Giocare bene, fa bene!

A tutti piace giocare, a qualsiasi età e soprattutto se si può godere delle ferie.

A tutti piace viaggiare, vedere luoghi nuovi, conoscere persone nuove, staccare la spina dalla quotidianità.

Vittima di questo caldo torrido, anche a me è venuta voglia di viaggiare, visitare culture che non conosco, giocare!

Si, sono stanco: voglio giocare!

Non ai soliti giochi (non mi accontento mai!): siccome non posso viaggiare fisicamente, ho incominciato il mio viaggio intorno al mondo usando internet che, usato bene, da i suoi frutti.

E, oggi, voglio condividere con voi i frutti di un pezzo di questo veloce viaggio all’insegna del gioco.

Vi sembrerà strano, forse attribuirete a questo domenicale l’effetto del caldo.

Invece no: giocare bene, fa bene!

Provate, ma non lo fate da soli, coinvolgete i vostri figli, altri bambini, altre persone: il gioco unisce ed è forse una delle poche soluzioni all’isolamento, alla solitudine.

Buona domenica. 

 

CHIWEWI  –  NIGERIA

ChiwewiGioco di movimento, da farsi in uno spazio ampio. I giocatori, disposti in cerchio, devono saltare una corda che il conduttore, fermo in mezzo a loro, fa girare tenendola per un’estremità. Chi viene toccato dalla corda, esce dal cerchio. Vince l’ultimo giocatore rimasto in gara. Per facilitare la rotazione della corda, è bene legare un sacchetto pieno di sabbia (o dei fagioli secchi…) alla sua estremità in movimento.

 

 

CHOKO  –  GAMBIA

Gioco da tavolo, per due giocatori. Si disegna uno schema rettangolare di cinque caselle di base per cinque di altezza. Ciascun giocatore prende dodici sassolini di un colore diverso da quelli dell’avversario. In Gambia si gioca di solito con pezzetti di legno di diversa lunghezza (chiamati kala e bonõ ). A turno, i due giocatori posano un sassolino in una qualsiasi casella libera del tavoliere. Finché il primo giocatore posa un sassolino, il secondo deve fare la stessa cosa. Quando il primo giocatore decide di non posare più sassolini, ma di muoverne uno di un posto (in orizzontale o in verticale, ma non in diagonale), il suo avversario può posare un sassolino o muoverne un altro. Se posa un sassolino, il primo giocatore deve fare la stessa cosa finché lui non ne muove uno e così via. Per mangiare un sassolino avversario (e toglierlo dal tavoliere) bisogna saltarlo (sempre muovendo in orizzontale o in verticale) e atterrare in una casella libera. Chi mangia un sassolino avversario ne può togliere dal tavoliere anche un altro, scegliendolo tra quelli ancora in gioco. Quando tutti i sassolini sono stati posati sul tavoliere, muove per primo il secondo giocatore. Vince chi riesce a eliminare tutti i sassolini dell’avversario.

 

LAGAN BURI  –  SENEGAL 

Gioco movimentato, da fare all’aperto. Si traccia a terra una base, in cui prendono posto tutti i giocatori. Uno di loro riceve un fazzoletto, che va a nascondere, mentre tutti gli altri gli voltano le spalle e si coprono gli occhi, in modo da non vedere assolutamente ciò che lui sta facendo. Quando il fazzoletto è stato nascosto, il giocatore grida «Buri!»  e i suoi compagni si mettono a cercare l’oggetto scomparso. Chi trova il fazzoletto, lo prende con sé e insegue i compagni, cercando di toccarli prima che riescano a mettersi in salvo nella base da cui sono partiti. Chi viene toccato, viene eliminato e si siede in disparte. Il giocatore che ha trovato il fazzoletto va a nasconderlo (mentre i compagni non guardano…) e così via. Vincono gli ultimi due o tre giocatori ancora in gara quando tutti gli altri sono stati eliminati.

