«Cento di questi giorni!»

Auguri a nonna Cristina, cento candeline appena spente

L’ha festeggiata la sindaca insieme con la sua comunità. Vive a Celle San Vito, vicino Foggia. Per lei la testimonianza di affetto di figli e nipoti e un fermacarte con lo stemma della comunità. Già una volta il paesino dauno era balzato agli onori della cronaca, quando una coppia di cittadini canadesi aveva attribuito al loro figliolo il nome di questa minuscola cittadina in ricordo del proprio bisnonno

 

Cento anni, nonna Cristina, festeggia il suo secolo di vita insieme con la usa piccola comunità, Celle San Vito, due passi da Foggia, un minuscolo paese di centoquarantacinque abitanti. La sindaca è andata a trovarla, si è fatta due passi, le ha regalato un bel fermacarte con lo stemma del Comune. Un simbolo, per dimostrare affetto con un gesto nel quale c’è tutto l’amore che un paesino come Celle può dare ad un suo figliolo. Baciato dalla fortuna, dal secolo di vita, un percorso in buona salute. Qualche acciacco, certo, del resto questo fa parte delle “varie ed eventuali” della vita. Guai se gli anziani, quelli che stanno bene, non avessero il pretesto di interessare i propri figlioli, nipoti e pronipoti. “Se la nonna non si è fatta sentire”, dicono di solito i più giovani ai genitori che chiedono notizie di nonna ai propri figlioli, “vuol dire che sta bene…”.

E’ felice nonna Cristina, di colpo al centro delle attenzioni di un “intero paese”. Le parole, quelle, poco per volta, le trova senza problemi. Le raccoglie una cronista di Repubblica, Tatiana Bellizzi, che in un suo articolo documenta la giornata di gioia di nonna Cristina, ma anche dell’intera comunità.

 

 

PAROLA DI SINDACA…

Per la sindaca, Palma Maria Giannini, «è stato un giorno particolare per me: mai avrei immaginato di festeggiare una centenaria nella mia veste istituzionale, quella di sindaca; non nascondo che in cuor mio avevo sempre sperato che cò accadesse, ed ora eccomi qua, a compiere questa cerimonia istituzionale dopo quindici anni di attività amministrativa. «Quello di nonna Cristina è, in assoluto, il primo centenario nella storia di questo piccolo comune». Comune venuto già alla ribalta delle cronache per un altro fatto singolare, quando una famiglia canadese – racconta la cronaca dell’evento – aveva deciso di chiamare il proprio figlio Celle in onore delle sue origini».

Nonna Cristina, tre figli, sei nipoti, tredici pronipoti e tre trisnipoti, incarna le esperienze di quanti al Sud, con gli stenti che conosciamo, ha vissuto la Seconda guerra mondiale, una sciagura per tutti. Per sopravvivere, lei, e non solo, ma tutti quelli che vivevano in una delle tante piccole comunità del circondario, lavorava nei campi. Roba da spezzarsi la schiena, ma all’epoca non solo non si andava tanto per il sottile: semplice, non si poteva scegliere, quello toccava, bere o affogare. Tanti sacrifici che i suoi affezionati parenti le stanno ripagando in termini di affetto e attenzioni. «Nonna Cristina – riprende la “prima cittadina” – rappresenta un prezioso patrimonio di tradizioni, valori culturali e civili che non solo sono alla base della nostra comunità, ma oggi ispirano giovani e adulti, e nonna Cristina, la nostra centenaria di cui andiamo fieri e orgogliosi, è un esempio di forza, saggezza e amore».

 

 

STARE AL VERDE, MEGLIO…

La storia di nonna Cristina, non è una storia isolata. Le donne che vivono in campagna, vivono di più e meglio. Uno studio dimostra che le donne che «vivono circondate dal verde hanno un tasso di mortalità inferiore del 12% rispetto a coloro che vivono in città». Uno studio non affatto isolato, durato qualche anno ed ha coinvolto centomila donne, sottoposte ad attente analisi che tenessero conto di fattori come salute mentale, attività fisica, depressione e malattie.

La storia di nonna Cristina evoca la campagna, il verde, quanto sembra essere l’unico elisir di lunga vita esistente. Vivere in campagna non donerà l’immortalità, ma di sicuro contribuisce ad allungarci la vita e a migliorare la qualità della stessa.

Insomma, pare che prati e alberi non aiutino solo il pianeta nella sua sempre più complicata esistenza, ma anche la nostra salute psicofisica. Non è un caso che, oggi, piantare alberi e creare spazi verdi nelle nostre città, abbia più di un significato: combattere il cambiamento climatico, per esempio, e, perché no, preservare la nostra salute, quanto cioè ci aiuta a vivere più a lungo e meglio. Mettiamoci in fila, nonna Cristina ci insegna come fare.

Riondino, orgoglio tarantino

“Palazzina Laf”, tre David di Donatello

Miglior attore, Miglior attore non protagonista (Elio Germano), canzone originale (Diodato). Contro ogni pronostico, un film di spessore, in barba a chi di nomination ne aveva avute una ventina. Successo per “Io Capitano”. Le parole dei protagonisti, il pensiero rivolto alla città. I complimenti del sindaco anche al regista Giacomo Abruzzese (due nomination)

 

“Palazzina Laf”, il film scritto, diretto e interpretato da Michele Riondino, fa man bassa ai 69esimi David di Donatello. Alla vigilia della manifestazione cinematografica, il film ambientato a Taranto e ispirato a quel “monumento alla sopraffazione umana”, ubicato all’interno dell’ex Ilva, era dato come outsider. Tipo: «ha studiato, sì, ma difficile che porti a casa statuette». Troppo impegnato, secondo qualcuno, non avrebbe fatto grandi incassi. I film-denuncia, specie in Italia, non sbigliettano. Riondino, invece, ha avuto ragione di tutti. Caparbio – “cocciuto”, per usare una sfumatura locale – è riuscito, invece, a registrare incassi significativi, e ad interessare, come gli altri due film vincitori, “Io capitano” (Matteo Garrone) e “C’è ancora un domani” (Paola Cortellesi), pubblico e critica.

