Il profumo di un libro

Saikou, diciotto anni, guineano

«Il mio sogno: studiare, stare fra banchi di scuola e libri che odorano di stampa». Invece, una vita fatta di corse e fughe. «Non ho genitori, un solo fratello, che un giorno spero di riabbracciare». Mali, Burkina, Niger e Libia. «Rinchiuso, picchiato per tre mesi, poi uno spiraglio, il viaggio in mare, l’Italia…»

Saikou, diciotto anni, arriva dalla Guinea. Due anni fa. Spinto da «motivi familiari», dice. Lui che non ha famiglia, se non un fratello, un anno più grande di lui. Viene da una terra in eterno conflitto, sanguinosi scontri etnici. «Io e Moumo, questa è la mia famiglia: non abbiamo genitori, fin da piccoli ci è toccato farci strada da soli». Il suo viaggio verso l’Italia non è semplice. Dalla sua Guinea passa attraverso uno, due, tre stati. Arriva in Libia, trascorre più tempo sottochiave in un locale, la sua prigione. Lo ha stabilito una banda di civili, armata, che intercetta migranti in fuga. Saikou, come altri, viene picchiato a prescindere. Che alzi lo sguardo, chieda di andare in bagno. Fosse per lui, respirerebbe l’aria dei campi nei quali spezzarsi anche la schiena, ma mettere in tasca soldi buoni per pagarsi il viaggio su un gommone verso l’Italia.

A Saikou piace studiare. E’ stato sempre affascinato da libri e banchi di scuola. «Non abbiamo potuto permetterci – spiega – questo stile di vita; mio fratello ha perseverato, ha seguito il suo istinto: prova a fare il commerciante, non che abbia chissà quali risorse, ma cerca di mettersi in tasca spiccioli vendendo scarpe e borse; non è sempre facile farcela, la gente nel mio Paese piuttosto che farsi una borsa o un paio di scarpe nuove, preferisce mettere risparmi da parte nel caso andasse peggio di quanto non stia andando da tempo».

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GUERRA ETNICA, LA VITA E’ UN INFERNO

Conflitti etnici, focolai ovunque. Dalle prime luci del mattino è un «Si salvi chi può!». E chi può farlo, salvarsi, non avendo tanti legami familiari, si dà coraggio. Prepara uno zainetto per spingerci dentro l’essenziale e quella rabbia che monta da bambini. «Quando ti guardi intorno e non senti la protezione di un genitore, ti tocca crescere in fretta: non hai tempo per pensare, qualsiasi decisione devi averla già presa; non è consigliabile girarsene da soli per strada, può succedere di tutto: un uomo fuori controllo ti sferra una coltellata; una pallottola vagante, parte da un fucile che un ragazzino sta pulendo e ti centra in piena fronte».

Sciagure tanto al chilo in ogni angolo di strada. Per questo, Saikou, un bel giorno, blocca per pochi istanti il fratello che sta andando ad aprire quella piccola attività che a malapena li sfama. «Moumo – gli ho detto – non è il momento di farsi venire rimorsi, parto, vado via: la nostra è una brutta vita, una speranza ridotta al lumicino, non me la sento di continuare a vivere in queste condizioni».

Parla chiaro Saikou, nonostante i suoi sedici anni. Perché il giovanotto dal sorriso contagioso, un capo cosparso di riccioli, da due anni risiede in Italia. «Grazie all’aiuto e alle indicazioni del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme” – racconta – ho realizzato il mio primo sogno: frequentare una scuola vera, il “Pacinotti”: è lì che un giorno dopo l’altro sto imparando a parlare e scrivere l’italiano, non senza qualche difficoltà, ma i professori – tutti bravissimi e pazienti – mi incoraggiano, dicono che con l’impegno che metto tutti i giorni, i primi risultati arriveranno».

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CORSO DI SALDATORE, MAGAZZINIERE QUANDO CAPITA…

Fa progressi. L’italiano lo comprende, meglio se quando qualcuno gli parla scandendo le parole. «Non mi sono fermato ai libri, anche se adoro leggere: quando ero piccolo e sognavo di diventare uno di quei professoroni che si vedono in tv, con tanto di occhiali, sapevo che le pagine dei libri dovevano avere un profumo speciale; sfogliare e leggere resta la mia passione, ma devo fare i conti con la realtà, allora sto imparando un mestiere: ho fatto un corso da saldatore, hai visto mai in un cantiere cercassero uno che abbia quel brevetto e mi chiamano».

