«A Taranto per caso, ma resto qua!»

Mbaye, senegalese, ventisei anni, diploma da artigiano. «Undici anni di studi, dopo la scuola dell’obbligo: non mi impressiona niente, armadi, dispense, tavole, sedie, letti, non hanno segreti per me». Un viaggio di sei mesi, la nostalgia, il mare, quasi un centinaio i compagni di viaggio su un gommone, infine una nave italiana, finalmente salvo.

Foto articolo 03 - 1«Non avevo una meta precisa, mi sono trovato in Italia senza saperlo, ma sono felice di essere sbarcato qui, passando per la Sicilia, prima di arrivare a Taranto». Mbaye, senegalese, 26 anni, fede musulmana, da un anno e tre mesi in Italia, un titolo di studio da artigiano e un lavoro da falegname in un’attività nella quale costruisce qualsiasi cosa in legno.

«Mi sento come a casa – racconta – ho lasciato i miei affetti, ho nostalgia del mio Paese, ma non avevo scelta, erano sorti contrasti sul posto di lavoro: lì non abbiamo i sindacati, quando qualcosa non va nonostante tu possa avere ragione, non la si mette sul piano della discussione, si fa come dice il capo: punto».

E, allora, Mbaye, nome molto comune in Senegal e a Kaolac, la cittadina in cui il giovanotto ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme”, è costretto a partire. Sorride spesso, quando passeggia ama guardare il lungomare di Taranto, in questi mesi ha riacquistato poco per volta la sua serenità. «Per caso a Taranto – prosegue nel suo racconto – ma ora mi ci sono affezionato, la gente è disponibile, non ti osserva con sospetto, nel frattempo ho stretto amicizia con ragazzi del posto, con loro sto facendo pratica con  l’italiano: voglio impararlo in fretta, adesso, voglio abbattere anche quest’ultimo ostacolo».

La storia di Mbaye, che lascia papà e mamma, non più giovani e quattro sorelle, lui ultimogenito. «Papà è pensionato – spiega – ha settantaquattro anni, non era il caso si mettesse in viaggio per cambiare la sua storia, così con il resto della famiglia ha scelto Kaolac, Senegal: poi quei pochi soldi qui avrebbero valore vicino allo zero».

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PROBLEMI SUL POSTO DI LAVORO…

Prosegue nel suo racconto, Mbaye. «Ho avuto problemi seri sul posto di lavoro, era arrivato il momento di cambiare aria, facevo il falegname, dopo undici anni di studio, ho preso un diploma di artigiano: finestre, porte, tavoli, armadi, letti, per me non avevano segreti; ho sgobbato, studiato, alla fine sono arrivato a quella che in Italia chiamate maturità; ecco, se un giorno dovessi coronare il mio sogno, beh, fare l’artigiano è proprio il lavoro che sceglierei; mi sto muovendo, sto mettendo in giro la voce, aspetto risposte, mi auguro che almeno una delle promesse si concretizzi: come in tutte le cose, se non hai occasione di mostrare come lavori quello che puoi raccontare di te resta campato in aria; voglio fare il falegname!».

Nel suo lavoro, Mabaye pensa di non essere secondo a nessuno. Attende solo la sua occasione. Il suo viaggio, dal Senegal all’Italia, passando per la Libia, è durato mesi. Strade dissestate, piene di sassi e di gente dello stesso colore della sua pelle, che faceva il suo stesso cammino. «Un giorno eravamo in dieci, un altro venti, poi cambiavano: chi si fermava, chi si univa; non mi lamento, sì qualche contrattempo, ma ringraziando il Cielo non mi sono imbattuto in milizie, asma boys, quei ragazzini terribili che ti mostrano armi e brutto muso».

Tornano utili i suoi studi, il titolo di studio da artigiano, la sua bravura nel costruire, ma anche aggiustare, mettere insieme una sedia o un tavolo. «E’ così che ho staccato il biglietto per l’Italia: facevo lavoretti qua e là, durante il cammino, entravo e chiedevo se qualcuno avesse avuto bisogno di una riparazione ai mobili; a volte andava male, altre un po’ meglio: stabilivamo il “quanto”, un piatto di pasta e pochi spiccioli e via, a lavorare, dare di attrezzi per rimettere a posto una dispensa, un letto sbilenco».L’italiano lo comprende, Mbaye, a parlarlo ha qualche problema. Parla francese e prova a farsi capire a gesti. Sbilenco lo spiega allargando le braccia, spostandosi su un lato. Rende l’idea di un letto che traballa.

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POCHI PERICOLI, NOVANTASEI SU UN GOMMONE

Il viaggio dalla Libia in Italia. «Anche qui devo ringraziare il destino – osserva il ventiseienne senegalese – non ho corso pericoli, mi sono imbarcato su un gommone, stretto, eravamo novantasei: quando sei in mare aperto e vorresti che il tempo passasse in fretta in vista della costa, conti, ti guardi intorno, uno, due, tre…novantasei! E’ un miracolo che questa “bagnarola” regga».

«Poi, più o meno, a metà viaggio, avvistiamo una nave italiana in perlustrazione: siamo salvi, ci lanciano scalette che afferriamo al volo, mettiamo le ali ai piedi e in un attimo siamo in coperta; arriviamo sulla costa siciliana, trattati bene, sfamati – personalmente non vedevo un tozzo di pane da giorni – e rimessi a nuovo, con indumenti puliti; infine, viaggio a Taranto, all’hotspot: compiamo i passaggi obbligatori, passiamo le visite di rito e veniamo assegnati ai Centri di accoglienza straordinaria, io vengo destinato al Cas Cavallotti di “Costruiamo Insieme”, mi trovo benissimo, ho assistenza e riconquistato una certa serenità; ogni giorno giro per la città, chiedo se c’è lavoro, anche saltuario e prometto di ripassare per una risposta definitiva; a volte trovo da fare cose, finito il mio lavoro – bontà loro – mi dicono che sono piccole opere da artigiano».

A Taranto per caso, Mbaye ci ha ripensato. «Spero di trovare un lavoro stabile – sogna – per lavorare con una certa costanza e dimostrare la mia professionalità in campo artigianale: undici anni di studio, dopo la scuola dell’obbligo, mi tornano utili ogni giorno».

Un sabato trascorso “sportiva-mente”

L’interazione che guarda all’inclusione.

