La storia di Ouattara, l’accento sulla terza “a”. Conta poco, scherza lo stesso ragazzo, ventiquattro anni, ivoriano. Parla francese: «L’importante è poterla raccontare la mia di storia». E’ un film. Uno dei tanti, se un giorno ci fermassimo a chiedere ad ogni ragazzo ospite del Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti. Quanti soggetti cinematografici, purtroppo non sempre a lieto fine.
Dunque, il film di Ouattara. E’ drammatico. Tiene in mente una sequenza che non dimenticherà mai. Fosse un lungometraggio sarebbe un estratto da un lungometraggio di Oliver Stone o Michael Cimino. La scena, una delle tante irruzioni in una casa, in Libia, terra di passaggio verso la libertà. Lì, il giovane ivoriano, condivide quel piccolo vano con altri ragazzi. Muratori come lui. Come lui, mettono da parte pochi risparmi, spiccioli. Finiscono in un cassetto, dentro al quale ripongono soldi e sogni.
Ma ecco la violenza. Si stacca dallo schermo, l’immaginario diventa cruda realtà. Banditi con il volto coperto, fanno irruzione in casa. Armi in pugno. «Accade quasi tutti i giorni – prova a ricostruire un dramma consumato in pochi istanti – non riusciamo a mettere da parte la paga settimanale, che puntuale arriva gente senza scrupoli, volto coperto, a rovesciarci le tasche e prenderci quelle poche risorse economiche: non opponiamo resistenza, a che vale, meglio starcene buoni; ci chiedono i nostri magri guadagni, gli spieghiamo che abbiamo subito una rapina qualche giorno prima».
Non finisce qui, purtroppo. «Ci passano in rassegna – spiega Ouattara – uno per volta: ci mostrano le loro reali intenzioni con inaudita violenza, mi portano la pistola alla tempia; urlano ai miei amici: se non diamo loro tutto il denaro fanno fuoco: facciamo quello che ci chiedono; tutti, tranne uno, Ali, un amico del Mali: non ha soldi, non gli credono, gli sparano un colpo in pieno petto, ucciso sul colpo!».
Ecco da dove fugge Ouattara. Dalla violenza quotidiana. Parte da Adijan, capitale della Costa, tredici mesi di lavoro per arrivare finalmente in Italia e scorgere il primo barlume di speranza. «Mamma ha un negozietto di abbigliamento – dice – io l’aiuto, quell’attività però non consente di sfamare una intera famiglia; a una certa età si diventa un peso». Un fardello anche la voglia di crescere, imparare, andare a scuola. «Dieci anni, sempre sui libri, in Italia dove c’è cultura a non finire, voglio imparare ancora tanto, a cominciare dalla lingua del vostro Paese per confrontarmi meglio con la gente del posto». Taranto gli piace, ma saranno i vestiti, non di gran moda, abiti da indossare tutti i giorni, che ripone a posto nel negozietto di famiglia, che il suo obiettivo è un altro. «Milano, capitale della moda – dice orgoglioso Ouattara – lì ho già degli amici: non per fare lo stilista, ma trovare un posto di commesso, in un negozio di abbigliamento sarebbe il massimo; penso a quanto sarebbe bello mandare a casa le mie foto da una delle vie del centro di Milano». Via Montenapoleone, per esempio. Capitale della moda e dei ricchi di mezza Europa. Milano se la gioca con Parigi. «Mio cognato è in Francia; mia sorella, più grande, trentuno anni, aspetta momento e denaro utili per raggiungerlo: non è facile, sarebbe però l’occasione per ricongiungerci, riabbracciarci, stare insieme qualche giorno nella massima serenità e provare a dimenticarci miserie e tragedie non solo di un Paese, ma di un intero continente».
Il viaggio di Ouattara verso la libertà. «Parto da casa con pochi spiccioli – ricorda – arrivato in Mali, i soldi finiscono; il viaggio prosegue con un signore: “Mi pagherai con il lavoro, sai fare il muratore?”, la fame mi ha spinto a imparare in fretta; una settimana di lavoro, poi resto con il mio benefattore per mettere insieme altri soldi: trovo casa, divido l’affitto con altri ragazzi in cerca della stessa libertà, subisco di media una rapina a settimana; ogni volta mi tocca ricominciare, tanto che per rastrellare i soldi necessari per il viaggio ci ho messo tredici mesi; alla fine, però, arrivo in Italia: voglio imparare la vostra lingua, sto facendo esperienza; il dialetto tarantino ha qualcosa in comune con il francese, spero di compiere passi importanti per poi partire e raggiungere i miei amici».