“Palazzina Laf”, acronimo di Laminatoio a freddo, uno dei reparti dell’ex Ilva, film dal forte impianto civile, ambientato a Taranto nel 1997, ottiene le statuette per il Miglior attore protagonista (lo stesso Riondino), per l’Attore non protagonista (Elio Germano), per la Canzone originale a Diodato che, non è un caso, dedica il premio alla sua terra “…e a Taranto, una città che soffre”.

 

 

RIONDINO, IMPEGNO CIVILE

Proviamo ad assegnare un quarto David a Michele Riondino, da anni impegnato nel civile. Quello della coerenza. Di cose ne ha fatte, tante, ha perfino accettato di fare il Giovane Montalbano, prodotto apparentemente di cassetta. Qualcuno lo aspettava al varco: troppo forte e imponente l’immagine di Luca Zingaretti, per sostenere il confronto degli ascolti con un “prequel”. Invece, Riondino, rastrella ascolti e simpatia. Dà profondità, ma anche leggerezza al personaggio inventato da Camilleri. Mette da parte risorse che gli serviranno per far fonte ad un’altra sua idea, anche stavolta apparentemente bislacca: un Primo Maggio targato Taranto, per celebrare i lavoratori di una fabbrica che ha seminato morte e veleni, tanto all’interno della stessa industria, quanto in città e dintorni.

Il Primo Maggio tarantino, per la seconda volta bagnato dalla pioggia (meno rispetto ad un’altra edizione), ha funzionato meglio dell’originale programmato in Rai, con mezzi e rimborsi a go-go. Riondino-Convenzioni 2-0. Palla al centro.

Torniamo a “Palazzina Laf”. D’accordo, ha vinto “Io capitano” di Matteo Garrone, sette statuette tra cui miglior film, miglior regia; il film con più candidature, “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, di statuette ne vince sei, fra queste: attrice protagonista, miglior sceneggiatura originale, miglior esordio alla regia.

 

 

UNA GRANDE EMPATIA

Elio Germano, Miglior attore non protagonista per “Palazzina Laf”, ha rilasciato, fra le altre, la seguente dichiarazione: «Non possiamo fare a meno di lottare, io e Riondino, questo è un film molto attuale che parla di lavoro, tema che sembra dimenticato oggi dal cinema, e di Taranto violentata dal profitto: tante sono le persone che ci hanno raccontato le loro “Palazzine Laf”».

Diodato, vincitore del David di Donatello per la categoria miglior canzone originale (“La mia terra”). «Ringrazio – ha detto il cantautore, già vincitore di un Festival di Sanremo –  la mia famiglia; lo scorso anno ero qui con mia madre ed è a lei e a tutta la mia famiglia che dedico questo premio; lo dedico anche alla mia terra, a Taranto, città che soffre, ma che continua a mostrare bellezza, a tutti i tarantini quelli che hanno lottato e non ci sono più».

Infine il plauso del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci a nome dell’intera Amministrazione comunale e della città. «Il più sincero plauso all’attore Michele Riondino e al cantautore Antonio Diodato per il prestigioso riconoscimento ricevuto ai David di Donatello per il film “Palazzina Laf”. Identico elogio anche al regista Giacomo Abbruzzese, tarantino anche lui, con il suo “Disco Boy” che ricevuto due nomination».

«Basta stragi sul lavoro!»

Cinque morti, un sesto è grave, a Palermo

Avrebbero dovuto realizzare lavori di manutenzione per conto dell’Azienda municipalizzata di Palermo. Tutto sarebbe accaduto in pochi istanti. Prima tre operai si sarebbero calati nella fogna sottostante. Poi altri due colleghi, infine un sesto rimasto gravemente intossicato. Il cordoglio del presidente Sergio Mattarella, siciliano anche lui

 

Un’altra strage sul lavoro. Anche questa, è la prima sensazione per quanti avevano effettuato il primo sopralluogo sul posto dove lunedì sera cinque operai, penetrati in un sotterraneo a Casteldaccia, provincia di Palermo, hanno perso la vita.  Per loro non c’è stato niente da fare. Un sesto collega, apparso subito grave e trasportato d’urgenza in ospedale, aveva già aspirato quanto era stato fatale istanti prima ai colleghi penetrati all’interno della stazione di sollevamento, durante l’opera di manutenzione di una rete fognaria.

Un dramma che ne insegue un altro e un altro ancora. Non si ferma la strage di morti sul lavoro. A volte di gente sottopagata, altre volte di operai senza indossare quegli elementi indispensabili sul posto di lavoro a tutela della propria incolumità. Della propria salute, come nel caso di quei cinque poveretti che potevano essere anche equipaggiati di tutti gli strumenti per affrontare il pericolo, ma che evidentemente hanno sottovalutato quanto sarebbe potuto accadere. Così raccontiamo un altro dramma. Affranto per quanto accaduto vicino Palermo, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, anche lui siciliano. «E’ l’ennesima, inaccettabile strage sul lavoro – ha dichiarato – ripropone con forza la necessità di un impegno comune che deve riguardare le forze sociali, gli imprenditori e le istituzioni preposte».

 

 

NON DOVEVANO “SCENDERE”

L’appalto dei lavori assegnato alla loro società, la “Quadrifoglio”, prevedeva che l’aspirazione dei liquami avvenisse dalla superficie attraverso un autospurgo e che il personale non scendesse sotto terra. Questo spiegherebbe il fatto che nessuna vittima indossasse una mascherina o un “gas alert”, uno di quei dispositivi-salvavita che misurano la concentrazione del gas che poi li ha ammazzati.   

Secondo quanto riportato dall’Agenzia Ansa, tutto sarebbe accaduto in pochi istanti. Tre operai si sarebbero calati nel locale sottostante la fogna, ad un’altezza di cinque metri. Qui avrebbero dovuto realizzare lavori di manutenzione per conto dell’Amap, Azienda municipalizzata di Palermo.

Tutto è accaduto in pochi attimi. Le prime tre vittime, non appena hanno compiuto qualche scalino nella “discesa della morte”, si sono sentite male. Hanno subito perso i sensi. Entrano in scena le altre due sfortunate vittime. Una volta data voce ai tre compagni di lavoro, gli altri due colleghi sono scesi nel tentativo di raggiungerli. Niente da fare, anche loro restano intrappolati: l’idrogeno solforato, un gas che non perdona – per giunta dieci volte superiore al limite di sopportazione, li ha subito stesi.

