«Riscrivo la mia vita»

John, nigeriano, ventotto anni

Sognava l’insegnamento, figlio unico, studiava in una scuola d’arte, poi il dramma. «Banditi fanno irruzione nel negozietto di famiglia e ammazzano mia madre, due colpi di pistola. Anche mio zio morto in modo simile. Fu mia zia a informarmi su quanto fosse accaduto». Lacrime interminabili, l’addio alla Nigeria, i lavori nei campi del Niger, infine prigionia e fuga dalla Libia, complice una guardia carceraria».

«Due colpi in pieno viso, lei si accascia a terra, inutili gli interventi della gente che in quel momento è lì vicina!». John, nigeriano di Edo State, ventotto anni, fede cristiana, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta il tentativo di rapina che costò la vita alla mamma, quarant’anni da poco compiuti. Uno degli episodi violenti che hanno segnato la sua di vita. In famiglia qualcosa di simile, e altrettanto violento, era già accaduto. Vittima lo zio, anche lui ammazzato per pochi soldi da banditi. «La vita – riprende John– non conta niente lì, tutti fanno di tutto: da piccolo ti tocca decidere, e alla svelta, cosa fare; se nella conta di “guardie e ladri”, tu fai parte dei primi, quanti cioè rispettano le regole del vivere civile, oppure degli altri, chi invece sostiene che il crimine paghi».

John, nero come il carbone, pupille che gli spiccano sul viso, sgrana gli occhi, torna indietro nel tempo. Ai suoi quindici anni, figlio unico, e alla zia paterna che gli comunicò la notizia della morte violenta della mamma. La donna si recò a scuola a trovare il nipote. Il ragazzo seguiva le lezioni nella Scuola dell’arte, dove stava imparando a scrivere la vita in modo corretto. La zia non voleva che il ragazzo apprendesse la notizia da altri, in modo violento. Tornando a casa, per esempio, rivolgendo lo sguardo verso il negozietto di generi alimentari di papà e mamma, dove nel frattempo si era formato un capannello. John, ricorda ancora quei momenti, piange. «Per me fu un duro colpo, dal quale mi sono ripreso a malapena: la mia vita, regolare fino a quel punto, aveva subito una brusca frenata, di lì a poco intorno sarebbe cambiato tutto!».

Foto articolo Storie 02 - 1

PIANGE JOHN, «SCUSATE IL MOMENTO DI DEBOLEZZA»

Seduto a un tavolo, sorseggia un “espressino”, posa la tazza, si stropiccia gli occhi. Fa effetto vedere una reazione simile in quel ragazzone. Un italiano approssimativo, chiede scusa di quello che giudica un momento di debolezza. Ci scusiamo noi, invece: fare i cronisti, infilandosi fra le pieghe di una storia, è cosa assai complicata. Il più delle volte, dolorosa, per tutti. Ma le storie di ragazzi come John, che fuggono dal loro Paese in cerca di un angolo di cielo, possibilmente sereno, vanno raccontate. Utili, come sono, anche a quanti arricciano il naso vedendo un ragazzo nero, nonostante sia mite, aggirarsi, mani in tasca, per le vie del Borgo antico, la Città vecchia. «La zia, la faccia sconvolta – riprende il racconto – mi prese in un angolo e cominciò a raccontarmi cosa fosse accaduto poco prima: la prese larga, partendo da frasi incoraggianti, prima di arrivare alla vera notizia, agghiacciante: la morte violenta di mamma, in quel modo e per mano di tre banditi, armati di una pistola e due fucili; prima che la zia arrivasse a conclusione, ricordo, cominciò a mancarmi il fiato: ero un ragazzino, ma già capivo i grandi e quelle frasi, morbide ma con dentro cose brutte; cominciano sempre con lo stesso tono: una dolcezza che comincia a tingersi di dolore; ecco il mio sfogo, mi torna nella mente quel giorno: le parole e l’abbraccio di mia zia, il pianto di mio padre che mi stringeva forte, le sue lacrime che sfioravano il mio viso».