Due sogni in uno, da quando Saikou è in Italia: “letterato” e saldatore professionale. «Voglio trovare un posto di lavoro, non dico fisso – quello so perfettamente che, oggi, somiglia più a un miraggio – ma costante; poi spetterà a me dimostrare l’impegno, e non necessariamente da saldatore: in attesa di un impiego che mi dia una certa sicurezza, ho trovato un’occupazione saltuaria, un datore e compagni di lavoro splendidi: faccio il magazziniere in un’attività della provincia tarantina, mi trovo alla perfezione, mi chiamano quando c’è lavoro e per questo li ringrazierò sempre».

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IL DITO E LA PIAGA

Il dito nella piaga, gli chiediamo del viaggio. Vogliamo avvicinare chi ci legge al mondo di un ragazzo africano che ha buona volontà e voglia di riscatto. «Parto dalla Guinea, entro in Mali, poi Burkina e Niger, anche se la mia idea di partenza è una sola: la Libia; lì c’è lavoro, modo di mettere insieme quei soldi – pochi o molti, chi può saperlo alla partenza – che mi permettano di pagarmi il viaggio verso l’Italia».

Ma la Libia, che da lontano vale un Perù, tanto dà l’idea di ricchezza, purtroppo non è così affascinante. «Cinque in quel Paese, tre imprigionato, ostaggio di una banda armata; fermato, più che arrestato: mi chiesero subito se avessi soldi, solo in quel caso mi avrebbero lasciato andare: non avevo un centesimo, così cominciò la mia tortura quotidiana; “Non hai parenti che ti mandino soldi?” e io, “Non ne ho, sono fuggito per fame!” e giù botte, ma di quelle vere».

Un sorriso amaro spunta sulle labbra di Saikou, quando gli chiediamo uno dei tanti motivi che spingevano questi aguzzini a colpirlo con la canna di un fucile alla testa o un calcio in pieno viso. «Non c’è mai un motivo – scuote la testa, stupito della domanda – quando quella gente decide di colpirti; lo fa per il gusto di provocarti una ferita: quella, secondo loro, aiuta a ricordarti che hai un debito con loro e che la tua vita è nelle loro mani».

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TRE MESI DI TORTURA, NON AVEVO SOLDI

Dopo tre mesi di torture, uno spiraglio. «Un signore – il Cielo lo assista, ovunque lui sia – ha bisogno di un aiuto, mi riscatta e mi porta con sé: per lui ho lavorato due mesi, in campagna, ad accudire animali».

Due mesi di lavoro, lo spiraglio diventa un raggio di sole. «Quel signore in qualche modo mi premia, mi mette a bordo di un furgone nel quale ci sono altri che hanno la mia stessa destinazione, il porto di Tripoli; dopo quattro ore di viaggio, vedo tanta gente, duemila, forse tremila persone; tante imbarcazioni sulle quali saliamo quasi a casaccio, la cosa principale da fare è liberare al più presto la spiaggia». Arrivano a largo, avvistano una nave militare italiana, salvi. «Saliamo a bordo, ci assistono e ci accompagnano direttamente a Taranto; io e poche decine di ragazzi restiamo qui, altri vengono assegnati ad altre destinazioni».

Lo studio, il profumo dei libri, un mestiere fra le mani. «Mi piace la gente, il rispetto, dovessi trovare un lavoro vero qui in Italia, mi piacerebbe un giorno tornare in Guinea, riabbracciare mio fratello…».

«Siamo tutti uguali!»

Sow Ibrahim, in arte “Manby Kapororail”, professione cantautore

“Bianco, nero, giallo, nero, nero”, un inno all’uguaglianza. «L’idea mi è venuta in mente mentre ero su un barcone: se mi salvo la scrivo, mi ripromisi; sogno di fare l’artista per mestiere, risparmio per produrmi un mixtape e un videoalbum». L’autore del tormentone dell’estate, spinto dalla web radio di Costruiamo Insieme. Fuga dalla Guinea, due anni in giro per l’Africa, infine l’Italia.