 

ISSEREN  –  LIBIA 

Gioco tranquillo, può essere giocato ovunque con sei bastoncini lunghi un palmo, piatti da una parte e tondeggianti dall’altra. Li si può ottenere da tre rametti cilindrici tagliati a metà nel senso della lunghezza. A turno, i giocatori lanciano in aria i sei bastoncini e li lasciano cadere a terra. Un punto per ogni bastoncino che si ferma con la parte piatta rivolta verso l’alto. Vince il giocatore che raggiunge per primo i venti punti.

 

SHAX  –  SOMALIA
Gioco 02Gioco da tavolo per due giocatori, di semplice realizzazione. Si disegna su un foglio un quadrato, se ne tracciano le due diagonali e si uniscono i punti centrali dei due lati opposti. Ogni giocatore ha tre monete differenti da quelle dell’avversario. Ciascun giocatore, a turno, posa una delle sue tre monete, alternandosi con l’avversario, su un punto di unione di due o più righe. Quando tutte e sei le monete sono in gioco i due giocatori, sempre alternandosi tra di loro, muovono una moneta di un posto, fermandosi in un punto di incontro di due o più righe libero. Non si possono saltare le altre monete (né le proprie né quelle dell’avversario). Vince chi riesce a disporre per primo le sue tre monete su di un’unica riga. Se la stessa serie di mosse viene ripetuta per tre volte consecutive, la partita viene considerata pari.

«Essere insignificanti…»

Soulemane, ventidue anni, guineano

«Non contiamo nulla, non esiste rispetto. Perseguitato, picchiato selvaggiamente, costretto a scappare a causa di conflitti etnici». Un titolo di studio, la voglia di imparare, a cominciare dall’italiano. «Riconquistare la serenità: missione impossibile».

Storie H 02

«Le persone nel mio Paese non contano». «E il senso di disperazione: anche quello non finirà mai». Soulemane, guineano, ventidue anni, in Italia da appena un mese, si assicura che la traduzione sia conforme all’originale. Come fosse una dichiarazione da mettere agli atti. Atti di dolore, nel suo caso. In fuga da Conakry, capitale della Guinea, perseguitato da militari e civili. Motivi politici, ci spiegherà. Gli stessi che hanno spinto altri suo connazionali a compiere una scelta dolorosa, tagliare le proprie radici e darsi alla fuga. «Il modo peggiore di lasciare la tua terra – spiega – la propria famiglia; un gesto amaro, che sa di resa, che mai avrei pensato di fare quando da ragazzino ho cominciato a stare fra i banchi di scuola: non è questo che ci insegnavano, il rispetto era alla base di tutto, invece ecco come è andata a finire».

Allahssane, senegalese, comprende l’amarezza del ragazzo. Ci fa da interprete. Soulemane parla dialetti arabi, ma anche francese, lingua ufficiale della “sua” Guinea. O, almeno, l’idea che fino a qualche tempo fa aveva dello Stato in cui è nato ed aveva vissuto, studiando fino alle scuole superiori, con lo scopo di diventare qualcuno. Certamente non uno che scappa di fronte a minacce e continue percosse. «Ho lasciato a malincuore la mia città – riprende, amaro – e mio padre e mia madre, non c’erano alternative: da tempo è in atto un conflitto etnico, nonostante sia nato e vissuto lì, chi ha un’estrazione diversa da quella “eletta”, viene quotidianamente minacciato e picchiato: è quanto accadeva a me personalmente e gente del mio stesso quartiere; non c’era giorno che non facessero un blitz».

E il brutto è che Soulemane le prendeva dai militari e dai civili, milizie in qualche modo autonome, che fanno il bello e il cattivo tempo. Questi, in buona sostanza, fanno il lavoro sporco. Non hanno alcuna divisa, ma girano armati e, impuniti, picchiano chiunque a loro giudizio non sia un vero guineano. «Sono stati i miei genitori a spingermi ad andare via, non ne potevano più di vedermi tornare a casa pieno di sangue, ferite ed escoriazioni, risultato di accerchiamenti e botte, picchiato fino a quando non mi usciva sangue dal naso, dal viso; escoriazioni ovunque, perché l’aggressione continuava fra le risate generali dei miei aguzzini, che mi pestavano, mettevano in ginocchio, mi rifilavano calcioni ovunque facendomi rotolare a terra».

