Addio edicola…

Ne scompare più di una al giorno

In Puglia un edicolante ogni 5.172 abitanti. La Lombardia è la regione con più edicole (2.370), seguono Lazio (1.664) ed Emilia Romagna (1.329). In Toscana, perse 377 in 10 anni, in Veneto 321 in meno. In Sicilia ne mancano all’appello 200. Milano ne ha perse 284. Non si vendono più tanti giornali. La digitalizzazione dell’editoria ha fatto il resto

wired_placeholder_dummyNon ci sono più le edicole di una volta. Numericamente parlando. In Italia chiudono al ritmo di una edicola al giorno. Un dato di Unioncamere parla chiaro: in meno di dieci anni sono scomparse 3733 edicole. Oggi possiamo contarne qualcosa come 14.626, le regioni che ne hanno meno sono, agli antipodi: una al Nord, il Trentino, una al Sud, la Sicilia. In Puglia, ma c’è poco da vantarsi, abbiamo un edicolante ogni 5.172 abitanti.

Le edicole, fra le altre cose – secondo un decreto del governo – come ci ricorda il sito truenumbers.it, sono state fra le poche attività rimaste aperte anche ai tempi del lockdown (pensate la mazzata che avrebbe subito l’intero settore della comunicazione…).

Ma decreto o non decreto, nel nostro paese le edicole stanno scomparendo vertiginosamente. Unioncamere parla di 14.626 edicole in Italia, 3.733 in meno rispetto a qualcosa come dieci anni fa. Sicuramente internet, siti, le copie in digitale (che hanno un costo inferiore a quelle in edicola) hanno contribuito al calo delle vendite dei giornali e alla chiusura delle edicole.

LOMBARDIA PRIMA, SICILIA ULTIMA

Non è un caso che da anni la categoria prova ad allargarsi ad altre tipologie di merce per restare sul mercato. Non è molto semplice: i giocattoli, per esempio, hanno prezzi un tantino più alto rispetto a quelli venduti dai negozi per bambini o in una delle tante “cineserie”. Così le edicole, nelle grandi come nelle piccole città, continuano a chiudere.

La regione con più edicole è la Lombardia (2.370), seguita da Lazio (1.664) ed Emilia Romagna (1.329). In Toscana, nel frattempo, se ne sono perse 377 in 10 anni, mentre in Veneto sono 321 in meno e in Sicilia ne mancano all’appello 200. La sola Milano ne ha perse 284.

In base a questi dati, proviamo a fare un conto approssimativo per comprendere quante edicole esistono per abitante in ciascuna regione italiana. Trentino Alto-Adige: una ogni 12.184 abitanti, praticamente la regione con meno edicole (88 in tutta la regione!). Balza all’occhio, però, anche il dato della Sicilia: un’edicola ogni 6.476 abitanti. Al Sud, in generale, sono rimasti meno edicolanti: uno ogni 5.726 abitanti in Calabria e uno ogni 5.172 abitanti in Puglia. La regione dove, invece, resistono le edicole, anche se anche qui si perdono per strada, è la Liguria: una ogni 2.283 abitanti.

edicolaGIOCATTOLI, CD, DVD, PROFUMI, BIGLIETTI

Per stare al passo con i tempi, l’edicolante oggi non si limita solo a vendere giornali e riviste. Ha ampliato l’offerta di prodotti non propriamente editoriali. In un’edicola italiana, infatti, si trovano giocattoli, cd, videocassette, profumi, gadget, biglietti per il bus (o la metropolitana) e articoli da regalo, articoli di cartoleria e cancelleria, biglietti tramviari o ferroviari. E’ possibile anche effettuare ricariche telefoniche o ricaricare la tessera dell’abbonamento dei mezzi pubblici. Ovviamente, questo genere di prodotti comporta di dover presentare ulteriori richieste di licenze – con tanto di tasse e aggiornamento degli strumenti per servire l’utenza – considerando che l’edicolante non vende più solo giornali ma anche tanti altri articoli. In alcuni casi, per fare un esempio: quando l’edicola sorge in un posto turistico, l’edicolante può vendere anche souvenir, guide turistiche, cartoline. Un tempo cartoline e francobolli.

La digitalizzazione dell’editoria, si diceva, nel medio periodo, ha contribuito a provocare un grave danno all’attività dell’edicolante. Una volta si aveva a disposizione solo il giornale cartaceo per essere sempre informati e le vendite delle copie quindi erano assicurate. Oggi, si diceva, è sufficiente navigare in rete per leggere tutte le notizie del giorno. Ma attenzione, come segnala lo stesso sito truenumbers.it, ottimo strumento di confronto (vi consigliamo l’iscrizione su Telegram), l’esagerato numero di notizie online rischia di soffocare quelle più importanti.

Italiani, primi!

Anche l’albergo più bello del mondo è nostro

E’ il “Rosewood Castiglion del Bosco” di Montalcino (Siena). La rivista americana “Travel+Leisure” (Viaggio e tempo libero) ci incorona vincitori. Lo hanno scelto i lettori. Ripreso dall’autorevole “Esquire”, dopo essere primi come “Regione più bella del pianeta” (Puglia), è in Toscana l’hotel migliore. Sfiora la perfezione e il…110 e lode.

Foto Vanity Fair

Foto Vanity Fair

E’ italiano il più bell’albergo al mondo, parola di “Travel+Leisure” (Viaggio e tempo libero), rivista statunitense, attraverso un sondaggio ripreso e rilanciato da Esquire. Gli americani, si sa, hanno l’abitudine di monitorare qualsiasi cosa gli passi sotto il naso. Pragmatici, classificano tuto. Per loro non esiste un gruppo, una quantità, una comunità. Esiste il primo, il resto non conta. Il secondo, diceva l’ingegnere Enzo Ferrari, è il primo degli sconfitti.

Insomma, gli americani cui dobbiamo, ad onor del vero, una certa benevolenza, anche stavolta ci incoronano campioni. Per giunta in una categoria cui ci teniamo davvero tanto, in quanto simbolo di organizzazione e turismo: quella degli hotel. Negli ultimi tre anni, non è un mistero, hanno eletto la Puglia la regione più bella del mondo. E come dargli torto. A casa nostra si vive bene, i servizi (perfettibili) sono di livello, soprattutto si mangia bene. E ci si sposa bene. Dunque, l’albergo più bello del mondo comune con appena cinquemila abitanti, in provincia di Siena.

Come si è giunti a questa conclusione. La rivista “Travel+Leisure” attraverso l’insindacabile opinione dei suoi lettori ha selezionato ben cento hotel, da cui successivamente è stato estratto un ristretto numero di “concorrenti”. Cinque, per la precisione, che stando ai lettori della rivista sarebbero, appunto, i migliori del mondo. Prima di dire quali sono però va tenuta in debita considerazione che il nostro Paese anche questa volta si è distinto per l’eccellenza del suo comparto turistico: il migliore hotel al mondo è proprio italiano.