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«Tanti colori di facce perdute, forti profumi di pelli sudate; lingue mischiate, trecce di razze, mille speranze, sogni infiniti; tutti stretti dentro “Zodiac”, grande barcone, sul grande mare…». E’ l’inciso del tormentone dell’estate, “Bianco, nero, giallo, nero, nero”, che ha trovato sponda sulla web radio di Costruiamo Insieme. Protagonista di questa esplosione musicale estiva è Sow Ibrahim, guineano, venti anni. In queste settimane è noto allo sterminato popolo del web come Manby Kapororail. Potete rintracciare lui e la sua canzone più popolare anche sul suo profilo Youtube. Lì, in mezzo, altre sue creature, canzoni scritte prima che arrivasse in Italia. Altre prova a scriverne in queste settimane.

Appena venti anni, una immagine da artista, cappellino e occhialoni da sole, a Sow la folgorazione per la musica arriva relativamente tardi. «A quindici anni – racconta – dopo aver ascoltato tanta musica giamaicana, mi sono detto di provare a passare dall’altra parte, cioè a scrivere canzoni, dopo avere imparato a suonare».

La chitarra il suo primo strumento. «Non la suono da rockstar, intendiamoci: come dite voi in Italia, “la strimpello”; ma quegli accordi imparati da solo mi aiutano nelle composizioni, perché non ho scritto solo questa canzone, ne ho composte e cantate altre; ne sto preparando di nuove…».

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“BIANCO, NERO, GIALLO, NERO, NERO”

Di solito, in Italia, l’intervista al cantautore comincia con una domanda banale, ma essenziale, tanto per chi vuole raccontarti, quanto per chi vuole conoscerti. Dunque, cosa ha ispirato la scrittura di questa canzone. «Il viaggio che ho compiuto insieme con tanta altra gente dalla Libia in Italia – racconta Sow – mentre ero in mare mi sono fatto una promessa: volesse il Cielo e io e i miei compagni di viaggio dovessimo salvarci, scriverò una canzone: le parole sono venute fuori da sole; durante il viaggio verso un futuro migliore rispetto a guerre e rappresaglie quotidiane dalle quali ognuno di noi fuggiva, ho osservato tutto quello che stava accadendo dentro e intorno alla mia anima: ero una spugna, assorbivo disperazione, paura, speranza di tutta quella gente, sensazioni identiche alle mie. Così mi sono detto e ripetuto: se arrivo in Italia, scrivo questa canzone, tante facce che hanno un solo colore, quello dell’uguaglianza».

Parte dalla Guinea, Sow. «Un viaggio durato due anni, passando attraverso una decina di Stati e Regioni: Mali, Togo, Benin, Niger, Algeria… Infine la Libia: se mi chiedessi quanto tempo sono stato lì posso solo azzardare un periodo, due mesi forse; perdi il controllo dei giorni, ti mettono sottochiave in una casa, al mattino aprono, ti consegnano a qualcuno che ti fa lavorare, la sera, stanco, vieni riconsegnato ai sorveglianti e richiuso in casa».

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LIBIA, DOVE NON SAI QUANTO TEMPO PASSA…

Bande di malfattori approfittano della disperazione. «Non hai soldi per riscattare la tua libertà, ti picchiano; provano a metterti in contatto con i tuoi familiari, perché possano mandare i soldi per il tuo riscatto; quando dici che i tuoi familiari non hanno danaro, comincia la paura, la tensione: se ti va bene, sei giovane, hai forza nelle braccia, ti trovano un’occupazione; se ti va male, ti picchiano furiosamente, a sangue e si liberano di un peso: così risparmiano una fetta di pane e una razione di acqua al giorno».

Sow, ha fatto diversi lavori. «Tutto quello che c’era da fare: bracciante, muratore, addetto a qualsiasi tipo di pulizia; non mi sono fatto problemi; mi dicevo: più lavoro, più guadagno e prima parto; diciamo che più lavoravo, meno guadagnavo, mi sbattevo ma i soldi erano sempre pochi; poi, un giorno, quei pochi che avevo messo da parte sono stati sufficienti per chi stava organizzando un viaggio in mare: non so se i miei “custodi” si fossero mossi a commozione o avessero le tasche piene di me, ma un giorno spalancarono la porta di quella “casa” e mi indicarono l’uscita; sul barcone, lo Zodiac, l’ispirazione di “Bianco, nero, giallo, nero, nero”: se mi salvo, la scrivo…».

