«Come Arancia meccanica…»

L’omicidio di Thomas, un diciassettenne a Pescara, autori due quindicenni

«In concorso tra loro», svela il quotidiano Il Centro, «annientavano la vittima infliggendogli venticinque coltellate, arrecando sevizie e operando con crudeltà, mediante calci e sputi mentre era riverso sul terreno esanime». Nonna Olga: «La verità, prima o poi viene a galla». Il fratello di uno dei presunti assassini: «Se ha sbagliato dovrà pagare: chiediamo scusa alla famiglia della vittima, non si meritava questo»

 

Venticinque coltellate. Quindici dal primo, il più spietato, degno del ruolo di cattivo di un film di Sergio Leone, e che giustifica quel gesto come una esecuzione eseguita per motivi di rispetto; dieci dall’altro, l’amico, che vuole macchiarsi dello stesso delitto in una sorta macabra solidarietà. Venticinque coltellate in tutto.

Due assassini, appena quindicenni; una vittima, Christopher Thomas Luciani, un diciassettenne, ucciso domenica pomeriggio in un modo così violento, sullo stile di Arancia meccanica, il capolavoro di Stanley Kubrik per intenderci.  Lo scenario, un parco del centro di Pescara, in Abruzzo, una regione martoriata dal terremoto del 2009, ma sostanzialmente mite, mai scossa da una cronaca nera così cruenta.

Non accade sempre in estate, ma la stagione calda, evidentemente, indica un indirizzo ai fatti di cronaca, molti dei quali rimasti impressi nella memoria collettiva. Simonetta Cesaroni, ammazzata a Roma, una storia di inaudita violenza, era il ’90; Pietro Maso che, a Montecchia di Crosara (Verona), con l’aiuto di tre amici infierisce sui suoi due genitori per entrare in possesso dell’eredità per spassarsela subito; Olindo e Rosa, che ad Erba (Como) uccisero a colpi di coltello e spranga quattro vicini, risparmiandone un quinto, pensando fosse morto; Sabrina e Cosima Misseri che soffocarono la povera Sarah Scazzi ad Avetrana (Taranto). Per non parlare del delitto di Cogne, con tanto di plastico esibito da Bruno Vespa nel suo Porta a porta: mamma Annamaria che in impeto di rabbia si scaglia contro il piccolo Samuele.

 

 

MINORENNE, UCCISO DA COETANEI

Un omicidio su un minorenne commesso da due suoi coetanei. A causa di un debito di duecentocinquanta euro accumulato per droga. Ma non è finita. Emergono, infatti, nuovi dettagli sul delitto. Come gli sputi sulla vittima agonizzante. Addirittura una sigaretta spenta sul suo volto. Per poi dileguarsi dal luogo dell’omicidio e andare al mare, ricordando la bravata con battute macabre su come avevano annientato il loro coetaneo.

I primi dettagli li riporta il quotidiano abruzzese “Il Centro”. Il cronista riporta stralci del decreto di fermo: i due quindicenni «in concorso tra loro, uccidevano Christopher Thomas Luciani con 25 coltellate, arrecando sevizie e operando con crudeltà, mediante calci e sputi mentre era riverso sul terreno esanime». Le deduzioni alle quali la stampa e l’agenzia Ansa, puntuale, fanno riferimento, scaturisce dallo stesso decreto nel quale si legge: «Quanto emerge è l’assenza di empatia emotiva con un fatto di tale inaudita efferatezza, tale da inveire sul cadavere, recandosi presso lo stabilimento balneare per fare il bagno al mare, senza chiamare soccorsi o denunciare il fatto alle autorità, anzi chiacchierare con macabra ironia sul fatto appena avvenuto».

 

UN TESTIMONE LI INCHIODA

C’è un testimone che vuota subito il sacco. «“Stai zitto!”, dicevano a Thomas: ero allibito, volevo fermarli ma non sapevo come fare; sembrava che non ci stessero più con la testa; ma, nonostante quanto accaduto, siamo andati al mare a fare il bagno».

Secondo la ricostruzione questo gruppo di amici si era dato appuntamento in stazione, a Pescara, prima di trasferirsi al Parco Baden Powell. Uno dei due ragazzi indagati era già in possesso del coltello. Storia fra piccoli spacciatori, ingigantita da esempi presi a casaccio, un po’ dalla cronaca, un po’ dalla tv e, infine, dalle storie che circolano sui social, dove tutti diventano più forti e invincibili. Perché il pc, che di danni ne compie decine al giorno, è capace di rendere un qualsiasi miserabile, un eroe, applaudito – in senso virtuale – da altri fenomeni da tastiera. Quelli che il grande Umberto Eco definiva «…gli scemi del villaggio globale, gente che nemmeno al bar dello sport verrebbe considerata».

 

 

NONNA OLGA, LA DISPERAZIONE

Infine, Olga, la nonna di Thomas, che quel ragazzo un po’ sopra le righe, ma sostanzialmente in media con molti dei suoi amici. «Dove scappate, tanto la verità, prima o poi viene a galla». Lo dice, senza giri di parole al TG regionale dell’Abruzzo. «Non si può uccidere uno così: mingherlino, piccolo, un ragazzo d’oro; nella testa i grilli che hanno tanti ragazzi della sua età: non era un drogato; aveva tre anni e mezzo quando l’ho preso; l’ho cresciuto io, sono stata la mamma».

Cosa dicono le famiglie dei presunti assassini. Una dichiarazione, fra le altre, del fratello di uno dei due. «Se ha sbagliato dovrà pagare: chiediamo scusa alla famiglia di Thomas e promettiamo che, se vorrà, gli staremo vicini: non si meritavano assolutamente questo; ho pianto un sacco per Thomas: mi spiace non ci sia più; quanto a mio fratello, paghi il giusto per quello che ha fatto: ha bisogno di fare gli anni negli istituti dove può essere aiutato, non chiediamo sconti, crediamo nella giustizia».

Dopo l’estate, come tutti i gialli da audience, aspettiamoci non uno, ma più “speciali” di Porta a porta. Bruno Vespa, un “piatto” così ricco non se lo lascia sfuggire. 

