il suo intervento con un disarmante «Non verrò!». Le ragioni erano state palesate ancor prima di questo suo intervento. La cantante lirica queste sue ragioni le aveva già esternate in un post giorni addietro: «Non è giusto – aveva scritto – costringere una artista a dare voce alle proprie opinioni politiche e a denunciare la sua patria». Queste le sue ragioni. Nella sua mente l’artista può avere qualsiasi opinione, si diceva, ma costringere il soprano a sconfessare il suo presidente Putin, come se facesse outing, non va bene. In soldoni: la musica, l’arte, sono una cosa, la politica un’altra. Come se avessero imposto a un qualsiasi artista, calciatore, scrittore, di non frequentare questo o quel salotto, ma anche andare ad esibirsi in un Paese “non amico”. A ognuno il suo.

Ma poi, diciamola tutta, a proposito di quanto le è stato contestato, Anna Netrebko proprio nei giorni scorsi si era pronunciata contro la guerra. In un lungo post si era assunta la sue responsabilità, tanto che aveva scritto: «Prima di tutto: sono contraria a questa guerra; sono russa e amo il mio Paese ma ho molti amici in Ucraina e la pena e il dolore ora mi spezza il cuore. Voglio che questa guerra finisca e che la gente possa vivere in pace. Questo è ciò che spero e per cui prego».

Foto: L'Arena

Foto: L’Arena

COS’ALTRO DIRE?

Cos’altro avrebbe dovuto fare la grande cantante? CErte cose, nonostante ci si sforzi, non riusciamo a comprenderle. In cartellone, assieme al marito Yusif Eyvazov in “Adriana Lecouvreur” con la regia di David McVicar dal 9 marzo, la coppia aveva già saltato due prove organizzate ad hoc per loro, “formalmente” a causa di una indisposizione. Le cose non stavano proprio così.

In un altro lungo post la stella mondiale della lirica aveva anche aggiunto che «Obbligare artisti, o qualsiasi figura pubblica, a dar voce alle proprie opinioni politiche in pubblico e a denunciare la propria patria non è giusto; questa dovrebbe essere una libera scelta. Come molti dei miei colleghi, io non sono un politico, non sono una esperta di politica: sono una artista e il mio scopo è unire le persone divise dalla politica». Più chiaro di così. Dopo il post chiarificatore, circa la sua posizione “non politica”, la decisione ufficiale: niente palco della Scala. E non per motivi di salute, come ha puntualizzato Anna Netrebko, bensì per una questione di principio.

«Ricomincio dall’Italia»

Sekou, una famiglia infamata, la fuga verso il nostro Paese

«Mio padre inghiottito da una di quelle “prigioni del silenzio”. Mia madre morta lontano da casa, mio fratello scomparso in mare in prossimità delle coste italiane. Mi resta mia sorella che sogno di riabbracciare. Intanto studio da insegnante, adoro la cultura»

Foto: Redattore Sociale

Foto: Redattore Sociale

«Sono arrivato in Italia quattro anni fa; avrebbe dovuto raggiungermi mio fratello, che mi aveva aiutato a mettere insieme la somma utile per il viaggio dalla Libia in Italia: non potrò più riabbracciarlo, il suo viaggio della speranza è finito in mare; qualche ora prima, il suo ultimo messaggio in vista delle coste italiane». Sekou, guineano, ventotto anni, titolo di studio scuola superiore, racconta la sua storia fatta di toni drammatici.

La vita non gli ha risparmiato immagini drammatiche. «Mio padre trascinato a viva forza in quelle che chiamiamo “prigioni del silenzio”, che poi significa sparire per sempre». Coltiva un sogno. «Fare l’insegnante, non mi impressiona lo studio: ho ricominciato dalla terza media, provando a dimenticare tutto quello che mi è accaduto in questi anni, ma, credetemi, non è facile». «Se mi piace l’Italia? Cosa posso dire di un Paese così bello, libero e rispettoso, sarebbe bello se un giorno ricominciassi proprio da qui»

Nel suo Paese esiste un forte conflitto etnico. Indossa un paio di occhiali, maschera a malapena il dolore mentre ricorda i particolari di quella. «I “miei” mi avevano aiutato a mettere insieme quei soldi che mi avrebbero permesso di lasciare la Guinea, Paese invivibile». Torna sul dramma vissuto dal papà, accuse infamanti che presto hanno sommato dolore ad altro dolore. «Mio padre, dicevo, un brutto giorno è stato prelevato con la forza e fatto letteralmente sparire: sapevamo come sarebbe andata a finire, nonostante quei militari che vennero a prelevarlo ci rassicurassero che, dopo un controllo, ci avrebbero restituito papà».