Foto articolo domenicale 03 - 1Ieri mattina era in programma un incontro di calcio a sei nell’ambito del Torneo Regionale organizzato dall’ANPIS (Associazione Nazionale Polisportive per l’Inclusione Sociale) denominato Sportiva-Mente.
Decido di andarci perché ci sono diversi aspetti di questa iniziativa che mi intrigano.
Uno fra i tanti Mimmo, operatore sociale volontario tuttofare: Presidente, autista, magazziniere, allenatore, motivatore e non so cos’altro.
Una persona speciale che mi infastidisce solo quando mi chiama dottore!
Lo conosco dai tempi in cui venne a chiedermi di poter fare allenare i suoi ragazzi nel campo di una struttura dove avevamo allocato la Direzione Generale della ASL BA2, l’Istitituto “Vittorio Emanuele II” di Giovinazzo, un campo di calcio abbandonato da decenni e recuperato attraverso un progetto di inclusione sociale per essere messo a disposizione del territorio. Sono passati anni e lui è ancora la, attore e fautore di processi di socialità in maniera volontaristica e senza togliere un briciolo di tempo alla famiglia che lo segue sempre nelle sue attività.
Al Torneo sono iscritte Associazioni che, a vario titolo, operano nel settore della Salute Mentale con squadre composte da utenti e operatori: “in campo giocano quattro utenti e due operatori” mi spiega il Presidente dell’Associazione “L’Anatroccolo onlus” di Bitonto, Mimmo Bellifemine, mentre sta per cominciare l’incontro casalingo contro la “Gargano 2000”, una Associazione di Giovinazzo.
E’ il quarto incontro del Torneo e per la capolista “L’Anatroccolo” è un incontro al vertice perché gli amici di Giovinazzo sono secondi.
“Non è questo lo spirito con il quale i ragazzi giocano. Scendono in campo per divertirsi. Certo, l’impegno e la voglia di vincere ci sono ma sono elementi marginali. Poi, per il secondo anno consecutivo, abbiamo le nostre punte di diamante che fanno la differenza in campo come nello spogliatoio”. Le punte di diamante alle quali si riferisce il Presidente de “L’Anatroccolo” sono cinque ospiti del Centro di Accoglienza Straordinaria di Bitonto gestito da “Costruiamo Insieme” iscritti al Torneo in quota agli operatori.

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La prima squadra ad entrare in campo è quella dei bitontini e Mimmo mi deve lasciare per dirigere la fase di riscaldamento pre partita.
Il gruppo si compatta e, prima di iniziare il riscaldamento, scappano abbracci, strette di mano, segni di intesa e incoraggiamento fra i giocatori.Colgo il primo elemento dell’incontro fra culture: alcuni ragazzi de “L’Anatroccolo”, dopo aver stretto la mano e abbracciato i colleghi “stranieri”, portano la mano al petto, un rituale simbolico che, fino a qualche tempo fa, non conoscevano: incontro e scambio!
“Noi guardiamo ai processi di integrazione sociale a 360 gradi e la presenza di questi ragazzi nel gruppo è un motivo di crescita attraverso lo scambio di esperienze per i nostri ragazzi che va al di la della condivisione dell’evento calcistico” mi aveva raccontato Mimmo prima dell’inizio della partita.
Ed è un’esperienza che vogliamo ampliare attraverso la sottoscrizione di un Protocollo di Collaborazione finalizzato a consolidare e rafforzare l’interazione fra le nostre realtà per la realizzazione di percorsi concreti di inclusione sociale.
Nel frattempo, la partita entra nel vivo. A due minuti dalla fine “L’Anatroccolo” vince 4 a 3. Due minuti fatali: la partita si chiude sul risultato di 5 a 4 per gli ospiti che diventano primi in classifica con un distacco di due punti.
Ma questi sono dettagli di poco conto, marginali.
I ragazzi sono felici, hanno giocato, si sono divertiti.
La prossima settimana saranno a Foggia sempre per giocare, stare insieme e divertirsi.
Se vincono o perdono è sempre festa!
E, guardandoli, mi chiedo quanto abbiamo ancora da imparare da quella spontaneità che è rimasta scevra dall’inquinamento ideologico e culturale che ammorba il rapporto fra le persone.
Ho trascorso un bel sabato Diversa-Mente!

«Io, in mano agli asma boys»

Friday, nigeriano, in Libia per giorni in mano a ragazzini terribili. «Recluso in uno stanzone e consegnato quotidianamente a una persona per lavorare e pagarmi la libertà. Poi l’incontro con un galantuomo, il gommone, il viaggio fino alle coste pugliesi, Taranto, la libertà…»

Friday, venerdì. Come il personaggio scaturito dalla fantasia di Daniel Defoe che scrisse il romanzo per ragazzi “Robinson Crusoe”, il naufrago che salvò un povero indigeno scaricato dalla sua tribù. Friday, nigeriano, sorride continuamente. Prende il block notes e scrive in stampatello, lettera dopo lettera, il suo nome. Per evitare malintesi. «Venerdì, come quel personaggio lì…», dice, sorride. Poi tace, consegna il suo buon inglese alla traduzione di Sillah, uno degli operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme”. E’ brillante, Friday, da due anni in Italia. In tasca un titolo di saldatore conseguito in Nigeria, ama musica e danza. Hai visto mai, un giorno dietro una consolle o su un palco a cantare, muoversi come il Michael Jackson di Moonwalker. «Non parlo italiano!», fa tradurre. «Non posso farci niente!», osserva. Si colpisce un paio di volte la fronte, come a punirsi, quasi volesse far comprendere che ha provato a infilarsi nella testa un minimo dizionario italiano, ma niente.

L’argomento-italiano lo riprenderemo minuti dopo. Basteranno due passi, dal Centro di accoglienza di via Cavallotti al Lungomare di Taranto, per proseguire una chiacchierata e fare un paio di foto, perché Friday rifletta su quello che ci siamo detti pochi minuti prima.

Ma andiamo per ordine. La fuga da Edu Stests, la cittadina nella quale è nato, cresciuto, studiato, afferrato il primo saldatore. «Risale ad ottobre di tre anni fa – racconta Friday – fu allora che pensai di lasciare, a malincuore, il mio Paese; In Italia, dopo un viaggio, non senza qualche problema, sono arrivato nel gennaio successivo, appena sbocciato il 2016».

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UN VIAGGIO A BISCOTTI E “GARI’”…

Un viaggio non molto semplice, nonostante all’inizio stesse andando tutto liscio. «Avevo trovato un passaggio in auto, viaggiavo da un confine all’altro, senza contrattempi fino all’arrivo in Libia: scene da film, di quelle che si vedono spesso in tv».

