Arriva Francesco!

Fra buon senso e senso comune per fare chiarezza, arriva Francesco!

La scelta di Papa Francesco di organizzare a Bari un momento di incontro e di riflessione non ha nulla di casuale, perché anche i luoghi, attraverso la loro storia e la simbologia, contribuiscono a creare scenari stimolanti per approfondire temi e produrre proposte e risposte a situazioni non più rinviabili.

E lo fa in un periodo particolare, l’estate, in una situazione socio-politica europea e mondiale poco rassicurante a pochi metri dal mare portando dentro la casa di Nicola il messaggio di Francesco.

Una immagine bella con un significato profondo in un momento in cui il “senso comune” prevale in maniera preoccupante sul ”buon senso”.

Tutto gestito con un protocollo che non ha lasciato spazio alla spettacolarizzazione dell’evento: l’unica lettura che riesco a dare a questa scelta la trovo dentro una reale e profonda preoccupazione di un Papa che sente i brividi prodotti dagli scenari che stanno prendendo forma.

Qualche tempo indietro, si provava almeno un senso di vergogna a respingere donne, bambini, uomini che fuggono dalla guerra o dalla fame o costretti a spostarsi dai quei cambiamenti climatici che hanno prodotto quella desertificazione che era funzionale agli interessi dei capitali occidentali.

E non esiste un cittadino barese che non abbia chiaro nella memoria l’approdo della nave Vlora: quella che in televisione sembrava una grande invasione venne vissuta dalla città come una grande festa dell’accoglienza.

I protocolli vaticani hanno tempi lunghi. Se Papa Francesco convoca a Bari, a casa di San Nicola (anche lui arrivato dal mare) i referenti di tutte le fedi religiose e tutto viene organizzato in tempi brevissimi, qualcosa vorrà dire.

Se poi diventa una sorta di conclave ristretto e chiuso, fatto da un Papa come Francesco che ama stare fra la gente, aggiunge qualcosa di più per far pensare che è seriamente preoccupato.

Arrivando in elicottero si sarà accorto che il mare ha iniziato a cambiare colore e uno come lui cresciuto sporcandosi le mani nelle viscere della miseria e della povertà estrema non lo freghi dicendo che è semplicemente un processo chimico: certo, si, è un processo chimico prodotto dall’incrocio fra il sangue umano e l’acqua del Mediterraneo!

Mancano sulle spiagge i cartelli: “Attenti, quando tornate a casa, sotto la doccia, usate un pò più di sapone. Le malattie trasmissibili arrivano soprattutto dal sangue e il nostro mare è pieno!”.

Una bella strofinata e lavi tutto, anche la coscienza!

Tanto non è tuo figlio quello che devi mettere su un gommone con la maglietta rossa per essere più riconoscibile in mare aperto, magari nel pieno della notte.

Grazie Francesco per quello che stai facendo per ricondurre i Governanti sulla strada del buon senso!

Parole del Santo Padre a conclusione del dialogo

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/july/documents/papa-francesco_20180707_visita-bari-conclusione.html

PS: domenica prossima vi racconto cosa mangiano i pesci che mangiamo!

«Un futuro da chef…»

Kevin, nigeriano, diciannove anni, un sogno dopo tanta sofferenza

 «Ogni notte penso a quella divisa bianca sulla mia pelle nera: mi starebbe a pennello». Poi racconta la fuga. «Un’odissea, perseguitato da familiari, preso a bastonate, solo perché dicevano che avevo un’anima negativa». Infine la scelta. «Scappai dal mio villaggio, fui prigioniero quattro mesi a pane e acqua in Libia, infine il viaggio per l’Italia…» 

Storie 06

«Problemi familiari, di quelli seri, perseguitato da una setta della quale facevano parte anche parenti, perseguitato, fatto oggetto di sortilegi e preso a bastonate!» . Kevin, nigeriano di diciannove anni, fede cristiana, da un paio di anni Italia, mostra una brutta cicatrice su un braccio. «Questo lo devo ai miei familiari che di colpo hanno cominciato a scagliarsi senza un motivo contro di me: non ne facciamo un mistero, vivevo in un villaggio, non in una cittadina, e lì vale la legge del più forte, ma anche una certa ignoranza; a noi giovani che leggiamo, usiamo internet, ci documentiamo, certe cose al giorno d’oggi fanno sorridere: intanto accadono, in certe persecuzioni finisce anche peggio, altro che cicatrice».