 

 

IL SESTO, MIRACOLATO

Il sesto dipendente della “Quadrifoglio”, ancora all’esterno, a sua volta ha provato a prestare – per quanto possibile – di prestare soccorso ai colleghi. E’ così sceso anche lui, ma ha avuto una sufficienza dose di riflessi: dopo aver respirato quel gas fatale, è riuscito appena a risalire in superficie. Svenuto, è stato subito soccorso. Trasportato d’urgenza in ospedale, le sue condizioni sono appare immediatamente gravi.

I vigili del fuoco, intervenuti con tre squadre, insieme con alcuni volontari, hanno recuperato i cinque corpi degli operai insieme con la squadra–sommozzatori che si è immersa nella melma della vasca. «Ci sono indagini in corso – ha dichiarato alla stampa Girolamo Bentivoglio Fiandre, comandante provinciale dei Vigili del fuoco di Palermo – posso solo dire che i cinque operai non avevano le maschere di protezione e quando li abbiamo recuperati, nonostante i tentativi del personale sanitario di rianimarli, questi erano già deceduti».

«La vita comincia a cinquant’anni!»

Oggi uomini e donne si sentono “anziani” a 74 anni

Uno studio ha interessato oltre diecimila persone. Elaborate informazioni in un database. Periodo esaminato: ultimi dodici anni. Nati nel 1946, si sentivano anziani a 71 anni; oggi l’asticella si è alzata di dieci anni: la generazione successiva si sente “vecchia” a 81 anni. Le donne in media si sentono anziane 2,4 anni dopo rispetto agli uomini. Una tendenza sempre esistita. Ma non è civetteria, tutt’altro…

 

Una volta si usavano frasi che pescavano fra i detti popolari. «La vita comincia a quarant’anni», «Gli anni solo quelli che ti senti addosso», «L’età è solo un numero». E via discorrendo. Con il passare degli anni, l’asticella è stata spostata. Verso l’alto, per intenderci. Oggi uomini e donne si sentono a metà strada nel percorso della vita ad almeno cinquant’anni. Insomma, le cure, il benessere, l’alimentazione, la conoscenza, gli studi, negli ultimi decenni hanno compiuto passi da gigante e aiutato, sostenuto nella crescita l’essere umano.

Negli Anni Sessanta quando vedevamo manifesti funerari che annunciavano la scomparsa di una persona a sessant’anni, non ci meravigliavamo. Del resto, in pensione si andava fra i quarantacinque e i cinquant’anni d’età.  Oggi, invece, non è più così. E’ cambiato un mondo, intorno. Un po’ per merito, un po’ per demerito nostro (ma questa è un’altra storia…).

Dunque, l’età che sarebbe solo un numero, con il passare degli anni sta perdendo, si diceva, il suo peso. La definizione di «anziano» è cambiata con il passare del tempo. Un po’ per dichiarare guerra a rughe e acciacchi, dunque per una certa convenienza, insita nell’animo umano (moderno) la linea di confine con la Terza età viene spostata (scongiurata) sempre più avanti. Basta documentarsi. Non è solo passione degli italiani il salto in avanti con ritocchino o aiutino che dir si voglia. Uno studio congiunto scaturito fra le università di Berlino, Lussemburgo e Stanford, e pubblicato recentemente su una rivista di psicologia, conferma perplessità, paure e voglia di “mantenersi giovani”.

 

 

MAMME VESTONO COME LE FIGLIE

Con l’ausilio di qualsiasi aiuto, a cominciare dall’abbigliamento: le mamme che si vestono come le figlie, identiche, con addosso minigonne vertiginose; i papà che rifanno il verso ai propri figlioli, e indossano jeans e scarpette da ginnastica. In pensione comprano borsone, racchette da tennis e t-shirt come quella di Sinner o Djokovic, salvo poi mettere tutto sotto chiave nel ripostiglio.

Dunque, la ricerca. Ha interessato oltre diecimila persone presenti in un database, in un periodo di dodici anni. Una volta raccolti, i dati hanno certificato il cambiamento del concetto di “anziano” in base al contesto storico e social. Da qui, in poi, le diverse risposte fornite a una delle domande principali: «A che età ti consideri “vecchio”?».

Per i boomer, i figli del boom economico per intendersi, i nati tra il 1946 e il 1964, la risposta a questa prima domanda è stata «…intorno ai 74 anni». Se la stessa domanda fosse stata posta a rappresentanti della generazione precedente, il risultato ottenuto sarebbe stato sostanzialmente diverso. Infatti, consultato altre indicazioni presenti nel database, chi è nato nel 1946, interpellato a suo tempo ha dichiarato di sentirsi anziano a 71 anni (partecipanti allo studio, nati tra il 1946 e il 1974, hanno preso parte alla ricerca quando avevano tra i 40 e gli 85 anni).

 

 

I PAPA’ COME FOSSERO…“TENNISTI”

Insomma, il punto di vista sull’argomento è visibilmente cambiato nel tempo, dati confermati da questa tendenza. Risultato: l’inizio di quella che per brevità chiamiamo “vecchiaia”  si sposta di circa un anno una volta superati 4 o 5 anni.

NbcNews, autore dello studio, e lo psicologo Markus Wettstein, come ripreso da riviste e quotidiani, in particolare dal Messaggero che riporta puntuali e importanti approfondimenti, hanno pubblicato percezione e concetti. «Percezione e concetti di “anzianità” cambiano nel tempo: oggi le persone di mezza età o gli adulti più avanti con gli anni credono che la vecchiaia inizi più tardi rispetto ai loro corrispettivi di 10 o 20 anni prima».

Un cambiamento dovuto, si diceva, secondo fattori diversi: l’aumento dell’aspettativa di vita, per esempio. Ripensandoci, se questa oggi si attesta intorno agli 81 anni, nel 1974 era molto più bassa, vale a dire 71 anni. Dieci anni esatti in meno. Non solo si vive più a lungo, ma anche in salute: diversi studi confermano miglioramenti delle condizioni cardiache, abilità cognitive e della qualità della vita.

«Le persone che si sentono più giovani credono anche che la vecchiaia inizi più tardi», spiegano gli studiosi. E, in effetti, i partecipanti allo studio più soli o con malattie croniche tendevano a localizzare la vecchiaia prima degli altri. Per quanto riguarda le differenze di genere, le donne in media si sentono anziane 2.4 anni dopo rispetto agli uomini. Ma anche questa è una tendenza sempre esistita. E non per una forma di civetteria, secondo qualcuno potrebbe pensare, ma perché la donna – è dimostrato su tutte le latitudini – è più forte dell’uomo. Gli uomini se ne facciano una ragione e ne prendano atto.