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LA MUSICA, PIU’ DI UN SOGNO

Cantautore non tanto per caso. La musica è il suo sogno, lo coltiva con la sua giovane età e qualche risparmio scaturito da lavoretti saltuari. «Voglio continuare, ho un canale Youtube sul quale ho messo le mie prime canzoni, compresa “Bianco, nero, giallo, nero, nero”; ne ho una inedita, ma non la pubblico ancora, tante volte a qualcuno venisse in mente di soffiarmela». E’ sveglio, Sow, conosce a fondo il “sistema”. Idee chiare. «Prima un mixtape – spiega, sfoggiando conoscenza dello strumento comunicativo – con sei canzoni, inedite: due in italiano, due in inglese e due in francese; poi un sogno più articolato, costoso, posto che i soldi dovrò metterceli io, di tasca mia, a meno che non trovi un produttore: a proposito, c’è un produttoreeee?».

Scherza il giovane cantautore guineano. Svela il secondo “passaggio”. «Una volta fatti un po’ di soldini proverò a realizzare un album video: spero mi aiuti “Costruiamo Insieme”, sarebbe la seconda volta che lo fa. Anzi, la terza: prima con l’avermi ospitato nel Centro di accoglienza a Modugno; oggi, la seconda, con la sua web radio che passa la mia intervista e il mio brano nel frattempo diventato popolare: citare la cooperativa nella canzone era il minimo che potessi fare per ricambiare tanta attenzione e ospitalità; la terza occasione con Costruiamo Insieme: se un domani mi trovasse un produttore, bastano poche centinaia di euro per realizzare videocanzoni e lanciarle, una per volta, sul web».

Infine, un artista italiano del quale aprirebbe volentieri un concerto. «Uno solo? Sono pronto, disponibile, finalmente libero!».

Bancarotta dell’umanità

Avevo iniziato a scrivere sulla differenza di prospettive che orienta le coscienze alla luce dei fatti degli ultimi giorni e i miei campi di ricerca sono sempre (e rimarranno) la strada, i luoghi di ritrovo, casa mia.

Si, casa mia, per capire quanto riusciamo ad incidere realmente sulla capacità di riflessione e di lettura degli eventi.

Risultato: nessuna reazione emotiva di fronte alle tante persone lasciate per giorni sulle navi, incarcerate e condannate senza processo, respinte come si fa quando metti il veleno davanti alle porte per impedire l’ingresso agli scarafaggi. Nessuna reazione neanche di fronte ai corpicini inanimi che indossano la maglietta rossa per essere maggiormente riconoscibili sui gommoni.

Di contro, tutti attenti a seguire le sorti dei ragazzi rimasti intrappolati in una grotta in Thailandia!

Non che sia brutto, sia chiaro, ma fa riflettere sul concetto di “distanza”.

Adozioni a distanza”, “gli aiutiamo nei Paesi loro”…..

Insomma, l’importante e che non metti piede in casa mia!

Per non raccontare di tutti gli sfottò subiti durante tutta la settimana!

Uno per tutti: “Con tutta la carne che c’è sul fuoco, scrivi un libro o il Domenicale?”.

Non faccio nessuna delle due cose! Anzi faccio due cose: ringrazio il Presidente della Repubblica Mattarella sperando che non rimanga in solitudine nel tentativo di arginare questa deriva indecorosa, immorale e … (lascio perdere!), e voglio dare spazio alla voce di un amico, Alex Zanotelli, con il quale condivido l’incapacità di tacere, di non vedere, di girarsi dall’altro lato.

Foto DOMENICALE articolo 02 - 1

UN “DIGIUNO DI GIUSTIZIA” IN SOLIDARIETA’ CON I MIGRANTI.

Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?” così Papa Francesco ci interpellava durante la Messa da lui celebrata a Lampedusa per le 33.000 vittime accertate (secondo il giornale inglese Guardian che ne ha pubblicato i nomi) perite nel Mediterraneo per le politiche restrittive della “Fortezza Europa”.
È il naufragio dei migranti, dei poveri, dei disperati, ma è anche il naufragio dell’Europa, e dei suoi ideali di essere la “patria dei diritti umani”. La Carta della UE afferma: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata”.
È un crimine contro l’umanità, un’umanità impoverita e disperata, perpetrato dall’opulenta Europa che rifiuta chi bussa alla sua porta.
Un rifiuto che è diventato ancora più brutale con lo scorso vertice della UE dove i capi di governo hanno deciso una politica di non accoglienza. Anche l’Italia, decide ora di non accogliere, di chiudere i porti alle navi delle ONG ed affida invece tale compito alla Guardia Costiera libica, che se salverà i migranti, li riporterà nell’inferno che è la Libia. Perfino la Commissione Europea ha detto: “Non riportate i profughi in Libia, lì ci sono condizioni inumane.”
Per questo stiamo di nuovo assistendo a continui naufragi. L’ONU parla di oltre mille morti in questi mesi.
Papa Francesco ha fatto sue le parole dell’arcivescovo Hyeronymous di Grecia pronunciate nel campo profughi di Lesbos: “Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi, è in grado di riconoscere immediatamente la “bancarotta dell’umanità”.
È il sangue degli impoveriti, degli ultimi che interpella tutti noi, in particolare noi cristiani che saremo giudicati su: “Ero straniero… e non mi avete accolto.” Noi chiediamo a tutti i credenti, di reagire, di gridare il proprio dissenso davanti a queste politiche disumane.

Noi proponiamo un piccolo segno visibile, pubblico: un digiuno a staffetta con un presidio davanti al Parlamento italiano per dire che non possiamo accettare questa politica delle porte chiuse che provoca la morte nel deserto e nel Mediterraneo di migliaia di migranti.
“Il digiuno che voglio – dice il profeta Isaia in nome di Dio – non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo senza trascurare i tuoi parenti ?”.

Padre Alex Zanotelli

«Ricomincio a vivere»

Solomon, nigeriano, trentacinque anni

Padre assassinato da una gang di malfattori, nessun colpevole assicurato alla giustizia, fugge per evitare ritorsioni su moglie e figli. «Voglio riabbracciare i miei cari al più presto: voglio lavorare e non elemosinare. In Libia, giardiniere e addetto alle pulizie, ho racimolato i soldi per pagarmi il viaggio verso la libertà. Dopo sette ore di mare, una nave militare italiana…» 

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«Papà, aggredito e accoltellato, ci muore fra le braccia: gli assassini fuggono, la vita della mia famiglia cambia di colpo!». Non c’è tregua in certe zone della Nigeria, impera la legge del più forte, gang organizzate, e quella di balordi che di lavorare non vogliono saperne. Questa è la storia di Solomon, trentacinque anni, fisico da granatiere, uno che non si tira indietro di fronte a nulla. Di sani principi, non trascina giornate dall’alba al tramonto senza far niente. «Non chiederei mai l’elemosina – dice – non rientra nello schema educativo che mi hanno trasmesso mia madre e mio padre». Solomon, non una, ma due famiglie. Una patriarcale, con a capo il genitore, che si prenderà cura dei suoi figli fino a quando non gli viene inferto un colpo con una lama che lo strapperà per sempre all’amore dei figli; l’altra, la sua, moglie e quattro figli.

«Ho assistito mio padre – racconta – gravemente malato, come ho potuto, trascurando anche il mio lavoro di meccanico, riparavo moto; il mio genitore doveva essere seguito da mattina a sera, la malattia lo stava indebolendo, anche se riusciva a fare le cose più importanti in modo autonomo; avevo già perso mia madre per una malattia simile, una di quelle che dalle nostre parti sembrano incurabili e, invece, potrebbero essere debellate – esagero – con un’aspirina; è così che va dalle nostre parti, nonostante sia nato a Benin, una città, una capitale di uno Stato della Nigeria, Edo: non c’è assistenza sanitaria a sufficienza, così i casi estremi da malattie diventano numeri».

Famiglia numerosa. «Ho quattro fratelli, rimasti tutti a casa, papà aveva cura di noi tutti: non è che navigassimo nell’oro – altrimenti avremmo affrontato cure costose – ma vivevamo bene, per come può essere una vita serena dalle nostre parti; quando si è ammalato sono cominciati i problemi, lavoravo, ma dovevo stargli accanto, così trascuravo la mia attività di meccanico; poi il suo assassinio, gente senza scrupoli o qualcuno fuori controllo che sentenzia la tua condanna».