Kevin è in Italia da due anni, comprende l’italiano, studia. Oggi ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo insieme”. «Ho lasciato a malincuore – riprende – il mio Paese, salutato papà, mamma e una sorellina: sono stati loro stessi a spingermi a lasciare il villaggio, le cose si stavano mettendo male, mio padre assistendo continuamente a un inspiegabile accanimento nei miei confronti – secondo loro ero un’anima “negativa” – prima o poi si sarebbe compromesso, allora per evitare una conclusione più drammatica, ho preferito andare via, scappare – brutta parola – nonostante non avessi fatto niente».

Dice addio alla terra in cui era nato, Agbor. Questo il nome del suo villaggio. A voce non molto comprensibile, prende carta e penna e lo scrive. Stampatello, una calligrafia invidiabile. Si vede che ha studiato e questo è un altro elemento che proprio non gli va giù. «Pensavo di farmi strada e affrontare la vita dopo aver studiato a lungo: mi è stato impedito nel modo peggiore che potesse esistere, cacciato da gente che non sa neppure cosa sia un libro, figurarsi leggere, comprendere cosa sia la filosofia».

Storie 01

APPENA DICIASSETTE ANNI…

A diciassette anni Kevin conosce il massimo dell’accanimento. «Non c’era giorno – ricorda – che a turno non venissero a cercarmi: mi circondavano, mi minacciavano prima a parole, poi passavano alle vie di fatto, spintoni, mi colpivano con pugni o qualsiasi altra cosa raccoglievano da terra, rami che usavano come una frusta, bastoni che usavano per infliggermi legnate: è in una di queste sciagurate spedizioni che mi picchiano per lasciarmi sanguinante, steso e raccolto nel mio dolore; dovevo andare via, lasciare la mia terra, quella piccola casa era diventata un presidio di “primo soccorso”, mia madre e mio padre i miei infermieri; così un brutto giorno mio padre mi prese in disparte, lontano da mia madre, per dirmi che era giunto il momento di mettermi in salvo, a lungo andare ci avrei lasciato la pelle: quel gesto e quelle parole mi fecero più male di cento bastonate, erano un segno di resa, ma alla fine era un consiglio a fin di bene… Lo capii dall’ultimo abbraccio, forte, dei “miei”, quando un giorno misi insieme poche cose e scappai».

Comincia l’odissea, una vita fatta solo di pericoli, mai un sorriso, un momento di felicità, come ora gli capita ogni tanto. «Essermi staccato dalla mia famiglia – osserva Kevin – mi ha lasciato una ferita profonda, è la sconfitta della fuga, come se il mio fosse stato un segno di debolezza: io avrei anche affrontato tanta violenza, ma non so cosa sarebbe rimasto di me; io stesso, a mia volta, fossi sopravvissuto a tanta furia, sarei potuto diventare più violento di loro».

Storie 04

SOFFERENZA SU SOFFERENZA

La sofferenza di Kevin prosegue. «Dovevo arrivare in Libia – dice – e una volta arrivato lì, non mi va meglio, dei sette mesi circa passati in quel Paese, che vedevo come un punto di arrivo, almeno quattro li trascorro in una prigione e anche qui giù bastonate senza motivo; quando mi picchiavano pensavo sempre a quel giorno che tutta quella sofferenza sarebbe finita; la vita che ci racconta il Vangelo è fatta di dolore ma anche di gioia: io, il primo, il dolore, avevo imparato a conoscerlo, pensavo che prima o poi sarebbe arrivata anche la gioia, sotto forma di non so cosa, ma quella sarebbe arrivata anche per me…».

Non aveva soldi e per i suoi aguzzini, banditi armati di pistole e fucili, lui in qualche modo rappresentava un capitale. Braccia da lavoro, per qualcuno che pagasse il suo lavoro come fosse una cauzione. «Finalmente un signore si fece vivo – ricorda il diciannovenne nigeriano – fu garbato, ma anche molto chiaro: era disposto a pagare ai miei carcerieri il valore che questi avevano dato alla mia vita, mesi a pane e acqua; così fu: feci il muratore, le pulizie ovunque capitasse, mi impegnai nei campi; tre mesi, più o meno, bastarono quelli per “pagarmi” il viaggio verso l’Italia; la Libia, che in un primo momento poteva sembrare un Paese ospitale, tanto da darmi lavoro e una prospettiva, si rivelò una delusione: però quella prigionia stava finendo e questo era ciò che più di qualsiasi cosa contava».