«Cessate il fuoco», storia infinita

Israele avanza l’ipotesi, Hamas non si fida, gli Stati Uniti nella trattativa

«Dopo aver avuto indietro i centoventi ostaggi, lo Stato di Israele tornerebbe a sparare per mietere altre decine di migliaia di vittime», dice l’organizzazione politica palestinese islamista. Complicato che possa essere posta fine al conflitto. «Abbandonati da Netanyahu, i nostri cari rischiano la vita, quando invece il leader israeliano dovrebbe essere più risoluto», dicono i parenti degli ostaggi

 

Dopo che Benjamin Netanyahu ha detto all’emittente Channel 14 che accetterà di sospendere temporaneamente i combattimenti nella Striscia di Gaza per il rilascio di alcuni ostaggi ma che non porrà fine alla guerra finché Hamas non sarà distrutto, l’Ufficio del primo ministro israeliano ha affermato che è il movimento islamista a rifiutare l’accordo di tregua e non Israele. Questa, in sostanza, la notizia diffusa dall’autorevole agenzia giornalistica Ansa.

Praticamente, Netanyahu ha fatto sapere che difficilmente mollerà la Palestina. Intanto non senza avere riportato in Israele tutti i centoventi ostaggi, vivi o morti. Secondo fonti israeliane sarebbe Hamas e non Israele ad opporsi all’accordo.

Intanto, a margine di queste dolorose scaramucce, l’intervento di un ufficiale americano che mette in guardia non solo quella fascia di territorio, ma il mondo intero: un attacco israeliano in Libano, spiega il generale americano, rischia di ampliare il conflitto. Dunque, attenzione. Monitoriamo al massimo quanto si dice in queste ore e, soprattutto, non abbassiamo la guardia. Il pericolo esiste, è concreto ed è già costato decine di migliaia di morti.

 

 

TV ISRAELIANA CRITICA…

Gli Organi di informazione israeliani non si schierano tutti dalla parte di Netanyahu, anzi. Basti considerare una delle tv più rappresentative, Channel 14, per accorgersi che i termini dell’ultima proposta israeliana di «cessate il fuoco con un accordo sugli ostaggi», presentati il mese scorso dal presidente americano Joe Biden, non chiariscono del tutto la posizione dell’attuale governo israeliano. Una tregua temporanea nella prima fase dell’accordo, sarebbe estesa a «una calma sostenibile», con eventuale «cessazione permanente delle operazioni militari e delle ostilità» in una seconda fase.

Torniamo sul tema iniziale per meglio comprendere la posizione, intransigente, di Netanyahu: la proposta israeliana pare non preveda la fine della guerra. Lo Stato ebraico, infatti, avrebbe due obiettivi: distruggere Hamas e riportare a casa tutti gli ostaggi.

A proposito degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas. Le loro famiglie, intransigenti, criticherebbero l’operato di Netanyahu. Le dichiarazioni del leader dello Stato di Israele su un accordo di «cessate il fuoco» con gli Stati Uniti, porrebbero in serio pericolo la vita degli ostaggi.

«Condanniamo fermamente la dichiarazione del primo ministro in cui si è ritirato dalla proposta israeliana – dichiara alle agenzie di stampa un portavoce dei familiari degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas – che significherebbe abbandonare i 120 ostaggi al loro destino, “danneggiando” – questo è riportato nella stessa dichiarazione – il dovere morale dello Stato di Israele nei confronti dei suoi cittadini».

 

 

E POI C’E’ HAMAS…

Fra le varie posizioni, c’è anche quella di Hamas, organizzazione politica palestinese islamista, che pone l’accento sulle più recenti osservazioni di Netanyahu. Queste, secondo Hamas, sarebbero la dimostrazione che il primo ministro israeliano vuole solo un accordo parziale dopo il quale la guerra riprenderebbe e non la proposta che l’amministrazione Biden ha cercato di far comprendere.

«La nostra insistenza – sottolinea Hamas in un comunicato riportato dai media arabi – perché qualsiasi accordo includesse un cessate il fuoco permanente e un ritiro completo delle forze israeliane, necessario per bloccare il percorso di Netanyahu».

Ci verrebbe da dire che si sta facendo di tutto per compiere un passo avanti, in realtà questo è un passo di lato. Nel senso, che al netto delle parole e delle dichiarazioni, fra Israele e Hamas, in mezzo gli Stati Uniti, non si sta facendo il possibile perché il «cessate il fuoco» diventi definitivo. Gli Stati Uniti provano a svolgere il ruolo di garante, ma con due soggetti in forte contrasto non è semplice. Il colosso americano rischia di restare schiacciato sotto i colpi delle artiglierie e dei vecchi rancori esistenti da tempo immemore fra i due stati. O meglio, fra uno stato (Israele) e una regione (Palestina), che da decenni attende che le sia riconosciuta una sua autonomia. 

Nel cuore del cuore della Puglia

Banfi, la Puglia e il G7, Il commissario Lo Gatto, Masseria Don Cataldo

«Ron Moss affascinato da questa regione e dalla masseria al centro della Valle d’Itria», scrive “Italy for Movies”. Tanto che il Ridge Forrester di “Beautiful” decide di girare proprio qui il film “Viaggio con sorpresa”. Il Lino nazionale ripercorre alcuni passaggi del film “Il Commissario Lo Gatto”, ma su casa sua non transige: «Il vertice mondiale avrebbe potuto avere un altro sapore: questa è molto più che una regione», dice l’attore pugliese sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno

 

«“Il Commissario Lo Gatto” anticipò il G7 di trentotto anni; “Borgo Egnazia”? Direi che non è proprio la vera Puglia». Lino Banfi, in un passaggio dell’ottimo servizio di Davide Grittani per il Corriere del Mezzogiorno, inserto del Corriere della sera, evoca uno dei suoi titoli di maggior successo e una delle sue grandi passioni, la sua Puglia. Alla luce del vertice dei Paesi più industrializzati del mondo svoltosi in questi giorni nel resort di Savelletri di Fasano, in provincia di Brindisi.

Puntualizza per non cadere nell’equivoco di una Puglia posta all’attenzione dei media internazionali come la regione più bella del mondo. Primato confermato da National Geographic e Lonely Planet. Ci sarà un motivo perché Banfi faccia un po’ da notaio dando a Cesare quel che è di Cesare. Il resort nel quale si è svolto il G7 è bello, accogliente, è un manufatto ispiratosi alle bellezze che lo circondano. La Puglia, infatti, è piena di posti originali, masserie secolari, restituite a nuova bellezza, nei quali, a detta dello stesso attore, si sente di «chesa». Di casa, insomma, per tradurre dal banfiano. Fra queste, Masseria Don Cataldo, un manufatto tanto imponente quanto affascinate, così bello da innamorarsene e girare un film proprio nell’accogliente cornice della masseria di Martina Franca, nel cuore della Valle d’Itria. Come a dire: nel cuore del cuore della Puglia.

