«La legge del più forte»

Benjamin, nigeriano, ventidue anni 

«Nel mio Paese, a volte c’è più rispetto dei soldi che non degli esseri umani. Trovi sempre qualcuno disposto a falsificare un documento. Alla morte di mio padre sono stato costretto a fuggire: fossi rimasto in Nigeria, ci avrei rimesso la pelle». Sogna un autolavaggio o un ristorante.

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«Problemi familiari…». Quando i “problemi” hanno carattere per così dire familiare, di mezzo c’è sempre un interesse. Anche il più piccolo, nel più sperduto dei villaggi africani, diventa un caso ciclopico. Muore un genitore: i parenti più prossimi, a cominciare dai fratelli dello scomparso, secondo leggi non scritte – e se lo sono si manomettono con estrema facilità – diventano automaticamente i naturali eredi di qualsiasi cosa fino al giorno prima sia stata proprietà del defunto. Eredi, con le buone o con le cattive. Con le buone: la famiglia del morto accetta in modo indolore il passaggio di proprietà dei suoi averi e mantengono un tetto e un pasto al giorno, pagandolo con il lavoro; con le cattive: via da tutto e, al minimo colpo di testa, l’affronto verrà “lavato” col sangue.

Lo racconta Benjamin, nigeriano, ventidue anni, da un anno e cinque mesi lontano da casa. «Ho dovuto fuggire – racconta – altrimenti avrei fatto una brutta fine; dalle nostre parti, dove la legge è solo un’idea di giustizia e le aule di tribunale sono il circolo dove malfattori e avvocati si danno appuntamento, non esistono mezze misure: “non fai il bravo”, sei il problema, non si discute, si va alla radice; una pianta, un albero, li elimini in un colpo solo: una sciabolata o un proiettile».

Brutta storia quella di Benjamin. Stavolta in uno dei villaggi all’interno della Nigeria, non si tratta di una setta che pratica sortilegi, indirizza malefici, stermina lentamente una intera famiglia con un veleno. Tocca ai terreni, unico bene a vista che il papà di Benjamin vorrebbe lasciare ai suoi cari, una moglie e due figli. «E invece – spiega il giovane che trova la fuga come unica soluzione per salvare la pelle – i fratelli di papà hanno fatto ricorso alla falsificazione dei documenti, d’accordo con qualche compiacente rappresentante delle autorità, e ci hanno espropriato dei terreni».

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NON URLARE «ALLA TRUFFA!», RISCHI LA VITA

In Italia si fa opposizione. «Anche da noi, ma quando urli ai quattro venti che è una truffa e provi a mettere un avvocato, devi anche sapere che da un momento all’altro puoi aspettarti di tutto: se trovi un legale passabile, ti dice di fare le valigie e di scappare, altrimenti sono guai; c’è da temere il tuo stesso avvocato nel frattempo corrotto o minacciato di morte dalla controparte, quella che ha già corrotto altra gente e falsificato i documenti». Non finisce qui, Benjamin si oppone, quella truffa così evidente proprio non gli va giù. «E qui salta tutto – ricorda – fino a quel momento avevo fatto più o meno “il bravo”, ma ad un certo punto cominciavo a dare fastidio, così minaccia e fuga da casa, con la benedizione della mamma e l’ultimo, veloce abbraccio alla mia sorellina; negli occhi la rabbia e la disperazione a causa del taglio netto con il mio passato, quello che resta della mia famiglia, dopo la morte di papà: ora ci sentiamo per telefono, brevi chiacchierate, le conversazioni costano, ma l’importante è sapere che stanno bene».

Nella sua mente riecheggiano parole e preghiere della mamma. «Figlio mio, salvati, corri, va via: è una battaglia persa in partenza, stai solo imparando a spese tue che qui vale la legge del più forte!». «Ho perso il mio lavoro in una stazione di servizio – ricorda – contribuivo a sfamare la mia famiglia; mi occupavo del lavaggio delle auto: non guadagnavo grandi cifre, ma con qualche piccola mancia, qualcosa riuscivo a portarla a casa; poi una malattia, uno di quei mali che sembrano passeggeri, il fisico di papà non reagisce, la salute comincia ad abbandonarlo e, alla fine, il capofamiglia chiude gli occhi per sempre; le sue ultime raccomandazioni: fare attenzione alle nostre cose, la casa, un fazzoletto di terreno; papà aveva previsto tutto, anche che alla sua morte i suoi fratelli avrebbero falsificato i documenti per entrare in possesso di quel poco che avevamo».