«Negozianti, ricompattiamoci»

Taranto, decine di attività commerciali chiudono, i commercianti reagiscono

«Fra Covid e guerra in Ucraina prezzi alle stelle, non ce la facciamo più», dicono i negozianti. Le associazioni si fanno sentire: «Numeri drammatici, negli ultimi dieci anni per ogni azienda che apre due chiudono, ma dobbiamo dare un segnale forte al territorio», dichiara Benny Campobasso, presidente Confesercenti Puglia.  «Piccoli segnali di ripresa, che ci fanno sperare per il futuro», sostiene Francesca Intermite, presidente di Confesercenti Taranto Casaimpresa

 

I negozi chiudono, i commercianti lanciano appelli che puntualmente finiscono nel vuoto. Il centro cittadino di Taranto è, in qualche modo, lo specchio della Puglia, una regione che si ringalluzzisce in estate, si riempie di turisti e pugliesi di ritorno. Poi, il resto dell’anno, è routine, le attività commerciali appena più pronunciate rispetto ai negozi di vicinato, languono. Commercianti in odore di pensione si fa due conti. Meglio feriti, che defunti, si dicono. Così, nelle vie centrali, si contano a decine le vetrine dismesse, impolverate, i locali vuoti con cartelli esposti: “cedesi attività”, “affittasi” o, in qualche raro caso, “vendesi”. In quest’ultimo caso, parliamo di immobili che non ingolosiscono più nessuno. Decine le domande di licenza, dopo un anno di esperienza, il più delle volte arriva la “serrata”.

«La nostra fortuna – dice un noto commerciante del centro – è stata fare un mutuo e acquistare le mura, il locale nel quale mio padre aveva aperto la sua attività, fiorente, non dico di no: oggi è un’altra storia, la vendita prosegue per metà su internet, avendo brand importanti; se, però, avessimo dovuto pagare il fitto del locale e tutte le gabelle legate ad un’attività, oggi anche noi staremmo sul punto di chiudere: insegna, tassa sui rifiuti, utenze in genere, un bagno di sangue».

 

 

L’UNIONE FA LA FORZA

Nei giorni scorsi il grido d’allarme lanciato da Confesercenti. Per bocca del suo presidente regionale, l’associazione si è pronunciata sull’importanza dei negozi di vicinato che chiudono con il moltiplicarsi di ipermercati, presenti da un lato e dall’altro della città, e altre strutture presenti dal centro alla periferia.

«Il periodo non è certamente favorevole – ha dichiarato il presidente regionale Confesercenti Benny Campobasso, durante un incontro con la stampa – i numeri sono drammatici, negli ultimi dieci anni per ogni azienda che apre due chiudono: un segnale tremendamente negativo. Taranto ha tutti gli elementi per ripartire e assumersi un ruolo importante nello scenario dell’economia pugliese; quella ionica, è una provincia tutta da scoprire, ha una tradizione commerciale e produttiva nel settore della moda e dell’abbigliamento, una tradizione che va valorizzata ulteriormente. Pertanto insisto sul fatto che ci siano tutte le condizioni per ripartire».

Una commerciante aveva investito il Tfr nell’avvio dell’attività. «Non navigavo nell’oro – confessa, non senza il dolore che segna una sconfitta – ma l’attività funzionava, poi le difficoltà legate alla pandemia e i conflitti hanno fatto salire i costi: il costo di una latta d’olio, per fare un esempio, è lievitato due volte e mezzo, la disdetta dell’affitto ha completato un quadro di per sé non incoraggiante: ho più di diecimila euro di rate in scadenza, ce la farò…».

 

 

COVID E GUERRA, CHE SCIAGURA

«La guerra in Ucraina ha fatto impazzire i costi dell’energia – riprende –  che comunque erano già aumentati tremendamente prima; poi un’impennata dei prezzi che ha modificato i parametri in cui ci eravamo mossi fino a quel momento: ai tempi del Covid la confezione di pancarré costava 1euro, con la guerra è arrivato a 2euro; la latta d’olio che compravamo abitualmente è passata da 60 a 150 euro, un bel salto: negli ultimi due anni ho visto il conto in banca andava alleggerendosi e che, intorno, un bel po’ di negozi chiudevano».

«Il presidente Campobasso ha messo in evidenza – ha dichiarato Francesca Intermite, presidente di Confesercenti Taranto Casaimpresa – ha fornito alcuni segnali, piccoli ma che ci fanno sperare per il futuro, circa una inversione di tendenza e di un ravvicinamento ai negozi di vicinato soprattutto dalle giovani generazioni: restano naturalmente sul tappeto tutti gli altri problemi del settore che ben conosciamo. Vogliamo dare un segnale forte: si può ripartire mettendo il massimo impegno: non c’è altro modo per salvare Taranto e il suo territorio». 

«Ho un tumore legato all’amianto…»

Il giornalista Franco Di Mare lo rivela a Fabio Fazio in diretta tv (Nove)

Durante il collegamento, l’ex direttore di tg in Rai, si mostra in con un tubicino. «E’ un respiratore che mi permette di essere qui: mi sono preso il mesotelioma, un tumore molto cattivo e ora lotto per i miei diritti». I suoi ex colleghi si sono dileguati, non rispondono al telefono. «Spariti tutti, non capisco l’assenza dal punto di vista umano: davanti a comportamenti simili trovo solo un aggettivo: ripugnanti»

 

La notizia, si dice in casi simili, circolava da tempo, ma nessuno aveva voluto essere il primo a segnalarla. A meno che non fosse stato il diretto interessato, il giornalista, Franco Di Mare, napoletano, sessantotto anni, volto popolare della tv.

E così è stato. Nei giorni scorsi, facendosi forza, ha accettato l’invito di Fabio Fazio. Per parlare della sua condizione drammatica, di un male grave che lo ha assalito e lo starebbe annientando, tanto che per combatterlo Di Mare ha manifestato il suo status. «Sono collegato a un respiratore che mi permette di essere qui, in diretta tv: purtroppo mi sono preso il mesotelioma, un tumore molto cattivo: questo tubicino che mi corre sul viso», ha indicato il giornalista al conduttore di “Che tempo che fa”, trasmissione in programmazione sul NOVE, in modo che anche i telespettatori se ne accorgessero.