Ricorda tutto per filo e per segno, Friday. «Fino a quel momento ci eravamo sfamati con biscotti e “garì”, una polvere simile al cous-cous; un po’ d’acqua, mescolavamo, scioglievamo e mangiavamo: colazione, pranzo e cena; l’unica cosa che la notte non ci faceva dormire era il brontolio del nostro stomaco vuoto: facemmo l’abitudine anche a quello…».

Scene da film in Libia. «A Tripoli, insieme con altri miei conterranei – ricorda – veniamo circondati da quattro auto, a bordo “asma boys”, li chiamano così, ragazzini dai modi spicci, che si fiondano subito su di noi; sventolano pistole e fucili davanti alle nostre facce – tante volte ci sfuggissero le loro intenzioni – ci chiedono di rovesciare le tasche per alleggerirci dai soldi: non avevamo nulla, quei pochi spiccioli che avevamo fino a poche ore prima erano diventati carburante per un altro tratto di strada fino al porto per imbarcarci su un gommone e, finalmente, arrivare in Italia».

E, invece, gli “asma”, piccoli pregiudicati senza scrupoli, cambiano il programma di Friday e dei suoi compagni di viaggio. «Ci portarono in una stanza non molto grande e ci rinchiusero. Eravamo affamati, senza prospettive, fino a quando a qualcuno non venne in mente di farci lavorare e pagare con grossi sacrifici la nostra libertà». Il giovane nigeriano è saldatore. «Mi consegnarono – ricorda – a una persona, che aveva bisogno di perfezionare lavori già fatti in casa: mi proposi come saldatore, roba da spezzarsi la schiena, dalle sei del mattino alle nove di sera, ininterrottamente; lavoravo senza sapere come sarebbe andata a finire, quanto avrei dovuto lavorare per poi andare via…».

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FINALMENTE UN MIRACOLO…

Piccolo miracolo. «Incontrai un mio connazionale – un segno del destino –che viveva e lavorava in Libia da anni, si era fatto benvolere dal suo capo, un libico, che prese a cuore anche la mia storia: in realtà ero riuscito a fuggire dalla “prigione”, non ero più ostaggio dei ragazzini, tantomeno della persona che passava i soldi del mio lavoro ai miei carcerieri». Si apre ad un sorriso e ad una espressione tenera, Friday. «Non dimenticherò mai la generosità di quell’uomo, buonissimo; non volle nulla in cambio, ci accompagnò ad uno di quei gommoni che si riempivano di gente e di speranza, e salutò me e i miei amici augurandoci ogni bene». Due giorni di viaggio, lo sbarco sulla costa pugliese e in un’ora di bus finalmente a Taranto.

Friday e l’italiano. Due passi e il nigeriano riflette sullo scambio di battute. Sillah traduce e consiglia. «E’ importante l’italiano, devi imparare, studiare e conseguire titoli di studio, altrimenti se vai a fare anche un solo documento fai scena muta». E’ l’unico momento in cui Friday si fa serio, aggrotta la fronte, nel suo inglese chiede quando potrà iscriversi a scuola. «Prima il corso di alfabetizzazione – gli spiega l’operatore di “Costruiamo Insieme” – poi una volta imparato i primi rudimenti fai un esame e frequenti la scuola media». Ha compreso il nigeriano dall’inglese e dalla dance facile. «Devo aspettare ottobre prossimo? Prima non è possibile fare altro, adesso ho fretta». Nel giro di una chiacchierata la prospettiva è cambiata. «Voglio restare in Italia – conclude Friday – lavorare qui, da saldatore o svolgendo qualsiasi altro lavoro non importa, è giusto che recuperi il tempo perso e impari di corsa: se penso ai due anni in cui ho fatto poco per imparare l’italiano; lo trovavo e lo trovo ancora difficile, ma adesso devo fare l’impossibile, anzi, non vedo l’ora di cominciare!».

La scomparsa del fine settimana

Siamo entrati nel vivo della campagna elettorale e, come da sempre siamo abituati a sentire, uno dei temi centrali del dibattito fra i diversi schieramenti è il lavoro.
Certo, se le promesse che sentiremo elargire fino al 4 marzo incidessero sulla crescita del prodotto interno lordo l’Italia azzererebbe il debito pubblico. Ma così non è, come non è nostra intenzione entrare nel merito della campagna elettorale in corso.
Ci diletteremo, piuttosto, a guardare le cose da un altro punto di vista cominciando da questo domenicale che vi propone la lettura di un articolo di Martin Caparròs che potrà sembrare una provocazione ma, di fatto, è una semplice approfondita riflessione sul mondo del lavoro nella quale molti riconosceranno la propria dimensione.
Buona lettura.

“La scomparsa del fine settimana”
Martín Caparrós, giornalista e scrittore

Il fine settimana è un’invenzione recente. La settimana no: il fatto che esista e che duri sette giorni è il risultato di un errore babilonese. Quegli iracheni credevano che fossero sette i pianeti esistenti, e che ognuno di loro definisse un giorno di quella settimana che decisero di inventare.