Foto: Avvenire

Foto: Avvenire

PAPA’ SI OPPONEVA ALLA VIOLENZA

«Facevamo una vita rispettabile – racconta Sekou – mio padre, commerciante, comprava e vendeva merce, alimentari, abiti; tutto scorreva nella normalità, andavo a scuola, studiavo con grande applicazione; il mio obiettivo era arrivare a un titolo di studio che mi permettesse di insegnare: amo la cultura e l’idea di poterne fare regalo agli altri».

«Mio padre, fatto sparire da un giorno all’altro, aveva un unico torto: non essere d’accordo con il partito, autoritario, che sarebbe andato successivamente al potere; così un brutto giorno, con un pretesto lo portarono via, in una di quelle che noi chiamiamo “prigioni del silenzio”: tre mesi dopo ci informarono che era morto: non si sa come, anche se lo intuimmo, non c’era da fare grandi ragionamenti: pensavamo alle sofferenze subite prima di chiudere gli occhi».

Da quel momento ogni tipo di accusa. «“Siete etiopi!”, ci urlavano contro, come se fosse un delitto essere nati altrove: io sono nato in Guinea; la mia parola contro quella di gente che aveva deciso di sopraffarci: in breve ci affamarono, non avevamo più risorse, era praticamente finita».

Ancora Sekou. «Mia sorella scappò con mia madre, piangevano a dirotto tutto il giorno: tempo dopo altra brutta notizia, anche la mamma era morta, non mi restavano che lei, mia sorella, e mio fratello più piccolo, scomparso successivamente in mare prima di arrivare sulle coste italiane, e quella gentaglia era riuscita a realizzare quell’obiettivo bestiale: annientare la nostra famiglia».

Foto: Calciomercato.com

Foto: Calciomercato.com

CIO’ CHE MI RESTA

Ciò che le resta della famiglia. «Sento spesso mia sorella un giorno ci riabbracceremo, ma su un territorio libero come l’Italia, che sento come fosse casa mia: libera e rispettosa, mi piacerebbe restare qui».

Spesso viene assalito da una grande nostalgia per il suo Paese e quei pochi familiari che gli restano. «Guardare al passato è un lusso che non posso concedermi, non voglio pensare e ripensare a quanto accaduto, devo provare a rimuoverlo; sento alcuni miei compagni di scuola, ma alla fine tocchiamo sempre quel tasto: la nostalgia di non stare insieme, un Paese letteralmente cambiato e la voglia, un giorno, di riabbracciarci, praticamente un sogno».

Quando stiamo per salutarci ci regala un’ultima emozione, uno sguardo alla sua infanzia. Ricomincia dal dolore, però. «Ho ereditato da papà l’amore per il calcio; quando con gli amici giocavo al pallone pensavo di essere una stella di una delle squadre più titolate d’Europa, il grande Milan, il Barcellona, il Real, il Liverpool: il campo era un perimetro in terra battuta, le porte ricavate da maglie e scarpe, tanto giocavamo a piedi nudi…».

Il desiderio di Sekou. «Ritrovare un giorno, in un agolo del cuore e della mente, anche un briciolo di spensieratezza: niente può restituirmi mio padre, nemmeno la giustizia, lo stesso mia madre o mio fratello, partito per l’Italia con il solo scopo di riabbracciarmi: con le lingue me la cavo, conosco inglese, francese e, benino ormai, l’italiano: la mia vita ricomincia da qui».

Guerre stellari

La Russia provoca dall’alto

«Spiegate al presidente Biden che un deorbit incontrollato potrebbe provocare la caduta di rifiuti cosmici sugli Stati Uniti o sull’Europa», tweetta un ufficiale russo. Il conflitto potrebbe spostarsi sui nostri cieli

Foto adnkronos

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Non sappiamo quanto durerà il braccio di ferro fra la Russia, che nei giorni scorsi ha invaso sanguinosamente l’Ucraina, e gli Stati Uniti, le forze della Nato e l’Unione europea. Tutti si augurano naturalmente che quanto stiamo assistendo in questi giorni non si trasformi in un incalcolabile conflitto da Terza guerra mondiale.

In queste ore il TGCOM sta disegnando scenari impensabili, ma in che in una guerra moderna potrebbero non essere troppo lontani dalla realtà. Roba da Guerre stellari, insomma, oppure da Giochi di guerra, senza andare troppo lontano da sceneggiature cinematografiche che di conflitti fuori dal normale ne aveva fatto film campioni d’incasso.

Dunque, non solo immagini da satelliti spia dal cielo, descrive il notiziario delle reti Mediaset. Gli squilli di guerra ai quali stiamo assistendo in questi giorni, a proposito del conflitto russo-ucraino pare stia scrivendo una nuova pagina nell’ambito della propaganda “spaziale”, che vedrebbe loro malgrado i pacifici astronauti in orbita, russi, europei e americani insieme da oltre vent’anni, a bordo della Stazione spaziale internazionale.