Storie 03

LAVAPIATTI, CAMERIERE, CUOCO E CHEF

Kevin è molto contenuto, non vuole andare incontro a una delusione. Il suo cuore, però, esplode di gioia quando vede il “suo” gommone, che condividerà con tanta altra gente in fuga dalla Libia. «Tanta fu la gioia che entrai in uno stato confusionale: se qualcuno mi chiedesse quanti eravamo a bordo e quanti giorni ho viaggiato su quella “bagnarola” non saprei dire, uno, forse due; lo stesso la nave che ci soccorse, forse italiana; non appena toccai terra tutto divenne più chiaro: ero arrivato a Catania, ero dunque in Sicilia, Italia; un bus accompagnò un po’ di noi, appena sbarcati, verso Taranto, quell’odissea era finita!».

Finito il dolore, Kevin sogna. «Sento spesso i miei genitori, ci sentiamo più o meno una volta a settimana: le loro voci e quelle della mia sorellina, per me, sono di grande conforto; non ho conosciuto la mia adolescenza, sono stato costretto a crescere, ma i sogni non me li toglie nessuno: un giorno vorrei diventare chef, compiendo il percorso netto, dunque stare in cucina, lavare i piatti, osservare come si preparano le pietanze, fare il cameriere e, infine, diventare uno chef, imparare a cucinare italiano e non solo; ogni notte penso a quella divisa bianca, candida, sulla mia pelle nera: chissà un giorno…».

Colazione con le Frecce tricolori

Spettacolo sul Lungomare di Taranto

«Quei piloti sono dei fenomeni, meglio dei “Top gun”!». I ragazzi di “Costruiamo Insieme” si emozionano davanti alla pattuglia acrobatica militare. E ai tarantini. «Ci hanno fatto posto per ammirare insieme evoluzioni da lasciarti senza fiato». E il Giuramento. «Massimo silenzio e rispetto per chi giura fedeltà alla Patria»

Frecce 12 - 1

Colazione con le Frecce tricolori, la pattuglia acrobatica famosa in tutto il mondo. I ragazzi di “Costruiamo Insieme”, attenti alle notizie su internet si lasciano ingolosire dall’occasione. Succede che le “Frecce”, onore e vanto dell’Aeronautica militare italiana, sorvoleranno i cieli di Taranto con quelle scie bianca, rossa e verde, diventate proverbiali, così perfette e così sincronizzate al millesimo di secondo da sembrare tracciate con l’ausilio di un goniometro.

Moussa, Soulemane, Dramane sono fra i primi a candidarsi a un posto d’onore per assistere alla parata sul lungomare Vittorio Emanuele. Allahssane spiega ai ragazzi il rigore che i militari assumono in occasione del Giuramento. «Lo giuro!» è il grido di fedeltà alla Patria che centinaia di ragazzi dell’Aeronautica militare scandiranno mentre sono in riga, sotto un sole cocente. Con perfetto sincronismo la pattuglia acrobatica sorvola la Rotonda del lungomare. Uno spettacolo, preceduto da un boato di stupore e seguito da un lungo applauso.

Frecce 02 - 1 (1)

«Ma come fanno a essere così bravi e concentrati questi?», domanda Dramane facendo sbucare gli occhi da un coloratissimo paio d’occhiali, «Sono dei fenomeni!».Un attimo di pausa, utile per una confessione. «Non lo farei mai, non ne ho le capacità; ho paura del mare, figuriamoci dell’aereo: a casa mia diciamo che Dio ha creato l’azzurro per le creature del cielo, poi fra mare e cielo preferisco la terra ferma, stare con i piedi piantati in terra».