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IN FUGA VERSO LA VITA

La fuga. «Prima il ferimento: da noi ci mettono un attimo a passare dalle parole ai fatti, nessuno vuole sentire ragioni; se ti opponi, come ho fatto io, rischi la vita: me la sono vista brutta, sono stato picchiato e ferito; in condizioni quasi disperate sono tornato a casa, non avrei resistito a una seconda spedizione punitiva».

Non appena è stato un po’ meglio, Benjamin ha fatto quella sua “valigia”. Un sacchetto nel quale mettere un pantalone, una maglietta, del cibo e un po’ d’acqua. «Sono stato in Niger, poi in Libia, appena tre settimane, il tempo per organizzare la traversata in mare; altro problema: non avevo molti soldi, in quei pochi giorni ho arrotondato quella somma lavorando, tanto per cambiare, in un autolavaggio».

Deve essere un professionista della spugna e del sapone, Benjamin, se uno dei suoi desideri è quello di lavorare in una stazione di servizio. «In un autolavaggio, oppure cameriere in un ristorante: saprei fare bene uno e l’altro, non parlo in modo fluente l’italiano, ma in buona parte lo capisco, devo solo perfezionarmi, imparare a scriverlo, quella è una impresa, ma ci provo».

Impresa, viaggio dalla Libia all’Italia. «Messi insieme un po’ di soldi, mi sono imbarcato con decine di miei connazionali; undici ore in mare aperto, poi una nave mercantile ci ha issati a bordo; arrivati a Palermo siamo stati rifocillati, messi su un bus, destinazione Taranto».

«La storia siamo noi…»

Tonio Attino, scrittore, racconta gli emigranti italiani

“Il pallone e la miniera”, storie umane di operai e minatori, e imprese calcistiche. Scenario Esch-sur-Alzette, Lussemburgo, miniere e altoforni. «La Jeunesse, squadra di dopolavoristi, un giorno inchioda i giganti del Liverpool. Bill Shankly, ex minatore, monumentale tecnico dei “reds”, fa una lavata di testa ai suoi: quei ragazzi, un esempio di umiltà».

Tonio Attino, giornalista e scrittore, ha scritto per “Quotidiano di Taranto”, “Stampa” e “Corriere del Mezzogiorno – Corriere della sera”. Il suo ultimo libro, appena pubblicato per Kurumuny, è “Il pallone e la miniera – Storie di calcio e di emigranti”.

Cosa fa di un uomo un emigrante?

«Di solito il bisogno di lavoro. E questa storia racconta di italiani che all’inizio del Novecento partono per il Lussemburgo per lavorare in miniera e nelle acciaierie. Ci fosse stato lavoro a casa propria, non esisterebbero emigranti; stesso discorso per le guerre, che hanno generato fughe e flussi altrove».

Autore anche di “Generazione Ilva”, “Il pallone e la miniera” è sostanzialmente un altro libro.

«Sarebbe un’altra storia se non ci fosse di mezzo l’acciaio. Racconto di “Esche”, seconda città lussemburghese con i suoi trentamila abitanti. Fino agli anni Cinquanta, in un raggio di circa venticinquemila chilometri quadrati, esistevano quarantanove altiforni; è un racconto che somiglia ad altre storie italiane, Bagnoli e Taranto per esempio».

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Una storia che emoziona di più rispetto alle tante altre.

«Mi ha emozionato l’intera vicenda, una matrioska, tante storie una nell’altra: calcio, miniere, acciaierie, resistenza, campi di prigionia nazisti; tante storie con un unico filo conduttore: l’emigrazione italiana in Lussemburgo; gente che partiva da Umbria, Romagna, Friuli, poco dal Sud, e finiva in un posto che sostanzialmente la rifiutava. Solo col passare dei decenni gli emigranti hanno poi trovato una dimensione tutta italiana, sentendosi lì più a casa di quanto  non lo fossero in Italia»

Italiani “mangiaspaghetti”. Non c’è comprensione per chiunque cerchi un sistema di vita umano?