Ha nella mente quel dramma, come glielo hanno raccontato familiari e vicini, clienti di quella piccola drogheria. «I “miei” – racconta John – vendevano generi di prima necessità, guadagni magri, ma sufficienti ad assicurarci una vita decorosa e a farmi studiare: da grande volevo fare l’insegnante; non so, i libri mi sono piaciuti fin da piccolo e l’idea di insegnare a qualcuno i valori della vita, mi ha sempre affascinato; ora quel sogno si è infranto, quei due colpi di pistola hanno messo la parola fine alle mie ambizioni e, quel che più conta, alla vita di mia madre».

Foto articolo Storie 01 - 1

«HO RIMESCOLATO I MIEI SOGNI»

John rimescola i suoi sogni, torna alla sua scelta, scappare dal suo Paese, pensare a un futuro lontano da regole violente. «Studiavo, giocavo al pallone, ma quei campetti di calcio non facevano più al mio caso, avevo perso la serenità, il sorriso; ero andato a vivere a casa della zia, fino a quando una malattia incurabile mi portò via anche lei; papà, nel frattempo, stava provando a rifarsi una vita, aveva una nuova compagna e io, figlio unico, potevo scegliere in modo autonomo, se restare – in quel clima da guerriglia urbana – oppure andare via, cercare fortuna».

Il suo viaggio, John lo tiene scolpito nella mente, giorno per giorno. «Arrivato in Niger – spiega – fui ospite di un signore che aiutai nei campi, una settimana: in cambio mi accompagnò ai confini con la Libia, passaggio obbligatorio per lasciare l’Africa e cominciare a vedere quella speranza della quale, da anni, parlavo con i miei amici; sette mesi in Libia, più o meno la metà fatta di grande sofferenza, tre mesi e due settimane recluso con miei connazionali in una prigione improvvisata».

«Sono stato picchiato – mostra le cicatrici John – torturato con un coltello: ho i segni addosso, sul naso, il resto del viso, sulle braccia; avevamo fame e ci passavano un piatto di spaghetti condito da un medicinale che ci indeboliva perché ci passasse la voglia di scappare; poi, un bel giorno, uno dei carcerieri, mosso a compassione, una notte ci fece fuggire; arrivati a Tripoli, io e miei compagni di fuga, ci riunivamo intorno a una enorme piazza: lì ogni mattina veniva gente con auto e furgoni, ci caricava e portava a lavorare nei campi; cinque mesi di lavoro, per mettere insieme i soldi utili per imbarcarci su un gommone e, finalmente, in Italia: in mare aperto, avvistati da una nave militare italiana, soccorsi e. una volta sbarcati, accompagnati a Catania; da lì viaggio in bus e l’arrivo a Taranto; qui è cominciata la mia nuova vita: guardo al passato con tristezza, più che con nostalgia, e al futuro con speranza».

“Una sfida da vincere”

L’accoglienza secondo Dante Capriulo

ll consigliere comunale e presidente della Commissione bilancio, dice la sua. “Sono nostri fratelli, hanno avuto la sfortuna di nascere in terre dove si soffrono fame e guerra”. L’impegno dell’Amministrazione. “Ripartire con una città più unita, l’industria è il tema del momento, ma guardiamo con fiducia al futuro, a cominciare dal turismo”.

Dante Capriulo, consigliere comunale e presidente della Commissione bilancio. Il suo impegno nell’accoglienza nasce in modo singolare, in un campo di calcio.

Abbiamo adottato in una nostra squadra di calcio dei ragazzi extracomunitari, dando loro una divisa, un paio di scarpette; giocavano in un campo sterrato, l’idea è venuta al tecnico Diego Lecce che ha voluto vederli in un vero campo di calcio; fra questi ce n’erano di bravi, tanto che alcuni li abbiamo anche tesserati con l’ASD Talsano; per alcuni di questi ragazzi, penso sia già un motivo di orgoglio giocare in una squadra di Promozione. Non perdiamo d’occhio, però, che il nostro lo vediamo come un impegno sociale: fare rispettare loro le regole, per esempio; svolgere opera di integrazione, certamente non farne dei fenomeni del perimetro di gioco”.

Anche sentendosi in qualche modo in minoranza, Capriulo è per l’ospitalità.