Il mesotelioma, dicono gli esperti, sarebbe legato alla presenza dell’amianto nell’aria. Si prende attraverso la respirazione di particelle di amianto, senza rendersene conto. Lo racconta Di Mare, con grande coraggio. «Una fibra d’amianto – prosegue lo sfortunato giornalista – è seimila volte più piccola di un capello, seimila volte più leggera: una volta liberata nell’aria non si deposita più per terra; ha un tempo di conservazione lunghissimo, può restare lì in attesa anche trent’anni, e, purtroppo, quando si manifesta, di solito è troppo tardi».

 

 

INVIATO IN GUERRA…

Di Mare è stato inviato di guerra con la Rai. Per la tv pubblica ha seguito i più importanti conflitti degli ultimi anni: Bosnia, Kosovo, le due Guerre del Golfo, Afghanistan. Poi i ruoli in veste di dirigente, da vicedirettore di Raiuno a direttore di Raitre, fino a diventare direttore generale dei programmi.

Uno degli aspetti più imbarazzanti della vicenda, l’assistenza. L’istituto Inail spiega che la pratica di malattia professionale per Franco Di Mare non sarebbe “bloccata” secondo quanto riferito in alcuni articoli apparsi sulla stampa. A dicembre, l’Inail ha preso atto che si trattava di “persona non tutelata” secondo le normative Inpgi, l’Istituto nazionale di Previdenza dei giornalisti: le malattie dei professionisti dell’informazione – spiega –titolari di un rapporto di lavoro subordinato sono tutelate a partire dal 2024, vale a dire dopo la fine del periodo transitorio di passaggio dalla tutela dell’Inpgi a quella dell’Inail, che ha accorpato a sé il rapporto previdenziale dei giornalisti.

Roberto Sergio, amministratore delegato Rai, ha espresso sui social la sua solidarietà. «Non ero a conoscenza fino ai resoconti stampa dello stato di salute del collega e delle sue reiterate richieste, gli sono vicino umanamente».

 

 

«MA LA PARTITA NON E’ FINITA»

Severo, invece, l’intervento di Di Mare, a proposito della sua ex azienda. «Tutta la Rai dopo la scoperta della malattia – ha dichiarato il giornalista – si è dileguata: posso capire che esistano delle ragioni di ordine sindacale, legale, ma io chiedevo alla Rai lo stato di servizio, che è un mio diritto. Ho chiesto: “Mi fate un elenco dei posti dove sono stato? Perché così posso chiedere cosa si può fare?”. Sono spariti tutti. Quello che capisco meno è l’assenza sul campo umano. Quelle persone a cui davo del tu, sono sparite, si negavano al telefono, a me: davanti ad un atteggiamento del genere trovo solo un aggettivo: ripugnante».

Poi la chiusura che dà una grande emozione. «Ho avuto una vita bellissima – ha concluso Franco Di Mare – le mie memorie sono piene di vita: non voglio fossilizzarmi attorno all’idea di morte, voglio legarmi all’idea che c’è la vita. Mi è dispiaciuto tanto scoprirlo solo ora. Non è ancora tardi perché, come diceva il tecnico Vujadin Boskov: partita finisce quando arbitro fischia: il mio arbitro non ha fischiato ancora».

E le stelle “guardano” la Puglia…

Un set dopo l’altro, dalla provincia di Lecce a quella di Bari

A Taranto una produzione di Netflix, ma quarant’anni fa c’era stato Hutch (David Soul, Fifth Missile), più recentemente “Six underground” per Netflix. In queste settimane, in Salento, fra gli altri c’è Andy Garcia, che per restare in tema, gira “Under the stars”

 

E le stelle stanno guardare. Era il titolo di un romanzo, straordinario, scritto da Cronin. Potenza della tv di una volta, quando non avevi a portata di mano Google e Wikipedia e, allora, dovevi fare affidamento solo sulla tua memoria. Perché Cronin e la tv, solo perché quella televisione era molto coraggiosa, sul piccolo schermo portava le grandi storie, E le stelle stanno a guardare, era una di queste. Mi piace pensare ai Miserabili, scritto dal grande Victor Hugo. E gli italiani? Beh, permetteteci, poi torno all’incipit, basti citare I promessi sposi, del ciclopico Alessandro Manzoni. Lo sceneggiato firmato da Alessandro Bolchi, con tutto il rispetto per la successiva produzione.

Perché, dunque, le stelle stanno a guardare? Perché capita sempre più spesso che aggirandosi per città e cittadine pugliesi, si scorga più di un attore americano con il naso all’insù, a bearsi di una cattedrale, di trulli, di un panorama suggestivo come la Valle d’Itria. Pensiamo, per esempio, a Ron Moss, stella di Beautiful, affascinato dalla bellezza delle masserie che fanno da cinta alla bella Martina Franca. Anzi, lo stesso Moss suggerì, dicono, al regista di “Viaggio a sorpresa” di impegnare la bellissima e accogliente masseria “Don Cataldo” per completare le riprese di un film condiviso con un grande Lino Banfi che, da queste parti, è di casa.  

 

 

DA HOLLYWOOD AL SALENTO

Scriviamo di stelle, prendendo l’argomento a distanza. Lo spunto ce lo dà il Nuovo Quotidiano di Puglia, il giornale più letto da queste parti. Il quotidiano, con direzione a Lecce, nei giorni scorsi partiva proprio da una riflessione, a proposito di star del cinema. “E se le stelle di Hollywood diventassero di casa?”, s’interrogava. Riferimento a un bel pugno di anni fa, precisamente al 2010, quando il grande regista Ferzan Ozpetek selezionò le terrazze del centro storico di Lecce per girare quel gioiello che risponde al titolo di “Mine Vaganti”. Non sappiamo se sia quello, ma di sicuro quello di Ozpetek è uno dei titoli che scuotono spettatori e registi, produttori, che danno il via alla scoperta della Puglia come ad un ideale set cinematografico.