Per migliaia di anni chi doveva lavorare lo faceva per sei giorni, e semmai riposava il giorno del signore. Ma all’inizio dell’ottocento i padroni delle fabbriche inglesi, stanchi che gli operai si assentassero tutti i lunedì per colpa della sbronza domenicale, gli offrirono di staccare il sabato a mezzogiorno, bere, riposarsi la domenica e tornare in fabbrica il lunedì mattina presto: inventarono il “sabato inglese”.
Nonostante ciò, gli orari di lavoro restavano eterni: gli operai dei paesi ricchi continuarono a battersi per ottenere un po’ più di vita. Nel 1926 Henry Ford introdusse nelle sue fabbriche la settimana lavorativa di cinque giorni: non solo compiaceva e stimolava i suoi dipendenti, ma gli lasciava anche più tempo per consumare, perché gli operai si stavano trasformando in consumatori. Poco dopo, la crisi del 1929 portò un’ondata di disoccupazione, e meno ore di lavoro a testa significarono un po’ più di lavoro per tutti. La settimana lavorativa di quaranta ore divenne, paese dopo paese, la norma.
A chi come me ha più di trent’anni e meno di cento il fine settimana di due giorni sembra la cosa più naturale del mondo. C’erano tempi in cui era inviolabile. Soprattutto in Europa, il fine settimana era rigido: una ventina di anni fa, a Parigi, Monaco o Stoccolma era molto difficile trovare una libreria o un calzolaio aperti. Funzionavano solo i servizi pubblici: i trasporti, i luoghi di svago, i servizi sanitari, la polizia. Ora non è più così: si è imposto il modello americano, in cui il fine settimana è un momento per comprare, e ciò comporta che ci siano milioni di persone occupate a vendere.
Ma anche così le differenze per un po’ si sono mantenute: quei lavoratori accettavano di lavorare durante giornate speciali, che erano un’eccezione e di solito erano pagate a parte. Il grande cambiamento è che adesso i confini tra lavoro e tempo libero sono sempre più labili. Ci sono sempre più persone che lavorano sempre e ovunque. Alcuni di noi lo fanno perché ci piace quello che facciamo, altri perché sono troppo preoccupati da quello che fanno, molti per una sapiente combinazione di entrambe le cose.
Aiuta lavorare da casa (e quindi la mancanza di un limite spaziale tra il tempo libero e il lavoro) e che i dispositivi mobili facciano sì che, anche per quelli che hanno orari e uffici, il lavoro li segua ovunque vadano. In un’epoca in cui un lavoro non è visto come un peso ma come un privilegio, ci si aspetta che quelli che ne hanno uno se ne prendano cura mantenendosi disponibili ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, o quasi.
L’entusiasmo di avere tempo a disposizione per se stessi, blindato contro qualsiasi meccanismo di mercato, non va più di moda. Ma, come si suol dire, non tutto il male viene per nuocere. C’è una cosa che i dottori chiamano “effetto weekend”: i pazienti ricoverati durante il fine settimana muoiono un dieci per cento in più di quelli ricoverati durante i giorni feriali. Non si sa né come né perché, ma succede.
Quindi forse la progressiva scomparsa del fine settimana avrà uno di quegli effetti secondari che nessuno calcola, e queste persone non moriranno più. Forse senza fine settimana saremo tutti immortali. O, chissà, forse succederà esattamente il contrario.
(Questo articolo è stato pubblicato su El País).

Donne in piazza e migranti

Insonnia e incubi del Presidente Trump.

Come in un incontro di boxe, il Presidente USA Trump incassa quello che tecnicamente viene definito “uno-due”: il Senato degli Stati Uniti d’America boccia inesorabilmente la Legge Finanziaria gettando l’intero apparato nello scompiglio e centinaia di migliaia di donne, ad un anno esatto dalla prima grande manifestazione all’indomani dell’elezione del Presidente definito “misogino”, sono pronte ad invadere le strade delle più importanti città del Paese.
Due fatti apparentemente separati ma che trovano un punto di convergenza all’interno di un processo in atto mosso da motivi di civiltà.
La Legge Finanziaria è caduta grazie alla volontà di un gruppo di Senatori di ribadire il diritto di restare nel Paese di tutte le persone che vi sono nate o che hanno raggiunto lo stesso in tenera età anche clandestinamente.
Questo accadimento, mai avvenuto nella storia degli USA, paralizza l’intero sistema statale in assenza della copertura finanziaria.
Certo, i servizi essenziali sono garantiti, anche la sanità che, non riuscendo a riportare ai ricchi tutta d’un colpo, Trump sta cancellando un pezzo per volta con il dichiarato intento di cestinare l’attesa riforma del sistema posta in essere dal suo predecessore Obama dopo decenni di lotte e di speranze.
Ma, in questi giorni, pare evidente che il livello di inciviltà etica, morale e verbale del Presidente Trump abbia fatto traboccare il vaso.
E non solo negli USA, ma a livello mondiale visto l’isolamento diplomatico in cui è ingabbiato.
E poi, ci sono le donne, quel fastidioso soprammobile, l’oggetto silente da mostrare che agli occhi di Trump sta diventando un’onda pervasiva e coinvolgente diventando un problema che non si risolve con un accordo fatto sotto banco con il Partito Democratico.
Se il Presidente coreano Kim lo ha reso insonne, le donne sono diventate un incubo!
Un anno fa, il 21 gennaio 2017, 500mila persone partecipavano alla marcia delle donne su Washington, e altre decine di migliaia scendevano in strada nelle altre grandi città statunitensi.
Migliaia di donne hanno denunciato violenze e molestie sessuali e centinaia di uomini di potere (compresi esponenti del congresso) si sono dimessi o sono stati costretti a lasciare i loro incarichi.
Il simbolo americano per eccellenza, Hollywood, ha trovato il coraggio di denunciare all’unisono il “macismo” da sempre annidato dietro le quinte e l’abitudine consolidata a considerare le donne oggetto del soddisfacimento sessuale piuttosto che professioniste: bambole gonfiabili ad uso e consumo del maschio detentore del potere.
Dal 1968 in poi, pare oggi essersi riaccesa la fiammella di una speranza, la luce di un percorso di riscatto, il coraggio di denunciare una inconcepibile ma ancora troppo attuale condizione di inferiorità sociale: a livello mondiale, senza grandi differenze geografiche fra i Paesi definiti “civilizzati”, le donne percepiscono un salario in media inferiore del 23% rispetto agli uomini pur svolgendo identiche mansioni.
Chiedere in piazza ragione anche di questo è legittimo oltre che giusto.
Se il destinatario del messaggio continua ad essere sordo sarà necessario gridare più forte, soprattutto nelle sedi istituzionali.
Un articolo della rivista Time riporta: “È in corso un aumento senza precedenti di donne che si candidano a ricoprire incarichi di vario tipo, dal senato statunitense ai parlamenti locali fino ai consigli scolastici e si candidano a qualcosa per la prima volta in vita loro”.
Sarebbe auspicabile che succeda anche da noi.

Abraham, «La vita è un gran casino!»

Nigeriano, trentatré anni, non trova altra frase per definire guerra e persecuzioni. La fuga in mare, passando per notti insonni, nascosto per evitare che in Libia lo trascinassero in prigione. «Sento mio padre e i miei tre fratelli, spero un giorno di riabbracciarli».

Foto Storie articolo 03 - 1«Un casino!». Guerra, persecuzioni, fame, fuga. Tutto questo, per Abraham è un «casino!». E’ una delle prime espressioni che ha imparato non appena è sbarcato in Italia. Per spiegare la crisi dalla quale è scappati e i contrattempi fisiologici che ha trovato per inserirsi possibilmente in un diverso tessuto sociale, non trova di meglio che questa breve frase. «Un casino!». E quando le cose vanno ancora peggio, come lo stesso Abraham, nigeriano di trentatré anni, ci racconta, la frase, essenziale, che racconta tutto questo disagio, si arricchisce di un solo aggettivo, giusto per rendere meglio l’idea: «…un gran casino!».