Foto Tripadvisor

Foto Tripadvisor

ESPERIENZA MULTISENSORIALE

Il “Rosewood Castiglion del Bosco” di Montalcino. Una cittadina fiorente ed economicamente solida, diventata famosa non solo per l’ormai proverbiale ricettività, ma anche per uno dei vini più noti al mondo. L’albergo toscano ha ricevuto un punteggio complessivo di 99,25 su 100. Fosse una laurea sarebbe il massimo. Insomma, il “Rosewood Castiglion del Bosco” di Montalcino è praticamente il posto perfetto. Dalla pulizia alla vista sulla natura circostante, fino al servizio, la bellezza delle stanze, il rapporto qualità-prezzo e la meraviglia del luogo che lo circonda.

Qui, in questa fiorente e vinicola cittadina, c’è la cantina del Brunello di Montalcino, quei colli iconici e quella che la rivista statunitense ha definito “esperienza multisensoriale”. Oltre a gusto e vista, c’è l’olfatto, che vuole la sua parte. E con il profumo della campagna, anche l’udito, visto che a Montalcino e dintorni si gode anche di un silenzio tipico della provincia italiana, che infonde serenità ai visitatori.

Bene, dell’albergo migliore al mondo vi abbiamo dato più di un cenno. Lo stesso per le motivazioni. Ma non si era parlato di cento alberghi e di un ristretto numero di finalisti? Almeno conoscere i due alberghi finiti sul podio. Quali (e dove) sono? Secondo posto, ancora Europa: il “Grace Hotel” a Santorini (Grecia). Terzo posto terzo per il “Waldorf Astoria” (un brand, per così dire, faraonico) delle Maldive. Tutti, in ogni caso, di una bellezza che lascia senza fiato. E, stando alle considerazioni qualità-prezzo, non lascerebbero senza portafogli. Il soggiorno costa, ma non dissangua.

«Fischio al razzismo»

Mustapha, primo arbitro nero in Terza e Seconda categoria

«Nel calcio non ero nemmeno una promessa, allora ho pensato di seguire un corso online». Storia di un ragazzo gambiano, arrestato in Libia e fuggito su una imbarcazione per trasferirsi in Italia. «Ho trovato accoglienza, un lavoro da elettrauto e i consigli di amici che mi hanno spinto a provare ad essere io a far rispettare le regole». «Sogno Serie A, Champion’s, Coppa d’Africa e conoscere Koulibaly»

Foto Oggi.it

Foto Oggi.it

Il calcio italiano ha il primo arbitro migrante. Si chiama Mustapha, origini gambiane. La sua storia, come tante, comincia con una fuga dalla disperazione. La gioia di aver trovato, forse, un po’ di serenità, quando invece si risveglia da un sogno per ritrovarsi a lungo recluso in una prigione in Libia, con un solo pasto al giorno, quando i suoi carcerieri se ne ricordano. Mustapha ha visto uomini e donne morire sotto ai suoi occhi durante il viaggio della speranza. Spesso, nella fuga, Mustapha pensava che uno di quei corpi dispersi nel mare o abbattuti sotto ai suoi occhi, con colpi di arma da fuoco, potesse essere il suo.

Da ragazzino coltiva la passione per il calcio. «Mi piaceva prendere il pallone a calci – racconta – come tanti miei coetanei, ma non ero quello che si dice un profilo in prospettiva: gli altri si impegnavano, quasi su quel perimetro improvvisato, dovesse cominciare il nostro riscatto di chi ha sofferto a lungo; io me la cavavo, ma non sarei mai diventato un campione come, per esempio, Barrow, uno degli elementi di punta del Bologna, che ho conosciuto, oppure Koulibaly: sogno di arbitrare una loro gara, anche se parto da lontano; la serie A è un miraggio, figurarsi la Champions – considerando Koulibaly in Europa con il Chelsea – però sognare non costa niente».

RISCATTO SOCIALE

Il calcio, lo sport più popolare al mondo, viene visto come strumento di riscatto sociale. Uno su mille, quando va bene, ce la fa, prova a salire i gradini del riscatto sociale. Specie quando sei all’estero, sei stato accolto come migrante e, nel caso di Mustapha, dimostri che vuoi essere “uno di qua”, un italiano, accettando le regole entrando in punta di piedi e di fischietto nella società che lo ha accolto.

Di lui nei giorni scorsi ne ha scritto Ciro Troise, che per il Corriere del Mezzogiorno ha mostrato grande fiuto. Un articolo ripreso dalla Gazzetta dello sport (stesso gruppo editoriale), ma anche dalle agenzie. La storia di Mustapha sembra sotto gli occhi di tutti, ma la differenza la fa il cronista che ci si tuffa, entra con tatto nella vita di un ragazzo che ha sofferto le pene dell’inferno nell’attraversare il Mediterraneo. E riesce a farsi raccontare una storia con pochi sorrisi e tanti momenti drammatici.

Mustapha Jawara, dunque, è il primo arbitro di calcio migrante d’Italia. Non sono in molti ad intraprendere la carriera di arbitro, intanto perché è una figura odiata, capro espiatorio di tifosi e calciatori che quando vedono soccombere la squadra per cui tifano o giocano, provano a scaricare le colpe sull’arbitro. E Mustapha non è solo un arbitro, è un nero, dunque uno dei bersagli preferiti da quanti, ignoranti, non trovano di meglio che sfogarsi contro un direttore di gara.

Foto Gazzetta.it

Foto Gazzetta.it

GAMBIA, LIBIA, ITALIA…

Mustapha è arrivato dal Gambia su un barcone affollato in uno dei tanti viaggi della speranza, dove il confine tra la morte e il sogno di dare una svolta alla propria vita è molto sottile. «Conservo nella mente e nel cuore quel viaggio: ho attraversato tante difficoltà, ho visto amici morire davanti ai miei occhi e vi assicuro che fa molto male. Due anni e mezzo! Tanto ci ho messo per raggiungere l’Italia dopo la fuga dalla Libia, Paese nel quale sono stato arrestato, ancora non so per quale motivo. Ci picchiavano di santa ragione, senza motivo, ci davano da mangiare una sola volta al giorno; non era solo un esercizio di sopravvivenza, ma anche di preghiera: mi rivolgevo al Cielo perché raccogliesse le mie suppliche affinché quella prigione fatta di stenti e torture finisse, prima o poi…».

Una volta in Italia, Mustapha arriva a Mondragone, provincia di Caserta; poi Polla, nel Cilento, la sua seconda terra. Nel suo paese, il Gambia, Mustapha aveva coltivato la passione per il lavoro da elettricista. E proprio a Polla Mustapha trova lavoro in un’azienda di ricambi auto. Ma, attenzione, anche la vita, come l’arbitraggio, ha delle regole: prima il dovere, poi il piacere perché l’arbitraggio deve essere visto e interpretato come una passione. Così quel ragazzo gambiano si allena dopo il lavoro, si applica come un matto: a settembre vuole essere in campo per la sua seconda stagione da direttore di gara. Il debutto, non lo dimenticherà tanto facilmente, è avvenuto lo scorso novembre in un torneo Under 15, per proseguire con Under 17 fino alle gare di Terza categoria e Seconda categoria. Lì cominciano i dolori, intesi come paure. In queste categorie trovi ragazzi svegli, anche troppo, sanno come si sta in campo e come ci si avvantaggia con astuzia, compiendo falli sugli avversari e invocando calci di rigore talvolta inesistenti.