 

 

LINO, “DON CATALDO” CASA SUA

E il grande Lino Banfi, non a caso, è stato ospite proprio della Masseria Don Cataldo per girare il film “Viaggio a sorpresa”, produzione internazionale con l’attore americano Ronn Moss, noto al grande pubblico televisivo per il ruolo di Ridge Forrester nella soap opera “Beautiful” (della quale è stato protagonista per quindici anni). Dopo un sopralluogo nella Masseria Don Cataldo, il colpo di fulmine mette al centro del racconto cinematografico proprio questo splendido manufatto.  

«La location principale del film – riporta il sito “Italy for movies” – è, dunque, la masseria Don Cataldo a Martina Franca, una costruzione in pietra immersa tra gli ulivi della valle d’Itria. Michael (Moss) deve scontrarsi con una famiglia del posto, capitanata da don Antonio Pezzolla (Banfi) con i suoi tre figli».

Banfi in quei giorni si è goduta la sua Puglia come non gli capitava da anni. Chi lo ha ospitato e accompagnato per fargli conoscere ogni angolo della Masseria Don Cataldo, confessa che due giorni dopo le prime riprese l’attore si muoveva da solo con una tale disinvoltura come se si trovasse – si diceva – a «chesa».

 

 

BORGO EGNAZIA, SOLO G7

Masseria Don Cataldo, bellissima e accogliente, “Borgo Egnazia” – dove si è svolto il G7 – è un’altra cosa.  «“Borgo Egnazia” – spiega Banfi al giornalista – non è la Puglia, ma la Puglia dei ricchi: sia chiaro, le mie sono solo ipotesi, ma ritengo non troppo distanti dalla realtà: la scelta originaria credo sia stata di Raffaele Fitto, che è pugliese e conosce quel posto e quelle località molto bene. Scelta strategica: vicina a porti e aeroporti, a tutto quello che serviva per garantire la sicurezza degli ospiti in un momento storico delicato come questo».

Il film “Il Commissario Lo Gatto” nel quale Dino Risi, regista del film, anticipa di una quarantina il G7, fu girato a Favignana, ma molti sono i richiami alla Puglia. A cominciare dal cronista locale Vito Ragusa (Maurizio Micheli, nemmeno a farlo a posta, accento pugliese).

Il film e ancora un riferimento di Banfi alla sua Puglia e alle sue tante bellezze, solo per essere chiari. «La Puglia è molto più che una regione – dichiara Banfi al Corriere del Mezzogiorno – capisco il dolore di tutti gli emigrati in un’altra regione, come me che vivo da sempre a Roma; la Puglia ha un richiamo ancestrale, qualcosa molto vicino alla culla della civiltà e della Magna Grecia. Capisco la scelta del G7, ma proprio per questa ragione tutto avrebbe potuto avere un altro sapore: un sapore da cui, ad esempio, è scomparsa la terra».

Benvenuti nel cuore del cuore della Puglia.

«Giustizia per il povero Satnam!»

Incidente e morte sul lavoro, abbandonato con il suo braccio amputato

Trentuno anni, indiano è stato travolto, mutilato e ridotto in fin di vita nei campi vicino Latina. Raccoglieva ortaggi per cinque euro l’ora. Dopo l’incidente è stato abbandonato sanguinante davanti a casa. La corsa inutile in elicottero al San Camillo di Roma. Per il giovane lavoratore, in attesa dei documenti da due anni, non c’è stato niente da fare. L’intervento di Governo, sindacato, sindaco e presidente della Regione Lazio

 

Abbandonato davanti alla sua abitazione, assieme al suo braccio tranciato, come fosse un borsello, lo zaino nel quale il povero Satnam raccoglieva le sue poche cose prima di andare a raccogliere ortaggi per quattro soldi e in condizioni di sfruttamento a dir poco vergognose. Quel braccio tranciato, si diceva, appoggiato su una cassetta utilizzata per il raccolto. Vergogna.

Purtroppo, Satnam Singh, trentunenne di origine indiana, non ce l’ha fatta, vittima di un grave incidente sul lavoro. Risale allo scorso lunedì pomeriggio l’incidente nel quale il trentunenne era rimasto coinvolto. Un incidente accaduto sul posto di lavoro, in un’azienda agricola di Borgo Santa Maria, praticamente Latina. E’ lì che aveva perso un braccio in un macchinario avvolgiplastica a rullo, trainato da un trattore. Era stato proprio questo pericoloso macchinario a schiacciarlo, arti inferiori compresi.

Invece di essere soccorso, era stato abbandonato davanti alla sua abitazione, si diceva: braccio tranciato, appoggiato su una cassetta usata per la raccolta degli ortaggi. Una volta avvisato, il personale sanitario lo aveva soccorso e trasportato con urgenza in elicottero all’ospedale San Camillo di Roma. Qui, ricoverato in gravi condizioni, Satnam è morto giovedì mattina.

 

 

INTERVIENE LA PROCURA

Facendo seguito alla denuncia della Flai Cgil Latina-Frosinone, la Procura di Latina ha aperto un’inchiesta per lesioni personali colpose, omissione di soccorso e disposizioni in materia di lavoro irregolare.  Attualmente sono in corso le indagini dei Carabinieri per definire, fra le altre cose, la posizione lavorativa e la regolarità sul territorio italiano dell’operaio. Alla Camera è stata avanzata richiesta di una informativa al Ministro del Lavoro, Marina Elvira Calderone, sulla lotta al caporalato e venire a conoscenza di quella che sarà la strategia del Governo per conoscere al più presto i fatti.

Queste le prime indicazioni scaturite dalle prime notizie raccolte, con la solita puntualità dall’agenzia Ansa, nella mattinata di ieri.

Non si fatta attendere una prima nota da parte del Governo, a firma del viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci. «Apprendo con sgomento – dichiara – della tragica morte del bracciante indiano, Satnam Singh, mutilato da una macchina agricola e abbandonato al suo destino da caporali senza scrupoli; voglio esprimere tutto il mio cordoglio e la vicinanza ai familiari della vittima, per il quale ci eravamo attivati come Ministero, per il tramite di Inail, al fine di garantire ogni cura e supporto necessario. La storia di Singh è la fotografia più cupa di quel pezzo di economia criminale fondata sull’abuso e sullo sfruttamento dei lavoratori più deboli e ricattabili, che dobbiamo sradicare con decisione e senza compromessi. Confido che si faccia al più presto luce sulle responsabilità per questa morte assurda ed evitabile, rinnovando l’impegno del Governo a collaborare con le autorità per fare chiarezza, ma anche attraverso nuove e più incisive azioni predisposte dal Tavolo sul caporalato, insediato al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali».