“Senza ombra di dubbio; papa Francesco nei giorni scorsi ha reso omaggio alla tomba di don Tonino Bello, il vescovo dell’accoglienza; ovviamente è un sistema che va regolamentato, è fuori discussione che non si possa vivere in un mondo senza regole: questi ragazzi che fuggono dalla guerra e dalla fame, sono nostri fratelli, nati purtroppo in un posto diverso. Dobbiamo rivolgere pertanto il nostro sguardo all’accoglienza, all’integrazione, al sentirci tutti esseri umani. E’ nostro compito aiutare chi invoca aiuto. Vero, a volte mi sento in minoranza, basti pensare ai voti raccolti dalla Lega anche a Sud, ma è una sfida che va giocata e vinta”.Foto articolo 01

Parliamo di Amministrazione locale, presidente della Commissione bilancio. Dissesto: Taranto è fuori dal tunnel?

Si incomincia ad intravedere la luce, una via d’uscita. I problemi, inutile nasconderlo, arrivano dal passato, dal dissesto più grande d’Italia in proporzione al numero di abitanti: Taranto ha registrato debiti per un miliardo di euro; oggi la parte debitoria resta, ancora da sgrossare, ma stimata intorno ai cinquanta milioni di euro; c’è poi la vicenda dei Boc (Buoni ordinari del Comune): la Corte di cassazione ha rinviato l’intero studio alla Corte d’appello per una ulteriore valutazione, quanto ha posto il Comune di Taranto in condizione di favore riconoscendo come certe operazioni del passato non fossero del tutto chiare; qualcosa di già visto e denunciato all’epoca dei fatti come consigliere di minoranza a proposito del prestito obbligazionario di 250milioni di euro. Dire che siamo fuori dal tunnel è ottimistico, ma stiamo cominciando a vedere l’uscita con grado di certezza”.

Qualche tensione in consiglio. Il suo intervento ha smorzato le polemiche: “Dobbiamo intervenire con dei ritocchi”, ha assicurato.

“Chi segue i dibattiti a certi livelli, sa che simili confronti sono fra i momenti più caldi. La coperta, purtroppo, è sempre corta rispetto alle esigenze dei cittadini; occorrerebbe il doppio delle risorse per far fronte alle istanze di questi: penso allo riasfaltare le strade, a sistemare zone degradate, a dare servizi, risposte ai servizi sociali, risolvere il problema delle case.

Esistono tanti problemi, ma non basta la sola volontà nel volerli risolvere: occorrono le risorse economiche e, da qui, nasce lo scontro sul bilancio; possiamo trovarci d’accordo sul 90% dei problemi, ma poi devi essere bravo a recuperare queste benedette risorse da stanziare; stiamo adottando una linea di risposta ad esigenze a nostro avviso fondamentali: su proposta del sindaco, Rinaldo Melucci, che riveste anche il ruolo di assessore alle Risorse finanziarie (ha la delega), abbiamo deciso di non aumentare la tassazione a carico dei cittadini; da un lato rinunciamo a risorse, praticando dunque tagli alla spesa; dall’altro, però, esiste la necessità di rispondere ad altri impegni essenziali: per esempio, i servizi sociali, con lo stanziamento di 38milioni di euro; poi intervenire sulla manutenzione ordinaria, le strade; la soluzione dei problemi sulle aree mercatali, nelle periferie della città; dobbiamo assicurare sostegno a tutti gli interventi del Cis, per ciò che attiene “personale” e “progettazione”; abbiamo pertanto cercato di definire un bilancio che aveva degli obiettivi impegnativi, cercando di utilizzare le sole risorse di cui disponevamo, facendo attenzione a non fare il passo più lungo della gamba: facile a dirsi, complicato a farsi”.

Foto articolo 02

Lei vanta esperienza, che foto oggi dà di Taranto?

“E’ una città divisa. Dal secolo scorso abbiamo contrasti irrisolti che ci hanno condotto in questa situazione. Non è un caso che sul tema dell’industria esistano due diverse scuole di pensiero: chi vorrebbe vedere su due piedi l’industria “ambientalizzata”, chi invece, senza mezzi termini, vorrebbe chiuderla; del resto anche i risultati delle ultime elezioni sono uno specchio di una città spaccata. Dobbiamo, allora, recuperare un senso di comunità; Taranto in realtà rispecchia quanto avviene su palcoscenici nazionali, una netta divisione sui temi principali. Mi viene in mente quello dell’accoglienza: cittadini contrari e cittadini a favore. Ecco, dobbiamo recuperare un senso di identità di città ed avere una visione di futuro”.

Taranto, città industriale.