Foto Sky

Foto Sky

«CHE ANSIA LA PRIMA VOLTA!»

Ma Mustapha apre gli occhi. Il debutto in Terza. «Non nascondo di avere avuto un po’ d’ansia, soprattutto nel primo tempo, poi poco per volta mi sono rilassato. Ho provato la strada del calcio giocato, ma sinceramente non era per me: fra le mie conoscenze, Barrow del Bologna, un ragazzo che si è fatto apprezzare e rispettare in serie A». La scelta dell’arbitraggio. «Riconosco questa passione sbocciata in un lampo, a Massimo Manzolillo, della sezione di Sala Consilina. Poco prima del lockdown decisi di seguire online un corso per arbitri, superandolo a pieni voti».

Un desiderio che ha coltivato fino a qualche settimana fa. «Avrei voluto conoscere Koulibaly, anche se non dispero: è andato al Chelsea, magari lo incontro in Champion’s o in Coppa d’Africa. Due sogni: arbitrare Napoli-Juventus e la finale di Coppa d’Africa. C’è una cosa che ho imparato in Italia: sognare non costa niente. Coronare questo sogno, tornare da direttore di gara nel mio Continente, riabbracciare i miei cari e i miei amici che mi potrebbero rivedere non in veste di calciatore, ma da arbitro, il direttore di gara che fa rispettare le regole. Ecco, questa è una cosa che mi ha fatto subito innamorare dell’Italia: il rispetto delle regole, nel campo di calcio e nella vita. Comportati bene e sarai rispettato, come lavoratore e come arbitro».

Giustizia per Alika

L’omicidio di Civitanova Marche

L’omicida, Filippo Ferlazzo, che sarebbe invalido al 100%, ha prima infierito sulla vittima con tutto il suo peso, poi gli si sarebbe scagliato contro con una stampella. La gente di passaggio, invece di intervenire, ha ripreso le immagini per postarle sui social. «Fossero stati due italiani a darsele, di sicuro qualcuno avrebbe fatto qualcosa», dice un rappresentante dell’associazione “Nigeriani in Italia”. Intanto la famiglia dell’ambulante assassinato respinge le scuse. Gli interventi di Open, TG1 e Corriere della sera

Foto Dagospia

Foto Dagospia

«Sono molto arrabbiata con lui, in un attimo Filippo ha distrutto tutto, sogni e progetti: spero che in carcere, un giorno, si renda conto che ci siamo rovinati la vita, io e lui». Nessuno pensa ancora alla vittima. Elena, la compagna, e Filippo, l’assassino, si saranno pure rovinati la vita, ma nessuno pensa al povero Alika, steso a terra, dopo uno scambio di battute, banali, come qualsiasi cosa possa generare un violento litigio.

Ma queste sono alcune delle prime dichiarazioni raccolte da Alessandro D’Amato per “Open”, il giornale online fondato da Enrico Mentana a proposito dell’omicidio di Alika Ogorchukwu per mano di Filippo Ferlazzo, l’uomo che si è accanito sul giovane ambulante nigeriano a Civitanova Marche, picchiandolo e colpendolo a morte con una stampella. Sotto gli sguardi dei passanti, che invece di intervenire per dividerli hanno pensato che forse era meglio realizzare foto e video da postare su uno dei tanti social.

Cose da matti. Un uomo aggredito, l’altro sopra a dargliele in tutti i modi e nessuno fa niente. Forse perché il poveretto sotto la furia omicida e ingiustificata di Filippo era un nero. Fosse stato al contrario, chissà. Intanto, qualche sciocco di passaggio pensa bene di far funzionare la videocamera del suo telefonino, raccogliere cinque like e aprire un dibattito estemporaneo su Facebook. “Se il bianco picchia sodo, di sicuro il nero, quelle botte, se l’è meritate!”, commenta qualcuno che di quanto sta accadendo o è accaduto poco prima, scrive (e parla) comunque. Perché i social questo fanno, legittimano anche le castronerie dello scemo del villaggio.

IGNORATE LE SUE URLA

Alika, ancora vivo, potrebbe essere salvato. Disperato urla alla gente di passaggio perché qualcuno faccia qualcosa; gli tolga da addosso il peso di quell’energumeno che sta infierendo: si è fatto le sue ragioni e deve fare giustizia, in fretta. Nessuno interviene. Il ragazzo nigeriano è steso, non si muove più. Filippo è soddisfatto, ha compiuto quello che la sua mente gli aveva ordinato.

Ci perseguita quanto detto da Patrick Guobadia, rappresentante dell’associazione “Nigeriani in Italia”: «Fossero stati due italiani a picchiarsi, le cose sarebbero andate diversamente, qualcuno sarebbe intervenuto per staccarli…». Provate a dargli torto.

Filippo, secondo quanto emerso dalle prime indagini, soffrirebbe di un disturbo bipolare. Questo suo status sarebbe certificato dal tribunale di Salerno. L’assassino di Alika sarebbe addirittura invalido totale. Avrebbe fatto due visite psichiatriche nell’ospedale di Civitanova Marche, la città dove vive da poco tempo con Elena, la sua compagna, ancora sgomenta su quanto accaduto. Filippo aveva cominciato a lavorare come operaio in una fonderia con un contratto a tempo determinato della durata di un mese. Per questo motivo è stata fatta richiesta di una una perizia psichiatrica per l’uomo che ha ucciso Alika Ogorchukwu. Sua madre Ursula, con la quale l’uomo aveva vissuto a Salerno (dove lui aveva subito un Tso, il Trattamento sanitario obbligatorio), era stata nominata dal tribunale come una sorta di suo tutore. Ferlazzo si è presentato davanti al giudice delle indagini preliminari di Fermo. Spetterà a quest’ultimo la convalida del fermo.

«LE SCUSE NON BASTANO!»

L’autopsia disposta per martedì 2 agosto sul corpo della vittima stabilirà se sono stati quei colpi o il soffocamento a interrompere il battito cuore dell’ambulante trentanovenne, schiacciato dal peso di Ferlazza. Le sue scuse non bastano, ha fatto sapere la famiglia della vittima: «Vogliamo giustizia». L’avvocato della famiglia di Alika ha parlato anche dell’invalidità. «Se questo risvolto si inserisce nelle cause dell’omicidio – ha dichiarato – serve riflettere: perché questi non era vigilato nonostante avesse un amministratore di sostegno? Bisognerà avviare una serie di verifiche». La madre di Ferlazzo ha espresso le sue condoglianze alla vittima e ha detto che non pensava che il figlio fosse capace di fare qualcosa del genere. Per la stessa donna non ci sarebbe stato razzismo nell’omicidio dell’ambulante in Corso Umberto I a Civitanova.

«Sono preoccupata anche per lui», ha spiegato senza nascondere nonostante tutto l’apprensione per cosa possa succedere ora al figlio in carcere (al momento è recluso al Montacuto di Ancona) vista la sua condizione.