Foto Repubblica.it

Foto Repubblica.it

CHE SUCCEDE?

Cosa sta accadendo. Pare che il capo dell’Agenzia spaziale russa (Roskosmos), Dmitry Rogozin, documenta TGCOM, abbia risposto alle sanzioni tecnologiche imposte dagli Stati Uniti dopo l’invasione dell’Ucraina, con una serie di messaggi minacciosi. «La Stazione spaziale internazionale – scrive Rogozin – potrebbe precipitare sugli USA, l’Europa o qualche altro Paese, ma non sulla Russia: siete pronti?». In guerra vale tutto, ma ha qualcosa di inquietante il tweet in questione, come riporta Repubblica. Sarebbe a dir poco sibillino, e anche un po’ provocatorio. Un tweet al veleno. «Biden – scrive Rogozin – ha affermato che le nuove sanzioni influenzeranno il programma spaziale russo. Ok. Restano da capire i dettagli: “Vuoi distruggere la nostra cooperazione sulla Iss? Oppure vuoi gestire tu stesso la Iss? Spiegate al presidente Biden che la correzione dell’orbita della stazione, per evitare pericolosi scontri con i rifiuti spaziali, con cui i vostri talentuosi uomini d’affari hanno inquinato l’orbita vicino alla Terra, è prodotta esclusivamente dai motori delle Navi cargo Progress MS. Se bloccate la cooperazione con noi conclude – chi salverà la Iss da un deorbit incontrollato e dal cadere sugli Stati Uniti o sull’Europa?».

Foto adnkronos

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CONCLUDENDO…

Insomma, riportano TGCOM e Repubblica, quando c’è da evitare detriti spaziali la Stazione spaziale sfrutta i motori delle navette cargo russe, le Progress, che sono attraccate al laboratorio orbitante. Senza quelle, un possibile impatto con un detrito spaziale potrebbe mettere a rischio la Stazione, che ospita americani, russi ed europei. Attualmente occupano la Iss quattro astronauti Nasa, due russi e un europeo dell’Esa di nazionalità tedesca.

Ma per la Nasa non si ventilerebbe alcun pericolo per la Stazione Spaziale: la guerra in Ucraina e le sanzioni non metterebbero in pericolo la Stazione Spaziale Internazionale, che prosegue normalmente le sue attività. Chiarisce il concetto il messaggio del portavoce della Nasa Joshua Finch.”La Nasa – dichiara – continua a lavorare con tutti i suoi partner internazionali, compresa l’agenzia spaziale russa Roscosmos, per garantire la sicurezza delle operazioni sulla Stazione Spaziale”. Sicuramente più diplomatico l’intervento che arriva dagli States, rispetto a quello un po’ spaccone del militare russo. Ma, si sa, a ognuno il suo. Meglio che a una guasconata qualcuno risponda in punta di penna. E’ solo il primo atto di un dramma che nessuno si augura possa assumere i contorni di una tragedia di statura mondiale.

«Smetto di giocare!»

Fofana, insulti razzisti durante una gara di Prima categoria

«Non è la prima volta: ho ricevuto insulti, sputi, me ne hanno dette di tutti i colori: non ci ho visto più e ho reagito; accade spesso, a volte piango…». Gran parapiglia, il ragazzo guineano espulso, giocatori a darsele di santa ragione. Ci piacerebbe leggere il referto: gara sospesa per insulti razzisti o per il parapiglia fra avversari?

Foto SportCampania.it

Foto SportCampania.it

«Negro di m…!», «Scimmia!», «Tornatene al tuo Paese!». E altro ancora. Ma a che gioco giochiamo? «Era dall’inizio della gara che ricevevo offese simili, alla fine non ce l’ho fatta più e ho reagito, ma ho anche pianto e tanto: non è la prima volta che accadeva una cosa così». Abdoullaye Fofana, ventuno anni, originario della Guinea francese, non ci ha visto più. Era dall’inizio di quella partita di calcio, fra la sua Heraclea, società di Rocchetta Sant’Antonio, e l’Altavilla Irpina, che il ragazzo subiva offese pesanti. Alla fine non ci ha visto più, così all’ennesima offesa subita al suo avversario ha rifilato una sberla.

A quel punto prima l’espulsione, poi la sospensione della gara perché quell’episodio ha generato un gran parapiglia fra le due squadre in campo. Ci incuriosisce il referto arbitrale. Vorremmo conoscere il motivo del triplice fischio finale del direttore di gara: partita di calcio sospesa per insulti razzisti, oppure perché non c’erano più le condizioni per proseguire considerando che le due squadre erano venute alle vide di fatto? Dopo la sberla, infatti, si è generata una gran confusione con i calciatori che hanno cominciato a darsele di santa ragione.