«Sono partito un anno fa – racconta – da Edo, la città in cui vivevo con la mia famiglia; la situazione era già critica, avvertivamo quasi alle porte delle nostre case l’intervento delle milizie che volevano affermare la volontà del governo; oggi, mi dicono i miei fratelli, questa gente se la trovano praticamente in casa, con tutte le difficoltà, gli stenti ai quali la popolazione viene quotidianamente sottoposta».

Così, in Nigeria, anche per la famiglia di Abraham è «un gran casino!». «Gli ultimi tempi – prosegue – ho vissuto insieme con mio zio; mamma era morta, con papà avevo continue discussioni su diversi punti di vista, così per evitare scontri frontali – mima due veicoli che si prendono in pieno…  – ho accettato l’ospitalità di mio zio; poi lui è andato via, ha abbandonato casa, i militari li aveva praticamente alle costole e anche io ho dovuto fare una scelta».

Indietro non si torna. «Non potevo tornare a casa, avevo compiuto la mia prima scelta, litigare cioè con mio padre e le sue idee; visto che avevo giocato grosso, dunque, tanto valeva proseguire e andare via dal mio Paese, non avevo alternative: un grande dolore, la sensazione di una sconfitta umana; lasciare i luoghi che ti hanno visto bambino e poi crescere, è quanto di peggio possa accadere a una persona: dopo generazioni sei tu quello che toglie le radici e non dà continuità alla famiglia».

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RIPRESI I CONTATTI CON LA FAMIGLIA…

A proposito di famiglia, cosa è accaduto negli ultimi tempi. «Ho ripreso i contatti – confessa – prima con i miei tre fratelli, che mi raccontano spesso la situazione in Nigeria: ora i militari se li trovano praticamente in casa, si sentono oppressi; non solo, fanno la fame, come in tutti quei Paesi dove c’è la guerra; quando ci capita di parlare sento nelle loro parole tutta la tristezza del disagio, della paura».

Poi ecco la schiarita con il genitore. La distanza, poco per volta, cura le ferite. «Ora sento anche papà – dice Abraham – ci hanno pensato i miei tre fratelli a mettere pace: sarebbe stato sciocco continuare a coltivare dissapori, stare ognuno sulle sue posizioni con la milizia che bussa alla porta di casa; no, non era proprio il caso… Nelle nostre brevi chiacchierate al telefono, i miei fratelli mi spiegano i dolori giornalieri cui la popolazione viene sottoposta: speriamo il vento cambi».

Chissà se anche loro affronterebbero il lungo viaggio della speranza, passando per la Libia, transito obbligato per sbarcare in Italia. «Sono stato sei mesi lì – ricorda – ma mi facevo vedere poco in giro, dormivo dove capitava, per evitare che anche lì, in Libia, miliziani o banditi, mi acciuffassero dandomi botte e prendendomi il denaro che ancora non avevo: nel frattempo ho fatto pochi lavoretti, a casa riparavo motori dei camion, mi ero specializzato in saldatura; magari mi capitasse di fare qualcuno di questi lavori qui in Italia!». La prima cosa che farebbe, nemmeno a dirlo. «Aiutare i miei fratelli, papà, lasciare a loro la decisione di restare a casa e aspettare tempi migliori oppure affrontare un viaggio sempre pericoloso, a me fortunatamente durato due giorni: sul gommone, insieme con altri centoventi ragazzi, nella pancia fame e paura, nel cuore un gran dolore: un gran casino di sentimenti…».

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SE SOLO POTESSI RIABBRACCIARLI

Altra parola che nel frattempo Abraham ha imparato: «Capo!». Una forma di rispetto, riconoscere ai residenti una sorta di “ultima parola”, un potere decisionale. Così se uno prova ad offrire una colazione, lui, il trentatreenne nigeriano cordialmente risponde: «No, grazie capo!». Il nostro «…come se avessi accettato!».

Mani in tasca, fissa il mare. Prova a guardare il sole, le cose che più di altro gli danno il senso di libertà. «Penso ai miei fratelli, mio padre: tornare ora a casa sarebbe un problema, il viaggio inverso non serve a niente, mi troverei in pieno conflitto civile; i “miei” non vogliono saperne, stanno male ma stanno a casa: convincerli a venire via ha il sapore di un’impresa».

Le mattinate di Abraham trascorrono lente. «Passeggio, penso, e quando sono addolorato mi dà coraggio un sogno: un lavoro e riabbracciare la mia famiglia, qui o a casa non importa, ma sicuramente lontani dalla guerra, dalle persecuzioni, perché alla fine questo è: la mia stessa gente che dà la caccia ai propri fratelli; fino a ieri ci dividevamo il pane, ora questi hanno scelto la forza: non vogliono più dividere, ci affamano con la violenza».

Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018

Messaggio del Santo Padre Francesco per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 

“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare 
i migranti e i rifugiati”

 
Cari fratelli e sorelle!
«Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19,34).
Durante i miei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà. Si tratta indubbiamente di un “segno dei tempi” che ho cercato di leggere, invocando la luce dello Spirito Santo sin dalla mia visita a Lampedusa l’8 luglio 2013. Nell’istituire il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ho voluto che una sezione speciale, posta ad tempus sotto la mia diretta guida, esprimesse la sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime della tratta.
Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore. Tale sollecitudine deve esprimersi concretamente in ogni tappa dell’esperienza migratoria: dalla partenza al viaggio, dall’arrivo al ritorno. E’ una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Al riguardo, desidero riaffermare che «la nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare».
Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione. In tal senso, è desiderabile un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare. Allo stesso tempo, auspico che un numero maggiore di paesi adottino programmi di sponsorship privata e comunitaria e aprano corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili. Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei paesi confinanti. Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali. Torno a sottolineare l’importanza di offrire a migranti e rifugiati una prima sistemazione adeguata e decorosa. «I programmi di accoglienza diffusa, già avviati in diverse località, sembrano invece facilitare l’incontro personale, permettere una migliore qualità dei servizi e offrire maggiori garanzie di successo». Il principio della centralità della persona umana, fermamente affermato dal mio amato predecessore Benedetto XVI, ci obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale. Di conseguenza, è necessario formare adeguatamente il personale preposto ai controlli di frontiera. Le condizioni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, postulano che vengano loro garantiti la sicurezza personale e l’accesso ai servizi di base. In nome della dignità fondamentale di ogni persona, occorre sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati.
Il secondo verbo, proteggere, si declina in tutta una serie di azioni in difesa dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio. Tale protezione comincia in patria e consiste nell’offerta di informazioni certe e certificate prima della partenza e nella loro salvaguardia dalle pratiche di reclutamento illegale. Essa andrebbe continuata, per quanto possibile, in terra d’immigrazione, assicurando ai migranti un’adeguata assistenza consolare, il diritto di conservare sempre con sé i documenti di identità personale, un equo accesso alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari personali e la garanzia di una minima sussistenza vitale. Se opportunamente riconosciute e valorizzate, le capacità e le competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, rappresentano una vera risorsa per le comunità che li accolgono. Per questo auspico che, nel rispetto della loro dignità, vengano loro concessi la libertà di movimento nel paese d’accoglienza, la possibilità di lavorare e l’accesso ai mezzi di telecomunicazione. Per coloro che decidono di tornare in patria, sottolineo l’opportunità di sviluppare programmi di reintegrazione lavorativa e sociale. La Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. Ad essi occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi. Per i minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento. Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». Lo status migratorio non dovrebbe limitare l’accesso all’assistenza sanitaria nazionale e ai sistemi pensionistici, come pure al trasferimento dei loro contributi nel caso di rimpatrio.