«Esiste un respingimento psicologico da parte delle popolazioni indigene. Anche in questa storia, al centro il Lussemburgo, gli italiani appena arrivati venivano considerati “mangiaspaghetti” e “orsi selvatici”: delinquenti in buona sostanza; solo con il passare di decenni gli italiani vengono considerati un grande esempio di integrazione».

Una prima partita di calcio segna la storia di una squadra, la Jeneusse, maglia a strisce bianconere.

«Nome e maglia rimandano alla Juventus, ma li lega il solo fatto che i due club abbiano vinto il maggior numero di titoli nei rispettivi campionati nazionali: in realtà, la Jeunesse era la squadra che riuniva operai e minatori con talento calcistico e nella quale militavano molti italiani; curiosità: negli anni in cui esistevano ancora miniere ed acciaierie, non c’era grande differenza fra il calcio e le due stesse attività in cui quella gente era impegnata; gli operai consideravano la squadra la naturale sintesi lavoro-industria-calcio.

L’impresa calcistica coincide con la chiusura della stupenda parabola economica di “Esch”. E’ il ’73, in Coppa Campioni la Jeunesse incontra e ferma sull’1-1 il titolato Liverpool: in svantaggio, i padroni di casa raggiungono il pareggio allo scadere. Un risultato inatteso, che nemmeno gli stessi Shankly e Hughes, tecnico e capitano dei “reds”, non avevano lontanamente preventivato».

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Shankly, scozzese, ex minatore, monumentale tecnico del Liverpool a fine gara compie un gesto di grande umiltà.

«E’ l’episodio che mi ha emozionato di più. Me lo ha raccontato René Hoffman, portiere della Jeunesse. A fine gara, vide Shankly che quasi trascinò Hughes, dalle parti del loro spogliatoio. Al suo capitano, il tecnico indicò i ragazzi che avevano appena scritto un pezzetto di storia: “Quelli, domani, andranno a lavorare in fabbrica!”. In quel gesto c’era la rampogna al calciatore del Liverpool e, allo stesso tempo, l’ammirazione nei confronti degli operai e dei minatori, che appartenevano alla storia umana dello stesso Shankly, nato in un villaggio minerario della Scozia da cui era iniziata anche la sua storia sportiva. Bill si definiva “uomo del popolo”, era socialista, amava gli operai. Quell’occasione celebrò un inconsapevole “matrimonio” fra Shankly e i giocatori della Jeneusse, all’oscuro del passato da minatore dell’allenatore di una delle squadre di calcio più forti d’Europa».

Il libro, un sottotitolo: storie di calcio e di emigranti. Il suo punto di vista sull’accoglienza.

«Non so come si possa arginare e gestire un fenomeno planetario come il flusso di emigranti. Non si può non aiutare persone in difficoltà, fra quanti arrivano potrebbero esserci soggetti poco raccomandabili, ma non dimentichiamo che noi italiani abbiamo esportato parecchi delinquenti. La storia che abbiamo conosciuto e possiamo ancora studiare ci insegna che le cose non possono essere tagliate con un colpo secco: questa storia lussemburghese è la vicenda di italiani in principio rifiutati e successivamente considerati un grande esempio di integrazione; prima brutti e cattivi, oggi belli e buoni. Prima di pronunciarsi sui migranti, dunque, bisognerebbe pensare a queste antiche vicende e ragionare in termini più costruttivi».

Ogni vita ha lo stesso valore!

La vicenda della nave Aquarius e la decisione di chiudere i porti italiani partorita dal Ministro degli Interni ha tenuto banco in questi giorni innescando reazioni “morali” che, almeno per il momento, relegano nell’ombra considerazioni di natura “etica”.

I numeri sbandierati dai diversi Governi dei Paesi dell’Unione paiono smontare le posizioni del Governo italiano di fatto al di sotto delle quote previste dalla “redistribuzione” più volte rivista e ritoccata. E qui, una prima questione: i “numeri” sostituiscono le persone e questo è di per se “vomitevole” giusto per richiamare un termine usato dal portavoce del primo Ministro francese.