Ma già negli Anni Quaranta e Cinquanta, Taranto era stata location di film importanti: La nave bianca, Fantasmi del mare, I pirati di Capri, Imbarco a mezzanotte, Il prezzo della gloria e Promesse di marinaio. Da queste parti aveva esordito dietro la macchina da presa un certo Roberto Rossellini, erano passati i “belli e impossibili” come Renato Salvatori e Antonio Cifariello, perfino un giovane Mike Bongiorno. Nei primi Anni Sessanta, la Puglia affascina Pierpaolo Pasolini (Il vangelo secondo Matteo) e Lina Wertmuller (I Basilischi).

 

 

ANDY GARCIA, “STREGATO!”

Dopo anni e anni di produzioni italiane ecco che nel tempo, arriva David Soul per un film militare (Fifth missile) girato all’interno dell’Arsenale (quarant’anni dopo toccherà a Favino e al suo “Comandante”), fino a “Six underground” per Netflix. E poi il resto della Puglia, con cast “tuttestelle”.  Nelle ultime settimane pare siano in rampa di lancio due film girati fra le province di Bari e Lecce: “Stolen Girl”, thriller diretto da James Kent e scritto da Rebecca Pollock e Kas Graham e “Under the stars” della regista Michelle Danner. Fra gli attori avvistati: Scott Eastwood, figlio di Clint (protagonista di Stolen girl) e Andy Garcia (Under the stars). Fra gli avvistamenti, anche Toni Collette (Unbelievable, Il sesto senso, About a boy).

E la storia continua. Attendiamo altre stelle a strisce, americane per intenderci. Ma se arrivassero anche dalla Francia, dalla Spagna – e ce ne sono – non ci dispiacerebbe affatto. Ma facessero presto, l’estate sta cominciando e gli italiani, che ingenui non sono, si stanno già dando da fare. La Puglia attende a braccia aperte, ciak, si gira.

Le nostre città più ricche…

Provincia ionica e regione Puglia al setaccio

E quelle più povere. Taranto a risultare il comune con il reddito pro capite più alto. Ad Avetrana quello più basso. Capoluogo ionico terzo, dopo Lecce e Bari. A seguire Brindisi, Foggia e BAT (Barletta, Andria, Trani). Nella classifica solo redditi scaturiti dal lavoro (esclusi di sussidi, pensioni, redditi da immobili e fabbricati)

 

Quali sono le città più ricche di Puglia. E, volendo fare il classico capello in quattro, quali sono le città e le cittadine più ricche della provincia ionica? Ce lo raccontano le ultime dichiarazioni dei redditi passate al setaccio dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, quelle del 2023 e che, evidentemente, fanno riferimento al 2022. Dati confermati dal magazine “QuiFinanza”. Redditi medi, analisi svolta cioè sugli oltre 7.900 comuni italiani. Solo redditi scaturiti dal lavoro, fatta esclusione di sussidi, pensioni, redditi da immobili e fabbricati.

Non ci sono, però, grosse sorprese nella classifica dei redditi nella provincia di Taranto elaborata in questi giorni per avere una foto d’insieme riferita al corrente anno, dalla start up di studi economici Twig. Insomma, in virtù di questa ricerca nell’intera provincia è proprio Taranto a risultare il comune con il reddito pro capite più alto: 18.683 euro (per un numero di 119.604 contribuenti), mentre Avetrana risulta quello con il più basso, 11.394.

 

 

TARANTO, PUGLIA

A livello regionale, però, Taranto viene ridimensionata, con una terza posizione che la vede dopo Lecce (20.516 euro, reddito pro capite) e Bari (20.145), quasi in parità con Brindisi (18.006) e di stretta misura davanti a Foggia (17.132) e a BAT (Barletta, Andria, Trani).

C’è, però, un dato che incuriosisce e vale la pena sottolineare: il secondo posto del comune di Leporano (18.474 euro, pro capite). Secondo un’analisi, il dato confortante sarebbe ascrivibile al periodo estivo, godendo Leporano di una Marina che riesce a richiamare turisti in arrivo non solo dal resto della Puglia, ma dall’Italia intera, una movimentazione non indifferente di denaro così da avere un’economia che diversamente non avrebbe grandi risorse.

In questa classifica è bene segnalare anche la presenza nelle prime posizioni dei comuni limitrofi alla città di Taranto, in particolare quelli appartenenti al circondario industriale, fra questi San Giorgio Ionico, Statte e Monteiasi. Sotto certi aspetti stupisce il risultato di Martina Franca, considerata capitale della Valle d’Itria. Nonostante sia una delle perle incontrastate della nostra regione, Martina fa registrare un reddito pro capite di 15.075, classificandosi undicesima, superata dai comuni di Carosino, Pulsano, Crispiano, Roccaforzata e da Grottaglie (15.185 euro, reddito pro capite).

Non si può dire vada meglio per Massafra, quindicesimo posto (14.382 euro, pro capite), o Castellaneta (14.259 euro), nonostante una vistosa vocazione turistica. Idem per Maruggio (14.027 euro) che in estate conta su un attrattore illimitato per bellezza come Campomarino. A seguire, Manduria, uno dei centri più popolosi della provincia: ventitreesimo su ventinove comuni (13.313 euro, reddito dichiarato dai 20.079 contribuenti).

 

 

LIZZANO, ULTIMA

Fanalino di coda: Lizzano, Palagianello, Sava, Torricella e Ginosa. Ultima posizione, come nel recente passato: Avetrana. Il comune al confine con la provincia di Lecce, fa segnare un reddito pro capite basso (11.394 euro, 4.777 le dichiarazioni di reddito raccolte). Poco più di undicimila euro, quasi, in media, metà della media nazionale.

Se estendiamo i dati alla Puglia, non possiamo che restare colpiti dalla performance di Lecce (23.033 euro, media pro capite), che ha la meglio di Bari (22.420 euro), capoluogo di regione. Terza classificata, si diceva, è Taranto. Appena sopra la soglia dei 20mila euro di reddito medio relativo all’anno fiscale 2022, alle spalle del capoluogo ionico, si piazzano Brindisi, Foggia e BAT.

Infine, curiosità. Testa e fanalino di coda. Stando a questa classifica, la città più benestante d’Italia è Portofino (Genova). Reddito medio superiore ai 90mila euro pro capite, nove volte superiore a quello fatto registrare dal comune calabrese di Cirinà, ben quattro volte e mezzo il reddito medio degli italiani, che nel 2023 risulta di 21.751 euro (1.007 euro in più rispetto all’anno precedente).