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Niente più genitori, resta la sua di famiglia. «Sono sposato – rivela Solomon – mia moglie e i miei quattro figli, due ragazzi e due ragazze, fra i quindici e i tre anni, sono rimasti a casa, a Benin: ci sentiamo quando è possibile, ogni volta è una forte emozione, sentirli tutti insieme è un’impresa: il costo di una telefonata è elevato, oggi non posso proprio permettermelo».

Motivo della fuga. «Le continue rappresaglie – spiega – fronteggiare gang prive di scrupoli e che agiscono con una polizia praticamente assente; reagiresti anche, ma poi rischieresti la tua vita e, soprattutto, quella dei tuoi cari; così sette mesi fa sono partito senza una precisa meta, l’obiettivo quello di provare a ricostruirmi altrove una vita decorosa e, appena possibile, tornare a casa, ma solo per riprendermi moglie e figli e portarli via con me»

L’arrivo in Libia. «In questo caso, posso ritenermi fortunato – osserva Solomon – non sono vittima di bande di sequestratori che ti prendono in ostaggio e ti svuotano le tasche, ti affidano a persone che ti danno lavoro e riscuotono i soldi al tuo posto; no, a me, nella sfortuna posso ritenermi fortunato: non mi tiro indietro quando c’è da prendere fra le mani attrezzi da lavoro; in Libia faccio di tutto: mi spendo nei campi, mi occupo di giardinaggio e pulizia; faccio di tutto per mettere da parte i soldi necessari per pagarmi il viaggio verso l’Europa; raggiungo una discreta somma e contatto, facendo molta attenzione agli interlocutori – le aggressioni sono all’ordine del giorno – qualcuno che mi metta su un gommone».
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Finalmente Solomon vede il mare, lacrime di gioia. «La vista di questa distesa azzurra – confessa – è il tuo senso di liberazione, pensi a quanto accaduto e cominci ad accarezzare un senso di riscatto e futuro insieme: quello che è stato, quello che potrebbe essere, con mia moglie e i miei figli».

Il trentacinquenne nigeriano è a un passo dal primo gradino verso il riscatto. «Arrivo in spiaggia, finalmente l’imbarcazione, un gommone che potrebbe ospitare trenta, quaranta persone: siamo invece in centocinquanta, ma anche qui fortunatamente non mi hanno truffato: mi hanno parlato di un viaggio verso l’Italia e così è fino a quel momento; salpiamo non senza difficoltà, spingiamo il gommone con l’acqua fino al petto e, infine, a bordo». Ci vuole poco a restituire sorriso e speranza a Solomon, saggio, maturo, un carattere plasmato con quanto visto nel suo Paese. Luck, fortuna, è una parola che a dispetto di quanto accadutogli, tira fuori alla prima occasione. Come è stato in Libia, così una volta imbarcato in quella “scatola di sardine”. «Fortuna, sì, dopo aver salpato ci troviamo in mare aperto, come se fosse una lotteria: cosa può accaderci? Solo sette ore di mare, quando una nave militare italiana ci avvista e ci viene incontro: sani e salvi, da due mesi sono in Italia, ospite di un Centro di accoglienza; voglio lavorare, studiare, frequentare uno di quei corsi di formazione, trovare una sistemazione, anche minima, per poter riabbracciare moglie e figli e ricominciare a vivere».

«Migranti, non generalizziamo»

Tony Cannone, consigliere al Comune di Taranto

«Africani che si spingono sulle nostre coste per necessità. L’Italia non deve essere l’unica a farsi carico della speranza di migliaia di profughi. Possono però diventare la nostra forza-lavoro». Attività politica. «Contatto costante con il territorio e un sito nel quale mi confronto con i cittadini, tutti, non solo i milleduecento che mi hanno votato»