La storia delle offese razziste sui campi di calcio non finisce più. Il pubblico dei grandi appuntamenti di calcio sarà forse anche pronto, le società attente ad educare i propri tifosi, ma nei campi di periferia, con tutto il rispetto per quelle piccole società che fanno salti mortali per divertirsi e divertire piccole platee, la storia si ripete.

Foto Fanpage

Foto Fanpage

SOLITA STORIA…

Anche all’andata era successo qualcosa di simile. Era stato lo stesso Fofana ad invitare i propri compagni a non intervenire. E, invece, è andata a finire in rissa. «Non ce l’ho fatta più – dice il giovane calciatore – pensavo di farcela anche stavolta, ma evidentemente ho chiesto troppo al mio carattere solitamente molto tollerante: quando il capitano della squadra avversaria mi è venuto incontro continuando ad offendermi ho reagito; da lì l’espulsione, giusta sia chiara, perché non puoi colpire violentemente l’avversario, ma forse il direttore di gara avrebbe dovuto prendere provvedimenti nei confronti del mio avversario che dall’inizio della gara me ne diceva di tutti i colori: forse non ha sentito, ma vi assicuro che era un’offesa continua…».

Fofana il giorno dopo. «Smetto di giocare – dice – il calcio è divertimento, è disciplina, è rispetto per l’avversario: dovrebbe insegnare la lealtà, invece, qualcuno pensa che provocando l’avversario e inducendolo a una reazione possa giovarsene, chi può dirlo…”. In realtà nei campi di periferia, negli spogliatoi, dove i ragazzetti provano a scimmiottare – con il massimo rispetto per gli animali – i grandi della serie A, che spingono, provocano, colpiscono, offendono gli avversari. Insomma, se tanto mi dà tanto. Comunque non va bene. Fofana non lo dice, ma nonostante sia giovane, ne ha le tasche piene. “Il presidente della squadra avversaria si è scusato, è giovane come me, ha compreso la mia reazione, si è vergognato di quell’episodio incivile».

Vediamo che farà il presidente, ora. Se richiamerà il capitano, gli sfilerà la fascia dal braccio che solitamente indossa il giocatore di maggiore esperienza, il più rappresentativo, per consegnarla ad un altro giocatore sicuramente più equilibrato. Per natura non ci piace origliare, stare a sentire, ma sarebbe bello ascoltare la conversazione fra il massimo dirigente e il capitano della sua squadra. Se una volta convocato nel suo ufficio insieme con il suo tecnico, gli dirà: «Domenica hai offerto uno spettacolo che avresti potuto risparmiarti, giochiamo al calcio per divertirci e non per offendere gli avversari in modo meschino!»; oppure: «Ma cosa ti è saltato in mente? Purtroppo devo toglierti i gradi di capitano, siamo nell’occhio del ciclone, giornali e tv non fanno altro che parlare di noi, che figura facciamo?».

Foto Corriere del Mezzogiorno

Foto Corriere del Mezzogiorno

FATTI, NON PAROLE!

C’è una sottile differenza, ma la sostanza cambia. Perché esiste un atteggiamento di comprensione nei confronti dei propri giocatori e, allora, suggeriamo di accendere un riflettore. Magari, una volta tanto, una delle trasmissioni di Mediaset, “Iene”, “Striscia”, si spostasse al Sud per seguire gli sviluppi di questa storiaccia. Detto che il presidente dell’Altavilla è stato dirigente irreprensibile, ci piacerebbe che quell’episodio fosse di esempio per altri colleghi, altre società che giocando nei dilettanti pensassero di poter godere di una certa impunità, proprio perché lontane dai riflettori.

Fofana, intanto, è tornato sulla sua personale storia. «Ho compiuto mille sacrifici – ha raccontato – fatto un viaggio: sono partito dal mio Paese, arrivato su un barcone dalla Libia, sbarcato in Sardegna, per poi trasferirmi in provincia di Avellino dove vivo e lavoro; come molti ragazzi della mia età amo il calcio, ma dopo quanto accaduto e, forse, dopo una squalifica, quasi quasi smetto di giocare».

E, invece, caro Fofana, permettici di suggerirti di insistere. Divertiti, gioca al pallone. Troverai un pubblico sugli spalti che ti applaudirà, incoraggerà. E’ questa la gara più impegnativa della tua vita, prendere coraggio e farti portavoce di ragazzi come te che cercano una speranza. Non solo la domenica, ma tutti i giorni.