«Paese senza memoria»

Cisberto Zaccheo, consigliere comunale di Taranto

«Cento anni fa eravamo noi i migranti, oggi c’è chi storce il naso verso gli sbarchi di extracomunitari: i tarantini sono, invece, un grande esempio di amore per il prossimo e di accoglienza; le strutture professionali esistenti sul territorio sono una risorsa per tutti noi». «La macchina dell’Amministrazione pubblica va solo perfezionata, la gente vuole sicurezza, salute, pulizia» 

«Con l’Amministrazione Stefàno, in qualità di assessore alle Attività produttive, ho sensibilizzato numerose aziende del territorio per fornire generi di conforto utili all’accoglienza; gli sguardi smarriti, la paura sul viso di donne e bambini sono scene indimenticabili». Cisberto Zaccheo (subentrato a Patrizia Mignolo), da tre mesi consigliere comunale del Partito socialista nell’Amministrazione del Comune di Taranto guidata dal sindaco Rinaldo Melucci. Importante anche la sua esperienza in qualità di assessore comunale con delega alle Attività produttive  e, successivamente alla Cultura, con la Giunta del sindaco Ippazio Stefàno.

Una prima idea sull’Amministrazione della quale è entrato a far parte da aprile scorso. «Sono appena entrato in Consiglio comunale – dice Zaccheo – ci sono cose che stanno decollando, altre che vanno perfezionate, ma in una città come Taranto che di problematiche ne presenta tante, ci vuole del tempo; purtroppo il Comune è carente di personale, le colpe ricadono sulla parte politica, in realtà la risposta è molto più complessa mancando le risorse per far ripartire la macchina amministrativa: il numero di dirigenti è inferiore rispetto a quello sul quale dovrebbe contare una città appena sotto i duecentomila abitanti».

Una delle questioni più evidenti. «La carenza di agenti di Polizia locale: dovrebbero presiedere un territorio che va dall’Isola amministrativa, cioè dai confini di Lizzano, alla periferia di Statte; non è semplice controllare l’intero territorio con un personale che conta meno di 160 unità: è un po’ come la storia della coperta corta, copri qualcosa e scopri altro».

Foto Articolo Zaccheo 01

Un sindaco che non viene dalla politica, può essere un valore aggiunto?

«In passato abbiamo spesso invocato la figura civica, qualcuno cioè che avesse una visione esterna alla politica, di fatto però non è stata una esperienza esaltante; sia chiaro, non mi riferisco alla figura dell’attuale sindaco, Rinaldo Melucci, ma ad altre occasioni in cui è stato chiesto il conforto tecnico di qualcuno che fosse sostanzialmente slegato dalle logiche della politica; dalla sua Melucci ha l’esperienza di manager aziendale, un aspetto positivo considerando che oggi il Comune va gestito come se fosse un’azienda; detto questo, va ribadita la necessità del confronto e la gestione della politica con tutte le anime che compongono il Consiglio comunale, dalla maggioranza alla minoranza».

Una cosa che l’avvicina all’amministrazione Melucci. «Parto da un personale modus operandi, l’abitudine di fare squadra; è quanto sto cercando di creare con i colleghi di maggioranza, nella logica dello stare insieme per raggiungere nel più breve tempo possibile obiettivi utili per la comunità; ho una visione della politica con la “P” maiuscola: diverse delle cose messe in campo mi confortano, qualcuna un po’ meno: l’approccio sulla comunicazione, per esempio, va riveduto; ritengo necessario un confronto più serrato con le varie istanze della città».

Cosa si può fare per Taranto. «I tarantini, come nel resto d’Italia, pongono al centro del ragionamento la sicurezza: occorrerebbe una presenza più capillare di vigili urbani, anche se il numero esistente – come si diceva – non consente una copertura capillare dell’intero territorio; ho ancora una visione romantica dell’agente di polizia locale, a presidio delle scuole e attivo nel fare attraversare la strada ai piccoli studenti e alle loro mamme: se, dunque, i vigili fossero di un numero adeguato darebbero quel tipo di presenza; tasti dolenti: abusivismo commerciale e occupazione dei parcheggi riservati ai disabili».