Sorvolando sulla questione dei campi di prigionia libici finanziati dal Governo italiano quanto del concetto di “migrante economico” dei quali abbiamo già ampiamente detto in questa rubrica e che rischiano di diventare uno squallido modello replicabile, al centro della discussione è posta la rivisitazione del Trattato di Dublino o, come piace dire ad alcuni, il suo superamento.

Ciò che inquieta è che alla base della discussione vi sia quale perno principale la questione delle “quote” all’interno di uno scenario che conferma e radicalizza la sostanza economica, e non socio-politica, delle radici dell’ Unione Europea.

Anche perché, se così fosse, sarebbe stato naturale un principio: le persone che sbarcano in Italia piuttosto che in un altro Paese dell’Unione mettono, di fatto, piede in Europa e, al momento dello sbarco, dovrebbero essere libere di esprimere l’intenzione, ovvero di dichiarare, quale Paese dell’Unione intendono raggiungere in maniera strutturata senza essere posti nelle condizioni di farlo in maniera illegale e spesso continuando a giocare con la morte.

Ma le ragioni economiche superano qualsiasi altro livello di ragionevolezza fino al punto di generare nefandezze come nel caso della nave Aquarius, carica di uomini, donne e bambini, non di merci.

Ma, proprio questa vicenda mi ha riportato alla mente una recente lettura che vi propongo seppure, per l’ambito di riferimento, possa sembrare scollegata dal discorso intrapreso ma che poggia sul concetto fondamentale che ogni vita ha lo stesso valore. 

Il principio fondamentale della medicina, da molti secoli a questa parte, è che tutte le vite hanno lo stesso valore. Non sempre noi che ci occupiamo di medicina teniamo fede a questo principio. Lo sforzo per colmare il divario tra aspirazione e realtà ha occupato l’intero corso della storia.

Ma quando questo divario viene messo in luce – quando si scopre che alcuni vengono curati peggio di altri, o non vengono curati affatto, perché non hanno i soldi o le conoscenze giuste, per la loro estrazione sociale, perché hanno la pelle scura o un cromosoma X in più – quanto meno ci vergogniamo. Al giorno d’oggi non è per niente facile sostenere che tutti siano ugualmente degni di rispetto. Eppure non è necessario provare simpatia o fiducia nei confronti di una persona per credere che la sua vita meriti di essere difesa. Pensare che tutte le vite abbiano lo stesso valore significa riconoscere che esiste un nucleo comune di umanità.

Se non si è aperti all’umanità delle persone, è impossibile curarle in modo adeguato. Per vedere la loro umanità occorre mettersi nei loro panni. Ciò richiede disponibilità a domandare alle persone come si trovano, in quei panni. Richiede curiosità nei confronti degli altri e del mondo.

Viviamo in un momento pericoloso, in cui ogni genere di curiosità – scientifica, giornalistica, artistica, culturale – è sotto attacco. Questo succede quando rabbia e paura diventano le emozioni prevalenti. Sotto la rabbia e la paura c’è spesso la fondata sensazione di essere ignorati e inascoltati, l’impressione diffusa che agli altri non importi come si sta nei nostri panni. E allora perché offrire la nostra curiosità a qualcun altro? Nel momento in cui perdiamo il desiderio di capire – di lasciarci sorprendere, di ascoltare e testimoniare – perdiamo la nostra umanità”.

Da un discorso di Atul Gawande, chirurgo statunitense, agli studenti di medicina pubblicato sul New Yorker il 2 giugno 2018. Traduzione di Silvia Pareschi.

«Voglio fare il vigile!»

Mike, nigeriano, trent’anni

Padre e fratello trucidati. Fuggito dal suo Paese, il suo destino era segnato. «Non c’è considerazione per chi chiede rispetto, ho lasciato mamma e sorella più giovane, quanto è rimasto della mia famiglia». Ha un sogno: fare il poliziotto locale, ha subito il fascino della divisa.  