 

 

GOVERNO: «VIOLATI I DIRITTI UMANI»

Al viceministro, fa eco il sindaco di Latina, Matilde Celentano. «Questo episodio rappresenta una violazione dei diritti umani fondamentali, della dignità umana e delle norme inerenti la sicurezza dei lavoratori». «Quanto accaduto – commenta il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca – è sconcertante, crudele e vile: la sicurezza sul lavoro e la lotta al caporalato sono la nostra priorità».

Solo martedì sera, Nino Femiani, giornalista che aveva firmato un servizio per il Resto del Carlino/Quotidiano Nazionale, aveva sentito Laura Hardeep Kaur, segretaria generale Flai Cgil Frosinone Latina. Trentasette anni, indiana di seconda generazione, aveva annunciato per giovedì mattina una iniziativa alla a Terracina, alla presenza di Silvia Guaraldi, segretaria nazionale dei lavoratori dell’agro industria. «All’orrore dell’incidente – dice la sindacalista – si aggiunge il fatto che, invece di essere soccorso, l’agricoltore indiano è stato “smaltito” in prossimità della sua abitazione: il braccio amputato era in una scatola».

 

INDIANA ANCHE LA SINDACALISTA

Come è venuta a conoscenza di quanto accaduto, le chiede il cronista. «Mi ha chiamato un suo compagno, un altro lavoratore indiano che era con lui nel pulmino da nove posti che li portava dai campi di fragole a casa; da queste parti la comunità indiana è numerosissima, ventimila unità, spesso trattate come bestie».

Le chiedono se il lavoratore mutilato, abbandonato e morto ieri per le gravi ferite riportate, fosse in regola. «Figuriamoci – la secca risposta della sindacalista indiana, Laura Hardeep Kaur – lavorava in nero: senza uno straccio di contratto, guadagnava cinque euro all’ora. Da due anni era in attesa dei documenti per mettersi a posto…».

«Cittadini, innanzitutto!»

Mbappé, Thuram, Dembelé e la Nazionale francese invita i connazionali al voto

«Andiamo a votare tutti», dice il tecnico Didier Deschamps. «Non siamo solo calciatori, siamo persone e dobbiamo esprimere la nostra opinione», ha detto il capitano dei Blues. «Votate contro l’estrema destra e contro il razzismo», aveva tuonato in conferenza stampa l’attaccante dell’Inter. «Votiamo dal ritiro», hanno aggiunto allenatore e compagni

 

Marcus Thuram, calciatore della nazionale francese, prima di entrare in campo per la prima gara dela squadra transalpina agli Europei in corso in Germania, si lascia andare ad una considerazione politica. Evidentemente l’avanzata politica dell’estrema destra (la sola destra è un’altra cosa) fa paura agli strati sociali meno abbienti. In Francia c’è, ormai, una larga rappresentanza di cittadini di colore, di nazionalità francese da almeno due generazioni. E’ la grande dimostrazione di rispetto, di inclusione e di civiltà, che la Francia prima di tutti ha dato a tutta l’Europa, Italia compresa. Il calcio, però, quello francese compreso, appare un’altra cosa. Essendo business miliardario, la sostanza del ragionamento, meglio tenersi lontano dalle beghe politiche. Come se i calciatori al fischio finale del direttore di gara, restassero calciatori e non tornassero ad essere normali cittadini, ignorando i problemi sempre più gravi che investono i propri simili.

Così, Marcus Thuram, attaccante della nazionale francese e dell’Inter, alla vigilia del debutto agli Europei ha lanciato un appello: «Andate a  votare tutti!». Vigilia delle elezioni legislative anticipate. «La situazione – riprende il calciatore – è molto seria: occorre battersi perché il “Rassemblement National” – lo schieramento di estrema destra, per intenderci – non passi». Una esternazione forte, dopo aver appreso del risultato delle Europee che ha portato Macron a indire le nuove elezioni. «Dopo la partita contro il Canada, eravamo tutti un po’ scioccati nello spogliatoio; ora dobbiamo dire a tutti di andare a votare, dobbiamo lottare ogni giorno, dobbiamo fare in modo che RN non passi!».

 

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MARCUS, NON A CASO…

Liliam Thuram, ex campione del mondo con la Francia e giocatore che in Italia ha indossato le maglie di Juventus e Parma, ha condiviso le idee del figlio manifestate alla stampa. Marcus, non a caso. Liliam ha dato questo nome al figlio per ricordare l’attivista politico giamaicano Marcus Garvey impegnato con la sua Fondazione contro il razzismo.

Tutto qui? Nemmeno per sogno. Quando si parla di razzismo è come se si toccasse un filo scoperto, salvo poi che proprio la Francia nell’ultima amichevole ad un certo punto schierasse nove neri su undici. Dopo l’appello di Marcus Thuram, con l’invito al voto per fermare l’avanzata del “Rassemblement National” alle prossime legislative di fine mese in Francia, la FFF, la Federcalcio Francese, ha deciso di muoversi direttamente: oltre al comunicato pubblicato la stessa sera sull’esternazione del calciatore, il presidente federale Philippe Diallo ha convocato Kylian Mbappé e Antoine Griezmann, capitano e vice-capitano dei Bleus (un nero e un bianco, per essere chiari), per chiarire la posizione dell’Organismo federale su questa delicata questione spiegando loro l’approccio della Federazione ed evitare qualsiasi malinteso con i giocatori. Insomma, non un passo avanti, né uno indietro. Un passo di lato, come accadeva in Italia al tempo dello Scudo crociato: meglio tenersi al centro e lontano dalle beghe, come se il tema del razzismo non interessasse il governo e l stesso calcio.

 

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O CAPITANO, MIO CAPITANO!

Mbappé, capitano della Francia era già intervenuto a sostegno del proprio compagno di squadra. «Siamo prima di tutto cittadini, gente che espone opinioni, dunque non arrendiamoci all’estrema destra».