Storie H 04

I genitori scuotono Soulemane che ha chiaro nella mente che, prima o poi, arriverà il giorno in cui qualcuno gli pianterà in corpo una pallottola. Storie, purtroppo, già viste. Costate la vita ad amici e conoscenti del ventiduenne guineano. «Papà e mamma, un brutto giorno, dopo l’ennesimo pestaggio, dopo essersi presi ancora una volta cura di me, mi dissero che non c’era alternativa alla fuga: meglio saperti lontano con un sorriso, la voglia di vivere e non tenerti qui, dolorante e addolorato, una continua maschera di sangue».

Scappa Soulemane. «Qui le persone non contano – ripete – fossero numeri all’esterno si avrebbe la percezione di quanto accade nel mio Paese, ma non si sa che fina facciano in molti: scomparsi nel nulla; devi camminare a testa bassa, se vedono che alzi lo sguardo, è la fine, ti prendono e te le danno di santa ragione, quella è la punizione inflitta – secondo loro – “a chi non ha rispetto per i veri guineani”; e questa, francamente, a oggi non l’ho ancora capita».

La scuola, gli studi. «Fra i banchi ti insegnano l’educazione civica, la storia del tuo Paese, un’idea che più avanti sarà disattesa dai fatti delittuosi molti dei quali non sono a nostra conoscenza: chi non fa ritorno a casa, invece di essere dato per scomparso, viene dato per disperso o, nella migliore delle ipotesi, in fuga dalla Guinea; ho imparato il francese, la lingua ufficiale del mio Stato, ora voglio imparare l’italiano, questo sta diventando il mio chiodo fisso, da quando lo scorso 11 luglio ho messo piede in Italia».

La fuga e l’arrivo in Italia, non comincia e si conclude in un breve lasso di tempo. «Due anni – ricorda Soulemane – è durato il mio lungo viaggio verso la libertà, passando da un villaggio all’altro, da uno Stato all’altro, fino a quando pensi che arrivando in Libia, qualcosa che assomigli alla libertà stia per arrivare: invece, niente…».

Storie H 03

La Libia dovrebbe essere la porta d’accesso all’Europa, alla speranza. «Dopo un anno e mezzo di viaggio, alle spalle la mia Guinea, non pensavo dovesse andare peggio: ancora civili armati, pistole e fucili, a tracolla o infilati nei pantaloni; mi fermano e mi imprigionano; la musica è sempre la stessa: “…Rovesciati le tasche, spogliati, vogliamo i tuoi soldi: chi fugge ha sempre del denaro con sé!”; non avevo nulla se non attacchi di paura ogni volta che qualcuno di questi si avvicinava con fare minaccioso: ci scappava sempre un calcio nel fianco o un violento colpo con la canna del fucile, dolori atroci; la prigionia durò sette, otto mesi a pane e acqua, ogni tanto un piatto di pasta, ma la razione di cibo una sola volta al giorno, quando ci andava bene».

Finalmente la fuga, un imbarco di fortuna e, infine, l’Italia. «Voglio riprendere a studiare, ricomincio dall’italiano, non c’è cosa che non riesca a fare: il mio impegno è totale, qualcosa sto imparando; sto conoscendo gli italiani: gesticolano, alzano il tono della voce, ti ripetono le frasi poco per volta; comincio a comprendere il senso di rispetto dal suono delle parole, dal sorriso».

Soulemane ricomincia dal rispetto e dal sorriso, qualcosa che gli mancava da tempo. «Non chiedetemi, però, se mai mi sentirò completamente sereno: con quello che ho passato non sentirò mai in pieno cosa significhi la tranquillità, di questo ne sono certo».