Sulle straordinarie capacità dei piloti in volo, Soulemane prova a dare una sua interpretazione. «Sono come i piloti di Formula uno, anche quelli rischiano la vita, questione di attimi!». Moussa mette tutti d’accordo. «Se un pilota della Ferrari sbaglia una curva finisce fuori pista – osserva – se sbagliasse un pilota della “squadra” provocherebbe un disastro ai colleghi e rischierebbe di brutto: ecco perché sono fenomeni, i “nostri” Top gun; per me è pericolosissimo pilotare un aereo e sollecitare il mezzo del quale sei alla guida a seguire gli altri compagni di volo come fosse una danza: devono essere concentrati al massimo, avere i nervi saldi, ognuno di loro mette la propria vita nelle mani degli altri».

Frecce 09 - 1

Mette tutti d’accordo. Allahssane per primo. «E’ una cosa che io non potrei fare mai – dice – intanto perché è complicatissimo, qualche volta in foto o nei filmati ho visto la cabina di pilotaggio: devi essere bravo a capirci qualcosa con tutti quegli strumenti di bordo, non ne sarei capace; però una cosa posso dirla: invidio le capacità fuori dal comune che hanno i piloti; concentrati al massimo, a darsi istruzioni uno con l’altro, a staccarsi dai compagni in volo per descrivere quelle figure straordinarie: è una grande emozione ammirarli!».

I ragazzi prima di presentarsi sul lungomare, sorseggiare un espressino, si sono documentati a lungo. Sulla chat whatsapp di “Costruiamo Insieme” da giorni circolano video appena scaricati da internet. L’ammirazione è totale. E se la manifestazione è per le undici, alle nove in punto i ragazzi sono operativi. «Non ce la perderemmo per niente al mondo», dice uno di loro. Il lungomare è a due passi dal Centro di accoglienza “Cavallotti”. «Gli aerei delle Frecce tricolori ci sfilano sotto casa e noi, che facciamo, non andiamo ad ammirarle?», mette tutti d’accordo Soulemane. La pattuglia acrobatica anticipa di poco l’orario del “saluto” ai tarantini e ai militari che stanno prestando Giuramento sulla Rotonda. La cerimonia che vede schierati i ragazzi dell’Aeronautica, è appena più breve del previsto, così le Frecce sfilano in perfetta sintonia con «Lo giuro!». Sembra telecomandato. Sembra facile, ma non lo è. Anzi, è complicato. Ma i piloti, considerati in assoluto i migliori al mondo, risolvono al millesimo anche questo leggero imprevisto.

Frecce 02 - 1

Migliaia i tarantini e i familiari dei ragazzi schierati sulla Rotonda, che hanno scelto il loro privilegiato punto di osservazione. I ragazzi di “Costruiamo Insieme” sono strategici. «Ci siamo attrezzati per scegliere le postazioni da cui si possono meglio osservare le evoluzioni che le Frecce tricolori promettono su internet».

Internet. E’ lo strumento con il quale i ragazzi si consultano non appena hanno un po’ di tempo. C’è chi lavora, chi studia, chi frequenta corsi di formazione, infine chi prende l prime lezioni di alfabetizzazione. Qui i ragazzi vengono accompagnati nei loro piccoli sogni nel cassetto: imparare bene la lingua, saperla scrivere; imparare un lavoro e mettersi, professionalmente e al più presto, al servizio della comunità di cui sono ospiti.

Frecce 06 - 1

«Oggi (venerdì 29 giugno, ndr) ci siamo orgogliosamente sentiti parte di questa gente – spiega Dramane – c’era chi ci faceva spazio per farci ammirare Giuramento e Frecce tricolori; nessuno ci ha indicati come se fossimo un corpo estraneo al tessuto sociale di questa città; oggi è un giorno di festa per due motivi: abbiamo assistito a una cerimonia militare, importante, e visto la pattuglia acrobatica famosa in tutto il mondo; abbiamo avvertito l’abbraccio sincero con i fatti, piccoli gesti, della gente che ha mostrato una volta di più di avere rispetto nei nostri confronti e, con ogni probabilità, di vederci come se ognuno di noi fosse uno di loro».

Frecce 01 - 1

«Il senso della vita»

Indogesit, nigeriano, trentotto anni

«Rapinato di continuo, un giorno ho denunciato i banditi: così è cominciato l’inferno. Minacciato, hanno cercato di uccidermi, vivo per miracolo; la fuga per evitare vendette contro mia figlia e i miei fratelli». L’aggressione, le gravi ferite, il lavoro, il viaggio, finalmente l’arrivo in Italia. «Da quel momento ho riassaporato la voglia di vivere».