Foto Cia Onlus

Foto Cia Onlus

«DUE VITE ROVINATE»

La fidanzata di Filippo in un’intervista rilasciata al Tg1 ha detto che non era presente al momento dell’accaduto. «Mi sono allontanata: è successo tutto in pochi minuti. Quando Filippo è tornato indietro era sporco di sangue. Pregavo per quell’uomo».

La giunta comunale, intanto, ha istituito un fondo di quindicimila euro per Charity, la compagna dell’ambulante. L’imprenditore civitanovese Germano Ercoli, titolare del gruppo calzaturiero Eurosuole, donerà diecimila euro alla famiglia di Alika.

La fidanzata dell’omicida, Elena, avrebbe ricostruito tutto davanti agli inquirenti. Quell’uomo con la stampella li avrebbe avvicinati per chiedere l’elemosina: era stato un po’ insistente, l’aveva trattenuta per un braccio, ma per qualche secondo, tanto che la donna si era divincolata in fretta e con facilità e tutto era finito lì. Sembrava fosse finito tutto, invece. «Invece Filippo è tornato indietro, approfittando del fatto che mi erro fermata davanti a un negozio di abbigliamento: ora sono molto arrabbiata con lui. In un attimo Filippo ha distrutto tutto, sogni e progetti. Spero che in carcere un giorno si renda conto che ci siamo rovinati la vita. Io e lui». E Alika, che non c’è più.

«Antonio, 110 e lode!»

Ventitré anni, pugliese, un esempio per tutti noi

Affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo, ha conseguito una laurea col massimo dei voti. La sua emozione e quella di mamma Lucia. I complimenti di colleghi, docenti e rettore. «Sogno l’insegnamento, per quanto non mi dispiacerebbe fare il bibliotecario», dice il neolaureato.

Foto Corriere del Mezzogiorno

Foto Corriere del Mezzogiorno

«Studiare il passato aiuta a costruire un futuro migliore». E’ il pensiero di Antonio Losavio, ventitré anni, castellanese, appena laureatosi con 110 e lode all’Università “Aldo Moro” di Bari e Taranto. Stretta di mano, applausi e, a seguire, spumante per tutti, è avvenuto a Bari. Mamma visibilmente commossa, emozionati anche il rettore Stefano Bronzini, il questore Giuseppe Bisogno e l’onorevole Gero Grassi.

Antonio, ventitré anni, ha la sindrome di Asperger, una forma di autismo in cui chi ne è colpito fatica a capire i pensieri e le emozioni delle altre persone, con conseguente difficoltà a interagire. «Dovreste pensare a noi Aspie – dice, senza giri di parole, chi ne è stato colpito – come a robot da programmare: più siete precisi con noi e più riuscite ad ottenere ciò che chiedete». E non finisce qui, aggiunge: «Attenzione, non è trattarci da deficienti: è, invece, solo parlare il nostro linguaggio».

Il percorso, insomma, è complicato. Non ha aiutato molto a comprendere di cosa parliamo, “Rain man”, film magistralmente interpretato nell’88 da Dustin Hoffman. La sindrome di Asperger è anche altro. «Il suo obiettivo, alla fine della scuola elementare, era quello di riuscire a scrivere una fase di senso compiuto – spiega mamma Lucia – oggi, dopo la triennale di Storia e Scienze sociali, ha un sogno: diventare un insegnante». Il primo passo, Antonio, lo ha compiuto, con il massimo dei voti, con grande orgoglio, compreso quello di chi lo ama, e sono tanti, compagni di corso, docenti e gli amici di tutti i giorni.

Foto La Repubblica

Foto La Repubblica

DA CASTELLANA GROTTE…

La storia, interessante, l’ha pescata fra le mille notizie che circolano fra le strade e i social, Repubblica, il quotidiano che nell’edizione regionale Antonio lo ha anche intervistato. Autore del servizio, brillantemente riportato e scritto, si dice in gergo, in punta di penna, Gennaro Totorizzo, cui vanno anche i nostri complimenti.

Per la storia, ha scritto Totorizzo, che da cronista ha raccolto appunti e steso l’articolo, spiegandoci che Antonio ha un’inclinazione naturale oltre che una grande passione, considerando che riesce a memorizzare perfettamente date ed eventi, per esempio. Ma nel percorso universitario è andato oltre le nozioni: la conquista più grande per lui è stata aprirsi e tessere relazioni con compagni e docenti, quando all’inizio faticava persino a stabilire un contatto visivo. Alla seduta – nella quale ha discusso una tesi su Aldo Moro e i costituenti – una grande festa.

Antonio e la scelta di questa facoltà. «Quando frequentavo l’Industriale, alle superiori, avevo sviluppato una forte passione per il campo umanistico e la letteratura, cresciuta poi anche per la storia: in particolare sono molto appassionato di rivoluzione industriale, sviluppo delle invenzioni, Risorgimento italiano e prima e seconda guerra mondiale; penso che studiare il passato aiuti a costruire un futuro migliore ed è anche importante attraversare le epoche precedenti attraverso le fonti arrivate a noi nel corso di centinaia e migliaia di anni».

L’approccio agli studi, all’università. “Amo studiare, mi ritengo un ragazzo curioso – dice Antonio – nel corso di questi quattro anni ho vissuto momenti indimenticabili: ho fatto amicizia, per esempio, con due signori che si sono iscritti all’università nonostante la maggiore età, un sessantenne ufficiale della Marina e un settantenne ex Consulente finanziario, entrambi in pensione. Tra i corsi che mi sono piaciuti di più: quelli di Letteratura italiana contemporanea, Storia medievale, moderna e contemporanea, così come quella Greca e romana, ma anche Storia del cinema».

Foto: FanPuglia

Foto: FanPuglia

…A BARI

Ma come più di qualche studente, anche Antonio non ha un buon rapporto con tute le materie. «Ho difficoltà a studiare argomenti più astratti, come quelli di filosofia, sociologia e diplomatica: mi toccava spremere le meningi ogni volta ed elaborare i concetti molto intensamente per riuscire a trovare un senso».

Nel frattempo, a detta dello stesso neolaureato, è migliorato nelle relazioni sociali: grazie a colleghi e tutor è riuscito a cavarsela e a prendere appunti durante le lezioni. Senza loro, confessa, non ce l’avrebbe fatta. E’, infine, consapevole di aver fatto qualcosa di eccezionale. «Tutto questo mi fa sentire come se fossi una campana di Pasqua che suona continuamente – ha spiegato a Repubblica – allo stesso modo, continuo ad essere davvero, davvero felice; anche durante la proclamazione, per tutto il tempo sono stato davvero gioioso – forse come non mai nel corso della mia vita – per questo traguardo raggiunto. Mi sento come se ci fossero fuochi d’artificio a scoppiare nel cielo».