L’ultima scommessa vinta

Torniamo sull’esperienza della cucina multietnica di Costruiamo Insieme

In casa di Costruiamo Insieme le pratiche di integrazione continuano il loro percorso, ormai inarrestabile, come punto centrale delle attività di ogni giorno e della programmazione.

E così, prende forma all’interno del CAS “Cavallotti” di Taranto la cucina multietnica che rappresenta una ulteriore opportunità di incontro fra culture e tradizioni ma, anche e soprattutto, la dimostrazione tangibile di quella comune volontà di fondare l’incontro sul rispetto dell’altro, sullo scambio reciproco di esperienze e conoscenze.

Il collega Claudio Frascella ha descritto in maniera puntuale questa esperienza qualche giorno fa sul nostro sito.

Per chi avesse perso questa bella, interessante lettura, riproponiamo il pezzo di Claudio Frascella per la capacità di affrontare il tema analizzandolo da diversi punti di vista.

Costruiamo Insieme, da oggi “menù” per tutti

Cipolla e peperoncini a go-go. E’ la tavola la vera ricetta dell’integrazione. Cucina professionale e uno staff dedicato ai diversi ospiti. Il cibo, dicono nella sede di via Cavallotti, nutre anche l’anima, fa rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Anche, se non soprattutto, la cucina, il cibo, rappresentano occasione di scambio culturale. Stando a un attento studio sull’alimentazione, quattro stranieri su dieci dicono di aver cucinato per amici o conoscenti italiani piatti del proprio Paese d’origine e nel giro di qualche “seduta” si sono trovati ad insegnare le proprie ricette ai loro ospiti. Sempre gli stranieri. La metà del campione esaminato su vasta scala, inoltre, ha partecipato a pranzi o cene a base di cucina multietnica.

Secondo una ricerca, e per stessa ammissione degli stessi ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza, piatti della propria tradizione rappresentano una parte importante dell’alimentazione. Soprattutto, confermano, perché nutrono l’anima,  facendo rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Dunque, cipolla e peperoncini “a go-go”. O, se preferite, “come se piovesse”. Più semplicemente, “finalmente, condite le vostre pietanze come preferite!”. Partendo dallo studio appena considerato, Costruiamo Insieme corona un altro sogno: la cucina multietnica. Da oggi, la cooperativa con sede in via Cavallotti, confeziona per i suoi ospiti menù a misura di tradizione gastronomica.

COPERTINA BUONA Cucina 01

E’ UN GRAN GIORNO…

E’ un bel giorno, lo festeggiano insieme gli operatori e gli stessi ragazzi che di questo altro step verso un’accoglienza, a ragione, ne fanno un vanto. E’ la vittoria del lavoro e della sensibilità. Di più, del lavoro, della sensibilità e del rispetto. Perché la cucina di via Cavallotti, nel rispetto di qualsiasi norma, non è solo «primo, secondo e companatico», ma rispetto delle tradizioni e della cultura di ciascun ospite della struttura. Da oggi, nigeriani, senegalesi, maliani, guineani, hanno il loro menù. Carico, diciamo noi, di cipolla o peperoncino, in una sola parola “speziato”. Poco importa, così piace a loro, così sia.

Pensiamoci un attimo. Non è conquista da poco in un clima non sempre idilliaco o poco chiaro fra accoglienza e respingimenti. E’, invece, un investimento controcorrente. Momento critico, futuro incerto: invece di segnare il passo e provare a comprendere che aria tira, viene fatto un investimento importante. Non solo strumenti di cottura moderni che farebbero invidia a più di qualche ristorante, ma anche risorse umane: fra spezie e fornelli, ci sono ragazzi con il bernoccolo della cucina. Avevano maturato esperienza nel Paese di provenienza o, più recentemente, frequentato corsi di formazione per aspiranti cuochi. Adesso hanno mestiere e lavoro. Da questo momento potranno crescere professionalmente e pensare al loro futuro con quel briciolo di serenità che gli mancava dal momento in cui avevano deciso di andare altrove a cercare fortuna.