“E’ ancora così, inutile nasconderlo. La “fabbrica” esiste, con i suoi dodici decreti, con i progetti di copertura dei parchi minerali che stanno proseguendo, ma anche con i contrasti: chi vuole chiuderla, chi vuole resti aperta; c’è L’Eni, il Ministero che ha autorizzato Tempa rossa: cerchiamo di impattare le ricadute di una simile decisione; la presenza della Marina militare, un’industria a tutti gli effetti, lo stesso Arsenale.

Dall’altro lato la città fa di tutto per diversificarsi nell’offerta: fare turismo, con l’ospitare navi da crociera, nobilitare le sue ricchezze, musei, mare, ipogei, Città vecchia e dunque la valorizzazione millenaria del Borgo antico. Siamo come un velivolo che vuole staccarsi dal suolo, ma che resta inchiodato a terra. Città divisa che vuole cambiare la propria storia, ma che ha difficoltà nel farlo”.

Qualche volta capita che…

Messaggi che restano e soddisfazioni che si raccolgono.

Non mi vergogno a dire che sono stato combattuto nella scelta del tema da affrontare in questo domenicale e, alla fine, è proprio un “Tema” che ho scelto anche spinto dalle parole di Papa Francesco sulla prossimità e sul messaggio che quotidianamente si può trasmettere anche senza accorgersene, frutto semplicemente dell’essere incontaminato che non frappone barriere o limiti fra il credo e il lavoro.

E il “tema” è quello che ha scritto Enrico, 16 anni, studente italiano che ha confessato quella che è una difficoltà diffusa ma superabile a ragionare su alcuni argomenti.

Voglio condividere con voi questa esperienza riportando integralmente il suo tema.

Qualche volta capita che viene a trovarci e si ferma a pranzo un vecchio amico di mia madre che fa il sociologo, è laureato in lettere e filosofia, scrive articoli e fa pubblicazioni, lavora con i pazienti psichiatrici e con i migranti e disprezza la parola “immigrati” perché dice che tutti siamo cittadini del mondo.

E, questa volta, è capitato nel momento giusto perché non avevo molte argomentazioni per affrontare il tema in oggetto e lui è sempre ricco di spunti di riflessione.

Ho approfittato dell’occasione e, devo ammettere, ho giocato anche sporco perché quando ho introdotto l’argomento ho registrato la conversazione di nascosto per non perdere nulla di ciò che avrebbe detto in proposito.

La sua prima riflessione mi ha stupito perché è convinto che i nuovi mezzi di comunicazione producono un divario profondo fra generazioni per la velocità con la quale si riproducono e che si tratta di una comunicazione anaffettiva nel senso che lo “strumento” allontana le persone piuttosto che aggregarle anche se in apparenza le fa sentire vicine e sempre raggiungibili.

Quando gli ho chiesto cosa volesse dire con queste affermazioni mi ha risposto che lui se ha voglia di sapere come sta una persona, o vuole sentirla o vuole fare semplicemente gli auguri per il compleanno la chiama o la incontra, ci parla direttamente e non usa SMS o W.A.

Su questo modo di fare nutre un disgusto profondo per esempio sulle persone che mandano, come dice lui in maniera “massiva” (che poi mi ha spiegato cosa significa ma non lo posso scrivere!) gli auguri per qualsiasi evento.

Mi porge il suo telefonino e mi chiede di guardarci dentro: ha 420 messaggi non letti! Sono rimasto stupito e ho chiesto perché non legge i messaggi e lui mi ha risposto in maniera secca: “Se qualcuno ha qualcosa da dirmi viene a trovarmi o mi chiama! Io intrattengo rapporti con le persone, non con il telefono!”.

Poi, tira fuori dalla sua borsa un mucchio di carte e dice: “Vedi, questi sono i miei appunti, le bozze dei miei articoli, le mie riflessioni, le cose che annoto di volta in volta. Senti il profumo della carta e dell’inchiostro quanto è intenso? Prova la sensazione che si sente a toccare questi fogli. Loro resteranno e invecchieranno, si ingialliranno e non moriranno quando qualcuno li riscrive su un PC . E guarda la bellezza delle cancellature fatte con la penna, sotto ci trovi i ripensamenti, la traccia di una riflessione che un PC non ti da”.