Nel frattempo, la Nazionale francese aveva chiesto di votare per procura in Germania. Portavoce della richiesta, Dembelé. «Votiamo dal ritiro in Germania». Una richiesta sostenuta dal tecnico Didier Deschamps, stupito nel venire a conoscenza che alle Europee aveva votato solo un francese su due. «Dobbiamo farlo tutti!», ha detto il tecnico. Le elezioni si terranno il prossimo 30 giugno e i calciatori hanno chiesto di poter votare dal loro ritiro di Paderborn. Il voto ricade tra l’ultima partita contro la Polonia il 25 giugno e il possibile ottavo di finale del 2 luglio.

 

«VOGLIAMOCI BENE!»

Ma in Italia cosa sarebbe accaduto? «Noi non parliamo di politica, ma solo di calcio»: la Figc, grossomodo – come spiritosamente ipotizza Il Napolista – avrebbe imposto conferenza riparatrice, per par condicio. «Noi siamo amici di tutti, siamo fratelli d’Italia», avrebbe detto – secondo il sito azzurro – il presidente Gravina. «Con Mbappé capitano dell’Italia – prosegue provocatoriamente il Napolista – il presidente della Figc sarebbe morto in conferenza stampa». «Fosse capitato a Gravina, appunto – prosegue il sito – che un capitano della Nazionale in conferenza stampa fa campagna elettorale, ora staremmo pubblicando il coccodrillo del presidente della nostra Federcalcio venuto a mancare per un coccolone improvviso».

Insomma, come tutte le cose serie, meglio farsi una risata. Una volta, in Italia, nonostante i governi monocolore (a vocazione democristiana) c’era rispetto per giocatori come Vendrame (Vicenza), Sollier (Perugia) e Luccarelli (Livorno), che esultavano come gli pareva, esternavano, pubblicavano libri con titoli forti come “Tenetevi il miliardo”! Altri tempi. Sembra che invece di avanzare, si sia fatto un ciclopico passo indietro. Diteci che è solo un’impressione.

«Puglia, la grande bellezza»

G7, nella nostra regione le primedonne in giro fra ulivi, ceramiche e trulli

«Forse qualcuno s’era fatto un’idea sbagliata di questi luoghi, ebbene, tornerà a casa con un’altra idea». Occasione importante per promuovere le straordinarie bellezze del nostro territorio. Prima tappa ufficiale a Grottaglie, poi Alberobello e Martina Franca. Viaggio a bordo di un treno storico. Una settantina le persone hanno compiuto il giro turistico

 

«Devo fare i complimenti a tutti i pugliesi, sono stati molto oltre l’altezza del compito e penso che questa fosse la risposta migliore ai soliti pregiudizi letti sulla stampa internazionale, qualcuno può essere arrivato con un’idea e tutti sono andati via con un’altra idea». Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella conferenza conclusiva del G7, forse alludendo – senza mandarle a dire – a un servizio realizzato nei giorni scorsi dalla Cnn che aveva programmato servizio sul G7 e i luoghi che avrebbero accolto il summit con il discutibile titolo “Mafia style”.

Ancora spiccioli e a breve, fine del G7, l’incontro del gruppo che riunisce insieme i Capi di stato e di Governo dei sette Paesi più industrializzati al mondo. Cala il sipario su Borgo Egnazia, lussuosa location di Savelletri di Fasano, che in questi giorni da giovedì13 a sabato 15 giugno ha ospitato incontri blindati ai quali hanno partecipato oltre alla Meloni, anche Biden e Macron.

 

 

SIGNORE, SIGNORI, ECCO A VOI…

Mentre i grandi si affrontavano su temi politici delicatissimi le loro rispettive signore (e signori) si sono lanciate alla scoperta delle bellezze pugliesi. Assenti giustificate, Jill Biden a Brigitte Macron. Per la Puglia, inutile nasconderlo, considerando che per settimane se ne è parlato e scritto ovunque, è stata anche un’occasione importante per promuovere le straordinarie bellezze del nostro territorio.

Per le signore è stato allestito un programma di visite iniziato giovedì all’uliveto millenario di Fortezza di Pettolechia e proseguito il giorno dopo con visite a Grottaglie, Alberobello e Martina Franca. Il viaggio è stato realizzato a bordo di un treno storico. Una settantina le persone hanno compiuto il giro turistico. Fra queste, il first gentleman Heiko von der Leyen, la moglie del presidente del Consiglio Ue Michel Amèlie Derbaudrenghien, la moglie del cancelliere tedesco Scholz Britta Ernst, Ritu Banga (moglie del presidente della Banca Mondiale) e Yuko Kishida, moglie del premier giapponese Kishida.

 

 

GROTTAGLIE, PRIMA

Considerando “giro di prova”, la visita all’Uliveto millenario, la prima tappa del tour programmata venerdì, è stata il Quartiere delle ceramiche di Grottaglie, provincia di Taranto. Visita nella bottega artigiana storica, quella di Nicola Fasano, e Casa Vestita. Immancabile un omaggio per gli ospiti: un piatto in ceramica con loro volto e il loro nome, e un “pumo”, altra realizzazione di ceramica artigianale (un bocciolo di rosa pronto a sbocciare, a rappresentare nascita, prosperità e felicità).

Poi una passeggiata tra i trulli nel centro storico di Alberobello. Breve pit-stop, come definiscono una pausa gli appassionati di Formula 1, posto che il convoglio in movimento poteva a giusta ragione essere considerato una “fuoriserie”. Pranzo nel Borgo antico, nell’invitante menù, le eccellenze enogastronomiche pugliesi servite nel rinomato ristorante “Casanova”. Per gli ospiti, “voci” raramente viste e assaporate tutte insieme: salumi, burrate, focaccia, gnocchi di pane e olive, timballo di cicoria. A completare il giro turistico, l’ultima fermata con vista sull’incantevole Valle d’Itria e l’immancabile visita al Palazzo Ducale di Martina Franca.  

Aiutiamo Hamdi…

Tunisino, ventuno anni, rischia il rimpatrio

Accusato per il furto di un cappotto con il quale ripararsi dal freddo, una sentenza ne dispone il rimpatrio. Repubblica mette al centro del suo giornale il tema dell’inclusione di extracomunitari. Mai rubato quel cappotto, il ragazzo, ancora minorenne fu fermato e poi rilasciato. Dopo un corso con Cannavacciuolo un posto di lavoro accanto a uno chef. Poi un giudice che si pronuncia. Proviamo a riesaminare il caso. Gli avvocati difensori e Baobab Experience, si oppongono

 

Sta per lasciare l’Italia, a meno di una sterzata all’ultimo momento per riesaminare il caso in seguito a fatti nuovi, il povero Hamdi, il ventunenne tunisino, che anni fa non ancora maggiorenne tentò il furto di un cappotto. Aveva freddo.