Sappiamo quanto siano difficili gli italiani con la cucina quando compiono viaggi di lavoro o puro divertimento all’estero. A volte tornano. Magri, smunti, con qualche chilo in meno. Il che non guasterebbe, se di mezzo non ci fosse una dieta forzata “…perché come si mangia in Italia, non si mangia da nessuna parte!”.
COPERTINA BUONA Cucina 03

QUANDO SIAMO ALL’ESTERO, QUANTO CI MANCA LA NOSTRA CUCINA?

In parte è vero, ma se solo per qualche istante, non scappassimo e restassimo con le gambe sotto un tavolo, a sforzarci di comprendere cosa sia la cucina, per gli italiani quanto per gli stranieri, gli extracomunitari in questo caso, avremmo già compiuto metà del nostro lavoro. Intanto, risvolto psicologico: da decenni gli italiani non emigrano più necessità, dunque se ci muoviamo lo facciamo per rapporti lavorativi o per vacanza. Dunque, mettiamo in preventivo che per una, due settimane, dovremo rinunciare a pasta asciutta e pizza margherita, «…come solo da noi le sanno fare!». Spesso non siamo soddisfatti ugualmente, cominciano a mancarci, in ordine sparso, tovaglia a fiori, tovaglioli in sintonia, posate, profumo che si sprigiona dai fornelli. In una considerazione: «Sì, all’estero si sta bene, luoghi di incanto, ma quanto ci manca il nostro ragù!».

Siamo all’estero. Ribaltiamo per qualche istante, non di più, il concetto. Poi ognuno è padrone di rimettere le sedie sotto al tavolo, dare un’occhiata poco invitante al conto rispetto al menù appena consumato, e andare via. Ma prima di avere nostalgia della vostra cucina o del ristorante sotto casa, pensate un istante: ragazzi che fino a pochi giorni, settimane prima, l’unico suono familiare che avevano nelle orecchie non era l’acqua che bolle o il profumo di una pietanza del loro Paese, bensì il fischio di pallottole ad altezza d’uomo e «Si salvi chi può!».

A TAVOLA, RIVIVONO ATMOSFERA E SAPORI DI CASA

L’ultimo straziante abbraccio con i familiari, per chi ne ha ancora, la fuga disperata, il gommone, il barcone, il mare aperto. Una distesa immensa, il pericolo che l’imbarcazione di fortuna a cui ci si è aggrappati possa andare a fondo e, più di una volta, vedere le speranze di chi non ce l’ha fatta galleggiare a vista.

Ecco perché in un mare di indifferenza la cucina multietnica suona come una vittoria. E’ un altro passo avanti scritto a caratteri di scatola. Riconciliare gente in fuga con la propria tradizione, la propria cultura, cominciando dall’alimentazione. Non chiedendo loro uno sforzo nel cambiare abitudini perché così è più comodo per chi si inventa l’accoglienza, bensì andando incontro agli extracomunitari cominciando dalle spezie, dalla cipolla e dal peperoncino. Per un motivo molto semplice: perché a loro piace così. E perché, si diceva, il cibo nutre l’anima, e fa rivivere  atmosfera e sapori di casa anche solo per il tempo di un pasto.

«La mia vita, una lotteria!»

Alfa, trent’anni, ivoriano

«Conservo gelosamente la mia tuta da meccanico. Grazie a questa scampai a un campo di prigionia e trovai lavoro. Ho lasciato la mamma, conto di riabbracciarla presto. Il mio viaggio: tremila euro per salire su un gommone con quaranta di febbre…». Soccorso da una nave militare, è in Italia dallo scorso 11 luglio.