Foto Articolo Zaccheo 02

Un sms. «Il mio è un continuo interagire con i tarantini; in questo momento ho ricevuto il messaggio di un conoscente che si fa portavoce di un’altra delle criticità presenti nella nostra città: la pulizia delle strade, la maggiore attenzione all’igiene, i cassonetti; in quest’ultimo caso, diciamo la verità, buona parte dei cittadini manifesta scarsa collaborazione: con l’insediamento del nuovo Consiglio di amministrazione all’Amiu, l’augurio è che questi e altri problemi vengano risolti in tempi brevi».

Hotspot tarantino riaperto nei giorni scorsi. L’importanza dell’accoglienza di cittadini extracomunitari in fuga da scontri etnici e persecuzioni politiche. «Ho partecipato attivamente ai tempi dell’Amministrazione Stefàno all’accoglienza con i primi sbarchi; in qualità di assessore alle Attività produttive mi attivai nel contattare aziende che ci aiutassero nella distribuzione di prodotti di prima necessità per sfamare gente che non mangiava da giorni; ricordo questa esperienza con estrema sofferenza, ho ancora negli occhi gli sguardi impauriti di persone che evidentemente non erano al corrente sul dove si trovasse in quel momento».

Una sensazione rispetto alle altre. «A volte gli italiani hanno un atteggiamento di facciata, mostrano l’ospitalità solo a parole; non abbiamo memoria, dimentichiamo che proprio il nostro popolo, in particolare quello del Sud, ha vissuto il tema dell’emigrazione per fame: anche noi, come popolo, siamo stati costretti ad andare a cercare lavoro al Nord, espatriare negli Stati Uniti, Argentina, nell’Europa del Nord, in Belgio e Lussemburgo; non è un mistero che siamo stati etichettati “terroni” e ho i brividi a pensare che di colpo gli italiani abbiano dimenticato il loro vissuto».

Taranto, una voce fuori dal coro. «E’ l’emblema dell’accoglienza, anche grazie a un hot spot funzionale e a strutture come “Costruiamo Insieme” che hanno svolto e svolgono attività di accoglienza ai massimi livelli; nonostante la malavita abbia messo gli occhi sullo sfruttamento delle risorse umane in arrivo dal Nord Africa e abbia fiutato un business, c’è chi, invece, in questo ambito fa la differenza e diventa esempio non solo di professionalità, ma simbolo di accoglienza».

Canto per un bambino violato

Violenze e abusi sui bambini si moltiplicano a  dismisura in una società sempre più adultocentrica all’interno della quale anche la genitorialità si alimenta di “deleghe”.

Oggi voglio solo lanciare un tema di riflessione esimendomi dai commenti per lasciare il campo all’elaborazione di una proposta, di una idea, che porti la comunità di Costruiamo Insieme, unitamente a quanti sono realmente sensibili e vogliono collaborare con noi, ad essere parte attiva di percorsi concreti di lotta e prevenzione ma, anche, di risposte non “istituzionalizzanti” alla bruttura del fenomeno.

Vi lascio ad una lettura triste quanto utile.

 

CANTO PER UN BAMBINO VIOLATO

Quando negli occhi avevi ancora la gioia

vennero a strapparti la tua meraviglia.

Avevano bende, sugli occhi e sul cuore

si tolsero tutto, senza un solo pudore.

Ti lasciarono vuoto, ti lasciarono muto

ti tolsero il volo, ti lasciarono solo.

Nessuna vergogna, nessun pentimento

ti tolsero tutto, di fuori e di dentro.

“Uccisero” un bambino

e sembrò quasi nulla

anche se ancora odorava di culla.

Scese la paura e smettesti di sognare

mentre il mondo indifferente

seguitava a camminare.

Dei tuoi piccoli passi, del cammino interrotto

nessuno si dolse, nessuno ti accolse.

E se scompariva il tuo cuore contento

neppure una pena, né un pentimento.

Se questo è il cammino che fa civiltà

meglio andare lontano, dove è viva pietà,

dove vige il rispetto, dove regna la cura

dove un bimbo è protetto

dalla pena più scura.

Questo è il mio canto

per chi la gioia ha smarrito

per chi è stato violato, e insieme tradito

perché la sua pena che ci scende nel cuore

ci faccia operai di un mondo migliore,

ci prenda per mano e ci faccia sentire

quale crimine è un bimbo lasciato a morire.

Luciano Galassi

(28 giugno 2014)

«Chi tocca, muore!»