Storie 05

«Queste cicatrici sul petto, sono tagli provocati dal collo di una bottiglia di vetro usato contro me, come fosse un coltello!». Indogesit, trentotto anni, nigeriano, cristiano, si scopre. Mostra i segni di una violenta aggressione subita dopo aver denunciato alla polizia locale i rapinatori che avevano fatto irruzione nella sua piccola agenzia immobiliare. «Per questi delinquenti era diventata un’abitudine – ricorda – la mia piccola attività, per loro, era diventato un bancomat!». Non ce la fece più Indogesit, li aveva ancora visti in faccia, sempre gli stessi, non ci aveva pensato su due volte a denunciare l’ennesima rapina, anche l’ultima era stata una violenta aggressione. «Non fanno complimenti nel mio Paese – prosegue – vanno subito al sodo: “Fuori i soldi!”, ti urlano; non ti danno il tempo di replicare, ti colpiscono con qualsiasi cosa abbiano fra le mani, di solito il calcio di una pistola, l’arma che dalle mie parti i malviventi indossano come fosse un qualsiasi accessorio, una cintura, un orologio: la stessa cosa; e di solito non la portano per abbellimento o solo per mettere paura: la pistola la usano!».

Una rapina, la denuncia, l’aggressione. La fuga da Calabar, il villaggio nel quale Indogesit aveva vissuto fino a quei giorni, campando dei magri guadagni che quella sua piccola attività immobiliare produceva. «Non ce la facevo più – dice Indogesit – mi recai al primo posto di polizia, denunciai l’accaduto, vidi lo schedario e indicai le facce di quei rapinatori tornati in agenzia a svuotarmi le tasche; gli agenti li rintracciarono presto, li condussero in carcere».

Storie 06

LA GIUSTIZIA, UN’IDEA ASTRATTA

Le cose da quelle parti, spesso non filano lisce. La giustizia, specie nei villaggi lontani dalle città, è un’idea astratta. E’, più o meno, un “tutti contro tutti”. Difficile distinguere i buoni dai cattivi, complicato fidarsi di un uomo in divisa piuttosto che di un avvocato. La corruzione è il pane quotidiano, a Calabar come nel resto della Nigeria. E se qualcuno non accetta soldi per tacere o voltarsi dall’altra parte, rischia la vita. E’ la storia di Indogesit, che poneva fiducia nella legge, ma che da quel momento entra in un incubo senza fine. «I rapinatori furono rimessi in libertà – ricorda con tutta la rabbia che ha in corpo – avevano soldi per pagare cauzione e avvocati; i legali facevano anche il lavoro sporco: venivano a trovarmi, mi minacciavano, secondo loro avrei dovuto rimangiarmi tutto quello che avevo detto circa la rapina: nemmeno per sogno!». Alla luce di quanto accaduto successivamente, mettendo a rischio la sua vita e quella dei suoi familiari, oggi Indogesit forse non lo rifarebbe. «A causa di quella denuncia – conferma – ho subito un’aggressione che mi stava costando la vita; quei delinquenti erano tornati per l’ultimo avvertimento: dalle minacce erano passati ai fatti, uno di loro perse le staffe, ruppe la prima bottiglia che gli capitò a tiro, impugnandone il collo come fosse un pugnale per scagliarsi contro me, il mio petto, con lo scopo di ammazzarmi; colpito ripetutamente caddi a terra, in fin di vita, loro fuggirono». Niente ospedale, non si sa mai. «Quelli non scherzavano, lo avevano già dimostrato: sarebbero venuti sicuramente a trovarmi, stavolta per chiudere definitivamente i conti; la paura aveva contagiato i miei familiari, non potevo più stare lì; strana la vita: ero la vittima, ma rappresentavo un grave pericolo per tutti!».

Indogesit non ha più i genitori, sono morti. Ha due fratelli più grandi e una sorella più piccola che oggi si prende cura di Ini, la sua figliola di dodici anni avuta da una compagna da cui oggi è separato. «Sento Ini – ci racconta, si emoziona – una, due volte a settimana: chiamo mia sorella, le chiedo come stanno, me la faccio passare per farle mille raccomandazioni; “Fai la brava, comportati cristianamente, ogni giorno leggi il vangelo….”, le dico».