STORIE D 09 «La mia vita, una lotteria!». «Vinta!», racconta Alfa, ivoriano, trent’anni, perseguitato politico, sbarcato in Italia lo scorso 11 luglio. «Prima l’ho scampata bella in Costa d’Avorio, dove è sempre guerra civile; poi, in Libia, dove sono stato imprigionato a lungo, ostaggio di una banda di malavitosi che cercava danaro in cambio della mia libertà: eravamo in cento, in un campo, quando è arrivato un uomo, ben vestito, che fra tutti ha indicato me per portarmi via». Riscattato, Alfa. C’è un motivo. «Quel signore, che il Cielo lo assista ovunque sia in questo momento, mi ha visto con addosso la mia tuta da lavoro, quella di meccanico – me lo ha spiegato dopo… – e non ha avuto difficoltà a indicarmi ai miei carcerieri: voglio quello!».

Meccanico, Alfa. Non un meccanico di quelli che scivolano sotto le auto, svitano e avvitano bulloni. Ma di tir, bestioni meccanici che fanno un solo boccone di autostrade, provinciali e strade dissestate che siano. Non li ferma nessuno, se non qualche avaria, tanto da dare lavoro al suo datore e allo stesso Alfa. «Aveva un’officina, il mio benefattore, aggiustava auto ma soprattutto autotreni, camion con rimorchio; la meccanica mi ha sempre affascinato, un giorno mi piacerebbe aprire una grande officina per dare assistenza a chi ha bisogno di un’occhiata al motore del proprio mezzo: è il lavoro che facevo nel mio Paese dal quale sono scappato senza poter portare cose con me; se non il dolore nel cuore, per aver lasciato mamma: addosso la mia divisa da lavoro, quella di meccanico, che non volendo mi ha sottratto alle continue e inspiegabili torture e botte dei miei carcerieri».

Strana la vita di Alfa. «Fuggi da un Paese nel quale si può dire ci sia un conflitto al giorno, arrivi in un’altra nazione e ti accorgi che hai corso migliaia di chilometri verso la libertà, e che invece la strada da compiere è ancora lunga: ti catturano come fossi una bestia, ti spingono in un campo recintato e ti fanno sorvegliare da gente armata fino ai denti; è in certi momenti che ti chiedi se essere fuggito sia stata la cosa migliore da fare; morire lontano da casa non è una bella prospettiva».

STORIE D 01 Torniamo alla lotteria e alla ricerca della felicità. «A febbraio dello scorso anno – ricorda Alfa, tornando indietro nel tempo, usando pollice, indice, medio per contare i mesi di fuga – scappo via dalla “Costa”, lascio la mamma, le prometto di tornare a riprenderla e in un anno attraverso Burkina e Niger; arrivo in Libia, dove vengo bloccato con le cattive fino a quando non arriva il proprietario dell’officina in cui ho lavorato per guadagnare qualcosa; quei soldi mi permettono di pagarmi la traversata fino all’Italia: non importa se su un gommone, un altro mezzo di fortuna, lì non volevo restarci più! ».

Mette insieme quello che può, nel cuore la speranza e la promessa fatta alla mamma rimasta a casa. «Non sono sposato, non ho legami, è lei la mia famiglia, lei è stata a dirmi di fuggire perché malintenzionati mi stavano cercando per picchiarmi: è così in Costa d’Avorio, la guerra civile sembra finita, il vecchio presidente e sua moglie sono stati condannati per crimini contro l’umanità, invece chiunque si sente autorizzato a giudicare e condannare: la situazione è complessa, per questo sono venuto via dal mio Paese, è stata dura dove accettare tutto in pochi istanti e fuggire senza riflettere; un colpo di spugna al passato, senza pensarci su, ma con dentro un dolore che difficilmente riuscirò a cancellare: trent’anni, una vita!».

Finalmente Alfa mette insieme una buona cifra per pagarsi il viaggio. Cinquemila dinari libici, tremila euro. «Tanto mi è costato il biglietto della speranza, del resto anche qui, in Italia, dite “bere o affogare”: non c’era altra via di fuga da persecuzioni e torture, tanto valeva spezzarsi la schiena e mettere insieme un dinaro dopo l’altro».
STORIE D 06

Ricorda il viaggio per l’Italia. «Non so cosa mi fosse successo, avevo quaranta di febbre quando mi imbarcai, non potevo più rimandare il viaggio: o quella sera o mai più; sempre il mio “salvatore” mi mise in contatto con chi organizzava questi viaggi e mi accompagnò all’imbarcazione; rischiavo il collasso, tanto era alta la febbre: mi feci forza e, un piede dopo l’altro, salii a bordo del gommone per il mare aperto».