Un pensiero rivolto a qualche studente in difficoltà e un pensiero al personale futuro. «Agli studenti: seguite le vostre passioni, utilizzate le risorse e contare sulle vostre forze; voglio conseguire la Magistrale in Scienze e documentazione storica. Lavoro? Mi piacerebbe, un giorno, insegnare oppure diventare un ricercatore storico o un bibliotecario». Questo il nostro Antonio, al quale vanno i nostri complimenti per aver piegato pregiudizi e una sindrome che non si riesce ancora a debellare. Merito di questo successo, oltre alla determinazione di fare, stupirsi e stupire di Antonio, di amici, colleghi, docenti, rettore e quanti, anche in piccola parte hanno contribuito a fare di lui un grande esempio per tutti noi.

Ciao, Vittorio

Il nostro ricordo di De Scalzi, leader dei New Trolls

«Abbiamo molte similitudini con la vostra città: il mare, il porto mercantile, perfino il siderurgico…», diceva. «Non ricordo altri abbracci così appassionati nei confronti miei e dei miei vecchi compagni. Dobbiamo tanto al grande Luis Bacalov e, oggi, all’Orchestra della Magna Grecia che mi ha invitato a ricordare un compositore immenso». Concerti all’Alfieri e in un teatro-tenda in viale Magna Grecia. Gli ultimi “sold out” all’Orfeo e all’Arena Villa Peripato

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

di Claudio Frascella

Addio a Vittorio De Scalzi, scomparso domenica scorsa a settantadue anni. La cooperativa “Costruiamo Insieme” non dimentica. Il suo sorriso, il suo abbraccio, l’accoglienza di quattro nostri ragazzi che si videro proiettati in un teatro, l’Orfeo di Taranto, nella celebrazione di due miti insieme: Luis Bacalov, direttore principale dell’orchestra della Magna Grecia per dodici anni, uno dei più grandi compositori ed arrangiatori, Premio Oscar per la colonna sonora del film “Il Postino”.

Entusiasti di assistere a spettacoli teatrali, quando si è trattato di applaudire vere star della musica leggera e del rock, i “nostri” si sono spellati le mani tanto era l’entusiasmo nell’assistere al “Concerto Grosso” dei New Trolls portato in scena dall’Orchestra della Magna Grecia in una delle Stagioni orchestrali di successo. Era andata talmente bene quell’esperienza, che il direttore artistico dell’ICO, il Maestro Piero Romano, invitò daccapo il gruppo musicale di Vittorio De Scalzi, fra i protagonisti del cartellone Magna Grecia Festival promosso dal Comune di Taranto insieme con l’assessorato a Cultura e Sport.

Ci sono artisti che si legano, più di altri, a una città. Per mille motivi. Per affinità, magari perché le sue radici le ha affondate in una città portuale. Poi, come Taranto, negli Anni Sessanta aveva ospitato un siderurgico, l’allora Italsider, che nella Città dei Due mari, era di casa, così Genova, città di De Scalzi, aveva fatto altrettanto con “lo stabilimento”.

Capitano di una squadra di lungo corso, Vittorio De Scalzi, come dire “la storia dei New Trolls”, è stato più volte a Taranto: perché, ci spiegò, quando ami lo fai a tempo pieno. In una rassegna l’occasione era stata la celebrazione di un grande della musica italiana, Luis Enriquez Bacalov, Oscar per la colonna sonora dell’ultimo Massimo Troisi, “Il Postino”. Bacalov su invito del direttore artistico dell’Orchestra della Magna Grecia, Romano, aveva rivestito per dodici anni il ruolo di direttore principale dell’ICO, tanto da volersi perfino trasferire a Taranto.

Gli piaceva la Città vecchia. Quando passeggiava nell’Isola, Bacalov segnava spesso il passo. Si fermava, alzava il capo, fissava porte e portoni, alla ricerca di uno di quei cartelli con su scritto “Vendesi”. Voleva comprare casa in Città vecchia.

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

NEW TROLLS, «GRAZIE»

Bacalov, fra i tanti meriti, aveva avuto anche quello di aver rivestito di musica barocca un gruppo musicale che già tanto aveva dato alla musica leggera italiana a partire dalla metà degli Anni Sessanta, fino ai primi Settanta: i New Trolls. Genovesi, come De André, che per loro aveva scritto i testi di “Senza orario senza bandiera”, album-debutto; come Gino Paoli, nato a Gorizia, ma genovese da sempre; come Luigi Tenco, uno dei cantautori più amati di quei tempi e prematuramente scomparso; come Paolo Villaggio, impiegato in una ditta dell’indotto-Italsider di Genova, che aveva costruito “Fantozzi”, il suo personaggio più famoso.

Bacalov e i New Trolls, mai divisi. «Io e i miei compagni di un tempo dobbiamo molto a Bacalov – ci aveva ricordato Vittorio De Scalzi, che cantava e suonava piano e flauto – era stato lui ad avere la geniale intuizione nell’arrangiare “Concerto grosso”, mescolando la musica barocca, quella seria, al rock progressivo: un milione di copie vendute! Con i New Trolls realizzammo un secondo album, ci difendevamo più che bene dagli attacchi della musica pop che incalzava a suon di 45 giri».

Prima il rock, poi il pop. «Prima della svolta collaborammo in studio e in tour con Ornella Vanoni, ai tempi di “Io dentro, Io fuori”: era il 1977, suonammo anche a Taranto». Teatro Alfieri, la Vanoni ebbe un enorme successo. Anche i New Trolls, all’epoca, avevano un loro appeal. «Fra il primo e il secondo spettacolo, durante una passeggiata in centro, cos’era via D’Aquino?, bene, fummo letteralmente assaliti da uno stuolo di fans: con uno slancio di affetto mai visto bloccarono perfino il traffico. Al pop arrivammo immediatamente dopo – proseguì De Scalzi – obbligati dalla bella vita che ci aveva riservato la popolarità di “Concerto grosso”; pensate come eravamo matti: avevamo guadagnato così tanto da montarci la testa, viaggiavamo su “Ferrari” e “Maserati”, difficile rinunciare a certi capricci; avevamo belle voci, ci facemmo due conti, così incidemmo “Aldebaran” e “New Trolls”, l’album della barchetta, e canzoni come “Quella carezza della sera” e “Che idea” che spopolarono».

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

TARANTINI CHE PASSIONE!

Se ne accorsero anche i tarantini. «Per merito loro finimmo sul New York Times: era il 1979, eravamo da mesi in classifica. Gli organizzatori del nostro concerto a Taranto, affittarono il teatro-tenda di Nando Orfei che per l’occasione sospese gli spettacoli del suo circo: purtroppo gli operai impegnati quel giorno, pochi in realtà, montarono il palco in ritardo, così invece di due spettacoli fummo costretti a farne uno solo, a tarda sera. La gente rimasta fuori, con in mano il biglietto, era infuriata, la polizia faceva quello che poteva, quando Orfei ordinò ai suoi collaboratori di fare uscire gli elefanti: quei bestioni schierati all’ingresso scoraggiarono la gente e tutto rientrò».