Ali, diciannove anni, sudanese

«Vengo da un Paese povero e ricco, dove c’è gente che si arricchisce e altra muore di fame. Sono nato fra le bombe e vissuto fra le scorribande di ribelli invasori. Non sai se un agente di polizia ti è amico oppure ostile». Da qui la diffidenza di aprirsi a chi gli chiede di raccontarsi. Una storia dolorosa, simile a tante altre. 

Storie 01 C

«Cosa vuoi che ti dica? Abbiamo paura, diffidiamo di chiunque, tanto di chi ti accoglie con il sorriso, quanto di chi lo fa con una stretta di mano: ne abbiamo viste talmente tante in Darfur che non ci meravigliamo più di niente». Questo il senso del primo messaggio di “Ali”, diciannove anni, musulmano, diffidente. Arriva da una regione del Sudan, si presenta così. E’ appena arrivato in Italia, non più di due settimane fa. Anche di noi non si fida, lo scopriamo dopo qualche minuto. «Amico – più o meno la traduzione – non so chi sia, non prenderla come un’offesa, faccio fatica a darti le mie generalità!». Anche interpretare il pensiero di “Ali”, del quale rispettiamo la volontà di restare più o meno anonimo, appare complicato. Nonostante una dichiarata diffidenza, si presta al servizio fotografico.

Le parole del giovane diciannovenne fanno un bel giro, ma la sostanza si comprende dal tono della voce e da come accompagna le sue espressioni. Frasi dette a metà, spesso punteggiate da un sorriso, all’apparenza sincero. Ci fidiamo delle sue parole, del suo racconto, del suo sguardo. Non avremmo motivo di pensarla diversamente. Lo diciamo per quanti non conoscono fino in fondo il nostro lavoro, chi pensa che mediare con ragazzi che fuggono da zone di guerra, da conflitti etnici, sia una passeggiata di salute, si sbaglia di grosso.

Ci vuole pazienza. Assecondare, spiegare al ragazzo che il suo racconto, come quello del connazionale, “Ibrahim” (anche lui adotta un nickname, dunque un nome fittizio) per noi è prezioso. Potremmo passare avanti, sentire un altro dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Ci intestardiamo, invece. Vogliamo capire il suo di mondo. Avvicinarci dove non sempre è facile esplorare un sentimento. Dunque, la traduzione, si diceva. Sembra il gioco dei quattro cantoni. Seduti intorno a un tavolo nella sede di via Cavallotti. “Ali” alla mia destra, con quel faccione da pugile che sa incassare il colpo con sorriso.

Storie 05 C

FRANCESE, ARABO, ITALIANO, BEL “GIRO”

Di fronte, Allahssane, senegalese, dunque dimestichezza con il francese, traduce a Soulemane, guineano, che conosce uno dei dialetti arabi più vicini all’ospite sudanese. Percorso inverso una volta che “Ali” ha licenziato uno dei suoi pensieri con l’aiuto dei gesti. Sembriamo atleti che fanno stretching, si passano palla prima di entrare in gioco. Ma il sentiero, per quanto contorto, ci porta a conoscere qualche dettaglio in più rispetto alle informazioni e le storie che circolano su internet. «Da quasi venti anni – spiega “Ali” – a casa mia si sentono solo cannonate e colpi di arma da fuoco, è l’artiglieria dei ribelli che vuole occupare casa nostra: io di anni ne ho appena diciannove, pensate cosa mi rimbomba nella testa, ogni notte, quando appoggio la testa sul cuscino; mi addormento, ma dormo poco, non mi assale mai un sonno convinto: anche il rumore di uno spillo caduto a terra, mi sveglia di soprassalto».

Si blocca un attimo, “Ali”. Un po’ attende che Soulemane traduca ad Allahssane, che a sua volta “passi” a me. Un po’ è guardingo, come a pensare se lo stiamo seguendo nel ragionamento. Quasi si fosse pentito di essere stato così diffidente a prescindere. Ma è solo una nostra sensazione. Chiederglielo significherebbe compiere un altro lungo giro di parole e, francamente, stavolta badiamo alla sostanza.

«Ho vissuto in uno dei quattro Darfur (Occidentale, Settentrionale, Meridionale, Centrale, ndr) – spiega – le scorribande di gente armata fino ai denti non si contavano più, tutto era all’ordine del giorno; gli affetti più cari, a causa di conflitti sanguinosi, si perdevano a vista d’occhio: conoscenti, amici, parenti, un brutto giorno non c’erano più, come dissolti nel nulla; inutile tentare la denuncia, non sapevi se l’agente di polizia a cui ti stavi rivolgendo era tuo amico: non sappiamo quanto il governo combattesse o condividesse le sfuriate di banditi a cavallo che ogni giorno mietevano terrore e vittime».