Era calato da poco il buio. «Dovevano essere le otto di sera quando partimmo, una immensa distesa di inchiostro nero, non ricordo altro: mare e orizzonte erano la stessa cosa, non si distingueva dove finiva uno e dove cominciasse l’altro; io ero su un fianco del gommone, mi riparavo dal movimento degli altri passeggeri che a causa dei movimenti bruschi dell’imbarcazione, rischiavano di metterti sotto i piedi; arrivò il mattino, prima il freddo, poi un caldo insopportabile, da stare male più di quanto già non soffrissi».

Una cosa, però, Alfa la ricorda. «Erano le 18 del giorno dopo la partenza, guardai il mio orologio da polso, l’unico bene che avevo, meno prezioso solo della tuta da meccanico».

Una nave militare italiana avvista il gommone con a bordo Alfa e un altro centinaio di passeggeri. Tutti a bordo. Il trentenne ivoriano viene sottoposto alle prime cure, giunge in terraferma con ancora qualche linea di febbre. «Oggi sono qui, il mio sogno nel cassetto è un’officina: indosserei la stessa tuta che mi ha salvato, se non fosse che la conservo gelosamente, forse le devo la vita. Anzi, senza “forse”…».

«Cucina multietnica!»

Costruiamo Insieme, da oggi “menù” per tutti

Cipolla e peperoncini a go-go. E’ la tavola la vera ricetta dell’integrazione. Cucina professionale e uno staff dedicato ai diversi ospiti. Il cibo, dicono nella sede di via Cavallotti, nutre anche l’anima, fa rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Anche, se non soprattutto, la cucina, il cibo, rappresentano occasione di scambio culturale. Stando a un attento studio sull’alimentazione, quattro stranieri su dieci dicono di aver cucinato per amici o conoscenti italiani piatti del proprio Paese d’origine e nel giro di qualche “seduta” si sono trovati ad insegnare le proprie ricette ai loro ospiti. Sempre gli stranieri. La metà del campione esaminato su vasta scala, inoltre, ha partecipato a pranzi o cene a base di cucina multietnica.

Secondo una ricerca, e per stessa ammissione degli stessi ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza, piatti della propria tradizione rappresentano una parte importante dell’alimentazione. Soprattutto, confermano, perché nutrono l’anima,  facendo rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Dunque, cipolla e peperoncini “a go-go”. O, se preferite, “come se piovesse”. Più semplicemente, “finalmente, condite le vostre pietanze come preferite!”. Partendo dallo studio appena considerato, Costruiamo Insieme corona un altro sogno: la cucina multietnica. Da oggi, la cooperativa con sede in via Cavallotti, confeziona per i suoi ospiti menù a misura di tradizione gastronomica.

COPERTINA BUONA Cucina 01

E’ UN GRAN GIORNO…

E’ un bel giorno, lo festeggiano insieme gli operatori e gli stessi ragazzi che di questo altro step verso un’accoglienza, a ragione, ne fanno un vanto. E’ la vittoria del lavoro e della sensibilità. Di più, del lavoro, della sensibilità e del rispetto. Perché la cucina di via Cavallotti, nel rispetto di qualsiasi norma, non è solo «primo, secondo e companatico», ma rispetto delle tradizioni e della cultura di ciascun ospite della struttura. Da oggi, nigeriani, senegalesi, maliani, guineani, hanno il loro menù. Carico, diciamo noi, di cipolla o peperoncino, in una sola parola “speziato”. Poco importa, così piace a loro, così sia.