Lo spettacolo andò in scena. «Facemmo un solo concerto, gente seduta sui gradini e appesa ovunque, dai pali ai tiranti del teatro-tenda; le agenzie di stampa ripresero la notizia pubblicata su un giornale locale (Corriere del giorno, ndr) e finimmo dritti su quotidiani e riviste musicali di tutto il mondo: “Nemmeno gli elefanti del Circo Orfei fermano i fans dei New Trolls!”, titolò il giornale: bella pubblicità. Ripensandoci, ci andò di lusso che non ci scappò il ferito. Taranto, però, la ricorderemo anche per i concerti al teatro Alfieri a metà Anni Settanta e al Tursport, momenti indimenticabili. Come indimenticabile, per i New Trolls, è stato Luis Bacalov al quale riconosceremo sempre buona parte del nostro successo». Nemmeno a dirlo, dopo un “sold out” invernale al teatro Orfeo, idem in estate nell’Arena Peripato. Ciao, Vittorio.

Ottanta, portati splendidamente

Giancarlo Giannini, il primo di agosto festeggia il suo compleanno

«Devo tutto a Lina Wertmuller, la Melato splendida compagna di viaggio. Ho lavorato con grandi registi, mai vissuto da star, mi accontentavo di un cucinino. Il mio più grande dolore: aver perso un figlio di appena diciannove anni» Una candidatura agli Oscar e la stella sulla Walk of fame di Hollywood

Foto Il Fatto Quotidiano

Foto Il Fatto Quotidiano

Ottant’anni il prossimo 1 agosto. Giancarlo Giannini, grande attore del cinema italiano, dal cinema leggero – i musicarelli, tanto per intenderci – a quello impegnato, passando per la satira, diretto da Lina Wertmuller – come confessa a Valerio Cappelli che lo ha intervistato per il Corriere della sera – cui deve praticamente tutto, ma anche Mario Monicelli, regista di punta della commedia italiana, proseguendo con Francis Ford Coppola. Senza dimenticare Bolognini, Lattuada, Scola, Zurlini, Vicario, Risi, Visconti, Fassbinder, Avati e tanti altri. Ligure di la Spezia, è stato il primo a dare profondità al protagonista meridionale, un po’ “ferito nell’onore” (Mimì metallurgico), un po’ vendicatore di una classe sociale trattata a pesci in faccia (Travolti da un insolito destino…). E’ stato doppiatore anche di artisti di grande spessore, come Jack Nicholson e Al Pacino, dando loro la voce nel tempo diventata roca e profonda.

Insomma, Giannini è stato il primo attore settentrionale a dare voce al Sud. Uno dei pochi ad essere candidato agli Oscar (Pasqualino settebellezze) e ad avere una stella sulla Walk of fame, il marciapiedi dedicato alle star di Hollywood (l’altro attore omaggiato è stato Rodolfo Valentino).

«Non sono tipo da anniversari, non mi importa del passato, penso al futuro, alle cose che posso ancora fare», dice Giannini nell’intervista rilasciata a Cappelli. Non si dà arie da star. «Una delle poche richieste – confessa però l’attore – è di avere una stanza d’albergo con il cucinino: mi piace prepararmi da mangiare a fine giornata sul set. Da mia nonna Luisa ho preso l’abitudine di non buttare mai gli avanzi. Una volta in America volevano intervistarmi per un film, invece ho parlato per un’ora della mia pasta al pesto, da allora mi chiamano The king of pesto.

Foto Pinterest

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«LE MIE RADICI»

Le sue radici. «La mia Liguria, i contadini della mia terra, gente splendida, tenace, tosta. Hanno un motto che è anche il mio: se ho poco, devo vivere con poco. Il mio mondo, come dico nella mia autobiografia (“Sono ancora un bambino (ma nessuno può sgridarmi)”, è fatto di cose semplici e di sogni».

Il suo più grande dolore. «La perdita di Lorenzo, mio figlio primogenito, morto nel 1987, a 19 anni, per aneurisma…Voglio cancellare questa parola. Un giorno, stranamente, mi aveva chiesto cosa c’è dopo la morte. Non sapevo come rispondere, gli raccontai una favola: immagina tanti colori nello spazio, esistono ma poi finiscono, è come una montagna da scalare, raggiungi altri colori. Gli raccontai la morte come una sensazione di conoscenza».

Ha lavorato con i più grandi attori. «Li ho visti morire tutti. A volte, quando vengo fermato per strada e magari qualcuno riconosce il volto ma non gli viene il mio nome, e mi scambia per Gassman, Mastroianni, Tognazzi, Manfredi, faccio l’autografo al posto loro».

I film e attori americani. «Jack Nicholson è quello che più mi ha impressionato – rivela Giannini al Corriere della sera – l’ho doppiato non so quante volte, a volte bloccavo il doppiaggio dall’incanto con cui lo guardavo. E’ uno imprevedibile, folle, l’ho detto altre volte, con lui entri in un mondo parallelo. Un amico è Dustin Hoffman, ogni tanto ci mettiamo a parlare al telefono della decadenza del cinema, ma i talenti anche da noi non mancano: Toni Servillo, Paolo Sorrentino…».

Foto Il Messaggero

Foto Il Messaggero

«LAVORARE E DIVERTIRMI»

«Mi sono divertito con i miei due 007, ho inventato da zero il mio agente segreto, ma leggendo il copione non capivo se ero con James Bond o contro, produttore e regista mi dissero che dovevano ancora decidere. Con l’America è sempre stato un rapporto di amore e distacco. Dopo “Pasqualino settebellezze”, a me e Lina tutti volevano incontrarci».

L’importanza di una “tosta” come Lina Wertmüller. «Mi ha regalato ironia, libertà, leggerezza, la felicità di fare questo mestiere anche se non ho mai avuto il sacro fuoco dell’attore. Aveva una visione grottesca della vita. E con Mariangela Melato, la sua grazia, intelligenza, intensità, ho passato i miei più importanti momenti di cinema».

Rivela, infine, a Cappelli, acuto nel lasciare a Giannini il compito di tracciare il suo racconto, unico, originale, affascinante. «Una volta, mentre attraversava una porta girevole, chiesi a Marlon Brando di rivelarmi il suo segreto, e lui, urlando: “Semplice, non leggere le sceneggiature!”».

Ilaria, dalla tv all’assistenza

Ilaria Galassi, una delle colonne di “Non è la Rai”, fa la badante

«Chiuso un negozio, oggi accudisco Aurelia, novant’anni. E’ come se mi prendessi cura di mia nonna. In realtà è lei a darmi consigli, mi dice come amministrare anche i pochi soldi. Non lo faccio per danaro, ma per tenermi impegnata, nel frattempo ho spedito diversi curriculum»

Foto Youmovies

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Fanpage è sulla notizia. Mai cose banali, non raccoglie dichiarazioni, interviste per compiacere l’interlocutore. Sia detto per inciso, una testata giornalistica, sito che sia, fa bene ad essere un attrattore di ragazzi, gente che vuole avere informazioni, notizie su artisti e comunque di persone che gravitano nel mondo dello spettacolo, ma quando regala perle che si coniugano con il sociale, allora, non possiamo che condividerne il lavoro.

Dunque, gli altri raccontano di social, like e quant’altro; di come ci si possa fare strada su FB piuttosto che Instagram, Youtube, diventando una blogger da un milione di contatti al giorno. Su questo sito, invece, troviamo storie che hanno tutt’altro spessore, con tutto il rispetto per la signora Fedez.