Io resto ad ascoltare mentre registro tutto per fare questo compito e lui, che si era accorto di tutto, mi dice: “Le nuove tecnologie ci stanno rendendo vecchi prima del tempo, ovvero fuori o vittime dei nuovi sistemi di comunicazione. E io in tutto questo vedo la degradazione e la mortificazione dei rapporti fra le persone!”

Ridendo e facendomi capire con un gesto che si era accorto che stavo registrando la conversazione con il telefonino per scrivere questo tema mi ha detto:”Non era più semplice e onesto chiedermi una intervista?”.

Ho provato vergogna perché poi abbiamo parlato, anzi ha parlato, della materializzazione di qualsiasi cosa, anche dei sentimenti, perché dire ad una persona “ti voglio bene” è diverso da mandare una faccina anonima sul telefono.”

Qualche giorno dopo ci siamo rivisti e gli ho chiesto del “tema” sul quale non aveva argomenti.

Mi ha dato la “brutta copia”, quella scritta a mano, quella che profuma.

Quella che conserverò fra le tante carte che profumano.

«Lavora e zitto!»

Yankouba, maliano, esperienza agghiacciante

«Altrimenti botte». Un classico quando si cade nelle mani di aguzzini. «Due mesi di lavoro, non ci davano da mangiare anche per tre giorni di seguito: guai a svenire…». Nessun titolo di studio, papà perso a causa di una malattia. «Sono stato investito vicino casa, poche cure e poi dimesso: trovassi un lavoro, soldi a casa per aiutare mio fratello piccolo a studiare». Riconoscente alla Marina italiana.

FOTO STORIE 04 - 1 copia«Lavora e fai silenzio!». Nessuno si azzarda a parlare, i ragazzi di pelle nera rastrellati in Libia per strada vengono convogliati in uno stanzone di un edificio fatiscente. Porte enormi e, purtroppo, solide. Tanto robuste da impedire che a qualcuno, chiuso sotto chiave, possa balenare l’idea di aprire, scardinare in qualche modo quei portoni e scappare ancora, riprendere la corsa verso la libertà. Yankouba, maliano, diciannove anni, fede musulmana, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta la sua storia. Simile, raccontiamo spesso, a quella di altri connazionali o amici per la pelle, nera, che i libici individuano con estrema facilità. Li catturano, come fosse una mattanza, li accerchiano, sempre con le cattive, mai con le buone. Senza mezzi termini, insomma, li spingono, per riunirli in spazi allo scoperto, cantine, edifici in disuso, masserie. Dormono, i ragazzi, in stalle, a un metro dalle bestie da accudire.

«A me e la gente catturata con me – racconta Yankouba – è successo anche di peggio: non solo botte, ma anche intere giornate senza toccare cibo; c’era chi non reggeva questo ritmo, sveniva, pregava il Cielo che queste tortura finalmente finisse: in un modo o nell’altro, che gli aguzzini si muovessero a compassione, gettando per strada i più deboli, oppure che ponessero fine a questa sofferenza, anche nel peggiore dei modi, con un colpo di pistola o di fucile alla nuca».

«Non sai mai da chi ti arriva un colpo di arma da fuoco – riprende il diciannovenne maliano – militari o civili, lì girano tutti armati; perfino i ragazzini, pericolosissimi, hanno in tasca una pistola: connazionali mi hanno raccontato di qualcosa come un gioco di società, “Se vuoi la libertà, scappa e non fermarti!”». Un tiro a segno, fatto di gare di precisione. Si misurano, questi assassini in erba, con la vita di questi ragazzi di passaggio e che hanno la sola sfortuna di cercare una via di fuga da persecuzioni. Stabiliscono chi è il più bravo, per così dire, a colpire un bersaglio in movimento. «Libia, tappa obbligatoria per tutti, la finestra che affaccia sul Mediterraneo e ci permette, non senza mille paure, e a costo di rimetterci la pelle, di cominciare a pensare a una vita diversa, lontano da persecuzioni politiche e dalla fame».