Infelici noi…

Pugliesi, fanalino di coda secondo l’Istat

Al Sud si sorride sempre meno. In buona compagnia, fra campani e lucani. Non ci sono strumenti per favorire il dopo-studio o il dopo-lavoro. Percentuali incoraggianti, ma lo diamo per scontato, arrivano da chi ha un’occupazione, specie per chi ha un lavoro ben pagato. Rispetto allo scorso anno? Più o meno la stessa cosa: dobbiamo pensare positivo

 

I pugliesi sarebbero i più infelici d’Italia. E’ una inchiesta singolare, una chiave di lettura non condivisibile, ma rispettabile. Come se vedessimo la stessa gara di calcio: uno dalla gradinata, l’altro dalla tribuna. La partita è la stessa, ma uno vede una squadra attaccare la parte inversa rispetto al suo dirimpettaio di stadio. Per non parlare dei falli fischiati, della direzione arbitrale. Eppure la gara è la stessa.

Così è per le inchieste. Un sociologo, che viene da studi, letture e campioni diversi, avrà sempre idee diverse da quelle del collega. Ma che vogliamo fare allora di uno studio ripreso dal Nuovo Quotidiano di Puglia, giornale fra i più autorevoli del Sud? Cestinarlo, trattarlo con superficialità? Certo che no, e allora, sentiamo quali sono gli indizi che fanno dei pugliesi il fanalino di coda in fatto di felicità. Insomma, fosse capovolta, i pugliesi sarebbero primi. Ma siamo ultimi, che possiamo farci. Allora, infiliamoci nella disamina attenta, come è giusto che sia. Fornisce elementi di discussione e, alla fine, secondo una sua logica, non ci porta nemmeno tanto lontano dal risultato.

 

 

IN BUONA COMPAGNIA…

Dunque, i pugliesi sarebbero i più infelici d’Italia. Insieme con i “cugini” campani, sarebbero i meno soddisfatti del nostro Paese quando si parla del tenore di vita.  In Italia, secondo il Nuovo Quotidiano di Puglia, il giornale più letto della regione, sono – abbandoniamo per un po’ il condizionale… – quelli meno contenti delle relazioni con amici e parenti.

Chi lo dice. Il dato emerge dall’ultimo report dell’Istat sul grado di soddisfazione della vita. Ma è attendibile? Non scherziamo: l’Istat è l’Istituto nazionale di statistica, un ente di ricerca, presente in Italia da un secolo (nel 2026 compirà cento anni) ed è il principale produttore di statistica ufficiale a supporto dei cittadini e dei decisori pubblici.

Secondo quanto racconta l’Istat, dunque, i pugliesi che dicono di essere poco o molto poco contenti delle proprie condizioni rappresentano il 13,3% del totale. Quelli, invece, che sono molto felici rappresentano il 44,2%. Insomma, la media del voto, scrive il Nuovo Quotidiano, che i pugliesi assegnerebbero – torna il condizionale… – alla propria esistenza è di 7,1 (da 0 a 10). Solo la Campania è messa peggio. Anche in questo caso il distacco tra Sud e Nord è evidente. In provincia di Bolzano, ad esempio, “solo” il 9% dei residenti è scontento.

Ma, allora,Perché i pugliesi sono i più infelici d’Italia?”. Pare siano quelli che più spesso hanno problemi in famiglia o con gli amici: solo uno su quattro, da Foggia a Lecce, passando per Bari e Taranto, è “molto soddisfatto” del proprio rapporto con gli altri familiari. Se a Bolzano registrano il 41%, da queste parti, con tutta la buona volontà, non si va oltre 25,7%. Campania, Sicilia e Calabria hanno numeri migliori. Nell’ambito di uno dei temi esaminati, le amicizie, i pugliesi risultano “per niente o poco soddisfatti” al 22% del totale degli over 14. Molto soddisfatti, invece, il 16,1%, che poi è il dato peggiore d’Italia.

 

 

TEMPO LIBERO: CHE FARE?

Altro punto debole della disamina: l’utilizzo del tempo libero. Pochi svaghi o poche opportunità. Un pugliese su tre non è contento di come impiega il tempo nel quale non lavora. La quota di quelli “molto soddisfatti” raggiunge appena il 10,3%, ed è anche questo un record negativo, superato solo dai vicini lucani.

Altro aspetto dell’indagine Istat. Chi vive in città sarebbe mediamente più felice, anche a livello nazionale. A seguire, i piccoli centri (con meno di duemila residenti), poi tutti gli altri.

L’Istat, però, evidenzia il fatto che “il quadro dei giudizi espressi dalle persone in relazione alle caratteristiche socio-demografiche rimanga inalterato”. Permangono le differenze di sesso: la quota di persone “fortemente soddisfatte” per la vita si stabilizza sia per gli uomini sia per le donne: i primi restano più soddisfatti delle seconde con una differenza del 4% (quasi, per la precisione il 48,7%, rispetto al 44,8%).

A livello generazionale, invece, come riporta il Nuovo Quotidiano di Puglia nella sua disamina, “la soddisfazione diminuisce tendenzialmente con il progredire dell’età: la quota di molto soddisfatti è più elevata nella classe 14-19 anni (56,6%) fino a toccare il valore minimo del 39,4% tra le persone con 75 anni e più”.

 

 

E COME L’ANNO SCORSO…

Rispetto al 2022 la soddisfazione cresce nella forbice 25-34 anni, la cui quota di “molto soddisfatti” per la vita sale dal 45,1% al 48,6% (+3,5%).

Persone occupate o studenti esprimono più frequentemente giudizi positivi di soddisfazione per la vita rispetto a chi si dichiara in cerca di occupazione o in altra condizione. Il 50,5% degli occupati e il 52,0% degli studenti, rispetto al 41,5% in media di chi è in diversa condizione o perché in cerca di occupazione (35,7%) o casalinga (42,9%) o ritirato dal lavoro (45,0%).

Tra chi è occupato, infine, la posizione nella professione incide. Dirigenti, imprenditori e liberi professionisti (54,5%), insieme ai quadri e agli impiegati (51,3%) dichiarano livelli di soddisfazione più alti rispetto agli operai (48,7%) e ai lavoratori in proprio (47,6%).