Foto-articolo-papa-accoglienza---1Promuovere vuol dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta dal Creatore. Tra queste dimensioni va riconosciuto il giusto valore alla dimensione religiosa, garantendo a tutti gli stranieri presenti sul territorio la libertà di professione e pratica religiosa. Molti migranti e rifugiati hanno competenze che vanno adeguatamente certificate e valorizzate. Siccome «il lavoro umano per sua natura è destinato ad unire i popoli», incoraggio a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati, garantendo a tutti – compresi i richiedenti asilo – la possibilità di lavorare, percorsi formativi linguistici e di cittadinanza attiva e un’informazione adeguata nelle loro lingue originali. Nel caso di minori migranti, il loro coinvolgimento in attività lavorative richiede di essere regolamentato in modo da prevenire abusi e minacce alla loro normale crescita. Nel 2006 Benedetto XVI sottolineava come nel contesto migratorio la famiglia sia «luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di integrazione di valori». La sua integrità va sempre promossa, favorendo il ricongiungimento familiare – con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti –, senza mai farlo dipendere da requisiti economici. Nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di disabilità, vanno assicurate maggiori attenzioni e supporti. Pur considerando encomiabili gli sforzi fin qui profusi da molti paesi in termini di cooperazione internazionale e assistenza umanitaria, auspico che nella distribuzione di tali aiuti si considerino i bisogni (ad esempio l’assistenza medica e sociale e l’educazione) dei paesi in via di sviluppo che ricevono ingenti flussi di rifugiati e migranti e, parimenti, si includano tra i destinatari le comunità locali in situazione di deprivazione materiale e vulnerabilità.
L’ultimo verbo, integrare, si pone sul piano delle opportunità di arricchimento interculturale generate dalla presenza di migranti e rifugiati. L’integrazione non è «un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. Il contatto con l’altro porta piuttosto a scoprirne il “segreto”, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza reciproca. È un processo prolungato che mira a formare società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini». Tale processo può essere accelerato attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel paese. Insisto ancora sulla necessità di favorire in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, documentando e diffondendo le buone pratiche di integrazione e sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi. Mi preme sottolineare il caso speciale degli stranieri costretti ad abbandonare il paese di immigrazione a causa di crisi umanitarie. Queste persone richiedono che venga loro assicurata un’assistenza adeguata per il rimpatrio e programmi di reintegrazione lavorativa in patria.
In conformità con la sua tradizione pastorale, la Chiesa è disponibile ad impegnarsi in prima persona per realizzare tutte le iniziative sopra proposte, ma per ottenere i risultati sperati è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile, ciascuno secondo le responsabilità proprie.
Durante il Vertice delle Nazioni Unite, celebrato a New York il 19 settembre 2016, i leader mondiali hanno chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti, condividendo tale responsabilità a livello globale. A tal fine, gli Stati si sono impegnati a redigere ed approvare entro la fine del 2018 due patti globali (Global Compacts), uno dedicato ai rifugiati e uno riguardante i migranti.
Cari fratelli e sorelle, alla luce di questi processi avviati, i prossimi mesi rappresentano un’opportunità privilegiata per presentare e sostenere le azioni concrete nelle quali ho voluto declinare i quattro verbi. Vi invito, quindi, ad approfittare di ogni occasione per condividere questo messaggio con tutti gli attori politici e sociali che sono coinvolti – o interessati a partecipare – al processo che porterà all’approvazione dei due patti globali.

Lanssane, la dignità prima di ogni cosa

Senegalese, diciannove anni, studia e sogna. «Se non diventassi un calciatore, faccio l’elettricista, il lavoro ti fa guadagnare rispetto», racconta. Bidonato in Marocco, rapinato in Algeria e Libia. Poi il viaggio per l’Italia, il soccorso di una nave norvegese e la sensazione di essere salvo.

Foto articolo 01 - 1 (1)«A casa mia, un tempo, la mia vita era tutta studio e campo di calcio, quel rettangolo che riuscivamo a mettere insieme, spesso con quattro canne di bambù a delimitare le porte in un rettangolo di gioco, spesso improvvisato…». Poi qualcosa, nella vita di Lanssana, senegalese di Dakar, diciannove anni, da un anno e quattro mesi in Italia, cambia. In Senegal, relaziona Amnesty international, i politici limitano diritti e libertà d’espressione. Carceri sovraffollate per chiunque manifesti un’idea bollata in quanto non in linea con il governo. Poliziotti impuniti, nonostante uccidano senza motivo. Questo il quadro che si presenta agli occhi del giovane. Un dramma familiare. «Mio padre viene a mancare – ricorda – con la sua scomparsa anche il sostegno alla famiglia che, comunque, di sacrifici anche fino a quel momento, ne aveva fatti: due anni di studi, nella scuola superiore, frequentata in quel momento sono costretto a cestinarli, non abbiamo più soldi per completare il mio ciclo di studi; del resto, devo spendermi per la famiglia, dare il mio contributo, anche se modesto: mi cimento in lavoretti, mercatini, mi invento qualsiasi cosa».

La vita sembra scorra in modo più o meno normale. Non c’è più la guida saggia del papà, che riusciva a mediare qualsiasi tipo di contrasto. Più che all’interno della famiglia, con i vicini parenti. «Qui, sia chiaro – spiega Lanssana – c’è un maggiore rispetto, la gente prima di sbottare ci pensa su due volte, non cerca mai lo scontro frontale, riflette: un mio zio, che di fatto aveva sostituito la figura paterna, purtroppo aveva un modo tutto suo di fare e, allora, qualsiasi cosa non gli andasse, si scagliava contro la “famiglia adottiva”, io, mamma e mia sorella più piccola di me».