FOTO STORIE 01 - 1

VIVA L’ITALIA E LA MARINA ITALIANA

Yankouba racconta un pezzetto della sua vita. Non lo fa volentieri, premette: prima e ultima volta. Non è severo, cerca comprensione. Del resto agli italiani sarà grato a vita («Sono riconoscente alla Marina italiana, ha raccolto me e decine di miei compagni in mare mettendoci in salvo!»). Non è facile trovare le parole. Spiega a gesti, ingoia a vuoto, gli occhi lucidi. Gli fa male ricordare certi passaggi, ma ci prova, accetta di liberarsene, ma è come se avesse ancora un coltello piantato nel costato e qualcuno glielo rigirasse. Quando siamo disposti a rinunciare, invece, Yankouba trova il coraggio nelle parole. «Non ho potuto studiare nel mio Paese, non ne avevo le possibilità: mio padre è morto per malattia, dopo una lunga sofferenza, lasciando mamma, me e un fratellino; è anche per quest’ultimo che voglio trovare lavoro, qualsiasi esso sia, dopo la Libia sono disposto a enormi sacrifici: guadagnare soldi e spedirli a casa, questo voglio fare, perché lui non patisca quello che ho passato io».

Perde il papà da piccolo. Una malattia curabile, forse sarebbe stata sufficiente una vaccinazione, seguire una profilassi, perché il papà di Yankouba fosse strappato a morte certa. Poche cure in Mali, lo stesso giovane diciannovenne è stato vittima di una scarsa assistenza sanitaria, zoppica. «I medici fanno quello che possono – dice – chi non può pagarsi le cure, ha la vita praticamente segnata; quattro anni fa sono stato vittima di un incidente: investito da un mezzo, mi hanno dato assistenza come potevano, poi mi hanno dimesso dall’ospedale nel quale ero stato trasportato; funziona così, ti rimettono in piedi come meglio possono, poi sono affari tuoi. Ho una leggera zoppia, avrei bisogno di un intervento per rieducare la gamba e, se nel frattempo non sono subentrate complicazioni, riprendere a camminare normalmente».

FOTO STORIE 03 - 1

RESTO, LAVORO PERMETTENDO

In Italia per rimanerci, condizioni permettendo. «Dovessi trovare un lavoro – assicura Yankouba – ma uno qualsiasi, purché decoroso, non mi tiro indietro: al mio Paese, in Mali, lavoravo nei campi, concimavo terreni, mi dedicavo al raccolto».

Una vita non delle migliori. «Senza titolo di studio dovevo fare qualsiasi cosa, ma non mi sono mai tirato indietro: vivere fra stenti e vessazioni, ho preferito andare via, magari crearmi un futuro, guadagnare poco, ma mettere da parte quel denaro che potrei mandare a casa, per aiutare l’unico mio fratello, piccolo, a studiare; per lui vorrei che la vita non fosse così severa come lo è stata con me».

Torna in mente la Libia. «Dopo un viaggio fra difficoltà che non sto a ricordare, la Libia e due mesi da dimenticare: fermato insieme ad altre decine di fratelli neri, tutti al lavoro, a raccogliere olive, a spezzarci la schiena; poi, all’imbrunire, sorvegliati e reclusi in uno stanzone; un panino, nemmeno a parlarne, restavamo digiuni anche tre giorni di seguito; due enormi porte ci impedivano di andare via, scappare, come se non fosse bastata la fuga dal mio Paese; quando un bel giorno ci siamo dati coraggio gli uni con gli altri: abbiamo sfondato una delle due porte principali e via, non sappiamo nemmeno da che parte siamo scappati, abbiamo solo seguito l’istinto».

Ma anche in Libia qualcuno che ha cuore. «Tre mesi di lavoro – conclude Yankouba – per ripagare un uomo che ci dava assistenza, finalmente ci sfamava e ci aveva promesso che avrebbe provveduto a trovare un gommone sul quale imbarcarci: così è stato, mare aperto, una nave italiana in lontananza, finalmente salvi!».

«Sono nostri concittadini»

Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto

Visita la comunità islamica. «Importante il confronto culture diverse. Giusto impegnarsi per questa gente. Chiunque abbia altri pensieri per la testa è fuori luogo». L’impegno dell’Amministrazione per trovare un luogo di culto più accogliente.

Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, aveva fatto una promessa: fare visita alla comunità islamica presente in città. C’era stato un primo rinvio. Qualcuno aveva avanzato l’ipotesi che il primo cittadino si stesse smarcando da un impegno assunto frettolosamente. Invece, l’altro giorno il sindaco ha fatto visita alla comunità islamica nel suo luogo di culto, la moschea in via Cavallotti. Ad attendere Melucci, l’imam Hissen Chiha, e decine di fedeli musulmani.