«Vorrei fare il vigile urbano!». Così, secco, Mike, risponde alla domanda sul sogno nel cassetto. Nessuno mai, prima di questo ragazzone nigeriano di trent’anni, aveva espresso un desiderio così singolare. Ora, nella sua Nigeria, il vigile è anche poliziotto, non solo un uomo in divisa assegnato alla direzione del traffico o impegnato a far rispettare il codice della strada a pedoni e automobilisti. «Il vigile!», ripete, anche stavolta deciso. «Girando in città ho visto agenti di Polizia locale indossare con eleganza la divisa, pensavo fossero militari, mi è stato spiegato invece che è un po’ come se lo fossero, ma il loro lavoro in particolare consiste nel presenziare vie e strade dove si registra una più alta concentrazione di auto, moto e passeggio, penso alle strade del centro cittadino».

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Per essere da sei mesi in Italia, ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme”, Mike comprende buona parte delle domande in italiano. Nei punti critici della chiacchierata, a tradurre ci pensa Allahssane junior, operatore della stessa cooperativa sociale. Sull’attività di “vigile urbano”, il giovane nigeriano, conferma di avere le idee chiare. «Fascino della divisa – osserva – il rispetto che hanno da parte dei cittadini, la disponibilità, il sorriso con cui danno indicazioni a chiunque chieda informazioni, che questo sia bianco, nero o giallo». E’ una cosa rimasta impressa a Mike, che un giorno si è rivolto a un agente di polizia locale per chiedere quale strada avesse dovuto fare per tornare dalla non molto lontana via D’Aquino alla sede di via Cavallotti.«Ancora non indossavano la divisa bianca, estiva mi dicono, come in questi giorni – ricorda – aspettai qualche istante, il tempo che facessero scorrere il traffico, e mi dettero con la massima calma tutte le indicazioni per tornare nel mio Centro di accoglienza». Tocchiamo un tasto. Avesse pelle bianca, Mike arrossirebbe, ma la sensazione è quella giusta, viso e occhi non tradiscono. Con la divisa cerca quel rispetto che a casa sua non ha mai avuto. «E’ la cosa che più ci manca – ammette – e cerchiamo dall’età della ragione; non è giusto che un tuo simile si serva della forza, di un coltello di una pistola per avere ragione di te: sono cristiano, siamo tutti fratelli, abbiamo gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti; invece, fin da ragazzo ho dovuto fare i conti con la violenza e l’ingiustizia; se una divisa invita al rispetto, non c’è niente di male, forse è la strada giusta per recuperare un mio diritto».

Violenza e ingiustizia. «Imparate a spese mie – osserva, facendosi serio di colpo – in una inspiegabile guerra civile, non tanto per una lotta sui diritti, bensì sul potere, ho perso mio padre e mio fratello: assassinati a bruciapelo; a me sarebbe toccato lo stesso trattamento se non fossi riuscito a fuggire: restare davanti a quello che di fatto era un plotone di esecuzione, sarebbe stata la cosa più sciocca che avrei potuto fare; ricordo le urla di amici e mamma, “Scappa, Mike! Fuggi finché sei in tempo!”. Presi una direzione, non ricordo quale, e cominciai a scappare fin quando mi finì il fiato: non c’era più luce in cielo quando fermai la mia corsa; mentre correvo e acceleravo avevo negli occhi i volti ora sorridenti e spenti, di mio padre e mio fratello: quando eravamo felici, fra le nostre piccole cose, e come invece li avevo visti l’ultima volta, a terra, privi di vita con il viso coperto da sangue e polvere!».

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Adesso Mike sente mamma e sorella, più giovane di lui. «Telefonate brevi – puntualizza – più lunghe costerebbero una fortuna, ma al momento me le faccio bastare: ci sentiamo, ci chiediamo “Come stai? Stai bene?” e una volta incassato il “Sì!” ci salutiamo, fine delle conversazioni».

Cosa faceva Mike a casa sua. «Studiavo, papà con mille sacrifici voleva che studiassi e diventassi un intellettuale, uno che non facesse la sua stessa vita nei campi, che però amavo frequentare con lui nel fine settimana, non appena lo studio delle scienze (un po’ come il nostro liceo, ndr) che svolgevo nella scuola secondaria me lo consentiva; andavo con lui, raccoglievo gli ortaggi che papà avrebbe poi rivenduto». Vigile urbano, ma in alternativa gli piacerebbe svolgere un altro lavoro. «Lavorare al mercato – dice fiero – ho una certa conoscenza di frutta e ortaggi, so distinguerne la bontà e, penso, di avere una certa pratica nella vendita, altro insegnamento che mio padre mi ha lasciato in eredità».