Storie 03

LA FUGA, UNICO RIMEDIO PER SALVARE LA FAMIGLIA

La fuga, nonostante le ferite. «Non potevo più stare lì, troppo pericoloso, per me e per gli altri; così fuggii per la Libia, con lo scopo di imbarcarmi per l’Italia o un altro Paese; la prima cosa da fare era allontanarmi dal pericolo, con quei pochi soldi che avevo messo in tasca per trovare un gommone in partenza da Tripoli». La sfortuna non era finita. «Appena messo piede in Libia – continua Indogesit – fui imprigionato, due mesi di stenti, il dolore delle ferite e del cuore, aver lasciato mia figlia e il resto della famiglia mi bruciava; avevo la mente confusa, ma ancora viva l’idea che avrei dovuto farcela: una volta fuori feci qualsiasi lavoro mi capitasse a tiro, pitturazioni, giardinaggio, ogni occasione era buona per mettere in tasca soldi che mi sarebbero serviti per pagarmi il viaggio su un gommone».

Dopo tanta sofferenza, uno spiraglio. «A Tripoli l’imbarco, a decine stretti gli uni agli altri, il mare aperto, immenso, la paura che la rotta appena presa da quell’imbarcazione non fosse quella giusta, viaggiavamo a vista, senza una meta precisa: le preghiere e il sogno che da qualche nave qualcuno ci avvistasse e venisse a salvarci». La sofferenza per Indogesit sta per finire. «Ore terrificanti – conclude – fino a quando una nave francese non ci avvicinò per issarci a bordo: quella poteva essere la svolta, doveva esserlo. Arrivammo sulla costa siciliana, fummo soccorsi; fui accompagnato in ospedale, affaticato, le ferite sul corpo andavano curate nel modo giusto; rimesso in piedi, un bus per Taranto: da quel momento la mia vita ha ricominciato ad avere un senso».

La fame delle donne

Una straordinaria attualità di questi giorni

Ci sono letture in cui ti imbatti che stimolano riflessioni retrospettive su eventi e processi che attraversano il tuo privato senza che ti accorgi.

Incuriosito dal titolo di un articolo di Tracey Thorn ho iniziato a leggere con interesse le sue riflessioni tornando indietro con il pensiero e guardando con attenzione agli ultimi giorni ripercorrendo un arco temporale che inizia dopo le festività natalizie e dura ancora oggi. E’ da gennaio, infatti, che assisto con poca attenzione ad un incremento esponenziale del consumo di insalate e verdure in sostituzione dei carboidrati e che oggi collego quel “Noi andiamo al mare! Che fai? Ci raggiungi dopo il lavoro? Se non puoi, in frigo c’è un’insalata già pronta.

Il mare, la spiaggia: una prospettiva che ha condizionato la mia alimentazione nel corso dei primi sei mesi dell’anno!

Devo ammettere che il mio stomaco gode della stessa libertà del mio essere e mangio solo ciò che mi piace seppure molto poco salutare.

Ma non avevo mai collegato il cambiamento delle abitudini alimentari quotidiane con tale lungimirante prospettiva.

Non si finisce mai di imparare!

Buona lettura domenicale.

 

La fame delle donne

Tracey ThornNew StatesmanRegno Unito

Internazionale del 23 giugno 2018

Le prime battute del nuovo singolo dei Florence and the Machine, Hunger (Fame), mi hanno dato i brividi: “A 17 anni ho iniziato a privarmi del cibo”, canta Florence. Ho osservato le mie figlie procedere a tentoni attraverso gli anni dell’adolescenza con l’occhio vigile di un falco, in cerca di un qualsiasi segno o prova di anoressia. Sono in tante a caderne vittime. Le mie sono riuscite ad evitarlo, ma non tutte le nostre figlie ce l’hanno fatta.

Questo pensiero ha terrorizzato tutte noi madri. Abbiamo tenuto nota di qualsiasi dimagrimento o pallore, evitando costantemente di parlare del nostro peso o di pronunciare la parola maledetta, dieta. Una delle mie figlie fa la modella e più volte è tornata a casa dopo dei casting per sfilate notando che il lavoro era andato a delle ragazze che sembravano malaticce mentre lei, snella ma non pelle e ossa, non era mai abbastanza magra.