Un colpo andato a vuoto, e che risale a tempo fa. Nonostante ciò, il ragazzo, pur avendo un posto fisso in un ristorante italiano, potrebbe pagare le conseguenze di quanto accaduto anni addietro a causa di quel mancato furto. La legge è uguale per tutti, si dice. Non è compito nostro porre al centro di un tema così delicato la giustizia, ma evidentemente le ristrettezze cui fa riferimento la sentenza in questione, tiene conto, senza “se” e senza “ma”, dello status di extracomunitario di Hamdi.

Insomma, un sogno spezzato, come scrive Alessandra Ziniti nel suo articolo pubblicato da Repubblica.  Hamdi, arrivato in Italia, con un provvedimento del governo italiano potrebbe essere rimpatriato con l’accusa di “tentato furto”.

 

 

REPUBBLICA RIPRENDE IL CASO

In men che non si dica, scrive il quotidiano diretto da Maurizio Molinari, Hamdi sarebbe passato nel giro di poche ore dalla Scuola di cucina della “Fondazione Barilla” al Cpr di Potenza con un ordine di rimpatrio che potrebbe essere eseguito nei prossimi giorni se il suo ricorso al giudice (sostenuto dall’Associazione Baobab Experience di Roma), non venisse accolto.

“Il giudice – scrive Alessandra Ziniti – ha disposto l’immediato rilascio del giovane tunisino seppure con un decreto che lo invita a lasciare l’Italia in sette giorni perché il suo permesso di soggiorno è scaduto. Gli avvocati, però, hanno già presentato richiesta di protezione internazionale”.

Dopo quella storia, Hamdi aveva messo la testa a partito. Non solo aveva cominciato un percorso di inclusione, ma aveva partecipato a corsi di gastronomia, tanto da avere davanti una carriera da chef. Fra pochi giorni, Hamdi avrebbe iniziato a lavorare in un ristorante importante, dopo aver compiuto un primo incoraggiante percorso, poi uno stage sotto la direzione di Antonino Cannavacciuolo.

Insomma, un sogno che si trasforma in incubo. “Un sogno della sua vita – riprende Repubblica – interrotto bruscamente dall’ordine di rimpatrio per un tentato furto di una giacca commesso a diciotto anni quando, mandato via al compimento della maggiore età dalla comunità che lo accoglieva, rimase per strada d’inverno al freddo”.

 

 

ANDREA E BAOBAB, “NON CI STIAMO!”

Andrea Costa di Baobab Experience, che aveva raggiunto Potenza per sostenere Hamdi, racconta quella prima storia, quella che tutti noi vorremmo cancellare. “Ci stiamo abituando a convivere, per parafrasare Hannah Arendt, con “la banalità del male”: Tolgono la protezione ad Hamdi perché al compimento del diciottesimo anno di età fu buttato in strada dal centro per minori dove lo avevamo fatto accogliere dopo averlo trovato, a sedici anni, durante il Covid, in mezzo a una strada”.

“Aveva freddo – prosegue Costa nel racconto – e provò a rubare una giacca da Zara, furto che non avvenne; per questo motivo lo rinchiudono in un Cpr e, oggi, vogliono rimpatriarlo: nel frattempo, Hamdi, ha studiato, fa teatro, è stato scelto dalla “Fondazione Barilla” per un super corso di cucina a Parma e la settimana prossima avrebbe cominciato a lavorare con uno chef stellato a Rimini…”.

Speriamo di non aver scritto dell’ennesimo sogno infranto. Sarebbe una grave sconfitta, non solo per Hamdi, ma per tutti.

Ebony and Ivory, che Nazionale!

Azzurri di Atletica senza precedenti, agli Europei sono i migliori

Corrono per la stessa bandiera i ragazzi venuti dall’Africa, di pelle nera nati in Italia, che in queste sere hanno sventolato con gioia il tricolore. Qualcuno provoca (“Possono avere anche la cittadinanza ma restano sempre africani…), mentre i francese applaudono la loro squadra di calcio con nove “coloured”: Maignan, Thuram, Mbappé, Koundé, Konaté, Upamecano, Kantè, Camavinga e Dembelé

È la miglior Nazionale di Atletica di sempre. Grazie anche a Lorenzo Ndele Simonelli (tanzaniano), Yemaneberhan Crippa (etiope), entrambi medaglia d’oro: il primo nei 110metri ostacoli uomini, il secondo nella mezza maratona uomini; Mattia Furlani (origine senegalese), argento nel salto in lungo uomini; altre due medaglie, bronzo negli 800metri uomini con Catalin Tecuceanu (romeno) e Zaynab Dosso (ivoriana) 100metri donne. Di medaglie ne vinceremo ancora, intanto grazie ragazzi. Soprattutto perché, incuranti di qualche imbecille – il solito leone da tastiera, fiero ma vigliacco – avete orgogliosamente compiuto il giro di campo con la bandiera tricolore dell’Italia usata come fosse un mantello di un supereroe. Perché questo siete, degli eroi. Per fortuna, per quanto dica una certa politica, le cose stanno cambiando e i conti dovranno farli anche con noi (noi e voi), che abbiamo sempre creduto nell’accoglienza e nell’inclusione. Qualcuno di questi ragazzi, forse, non conoscerà nemmeno cosa sia l’Africa, un pericoloso viaggio della speranza fra onde alte venti, trenta metri, compagni di viaggio che volano giù dalla “zattera” e scompaiono fra i flutti di un Mediterraneo che inghiotte qualsiasi cosa.

 

 

GRAZIE RAGAZZI!

Grazie ragazzi. Insieme con gli ori di Antonella Palmisano (20km marcia donne), Nadia Battocletti, (5000metri donne), Leonardo Fabbri (getto del peso), Marcell Jacobs (100m uomini), Sara Fantini (lancio del martello); l’argento di Valentina Trapletti (20km marcia donne), Pietro Riva (mezza maratona) e Filippo Tortu (200 metri uomo) e il bronzo Francesco Fortunato (20km marcia uomini).

Che squadra, ragazzi. Un neroazzurro che inorgoglisce un colore unico, il bianco, il rosso e il verde di un Paese fiero di avere aperto le porte a chiunque chiedesse asilo. Poi i matrimoni fra bianchi e neri, come quei tasti di un pianoforte invocati da Stevie Wonder e Paul Mc Cartney in “Ebony and ivory”, che insieme non solo stanno bene, ma fanno armonia.