PERSO IL PAPA’, LITIGI CONTINUI CON LO ZIO…

Un contrasto più violento di un altro e il ragazzo col pallino per il calcio, prende la decisione della sua vita. «Lasciare il proprio Paese – osserva – non è mai facile per nessuno, anche quando sopravvivi, fai sacrifici e non hai grandi prospettive: schiantare le tue radici suona come una sconfitta, ma arriva il momento che non riesci più a sorvolare su urla quotidiane, talvolta fatte di punizioni ingiustificate; la vita si complica dal punto di vista psicologico: ci può stare rompersi la schiena di lavoro, ma se a questo aggiungi rimproveri e punizioni varie, quasi un annientamento della tua personalità, cominci a pensare qualcosa del tipo “oggi ho quindici, sedici anni, ma quando ne avrò venti, venticinque, sarò completamente annientato!” ».

E, allora, una decisione non proprio presa a cuor leggero. Lanssane ne parla a mamma. Una, due, tre volte. Una donna non vorrebbe mai staccarsi dal figlio, è maschio e più avanti, una volta diventato uomo, potrebbe darle quel senso di protezione che oggi non ha. «Ma una mamma – mentre racconta, il giovane senegalese cerca comprensione con lo sguardo – al primo posto mette il bene del proprio figliolo piuttosto che il proprio interesse; così mi disse di andare, cercare altre strade che fossero anche appena migliori di una vita fatta di grandi sacrifici e continue vessazioni».

Anche nella fuga ci vuole fortuna. «Prima di puntare l’Italia, provo a non allontanarmi da casa, vado in Mauritania, ma lì la crisi l’avverti forte; allora in Marocco: lavoro, compio mille sforzi, mi invento muratore, operaio, uomo di fatica, ma nei confronti di chi viene da fuori non hanno un atteggiamento sempre corretto: così lavoro e non mi pagano; mi chiedono di pazientare e di lavorare, lavoro e non mi pagano; chiedo i soldi con i quali mangiare e mi cacciano!».

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TRUFFATO IN MAROCCO, RAPINATO IN ALGERIA E LIBIA

E’ tempo di cambiare, Lanssane si rimette in cammino. «In Algeria e Libia, mi impegno, faccio lavori, provo a fare quello che alla mia giovane età riesco meglio a fare, lavori di fatica, qualsiasi cosa sia, muratore e mercati; guadagno qualcosa e conosco cosa significhi essere rapinato, una, due volte, i miei sacrifici finiscono nelle mani dei soliti prepotenti: in Algeria e Libia, mi riempiono di botte e svuotano le tasche».

Un raggio di luce. Prega il suo dio, Lanssane, fede musulmana. «Preghiere ascoltate: in Libia preparavano un gommone sul quale mettere quanta più gente possibile, destinazione Italia, centoventi in tutto; mi rivolgo a chi stava organizzando il viaggio, gli dico che non ho soldi e lui, pacca su una spalla, mi spinge e a bordo e mi augura mille fortune».

E’ il 29 agosto di due anni fa, il viaggio dura quattro giorni, l’1 settembre sbarca al porto di Taranto. «Viaggio della paura, mare agitato e, anche qui, il cielo ci assiste: una nave norvegese ci fa salire a bordo, siamo salvi! E’ stata un’emozione più forte dell’arrivo qui, in città, una volta sulla nave era come se avessimo messo piede sulla terraferma, aiutati, rifocillati e consegnati nelle mani del governo italiano, sani e salvi!». Ora, Lanssane, ha ripreso il suo percorso di studi. E svago, come è giusto che sia. «Studio e gioco al pallone, centrocampista nella “Or Infissi”, se non riuscissi a realizzare il mio sogno di calciatore, posso sempre rimediare un lavoro da elettricista, fare i mercati, amo il lavoro, ti rende autonomo e ti dà dignità».

«Un, due, tre…web!»

Cominciate le prime audizioni di speaker radiofonico. I ragazzi si pongono con il giusto spirito. Massima considerazione per lo strumento. Se non c’è emozione, non c’è rispetto. E Abdoullah e Billy, ci provano, dalle notizie alla rassegna stampa. Proseguono le selezioni.

Foto articolo 03 - 1Cantieri “Costruiamo Insieme”. C’è la web radio, l’ultimo progetto fortemente voluto dalla cooperativa. Cominciano i lavori, dunque. Come a dire, «per noi l’integrazione è una cosa seria, passa attraverso qualsiasi strumento che possa dare voce ai nostri ragazzi».   

Detto fatto, ci sono già i primi, quelli del «Quando cominciamo?», modo contagioso per trasmettere entusiasmo. Billy, nome da anchorman americano, e Abdoullah, sono i primi a indossare la cuffia e a soffiare parole nel microfono disposto un palmo dal viso da Paolo. «Uno, due, tre…prova!». E’ cominciata nel modo più semplice l’avventura «Una radio tutta nostra!». I ragazzi fanno mille domande. E fanno bene. Devono farle tutte, fino ad esaurimento scorte, perché dopo dovranno essere loro a fornire risposte. «Sentire la mia voce in cuffia, fa un certo effetto!», dice Billy. Gli si apre un sorriso, diciamo anche un mondo. Non appena parla e si ascolta, si vede che la cosa gli fa effetto. Conferma. «E’ incredibile, in cuffia fino a oggi avevo solo ascoltato musica, tutt’al più avevo conversato al telefono, mai invece sentito la mia voce: quasi ti metti soggezione da solo, fa una certa impressione; non che non sapessi che la radio si fa in questo modo, ma il debutto non lo avevo mai considerato: sei portato da solo a fare in modo che quanto “esca” in questi provini sia il meglio che tu possa dare!».