Non c’è ancora il lieto fine, ma Ouattaua che ha un nome al quale ci si abitua, un cognome che sembra un codice fiscale (sorride quando glielo facciamo notare), ha già scritto parole importanti di un capitolo della sua vita. Ora vuole coronare il suo sogno, farsi un selfie in un negozio nel centro di Milano. Volesse il cielo, la stessa attività nella quale ha trovato un lavoro da commesso. «Chiedo molto, lo so, ma se non fosse così non sarebbe più un sogno!»

Fanno, infatti, di più. Molti di loro sono già a buon punto. Questo dice una lezione alla quale assistiamo in mattinata. Arrivano alla spicciolata, ma si presentano alle 11, puntuali, alla lezione di italiano, tocca a Raffaella. Indossano tute, i giovani allievi, hanno sottobraccio computisterie, qualcuno un cappellino, altri una cuffietta. Chi ascolta musica tiene il ritmo, non riesce a starsene fermo, neppure per qualche istante. Scandisce i suoni, muove a tempo un piede. Poi, l’insegnante per un giorno, batte un paio di volte le mani, reclama attenzione: via le cuffiette, quaderni aperti, ci sono i nuovi appunti da prendere. Fra i banchi: Mamadou, Dioulde, Cysse e Mohamed, attenti ad ogni sillaba.
ventina di allievi. Spiega e interroga con l’impegno di chi si cimenta nell’insegnamento per passione. Senza questa, la passione, tutto sarebbe vano. I ragazzi vogliono imparare, ma la lezione di vita la conoscono fin da piccoli. Si accorgerebbero subito se una persona in una qualsiasi attività ci mette il cuore. Dunque, mentre l’insegnante spiega e lo studente è alla lavagna, c’è chi a se stesso dà le risposte sottovoce. A volte anche prima dell’interrogato, in piedi accanto alla lavagna. «Uno, numero cardinale!», dice. «Primo, numero ordinario». E via discorrendo. Un breve stop, verbo da declinare. Niente paura, «Io sarò, tu sarai, egli sarà…». «Futuro!». Fossimo in tv, ci verrebbe da dire «Risposta esatta!». Ma i ragazzi, appena conosciuti, ci stupiscono per molto altro ancora. Aggettivi, pronomi, particelle pronominali sono strumenti dei quali ormai dispongono a piacimento.
La Juventus, dunque, prima di ogni cosa. E non lo manifestano con il solo sorriso. Indossano la maglietta bianconera e poco importa se lo sponsor sul petto appartiene a un’altra stagione, quelle strisce che scivolano sul petto di Camara e Coulibaly, Austin e Landing, sono una seconda pelle.
«Una foto con la maglia della Juventus?», dice Landing. «Per me è un onore, la giro anche ai “miei”, che ogni giorno mi chiedono come stia». Sta bene il giovanotto che si è tinto un ciuffo biondo, come Kean, il giovane fuoriclasse italiano, nato da genitori ivoriani (adesso in prestito al Verona).
Uno di loro prende sul serio (il calcio talvolta lo è…) la realizzazione di una serie di “scatti” e indica, orgoglioso, il simbolo della squadra del cuore. «Non è un caso che sia cucito proprio lì», dice. «La zebra per noi è un simbolo, unisce, fa squadra, quando una di queste si smarrisce, il branco va a cercarla, a qualsiasi costo: è questo il senso…». Insomma, i ragazzi non si fermano a Dybala, ai gol del fuoriclasse. Vanno oltre, scavano nei significati e se non ce ne fossero, sanno loro come interpretarli.
Chiacchierata conclusa, i ragazzi ci hanno portato sul terreno nel quale si sentono veri intenditori. Ma quella
E se non fosse stato sufficientemente chiaro, chiede a gesti penna e taccuino per scriverlo di getto. Caratteri rigorosamente stampatello: “Paulo Dybala”. Era chiaro anche prima, ma le cose meglio metterle per iscritto, non si sa mai. La cosa diverte. Ma era per mostrare che l’ammirazione sconfinata per l’attaccante argentino non era occasionale.