Sindaco, con questa sua visita ha sconfessato chi diceva che avrebbe declinato “a causa impegni improrogabili”. 

«Qualsiasi persona abbia una moderata intelligenza e sia moderatamente moderna, troverà sempre interessante confrontarsi con culture diverse; poi, francamente, non trovo nulla di sorprendente fare visita alla comunità islamica: sono nostri concittadini, dunque, al pari di come visitiamo i luoghi di culto cristiani, non vedo per quale motivo non si possa fare visita a una moschea; la novità, semmai, risiede nel fatto che è giusto impegnarsi per questa gente, queste famiglie: poco manca che si sbarchi su Marte; chiunque abbia altri pensieri per la testa, è fuori luogo; la nostra è un’Amministrazione del terzo millennio e quanti ho incontrato in questa occasione sono miei concittadini a tutti gli effetti, al pari del resto dei tarantini».

Foto articolo sindaco 6 - 1

Durante l’incontro ha piuttosto rilanciato: venite ad insegnarci l’arabo.

«In realtà sono più pragmatico, ho sulle mie spalle l’esperienza dell’imprenditore, dunque dico a questi nostri fratelli e concittadini di trovare insieme il modo – anche nello scambio culturale, religioso –  di fare attività produttiva, individuare interessi con i rispettivi Paesi d’origine; la provocazione “imparare insieme l’arabo” sottintende coinvolgere i sistemi di impresa, nostro e loro; come a dire: massima disponibilità e accoglienza nei confronti tutte le culture in cambio di una fattiva partecipazione alla crescita di questo territorio».

Dicono giri poco, sindaco, ma oggi ha incontrato volti conosciuti ai più, gente che sbarca il lunario impegnandosi nei mercati, per le strade della città, vendendo ombrelli, prodotti artigianali, chincaglierie.

«E’ vero, giro poco e qualcuno mi rimprovera per questo; giro poco, però, perché stiamo lavorando tanto; a questi ragazzi, come al resto dei giovani di questa città, chiedo di investire con coraggio sul territorio, nelle aziende, ovviamente nel rispetto delle regole, nella massima trasparenza: si può fare impresa, si può crescere insieme; è molto bello vederli qui, entusiasti – tarantini a tutti gli effetti, posso dirlo, sì? – vorrei perfino vederli allo stadio; lo dico con il sorriso, personalmente non ragiono con le categorie come magari fanno altri: giro poco in generale, ma valeva la pena far sentire a questi ragazzi la massima vicinanza nei giorni in cui, in tutto il mondo, c’è chi strumentalizza il colore della pelle, la religione; sono papà di tre bambini e quando vedo in tv filmati su quanto accade in Siria non posso far finta di niente, voltare la testa altrove; dunque, anche se giro poco, perché lavoro per la città, ho pensato fosse giunto il momento di manifestare vicinanza, dare calore a questi ragazzi».

Foto articolo sindaco 7 - 1

Sindaco, l’imam, oltre all’invito l’ha sensibilizzata nel trovare locali più accoglienti per una comunità, quella islamica, già numerosa per raccogliersi in preghiera. Lei ha accettato l’invito, forse con riserva.

«Nessuna riserva, invece: lo facciamo e basta, troveremo una collocazione più adeguata, ma servono i tempi, le risorse  per progettare in accordo con le loro esigenze, che poi sono al pari di altri cittadini; l’impegno è da considerarsi già in agenda, nessuna cautela; oggi è però importante metterci alle spalle il dissesto, chiudere le grandi vertenze industriali; a partire dal prossimo anno avremo una certa agibilità nella spesa pubblica: il compito di un ente pubblico non è fare profitto, ma restituire con il pareggio di bilancio i servizi ai cittadini».

Una provocazione, nella conversazione in moschea ha lanciato l’idea di istituire un Assessorato all’accoglienza e ai rapporti interculturali.

«Era una battuta. Molti mi dicono di essere poco attento alla carta d’identità, lo confermo: sono attento, infatti, esclusivamente alle competenze per il bene della mia comunità e dunque, da qui alla fine del mio percorso amministrativo, non escluderei che ci possa essere un primo assessore di passaporto non italiano».