L’ultima storia che ci ha colpito, ringraziamo anche Daniela Seclì per averla scovata, pettinata, proposta, lanciata, riguarda Ilaria Galassi, quarantasei anni il prossimo 10 luglio. Ex enfant-prodige di “Non è la Rai”, programma-cult, inventato da Gianni Boncompagni (Bandiera gialla, Chiamate Roma 31-31, Alto gradimento), non ha sfondato nel mondo dello spettacolo. Perché non dirlo, soprattutto perché non essere di esempio ad altre ragazze, oggi donne che inseguono il “successo”, a prescindere?

Foto Momentodonna

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GRAZIE, ILARIA…

Ilaria, grazie. «Sono passata dai riflettori della tv da milioni di spettatori ad una casa nella quale svolgo mansione di badante; accudisco una donna di novant’anni, ma non mi sento umiliata, tutt’altro: mi sento ricca!». In estrema sintesi la storia, la sintesi che ha catturato la nostra attenzione. Ed è bene che anche quanti seguono le nostre rubriche con le quali tendiamo a raccontare il sociale, comprendano che i valori hanno ancora la loro importanza.

Così Ilaria si racconta ventisette anni dopo Non è la Rai, la trasmissione televisiva che ne fece una delle adolescenti più amate d’Italia. Dopo aver chiuso un’attività (un salone per parrucchieri, proprietà del suo compagno) a causa della crisi da pandemia, da un po’ fa la badante. Accudisce una signora di novant’anni. Con l’anziana donna ha stabilito un rapporto cordiale, che va oltre alla sola assistenza della quale la novantenne necessita.

Intano la chiusura dell’attività e il coraggio di rimboccarsi le maniche. «Costretti a chiudere per via della pandemia. Eravamo in zona Parioli. Un affitto salatissimo che dovevamo corrispondere ai proprietari dell’immobile, nonostante fossimo in pieno covid. Il e il mio compagno abbiamo compiuto una scelta dolorosa, abbiamo chiuso “Parioli” e ci siamo trasferiti nell’altra attività a Fiumicino».

Oggi Ilaria fa la badante. «Una cliente mi disse che aveva bisogno di una donna che stesse con sua madre quattro ore, dalle nove all’una: ho accettato, è quello che facevo sempre con mia nonna, ma non voglio neanche essere retribuita: mi piace farlo. In questo periodo non sto lavorando, ho mandato curriculum ovunque, ma è complicato trovare un impiego. Mi annoio senza far niente, così mi sono detta: “Ma che me frega, lo faccio”, così ho accettato di occuparmi di Ausilia, questo il nome della donna novantenne».

Assistenza-anziani-Helpy-OopsQUATTRO ORE AL GIORNO

Le quattro ore in cui tiene compagnia ad Ausilia. «Le do le pastiglie la mattina, altrimenti si scorda; le lavo le gambe, le si aprono spesso delle ferite, le disinfetto, metto la crema e le bende; poi, la porto in bagno, la lavo, se vuole le faccio la piega e la ceretta al viso, fa colazione, si mette seduta e chiacchieriamo di tutto e di più: mi racconta la sua storia. Faccio queste cosine per lei, la coccolo. È bella da morire. Ha 90 anni, ma non li dimostra affatto».

«Ausilia – riprende Ilaria – mi ha insegnato a risparmiare sul cibo. Non si butta niente. Bisogna sempre reinventare un pasto nuovo, quando ci sono degli avanzi. E poi fare le cose con calma. Mi dice sempre: “Non ti preoccupare, se non lo fai oggi, lo fai domani, stai tranquilla. Goditi la vita giorno per giorno”. Mi trasmette pace. Oggi la vita è frenetica, si pensa spesso ai soldi e lei mi dice: “Guarda che i soldi non c’erano neanche ai miei tempi; c’era solo lo stipendio di mio marito, che non guadagnava tantissimo, ma siamo stati bene lo stesso”. Per me è come se fosse una terapia andare da lei».

Ilaria, Ausilia, il gusto pieno della vita. «Da quando ci sono io – spiega Ilaria a Fanpage – si è ripresa: era abbattuta, ha perso una delle sorelle con cui viveva in simbiosi; ad agosto non ci sarò, perché andrò a trovare mia madre: lei è entrata nel panico, ma con lo stesso tono con cui lei mi insegna cose, l’ho rassicurata: “A settembre torno, non preoccuparti non ti mollo…».

«Ricomincio da me…»

Andrew e Federica, si licenziano per dedicare più tempo a se stessi

Uno il più alto dirigente di un fondo d’investimento, l’altra una giornalista del Tg1. «Volo in Australia, a godermi la famiglia e le spiagge infinite del mio Paese», dice lui. «Una scelta laboriosa, ma ora non ho più alcun tipo di pressione, produco abiti: sono passata dalla “prima serata” e dalle rubriche dei motori al mercatino: felicissima». Storie da Messaggero e Fanpage

Foto Youtube

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Un Ceo, Chief executive officer, in pratica un dirigente con gli stessi poteri dell’Amministratore delegato, e una giornalista del TG1, si licenziano per vivere nella massima serenità il resto della vita.

E’ la scelta di Andrew Formica, cinquantuno anni, e Federica Balestrieri, quarantasette. Ceo il primo, giornalista la seconda. Scelta coraggiosa in un momento in cui non c’è più la certezza e la solidità nei posti di lavoro. Coraggiosa fino a un certo punto dirà qualcuno, considerando che i due soggetti in questione prima di prendere la decisione della loro vita, ci hanno pensato e ripensato, prima di mollare tutto e dedicarsi a se stessi, alla propria famiglia.

Le storie di Andrew e Federica, le hanno raccontate in questi giorni due organi d’informazione. Uno più tradizionale, il Messaggero (Andrew), l’altro meno formale, brillante, con un seguito importante quanto il quotidiano romano, Fanpage.it (Federica).

Andrew, cinquantuno anni, padre di quattro figli si dimetterà dal suo incarico di una società milionaria per volare in Australia. Motivo lampante: «Voglio stare in spiaggia senza fare nulla». Dunque, da massimo dirigente di uno dei più importanti fondi di investimento britannici, Jupiter and Management, a “disoccupato felice” su una spiaggia nella sua nativa Australia.

Foto Sky

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«MI GODO SPIAGGIA E MARE»

«Voglio solo sedermi in spiaggia e non fare niente; non sto pensando a nient’altro», ha spiegato alla stampa inglese. Si dimetterà a ottobre dopo meno di quattro anni di mandato da massimo dirigente di un fondo di investimento che gestisce qualcosa come sessantacinque miliardi di sterline in risparmi. Un ruolo, il suo, per ricoprire il quale ha guadagnato oltre cinque milioni di sterline.

Insomma, Andrew ha deciso che è il momento di cambiare vita, fare le valigie e godersi al massimo la vita familiare e le spiagge del suo paese d’origine, l’Australia. “A spingermi in questa decisione – ha spiegato il Ceo dimissionario – sono stati soprattutto motivi familiari e la volontà di stare accanto ai miei genitori anziani».