Cosa fa Mike, qui. «Ho frequentato il corso di alfabetizzazione curato da “Costruiamo Insieme”: adesso sono pronto a tornare fra i banchi a studiare materie a me non del tutto estranee, ma l’approccio con i libri sarà sicuramente diverso, già lo so… è il primo passo per l’integrazione, voglio frequentare la scuola di formazione e imparare a fare il meccanico, altra mia passione: quando pensiamo all’Italia nel nostro Paese spesso pensiamo alla Ferrari, sogniamo un giorno di vederne sfrecciare una sotto il nostro naso: non di salirci a bordo, vederla solamente, magari farci una foto…».
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Il viaggio di Mike dopo quella fuga senza più fiato. «Arrivato in Libia, fortunato nell’avere incontrato gente a modo che mi ha fatto fare lavori di muratura, pulizia e giardinaggio per farmi guadagnare un po’ di soldi per pagare il viaggio per la libertà. Dopo tre mesi di sacrifici, anche saltando il pasto, i soldi giusti per imbarcarmi su un gommone: eravamo in centocinquanta, destinazione Sicilia; ci siamo arrivati su una nave militare italiana, il Cielo la benedica, dopo dodici ore di mare aperto senza più vedere all’orizzonte la Libia e l’Italia. Sbarcati in Sicilia, l’ultimo tratto in bus per Taranto; ora sto provando a ridisegnare il mio futuro: vigile, meccanico, uomo di fatica ai mercati generali, fruttivendolo, qualsiasi cosa possa fare è sicuramente meglio in confronto a botte, coltellate e fucilate. Cerco quel rispetto, anche minimo, che mi ha negato con dolore e sangue il mio Paese!».

«Contrario al respingimento»

Pierfranco Bruni, scrittore e operatore culturale

«Ragazzi da accogliere, formare, educare. Dobbiamo sforzarci a fare di più e non dare una parvenza di accoglienza umanitaria. Ospitare significa integrare». Come è cambiata la politica, gli studi e i saggi sul mondo popolare. L’impegno amministrativo ed economico per rilanciare un territorio ricco di beni culturali.

«Sono contrario al respingimento: questi ragazzi vanno accolti, formarli, educati, attraverso una stretta collaborazione con gli Stati da cui questi emigranti provengono». Pierfranco Bruni, operatore culturale, poeta e scrittore, autore di saggi, con un passato da politico, manifesta senza giri di parole il suo punto di vista sull’accoglienza. «Giovanni Pascoli soleva dire che la nostra cultura “frontaliera” rimane sempre il Nord Africa; e se lo diceva un poeta così grande, bisognava e bisogna credergli ancora oggi».

Sempre a proposito di accoglienza, Bruni. «Dobbiamo creare una cultura di accoglienza in termini positivi. Da venti anni mi impegno nei progetti sulle culture etniche. Noi abbiamo accolto malvolentieri, quasi a voler dare una parvenza di accoglienza umanitaria. Ci vorrebbe, invece, una ospitalità dettata da un respiro molto più ampio. Accogliere significa integrare: non solo quanti vengono da noi, ma provare a interagire con i loro Paesi di provenienza».

Bruni, operatore culturale prestato alla politica. Cosa è cambiato nella politica in questi anni?

«La dialettica e il modo di affrontare i problemi. Strutturalmente è crollato il sistema dei partiti: dal partito classico si è passati al movimento per provare a fare opinione, anche se in molti casi – a mio avviso – questi non solo non fanno opinione, ma non creano una vera e propria dialettica; alla base non hanno il pensiero forte, il confronto; non hanno la base culturale e, dunque, non sanno confrontarsi sui sistemi politici veri e propri.

I problemi non possono essere affrontati dall’oggi al domani senza una piattaforma di pensiero. Ogni problema, dalla legge Fornero – faccio un esempio – alla questione occupazionale, non può essere risolto senza avere alla base un pensiero culturale ben preciso; cosa vogliamo fare delle vecchie generazioni? Mandarle in pensione a settanta anni? Sembrano dettagli, ma credo che questi, alla fine, vadano a creare un tipo di società diversa»

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Italia, Europa.