 «La gente che arriva dall’Africa e sbarca in Italia in cerca di una vita decorosa, va aiutata, può seriamente diventare la forza-lavoro del domani». Tony Cannone, consigliere comunale e provinciale con il movimento “Taranto nel cuore” e vicepresidente del Consiglio comunale, ospite negli studi di Costruiamo Insieme manifesta il suo punto di vista sul tema dell’accoglienza. «Naturalmente, l’Italia non deve essere l’unico Paese nel bacino del Mediterraneo a farsi carico dei flussi migratori; detto questo, a torto si generalizza sugli sbarchi che introdurrebbero nel nostro Paese solo malviventi: sbagliato, c’è, infatti, tantissima gente che viene in Italia spinta da motivi di sopravvivenza, desiderosa di rendersi utile volendo stare nel perimetro della legalità; dobbiamo fare il possibile per aiutare chiunque abbia voglia di spendersi per l’Italia; allo stesso tempo, dobbiamo fare attenzione, non abbassare la guardia nell’individuare quanti approfittano dei viaggi della speranza dei propri connazionali per compiere loschi affari una volta giunti sul nostro territorio».

Cannone, consigliere comunale, come si sta all’opposizione in modo ragionato, senza ricorrere alle urla, ad azioni di disturbo?

«Non sono mai stato per un “no” a prescindere: se il mio impegno è per il bene comune della città, non posso attaccare un’Amministrazione che in alcuni punti del suo programma manifesta le stesse intenzioni dello schieramento che rappresento; detto questo, però, dobbiamo anche ricordare il ruolo che ogni consigliere dovrebbe avere all’interno del Consiglio comunale, delega assegnataci dai cittadini: dobbiamo pertanto agevolare e non complicare la vita dei tarantini»

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Vicepresidente del Consiglio comunale, un attestato di stima.

«La nomina a vicepresidente la considero tale per la mia attività politica svolta in questi anni, con una presenza costante in Consiglio e nelle Commissioni: per questo, al momento della nomina, mi sono sentito lusingato; se qualcuno ha pensato per un attimo che questo fosse un contentino, ha preso una cantonata: sarebbe un insulto all’intelligenza di chi, invece, ha indicato il sottoscritto l’impegno profuso in questi anni con un confronto politico svoltosi sempre con lealtà e rispetto».

Uno dei consiglieri più votati, il percorso politico.

«Dopo una prima elezione a consigliere comunale, ai cittadini feci una solenne promessa: nel caso fossi eletto, non sparirò come è abitudine di qualche personaggio prestato alla politica: non dismetterò il comitato elettorale, creerò piuttosto un punto di incontro: nella sede di viale Magna Grecia svolgo infatti un costante confronto con la gente; tutta, non solo quanti mi hanno onorato della loro scelta: un consigliere comunale ha l’obbligo di sentire chiunque; così tutte le sere, dopo il Consiglio, le Commissioni, il mio lavoro pomeridiano, incontro amici e gente interessata a un confronto sereno sui problemi della città: mai fuggito davanti alle mie responsabilità, lo testimoniano presenza e impegno costanti in Comuene, Provincia e all’interno delle Commissioni; avere milleduecento voti con il movimento “Taranto nel cuore”, dunque senza un soggetto politico alle spalle, la ritengo una grande soddisfazione».

 Articolo 04

Fosse andato in giunta, quale assessorato le sarebbe piaciuto ricoprire?

«Non nascondo che mi sono posto questa domanda; la mia storia professionale comincia con il ruolo di educatore di portatori di disabili, cui segue l’impegno all’interno di quella che un tempo veniva chiamata “Anffas”; sono successivamente passato all’interno dei ruoli Asl, occupandomi di tematiche minorili, ricoprendo per dieci anni il ruolo di giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Taranto; va da sé che la mia logica collocazione sarebbe stata quella ai Servizi sociali».

Taranto, industria, turismo, futuro.

«Non riusciamo ad allontanarci dalla logica dell’acciaio, un concetto dal quale difficilmente questa città riuscirà a smarcarsi; il nostro futuro potrebbe chiamarsi turismo, porto, viste le enormi potenzialità che il territorio offre in queste due direzioni; il porto, purtroppo, è ancora un esempio di immobilismo: potrebbe funzionare come alternativa alle logiche dell’industria siderurgica, invece si temporeggia, un esempio fra gli altri: si perde tempo per effettuare i dragaggi che consentirebbero l’accoglienza di navi dal carico importante. Ma Taranto è questa, lenta, pigra, quando ci vorrebbe poco per imprimerle una svolta per ripartire con un futuro più sereno e meno inquinante, in tutti i sensi».