Al corrente sulla sua decisione, l’azienda. «Formica – ha commentato l’azienda – è sempre stato molto chiaro con il Consiglio di amministrazione sul fatto che i suoi piani a lungo termine avrebbero comportato il trasferimento nella sua nativa Australia con la sua famiglia: ha sentito che era il momento il momento giusto per cedere la guida dell’azienda e noi abbiamo preso atto della sua decisione».

Di altro tenore, anche se riconducibile alla voglia di godersi la vita non alla Terza età, ma ancora prima. Quando cioè è possibile dedicarsi del tempo al netto dello stress che un lavoro quotidiano e sotto pressione, come quello di giornalista del Tg1, può provocare. Federica aveva quarantasette anni – ha scritto Fanpage.it – quando ha deciso di licenziarsi dalla Rai dopo ventitré anni di servizio. Oggi ha cambiato completamente vita e nell’intervista rilasciata uno dei siti più cliccati in assoluto, confessa di non essersi pentita della sua scelta.

Foto Motorsport

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«DA UN SOGNO ALL’ALTRO»

«Ho avuto l’opportunità di fare il lavoro che sognavo, la giornalista sportiva – spiega Federica – dunque raccontavo la Formula 1, poi per sette anni ho condotto “Pole Position”, programma di punta della Rai sui motori; ho conosciuto tantissime persone e mondi differenti. Ero diventata popolare, mi chiamavano “la donna dei motori”, poi, ho scelto di andare al TG1, ho curato rubriche di moda, mi sono occupata degli speciali».

Cos’è cambiato. «A un certo punto – spiega – ho capito che avevo fatto tutto quello che avrei potuto fare in Rai. Ho pianto notti intere, un travaglio psicologico enorme. Sentivo che se fossi rimasta ancora, avrei perso tempo prezioso: c’era troppo mondo da vedere, troppe cose da fare, mi sentivo legata a un posto fisso, a impegni fissi, a un capo che mi diceva cosa dovevo fare, così ho detto basta e mi sono licenziata».

Era una scelta senza ritorno. «Essere libera, rilassata, non più schiava del lavoro, così mi sono detta: rinuncio a tanti soldi ma acquisto un’autonomia per me fondamentale per essere serena, altrimenti la sensazione è quella degli schiavi, magari di lusso perché guadagni tanto: ma che te ne fai dei soldi, se non hai tempo per spenderli e sei sempre stressato?».

Inizialmente Federica si è dedicata al volontariato, successivamente nel corso di un viaggio in India ha trovato la sua strada. «Avevo una vaga idea di produrre qualcosa – racconta – Ho comprato dei tessuti, li ho portati da un sarto e abbiamo fatto un pantalone, una gonna, una giacca e un vestito: quattro capi, moltiplicati per cinquanta pezzi in tutto. Tornata in Italia, ho invitato delle amiche e li ho venduti in un pomeriggio. Ho capito che piacevano e da lì ho dato il via alla mia attività, navigando a vista giorno per giorno, vendendo capi nei mercatini, poi è arrivato l’e-commerce. Mi capita di essere stanca, ma lo stress, la negatività, l’ansia che un lavoro si porta dietro, non ci sono più».

Addio, direttore

Clemente Salvaggio, aveva guidato il Corriere del giorno

Le vicende del “Corriere”, la scelta di una professione. Calciatori e presidenti, un esercizio di memoria straordinario nell’ultima intervista rilasciata al sottoscritto. Un sorriso impareggiabile, la battuta pronta, il mestiere di coach per fare di un giornale un vera squadra

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Non c’è più Clemente Salvaggio, uno dei più grandi giornalisti tarantini. Colonna del Corriere del giorno, è scomparso lunedì 18 luglio a ottantotto anni. Da eccellente cronista qual era, aveva contribuito a scrivere la storia di una città che ha vissuto momenti alterni in fatto di benessere. Primo squillo il Dopoguerra, a seguire l’industria siderurgica, infine una prima flessione, con una generazione che cominciava ad abbandonare i luoghi d’origine, qualcosa che aveva provocato grande dolore a un tarantino verace come lui (nonostante i natali toscani, a Livorno infatti c’era solo nato…).

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GRAZIE, TI DEVO UN “MESTIERE”

Chi scrive lo aveva conosciuto a metà degli Anni Settanta nella sede del “Corriere” di via Di Palma (ora, al suo posto, l’Archivio di Stato). Nello stesso stanzone-redazione, Vincenzo Petrocelli, altro grande del passato. Nonostante la giovane età, era stato Salvaggio a iniziarmi al giornalismo. Primo compito: i campionati di calcio minori, a seguire il Torneo dell’Amicizia in notturna a Fragagnano. Era da lì che si cominciava. E io, iniziai per non fermarmi più (gli sarò grato in eterno)

Fra le firme di quel tempo, Riccardo Catacchio, Peppino Catapano, Narciso Bino, Nino Botta, Paolo Aquaro, Peppino Tripaldi, Luigi Ferrajolo, Franco Cigliola, Cataldo Acquaviva. Breve chiusura, trasferimento del giornale in piazza Dante, infine piazza Immacolata. Salvaggio era stato direttore di un giornale scritto, più avanti nel tempo, da colleghi come Antonio Biella e Luisa Campatelli, diventati a loro volta direttori, Silvano Trevisani, Mino Ianne, Mario D’Anzi, Vito Traetta, Roberto Raschillà, Pierpaolo D’Auria, Maurizio Masoni, Marcello Di Noi, Ettore Raschillà, Michele Tursi, Angelo Di Leo, Annalisa Latartara, Fulvio Paglialunga, Nicola Savino, Antonio Bargelloni e altri ancora.

“SAL” IN ESTREMA SINTESI

 Infine, un esercizio di memoria, i “suoi” calciatori. «Silvestri, grande attaccante, realizzava trenta, quaranta gol a campionato, con Schillaci e Bellucco formava una linea d’attacco irresistibile; Castellano e Petagna, invece, coppia straordinaria di centrocampo. 956A4383-03DD-4D75-A70A-6C9B1A7822D6C’era anche Tedeschi, tarantino, grande portiere; Tonino De Bellis, tarantino anche lui, terzino con i controfiocchi; gli attaccanti Tortul e Virgili: il primo vestì le maglie di Sampdoria e Triestina, l’altro di Fiorentina e Torino…». Dai Sessanta agli Ottanta. «Napoleoni, Jannarilli, Casini, Biondi, Selvaggi, il compianto Iacovone, De Vitis, Maiellaro». Infine i presidenti del “suo” Taranto. «Di Maggio, Fico, Carelli, Pignatelli, Fasano. Bei momenti. In un paio di campionati di serie B avevamo accarezzato anche il sogno di lottare per la serie A: a uno di questi dissi “Presidente, regalaci la serie A, anche un solo anno!”. E lui, guardandomi di traverso, “Dino, tu i tarantini li conosci meglio di me: non si accontentano del solo profumo del massimo campionato». Chi fu quel presidente, non lo sapremo mai. Ciao, direttore.

Claudio Frascella