Storie 03 C

GIA’ GRANDE A CINQUE ANNI, IMPARI IN FRETTA

Riprende “Ali”. «Quando sei piccolo ti rifugi fra le braccia della mamma, quando cresci – e ti tocca farlo in fretta, altrimenti raggiungi gli altri che non ci sono più… – e hai già cinque, sei anni, devi cominciare a pensare a te stesso da solo; devi capire in fretta che sei nato povero e che rischi di morire di fame; solo quando hai la fortuna di mettere in fila qualche altro anno, cominci a capire che lontano dal Sudan, dal deserto del Sahara, esiste un’altra condizione: rispetto, libertà, acqua, cibo».

Prima il rispetto. Non è un caso che in elenco abbia messo prima di ogni cosa una parola simile. «Hai ragione – comprende, puntualizza – devo ancora lavorarci sopra, capire chi ti rispetta per il tuo vissuto, perché vieni da un Paese in guerra, oppure per altri motivi». Proviamo a spiegargli che il peggio è passato, che dovrebbe rasserenarsi, in Italia ha trovato amici. Gente che un rifugiato lo ospita. Non lo respinge, non gli dichiara guerra. Come provare a piegare una barra d’acciaio, corri il rischio di spezzare e compromettere quel debole segnale di amicizia che stai provando a trasmettergli.

Funziona appena l’idea di raccontare a larghi tratti la storia di una fuga da conflitti etnici. «Facciamo la fame – conclude “Ali” – mentre altrove si arricchiscono: il nostro è, insieme, il Paese più povero e allo stesso tempo uno dei più ricchi di materie prime; quelle potrebbero servire a sfamare l’intero Paese, invece non è così: chi tocca, muore!».

«Fratelli d’Italia…»

Mario Guadagnolo, ex sindaco, si racconta

«Ho visto extracomunitari cantare l’inno di Mameli con la mano sul cuore, meglio di quanto a volte fanno gli italiani». Per noi, il suo “Ai miei tempi…”: stadio “Iacovone”, Isola pedonale, Lungomare, Ori di Taranto. «La città fra Arsenale e acciaio, scelte condizionate dalla miseria».

«Vedere e sentire extracomunitari cantare l’inno nazionale con la mano sul cuore, per me è stata una delle esperienze umane più toccanti!». Mario Guadagnolo, già sindaco di Taranto dal 1985 al 1990, si racconta per noi. Prima sindacalista, poi attivista politico con il partito socialista, consigliere comunale, assessore e primo cittadino. Un calabrese innamorato di questa città, affascinato al punto da studiarla, scrivere saggi, libri di successo, ultimo della serie “Il Regio Arsenale Marina militare di Taranto”. Andiamo per gradi. Le diverse esperienze: professore, politico, sindaco, scrittore, quale l’ha gratificato di più.

«Quella di docente, la mia soddisfazione più grande, considerando le mie origini, figlio di un sottoproletario, bracciante di un Sud povero che più povero non si può. Ritengo sia stata una forma di promozione sociale guadagnata sul campo con studio e impegno. A seguire: essere stato sindaco di una città come Taranto, cosa che non capita tutti i giorni: sono stato fortunato ad avere incontrato tarantini che mi hanno offerto questo possibilità».

Primo cittadino in una sola parola.

«Esaltante. La cosa più bella che possa capitarti. Ricordo un episodio, anni fa. Incontrai un ex sindaco, Giuseppe Cannata, successivamente diventato senatore della Repubblica. Gli chiesi quale fosse stata la sua esperienza politica più gratificante. Non ebbe il minimo dubbio: fare il sindaco è qualcosa di unico; senatori ce ne sono tanti, il sindaco è uno solo: quando in una sala entra un senatore nessuno se ne accorge; quando entra un sindaco se ne accorgono tutti. Rappresenti la città, le aspirazioni, le speranze, ma anche difficoltà e ambasce di una comunità. Ciò detto, dirigere una città con difficoltà e disagi è una grande responsabilità».

Articolo guadagnolo 01 copia

 Esperienza unica.