Qualcuno si interrogherà ancora. Ma rispetto all’anno precedente, c’è stato un miglioramento o un peggioramento? Rispetto all’anno precedente non si sono registrate variazioni significative.

«Destinazione Paradiso…»

La Top Five dei Paesi da visitare, occasioni uniche

Un giornalista giramondo, Ash Jurberg, dopo aver visitato oltre cento Paesi in tutto il mondo ha stilato per “Business Insider” una sua personale classifica. Lontana da itinerari scontati e raccomandati dalle agenzie di viaggio. Una “chart” singolare, posti incantevoli e accoglienti che solo chi è stato ospite di quei siti può spiegare

 

Ci sono Paesi nei quali, nel nostro immaginario, vorremmo vivere. L’idea che abbiamo, pur non avendoli visitati è sicuramente frutto di letture e fantasia. Capita così raramente di incontrare un giornalista, Ash Jurberg, che di mestiere fa il giramondo. Jurberg, dopo aver visitato oltre cento Paesi in tutto il mondo ha stilato una classifica originale, personale, per Business Insider.

L’uomo in questione, ha girato tutti i continenti, non due o tre, ma tutti e sette. Spesso si è spostato con la famiglia, portando con sé i figli che da queste esperienze uniche al mondo ne sono usciti profondamente arricchiti. E non li ha solo visitati. In quelle terre si è installato, ha studiato, cercato di comprendere non solo usi e costumi, ma anche la filosofia di un popolo che, poi, incide sulla valutazione di un luogo in termini di bellezza.

Uno dei free-press più autorevoli, “Leggo”, in distribuzione nelle maggiori città italiane, con la sua redazione – sempre molto attiva – ha riportato un ampio e importante servizio, divulgando le sensazioni di un viaggiatore, Ash Jurberg, da guinness dei primati.

 

ESTATE PROSSIMA…

Lo ha fatto alla vigilia di un’estate che fino a qualche giorno fa sembrava alle porte, ma poi ha registrato una inversione di tendenza. Poco male, perché, questione di giorni, e allora gli italiani torneranno a capofitto per pianificare meritate vacanze. E chi può aiutare il lettore a farlo, scrive “Leggo”, se non una persona che ha viaggiato in oltre cento Paesi (centosette, per la precisione) può dare consigli a chi è in cerca di suggerimenti? Attenzione, specifica il quotidiano, quella in elenco non è la classifica dei luoghi più belli, ma una lista di cinque posti che meritano una visita e sono lontani dai bagni di folla, tipici dei “viaggi organizzati”.

«Destinazioni di viaggio popolari come l’Italia, la Francia e il Messico sono ottime scelte – premette Jurberg – toccano quasi tutti i continenti, ma è bene considerare la possibilità di visitare opzioni alternative a quelle più popolari».

 

 

ESTONIA

Senza andare tanto lontano, il primo Paese preso in esame, è europeo: l’Estonia. «Sono stato subito affascinato dall’aspetto fiabesco di Tallinn, la capitale – ha scritto il giornalista nel suo reportage – in quanto camminare per le strade acciottolate all’interno delle mura della Città vecchia, simili a una fortezza, mi ha riportato in epoca medievale».

«Una città piccola tanto da poter essere esplorata a piedi: anche se molti visitano Tallinn in un solo giorno prendendo il traghetto da Helsinki – ecco il consiglio dell’esperto – varrebbe la pena fermarsi anche di più per addentrarsi nella campagna estone: le strade sono spesso vuote e incredibilmente tranquille».

 

 

OMAN

Dubai e Qatar, posti celebri. Ma, attenzione, il giornalista-giramondo indica un altro percorso, tanto da esserci stato per ben tre volte in un anno e mezzo. Attenzione, prego. Non molto lontano da questi punti di ritrovo per vip, c’è l’Oman, con la sua capitale Muscat, un’eccellente porta d’accesso al Paese. «Una passeggiata lungo la splendida Corniche – suggerisce – vi porterà lungo l’acqua e vicino al vivace Grand Bazaar; per chi ama le escursioni, in Oman ci sono molte opzioni, tra cui diversi sentieri facilmente accessibili a Muscat che offrono una splendida vista sulla città», scrive per “Business Insider”. «L’incredibile Wadi Shab si trova a meno di due ore dalla capitale ed è una delle migliori escursioni. Il percorso si snoda attraverso strette gole e torrenti e termina con una nuotata surreale attraverso grotte incredibili».

 

 

NAMIBIA

Ma ecco l’Africa, rappresentata da questa Top Five da Namibia. Tra Kenya, Botswana e Tanzania. «Noleggiato un camper e fatto un tour del Paese in self-drive – spiega il giornalista – ho esplorato il Paese in modo indipendente: anche in questo caso, è stata evitata folla e campeggi». «Non era insolito, infatti, svegliarsi con i versi delle scimmie, i barriti degli elefanti e il ruggito dei leoni; oltre alla fauna selvatica, in Namibia c’è molto da esplorare, tra cui le dune colossali risalite a piedi e sulle quali è possibile fare… surf, di sicuro uno dei momenti più belli del viaggio».

 

 

SRI LANKA

L’Asia ha spiagge bellissime, ma lo Sri Lanka ha spiagge e piantagioni di tè, montagne, rocce, cascate e molto altro ancora. Giro consigliato: con autista e guida, che possono descrivere il Paese con le conoscenze di chi ci vive. «Cibo ottimo ed estremamente economico; in quattro – spiega Jurberg – nella maggior parte dei casi abbiamo mangiato con dieci euro in totale: la gente del posto incredibilmente amichevole, poi l’isola, abbastanza piccola, ha consentito un’esplorazione approfondita in un tempo relativamente breve».

 

 

COSTA RICA

Per Ash Jurberg uno dei posti più belli visitati in tutta la sua vita è il Messico. Ma lì, a breve distanza, c’è il Costa Rica. E’ lì che il giornalista ha trascorso la sua luna di miele. «Sebbene sia già molto popolare – ha precisato il collaboratore di “Business Insider” – la Costa Rica offre un’esperienza di viaggio autentica: non ancora invasa dai turisti, come gli altri Paesi citati, ha un paesaggio vario, dalle spiagge di sabbia bianca alle foreste pluviali ai vulcani: quando visitare il Costa Rica? Durante la stagione delle piogge: poca folla, prezzi bassi e, come accaduto a noi, può anche piovere poco, molto poco».