E bene hanno fatto gli atleti della Nazionale italiana di origine straniera a leggere alcuni messaggi razzisti a sostegno della campagna “Speak out against hate speech – Atleti contro il razzismo”. Cosa scrivono i soliti leoni da tastiera che si nascondono fra nomi e nickname fasulli, pensando di farla anche franca, considerando che i partiti di Destra hanno vinto le ultime elezioni europee. Leggono i messaggi durante lo spot.

 

 

LA NAZIONALE, SEMBRA AFRICANA…

Cosa scrivono questi quattro imbecilli: “Possono avere anche la cittadinanza ma restano sempre africani”, “Questa sera gioca la nostra nazionale, speriamo che sia italiana e non ci siano stranieri”, “Non tifiamo per una nazionale fatta di gente non italiana”: sono solo alcuni dei messaggi razzisti letti Il video realizzato sotto il patrocinio del Coni è nato da un’iniziativa di Astoria Wines in collaborazione con CIAI, il Centro italiano aiuti all’infanzia. Protagonisti del messaggio, gli atleti della Nazionale di atletica leggera Eyob Faniel, Najla Aqdeir, Yohanes Chiappinelli, Yassin Bouih, Eusebio Haliti e la tuffatrice Noemi Batki. Lo spot fa parte di un progetto più ampio che prevede un bando rivolto ai videomaker sul tema del contrasto ai discorsi di odio.

Intanto godiamoci questo primato insieme. Pensiamo alla Francia di calcio, nell’amichevole dell’altra sera, quando ad un certo punto i giocatori che indossavano la maglia dei transalpini erano otto, nove e si abbracciavano fra loro, mentre il pubblico francese applaudiva, si spellava le mani per Maignan, Thuram, Mbappé, Koundé, Konaté, Upamecano, Kantè, Camavinga e Dembelé.

 

 

PIU’ FORTI DI TUTTO!

E’ la Nazionale più forte di sempre, sottolineano i canali sportivi di Sky che insieme con quelli della Rai in questi giorni ci stanno facendo fare salti di gioia. Fortissimi, dicono i numeri. La conferma arriva sabato sera, 8 giugno, tre quarti d’ora che resteranno scolpiti nella mente e nella storia dell’Azzurro Italia. In soli 42 minuti, sotto il cielo di Roma e incoraggiati da un pubblico straordinario, arrivano uno dietro l’altro tre ori per l’Italia dell’Atletica. Un oro dopo l’altro. Accipicchia quanto dona quel tricolore a Jacobs, Simonelli e Fabbri. E’ il sogno degli Europei 2024 di Atletica a Roma.

A oggi, dopo i primi quattro giorni di gara, siamo primi nel Medagliere: 17 medaglie (8 ori, 6 argenti e 3 bronzi). A seguire la Francia con 9 medaglie (4 ori, 2 argenti, 3 bronzi) e la Gran Bretagna con 9 (2 ori, 3 argenti, 4 bronzi). “Viva l’Italia, l’Italia che non ha paura”, canta De Gregori. E noi con lui.

«Invecchiare con intelligenza»

Helen Mirren, l’attrice britannica e salentina d’adozione

«Puoi affrontare il passare degli anni in modo sano, in modo positivo. Poi goditi i cosmetici, la skincare e il trucco. Se ti senti bene, il tuo aspetto migliora. E anche un po’ di spavalderia aiuta: esci fuori e sentiti stupenda»

 

Helen Mirren, settantotto anni, ad agosto uno in più. Legata al Salento, tanto da averci comprato casa e terreno, si prende cura di una e dell’altro come se vivesse da queste parti da una vita. Meglio ancora, come se nel Tacco d’Italia ci fosse proprio nata. Non è un caso che non appena le hanno chiesto di dare una mano a un gruppo che voleva sensibilizzare su un tema come la Xylella, la peste degli ulivi, lei, Premio Oscar per “The Queen”, ha subito accettato. Di recente aveva perfino spiritosamente detto sì al comico Checco Zalone, che mai avrebbe sognato di ospitare una star della sua statura in un suo video (“La vacinada”).

In questi giorni la grande attrice, protagonista fra l’altro di Gosford Park, State of play e Red, ha rilasciato un’intervista alla versione inglese del settimanale Elle. Fra le tante cose, riflette sull’avanzamento dell’età e del come il passare degli anni vada preso con filosofia. Si lascia andare a riflessioni e quel pizzico di filosofia che dalle nostre parti facciamo passare tout-court come saggezza.

 

 

THANKS HELLEN!

Intanto, grazie ancora una volta Hellen. Per non perdere occasione di parlare di Salento, ospitalità e benessere che fanno di questa regione – lo confermano perfino inchieste turistiche dagli Stati Uniti – la più bella al mondo. Tanto da incoraggiare chiunque venga in Italia a visitare il Colosseo, la Reggia di Caserta, la Galleria d’arte di Firenze, piazza e basilica San Marco, Duomo e le decine di bellezze del nostro Paese, di spingersi da queste parti. La Puglia, il Salento, non sono solo luoghi da visitare – fa capire ogni volta che ne parla – ma un’emozione. Il suo desiderio, ha confessato fra l’altro, invecchiare con noi, con la nostra terra. E noi che di lei eravamo fan sfegatati, da quel momento siamo innamorati di lei.

Dunque, maturare piuttosto che invecchiare. Come una bella bottiglia di Primitivo.  Salentina d’adozione, vivendo in provincia di Lecce, non vuole sentir parlare di problemi legati all’invecchiamento. Anzi. In un’intervista alla versione britannica di Elle, l’attrice inglese fa un elogio all’invecchiamento. Si rivolge ai ragazzi. «La prima cosa – spiega la Mirren – è abbandonare il termine anti-aging».

 

 

PRO INVECCHIAMENTO, FIDATEVI

Non affronta il tema di sfuggita, tutt’altro. «Il fatto che invecchieremo – riprende – è assodato, non c’è via d’uscita; quando hai vent’anni non puoi nemmeno immaginare di arrivare ai settanta, ma è solo se sei fortunato, molto fortunato, che potrai vivere questa esperienza». E solo allora ti dirai: “sono così fortunato ad aver raggiunto questa età ed essere ancora in grado di interagire e godermi la vita”. La definizione giusta è pro-invecchiamento, pro-aging e non anti-aging: cambiamola!».