«Commettiamo un grave errore intervenendo nel dibattito fra l’essere o non essere “europei”, uscire o non uscire dall’Europa o meno: è molto effimero, oggi dobbiamo parlare di internazionalizzazione di sistemi dal punto di vista del pensare; siamo più mediterranei che europei».

Industria e turismo.

«Ho fatto una grande battaglia come impresa intesa come economia e beni culturali, investimenti sulla cultura. Sono sfuggiti parametri, come sapere investire nella politica culturale, che non significa fare un convegno o una mostra. Significa investire in termine di eventi internazionali: se noi portiamo a taranto un evento già realizzato a Bologna o Catanzaro, per fare un esempio, non è un vero progetto culturale. Possiamo realizzare un progetto simile se alla base abbiamo un’economia che avverte l’importanza di investire sui beni culturali. Invece assistiamo a piccole operazioni di cabotaggio in cui economia politica o politica dell’economia e della cultura stiano insieme: non possono, però, reggere in quanto gli eventi di giro non portano ad una valorizzazione del territorio. Gli investimenti devono essere radicati in un territorio, in una città che ha risorse, vocazioni, ma che vengono masticate e fagocitate dalla mancanza di un vero investimento. In questo senso il Museo nazionale della Magna Grecia è una forza forza trainante per il territorio, dunque deve avere il coraggio di investire ancora più di quanto non abbia fatto finora».

Il progetto che ti ha entusiasmato quando ti sei speso per la cultura.

«Il Magna Grecia Festival. Organizzato per tre anni, è stato un esempio di come gli eventi poi rappresentati nascessero a Taranto: venivano realizzati per Taranto e poi cancellati per qualsiasi altro programma; non c’era un discorso di giro, chiunque avesse voluto vedere uno spettacolo in cartellone, avrebbe potuto vederlo solo qui; non solo assessore, ma anche direttore artistico: le performance volute per quel festival appartenevano solo alla manifestazione tarantina. A tale proposito, ricordo una polemica con Bari: Raffaele Paganini doveva fare uno spettacolo solo per Taranto, qualcuno chiese un bis per il capoluogo di regione incassando un no secco».

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A Taranto si torna a parlare di Leonida.

«Chi ne parla ha un punto di riferimento nel progetto che insieme con altri promotori sto portando avanti a proposito del Cinquantenario della scomparsa di Salvatore Quasimodo, vedere cioè l’influenza di Leonida nell’opera di Quasimodo; quanto un poeta che ha cantato le sponde di Taranto, ha influito sulle opere di un premio Nobel».

Saggi e libri, riflessioni su artisti come Battisti, De André, Califano e altri. Quali sono i punti di contatto fra il mondo del popolare e la cultura.

«Spesso, in modo errato, si è pensato che la musica leggera fosse elemento di serie B, sbagliato: la cultura popolare è parte integrante di una cultura nazionale, la prima non può esistere senza la seconda. Fra gli altri, mi hanno appassionato: Franco Califano, mi ha stupito il suo recuperare la romanità, i codici popolari che viviamo nei quartieri; De André che ha recuperato la cultura genovese, come Battiato ha fatto con la cultura del Mediterraneo, introducendo in quella islamica, positiva, il mondo arabo».

Progetti e studi che la stanno appassionando.

«Ovidio e il Mediterraneo. Credo che Ovidio sia ancora attuale, ha messo in rapporto il Mediterraneo greco con quello latino. Duemila anni fa aveva letto lo scontro tra Oriente e Occidente. In questi giorni è uscito un mio libro, “Nelle notti di Ovidio”: immagino le notti in esilio a raccontare la sua esistenza che passa dalla Sicilia, la Magna Grecia, Cartagine, il mondo egiziano e quello latino. Poi la cultura antropologica esistente in Pirandello che in Dannunzio. Può sembrare strano lo studio di due autori contemporanei, ma nei loro scritti non ci sono solo le grandi opere, ma anche una mediterraneità profonda anche dal punto di vista del linguaggio. Il nostro obiettivo sarà quello di portare questi due grandi autori nelle scuole».