«Ti permette di vedere con un riscontro immediato le cose che fai. Un senatore, un deputato, partecipano all’elaborazione di leggi delle quali non ha immediata percezione, insomma non toccano con mano il loro lavoro. Quando passo davanti allo stadio di Taranto, ho la soddisfazione di poter dire “Quello stadio l’ho fatto io!”, lo stesso quando passo dal Lungomare, opera lasciata in eredità ai tarantini; l’Isola pedonale:  quando vedo gente passeggiare in via Di Palma e via D’Aquino, gustarsi un gelato nella massima tranquillità, lontana da un traffico assordante, mi dico con orgoglio che anche quella intuizione è stata opera mia; e ancora, gli Ori di Taranto, esposti ad Amburgo, Parigi, capitale della cultura europea, Tokio, culla della cultura orientale, tanta roba…».

Differenze e similitudini nell’amministrare una città.

«Abissale. Intanto, fatti normativi. Esistevano altre leggi all’epoca della mia elezione a sindaco: era il Consiglio comunale che eleggeva sindaco e Giunta. Non era, dunque, un’elezione di primo grado, vale a dire il primo cittadino eletto direttamente dal popolo.

Ero soggetto agli umori dei partiti. Così come ero stato eletto, allo stesso modo potevo essere rispedito a casa in due giorni. Quotidianamente dovevi compiere un grande sforzo di diplomazia per tenere insieme una maggioranza. Qualcuno ancora oggi mi domanda come sia riuscito nell’impresa di tenere cinque partiti, non uno, insieme. Frutto di capacità politica e autorevolezza, farsi stimare, voler bene e altro ancora.

Il vantaggio della seconda legge, invece: eletto dal popolo, oggi se il sindaco si dimette, vanno tutti a casa e questo è un elemento fortissimo nelle mani di un primo cittadino. Ha il potere di assegnare e togliere deleghe assessorili; ai miei tempi, se avessi tolto un assessorato, avrei scatenato risentimento nel partito al quale il delegato apparteneva: la reazione poteva essere il ritiro dalla maggioranza e, dunque, tutti a casa. Il sindaco era in uno stato di soggezione rispetto ai partiti e ai gruppi, oggi è il contrario. E non è elemento da poco».

Fosse stato eletto lei direttamente dai cittadini.

«Qualche amico ogni tanto mi dice: “Avendo fatto cose importanti, all’epoca, nonostante i paletti posti dai partiti, a Taranto avresti compiuto una rivoluzione!”. Differenza sostanziale. Sindaco della Prima repubblica, cosa di cui vado fiero, un tempo prima di arrivare a Palazzo di città, dovevi aver fatto gavetta, avere una formazione culturale e politica importante; esistevano i partiti piuttosto che i movimenti, le sezioni anziché i comitati elettorali, questi ultimi oggi aperti e chiusi in un amen. Venivo dal basso: avevo fatto il sindacalista, il segretario del partito socialista, il consigliere comunale, l’assessore e, successivamente, il sindaco.

Oggi il sindaco è un professionista senza esperienza politica, è vittima diretta del burocrate. Ai miei tempi ero io che attraverso delibere dicevo ai burocrati perché certe scelte andavano fatte. Oggi è il contrario, è lo scadimento della politica».

Articolo guadagnolo 02

Taranto, l’industria, dall’Arsenale all’Ilva. Appassionato dalla ricerca storica, ha pubblicato in questi giorni “Il Regio Arsenale Marina militare di Taranto”.

«Taranto, città condizionata dalla fine dell’Ottocento, da povertà, miseria, difficoltà; la prima industrializzazione nel 1870 è stata quella dell’Arsenale, la seconda nel 1960 dell’acciaio. Nella prima come nella seconda, Taranto è stata condizionata nelle sue scelte dalla povertà e dalla miseria. Il nostro destino poteva essere diverso, questa città poteva essere la Sorrento del Sud. Non dimentichiamo, che in antichità qui venivano a svernare Virgilio, Orazio, Properzio: per clima, amenità dei luoghi, i due mari, avremmo potuto avere un destino turistico e culturale diverso, di respiro mondiale. Fummo condizionati, invece, dalla miseria».

Tema dell’accoglienza.