La canzone di Florence offre una panoramica dall’interno del concetto di fame, il suo significato e da dove deriva: “A 17 anni ho iniziato a privarmi del cibo/ pensavo che l’amore fosse una specie di vuoto/ E almeno allora capivo la fame che sentivo/ E non ero costretta a chiamarla solitudine”.

Riesco a comprendere l’idea che patire la fame dia una sorta di giustificazione e bilanciamento al proprio senso di vuoto interiore benché, il Signore mi è testimone, non sono un’esperta. Eppure questa canzone mi ha ricordato moltoModern girl delle Sleater-Kinney, del 2005: “Il mio piccolo mi ama, ho tanta fame/è la fame a rendermi una ragazza moderna”.

Se vogliamo essere oneste su cosa significa essere donna oggi dobbiamo fare i conti con i discorsi sulla fame. Pensiamo ad esempio all’autobiografia di Roxane Gay, Fame. Storia del mio corpo, libro in cui l’autrice descrive come abbia volontariamente preso peso per proteggersi, per trasformare il suo corpo e farlo diventare non desiderabile e, quindi, potenzialmente meno a rischio.

Un sondaggio la scorsa settimana riportava che 87 donne su 100 sono divorate dai sensi di colpa dopo aver mangiato; lì per lì non sapevo se ridere o piangere, se farmi beffe del sondaggio o farmi prendere dallo sconforto. Personalmente non vengo divorata dai sensi di colpa ma, sì, tengo d’occhio le calorie che ingerisco. Se provo un po’ di vergogna nell’ammetterlo? Sì. Se penso che questo significhi non essere una brava femminista? Non so. Su questo, come sulla maggior parte delle cose, non ho un’idea definita. E così mangio insalate, parlo di vita salutare ed è perfetto, il dottore è molto contento di me. Che brava ragazza!

Le mie amiche e io odiamo le nostre pancette pur sapendo che non hanno nulla che non vada. Siamo orgogliose dei traguardi raggiunti dalle nostre pance, eppure rimpiangiamo i jeans super attillati che portavamo anni fa. Odiamo l’idea stessa di adeguarci a una forma fisica che non corrisponde alla realtà e allo stesso tempo vorremmo pesare qualche chilo di meno.

Un’amica mi mostra una sua vecchia foto: è in spiaggia, in bikini e nel fiore dei suoi vent’anni, e rimaniamo entrambe senza fiato per quanto fosse sexy. Allora citiamo Nora Ephron: “Oh, quanto rimpiango di non aver indossato il bikini per tutto il mio ventiseiesimo anno di vita. Tu che leggi, se sei giovane vai immediatamente a metterti un bikini e non togliertelo fino a che non avrai compiuto 34 anni”. E ridiamo, perché è vero ma anche triste. So bene di non aver bisogno di dimagrire, eppure sono ossessionata dal mantenere il mio peso di sempre e mi ci aggrappo con le unghie anche se il mio corpo si ribella.

Poco tempo fa sono stata intervistata durante il programma Fresh Air della Npr, e Terry Gross si è complimentata per la foto sulla copertina di Amplified heart, un album degli Everything but the Girl di 24 anni fa. Siamo io e Ben, in parte svestiti, con un’espressione assorta e imbronciata, e di una magrezza dolorosamente rock’n’roll. Sono stata d’accordo con lei sul fatto che la foto fosse volutamente un po’ erotica, ma devo ammettere che col senno di poi ciò che vedo, così come guardando il video di Missing, sono solo due persone dall’aspetto malato e che forse stanno sfruttando il fatto di avere dei nuovi corpi inaspettatamente alla moda per far soldi. Ben aveva perso più di venticinque chili durante la sua malattia e anche io ero magra come non sono mai stata né prima né dopo.

In quel periodo siamo stati fotografati da Juergen Teller e anche da Corinne Day, autrice dei famosi scatti di Kate Moss per The Face and Vogue che hanno dato origine allo stile conosciuto come “heroin chic”. Sulla copertina di quel disco entrambi siamo l’immagine stessa della fame, ma siamo anche molto fichi e lo sapevamo. Avevamo un che di affascinante ed eccentrico e alla gente questo piaceva. Era tutto autentico, questo sì, ma oggi non so se dovrei sentirmi in colpa per aver favorito la mitizzazione della magrezza. I corpi sono davvero complicati. Abbiamo tutti fame.

(Traduzione di Mariachiara Benini)