Pensiamoci un attimo. Non è conquista da poco in un clima non sempre idilliaco o poco chiaro fra accoglienza e respingimenti. E’, invece, un investimento controcorrente. Momento critico, futuro incerto: invece di segnare il passo e provare a comprendere che aria tira, viene fatto un investimento importante. Non solo strumenti di cottura moderni che farebbero invidia a più di qualche ristorante, ma anche risorse umane: fra spezie e fornelli, ci sono ragazzi con il bernoccolo della cucina. Avevano maturato esperienza nel Paese di provenienza o, più recentemente, frequentato corsi di formazione per aspiranti cuochi. Adesso hanno mestiere e lavoro. Da questo momento potranno crescere professionalmente e pensare al loro futuro con quel briciolo di serenità che gli mancava dal momento in cui avevano deciso di andare altrove a cercare fortuna.

Sappiamo quanto siano difficili gli italiani con la cucina quando compiono viaggi di lavoro o puro divertimento all’estero. A volte tornano. Magri, smunti, con qualche chilo in meno. Il che non guasterebbe, se di mezzo non ci fosse una dieta forzata “…perché come si mangia in Italia, non si mangia da nessuna parte!”.
COPERTINA BUONA Cucina 03

QUANDO SIAMO ALL’ESTERO, QUANTO CI MANCA LA NOSTRA CUCINA?

In parte è vero, ma se solo per qualche istante, non scappassimo e restassimo con le gambe sotto un tavolo, a sforzarci di comprendere cosa sia la cucina, per gli italiani quanto per gli stranieri, gli extracomunitari in questo caso, avremmo già compiuto metà del nostro lavoro. Intanto, risvolto psicologico: da decenni gli italiani non emigrano più necessità, dunque se ci muoviamo lo facciamo per rapporti lavorativi o per vacanza. Dunque, mettiamo in preventivo che per una, due settimane, dovremo rinunciare a pasta asciutta e pizza margherita, «…come solo da noi le sanno fare!». Spesso non siamo soddisfatti ugualmente, cominciano a mancarci, in ordine sparso, tovaglia a fiori, tovaglioli in sintonia, posate, profumo che si sprigiona dai fornelli. In una considerazione: «Sì, all’estero si sta bene, luoghi di incanto, ma quanto ci manca il nostro ragù!».

Siamo all’estero. Ribaltiamo per qualche istante, non di più, il concetto. Poi ognuno è padrone di rimettere le sedie sotto al tavolo, dare un’occhiata poco invitante al conto rispetto al menù appena consumato, e andare via. Ma prima di avere nostalgia della vostra cucina o del ristorante sotto casa, pensate un istante: ragazzi che fino a pochi giorni, settimane prima, l’unico suono familiare che avevano nelle orecchie non era l’acqua che bolle o il profumo di una pietanza del loro Paese, bensì il fischio di pallottole ad altezza d’uomo e «Si salvi chi può!».

A TAVOLA, RIVIVONO ATMOSFERA E SAPORI DI CASA

L’ultimo straziante abbraccio con i familiari, per chi ne ha ancora, la fuga disperata, il gommone, il barcone, il mare aperto. Una distesa immensa, il pericolo che l’imbarcazione di fortuna a cui ci si è aggrappati possa andare a fondo e, più di una volta, vedere le speranze di chi non ce l’ha fatta galleggiare a vista.

Ecco perché in un mare di indifferenza la cucina multietnica suona come una vittoria. E’ un altro passo avanti scritto a caratteri di scatola. Riconciliare gente in fuga con la propria tradizione, la propria cultura, cominciando dall’alimentazione. Non chiedendo loro uno sforzo nel cambiare abitudini perché così è più comodo per chi si inventa l’accoglienza, bensì andando incontro agli extracomunitari cominciando dalle spezie, dalla cipolla e dal peperoncino. Per un motivo molto semplice: perché a loro piace così. E perché, si diceva, il cibo nutre l’anima, e fa rivivere  atmosfera e sapori di casa anche solo per il tempo di un pasto.