«Sono per l’accoglienza, purché non sia disordinata. Il lavoro che voi fate come “Costruiamo Insieme” è straordinario, dimostra insieme nobiltà d’animo e dedizione. Mi sembra superfluo anche parlarne: apparteniamo a una sola razza, quella umana, pertanto i popoli a disagio hanno tutto il diritto di essere accolti da quanti stanno meglio; anche perché noi occidentali, specie gli europei, abbiamo un grande debito nei confronti degli africani: schiavismo, sfruttamento, imperialismo, colonialismo e altro ancora. Abbiamo cose da farci perdonare, dunque non facciamo tanto gli arroganti».

Un episodio in particolare.

«Vecchio politico, inni nazionali ne ho ascoltati a centinaia: invitato dall’associazione di Enzo Risolvo e dai Cavalieri della Repubblica, a spiegare la Costituzione a degli extracomunitari ho assistito a qualcosa di straordinario. Prima del mio intervento è stato intonato l’inno nazionale italiano. Bene, questi ragazzi si sono alzati in piedi e con la mano sul cuore hanno cantato “Fratelli d’Italia” in modo convinto! Ripeto, io che ho partecipato a tante occasioni in cui è stato eseguito l’inno nazionale, nel vedere e sentire questi ragazzi intonare le note del Tricolore in modo così serio – come spesso non capita a noi italiani, vedi la Nazionale di calcio… – mi ha toccato il cuore: con quel gesto, evidentemente avevano compreso di essere sbarcati in uno Stato nel quale tolleranza, democrazia e accoglienza, sono materia di grande civiltà!».

Storia di una notte d’estate

Sabato 21 luglio, ore 2,30 del mattino. La televisione è accesa su Rai News 24.

Prima notizia: “Il Ministro Savona è indagato per il reato di usura. Risposta del Governo: eravamo a conoscenza!”.

Penso: “Certo! Ve lo ha detto il Presidente Mattarella quando lo volevate fare Ministro delle Finanze! E vi siete costruiti la boiata delle posizioni anti euro per coprire la verità. Vabbene…”.

Seconda notizia: “Altra bufera su Trump: pagava l’appartamento ad una ragazza con cui intratteneva una relazione!”. E qua mi chiedo: qual è la notizia?

Da uno che ha costruito un impero sulla mercificazione del corpo delle donne e ha esportato il “prodotto” in tutto il mondo e oggi parla di dazi come se non avesse considerato per tutta la vita le donne “merci”, oggetto da mettere sul mercato cosa ci si può aspettare di diverso? 

E poi, il solo fatto che vada in giro con i capelli pittati di giallo per non correre il rischio che qualcuno non riconosca la presenza del Presidente degli Stati Uniti d’America, soprattutto i bambini messicani che ha tolto alle madri per metterli in carcere, mi fa ribrezzo.

Terza notizia: “Si è riunita la Commissione Europea per discutere dei migranti. L’argomento è stato rinviato. Salvini esulta: gli altri Paesi europei hanno accettato la redistribuzione. Ospiteranno 30 migranti ma i nostri porti restano chiusi!”.

Qua, inizi ad innervosirti perché ti senti preso per i fondelli.

Non c’è organo di informazione che non parli di migranti, dedicando ampi spazi televisivi e prime pagine dei giornali perché tutti ci dobbiamo convincere che è veramente un problema.

Stanno ammazzando centinaia di persone al giorno senza sparare un colpo: questo è un problema!

Se nel deserto o nel mare o sulla via balcanica non fa differenza: anche se non sparate siete assassini!

Sabato 21 luglio, ore 3,30 del mattino. Nauseato spengo la televisione ma rimane acceso il cervello.

Inizio a riflettere sul fatto che la comunicazione ha tagliato fuori interi pezzi del pianeta: sarà perché non bussano alla porta di casa?

Se non le vai a cercare, non ti capitano sotto mano, per esempio, notizie sui Paesi sudamericani.

E i pensieri iniziano a girare come fossero diventati un vortice fino a maturare una riflessione sugli atti quotidiani abituali: io leggo i giornali partendo dall’ultima pagina e lo faccio da sempre o, meglio, da quando un anziano compagno del Partito mi spiegò che nelle prime pagine scrivono cose che già sai.

E lo faccio anche con i libri: leggo prima le conclusioni e poi il resto per capire come è arrivato lo scrittore a quelle conclusioni.

Sabato 21 luglio, ore 4,30 del mattino. Finalmente ho sonno e dormirò con la convinzione che una delle battaglie da fare è insegnare alle persone la differenza fra sentire e ascoltare, leggere o leggere per capire.