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PIU’ EMOZIONE C’E’, PIU’ RISPETTO HAI PER IL LAVORO

I ragazzi lo sanno, sono emozionati. Dovranno compiere numerosi passi avanti nella professionalizzazione, ma lo spirito con il quale stanno affrontando il progetto è quello giusto. Mai pensare che basti poco per farcela: quattro parole in croce, si dice da queste parti, e via. Non deve essere così, l’emozione deve mettere soggezione. Più emozione c’è, più rispetto hai per un lavoro. Ecco l’importanza di formulare mille domande, manifestare altrettanti timori. «Non so se ce la farò, ma ci provo…», dice Abdoullah. Invece è proprio quello il segreto. Non volendo, anche lui si è lasciato sfuggire la frase tipica di chi della radio e, dunque, della comunicazione, ne ha fatto un mestiere. Tutto si può fare per ingannare il tempo, diverso è se quella certa cosa diventa poi un lavoro. Allora, tutto cambia. Massimo rispetto per microfono, cuffia e i primi fogli dei notiziari stampati e raccolti in una cartellina. «Prima di registrare devo dare una lettura, comprendere la pronuncia, ripassarmi la mia parte». Abdoullah ha compreso perfettamente lo spirito con il quale entrare in partita. Lo scritto diventa uno spartito, un ruolo da interpretare in scena. Un giorno, forse, andrà di corsa, avrà raccolto una notizia all’ultimo momento e non potrà rileggersela. Ma questo fa parte del lavoro. E questa modalità è ancora remota. Anche questo è un piccolo insegnamento per chi vuole fare informazione. Radio, nel nostro caso.

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LA RADIO, LE PAROLE E UN SENSO DI LIBERTA’

«Ho sempre amato la radio – dice – più della tv; per me è l’informazione più diretta, le parole le trovo più importanti delle immagini, a meno che non ci si trovi davanti a un disastro; le parole, da sole, inducono al ragionamento, ti fanno pensare…». E’ il senso di libertà di Abdoullah, che per ammissione dello stesso, ha «tanto da imparare». Ma, si diceva, è lo spirito giusto. «Non so se alla fine farò questo mestiere, ma voglio imparare tutto quello che c’è da imparare!».

I ragazzi compiono un altro passo. Più che in avanti – c’è ancora tanto da fare – un passo di lato: i fogli del notiziario vengono riposti nel cassetto. Ora c’è da sfogliare un quotidiano. Altro mestiere, sempre delle parole: individuare i titoli più importanti per simulare una rassegna stampa. Anche questo lavoro richiede preparazione, selezione. In una mano un evidenziatore, l’altra sfoglia il giornale. Il titolo più robusto viene circoscritto da un segno. E avanti così, una pagina e un titolo da evidenziare, dalla cronaca allo sport. E’ così che i ragazzi si stanno avvicinando a un mondo nuovo, quello della radio. Siamo al primo ripasso, ma arriverà anche il momento in cui parleranno e faranno parlare la radio. Un passo per volta, possibilmente in avanti.

Web Radio, via ai provini

Iniziate le prime audizioni. L’arruolamento nasce in chat. Partono gli entusiasmi, le “faccine”, le esplosioni di gioia dei ragazzi. “La cooperativa deve crescere, compiamo un altro passo avanti nell’integrazione dei ragazzi sul territorio”, dicono il presidente, Nicole Sansonetti, e il direttore generale, Maurizio Guarino.

Web radio di Costruiamo Insieme, parte il progetto. Dalle fondamenta. Da un sito che da settimane presenta già forti indizi sull’idea di un organo di informazione. Basta un clic per mettere a disposizione di chiunque “visiti”, i successi musicali del momento e una carrellata di notizie, selezionate e “in voce”, aggiornate quotidianamente.

L’impegno è di quelli seri. Ha subito entusiasmato i promotori del progetto di cooperativa, dal presidente Nicole Sansonetti, al direttore generale, Maurizio Guarino. «L’idea ci piace – dissero qualche settimana fa – lavoriamoci, proviamo a costruire altro ancora, gettando le basi: l’obiettivo è un’integrazione non solo a parole; proseguiamo nella crescita della cooperativa coinvolgendo, entusiasmando i ragazzi, rendendoli partecipi e funzionali al progetto!». Insomma, ragazzi che non si sentissero solo ospiti di un Centro di accoglienza, ma anche motore e, dunque, protagonisti del quotidiano. «Siamo sul territorio, vogliamo offrire il nostro contributo, seppure modesto, la cooperativa può aiutarci a crescere, creando nuove professionalità e aprirci un futuro con nuovi obiettivi!».

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ENTUSIASMO CONTAGIOSO, «QUANDO SI COMINCIA?»

C’è entusiasmo sincero, nelle parole che pronunciano i ragazzi. In un attimo la notizia corre sulla chat di “Costruiamo Insieme”, tradotta in esultanze con poche consonanti e, soprattutto, emoticon, come usa “whatsapp”: faccine che non lasciano spazio alla fantasia. Sorrisi, occhi strabuzzati, cuoricini a tutto andare. I messaggi si incrociano, dovessimo fare sintesi, diremmo che i ragazzi hanno lanciato un segnale chiaro: «Quando si comincia?». E Maurizio, il direttore, pragmatico, di poche parole. «Progetto è vincente, non perdiamo altro tempo!».

Così, dopo le feste, ribadito l’appello, Kaleem – come fosse un ministro – ha messo subito in atto il suo mandato esplorativo. Ha contattato, tastato il polso a entusiasmo, passione e voglia di fare dei ragazzi e dato il benestare per le prime audizioni. I provini sono già partiti, siamo all’“abc” di un lavoro complesso, ma che è partito con il piede giusto. Le selezioni sono cominciate nel Cas “Cavallotti”. I primi ragazzi, entusiasti di sottoporsi a un breve esame, qualcosa – si dice – di molto “light” sono arrivati dal Cas “106”. Li ha segnalati Allahssen Diakite, lui stesso un possibile, futuro aspirante del media di “Costruiamo” in corso d’opera. In questi giorni avremo più volte incontri con i ragazzi già provinati, ma anche con altri che hanno voglia di sottoporsi a un provino molto semplice, fatto di lettura e, successivamente, di scrittura.

NON SOLO SPEAKER, ANCHE MODERATORI, GIORNALISTI…

Lo scopo è ancora più ambizioso. Non solo una web radio, con tutti i crismi che un mezzo simile richiede, cioè speaker. Gente cioè in grado di leggere un breve notiziario da mettere in circolazione. L’idea, condivisa con presidente e direttore, risiede nel creare su nuove figure professionali. Dunque, non solo speaker, lettori in italiano di un notiziario locale, ma altro ancora. Ragazzi che ambiscano a fare i giornalisti, a realizzare interviste, moderare dibattiti. Il tutto all’interno di un sistema, la cooperativa “Costruire Insieme”, che giornalmente fornisce assistenza, corsi di alfabetizzazione e che ha spinto molti suoi ospiti all’iscrizione e alla frequentazione delle scuole secondarie per il conseguimento di titoli di studio. Non solo accoglienza, ma integrazione. La web radio è un altro tassello in questa direzione.