La vita nel Salento, assieme alla natura che la circonda e per la quale – si diceva – si è battuta e continuerà a battersi, ha uno stile più lento. Una modalità che ha fatto maturare nella star del cinema una consapevolezza diversa. «Sì, invecchierai, ma puoi invecchiare in modo sano, in modo positivo, e potrai goderti i cosmetici, la skincare e il trucco; Se ti senti bene, il tuo aspetto migliora; certo, anche un po’ di spavalderia aiuta: esci fuori e sentiti stupenda!».

 

 

VANITY FAIR, ELLE UK

Scriveva Vanity Fair, che la Mirren non vuol sentir parlare di chirurgia estetica: non ne ha intenzione, tant’è che sfoggia con orgoglio i segni del tempo e le rughe, nonostante la sua pelle sia sempre curata, luminosa e idratata.

A settantotto anni, l’attrice si batte contro la parola anti-age: le donne devono sentirsi comunque bellissime anche se gli anni passano. Dopo aver sfilato sul red carpet di Cannes attirando l’attenzione di tutti i fotografi, la Mirren ha concesso un’intervista a Elle UK parlando della sua visione dell’invecchiamento. Un’intervista dalla quale abbiamo ripreso alcuni dei passaggi appena riportati.

«Questa terra, è la mia terra»

Ernesto Chevanton, la salita, la discesa, la serenità

Calciatore amatissimo nel Salento, dopo aver smesso di giocare al calcio entrò in depressione. «Non vedevo l’ora che arrivasse sera, per mettermi a letto e dormire», dice l’attaccante. «Soffrire, compravo auto, cose costose e inutili, ma nessuno si accorgeva del mio “mal di vivere”»

 

«Dopo il ritiro dal mondo del calcio mi ero sentito solo, non avevo più la voglia di vivere; mi svegliavo la mattina e non vedevo l’ora che fosse sera per tornare a dormire e staccare la spina». Essere un idolo, in una città di provincia, o in una metropoli, uno sportivo amato ovunque, forse cambia poco. Ernesto Chevanton, calciatore uruguaiano che ha indossato la maglia giallorossa con il Lecce, potrebbe spiegarcelo. Con parole sue, di quelle che ti lasciano di stucco. Può un giocatore amato da un popolo calcistico eclissarsi, desiderare che venga subito sera per staccarsi da un mondo che non gli appartiene più e andarsene finalmente a letto? O peggio, staccarsi dal mondo intero? Non solo quello calcistico, che lo ha reso popolare, ma che a quarantatré anni, se potesse, forse cancellerebbe.

Una cosa è certa, Ernesto, amico di tutti qui, in Salento, un giorno ha deciso di restare in quella che sente la sua terra, la sua casa, scacciando finalmente quegli incubi. Pensava addirittura di farla finita, non appena lascò il calcio. Di colpo la gente che lo aveva osannato, applaudito, portato in spalla, era scomparsa, aveva eletto altri calciatori a propri beniamini. E’ la parabola del calcio. Ernesto, ormai, faceva parte del passato, ma non aveva ancora messo in conto che da mattina a sera la sua vita cambiasse radicalmente.

 

 

L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO

Ernesto in questi giorni ha compiuto un altro colpo di tacco, uno dei suoi, da fuoriclasse. Ha regalato a Sportweek, settimanale della Gazzetta dello sport, la sua storia. Una storia fatta di gioia e amarezza. Anche il sito calciomercato.com ha ripreso il suo sfogo, una parabola dalla quale tutti, nessuno escluso, possiamo trarre insegnamento.

«Dopo il ritiro – racconta Chevanton – mi ero sentito solo, avvertivo forte il peso di quel macigno rappresentato da un brutto sentimento: non avere più la voglia di vivere; chi mi stava vicino non percepiva segnali inequivocabili, non avvertiva quanto invece soffrissi. Mi svegliavo la mattina e non vedevo l’ora che fosse sera per tornare a dormire e staccare la spina. Ho toccato il fondo, sono stato depresso. Come provavo a combattere la depressione? Compravo auto e altre cose costosissime, quasi volessi farmi del male, finire i soldi e poi, non so… Pensavo che non avrei più visto la luce, invece la campagna mi ha rigenerato. Arrivo qui, nel mio bel pezzo di campagna, stacco il telefono, felice di rimboccarmi le maniche».

Chevanton, la sua vita dopo il ritiro. «Mi sveglio alle prime luci del mattino, qui fa già caldo: vado dal fruttivendolo, faccio un bel “pieno” di frutta e verdura e la porto qui, nella mia terra, per sfamare i miei animali. Ho trovato il terreno per caso; quando l’ho comprato, qui c’era solo una piccola casetta. A due chilometri da qui c’è la villa di Corvino, un’istituzione per il Lecce, è stato lui – grande direttore sportivo – a trascinare il Lecce ai fasti una squadra e un popolo che meritano il palcoscenico della serie A».

 

 

CORVINO, DIRETTORE E INSEGNANTE

Riconoscenza per Corvino, il direttore. «Dopo avermi acquistato dal Danubio Montevideo nel 2001, mi portò a vedere la sua campagna. Rimasi folgorato dalla personalità di un uomo che aveva a che fare con i potenti del calcio internazionale, considerare quel fazzoletto di terra la sua gioia. Quella volta ci pensai a lungo, oggi capisco perfettamente il senso di quell’insegnamento. Spero che un giorno il direttore venga a trovarmi: stavolta sarei io a mostrargli la terra che mi ha salvato».

Ernesto e il Lecce. «Mi sarebbe piaciuto arrivare a un traguardo importante come le cento reti con la stessa squadra, ma gli anni passavano e le nuove esperienze calcistiche bussavano alla porta. Qui mi vogliono bene, un affetto ricambiato. Lecce, nel frattempo, è diventata la città delle mie figlie». Oggi Ernesto Chevanton non è solo un uomo che ama quel fazzoletto di terra e quegli animali che nutre con frutta e ortaggi che il suo amico gli fa trovare ogni mattina. Allena una squadra giovanile. Con la maglia della nazionale uruguaiana ha disputato 22 gare dal 2001 al 2008, mettendo a segno 7 reti e giocando con la Celeste la Copa América del 2001.

Nell’estate del 2001 si trasferisce al Lecce, nella Serie A italiana. Militerà per tre anni nel club giallorosso. Il debutto in Serie A nel 2001: Lecce-Parma (1-1), gara in cui segna il suo primo gol; ruba il pallone al portiere avversario, Sebastien Frey, impegnato in un rinvio dalla sua area.